Attese prudenti per le imprese piemontesi nel terzo trimestre. Marsiaj: “Forti turbolenze, ma insieme possiamo farcela”

Stabile, seppure con riserva, il clima di fiducia delle imprese piemontesi per il terzo trimestre del 2024, così come emerge dalla consueta indagine trimestrale, realizzata a giugno da Unione Industriali Torino e Confindustria Piemonte, raccogliendo le valutazioni di oltre 1.300 realtà manifatturiere e dei servizi. La parola d’ordine è ‘prudenza’. Dopo un secondo trimestre in recupero, i saldi ottimisti – pessimisti per produzione (-0,1%), ordini (-1,1%) e redditività (-1,1%) si attestano su valori negativi. Il dato peggiore è quello relativo all’export (-7,2%), segno che il nostro sistema economico risente dell’incertezza globale. Per la prima volta si inverte la forbice dimensionale, con le imprese di maggiori dimensioni che esprimono attese meno positive, rispetto a quelle più piccole.

Tuttavia, il dato complessivo piemontese è sintesi di un andamento settoriale divergente. Da un lato il comparto manifatturiero, in sofferenza, con indicatori in calo e cassa integrazione in aumento, soprattutto in alcuni settori. Dall’altro, un terziario che prosegue la crescita iniziata dopo la pandemia e sembra non risentire delle tensioni sui mercati internazionali.

I dati, ricorda Andrea Amalberto, neopresidente di Confindustria Piemonte, evidenziano che sulle previsioni pesano “da un lato le incertezze legate alle varie tornate elettorali appena concluse, ma soprattutto il rallentamento della produzione industriale sia in Francia che in Germania”. E, trattandosi dei nostri due principali partner commerciali, “l’effetto sulle nostre esportazioni e soprattutto sulle filiere dentro cui operano, è immediato”. Da qui, la necessità di “accelerare” anche su Industria 5.0 che, insieme a “ulteriori incentivi sul settore auto sono strumenti a disposizione del Governo, su cui le nostre imprese devono poter contare al più presto”.

“Bisogna spingere sugli investimenti”, rilancia anche Giorgio Marsiaj, presidente uscente di Unione Industriali Torino, perché “noi imprenditori non possiamo fermarci”, anche se l’economia globale “dovrà affrontare forti turbolenze”. Di fronte a questo scenario, dice, “la via d’uscita dalle situazioni di crisi si può e si deve trovare grazie alla stretta cooperazione e al continuo dialogo tra mondo economico-industriale ed istituzioni pubbliche forti ed autorevoli, a ogni livello”. Per Marsiaj si tratta dell’ultima congiunturale: il 15 luglio, infatti, l’assemblea generale voterà per Marco Gay – ex presidente di Confindustria Piemonte – alla guida dell’associazione. “Qui non è come in azienda o a casa tua, qui le decisioni vanno condivise, serve un progetto nazionale. Per me è stata una grande esperienza”, ricorda a margine della presentazione, sottolineando che “non si vince più come Paese, soprattutto in un settore importante come la manifattura, ma dobbiamo condividere con Bruxelles una politica industriale comune”.

A livello complessivo si mantengono positivi investimenti, tasso di utilizzo degli impianti e tempi di pagamento, varia poco il carnet ordini. Come già accennato, aumenta il ricorso agli ammortizzatori sociali, soprattutto nell’industria, che resta comunque su livelli storicamente bassi. A livello settoriale, nell’industria si registrano andamenti differenziati. I saldi ottimisti – pessimisti sono sotto la media regionale per tessile, metalmeccanica, gomma plastica, chimica e manifatture varie (gioielli, giocattoli, ecc.). Restano positivi alimentare, cartario-grafico, legno, edilizia. Nel terziario, come già nelle scorse rilevazioni, tutti i comparti esprimono attese favorevoli; in particolare ICT, servizi alle imprese e trasporti.

Per il terzo trimestre del 2024, le previsioni sulla produzione delle oltre 1.300 imprese piemontesi risentono dell’incertezza economica e politica globale: il 18,6% prevede un aumento dei livelli di attività, contro il 18,8% che si attende una diminuzione. Il saldo ottimisti-pessimisti è pari a -0,1% (era 7,7% a marzo). Stesso trend per le attese sugli ordini, con un saldo del -1,1% in calo di oltre 6 punti percentuali rispetto alla scorsa rilevazione. Positive le attese sull’occupazione, con il 16,3% delle rispondenti che ne prevede un aumento, il 9,0% che ne prevede la riduzione e un bilancio ottimisti-pessimisti pari a +7,3% (era 11,6% la scorsa rilevazione). Come negli ultimi 5 trimestri, restano negative le aspettative sull’export, con un saldo ottimisti-pessimisti pari a -7,2%. Buono il livello degli investimenti, che interessano oggi il 25,9% delle rispondenti (era il 24,1% a marzo). Aumenta leggermente il ricorso alla cassa integrazione, utilizzata dal 10,4% delle imprese. Stabile il tasso di utilizzo di impianti e risorse, tornato sui valori medi di lungo periodo (78%). Il calo delle esportazioni incide negativamente sulle attese delle imprese di grandi dimensioni, invertendo la tradizionale forbice rispetto alle aziende sotto i 50 addetti, generalmente più prudenti. Nella rilevazione di giugno, infatti, le grandi imprese registrano un saldo negativo (-3,0%), mentre le piccole esprimono attese più favorevoli (+1,2%).

 

Inflazione stabile a giugno (0,8%). Ma preoccupano prospettive per l’industria

A giugno l’inflazione resta sostanzialmente stabile, con l’indice nazionale dei prezzi al consumo che, al lordo dei tabacchi, fa un piccolo scatto in avanti dello 0,1%, mentre su base mensile resta allo 0,8%, in tendenza con maggio. A certificarlo sono i dati dell’Istat, ponendo sul piatto alcuni dettagli su andamenti contrapposti. Rallentano, infatti, i prezzi dei beni alimentari non lavorati, che passano da +2,2% a +0,4%. Si attenua ancora la flessione dei prezzi degli energetici non regolamentati, che fanno uno switch da -13,5% a -10,3 percento. Di contro, accelerano i beni alimentari lavorati, passando da +1,8 a +2,2 percento.

Anche l’inflazione di fondo resta stabile al +2% a giugno, al netto di energetici e alimentari freschi, passando da +2% a +1,9% al netto dei soli energetici. Entrando ancora nel dettaglio dell’analisi Istat, l’istituto rileva che i prezzi dei beni alimentari, per la cura della casa e della persona rallentano su base tendenziale (da +1,8% a +1,4%), come anche quelli dei prodotti ad alta frequenza d’acquisto (da +2,5% a +2,1%). “Il processo di rientro dei prezzi si stabilizza ma restano alcune tensioni sugli energetici“, avvisa Confesercenti, che invita a “mantenere un adeguato livello di guardia per evitare di essere colti alla sprovvista“.

Dall’Istituto nazionale di statistica arrivano anche altri report di cui tenere conto, quelli sull’industria. Ad aprile, infatti, la stima sul fatturato, al netto dei fattori stagionali, aumenta dello 0,8% sia in valore che in volume, anche se fa registrare una lieve flessione su quello estero (-0,6%). Mentre su base annua, c’è un calo del 2%, di cui l’1,7 sul mercato interno e il 2,5 su quello estero. Crescono, però, i volumi (+0,5%).

Non va meglio con l’indagine rapida sull’attività delle grandi imprese industriali del centro studi Confindustria. Perché a giugno di quest’anno registra una produzione stabile sui livelli del mese precedente per oltre la metà delle aziende (per 53,9% degli associati la produzione rimarrà invariata dal 48,8% della rilevazione di maggio), ma aumenta il rischio percepito di un peggioramento, con un 12,7 percento di imprese che prospettano una contrazione. In calo anche la percentuale di aziende che invece si aspettano un miglioramento: 33,4% (in precedenza era del 45).

Previsioni poco rassicuranti anche quelle della Banca d’Italia. I dati dell’Indagine sulle imprese industriali e dei servizi di Palazzo Koch rivelano che per il 2024 “le imprese prefigurano un lieve incremento del volume delle vendite (0,2% nel complesso; 1,0 nella manifattura e -0,6 nei servizi)“, con un aumento dei prezzi rallentato, tendenzialmente del 2,3 percento. Quello che preoccupa è invece l’espansione degli investimenti, che “proseguirebbe a un ritmo inferiore al 2023 (0,8%)”. Numeri che fanno il paio con quelli delle vendite 2023 che, nel complesso delle imprese dell’Industria in senso stretto (almeno 20 addetti), sono diminuite dell’1,4% a prezzi costanti, secondo il documento di Bankitalia. Campanelli d’allarme da non sottovalutare.

INFOGRAFICA INTERATTIVA Eurostat, ad aprile produzione industriale area Euro cala dello 0,1%

Secondo le prime stime di Eurostat, nell’aprile 2024, rispetto a marzo 2024, la produzione industriale destagionalizzata è diminuita dello 0,1% nell’area dell’euro ed è aumentata dello 0,5% nell’Ue . Nel marzo 2024, la produzione industriale è cresciuta dello 0,5% nell’area dell’euro ed è rimasta stabile nell’Ue. Nell’aprile 2024, rispetto all’aprile 2023, la produzione industriale è diminuita del 3,0% nell’area dell’euro e del 2,0% nell’Ue . Nell’infografica INTERATTIVA di GEA è indicato l’andamento della produzione negli ultimi anni.

Acciaio cinese invade America Latina, persi migliaia di posti di lavoro. Chiesto aumento dazi

L’industria siderurgica dell’America Latina sta affrontando il dumping cinese che sta inondando il suo mercato mettendo a rischio molti posti di lavoro. In risposta, le acciaierie, talvolta sull’orlo del fallimento, chiedono tasse sulle importazioni. L’anno scorso, dieci milioni di tonnellate di acciaio cinese hanno invaso l’America Latina, con un aumento del 44% rispetto all’anno precedente. Vent’anni fa, la Cina ne esportava qui solo 85.000 tonnellate.

Negli ultimi due decenni, la Cina ha aumentato la sua quota del mercato mondiale dell’acciaio dal 15% al 54%, secondo l’Associazione latinoamericana dell’acciaio (Alacero). Le preoccupazioni per la sovraccapacità dell’industria siderurgica cinese sono aumentate anche in seguito al forte rallentamento del settore edilizio, che ha liberato prodotti per l’esportazione. “La Cina è troppo presente in America Latina”, lamenta Alejandro Wagner, direttore esecutivo di Alacero. “Nessuno è contrario al commercio tra Paesi, ma a patto che si parli di commercio equo”, ha dichiarato all’AFP.

Durante una recente visita in Cina, il Segretario del Tesoro statunitense Janet Yellen ha espresso preoccupazione per la “sovrapproduzione” cinese e ha affermato che gli Stati Uniti “non accetteranno” che il mondo sia inondato di prodotti cinesi venduti in perdita. Nel 2018, gli Stati Uniti hanno imposto dazi doganali aggiuntivi del 25% sull’acciaio cinese. Le industrie cilene e brasiliane vorrebbero seguire l’esempio.

La principale acciaieria cilena, Huachipato, con 2.700 dipendenti diretti e 20.000 subappaltatori, ha presentato una richiesta formale alla Commissione cilena anti-distorsione. Situata a Talcahuano, 500 chilometri a sud di Santiago, ha annunciato la graduale sospensione delle sue attività, sopraffatte dall’acciaio cinese venduto in Cile al 40% in meno rispetto a quello locale. La commissione ha trovato “prove sufficienti a sostegno dell’esistenza di dumping” da parte della Cina e ha raccomandato un prelievo del 15%, che Huachipato ha considerato “insufficiente”.

“Non stiamo chiedendo sussidi o salvataggi. Huachipato ha la capacità di essere redditizia in un ambiente competitivo”, ha dichiarato il suo direttore, Jean Paul Sauré. La decisione di imporre misure di protezione non è facile. Il Cile ha firmato un accordo di libero scambio con la Cina nel 2006, che lo espone a possibili ritorsioni commerciali.

Anche in Brasile, il maggior produttore di acciaio della regione, la situazione è preoccupante. Secondo l’Istituto Aco, l’anno scorso le importazioni dalla Cina sono aumentate del 50% e la produzione è diminuita del 6,5%. Gerdau, uno dei maggiori datori di lavoro di acciaio del gigante sudamericano, ha già licenziato 700 lavoratori. L’ultimo di questi, a febbraio, ha lasciato l’impianto di Pindamonhangaba a San Paolo, a causa del “difficile scenario che il mercato brasiliano deve affrontare a causa delle condizioni predatorie delle importazioni di acciaio cinesi”, ha dichiarato l’azienda. I produttori di acciaio brasiliani chiedono anche tariffe del 25%, come quelle imposte dal Messico su 205 tipi di prodotti siderurgici, per allinearle a quelle degli Stati Uniti, il loro principale partner commerciale.

L’acciaio rappresenta l’1,4% del Pil messicano e genera 700.000 posti di lavoro. Secondo i dati ufficiali, il 77,5% delle esportazioni è destinato agli Stati Uniti.

In America Latina, l’acciaio genera 1,4 milioni di posti di lavoro, altamente specializzati e difficili da riqualificare. L’impatto a breve termine sulla regione dipenderà dall’adozione da parte della Cina di misure per ridurre il suo “surplus” di produzione e, a livello locale, da iniziative per ridurre le importazioni di acciaio, ha dichiarato all’AFP José Manuel Salazar-Xirinachs, segretario esecutivo della Commissione economica per l’America Latina e i Caraibi (ECLAC).

Gli estremismi del green deal e la mancanza di coraggio degli industriali europei

Ho più volte sostenuto su queste pagine che per riportare l’industria al centro delle politiche europee occorre un profondo cambiamento culturale che deve coinvolgere tutti.

Se non si comprende che il declino europeo è figlio di una visione sbagliata, di vere e proprie distorsioni cognitive, che ci hanno fatto presuntuosamente credere che il nostro primato nei diritti, nella democrazia, nel welfare possa essere eterno a prescindere dall’economia e dalla ricchezza creata, non si riuscirà a uscire dalla spirale involutiva in cui ci troviamo.

Come sempre quando le cose vanno male le responsabilità sono collettive. Le classi dirigenti europee al gran completo non sono state all’altezza della sfida. La politica non è stata capace di visione e di guida e, opportunisticamente, ha pensato di seguire e/o cavalcare l’onda di un ambientalismo populista e estremista che vede nelle imprese il problema invece che la soluzione.

Non riconoscere che dietro quest’onda verde si nascondevano, in molti casi, gli sconfitti della storia e gli epigoni di un pensiero anticapitalista e antioccidentale è stato un grave errore.

Questo atteggiamento non è stato solo delle forze politiche di sinistra ma, in molti casi, anche i moderati (vedi Von der Leyen sul green deal) e i conservatori non sono stati capaci di contrastare con argomenti razionali e scientifici l’estremismo ambientalista e la demagogia della “decrescita felice”.

Ma poiché le responsabilità sono collettive, in questo appannamento della ragione ci sono anche grandi responsabilità di vasti settori degli industriali europei e delle loro organizzazioni, che sono stati miopi o, troppe volte, deboli e senza voce in omaggio alla consuetudine del politically correct che impone di non alzare mai i toni con la Commissione Europea. In questo modo si sono accodati al pensiero dominante e, senza alcun coraggio, non hanno reagito né lottato per difendere la sopravvivenza dell’industria europea.

Molti sono gli esempi che, purtroppo, testimoniano di questa debolezza.

Era del tutto evidente, ad esempio, che non sostenere il principio della “neutralità tecnologica” come strada maestra per la decarbonizzazione dell’economia e dell’industria, ma puntare tutto sull’elettrico, sarebbe stato un grave errore concettuale e metodologico destinato ad avere gravissime conseguenze.

Gli industriali europei dell’automotive, soprattutto i tedeschi leader di questo settore, in preda ad una sorte di “sindrome di Stoccolma” e con la coscienza sporca per il dieselgate hanno rinunciato ad ogni battaglia per la difesa dei motori endotermici sui quali l’Europa aveva ed ha un primato tecnologico e industriale mondiale, optando per l’elettrico e accettando che dal 2035 non si vendano più auto alimentate con idrocarburi.

La cosa risulta assolutamente insensata se si considera che le tecnologie di decarbonizzazione messe a punto per i motori endotermici (Euro 6) o l’uso di combustibili sintetici o biologici consente di raggiungere livelli di inquinamento atmosferico e di emissioni di CO2 prossimi a quelli dei motori elettrici.

E così si è preferito fare giganteschi investimenti solo sui modelli elettrici senza valutare: da un lato i drammatici effetti industriali e occupazionali di questa scelta sulla filiera dell’automotive (un motore elettrico ha da 10 a 12 volte meno componenti di un motore endotermico); dall’altro gli enormi problemi ambientali e di dipendenza strategica connessi alla scelta dell’elettrico, come produzione del litio per le batterie, monopolio cinese o quasi nella produzione di tutte le tecnologie rinnovabili e dominio cinese nella produzione di auto elettriche .

Anche in questo caso ci è mancato tanto Sergio Marchionne, che sull’elettrico è sempre stato prudente, per non dire scettico, e che oggi sorriderebbe con un po’ di ironia vedendo tante case automobilistiche, a partire dalla giapponese Toyota, rallentare considerevolmente i loro programmi sull’elettrico.

O ancora, c’è stata una debolezza estrema degli industriali europei e delle loro organizzazioni sulla così detta “tassonomia” delle tecnologie eleggibili, cioè finanziabili con fondi pubblici, per la transizione. Da una parte vi è stata un’accettazione acritica della tecnologia dell’idrogeno per ora assai complicata e economicamente squilibrata perché basata su due risorse scarse e preziose (energie rinnovabili e acqua) e costosissima. Dall’altro si è deciso, per ragioni puramente ideologiche, di rifiutare l’inserimento nella tassonomia delle tecnologie di “carbon capture” applicate alla generazione elettrica da turbogas.

Quali sono le ragioni per le quali la generazione elettrica con il gas naturale deve essere contrasta anche se carbon neutral? Perché contrastare il gas naturale che sarà l’unica vera fonte energetica della transizione a basso costo e a basso inquinamento per quella parte di domanda che non potrà essere coperta dalle rinnovabili?

Non sono venute risposte a questi interrogativi.

Così come non vi sono state proteste significative (al riguardo gli agricoltori e gli allevatori sono stati molto più bravi degli industriali e dei lavoratori dell’industria) per tutte le misure adottate senza considerare gli effetti sui settori industriali di base (acciaio, chimica, carta, vetro, ceramica ecc.) che dal 2030-2032 non avranno più quote gratuite di CO2 e che per questo saranno costretti a chiudere o a delocalizzare creando gravi problemi alle filiere industriali sottostanti e nuove dipendenze strategiche.

Solo in un caso, quello delle norme sul packaging, si è vista una battaglia vincente degli industriali che si opponevano a norme assurde. Guarda caso la battaglia è stata condotta con successo dagli italiani che hanno raccolto intorno alla loro impostazione molti Paesi dell’Unione dimostrando che è possibile contrastare decisioni sbagliate della Commissione Europea.

In generale al di là di questo caso di successo, gli industriali europei e le loro organizzazioni devono recitare il mea culpa per la loro incapacità di difendere l’industria europea dagli eccessi del green deal e dalla caduta di competitività che ne discende.

Solo oggi, molto lentamente, si fa strada la consapevolezza che così non si può andare avanti e che gli eccessi dell’estremismo ambientalista e del mercatismo globalista rischiano di ammazzare l’industria europea. Ma la strada è ancora lunga e in salita.

Ripenso con tristezza e rabbia ai tanti interventi che ho svolto negli ultimi anni in Consiglio Generale di Confindustria su questi temi, interventi spesso accolti da alcuni autorevoli colleghi con fastidio come divisivi o addirittura antieuropei. Purtroppo non ha voluto davvero bene all’Europa proprio chi non ha saputo vedere cosa stava accadendo, e per conformismo ha preferito assecondare il mainstream, e per mancanza di coraggio non ha saputo o voluto contrastare un’ideologia che, nei fatti, vuole cancellare l’industria europea.

Forse qualcosa oggi sta cambiando ma tutto è diventato maledettamente più difficile.

Il 15 aprile Giornata nazionale del Made in Italy. Urso: “Celebriamo l’eccellenza Italiana”

Il 15 aprile di ogni anno sarà celebrata la Giornata Nazionale del Made in Italy. Scelta per l’anniversario della nascita di Leonardo da Vinci, sarà arricchita con circa “300 iniziative su tutto il territorio nazionale che mirano a ispirare e coinvolgere i nostri giovani, le imprese e i lavoratori ma soprattutto per accendere i fari su quello che è l’eccellenza italiana. Il Made in Italy non è un modello di produzione ma uno stile di vita“, spiega il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, durante la presentazione che si è svolta in mattinata a Palazzo Piacentini, assieme alla direttrice Generale di Altagamma, Stefania Lazzaroni, al segretario generale del Comitato Leonardo, Massimo Mamberti, al presidente della Commissione per le attività di formazione della Federazione Cavalieri del Lavoro, Luigi Abete, e al presidente della Lega Serie A, Lorenzo Casini.

Istituita con la legge quadro del dicembre scorso, la Giornata ha un mood ben preciso. “Identità, innovazione, istruzione, internazionalizzazione. È l’Italia delle 4 I che sta dietro alla filosofia di questa Giornata nazionale – aggiunge il responsabile del Mimit -. Il provvedimento è stato introdotto per valorizzare, promuovere e tutelare le produzioni delle filiere nazionali, riconoscendone l’impatto sociale. Oltre a favorire lo sviluppo economico e culturale del Paese, il Made in Italy ne rappresenta il patrimonio identitario perché non è soltanto un marchio, ma il nostro biglietto da visita nel mondo. La Giornata Nazionale, che verrà celebrata annualmente nel giorno della nascita di Leonardo Da Vinci, considerato il più grande genio della storia, è il frutto del Sistema Italia: la somma di tante realtà che compongono la nostra penisola“. Anche il logo richiama il genio italiano, con la scelta dell’uomo vitruviano di Leonardo. Il marchio è stato realizzato in collaborazione con i grafici dell’Agenzia Commercio Estero, con l’autorizzazione del ministero della Cultura, e accompagnerà tutte le iniziative dedicate alle celebrazioni.

La Giornata nazionale del Made in Italy vedrà in campo i massimi esponenti della creatività italiana, in diversi campi: dall’industria alla moda, all’arredo, l’alimentazione, la nautica, l’accoglienza e in generale le varie filiere simbolo del nostro Paese nel mondo. Non mancherà il coinvolgimento di aziende, associazioni di categoria, Camere di commercio, Unioncamere, Cna, Confcommercio, Anci, Comuni, Regioni, fondazioni, musei, scuole, università, Fondazione Leonardo, Lega Calcio, Guardia di Finanza, Confindustria, Fondazione dei Cavalieri del Lavoro, Rcs Sport e numerosi privati. Anche il ministero degli Esteri, in collaborazione con l’agenzia Ice, ha curato il coordinamento degli eventi organizzati all’estero, che vedono coinvolte oltre 50 sedi in tutto il mondo.

Le iniziative si svolgeranno in un arco temporale ben preciso, con un calendario messo a punto dagli uffici del Mimit, che hanno valutato le candidature arrivate fino allo scorso 20 marzo tramite il portale istituzionale. Sono circa 200 le proposte approvate, per un totale di 400 iniziative di rilievo culturale, sociale, scientifico, artistico, storico e sportivo. Il filo conduttore degli eventi e degli appuntamenti è quello di tramandare valori, abilità e capacità a quelli che saranno i futuri imprenditori del domani, sensibilizzando ancora una volta l’opinione pubblica sul valore delle opere dell’ingegno e dei prodotti italiani. Sarà un’occasione importante, soprattutto perché imprenditori e maestri artigiani apriranno le porte delle aziende e dei laboratori ai cittadini, coinvolgendo in particolare gli studenti di ogni ordine e grado, allo scopo di stimolare il loro interesse per lo studio e le future opportunità professionali legate al Made in Italy, rappresentato dal settore alimentare, della moda, del tessile, del legno, del design, dell’arredo, dell’alta gioielleria, della nautica, termale, del turismo, automotive, industriale e tecnologico.

Gli eventi, che coinvolgeranno anche musei, fondazioni e nei luoghi di produzione saranno in presenza, anche con attività pratiche, e online, con una comunicazione indirizzata al racconto di come le filiere italiane siano un veicolo fondamentale e imprescindibile per proteggere e sostenere il Made in Italy nel mondo. Palazzo Piacentini, sede del ministero, dal 15 al 28 aprile ospiterà la mostra realizzata da Fondazione Altagamma ‘Lo Specchio dell’Eccellenza Italiana-Viaggio nella manifattura di Altagamma’, che sarà accessibile al pubblico dal lunedì al venerdì dalle 17 alle 20 e il sabato e domenica dalle 10 alle 20. La lega di Serie A, invece, dedicherà la 32esima Giornata della Serie A Tim alla promozione del brand.

La Giornata Nazionale del made in italy è di particolare importanza per Altagamma, che insieme a Camera della Moda ne ha proposto l’istituzione al Mimit, “proprio per evidenziare la centralità di questo comparto per la nostra economia ma anche per il suo soft power”, spiega la direttrice generale di Altagamma, Stefania Lazzaroni, che ricorda come l’alto di gamma italiano sia la punta di diamante del Made in Italy: un’industria da 144 miliardi di euro, che fornisce un contributo al PIL del 7,4%, con una quota export di circa il 50% e quasi due milioni di occupati, diretti e indiretti, pari all’8,2% dell’occupazione italiana.
”E’ un comparto fondato sulla nostra competenza manifatturiera – spiega  – e per questo il taglio con cui la Fondazione ha deciso di celebrare la Giornata è incentrato sul tema del Saper Fare.
’Lo Specchio dell’Eccellenza Italiana’ è un mostra che racconta moda, design, alimentare, motori, nautica, ospitalità e gioielleria attraverso un duplice registro: da un lato, prodotti iconici che raccontano la maestria dei nostri settori d’eccellenza, dall’altro video immersivi che esplorano i segreti della nostra manifattura. Un caleidoscopio di suggestioni che celebra la cultura del Bello, Buono e Ben Fatto: riflesso del nostro patrimonio creativo che incanta il mondo con il suo stile di vita inconfondibile”.

Photo credit: Mimit

Il miracolo dell’industria manifatturiera italiana

Molti di noi pensano che l’industria e la sua capacità competitiva non siano state, negli ultimi anni, al centro dell’agenda europea.

L’attenzione è stata rivolta in maniera retorica e astratta alle due transizioni, quella energetica e quella digitale. Molta ideologia (soprattutto sul lato della riduzione delle emissioni di CO2) e poca pratica, ipertrofia regolatoria, indicazioni di obiettivi spesso irraggiungibili. Finalmente ci si è accorti che per ottenere i target fissati per la transizione energetica occorre un’enorme quantità di denaro che nessuno sa dove prendere. Finalmente ci si è accorti che l’industria europea ha un grave gap di competitività rispetto a quelle delle altre importanti aree economiche mondiali e Von der Leyen ha chiamato Draghi per affrontare il problema.

L’Europa è dinanzi al suo declino, demografico, economico, di innovazione e competitivo, in una situazione geopolitica estremamente difficile in cui ingenti risorse in futuro dovranno essere spese per la sicurezza e sottratte ad altri scopi.

La sfida è epocale e vedremo se gli europei sapranno fronteggiarla o se la traiettoria regressiva sarà ineluttabile.

Bisogna in questo contesto convincere l’Europa che l’industria e le imprese sono il principale strumento a disposizione per vincere questa deriva declinante perché sono il principale attore della crescita economica, dell’innovazione, dell’inclusione sociale e sono le uniche che possono trasformare gli slogan della decarbonizzazione in fatti concreti.

L’esempio dell’industria manifatturiera italiana è sotto gli occhi di tutti. La sua eccellenza e la sua performance sono il più grande contributo che l’Italia può dare ad un’Europa più forte e più competitiva.

La manifattura italiana nel 2023, già anno di rallentamento economico rispetto a quelli precedenti, ha fatto segnare risultati da record: 1.200 miliardi di euro di fatturato e 600 di export, la metà esatta del fatturato. Secondo le prime stime del Wto saremmo nel 2023 addirittura a 677 miliardi di esportazioni: una dimensione straordinaria, frutto di vantaggio competitivo puro, perché le svalutazioni della lira che aiutavano di tanto le nostre esportazioni non esistono più. Abbiamo superato per export la Corea del Sud e ci avviciniamo al Giappone e siamo ormai il quinto Paese esportatore del mondo.

Questa performance è il frutto di uno straordinario sistema industriale che non ha eguali al mondo e che in molti, dall’estero, ci ammirano e studiano. La specificità di questo sistema consiste nella sua estrema diversificazione, nell’articolazione dimensionale in cui, in filiere integrate, convivono piccole, medie e grandi aziende, in un capitalismo familiare esteso e leale nei confronti delle aziende, in un inestricabile intreccio tra imprese e territorio che fa di molti distretti industriali creature collettive volte alla ricerca, all’innovazione e allo sviluppo.

Farmaceutico, moda, meccanica, legno arredo, food e packaging sono i settori trainanti di questa performance. Nel 2022 il nostro export farmaceutico ha superato i 50 miliardi di dollari ed è quello cresciuto di più tra i grandi paesi produttori del mondo (+39%). Sempre nel 2022 il comparto moda ha esportato per 70 miliardi di euro, quello del legno-arredo per 20 miliardi di euro, quello dell’alimentare e del food per 60 miliardi di euro. Nel 2023 tutti questi settori sono ulteriormente cresciuti.

Numeri, si diceva, frutto di vantaggio competitivo puro e della creatività e dell’intensità produttiva delle nostre imprese; ma anche del grande successo del Piano Industria 4.0, grazie al quale le fabbriche italiane hanno investito massicciamente in macchinari, in  nuove tecnologie, nell’innovazione di processo e di prodotto. Ciò che colpisce è che l’innovazione non si è limitata al perimetro delle fabbriche ma si è allargata a clienti e fornitori, attraverso piattaforme digitali e logistiche sempre più efficienti. Tale efficienza nelle supply chain ha consentito al nostro sistema industriale di reagire meglio di altri alla pandemia, dimostrando che l’eccellenza del sistema industriale è anche un ingrediente fondamentale della sicurezza nazionale.

L’industria manifatturiera italiana è un gigante economico, l’asset più importante che l’Italia può mettere sul tavolo del confronto internazionale, ma non ha il peso “politico” che meriterebbe nella determinazione delle scelte a livello europeo e nazionale.

Il compito di Confindustria dovrebbe essere quello di dare voce, narrazione e visione coordinata a questa realtà. Il tema è comprendere che la partita è soprattutto, ma non solo, europea.

Tutti i settori manifatturieri italiani soffrono di politiche europee che sembrano dettate da un’ossessione mercatista volta a favorire i Paesi importatori e senza industria, concentrata solo sui diritti dei consumatori e non su quelli delle industrie e dei produttori, dimenticando che senza imprese e senza produttori anche i consumatori spariscono e vengono travolti dalla miseria.

Innumerevoli sono gli esempi che si possono fare su norme e regolamenti europei che ostacolano lo sviluppo e la crescita dell’industria manifatturiera: dai tempi estremamente più lunghi in Europa rispetto agli USA per le procedure antidumping, ai tempi al contrario più brevi in Europa rispetto agli USA sui brevetti farmaceutici (patent) con la conseguente più difficile finanziabilità della ricerca e sviluppo; dall’eccesso di normative ambientaliste sull’uso di materiali che danneggiano il comparto tessile e dell’abbigliamento e il legno arredo all’ossessione salutista e di imposizione su ciò che si può mangiare e bere e su cosa no, che paradossalmente mette nell’angolo vino e olio italiani ma consente cibi molto meno genuini; dalle norme, fortunatamente mitigate da una battaglia campale italiana, che  rischiano di distruggere la nostra industria del riciclo e del packaging, per finire con l’indifferenza  totale rispetto ai difficilissimi processi di transizione degli Hard to Abate.

C’è una comunanza di questioni di fondo che vanno affrontate in maniera coordinata, c’è la necessità di mettere a fattor comune informazioni e dati, di irrobustire la capacità di fronteggiare a Bruxelles il percorso legislativo, accompagnandolo con intensità e competenza fin dalla sua formazione; quando la norma è in bozza è già tardi, i giochi sono fatti.

C’è una necessità assoluta di dare una leadership manifatturiera all’industria italiana.

C’è in generale bisogno di cambiare la narrazione. Le imprese sono la soluzione del problema, non il problema. L’industria deve tornare al centro dell’agenda della Commissione Europea e delle politiche del Governo italiano perché senza industria l’Europa è finita, non solo economicamente, ma anche nelle sue istituzioni democratiche e sociali.

L’anno del Drago parte bene in Cina che diventa sempre più pericolosa

L’anno del Drago parte bene in Cina per l’industria. I dati di gennaio e febbraio, a cavallo del capodanno lunare, hanno superato le previsioni in diversi settori chiave, indicando una crescita superiore alle attese. Ad esempio, le vendite al dettaglio hanno registrato un +5,5%, oltre le stime, mentre la produzione industriale ha segnato un solido incremento del 7%, evidenziando una robusta attività manifatturiera. Allo stesso modo, gli investimenti in immobilizzazioni hanno superato le aspettative degli analisti, segnalando una fiducia nel mercato e un impegno nel lungo termine da parte delle imprese. Tuttavia, non tutto è stato positivo, poiché il settore immobiliare ha subito una flessione del 9% rispetto all’anno precedente, evidenziando ancora una volta il punto debole di Pechino.

Per quanto riguarda le nuove costruzioni residenziali in base alla superficie, la contrazione si è ampliata addirittura al -30,6% su base annua da inizio anno. E il valore di vendita degli immobili residenziali nuovi è calato del 32,7% su base annua da inizio anno. La pesantezza del mattone frena le potenzialità di crescita. Il portavoce dell’Ufficio nazionale di statistica, Liu Aihua, ha avvertito che la domanda interna rimane insufficiente, indicando che potrebbero essere necessarie ulteriori misure per stimolare la spesa dei consumatori e sostenere la crescita economica. Riparte comunque anche il turismo interno, che sembra aver registrato una crescita rispetto all’anno precedente e ai livelli pre-pandemici del 2019. Tuttavia, il capo economista cinese di Nomura ha osservato che nonostante questa crescita, la spesa turistica media per viaggio è ancora inferiore ai livelli pre-pandemici, indicando che potrebbero essere necessari ulteriori sforzi per stimolare completamente il settore turistico.

E’ l’industria dunque che tiene alta la bandiera cinese. Per settore, le principali aree di forza sono state individuate nella categoria “computer, comunicazioni e altre apparecchiature elettroniche”, che è cresciuta del 14,6% anno su anno. Anche la produzione di attrezzature per i trasporti ha registrato ottimi risultati, con un aumento dell’11%. Numeri che migliorano il commercio estero. Le esportazioni cinesi hanno sorpreso positivamente, registrando un +7,1% nei primi due mesi dell’anno, mentre le importazioni sono aumentate del 3,5%, superando entrambe le previsioni degli esperti. Questo potrebbe indicare una domanda estera robusta per il Made in China, il che potrebbe contribuire a sostenere ulteriormente la crescita del Paese nel corso dell’anno. Secondo i dati doganali, la Cina, il più grande importatore mondiale di Gnl, ha aumentato le sue importazioni di gas liquefatto del 19,3% nel periodo gennaio-febbraio rispetto allo stesso periodo dell’anno

G7, dominano intelligenza artificiale e sicurezza su chip. Urso: “Stop nuove dipendenze”

Dopo sette anni torna a riunirsi il G7 Industria, Tecnologia e Digitale 2024. E il primo vertice si è tenuto a Verona, città “dove lavoro e industria sono in sintonia con arte e cultura”, perno dei “valori della nostra civiltà”, spiega Adolfo Urso, ministro delle Imprese e del Made in Italy, che ha presieduto la riunione. La prima ‘ministeriale’ legata proprio alla presidenza di turno italiana del G7.

Foto di rito dentro l’Arena alle 8.30 e poi via ai lavori. Tre le sessioni di lavoro, ma anche numerosi bilaterali. Urso ha incontrato, nell’ordine, il viceministro giapponese degli Affari Interni e Comunicazione, Junji Hasegawa, per parlare dell’approccio antropocentrico all’Intelligenza Artificiale. Il ministro ha poi visto Jean Koh, presidente della Commissione coreana sulle Piattaforme Digitali, per “potenziare la nostra cooperazione nei campi della microelettronica e del quantum computing, per sostenere l’innovazione e la trasformazione digitale delle nostre imprese“. Con la vice premier ucraina e ministro dell’industria, Yulia Svyrydenko, l’esponente del governo italiano ha approfondito i contenuti e i prossimi sviluppi del progetto della piattaforma logistica intermodale di Horonda che mira a sostenere gli scambi commerciali da e verso l’Ucraina, annunciando “la comune volontà di procedere alla sottoscrizione di un memorandum, il prossimo 9 aprile a Trieste, nell’ambito di una riunione dei ministri dei Paesi del quadrante est europeo“. Nel bilaterale con la vicepresidente della Commissione Europea e Commissario Europeo per la Concorrenza, Margrethe Vestager, il ministro ha invece evidenziato come “i recenti conflitti ci hanno dimostrato che, oggi più che mai, il nostro continente deve raggiungere l’indipendenza strategica e a questo fine in ambito G7 collaboreremo sui semiconduttori con la Commissione, per salvaguardare la nostra economia e le nostre industrie“.

Le tre sessioni di lavoro sono partite con una novità. “Abbiamo aperto a una forma inedita, ovvero un confronto pragmatico con i rappresentanti dei portatori di interesse, ovvero i rappresentanti delle imprese dei nostri Paesi. E’ la prima volta che accade. Questo ci ha permesso di entrare subito in quelle che sono le tematiche principali di questo G7 – ha spiegato Urso – anche con altri rappresentanti di governo che hanno contribuito in maniera significativa alle nostre elaborazioni”. Elaborazioni che continueranno fino a ottobre, alla prossima ‘ministeriale’ industria-digitale, ma che oggi hanno già preso forma.

Nella prima sessione è emersa una piena convergenza dei Paesi del G7 sull’idea di favorire sempre più e di allineare sempre più le regole fra i nostri Paesi per favorire lo sviluppo dell’intelligenza artificiale, valorizzando i principi del ‘processo di Hiroshima’ e coinvolgendo di più le piccole e medie imprese anche per l’alfabetizzazione di massa delle nuove tecnologie e la formazione professionale dei nostri lavoratori. Abbiamo inoltre sottolineato come l’Ai possa essere fonte di crescita e opportunità dei nostri Paesi purché essa sia percepita come affidabile da imprese e cittadini“, ha sintetizzato nella conferenza stampa finale Urso. “Nella seconda sessione abbiamo convenuto che bisogna evitare nuove dipendenze, dopo quella energetica, che mettano a rischio le nostre catene del valore. Abbiamo già introdotto meccanismi di protezione e ne abbiamo proposti di altri. Creeremo un punto di contatto che lavorerà in maniera continuativa in questi mesi – ha proseguito il ministro – per elaborare una condotta comune sulla protezione degli investimenti soprattutto nella catena del valore dei semiconduttori, fondamentali per la transizione ecologia e digitale”. In questo senso il “garantire l’autonomia strategica parte dalle materie prime critiche, molte delle quali sono presenti nel nostro Paese. Un tema molto sfidante per i processi autorizzatori. Ne ho parlato nell’incontro con il ministro canadese Champagne, il cui paese è leader nell’estrazione mineraria. Alcune aziende stanno procedendo nella fase di esplorazione nel nostro Paese, che potrebbe garantire la nostra indipendenza energetica. La mappatura delle miniere risale a oltre 30 anni fa, ma la tecnologia fa enormi passi in avanti. C’è ora consapevolezza che quei prodotti e minerali preziosi possano essere individuati in aree che non erano prima mappate“.

Infine “nella terza sessione abbiamo individuato nella realizzazione di un hub dell’intelligenza artificiale per lo sviluppo sostenibile lo strumento per aiutare i Paesi in via di sviluppo. Un messaggio importante per il Sud del mondo, che parte dall’Italia, ovvero il ponte tra Europa e Africa, continente del futuro. Speriamo – ha sottolineato Urso – che questo progetto diventi una realtà attivata durante la successiva presidenza canadese“. Si è parlato comunque anche “di space economy in riferimento allo sviluppo sostenibile. Siamo leader mondiale nell’osservazione della Terra dallo spazio, fattore necessario proprio ad esempio nel contrasto alla desertificazione o nel miglioramento della produzione agricola, tutte attività fondamentali per l’Africa. Quindi dallo spazio si può meglio intervenire o prevenire gli eventi catastrofali, come è accaduto in Giappone…“, ha aggiunto Urso.

La curiosità però si è concentrata sull’investimento da 3,2 miliardi in Italia annunciato ieri a Verona dal Ceo della società di Singapore, Silicon Box. Un investimento che non nasce per caso, ha voluto sottolineare il ministro. “Nei mesi scorsi abbiamo presentato un dossier per progetti sulla micro-elettronica a numerosi Paesi, nello specifico in Corea del Sud, Taiwan, Singapore e Stati Uniti. Da questo è nato l’interesse e l’investimento della società di Singapore, Silicon Box. Abbiamo assistito il gruppo già nell’estate dello scorso anno. Loro hanno concentrato la loro attenzione in alcune regioni del Nord. Non sarà comunque l’unico investimento sulla micro-elettronica quest’anno. Ne seguiranno altri nei prossimi anni, anche più consistenti”.
Altro tema caldo, ovviamente, l’intelligenza artificiale. “Privilegiamo la collaborazione con Paesi con cui condividiamo valori. Noi abbiamo una visione antropocentrica dell’intelligenza artificiale, in cui l’uomo è al centro del processo produttivo, seguendo i valori della nostra civiltà”, ha precisato Urso, il quale ha ricordato che “Giorgia Meloni vuole portare avanti nelle prossime settimane un disegno di legge sull’intelligenza artificiale, che sarà accompagnato anche da investimenti finanziari. Mi riferisco al miliardo che sarà investito da Cdp per sviluppare la nuova tecnologia e per dare vita a un campione nazionale nell’Ai”.

La sicurezza sopra e sotto il mare: un progetto strategico per l’industria italiana

In una bella intervista al ‘Foglio’ (7/3/2024) Pierroberto Folgiero, Amministratore Delegato di Fincantieri, rilancia il tema della sicurezza nel Mediterraneo e spiega come sia vitale, per il nostro Paese, disporre di un apparato industriale e di tecnologie capaci di far giocare all’Italia un ruolo da protagonista in questa partita. Abbiamo più volte sostenuto su queste pagine che il baricentro dell’Unione Europea, storicamente determinato dal rapporto franco-tedesco, sia destinato a spostarsi verso sud, verso il Mediterraneo, area nella quale si registreranno in futuro i maggiori tassi di crescita e le maggiori potenzialità di sviluppo. Il Mediterraneo e l’area balcanica anche per questo sono tornati ad essere luoghi strategici per il confronto tra occidente e altre potenze regionali, con la delicatezza rappresentata dalle turbolenze in medio oriente, da un probabile futuro minor impegno degli USA in quest’area, da una sempre maggiore iniziativa turca, da una sempre maggiore presenza della marina militare russa (11 navi da guerra presenti in questo momento rispetto alle poche unità di qualche anno fa).

In questo contesto il ruolo dell’Italia, della sua economia, del suo apparato industriale saranno sempre più importanti. Per collocazione geografica, storia, cultura possiamo svolgere un ruolo fondamentale di ambasciatori e traduttori dei valori dell’occidente in questa area del mondo, e probabilmente siamo i soli a poterlo fare grazie alla tradizionale capacità di dialogo della nostra diplomazia e grazie alla nostra naturale empatia con quei popoli. Ma le ambizioni e le possibilità concrete di giocare questa partita si misurano innanzi tutto con la capacità di tutelare l’interesse nazionale ed europeo attraverso una rinnovata politica della sicurezza.

Folgiero chiarisce bene che la sicurezza non riguarda soltanto i traffici marittimi di superficie così importanti per un’economia manifatturiera come la nostra, ma anche tutto ciò che sta sotto la superficie del mare e sui fondali, in primis infrastrutture energetiche e cavi per la trasmissione dei dati. Si pensi che la nostra Marina Militare in questo momento ha molte unità impegnate nella sorveglianza e protezione di queste infrastrutture. Vi immaginate cosa succederebbe se un attentato come quello che ha gravemente danneggiato il gasdotto North Stream 2 colpisse il tubo del Trans Med (gasdotto Enrico Mattei) che porta in Italia il gas algerino oggi vitale per l’approvvigionamento energetico del Paese? O ancora se vi fossero danneggiamenti alle grandi dorsali dei cavi che portano dati, come è recentemente successo nel mar Rosso dove l’affondamento di una nave portacontainers inglese, causato da missili Houti, ha provocato una riduzione di oltre il 25% del traffico internet tra Asia e Europa? Il danneggiamento di cavi sottomarini, dai quali passa ormai la stragrande maggioranza dei dati globali, deriva da molte cause; le prevalenti, per ora, non sono quelle dovute al terrorismo ma quelle legate alla posa delle ancore delle navi e alla pesca a strascico.

L’underwater sarà in futuro il campo di sviluppo e innovazione tecnologica per le imprese italiane, all’interno delle quali Fincantieri è destinata a svolgere il ruolo di pivot candidandosi ad essere il campione nazionale della subacquea. Il colosso di Trieste ha la straordinaria opportunità e possibilità di estendere agli usi civili le soluzioni e le tecnologie sperimentate in ambito militare. Da questa ambizione e prospettiva nasce anche l’iniziativa del Ministero della Difesa di istituire a La Spezia il Polo Nazionale della subacquea. Si tratta di un’iniziativa strategica per l’Italia che vede la Liguria al centro, e che vede il rilancio delle attività di blue economy come uno degli assi portanti per il futuro della nostra regione.

In un mondo sempre più turbolento i temi della sicurezza strategica e della difesa, sul mare e sotto il mare, saranno al centro della scena. L’apparato industriale italiano fatto da grandi imprese a controllo pubblico (Fincantieri, Leonardo, Eni, Terna, Enel, Snam, Saipem ecc.) ma anche di moltissime imprese private di varie dimensioni impegnate nelle filiere e nell’indotto può dire la sua in maniera autorevole.

Occorre un grande disegno strategico e un’interlocuzione operativa su progetti e tecnologie che consentano all’industria italiana di cogliere questa grande opportunità di sviluppo e innovazione. Occorre costruire le occasioni e i luoghi perché ciò avvenga. Il lavoro è appena cominciato.