Groenlandia, Meloni: Non ci sarà intervento militare Usa. A fine mese Piano Italia per Artico

Giorgia Meloni continua a sostenere l’alleato transatlantico anche se, confessa, “non sempre ci vado d’accordo”. Nella conferenza stampa di inizio anno organizzata dall’Ordine dei giornalisti, molte domande ruotano attorno al suo rapporto con Donald Trump.

Sulla Groenlandia, la premier non crede nell’ipotesi di un’azione militare di Washington e derubrica le minacce del tycoon a un atteggiamento “un po’ troppo assertivo” per “sottolineare l’importanza strategica” dell’isola. Una invasione armata, spiega Meloni, “non converrebbe a nessuno, neanche agli Stati Uniti” e d’altra parte, ricorda, l’ipotesi di un intervento è stata esclusa anche da Marco Rubio. L’isola danese è un’area nella quale agiscono molti attori stranieri, chiarisce la presidente del Consiglio, interpretando il messaggio che gli Usa vogliono dare come un blocco a nuove ulteriori ingerenze in un’area “così strategica per la loro sicurezza e per i loro interessi”. Quello che la premier italiana propone all’Europa è di continuare a lavorare per una maggiore presenza della Nato nell’area artica. Una zona fondamentale per tutti, tanto che, anticipa, entro la fine di questo mese il Ministero degli Esteri presenterà una strategia italiana sull’Artico, perché “anche noi capiamo quanto sia strategico e importante oggi occuparsi di questa area del mondo. Nessun dettaglio sul piano, se non che obiettivi sono “preservare l’area artica come zona di pace e di cooperazione”.

Anche se non si dice d’accordo sui metodi usati in Groenlandia, Meloni appoggia Trump sul Venezuela, dove a suo avviso la sinistra italiana “finge di non accorgersi della situazione nella quale versa il popolo”. Vedere degli italiani di estrema sinistra che “spiegano a degli esuli venezuelani che cosa significhi essere venezuelano, lo considero surreale”, denuncia. D’altra parte, “Quale sarebbe l’alternativa?”, si chiede. “Prendere le distanze cosa significa: assaltare i McDonald’s, uscire dalla Nato, chiudere le basi americane? Non sono d’accordo con tutti i miei partner”.

Sull’Ucraina, la leader di Fratelli d’Italia sorvola senza rompere con la Lega a proposito della possibilità che il Dl aiuti non raggiunga i voti in Parlamento (“sarebbe uno sbaglio”, avverte), sottolinea che “Salvini non è filoputiniano”, ma che resta stupita dalla posizione del generale Vannacci (“I soldati sono quelli che capiscono quanto le forze armate siano fondamentali per costruire pace e non per fare la guerra”). Se il Pd ha cambiato idea sull’invio di truppe a Kiev, provoca, “Presenti una mozione”. Sul campo, “non c’è l’opzione dell’intervento di una forza multinazionale con l’ombrello delle Nazioni Unite”, assicura Meloni, spiegando che quello di cui si sta parlando oggi, inserito anche nella definizione degli accordi di pace, è l’istituzione di una forza multinazionale nell’ambito della coalizione dei Volenterosi, senza quindi un ombrello un ombrello Onu. Il principale strumento individuato per costruire un sistema di garanzie di sicurezza ispirato all’articolo 5 della Nato, proposto dall’Italia, è la ragione per cui non ritiene necessario l’invio di truppe a Kiev: “Non contesto le nazioni che lo vogliono fare, ma non lo considero necessario da parte nostra”. Al presidente francese Emmanuel Macron la premier si accoda solo su un punto: “Credo che sia arrivato il momento in cui anche l’Europa parli con la Russia, perché se l’Europa decide di partecipare a questa fase di negoziazioni parlando solo con una delle due parti in campo, credo che alla fine vedrà il contributo positivo che può portare sia limitato”. Propone un inviato speciale per l’Ue che parli con Mosca con una voce sola e non “in ordine sparso”.

Guardando all’Africa, se il 2025 è stato l’anno dell’internazionalizzazione del Piano Mattei, passato a coinvolgere da 9 a 14 Paesi, il 2026 sarà quello dell’espansione. Meloni anticipa di voler presentare i nuovi progetti durante il Summit Italia-Africa in Etiopia, che è anche la sede dell’Unione Africana.

Sul fronte interno, la premier affronta il tema automotive (“una crisi figlia soprattutto di scelte che lavoro per correggere in Europa”) ed ex Ilva (“il dossier industriale più complesso che abbiamo ereditato”). Sull’acciaieria però garantisce: “Nessuna proposta con intento predatorio sarà avallata”. Non ci sarebbero quindi impegni vincolanti da parte del Governo fino a quando noi si potranno dare risposte chiare su “un solido piano industriale, tutela del lavoro e sicurezza della comunità”. Nelle prossime settimane, inoltre, dovrebbe approdare in consiglio dei ministri il Decreto Energia con il quale il governo è al lavoro per abbassare i prezzi ed è in dirittura d’arrivo il Piano Casa per mettere a disposizione 100.000 nuovi alloggi a prezzi calmierati “ragionevolmente nei prossimi dieci anni, al netto delle case popolari”.

A novembre tasso disoccupazione al 5,7%, mai così basso. Meloni: “Avanti su questa strada”

A novembre 2025, il tasso di disoccupazione scende al 5,7% (-0,1 punti), ai minimi dall’inizio delle serie storiche nel 2004 e quello giovanile cala al 18,8% (-0,8 punti). Il numero di occupati è in calo solo rispetto al mese scorso, ma nel confronto annuo, rileva l’Istat, supera quello di novembre 2024 dello 0,7% (+179mila unità), come sintesi della crescita dei dipendenti permanenti (+258mila) e degli autonomi (+126mila) parzialmente compensata dal calo dei dipendenti a termine (-204mila).

Sono risultati che per Giorgia Meloni parlano del lavoro quotidiano di imprese, lavoratori e professionisti e dello “sforzo comune” per rendere il sistema produttivo italiano più solido e competitivo, anche in un contesto complesso. Il Governo, garantisce la premier, “continuerà a fare la propria parte per sostenere chi crea lavoro, investe e produce valore, rafforzando le politiche per l’occupazione e guardando con determinazione al futuro“. Ed esorta: “Avanti su questa strada”.

Il tasso di disoccupazione è anche al di sotto della media dell’Unione europea e dell’area euro: “E’ un grande risultato del paese, di imprenditori, lavoratori e professionisti e quindi è una buona notizia per l’Italia”, sottolinea la ministra del Lavoro, Marina Calderone.

L’Istat certifica “l’efficacia delle politiche economiche del centrodestra”, rivendica il leader di Noi Moderati, Maurizio Lupi, che prosegue: “Si deve continuare su questa strada e puntare sulla crescita e la competitività, per stabilizzare il rilancio dell’economia e aumentare gli stipendi e il potere d’acquisto”.

La lettura è diversa per la capogruppo del Pd alla Camera, Chiara Braga, che osserva come calino gli occupati e aumentino i prezzi della spesa: “Mentre pensioni e salari restano sempre fermi. Dopo tre anni di propaganda, il governo Meloni deve fare i conti con la realtà: servono misure per favorire la crescita e sostenere famiglie e imprese“, afferma la deputata dem.

Se la disoccupazione cala, considera la Fapi, occorre però abbassare il costo del lavoro: “Le imprese possono guardare con rinnovata speranza al futuro ma è urgente intervenire su due fronti decisivi: la semplificazione amministrativa delle procedure autorizzative e la riduzione del costo del lavoro. Solo così sarà possibile consolidare la crescita dell’occupazione e sostenere in modo strutturale il sistema produttivo”, dichiara il presidente, Gino Sciotto. Confimprenditori lamenta una stagnazione dell’economia: “Il calo del tasso di disoccupazione, soprattutto giovanile, è un segnale incoraggiante, ma non sufficiente per descrivere lo stato reale dell’economia italiana”, rileva Stefano Ruvolo. Perché , è la considerazione, il dato occupazionale, da solo, non è indicativo della salute del sistema economico. L’economia reale, in particolare quella delle piccole e medie imprese, è “in una fase di stallo”, insiste. Pensa alle aziende, che continuano a fare i conti con una pressione fiscale tra le più alte d’Europa, che in Italia supera il 42% del Pil, e con un costo del lavoro che resta strutturalmente elevato. In questo contesto, avverte Ruvolo, parlare di ripresa rischia di essere “fuorviante“: “Se non si interviene sul costo del lavoro e sulla fiscalità che grava su chi produce, anche i dati positivi sull’occupazione rischiano di essere temporanei e fragili”. Il quadro è solido ma per Confcommercio resta il nodo dell’occupazione femminile “Nonostante i progressi degli ultimi anni, che hanno visto questa componente dell’occupazione aumentare tra il 2020 ed il 2025 di oltre 870mila unità, il tasso d’inattività femminile rimane ancora superiore al 42%“.

Ucraina, Volenterosi raggiungono l’accordo: forza multinazionale dopo il cessate il fuoco

(Photocredit: Palazzo Chigi)

Sostegno alle forze armate ucraine, istituzione di un sistema di monitoraggio del cessate il fuoco proposto dagli Usa, Impegni vincolanti a sostenere l’Ucraina in caso di un futuro attacco armato da parte della Russia. E, ancora, pianificazione militare coordinata per preparare misure di rassicurazione in aria, in mare e sulla terraferma e impegno ad approfondire la cooperazione a lungo termine con l’Ucraina in materia di difesa. Nel giorno dell’Epifania, la Coalizione dei Volenterosi prova a tracciare – per l’ennesima volta – un piano per sostenere Kiev lungo la strada verso la fine dell’offensiva russa, che sta per entrare nel suo quarto anno. Riuniti a Parigi, i 35 membri della coalizione – tra cui l’Italia – hanno messo nero su bianco le prossime tappe, ma soprattutto hanno riconosciuto per la prima volta una “convergenza operativa” tra la loro attività, l’Ucraina, e gli Usa, ribadendo la necessità di “solide garanzie di sicurezza”. Il presidente Usa, Donald Trump, “sostiene fermamente questi protocolli di sicurezza”, che mirano a “scoraggiare qualsiasi futuro attacco” in Ucraina, ha dichiarato l’inviato speciale Steve Witkoff. L’intesa in cinque punti, però, specifica che tutti sono pronti a intervenire, ma “una volta entrato in vigore il cessate il fuoco”.

Sul fronte militare la Coalizione ha annunciato che continuerà a fornire assistenza militare e armamenti a lungo termine alle forze armate ucraine, come ad esempio “pacchetti di difesa a lungo termine; sostegno al finanziamento dell’acquisto di armi; cooperazione continua con l’Ucraina sul suo bilancio nazionale per finanziare le forze armate; accesso a depositi di difesa in grado di fornire un rapido sostegno supplementare in caso di un futuro attacco armato; fornitura di sostegno pratico e tecnico all’Ucraina nella costruzione di fortificazioni difensive”.

“È importante che la coalizione disponga ora di documenti sostanziali, e non solo di parole”, ha detto il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, sebbene diverse questioni “restino aperte”, come la delicata questione delle concessioni territoriali richieste da Mosca. La Russia, infatti, non cede sulla volontà di avere l’intera regione del Donbass. In ogni caso, ha ribadito Witkoff, sono stati registrati “progressi significativi”.

Lato italiano, la premier Giorgia Meloni ha ribadito il proprio “no” all’invio di truppe in Ucraina, mentre il cancelliere tedesco Friedrich Merz non ha escluso un impegno diretto delle proprie truppe, ma solo in un paese membro della Nato confinante con l’Ucraina. Ora la palla torna nel capo di Mosca.

L’incontro, ha spiegato la presidente del Consiglio, è stato “costruttivo e concreto” e “ha permesso di confermare un alto livello di convergenza tra Ucraina, Stati Uniti, Europa e altri partner”. Il vertice, ha aggiunto, “è stato dedicato all’affinamento delle garanzie di sicurezza ispirate all’articolo 5 dell’Alleanza Atlantica, come da tempo suggerito dall’Italia. Tali garanzie faranno parte di un pacchetto più ampio di intese, da adottare in stretto raccordo con Washington per assicurare la sovranità e l’indipendenza dell’Ucraina, anche attraverso un efficace e articolato meccanismo di monitoraggio dell’auspicato cessate il fuoco e un rafforzamento delle forze militari ucraine”.

 

 

Meloni: Per allontanare guerra serve difesa credibile. Dl armi Kiev slitta ancora

In un tempo in cui le parole guerra e pace tornano quotidianamente nel dibattito politico, capire che “la pace è un bene prezioso quando la si possiede ed è da ricercare con tutte le forze quando la si perde” si può solo se si conosce la guerra e si è “preparati a fronteggiarla“. A tre giorni dal Natale, Giorgia Meloni visita il Comando operativo di vertice interforze per ringraziare gli uomini in divisa impegnati su diversi fronti e che trascorreranno le feste lontani dalle proprie famiglie.

La premier torna sul concetto di deterrenza come strumento indispensabile per la pace: “Non ho mai accettato l’idea di chi contrappone il pacifismo alle forze armate“, insiste, citando ancora, come già ha fatto più volte il ‘si vis pacem para bellum’, ‘chi vuole la pace prepari la guerra’ di Publio Vegezio Renato. “Il punto – spiega – è che il suo non è, come molti pensano, un messaggio bellicista, tutt’altro, è un messaggio pragmatico. Il senso è che solo una forza militare credibile allontana la guerra, perché la pace non arriva spontaneamente, la pace è soprattutto un equilibrio di potenze. La debolezza invita l’aggressore, la forza allontana l’aggressore“. Secondo la prima ministra, la forza degli eserciti sta nella loro credibilità e la diplomazia deve poggiare su “basi solide” che, dice collegata con le missioni internazionali, “voi costruite con il vostro sacrificio, la vostra competenza, la vostra professionalità, con il vostro coraggio. Se riusciremo a riportare pace, l’obiettivo più grande di questo tempo, sarà grazie a voi”.

Intanto, guardando a Est, il decreto armi per Kiev slitta ancora. Dev’essere approvato entro la fine del mese, ma non finisce sul tavolo del consiglio dei ministri neanche oggi. Resta la data del 29 dicembre, ultimo cdm previsto dell’anno: “Fare il decreto per il 2026 l’1 dicembre o il 29 non cambia nulla, perché un decreto legge entra immediatamente in vigore e ci basta che lo sia l’1 gennaio“, chiarisce sui social il ministro della Difesa, Guido Crosetto. “Farlo più tardi possibile – spiega – è solo un modo per avere più tempo per la conversione“.

In maggioranza la posizione non è compatta. La Lega di Matteo Salvini frena nuovi invii di armi: “Lavoriamo perché il decreto si incentri sulla difesa e non sull’attacco alla Russia”, ha sottolineato ieri il vicepremier e ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti. Dalle colonne del Resto del Carlino però il vicepremier e ministro degli Esteri, Antonio Tajani, torna a ripetere che si farà e che riguarderà sia la difesa che le armi: “Io mi auguro che non serva più inviare nessun armamento se si arriva alla pace. Ma, se sarà necessario, ci saranno anche gli invii di materiali militari. E mi pare che la Lega non si sia tirata indietro nei voti“, scandisce. Di “normali velature di opinioni diverse” parla Giovanni Donzelli, deputato FdI alla guida dell’organizzazione del partito, sicuro che la sintesi della leadership arrivi sempre “rapida ed efficace“. Nessuna preoccupazione, giura: “né per la maggioranza né per la tenuta della credibilità dell’Italia. Ne avrei se non ci fossimo noi al governo”. 

Ucraina, promessa mantenuta: Ue sblocca 90 miliardi per Kiev. Ma salta uso asset russi

E’ arrivato nella notte l’accordo dell’Unione europea per il finanziamento degli sforzi bellici dell’Ucraina per almeno due anni attraverso un prestito comune di 90 miliardi di euro, ma senza ricorrere agli asset russi, in merito ai quali l’intesa è saltata. I leader dei 27 Stati membri dovevano trovare a tutti i costi una soluzione duratura per Kiev, che rischiava di rimanere senza fondi già nel primo trimestre del 2026. Si erano impegnati a garantire il sostegno finanziario e militare essenziale dopo la chiusura del rubinetto americano decisa dal presidente Donald Trump.

“È un messaggio decisivo per porre fine alla guerra, perché (Vladimir) Putin farà concessioni solo quando capirà che la sua guerra non gli porterà alcun vantaggio”, ha assicurato il cancelliere tedesco Friedrich Merz al termine dell’accordo raggiunto nel cuore della notte a Bruxelles. Il leader tedesco ha sempre spinto per l’utilizzo dei beni russi congelati in Europa per finanziare il prestito e ha lasciato Bruxelles senza aver ottenuto ciò che voleva, oltre ad essere stato costretto ad accettare un rinvio della firma di un accordo di libero scambio con i paesi sudamericani del Mercosur, ottenuto dalla Francia e dall’Italia.

“Si tratta di un sostegno importante che rafforza davvero la nostra resilienza”, ha commentato il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, che si era recato a Bruxelles per ribadire con forza il suo messaggio, ringraziando i leader europei. “È importante che i beni russi rimangano congelati e che l’Ucraina abbia ricevuto una garanzia di sicurezza finanziaria per gli anni a venire”, ha scritto sul social network X. Anche senza gli asset, l’Ucraina ha comunque la certezza di disporre dei fondi necessari, mentre i combattimenti continuano nonostante le intense trattative in corso.

In mancanza di un accordo sul ricorso ai beni della banca centrale russa, totalmente inedito e ad alto rischio, i 27 si sono accordati su un prestito comune. “Ci siamo impegnati e abbiamo mantenuto la promessa”, ha dichiarato alla stampa il presidente del Consiglio europeo Antonio Costa, che ha guidato i lavori del vertice.

“Garantire 90 miliardi di euro a un altro Paese per i prossimi due anni, non credo che sia mai successo nella nostra storia”, ha affermato il primo ministro danese Mette Frederiksen, il cui Paese detiene la presidenza del Consiglio dell’UE fino alla fine dell’anno. Ora “tornerà utile parlare con Vladimir Putin”, ha affermato il presidente francese Emmanuel Macron. Soddisfatta la premier Giorgia Meloni per essere arrivati a “una soluzione sostenibile sul piano giuridico e su quello finanziario. Sono contenta che abbia prevalso il buon senso, che si sia riusciti a garantire le risorse che sono necessarie, ma con una soluzione che ha una base solida sul piano giuridico e sul piano finanziario”.

Il fabbisogno finanziario di Kiev è stato stimato in 137 miliardi di euro, di cui l’Ue si impegna a coprire i due terzi, ovvero 90 miliardi. Il resto dovrà essere garantito dagli altri alleati dell’Ucraina, come la Norvegia o il Canada. I 27 concederanno a Kiev un prestito a tasso zero, finanziato dal bilancio dell’Unione europea, che l’Ucraina dovrà rimborsare solo se la Russia le pagherà i risarcimenti, ha precisato alla stampa la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen. “Dopo lunghe discussioni”, è chiaro che il ricorso ai beni russi “richiede ulteriore lavoro”, ha riconosciuto nella notte tra giovedì e venerdì un funzionario europeo, sotto copertura di anonimato.

Da settimane l’accordo era bloccato dalla forte riluttanza del Belgio, dove si trova la maggior parte di questi beni congelati, pari a circa 210 miliardi di euro. L’idea era quella di utilizzarli per finanziare un “prestito di risarcimento” di 90 miliardi a favore dell’Ucraina. Ore di trattative, prima tra diplomatici e poi a livello di leader europei, riuniti giovedì sera in conclave, non hanno permesso di raggiungere un compromesso.

Già in ottobre il primo ministro belga Bart De Wever aveva chiesto ai suoi partner garanzie quasi illimitate per scongiurare il rischio di un rimborso anticipato o di ritorsioni russe. E se gli altri paesi dell’Ue si sono detti pronti a dare prova di solidarietà, per loro era comunque fuori discussione firmare un assegno in bianco al Belgio. “I giochi sono fatti, tutti sono sollevati”, ha dichiarato il capo del governo belga al termine del vertice.

“La legge e il buon senso hanno ottenuto una vittoria per il momento”, ha scritto su Telegram Kirill Dmitriev, emissario del Cremlino per le questioni economiche. E’ fallito, aggiunge, un “un uso illegittimo dei beni russi per finanziare l’Ucraina”.

L’accordo sul prestito è stato raggiunto dai 27, ma l’operazione sarà realizzata solo dai 24, con l’esclusione di Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca, tre paesi riluttanti a sostenere finanziariamente l’Ucraina. Giovedì il presidente americano ha nuovamente mostrato impazienza, invitando l’Ucraina ad “agire rapidamente”, prima che la Russia “cambi idea”.

Meloni: “Su asset russi serve base giuridica solida. Non invieremo soldati in Ucraina”

L’Italia non fa mancare l’appoggio per il congelamento dei beni russi ma non avalla, ancora, nessuna decisione sul loro utilizzo. Lo mette in chiaro Giorgia Meloni nelle comunicazioni al Parlamento prima del consiglio europeo di domani e dopodomani. La premier evoca la necessità di una “base giuridica solida”: “Non perché qui siamo amici di Putin, anzi l’esatto contrario: se la base giuridica di questa iniziative non fosse solida regaleremmo alla Russia la prima vittoria vera dall’inizio del conflitto”, spiega.

Bisogna “sì puntare a utilizzare gli asset sovrani russi, perché è giusto che sia Mosca a ripagare per la guerra di aggressione che ha mosso, ma bisogna essere sicuri di fare la cosa giusta“, sottolinea la presidente del Consiglio. Nell’approvare il regolamento sul blocco dei beni, chiarisce di aver voluto ribadire un principio fondamentale: “decisioni di tale portata giuridica, finanziaria e istituzionale – come anche quella dell’eventuale utilizzo degli asset congelati – non possono che essere prese al livello dei leader“.

Il cammino verso la pace, dal punto di vista di Roma, non può prescindere dal legame tra Europa e Stati Uniti, che “non sono competitor in questa vicenda, atteso che condividono lo stesso obiettivo, ma hanno sicuramente angoli di visuale non sovrapponibili, dati soprattutto dalla loro differente posizione geografica”, osserva Meloni. Ma anche dal rafforzamento della posizione negoziale ucraina e dalla tutela degli interessi dell’Europa, che “per il sostegno garantito dall’inizio del conflitto, e per i rischi che correrebbe se la Russia ne uscisse rafforzata, non possono essere ignorati e il mantenimento della pressione sulla Russia, ovvero la nostra capacità di costruire deterrenza, di rendere cioè la guerra non vantaggiosa per Mosca”, avverte.

Il nodo dei territori, le quattro regioni ucraine dichiarate annesse dalla Russia alla fine del 2022 e oggi sotto controllo ucraino, “è chiaramente lo scoglio più difficile da superare nella trattativa”, afferma Meloni, invitando a “riconoscere la buona fede del presidente ucraino, che è arrivato a proporre un referendum per dirimere questa controversia, proposta, però, respinta dalla Russia”. In ogni caso, sul tema, insiste, “ogni decisione dovrà essere presa tra le parti e nessuno può imporre da fuori la sua volontà”. Per la prima ministra, la Russia “si è impantanata in una durissima guerra di posizione a costo di enormi sacrifici”. È importante quindi “mantenere la pressione economica” su Mosca, scandisce, confermando che “l’Italia non invierà soldati in Ucraina”.

Ucraina, Mosca non cede su Donbass e truppe Nato. E smentisce Trump: “Non ha sentito Putin”

Nuovo incontro, forse a Miami, nel fine settimane tra Usa e Ucraina, “con gruppi di lavoro e personale militare che esamineranno le mappe”. Ad anticiparlo è Axios citando alcune fonti americane. Le parti hanno fatto progressi sulle garanzie di sicurezza per Kiev ma il nodo dei territori non è stato sciolto. Secondo Axios, i funzionari ucraini e europei sono rimasti “sorpresi” dalla disponibilità degli Stati Uniti a offrire molte garanzie in materia di sicurezza.

Dal canto suo la Russia respinge le richieste di una tregua natalizia, chiude alla presenza di truppe Nato in Ucraina e rifiuta qualsiasi tipo di compromesso sul Donbass. Il giorno dopo il vertice di Berlino che aveva alimentato speranze di pace, cala il gelo da Mosca. “Siamo aperti a discutere possibili soluzioni. Tuttavia, in nessuna circostanza siamo disposti a sostenere, approvare o addirittura tollerare la presenza di truppe Nato sul territorio ucraino”, ha affermato il viceministro degli Esteri russo Sergei Ryabkov in un’intervista ad ABC News . Alla domanda se la Russia sarebbe disposta a schierare forze europee in Ucraina al di fuori del quadro Nato, Ryabkov ha risposto: “No, no, e ancora no”. “Una ‘coalizione dei volenterosi’ è essenzialmente la stessa cosa. Anzi, potrebbe essere anche peggio, poiché tali accordi potrebbero essere stipulati aggirando le consuete procedure della Nato, che, nonostante tutte le loro carenze, rimangono più o meno stabili”, ha spiegato il viceministro russo.

Intanto, da Berlino, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, ha lasciato intendere che le proposte negoziate con gli statunitensi su un accordo di pace potrebbero essere finalizzate entro pochi giorni, dopodiché gli inviati americani le presenteranno al Cremlino. Di fatto, il Congresso Usa deve votare sulle garanzie di sicurezza e che si aspettava che una serie di documenti definitivi fosse preparata “oggi o domani”. Dopodiché, ha spiegato Zelensky, gli Usa dovrebbero tenere consultazioni con i russi, seguite da incontri ad alto livello che potrebbero aver luogo già questo fine settimana.

Domenica e lunedì, il presidente ucraino ha negoziato a Berlino con gli inviati statunitensi Steve Witkoff e Jared Kushner, genero Trump, nel tentativo di raggiungere un compromesso su un piano per porre fine ai combattimenti. Al centro delle discussioni c’era la protezione che l’Ucraina avrebbe ricevuto dagli americani dopo un potenziale cessate il fuoco, volto a dissuadere Mosca dal lanciare un’altra invasione. Zelensky ha parlato di “progresso”, mentre il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha elogiato le “notevoli” proposte americane. Gli Stati Uniti hanno dichiarato di offrire garanzie di sicurezza “molto solide”, ritenute accettabili dalla Russia. Queste garanzie sarebbero simili a quelle dell’articolo 5 del trattato Nato, che prevede l’assistenza militare degli alleati. Tuttavia, l’Ucraina non aderirebbe all’Alleanza, in linea con quanto Mosca chiede da anni.

Il documento firmato dalla la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, il presidente del Consiglio Ue, Antonio Costa, il cancelliere tedesco Friedrich Merz, il presidente francese, Emmanuel Macron e i premier di Danimarca, Mette Frederiksen, Finlandia, Alexander Stubb, Paesi Bassi, Dick Schoof, Polonia, Donald Tusk, Svezia, Ulf Kristersson e Regno Unito, Keir Starmer, e dalla premier italiana Giorgia Meloni menziona poi “un meccanismo di monitoraggio e verifica del cessate il fuoco guidato dagli Stati Uniti” e sottolinea che “ora spetta alla Russia dimostrare la propria volontà di lavorare per una pace duratura”. Questo formato Ucraina-Usa-Europa è il primo dalla presentazione del piano statunitense a novembre, ritenuto troppo favorevole a Mosca nel continente europeo. Rimane tuttavia un disaccordo fondamentale: il tema delle concessioni territoriali all’Ucraina richieste dalla Russia. “Ci sono questioni complesse, in particolare quelle riguardanti i territori (…). Ad essere sinceri, abbiamo ancora posizioni diverse” con gli Stati Uniti, ha affermato Zelensky.

Nel frattempo, l’Ue sta cercando di raggiungere finalmente un accordo sull’utilizzo di decine di miliardi di euro di beni russi congelati, principalmente detenuti in Belgio, per sostenere l’esercito ucraino e gli sforzi di ricostruzione. Dal Consiglio europeo di giovedì e venerdì prossimi “ci si aspetta una decisione” sull’uso degli asset russi per finanziare il prestito all’Ucraina, ha dichiarato un funzionario Ue. “Spetta ai leader decidere, ma tutti sono pienamente consapevoli della sproporzionata posta in gioco per il Belgio al prestito di riparazione e questo viene ampiamente preso in considerazione”, ha aggiunto. Inoltre, “il negoziato sul prestito di riparazione si è incentrato sulla condivisione di qualsiasi rischio o costo che potrebbe derivare per il Belgio”, ha evidenziato”. La decisione avrà bisogno della maggioranza qualificata. “Sappiamo che a 27 non sarà possibile. Speriamo di rimanere il più vicino possibile a 26”, ha osservato

Cucina italiana patrimonio umanità. Meloni: “Siamo i primi al mondo”

La cucina italiana è patrimonio immateriale dell’umanità. Il Comitato intergovernativo dell’Unesco, riunito a New Delhi, ha detto di sì. Per la prima volta, a essere riconosciuto non è un singolo piatto, una pratica gastronomica o un disciplinare, ma l’intera cucina di un Paese, una concezione del cibo, un modo di stare a tavola.

La cucina italiana nel complesso, con le sue varianti regionali, entra in lista insieme ad altri patrimoni immateriali già riconosciuti per l’Italia: la dieta mediterranea, l’arte dei pizzaioli napoletani, la cavatura del tartufo, la viticoltura ad alberello di Pantelleria e i paesaggi vitivinicoli di Langhe, Roero e Monferrato. “Questo riconoscimento onora quello che siamo, la nostra identità, perché per noi italiani la cucina non è solo cibo, non è solo un insieme di ricette, è molto di più, è cultura, tradizione, lavoro, ricchezza“, festeggia la premier, Giorgia Meloni, che ricorda come la cucina italiana nasca da filiere agricole che “coniugano qualità e sostenibilità” e custodisca un “patrimonio millenario che si tramanda di generazione in generazione”. E’ un primato, rivendica, “che non può che inorgoglirci, che ci consegna uno strumento formidabile per valorizzare ancora di più i nostri prodotti, proteggerli con maggiore efficacia da imitazioni e concorrenza sleale“. Oggi l’Italia esporta 70 miliardi di euro di agroalimentare, è la prima economia in Europa per valore aggiunto nell’agricoltura: “Questo riconoscimento imprimerà al Sistema Italia un impulso decisivo per raggiungere nuovi traguardi”, assicura Meloni.

La cucina italiana è anche salute, promuove le nostre aziende agricole, i nostri agricoltori sono i migliori custodi della nostra terra e migliori difensori dell’ambiente“, scandisce il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, in India, confermando che questo riconoscimento “incoraggia il governo a fare ancora di più per promuovere, proteggere e condividere l’eccellenza della cucina del nostro paese e il nostro miglior saper fare”.

‘La cucina italiana, tra sostenibilità e diversità bioculturale‘ è il dossier, curato dall’Ufficio Unesco del Ministero della Cultura e redatto dal giurista Pier Luigi Petrillo con il coordinamento scientifico dello storico dell’alimentazione Massimo Montanari, a capo di un comitato di esperti. A promuoverlo, sul fronte istituzionale, sono stati soprattutto il ministero dell’Agricoltura guidato da Francesco Lollobrigida e il Ministero della Cultura, guidato da Alessandro Giuli. “Oggi l’Italia ha vinto ed è una festa che appartiene a tutti perché parla delle nostre radici, della nostra creatività e della nostra capacità di trasformare la tradizione in valore universale”, commenta Lollobrigida, parlando di una “festa delle famiglie che tramandano sapori antichi, degli agricoltori che custodiscono la terra, dei produttori che lavorano con passione, dei ristoratori che portano nel mondo il valore autentico dell’Italia“. Il ministro dell’Agricoltura conferma che questo riconoscimento sarà uno strumento in più per contrastare “chi cerca di approfittare del valore che tutto il mondo riconosce al Made in Italy e rappresenterà nuove opportunità per creare posti di lavoro, ricchezza sui territori e proseguire nel solco di questa tradizione che l’Unesco ha riconosciuto come patrimonio dell’Umanità”.

Il traguardo è storico, fa eco Giuli: “A essere tutelato non è un singolo piatto, ma l’intero sistema della cucina italiana, inteso come patrimonio vivente fatto di pratiche, ritualità, rispetto della stagionalità e trasmissione di saperi tra generazioni. Con la giornata di oggi la cucina italiana conferma il suo valore culturale, sociale e identitario, nonché il suo ruolo nella costruzione di una memoria collettiva condivisa”.

Ucraina, Zelensky vede Papa e Meloni. La premier: Italia farà propria parte. Pressing Trump su piano pace

Un colloquio “eccellente” con la premier italiana Giorgia Meloni. Un invito a Kiev a papa Leone XIV e la promessa di inviare “nei prossimi giorni”, probabilmente domani, a Washington la proposta ucraina del piano Trump per porre fine alla guerra. Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky sta proseguendo il suo tour degli alleati europei facendo tappa oggi in Italia. “Mi fido di lei, ci aiuterà”, ha dichiarato il leader ucraino in uscita dall’hotel a Parioli prima di incontrare la premier a Palazzo Chigi. Durante il colloquio, durato circa un’ora e mezza, Meloni ha ribadito “la solidarietà al popolo ucraino e assicurato che l’Italia continuerà a fare la sua parte anche in vista della futura ricostruzione dell’Ucraina”. I due leader, hanno fatto sapere da Palazzo Chigi, hanno analizzato “lo stato di avanzamento del processo negoziale e condiviso i prossimi passi da compiere per il raggiungimento di una pace giusta e duratura” per Kiev. In questo senso, hanno precisato da Roma, è importante “un’unità di vedute tra partner europei e americani e del contributo europeo a soluzioni che avranno ripercussioni sulla sicurezza del continente”. Pari attenzione è stata rivolta, nel corso del colloquio, “ai temi della definizione di robuste garanzie di sicurezza che impediscano future aggressioni e del mantenimento della pressione sulla Russia affinché sieda al tavolo negoziale in buona fede”.

Dal canto suo Zelensky ha espresso apprezzamento per “il fatto che l’Italia sia attiva nel processo di ricerca di idee efficaci e nell’individuazione di misure per avvicinare la pace”. “Contiamo molto sul sostegno italiano in futuro: questo è importante per l’Ucraina” ha ribadito ringraziando Roma in particolare “per il pacchetto di supporto energetico e per le attrezzature necessarie”. In una conversazione con il Ministro degli Esteri ucraino, Andrii Sybiha, il vicepremier Antonio Tajani ha confermato che è in arrivo il 12° pacchetto di aiuti militari, oltre che forniture e generatori per sostenere popolazione e infrastrutture energetiche”. La scorsa settimana, il governo aveva rinviato la decisione sul rinnovo degli aiuti militari all’Ucraina, la cui scadenza è prevista per il 31 dicembre. “Restiamo saldamente al fianco di Kiev: l’Italia continuerà a fare la sua parte per la ricostruzione e per arrivare in tempi rapidi alla pace”, ha concluso il titolare della Farnesina.

In questi giorni Zelensky sta ricevendo pressioni perché invii a Washington la ‘versione ucraina’ del piano Trump. “Le componenti ucraina ed europea sono ora più avanzate e siamo pronti a presentarle ai nostri partner americani”, ha scritto il presidente ucraino su Telegram ipotizzando che il piano possa essere inviato a Trump già domani. Secondo funzionari statunitensi, gli inviati del presidente americano hanno concesso a Zelensky “pochi giorni” per rispondere alla proposta di accordo di pace che richiede comunque all’Ucraina di accettare perdite territoriali in cambio di garanzie di sicurezza statunitensi non specificate. Secondo il  Financial Times, il presidente ucraino avrebbe riferito ai suoi omologhi europei di essere stato pressato, durante una chiamata di due ore sabato, dall’inviato speciale di Trump, Steve Witkoff, e dal genero del presidente statunitense, Jared Kushner, a prendere una decisione rapida. Una persona a conoscenza della tempistica proposta a Kiev ha affermato che Trump sperava in un accordo raggiunto “entro Natale”. Zelensky, hanno riferito i funzionari, ha detto agli inviati statunitensi di aver bisogno di tempo per consultarsi con gli altri alleati europei prima di reagire alla proposta di Washington, che Kiev teme possa incrinare l’unità occidentale se gli Stati Uniti andranno avanti senza l’adesione europea. Secondo il leader ucraino, la questione territoriale e le garanzie di sicurezza internazionale sono tra i principali punti critici. “Stiamo considerando la cessione di territori? Non abbiamo alcun diritto legale di farlo, secondo la legge ucraina, la nostra Costituzione e il diritto internazionale. E non ne abbiamo nemmeno il diritto morale”, ha affermato. “La domanda cruciale è cosa saranno disposti a fare i nostri partner in caso di ulteriore aggressione russa. Finora non abbiamo ricevuto alcuna risposta a questa domanda”. Da Mosca, in un discorso televisivo, oggi il presidente russo Vladimir Putin ha descritto la regione del Donbass, nell’Ucraina orientale, come “territorio storico” della Russia.

Mantenendo la pressione su Kiev, Trump ha dichiarato in un’intervista a Politico che l’Ucraina, che “ha perso molto territorio”, dovrebbe indire elezioni, accusando Kiev di “usare la guerra” per evitarle. “Per le elezioni sono sempre pronto”, ha risposto da Roma Zelensky.

Il sostegno e l’impegno per “una pace giusta e duratura” sono arrivati anche da papa Leone XIV che in mattinata ha ricevuto Zelensky a Castel Gandolfo. “Il Santo Padre – si legge nella nota della sala stampa del Vaticano – ha ribadito la necessità di continuare il dialogo e rinnovato il pressante auspicio che le iniziative diplomatiche in corso possano portare ad una pace giusta e duratura”. Inoltre, “non è mancato il riferimento alla questione dei prigionieri di guerra e alla necessità di assicurare il ritorno dei bambini ucraini alle loro famiglie”.  In risposta il presidente ucraino ha invitato il Pontefice a visitare l’Ucraina, “perché sarà un forte segnale di sostegno per il nostro popolo”.

Auto, Meloni e altri leader a Ue: “Riconoscere ibride e biocarburanti dopo 2035”

L’Unione europea dovrebbe riconoscere le auto ibride e i biocarburanti nel settore automotive anche dopo il 2035. È quanto chiede la premier Giorgia Meloni, insieme ai primi ministri di Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia, in una lettera indirizzata alla presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, e ai presidenti del Consiglio europeo, Antonio, Costa, Parlamento europeo, Roberta Metsola, e alla prima ministra danese, Mette Frederiksen, in qualità di presidente di turno del Consiglio dell’Ue. La richiesta arriva a pochi giorni dalla data cruciale del 10 dicembre, quando la Commissione europea sarà chiamata a decidere – tra le altre cose – sulla revisione delle norme che impongono lo stop dei motori endotermici dal 2035. La lettera segue quella inviata venerdì scorso dal cancelliere tedesco Friedrich Merz a von der Leyen, nel quale ribadiva sostanzialmente la stessa richiesta presentata oggi. Proposte ribadite più volte anche dall’Acea, l’associazione europea dei costruttori di automobili.

I leader sottolineano “la necessità per l’Unione europea di abbandonare, una volta per tutte, il dogmatismo ideologico che ha messo in ginocchio interi settori produttivi, peraltro con scarsi o quasi nessun beneficio tangibile in termini di emissioni globali“. Ecco perché, dicono, “applicare pienamente il principio di neutralità tecnologica è fondamentale: è evidente che non esiste una soluzione magica sulla strada della decarbonizzazione e imporre un’unica soluzione tecnologica frena la ricerca, l’innovazione e la concorrenza virtuosa”. E questo è “particolarmente vero e urgente per l’industria automobilistica europea” che “sta drammaticamente soffrendo le attuali politiche dell’Ue e che necessita di risposte immediate”.

Fondamentale, dicono Meloni e gli altri firmatari, che la prossima revisione del regolamento europeo “confermi, anche dopo il 2035, il ruolo dei veicoli elettrici ibridi plug-in (Phev), della tecnologia delle celle a combustibile e introduca il riconoscimento dei veicoli elettrici con estensori di autonomia (Erv), nonché di altre tecnologie future che potrebbero contribuire all’obiettivo di riduzione delle emissioni”.

In particolare, “la proposta dovrebbe riconoscere il ruolo dei carburanti a zero, basse emissioni di carbonio e rinnovabili nella decarbonizzazione dei trasporti, incluso il trasporto su strada, classificando anche i biocarburanti (carburanti rinnovabili) come carburanti a zero emissioni di carbonio”.

Il Regolamento europeo sulle emissioni di Co2 per le autovetture e i veicoli leggeri, scrivono i firmatari della lettera, “fornisce già uno strumento efficace per la decarbonizzazione del settore automobilistico”. Pertanto, la proposta della Commissione “dovrebbe concentrarsi principalmente su buone pratiche, incentivi fiscali e programmi di sostegno e riflettere un approccio tecnologicamente neutrale nel promuovere la transizione verso veicoli a basse e zero emissioni”, dettagliano.

Inoltre, “limitare le flotte aziendali esclusivamente ai veicoli a zero emissioni comprometterebbe la competitività delle imprese, in particolare delle piccole e medie imprese, e introdurrebbe nuovi oneri economici e amministrativi. Includere i veicoli pesanti nell’ambito di applicazione del Regolamento sarebbe dirompente anche per l’intero sistema dei trasporti”, sottolineano. Per i leader, “siamo a un punto di svolta sia per l’industria automobilistica e dei componenti per auto dell’Unione europea, sia per l’azione europea per il clima. Possiamo e dobbiamo perseguire il nostro obiettivo climatico in modo efficace, senza nel frattempo compromettere la nostra competitività, poiché non c’è nulla di verde in un deserto industriale”.