Asse Roma-Berlino in Ue. Ma Macron gioca la carta del debito comune europeo

L’Italia gioca una partita cruciale negli equilibri interni all’Unione europea. Da un documento preparato a sei mani prende forma un asse che parte a Roma, raggiunge Berlino e arriva fino a Bruxelles, ma sponda governo belga. Di quello discuteranno Giorgia Meloni, Friedrich Merz e Bart De Wever, nel pre-vertice di domani al castello di Alden Biesen, prima di prendere parte, assieme agli altri capi di Stato e di governo Ue, al vertice informale voluto da Antonio Costa, cui parteciperanno anche Mario Draghi e Enrico Letta, autori dei due Report su cui da almeno un anno l’establishment continentale si interroga.

Con l’intensificarsi del braccio di ferro tra Usa e Cina, però, diventa urgente passare dalle parole ai fatti. Ecco perché Italia, Germania e Belgio provano il ‘sorpasso’ con un testo che ha alcuni capisaldi precisi: “Rafforzare la competitività dell’Europa in tutti i settori, concentrandosi sull’integrazione del mercato unico, sulla semplificazione normativa e sulla riduzione dei prezzi dell’energia, nonché su una politica commerciale ambiziosa”. Per essere più precisi, la proposta è: “Per ogni nuova norma se ne cancellino due”, spiega al question time della Camera il vicepremier, Antonio Tajani. L’obiettivo del documento, messo nero su bianco, è quello di “raggiungere un accordo in occasione del Consiglio europeo di marzo e inserire questa Agenda nelle conclusioni”.

A colpo d’occhio manca un nome in calce al documento, quello di Emmanuel Macron. Non è una scelta casuale. Il ritrovato slancio delle relazioni tra Meloni e Merz sta mettendo un po’ in secondo ordine lo storico asse franco-tedesco, sebbene sia presto per darlo per sepolto. Da Anversa, infatti, il presidente della Repubblica francese rilancia con il debito comune Ue, che è uno dei pallini della politica europea di Meloni, ma non del cancelliere tedesco.

Domani, dunque, ci saranno due linee parallele ma non distanti. Toccherà capire se intrecciabili o se si tratta di due rette. Da un lato Italia, Germania e Belgio che chiedono, tra le altre cose, “un 28esimo regime giuridico entro la fine dell’anno per superare la frammentazione dei sistemi nazionali e sostenere l’espansione delle imprese innovative”, oltre a “un’ulteriore semplificazione normativa, poiché gli oneri amministrativi eccessivi continuano a ostacolare l’espansione delle imprese, l’innovazione e la competitività”, in particolare nel pacchetto sull’automotive “la revisione del Cbam e la futura revisione dell’Ets dovranno concentrarsi sull’eliminazione di tutti gli oneri non necessari per l’industria e sulla piena applicazione del principio di neutralità tecnologica”. Allo stesso tempo “la rapida conclusione di accordi di libero scambio ambiziosi, negoziati più rapidi, accordi esclusivamente Ue e azioni decisive per contrastare le pratiche sleali e salvaguardare la parità di condizioni e i nostri interessi in materia di politica commerciale”. Dall’altro ci sarà la Francia, con un’idea ben precisa per competere contro le politiche di Donald Trump e quelle di Pechino: “Se vogliamo investire a sufficienza in difesa e sicurezza spaziale, tecnologie pulite, intelligenza artificiale e informatica quantistica e trasformare la nostra produttività e competitività, l’unica soluzione è emettere debito comune”.

Osservatori interessati sono gli industriali. Dall’Italia arriva, infatti, il monito di Confindustria: “In qualità di seconda potenza industriale ed esportatrice d’Europa, chiediamo all’Unione europea di sospendere temporaneamente il Sistema di Scambio delle Emissioni (ETS) per il settore manifatturiero, la produzione termoelettrica a gas, il trasporto marittimo, gli edifici e la mobilità”, dice il presidente, Emanuele Orsini. Spiegando che “in un contesto geopolitico profondamente cambiato, l’Ets, nella sua attuale configurazione, ha mostrato tutti i suoi limiti, trasformandosi da strumento di decarbonizzazione a veicolo di speculazione finanziaria”.

Maltempo, Meloni in Sicilia: “Dispiaciuta da polemiche per i 100 mln, al lavoro sul decreto”

Il sorvolo in elicottero sui luoghi della catastrofe in Sicilia, poi un sopralluogo a Niscemi, la città che crolla. Quindi, un vertice a Catania con il Ministro per la Protezione Civile Nello Musumeci, il presidente della Regione Sicilia, Renato Schifani, il Capo Dipartimento della Protezione Civile, Fabio Ciciliano, sindaci e prefetti di Catania, Messina e Siracusa. La premier Giorgia Meloni trascorre la giornata a fare il punto sugli strascichi del ciclone Harry e si confessa “dispiaciuta” dalle polemiche: “Abbiamo accompagnato lo stato d’emergenza con un primo stanziamento di 100 milioni di euro, devo dire che sono dispiaciuta per le polemiche, soprattutto qui in Sicilia. Nelle riunioni fatte con i presidenti prima dello stanziamento abbiamo ampiamente chiarito che si è trattato di un primissimo stanziamento emergenziale, per dare intanto un contributo immediato a cittadini e imprese”, scandisce durante il vertice di Catania.

La presidente del Consiglio ribadisce la “massima attenzione” del Governo per l’emergenza e ricorda che l’esecutivo sta lavorando alla definizione del decreto-legge di assegnazione delle risorse necessarie. A Niscemi, promette, non si verificherà quello che è successo con la frana del 1997, quando gli interventi arrivarono anni dopo: “Il Governo agirà velocemente con gli indennizzi”, dice al sindaco Massimiliano Conti e si impegna a fissare un nuovo incontro tra circa due settimane per prendere decisioni più dettagliate, alla luce delle necessarie informazioni.

La frana nel paese nisseno che ha portato all’evacuazione di 1500 persone è ancora attiva. La premier conferma l’impegno per assistere gli sfollati, a favore dei quali è stato già previsto un contributo per la sistemazione, per ripristinare la viabilità, la ripresa dell’attività scolastica e la funzionalità della rete di forniture di gas ed energia elettrica. A rendere complesso il quadro è l’impossibilità, finché la frana rimarrà attiva, di identificare con esattezza l’area su cui intervenire e stabilire di conseguenza le modalità di intervento.

Intanto con un ordine del giorno la Regione guidata da Renato Schifani vota (a scrutinio segreto) per utilizzare per l’emergenza i fondi destinati al Ponte sullo Stretto di Messina. La stessa proposta avanzata dal Pd: “Mettiamo questi fondi a servizio dei territori che stanno soffrendo. Chiediamo risorse, di sospendere i tributi per i cittadini colpiti, chiediamo pure di fare un grande piano di prevenzione del dissesto idrogeologico perché il nostro Paese è troppo fragile. Questo è l’effetto del cambiamento climatico, che rende più frequenti e intensi gli eventi estremi”, afferma la segretaria, Elly Schlein, in conferenza stampa. Il Movimento 5 Stelle invece stanzia un milione di euro dai tagli degli stipendi degli eletti “Noi possiamo agire come sempre abbiamo fatto”, spiega il leader, Giuseppe Conte. “Ovviamente la parte da leone la deve fare il governo con grande speditezza. I soldi ci sono e si possono prendere sicuramente da quel progetto faraonico del Ponte sullo Stretto, ricordiamo che in quei 13 miliardi ci sono anche i soldi dei fondi di coesione della Sicilia e della Calabria”.

Per Musumeci a Niscemi si è trattato di una sciagura “annunciata”. Che quel terreno fosse franoso “lo sapevano anche i bambini. Le esperienze passate purtroppo non hanno insegnato nulla”. E sui soldi del ponte: “Non sono iscritto al partito del Benaltrismo – replica a Schlein e Conte -. Il ponte è necessario, come le infrastrutture idriche. I soldi ci sono stati in passato, ma destinati altrove. Abbiamo costituito una struttura nazionale che si occupa solo di siccità”. La pioggia “è solo una concausa. Ma non la sola. La pianificazione urbanistica di quell’area non ha tenuto conto della fragilità del suolo. Troppa pressione antropica, lì non si doveva costruire”.

Passo indietro di Trump: niente dazi per la Groenlandia. Meloni: “Scelta positiva”

Un passo in avanti e due indietro. Dopo lo show sul palco di Davos, nella serata di mercoledì il presidente Usa, Donald Trump, prova a distendere i toni e sul suo social Truth annuncia la sospensione dei dazi – che avrebbero dovuto entrare in vigore il 1° febbraio – per i Paesi europei che hanno inviato truppe in Groenlandia. La decisione, dice, è stata presa “sulla base di un incontro molto produttivo che ho avuto con il segretario generale della Nato, Mark Rutte”, con il quale è stato definito “il quadro di un futuro accordo relativo alla Groenlandia e, di fatto, all’intera regione artica. Questa soluzione, se portata a termine, sarà ottima per gli Stati Uniti d’America e per tutti i paesi della Nato”. I dettagli di questo “quadro” non vengono esplicitati, ma lo stop alle nuove tariffe di ritorsione ha il merito di distendere la tensione.

“Accolgo con favore l’annuncio del presidente Trump di sospendere l’imposizione dei dazi prevista per il 1° febbraio nei confronti di alcuni Stati europei. Come l’Italia ha sempre sostenuto, è fondamentale continuare a favorire il dialogo tra nazioni alleate”, commenta in serata la premier Giorgia Meloni, che già durante la registrazione di ‘Porta a porta’ definisce “un errore” l’imposizione di nuove tariffe. L’invio di truppe, dice a Bruno Vespa, è stato visto da Washington “come un attacco nei confronti degli Usa. Io credo che invece fosse il tentativo di rispondere a un’esigenza che anche gli americani pongono ed è la ragione per la quale ho chiamato Donald Trump e gli ho detto ‘Credo che non sia un errore la previsione o la minaccia di aggiungere dazi a quelle nazioni che avevano fatto questa scelta’. Ma una parte di questi problemi è dovuta a un’assenza di comunicazione che bisogna ripristinare”.

E se la partita commerciale è ora a un punto fermo, resta da capire quanto ci sia di vero nel fiume di parole di Trump sul palco di Davos. Quasi un’ora e 20 minuti di discorso mescolando politica interna, difesa, energia, sicurezza nazionale, insulti più o meno velati agli altri Paesi. E, ancora dazi, Ucraina, Iran. Dal palco del World Economic Forum il tycon sembrava voler tirare dritto sulla Groenlandia. “Un blocco di ghiaccio”, così l’ha definito più volte, “molto vasto, poco sviluppato, quasi totalmente disabitato, quasi totalmente non difeso, in una posizione strategica tra Stati Uniti, Cina e Russia”, che solo gli Usa “sono capaci di mettere in sicurezza”. Nessun altro. Tanto meno la Danimarca, “un piccolo e bel Paese” che, però, “non ha mai fatto nulla”. La stessa premier Meloni considera “reale” il tema della sicurezza, ma “irrealistica” l’invasione militare da parte degli Stati Uniti.

La richiesta di Tump è comunque chiara: “Vogliamo la Groenlandia e se dite di no ce lo ricorderemo”, quindi servono “negoziati immediati” per l’acquisizione dell’isola. Il repubblicano ha chiesto proprio “un atto di proprietà” perché “legalmente non è difendibile adesso e poi dal punto di vista psicologico è importante avere un accordo, un titolo di proprietà”. Nella sua visione, l’annessione – di fatto – della Groenlandia può diventare “positiva, un driver per l’economia” non solo per gli stessi Usa, ma anche per l’Europa e questo, assicura, “non sarà mai una minaccia alla Nato”. Alleanza verso cui, però, avanza più di una stoccata. “Non ha mai fatto niente per noi – dice Trump – noi ci siamo stati e ci saremo al 100 ma non so se la Nato ci sarà per noi, è una sorta di sveglia”.

Poi, con un numero di giocoleria dialettica, il monito: “Non abbiamo mai chiesto niente e non abbiamo mai avuto niente a meno che io non decida di utilizzare una forza eccessiva, ma sarebbe inarrestabile, e io non lo farò”.

Nuove rotte e ricerca, Italia lancia piano Artico. Meloni: Ue e Nato colgano opportunità

Non più solo una frontiera geografica distante e remota ma un quadrante fondamentale e nevralgico del Pianeta in cui si giocano i futuri equilibri della sicurezza globale, dell’energia e del commercio marittimo.

Con queste premesse il governo ha presentato oggi a Villa Madama il documento strategico ‘La Politica Artica Italiana’, una roadmap tricolore per avvicinarsi ad una regione in rapidissima trasformazione. All’evento hanno partecipato tre ministri (Esteri, Difesa, Ricerca), come a sottolineare la trasversalità di una sfida che unisce diplomazia, forze armate e scienza. Pur non essendo un Paese artico, infatti, l’Italia rivendica il proprio ruolo di partner strategico, mossa dalla necessità di tutelare i propri interessi nazionali.

La strategia prevede infatti il monitoraggio dell’inquinamento globale e dell‘impatto dello scioglimento dei ghiacci sul livello dei mari, il consolidamento del ruolo italiano come “osservatore permanente” nel Consiglio Artico, supporto alle imprese italiane nei settori della sensoristica, della navigazione satellitare e delle infrastrutture resilienti.

Anche la premier Giorgia Meloni, in un messaggio letto ad inizio evento, ha voluto delineare la strategia italiana: “Siamo convinti che l’Artico debba essere sempre una priorità dell’Ue e della Nato e che l’alleanza atlantica debba cogliere l’opportunità di sviluppare nella regione una presenza coordinata e capace di prevenire tensioni e rispondere alle ingerenza di altri attori”. Per queste ragione l’Italia intende “preservare l’Artico come area di pace, cooperazione e prosperità”. La nuova strategia italiana per l’Artico mira proprio “a rafforzare il ruolo dell’Italia come partner affidabile, capace di promuovere cooperazione, sostenibilità e innovazione”.

Il vicepremier e Ministro degli Esteri Antonio Tajani, padrone di casa a Villa Madama, ha annunciato poi un’iniziativa concreta, ovvero una prossima missione imprenditoriale italiana nell’area: “Stiamo preparando insieme alla nostra ambasciata a Copenaghen una missione imprenditoriale dedicata al tema Artico. Siamo osservatori del Consiglio Artico ma siamo anche parte attiva, vuol dire lavorare in maniera costruttiva a livello industriale”.

Anche per il ministro della Difesa, Guido Crosetto, l’Artico “è destinato a diventare una delle aree più strategiche del pianeta nei prossimi anni, soprattutto sul piano della sicurezza e della competizione geopolitica”. Per questo motivo servono regole “che non creino altre fratture, in un mondo che ne ha già troppe“. Il pericolo numero uno resta la Russia, “con gran parte delle sue risorse che saranno spostate nell’Artico” al termine del conflitto in Ucraina. Anche perché il “cambiamento climatico creerà in Artico linee di comunicazione nuove”, come la Northern Sea Route, “che incideranno sul 40-50% dei passaggi a Suez“. Crosetto rifiuta quindi contributi simbolici. “Quindici soldati in Groenlandia sono una gita”, spiega invocando una partecipazione strutturata comandata dalla Nato.

Investire sull’Artico non vuol dire cominciare da zero, aggiunge la ministra dell’Università e della Ricerca, Anna Maria Bernini.La nostra strategia – ricorda – mette insieme opportunità ed esperienze sedimentate nel tempo. Abbiamo iniziato a investire cinquant’anni fa con capitale umano e infrastrutture”. A testimonianza del ruolo italiano, inoltre, Il 3-4 marzo il mondo Artico verrà nel nostro Paese per l’Arctic Circle Forum Polar Dialogue. “Riuniremo rappresentanti governativi, imprenditori e ricercatori per parlare di questa regione”, assicura la ministra.

Da domani missione di Meloni in Oman, Giappone e Corea del Sud

Giorgia Meloni si prepara a partire per una missione che attraverserà l’Asia e toccherà l‘Oman, il Giappone, la Corea del Sud.

Prima tappa il Sultanato dove domani, 14 gennaio, la premier sarà rivedrà Haitham bin Tariq Al Said a poco più di un mese, dopo l’ultimo bilaterale di Manama il 3 dicembre, in occasione del Vertice del Consiglio di Cooperazione del Golfo, ospiti del Re del Bahrein. Dialogo politico ed economico al centro e cooperazione bilaterale in campo di difesa, giustizia, cultura, istruzione, ricerca, sport e politiche sociali. Senza trascurare i nodi regionali, a cominciare dalla situazione in Medio Oriente, in Yemen e Iran.

Quindi, la presidente del Consiglio volerà a Tokyo, dove il 16 gennaio è previsto un incontro bilaterale con la premier Sanae Takaichi, prima donna nella storia a guidare il governo nipponico. Si tratta della terza missione di Meloni in Giappone e la prima visita di un capo di governo europeo dall’insediamento di Takaichi, avvenuto a ottobre scorso. Le due premier si sono però già incontrate a novembre scorso a Johannesburg, in occasione del G20. Nel 2026 si celebra il 160° anniversario dei rapporti diplomatici tra Italia e Giappone: dialogo politico e cooperazione economica, industriale e tecnologica saranno il focus dell’incontro.

Il Giappone è il terzo partner commerciale italiano in Asia. Tra gennaio e ottobre 2025, il commercio bilaterale è stato pari a 10,4 miliardi, con esportazioni in crescita a 7 miliardi (+2,6%), trainato dai beni di consumo di alta gamma. In crescita anche la presenza imprenditoriale italiana in Giappone, con circa 170 aziende attive soprattutto nei settori della moda, del lusso e della meccanica di precisione. La visita arriva a poche settimane dalla conclusione dell’Expo Universale di Osaka 2025, nell’ambito del quale il Padiglione Italia ha riscosso grande successo di visitatori e di pubblico, ottenendo anche il Premio più prestigioso del BIE. All’orizzonte, c’è anche una Dichiarazione congiunta che eleva i rapporti bilaterali tra Italia e Giappone al livello di Partenariato Strategico Speciale e contiene una serie di impegni concreti per accelerare l’attuazione del Piano d’Azione Italia-Giappone 2024-2027. Una scelta in continuità con il rilancio delle relazioni bilaterali portato avanti negli ultimi anni tra Roma e Tokyo: nel 2023, infatti, Meloni e Fumio Kishida avevano elevato i rapporti tra le Nazioni a Parteneriato Strategico. Imprescindibile sarà affrontare le principali questioni di politica estera: la sicurezza e la stabilità dell’Indo-Pacifico, la guerra in Ucraina, il Medio Oriente, la cooperazione in Africa (dove Italia e Giappone hanno messo in pratica due modelli di sviluppo che definiscono “inclusivi e su base paritaria”, Roma con il Piano Mattei e Tokyo con l’iniziativa Ticad).

Sabato 17 gennaio la prima ministra incontrerà nell’ambasciata italiana i vertici delle principali aziende giapponesi: gruppi economici e industriali, che complessivamente hanno un fatturato di oltre mille miliardi di euro e con i quali la premier avrà uno scambio di vedute per incoraggiare nuovi partenariati industriali e ulteriori investimenti in Italia.

Il 19 gennaio, Meloni sarà a Seul, dove sarà ricevuta dal Presidente della Repubblica di Corea, Lee Jae-myung. Anche in questo caso si tratta della prima visita di un leader europeo dall’insediamento del Presidente Lee, ma anche la prima missione bilaterale di un presidente del Consiglio italiano negli ultimi 19 anni. L’incontro — il secondo dopo il colloquio tenutosi a New York nel settembre scorso a margine dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite — sarà incentrato, oltre che sui rapporti politici, economici, industriali e culturali tra Italia e Corea del Sud, anche sulla situazione in Asia orientale. Al termine dell’incontro, Meloni e Lee assisteranno alla firma di una serie di intese, tra cui un accordo volto a potenziare la cooperazione industriale in materia di semiconduttori; un memorandum d’intesa sulla prevenzione e gestione dei disastri naturali, nel quale la Protezione Civile italiana condividerà parte della propria esperienza operativa; e un accordo relativo alla tutela del patrimonio culturale. La Corea è il quarto partner commerciale italiano in Asia, ma a livello pro capite Seul è il primo mercato asiatico per l’export italiano. Significativa la presenza imprenditoriale italiana, con circa 120 aziende che operano nei settori dell’industria manifatturiera, trasporti, logistica e commercio, con un fatturato complessivo di 3,2 miliardi di euro. Anche in questo caso, sarà adottata una Dichiarazione congiunta per individuare le priorità strategiche e dare impulso alla cooperazione bilaterale, con l’obiettivo di rafforzare gli scambi commerciali, accrescere gli investimenti reciproci e promuovere partenariati industriali nei settori ad alta tecnologia, in particolare nei comparti delle tecnologie avanzate e dei semiconduttori.

Groenlandia, Meloni: Non ci sarà intervento militare Usa. A fine mese Piano Italia per Artico

Giorgia Meloni continua a sostenere l’alleato transatlantico anche se, confessa, “non sempre ci vado d’accordo”. Nella conferenza stampa di inizio anno organizzata dall’Ordine dei giornalisti, molte domande ruotano attorno al suo rapporto con Donald Trump.

Sulla Groenlandia, la premier non crede nell’ipotesi di un’azione militare di Washington e derubrica le minacce del tycoon a un atteggiamento “un po’ troppo assertivo” per “sottolineare l’importanza strategica” dell’isola. Una invasione armata, spiega Meloni, “non converrebbe a nessuno, neanche agli Stati Uniti” e d’altra parte, ricorda, l’ipotesi di un intervento è stata esclusa anche da Marco Rubio. L’isola danese è un’area nella quale agiscono molti attori stranieri, chiarisce la presidente del Consiglio, interpretando il messaggio che gli Usa vogliono dare come un blocco a nuove ulteriori ingerenze in un’area “così strategica per la loro sicurezza e per i loro interessi”. Quello che la premier italiana propone all’Europa è di continuare a lavorare per una maggiore presenza della Nato nell’area artica. Una zona fondamentale per tutti, tanto che, anticipa, entro la fine di questo mese il Ministero degli Esteri presenterà una strategia italiana sull’Artico, perché “anche noi capiamo quanto sia strategico e importante oggi occuparsi di questa area del mondo. Nessun dettaglio sul piano, se non che obiettivi sono “preservare l’area artica come zona di pace e di cooperazione”.

Anche se non si dice d’accordo sui metodi usati in Groenlandia, Meloni appoggia Trump sul Venezuela, dove a suo avviso la sinistra italiana “finge di non accorgersi della situazione nella quale versa il popolo”. Vedere degli italiani di estrema sinistra che “spiegano a degli esuli venezuelani che cosa significhi essere venezuelano, lo considero surreale”, denuncia. D’altra parte, “Quale sarebbe l’alternativa?”, si chiede. “Prendere le distanze cosa significa: assaltare i McDonald’s, uscire dalla Nato, chiudere le basi americane? Non sono d’accordo con tutti i miei partner”.

Sull’Ucraina, la leader di Fratelli d’Italia sorvola senza rompere con la Lega a proposito della possibilità che il Dl aiuti non raggiunga i voti in Parlamento (“sarebbe uno sbaglio”, avverte), sottolinea che “Salvini non è filoputiniano”, ma che resta stupita dalla posizione del generale Vannacci (“I soldati sono quelli che capiscono quanto le forze armate siano fondamentali per costruire pace e non per fare la guerra”). Se il Pd ha cambiato idea sull’invio di truppe a Kiev, provoca, “Presenti una mozione”. Sul campo, “non c’è l’opzione dell’intervento di una forza multinazionale con l’ombrello delle Nazioni Unite”, assicura Meloni, spiegando che quello di cui si sta parlando oggi, inserito anche nella definizione degli accordi di pace, è l’istituzione di una forza multinazionale nell’ambito della coalizione dei Volenterosi, senza quindi un ombrello un ombrello Onu. Il principale strumento individuato per costruire un sistema di garanzie di sicurezza ispirato all’articolo 5 della Nato, proposto dall’Italia, è la ragione per cui non ritiene necessario l’invio di truppe a Kiev: “Non contesto le nazioni che lo vogliono fare, ma non lo considero necessario da parte nostra”. Al presidente francese Emmanuel Macron la premier si accoda solo su un punto: “Credo che sia arrivato il momento in cui anche l’Europa parli con la Russia, perché se l’Europa decide di partecipare a questa fase di negoziazioni parlando solo con una delle due parti in campo, credo che alla fine vedrà il contributo positivo che può portare sia limitato”. Propone un inviato speciale per l’Ue che parli con Mosca con una voce sola e non “in ordine sparso”.

Guardando all’Africa, se il 2025 è stato l’anno dell’internazionalizzazione del Piano Mattei, passato a coinvolgere da 9 a 14 Paesi, il 2026 sarà quello dell’espansione. Meloni anticipa di voler presentare i nuovi progetti durante il Summit Italia-Africa in Etiopia, che è anche la sede dell’Unione Africana.

Sul fronte interno, la premier affronta il tema automotive (“una crisi figlia soprattutto di scelte che lavoro per correggere in Europa”) ed ex Ilva (“il dossier industriale più complesso che abbiamo ereditato”). Sull’acciaieria però garantisce: “Nessuna proposta con intento predatorio sarà avallata”. Non ci sarebbero quindi impegni vincolanti da parte del Governo fino a quando noi si potranno dare risposte chiare su “un solido piano industriale, tutela del lavoro e sicurezza della comunità”. Nelle prossime settimane, inoltre, dovrebbe approdare in consiglio dei ministri il Decreto Energia con il quale il governo è al lavoro per abbassare i prezzi ed è in dirittura d’arrivo il Piano Casa per mettere a disposizione 100.000 nuovi alloggi a prezzi calmierati “ragionevolmente nei prossimi dieci anni, al netto delle case popolari”.

A novembre tasso disoccupazione al 5,7%, mai così basso. Meloni: “Avanti su questa strada”

A novembre 2025, il tasso di disoccupazione scende al 5,7% (-0,1 punti), ai minimi dall’inizio delle serie storiche nel 2004 e quello giovanile cala al 18,8% (-0,8 punti). Il numero di occupati è in calo solo rispetto al mese scorso, ma nel confronto annuo, rileva l’Istat, supera quello di novembre 2024 dello 0,7% (+179mila unità), come sintesi della crescita dei dipendenti permanenti (+258mila) e degli autonomi (+126mila) parzialmente compensata dal calo dei dipendenti a termine (-204mila).

Sono risultati che per Giorgia Meloni parlano del lavoro quotidiano di imprese, lavoratori e professionisti e dello “sforzo comune” per rendere il sistema produttivo italiano più solido e competitivo, anche in un contesto complesso. Il Governo, garantisce la premier, “continuerà a fare la propria parte per sostenere chi crea lavoro, investe e produce valore, rafforzando le politiche per l’occupazione e guardando con determinazione al futuro“. Ed esorta: “Avanti su questa strada”.

Il tasso di disoccupazione è anche al di sotto della media dell’Unione europea e dell’area euro: “E’ un grande risultato del paese, di imprenditori, lavoratori e professionisti e quindi è una buona notizia per l’Italia”, sottolinea la ministra del Lavoro, Marina Calderone.

L’Istat certifica “l’efficacia delle politiche economiche del centrodestra”, rivendica il leader di Noi Moderati, Maurizio Lupi, che prosegue: “Si deve continuare su questa strada e puntare sulla crescita e la competitività, per stabilizzare il rilancio dell’economia e aumentare gli stipendi e il potere d’acquisto”.

La lettura è diversa per la capogruppo del Pd alla Camera, Chiara Braga, che osserva come calino gli occupati e aumentino i prezzi della spesa: “Mentre pensioni e salari restano sempre fermi. Dopo tre anni di propaganda, il governo Meloni deve fare i conti con la realtà: servono misure per favorire la crescita e sostenere famiglie e imprese“, afferma la deputata dem.

Se la disoccupazione cala, considera la Fapi, occorre però abbassare il costo del lavoro: “Le imprese possono guardare con rinnovata speranza al futuro ma è urgente intervenire su due fronti decisivi: la semplificazione amministrativa delle procedure autorizzative e la riduzione del costo del lavoro. Solo così sarà possibile consolidare la crescita dell’occupazione e sostenere in modo strutturale il sistema produttivo”, dichiara il presidente, Gino Sciotto. Confimprenditori lamenta una stagnazione dell’economia: “Il calo del tasso di disoccupazione, soprattutto giovanile, è un segnale incoraggiante, ma non sufficiente per descrivere lo stato reale dell’economia italiana”, rileva Stefano Ruvolo. Perché , è la considerazione, il dato occupazionale, da solo, non è indicativo della salute del sistema economico. L’economia reale, in particolare quella delle piccole e medie imprese, è “in una fase di stallo”, insiste. Pensa alle aziende, che continuano a fare i conti con una pressione fiscale tra le più alte d’Europa, che in Italia supera il 42% del Pil, e con un costo del lavoro che resta strutturalmente elevato. In questo contesto, avverte Ruvolo, parlare di ripresa rischia di essere “fuorviante“: “Se non si interviene sul costo del lavoro e sulla fiscalità che grava su chi produce, anche i dati positivi sull’occupazione rischiano di essere temporanei e fragili”. Il quadro è solido ma per Confcommercio resta il nodo dell’occupazione femminile “Nonostante i progressi degli ultimi anni, che hanno visto questa componente dell’occupazione aumentare tra il 2020 ed il 2025 di oltre 870mila unità, il tasso d’inattività femminile rimane ancora superiore al 42%“.

Ucraina, Volenterosi raggiungono l’accordo: forza multinazionale dopo il cessate il fuoco

(Photocredit: Palazzo Chigi)

Sostegno alle forze armate ucraine, istituzione di un sistema di monitoraggio del cessate il fuoco proposto dagli Usa, Impegni vincolanti a sostenere l’Ucraina in caso di un futuro attacco armato da parte della Russia. E, ancora, pianificazione militare coordinata per preparare misure di rassicurazione in aria, in mare e sulla terraferma e impegno ad approfondire la cooperazione a lungo termine con l’Ucraina in materia di difesa. Nel giorno dell’Epifania, la Coalizione dei Volenterosi prova a tracciare – per l’ennesima volta – un piano per sostenere Kiev lungo la strada verso la fine dell’offensiva russa, che sta per entrare nel suo quarto anno. Riuniti a Parigi, i 35 membri della coalizione – tra cui l’Italia – hanno messo nero su bianco le prossime tappe, ma soprattutto hanno riconosciuto per la prima volta una “convergenza operativa” tra la loro attività, l’Ucraina, e gli Usa, ribadendo la necessità di “solide garanzie di sicurezza”. Il presidente Usa, Donald Trump, “sostiene fermamente questi protocolli di sicurezza”, che mirano a “scoraggiare qualsiasi futuro attacco” in Ucraina, ha dichiarato l’inviato speciale Steve Witkoff. L’intesa in cinque punti, però, specifica che tutti sono pronti a intervenire, ma “una volta entrato in vigore il cessate il fuoco”.

Sul fronte militare la Coalizione ha annunciato che continuerà a fornire assistenza militare e armamenti a lungo termine alle forze armate ucraine, come ad esempio “pacchetti di difesa a lungo termine; sostegno al finanziamento dell’acquisto di armi; cooperazione continua con l’Ucraina sul suo bilancio nazionale per finanziare le forze armate; accesso a depositi di difesa in grado di fornire un rapido sostegno supplementare in caso di un futuro attacco armato; fornitura di sostegno pratico e tecnico all’Ucraina nella costruzione di fortificazioni difensive”.

“È importante che la coalizione disponga ora di documenti sostanziali, e non solo di parole”, ha detto il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, sebbene diverse questioni “restino aperte”, come la delicata questione delle concessioni territoriali richieste da Mosca. La Russia, infatti, non cede sulla volontà di avere l’intera regione del Donbass. In ogni caso, ha ribadito Witkoff, sono stati registrati “progressi significativi”.

Lato italiano, la premier Giorgia Meloni ha ribadito il proprio “no” all’invio di truppe in Ucraina, mentre il cancelliere tedesco Friedrich Merz non ha escluso un impegno diretto delle proprie truppe, ma solo in un paese membro della Nato confinante con l’Ucraina. Ora la palla torna nel capo di Mosca.

L’incontro, ha spiegato la presidente del Consiglio, è stato “costruttivo e concreto” e “ha permesso di confermare un alto livello di convergenza tra Ucraina, Stati Uniti, Europa e altri partner”. Il vertice, ha aggiunto, “è stato dedicato all’affinamento delle garanzie di sicurezza ispirate all’articolo 5 dell’Alleanza Atlantica, come da tempo suggerito dall’Italia. Tali garanzie faranno parte di un pacchetto più ampio di intese, da adottare in stretto raccordo con Washington per assicurare la sovranità e l’indipendenza dell’Ucraina, anche attraverso un efficace e articolato meccanismo di monitoraggio dell’auspicato cessate il fuoco e un rafforzamento delle forze militari ucraine”.

 

 

Meloni: Per allontanare guerra serve difesa credibile. Dl armi Kiev slitta ancora

In un tempo in cui le parole guerra e pace tornano quotidianamente nel dibattito politico, capire che “la pace è un bene prezioso quando la si possiede ed è da ricercare con tutte le forze quando la si perde” si può solo se si conosce la guerra e si è “preparati a fronteggiarla“. A tre giorni dal Natale, Giorgia Meloni visita il Comando operativo di vertice interforze per ringraziare gli uomini in divisa impegnati su diversi fronti e che trascorreranno le feste lontani dalle proprie famiglie.

La premier torna sul concetto di deterrenza come strumento indispensabile per la pace: “Non ho mai accettato l’idea di chi contrappone il pacifismo alle forze armate“, insiste, citando ancora, come già ha fatto più volte il ‘si vis pacem para bellum’, ‘chi vuole la pace prepari la guerra’ di Publio Vegezio Renato. “Il punto – spiega – è che il suo non è, come molti pensano, un messaggio bellicista, tutt’altro, è un messaggio pragmatico. Il senso è che solo una forza militare credibile allontana la guerra, perché la pace non arriva spontaneamente, la pace è soprattutto un equilibrio di potenze. La debolezza invita l’aggressore, la forza allontana l’aggressore“. Secondo la prima ministra, la forza degli eserciti sta nella loro credibilità e la diplomazia deve poggiare su “basi solide” che, dice collegata con le missioni internazionali, “voi costruite con il vostro sacrificio, la vostra competenza, la vostra professionalità, con il vostro coraggio. Se riusciremo a riportare pace, l’obiettivo più grande di questo tempo, sarà grazie a voi”.

Intanto, guardando a Est, il decreto armi per Kiev slitta ancora. Dev’essere approvato entro la fine del mese, ma non finisce sul tavolo del consiglio dei ministri neanche oggi. Resta la data del 29 dicembre, ultimo cdm previsto dell’anno: “Fare il decreto per il 2026 l’1 dicembre o il 29 non cambia nulla, perché un decreto legge entra immediatamente in vigore e ci basta che lo sia l’1 gennaio“, chiarisce sui social il ministro della Difesa, Guido Crosetto. “Farlo più tardi possibile – spiega – è solo un modo per avere più tempo per la conversione“.

In maggioranza la posizione non è compatta. La Lega di Matteo Salvini frena nuovi invii di armi: “Lavoriamo perché il decreto si incentri sulla difesa e non sull’attacco alla Russia”, ha sottolineato ieri il vicepremier e ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti. Dalle colonne del Resto del Carlino però il vicepremier e ministro degli Esteri, Antonio Tajani, torna a ripetere che si farà e che riguarderà sia la difesa che le armi: “Io mi auguro che non serva più inviare nessun armamento se si arriva alla pace. Ma, se sarà necessario, ci saranno anche gli invii di materiali militari. E mi pare che la Lega non si sia tirata indietro nei voti“, scandisce. Di “normali velature di opinioni diverse” parla Giovanni Donzelli, deputato FdI alla guida dell’organizzazione del partito, sicuro che la sintesi della leadership arrivi sempre “rapida ed efficace“. Nessuna preoccupazione, giura: “né per la maggioranza né per la tenuta della credibilità dell’Italia. Ne avrei se non ci fossimo noi al governo”. 

Ucraina, promessa mantenuta: Ue sblocca 90 miliardi per Kiev. Ma salta uso asset russi

E’ arrivato nella notte l’accordo dell’Unione europea per il finanziamento degli sforzi bellici dell’Ucraina per almeno due anni attraverso un prestito comune di 90 miliardi di euro, ma senza ricorrere agli asset russi, in merito ai quali l’intesa è saltata. I leader dei 27 Stati membri dovevano trovare a tutti i costi una soluzione duratura per Kiev, che rischiava di rimanere senza fondi già nel primo trimestre del 2026. Si erano impegnati a garantire il sostegno finanziario e militare essenziale dopo la chiusura del rubinetto americano decisa dal presidente Donald Trump.

“È un messaggio decisivo per porre fine alla guerra, perché (Vladimir) Putin farà concessioni solo quando capirà che la sua guerra non gli porterà alcun vantaggio”, ha assicurato il cancelliere tedesco Friedrich Merz al termine dell’accordo raggiunto nel cuore della notte a Bruxelles. Il leader tedesco ha sempre spinto per l’utilizzo dei beni russi congelati in Europa per finanziare il prestito e ha lasciato Bruxelles senza aver ottenuto ciò che voleva, oltre ad essere stato costretto ad accettare un rinvio della firma di un accordo di libero scambio con i paesi sudamericani del Mercosur, ottenuto dalla Francia e dall’Italia.

“Si tratta di un sostegno importante che rafforza davvero la nostra resilienza”, ha commentato il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, che si era recato a Bruxelles per ribadire con forza il suo messaggio, ringraziando i leader europei. “È importante che i beni russi rimangano congelati e che l’Ucraina abbia ricevuto una garanzia di sicurezza finanziaria per gli anni a venire”, ha scritto sul social network X. Anche senza gli asset, l’Ucraina ha comunque la certezza di disporre dei fondi necessari, mentre i combattimenti continuano nonostante le intense trattative in corso.

In mancanza di un accordo sul ricorso ai beni della banca centrale russa, totalmente inedito e ad alto rischio, i 27 si sono accordati su un prestito comune. “Ci siamo impegnati e abbiamo mantenuto la promessa”, ha dichiarato alla stampa il presidente del Consiglio europeo Antonio Costa, che ha guidato i lavori del vertice.

“Garantire 90 miliardi di euro a un altro Paese per i prossimi due anni, non credo che sia mai successo nella nostra storia”, ha affermato il primo ministro danese Mette Frederiksen, il cui Paese detiene la presidenza del Consiglio dell’UE fino alla fine dell’anno. Ora “tornerà utile parlare con Vladimir Putin”, ha affermato il presidente francese Emmanuel Macron. Soddisfatta la premier Giorgia Meloni per essere arrivati a “una soluzione sostenibile sul piano giuridico e su quello finanziario. Sono contenta che abbia prevalso il buon senso, che si sia riusciti a garantire le risorse che sono necessarie, ma con una soluzione che ha una base solida sul piano giuridico e sul piano finanziario”.

Il fabbisogno finanziario di Kiev è stato stimato in 137 miliardi di euro, di cui l’Ue si impegna a coprire i due terzi, ovvero 90 miliardi. Il resto dovrà essere garantito dagli altri alleati dell’Ucraina, come la Norvegia o il Canada. I 27 concederanno a Kiev un prestito a tasso zero, finanziato dal bilancio dell’Unione europea, che l’Ucraina dovrà rimborsare solo se la Russia le pagherà i risarcimenti, ha precisato alla stampa la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen. “Dopo lunghe discussioni”, è chiaro che il ricorso ai beni russi “richiede ulteriore lavoro”, ha riconosciuto nella notte tra giovedì e venerdì un funzionario europeo, sotto copertura di anonimato.

Da settimane l’accordo era bloccato dalla forte riluttanza del Belgio, dove si trova la maggior parte di questi beni congelati, pari a circa 210 miliardi di euro. L’idea era quella di utilizzarli per finanziare un “prestito di risarcimento” di 90 miliardi a favore dell’Ucraina. Ore di trattative, prima tra diplomatici e poi a livello di leader europei, riuniti giovedì sera in conclave, non hanno permesso di raggiungere un compromesso.

Già in ottobre il primo ministro belga Bart De Wever aveva chiesto ai suoi partner garanzie quasi illimitate per scongiurare il rischio di un rimborso anticipato o di ritorsioni russe. E se gli altri paesi dell’Ue si sono detti pronti a dare prova di solidarietà, per loro era comunque fuori discussione firmare un assegno in bianco al Belgio. “I giochi sono fatti, tutti sono sollevati”, ha dichiarato il capo del governo belga al termine del vertice.

“La legge e il buon senso hanno ottenuto una vittoria per il momento”, ha scritto su Telegram Kirill Dmitriev, emissario del Cremlino per le questioni economiche. E’ fallito, aggiunge, un “un uso illegittimo dei beni russi per finanziare l’Ucraina”.

L’accordo sul prestito è stato raggiunto dai 27, ma l’operazione sarà realizzata solo dai 24, con l’esclusione di Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca, tre paesi riluttanti a sostenere finanziariamente l’Ucraina. Giovedì il presidente americano ha nuovamente mostrato impazienza, invitando l’Ucraina ad “agire rapidamente”, prima che la Russia “cambi idea”.