Rinnovabili

Osservatorio Anie: “Nel 2023 crescono le rinnovabili, ma ancora insufficienti per target 2030”

Aumenta del 39% la nuova potenza installata di fonti rinnovabili nel terzo trimestre del 2023 rispetto al medesimo periodo del 2022, con 1.078 MW così suddivisi: 980 MW per fotovoltaico (+92%), 95 MW per eolico (-63%) e 3 MW per idroelettrico (-66%). In totale nel 2023 i MW installati sono pari a 3.122 MW così suddivisi 2.804 MW fotovoltaici, 305 MW eolici e 13 MW idroelettrici. La nuova potenza connessa nel 2023 è aumentata del 57% rispetto ai primi 9 mesi del 2022. Al 30 settembre 2023 in Italia sono connessi ed in esercizio complessivamente 63.838 MW di fonti rinnovabili così suddivisi: suddivisi 4.125 MW di bioenergie, 12.133 MW di eolico, 27.816 MW di fotovoltaico, 817 MW di geotermoelettrico e 18.947 MW di idroelettrico, coprendo il 37% del fabbisogno elettrico nazionale. È quanto emerge dall’Osservatorio FER realizzato da ANIE Rinnovabili, aderente a Confindustria, sulla base dei dati Gaudì di Terna. I dati sono incontrovertibili: il settore delle fonti rinnovabili sta crescendo nel 2023, ma il tasso di crescita non è sufficiente per traguardare gli obiettivi contenuti nella nuova bozza del Pniec. Il tasso delle nuove installazioni nel 2023 non raggiungerà la fatidica soglia dei 10 GW e ciò renderà ancor più sfidante il traguardare gli obiettivi da conseguire nei prossimi 7 anni.

Secondo Anie Rinnovabili “le potenzialità del Paese ci sono: alla scarsità di materie prime, come gas, carbone, lignite e petrolio, si contrappone la ricchezza di acqua, sole e vento. Il problema principale sta nello sblocco degli iter autorizzativi non solo a causa della carenza del personale pubblico preposto alla valutazione dei progetti che determina l’allungamento delle tempistiche, ma anche a causa degli ostracismi con cui si additano gli impianti a fonte rinnovabile ed inoltre, seppure il Mase riuscisse ad autorizzare impianti per 10 GW nel 2023, mancherebbero i pareri del Mic e quelli della presidenza del Consiglio dei ministri, a cui sono sottoposti i progetti allorquando i pareri di Mase e Mic sono contrapposti”. Alle difficoltà autorizzative si sommano quelle inflattive e dell’elevato costo del denaro, che hanno colpito anche il settore delle fonti rinnovabili. Di seguito i principali dati dell’Osservatorio FER.

FOTOVOLTAICO. Cresce ancora il fotovoltaico nel 3° trimestre 2023 con 980 MW di potenza connessa. Il numero di installazioni di potenza inferiore ai 10 kW costituisce il 90% del totale, quello tra 10 kW ed 1 MW il 9,96% ed infine quello sopra 1 MW lo 0,04%. Gli impianti di taglia > 1 MW, realizzati nel terzo trimestre 2023 sono 40. Tra questi spiccano un impianto da circa 11 MW in Friuli Venezia Giulia, uno in Piemonte da circa 13 MW ed uno da circa 30 MW in Basilicata. Analizzando nel dettaglio le variazioni tendenziali (2023 vs 2022) nei mesi di luglio, agosto, settembre si è registrato un incremento di potenza installata (rispettivamente +104%, +98% e +77%). La media mensile del 3° trimestre 2023 si attesta a 327 MW, in linea rispetto ai 314 MW del 2° trimestre 2023. Tra gennaio e settembre 2023 sono stati complessivamente connessi alla rete  poco più di 250.000 impianti, di cui quelli con potenza superiore a 1 MW sono 96 per complessivi 346 MW, mentre quelli di potenza inferiore a 20 kW sono 245.482 per complessivi 1.510 MW. Le regioni che hanno avuto l’incremento maggiore, per quanto riguarda la potenza installata, rispetto ai primi nove mesi del 2022, sono Friuli-Venezia Giulia (+223%) e Liguria (+164%). Tutte le regioni fanno registrare un andamento positivo tranne Lazio, Sardegna, Sicilia e Valle d’Aosta. Le regioni che, invece, hanno la maggior potenza installata sono Lombardia (514 MW), Veneto (398 MW) e Piemonte (295 MW).

EOLICO. All’incirca stabili le installazioni per l’eolico nel 3° trimestre 2023 con circa 95 MW di nuova potenza installata. Il numero di installazioni di potenza superiore ai 5 MW costituisce il 100% del totale e il 100% della potenza. Gli impianti di taglia > 5 MW, sono tre e hanno una potenza di circa 30 MW ciascuno, due in Sicilia e uno in Sardegna. In forte calo (-63%) rispetto al 3° trimestre del 2022, il contributo delle nuove installazioni di impianti eolici. Tra gennaio e settembre 2023 sono stati complessivamente connessi alla rete 55 impianti, di cui quelli con potenza superiore a 5 MW sono 12 per complessivi 287 MW, mentre quelli di potenza inferiore a 5 MW sono 50 per complessivi 19,3 MW. La regione che ha avuto l’incremento maggiore, per quanto riguarda la potenza installata, rispetto ai primi nove mesi del 2022, è la Sardegna (+164%), mentre Basilicata, Campania, Molise e Puglia sono quelle che registrano una diminuzione (rispettivamente -56%, – 17%, – 97% e -44%).

IDROELETTRICO. Le nuove installazioni di idroelettrico nel 3° trimestre 2023 consistono in circa 3,5 MW di nuova potenza connessa. Il numero di installazioni di potenza inferiore a 1 MW costituisce il 100% del totale e 100% della potenza. Tutti gli impianti sono di taglia < 1 MW  e sono 11. Solamente un impianto in Emilia Romagna è di potenza pari a 1 MW, mentre tutti gli altri impianti installati sono di potenza inferiore ad 1 MW. Per quanto riguarda le variazioni tendenziali (2023 vs 2022) nei mesi di luglio, agosto e settembre si è registrata una diminuzione di potenza installata (complessivamente del -66%). Tra gennaio e settembre 2023 sono stati complessivamente connessi alla rete 43 impianti, tutti di potenza inferiore ad 1 MW per complessivi 13,3 MW. La regione che ha avuto l’incremento maggiore, per quanto riguarda la potenza installata, rispetto ai primi nove mesi del 2022, è l’Emilia Romagna (+35%).

ANALISI CONGIUNTURALE. Dal confronto del 3° trimestre del 2023 (Q3 2023) con il 2° trimestre del 2023 (Q2 2023) emerge che il fotovoltaico nel Q3 2023 ha conseguito un incremento del +4% rispetto al Q2 2023, l’eolico un decremento del -19%, mentre l’idroelettrico un decremento del -34%. Complessivamente nel Q3 2023 le FER raggiungono un risultato positivo del +1%.

rinnovabili

INFOGRAFICA INTERATTIVA Energia, quota rinnovabili Ue a 37,5%

Nell’infografica interattiva GEA, su dati Eurostat, è illustrato l’andamento della quota di energia rinnovabile usata per produrre elettricità in Ue. Scorrendo con il cursore sulla linea, si può vedere come nel 2004 questa rappresenta appena il 15,8% del totale dell’energia usata per produrre elettricità. Al 2021 la quota è salita al 37,5%.

Amicarelli (Allen & Overy): Contributo per rinnovabili avrà impatto su produttori

“Nel decreto energia si introduce un contributo che diventerà voce di spesa importante per chi si accingerà a sviluppare un progetto rinnovabile, che avrà un impatto anche sui modelli di business e di finanziamento i quali dovranno essere discussi con le banche. Tanto più grande sarà l’impianto, tanto più grande sarò il contributo”. Lo dice a GEA Luca Amicarelli, Counsel e responsabile del team italiano di diritto amministrativo e ambientale di Allen & Overy, studio legale internazionale con una presenza in oltre 40 Paesi. Parliamo del contributo che i produttori dovranno versare al Gse per incentivare le regioni a ospitare impianti a fonti rinnovabili: 10mila euro per ogni megawatt di potenza dell’impianto nei primi tre anni dalla data di entrata in esercizio.

Avvocato, è solo l’ennesima tassa o qualcosa di incentivante?
“La norma, come tante altre iniziative, porta ‘in nuce’ un intento che vuole essere positivo o propositivo che però si scontra col muro dell’implementazione. Ad oggi rimangono una serie di incertezze, per entrare a regime serviranno un decreto ministeriale che andrà a regolare le modalità di contribuzione e di riparto tra le regione e una convenzione che il Gse dovrà sottoscrivere col Mase”.

Tempi lunghi?
“Il provvedimento in via prioritaria è in favore delle regioni che però stanno già conseguendo gli obiettivi di potenza e hanno già stabilito un documento con le aree idonee per nuove rinnovabili, tuttavia il decreto ministeriale recante i criteri per tale individuazione non è ancora stato approvato. Per cui la norma contenuta nel decreto energia è del tutto programmatica di fatto, perché appunto servirà implementazione”.

Intanto si paga.
“La norma dovrebbe incentivare le regioni ad approvare più velocemente progetti rinnovabili, mentre la realtà vede un proliferare di pareri delle sovrintendenze, ricorsi al Tar e regioni che spesso non sono amiche di eolico e fotovoltaico anche in zone dove c’è molto vento o molto sole. Il governo prova così a dire: ‘Cara Regione, se tu acconsenti a far installare questi impianti, lo Stato ti conferirà un contributo pagato da produttori e Stato nella misura dei profitti delle aste’. A oggi non è ancora stato esplicitato come verranno raccolti questi soldi. E’ vero, il produttore non deve pagare nulla oggi, ma quelli che teoricamente acquisiranno autorizzazione per costruzione impianto da gennaio 2024 a dicembre 2030 dovranno versare questi 10 euro/kw”.

Non c’erano altri metodi veloci e semplici per velocizzare la transizione?
“Ci sono limiti costituzionali, l’energia è una materia concorrente tra stato centrale e regioni. Queste ultime devono definire i siti idonei dove concentrare impianti rinnovabili. C’è anche una sostanziale lentezza per interessi di natura politica locale. Insomma, l’intento incentivante della norma è per gli enti locali e non per i produttori. Il privato non è incentivato, ma si incentivano le regioni a non fare muro”.

Le cifre in ballo non sembrano tuttavia essere così incentivanti per le regioni.
“Sono circa 10 milioni di euro l’anno a Regione, non un grande incentivo. Ma visto che è previsto un riparto fra regioni si rischia una competizione fra di loro, che potrebbero non aiutare l’aumento di produzione rinnovabile allargando invece le disparità tra i vari territori”.

Se c’è questo effetto ‘Nimby’ per le rinnovabili, un tema comunque ampiamente digerito a livello socio-mediatico, cosa potrà succedere eventualmente col nucleare? Soprattutto: ripartirà effettivamente il nucleare in Italia?
“Avrebbe rappresentato una grande opportunità per l’Italia, e ci auguriamo che possa esserlo in futuro grazie alle nuove tecnologie. La Francia ha profuso sforzi enormi affinché il nucleare fosse incluso tra le fonti green: il nucleare è alla base dell’idrogeno verde, che sarà un volano per la transizione francese. Anche l’Inghilterra però, molto attiva nell’eolico off shore, ha riavviato il programma nucleare”.

La Germania invece l’ha spento.
“La Germania ha lasciato il nucleare ma ha una cultura diffusa nelle rinnovabili e nel finanziamento o nelle autorizzazioni di impianti fotovoltaici ed eolici. Passa meno di un anno tra la richiesta di autorizzazione e l’inizio dell’attività. E i via libera saranno ancora più celeri dopo l’introduzione di nuove norme per velocizzare le pratiche”.

Da noi invece quanto tempo passa dall’autorizzazione all’avvio della produzione rinnovabile?
“Per legge si parla di poco più di un anno, nella pratica sono due anni. E’ una questione di fissazione degli obiettivi: la normativa statale spesso impone dei termini che, di fatto, non sono rispettati a causa delle molte questioni che, nella pratica, tendono a rallentare il procedimento.

Per un investitore in rinnovabili in questo momento fanno più paura i tassi o la burocrazia?
“La burocrazia, il credito comunque è favorevole. La transizione rinnovabile è un business profittevole e in trend, le banche difficilmente si tirano indietro nei finanziamenti. E poi con la tematica Esg sono le banche stesse che collocano bond con obiettivi specifici ambientali. Ci sono istituti internazionali che si stanno dotando addirittura di società controllate al 100% le quali hanno come ragione sociale quella di sviluppare impianti. Il trend sono i contratti Ppa o le cessione di energia alla rete. Cercano terreni e ingegneri, anche in Italia”.

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Via libera di Bruxelles a incentivo Comunità Energetiche Rinnovabili

La Commissione europea ha dato il via libera al decreto italiano di incentivazione alla diffusione dell’autoconsumo di energia da fonti rinnovabili. “Siamo di fronte a una svolta, a una nuova fase storica nel rapporto tra cittadini ed energia”, commenta il ministro dell’ambiente e della sicurezza energetica, Gilberto Pichetto.

Ora le Comunità energetiche rinnovabili – spiega – potranno diventare una realtà diffusa nel Paese, sviluppando le fonti rinnovabili e rendendo finalmente il territorio protagonista del futuro energetico nazionale. Grazie alle Comunità energetiche, infatti, ciascun cittadino potrà contribuire alla produzione di energia rinnovabile, e averne i benefici economici derivanti dall’autoconsumo, pur non disponendo direttamente degli spazi necessari alla realizzazione degli impianti FER”.

Per la sua unicità, il provvedimento italiano – aggiunge Pichetto – ha richiesto una forte attenzione della Commissione Europea, che ha comunque pienamente validato il modello italiano: oggi questo rappresenta dunque un apripista per altre esperienze nel Continente”. 

Il decreto italiano è incentrato su due misure: una tariffa incentivante sull’energia rinnovabile prodotta e condivisa e un contributo a fondo perduto. La potenza finanziabile è pari a cinque Gigawatt complessivi, con un limite temporale a fine 2027.

È inoltre previsto per le Comunità realizzate nei Comuni sotto i 5.000 abitanti, un contributo a fondo perduto fino al 40% dei costi ammissibili in relazione all’investimento effettuato per realizzare un nuovo impianto o per potenziarne uno esistente. Questa misura è finanziata con 2,2 miliardi dal PNRR, con l’obiettivo di realizzare una potenza complessiva di almeno 2 Gigawatt. Il contributo a fondo perduto potrà di essere cumulato con la tariffa incentivante entro limiti definiti.

I benefici previsti riguardano tutte le tecnologie rinnovabili, quali ad esempio il fotovoltaico, l’eolico, l’idroelettrico e le biomasse. Per le CER, i destinatari del provvedimento possono essere gruppi di cittadini, condomìni, piccole e medie imprese, ma anche enti locali, cooperative, associazioni ed enti religiosi. La potenza dei singoli impianti non può superare il Megawatt.

Passaggio iniziale per la realizzazione di una CER, dopo l’individuazione dell’area interessata alla costruzione dell’impianto e della cabina primaria, è l’atto costitutivo del sodalizio, che dovrà avere come oggetto sociale prevalente i benefici ambientali, economici e sociali.

Il soggetto gestore della misura è il GSE, che valuterà i requisiti di accesso ai benefici ed erogherà gli incentivi e che, su istanza dei soggetti interessati, potrà eventualmente verificare l’ammissibilità in via preliminare.

Energia, sicurezza è indipendenza. Elettricità futura: “143 GW rinnovabili entro 2030”

La geopolitica mondiale ha insegnato negli ultimi due anni che l’indipendenza energetica è una questione di sicurezza nazionale. E’ l’obiettivo che governo e settore elettrico si sono dati, insieme, con l’obbligo di conciliarlo a quello della decarbonizzazione, per far fronte al cambiamento climatico che incalza. “Non è qualcosa che ormai qualcuno può mettere in dubbio”, osserva Agostino Re Rebaudengo, presidente di Elettricità Futura. L’accelerazione del riscaldamento globale è “molto più veloce di quanto si pensasse”, scandisce. L’unica opportunità per restare nel +1,5 gradi di riscaldamento rispetto all’era pre-industriale, è quindi “accelerare sulle rinnovabili”. “E’ un invito che ci rivolgono Iea, Bce e Bei affinché l’Europa rimanga una potenza mondiale”, avverte.

L’Assemblea Pubblica 2023 di Elettricità Futura riunisce i rappresentanti delle Istituzioni e le imprese del settore elettrico, per sostenere lo sviluppo della filiera industriale nazionale, creando benefici per il clima, l’economia e l’occupazione. Per rispettare il target di +1,5 gradi, bisognerebbe triplicare le installazioni annue di nuove rinnovabili. Secondo Irena, è tecnicamente fattibile ed economicamente sostenibile passare dagli attuali 300 GW/anno di nuove rinnovabili nel mondo a mille GW/anno entro il 2030. Perché il Piano Elettrico 2030 sia coerente con il RePowerEu, abbiamo solo sette anni per portare la percentuale di rinnovabili nel mix energetico all’84%. Questo significa che occorrono 143 GW di potenza rinnovabile installata.

“Per arrivare a 143 Gw installati dobbiamo realizzare 12 Gw di nuova potenza all’anno in Italia. Quindi nel periodo 2024-2030 dobbiamo installare almeno 84 Gw, di cui 56 Gw di fotovoltaico, 26 Gw di eolico, 2 Gw di idroelettrico, bioenergie e geotermico. Occorrerà anche realizzare 84 Gwh di accumuli di grande taglia entro il 2030”, prevede Rebaudengo.

Il presidente di Elettricità Futura chiede di puntare sui grandi impianti, che in Italia scarseggiano. Sulla semplificazione delle autorizzazioni “è stato fatto un grande lavoro del governo”, ammette, ma “manca ancora la volontà sui territori perché davvero abbiano come obiettivo quello di farci realizzare questi impianti che diventino effettivamente produttivi. Si arriva alle autorizzazioni ma manca sempre un ultimo pezzo di consenso”. Serve quindi un “cambio culturale”. Bisogna pensare sì a non deturpare troppo il paesaggio, ma anche agli effetti collaterali: “Gli impianti rinnovabili non sono climalteranti”, ricorda. “Con razionalità e buon senso possiamo collaborare sulle singole questioni”.

Apre al dialogo il ministro della Cultura, Gennaro Sangiuliano. Le soprintendenze sono il principale ostacolo per le rinnovabili nei centri storici delle città, ma ci sono delle eccezioni. “A Capodimonte garantiremo il 90% di autonomia energetica del museo, con le tegole fotovoltaiche che non sono impattanti. Per una nazione come l’Italia con due asset produttivi, l’impresa e la cultura, l’energia è un elemento chiave”, afferma il ministro. Quanto alle autorizzazioni, il decreto delle Comunità energetiche rinnovabili è davvero in dirittura d’arrivo. “Attendiamo dall’Ue la notifica dell’ok. La procedura tecnica è finita, manca la bollinatura finale”, fa sapere il ministro dell’Ambiente, Gilberto Pichetto

inquinamento

Le emissioni di CO2 della Cina diminuiranno nel 2024 grazie alle rinnovabili

Secondo un nuovo studio, le emissioni di CO2 della Cina sono destinate a diminuire nel 2024, grazie alla crescita record della sua capacità di energia rinnovabile, che ora è sufficiente a coprire la crescente domanda del Paese. La Cina è attualmente il più grande emettitore di gas serra al mondo e prevede di raggiungere la neutralità delle emissioni di carbonio entro il 2060, respingendo le richieste di un obiettivo più ambizioso. L’Agenzia Internazionale dell’Energia (AIE) stima che il Paese sarà responsabile del 45% delle emissioni di combustibili fossili tra il 2023 e il 2050. Ma la Cina sta anche costruendo capacità di energia rinnovabile a rotta di collo, con nuove installazioni solari che solo nel 2023 rappresentano il doppio della capacità totale degli Stati Uniti, secondo l’analisi del sito web britannico sul clima Carbon Brief pubblicata lunedì.

La nuova capacità aggiuntiva di energia solare, eolica, idroelettrica e nucleare nel solo 2023 genererà circa 423 terawattora (TWh) all’anno, equivalenti al consumo totale di elettricità della Francia“, si legge nel rapporto di Lauri Myllyvirta del Centre for Energy and Clean Air Research. Il massiccio aumento della capacità installata e la prevista ripresa della produzione idroelettrica dopo una prevedibile battuta d’arresto a causa della siccità “sono praticamente garantiti per ridurre la produzione di elettricità basata sui combustibili fossili e le emissioni di CO2 nel 2024”, si legge nel rapporto. Questo calo potrebbe essere sostenibile perché “il ritmo di sviluppo dell’energia a basse emissioni di carbonio è ora sufficiente non solo a fornire, ma anche a superare l’aumento medio annuo della domanda totale di elettricità in Cina“, precisa il rapporto. Questa analisi si basa su cifre ufficiali e dati commerciali.

Allo stesso tempo, però, la Cina continua ad espandere la sua capacità di produzione di energia elettrica a carbone, e il rapporto avverte che questo potrebbe portare a “uno scontro” tra gruppi di interesse divergenti. La crescita delle energie rinnovabili “minaccia gli interessi dell’industria del carbone e dei governi locali che dipendono fortemente dal settore del carbone“, avverte Carbon Brief. “Ci si può aspettare che questi attori si oppongano e ostacolino la transizione“.

Alti funzionari cinesi e statunitensi per il clima si sono incontrati questa settimana, prima dei colloqui della COP28 previsti per novembre, e hanno dichiarato di aver avuto colloqui “costruttivi“, senza fornire ulteriori dettagli.

Piano Mattei, in Cdm arriva il decreto sulla governance con cabina di regia e struttura di missione

di Dario Borriello

La partita entra nella fase caldissima. Domani, 3 novembre, alle ore 11, in Consiglio dei ministri arriverà il decreto legge che definisce la governance del Piano Mattei, il progetto su cui il governo, e la premier Giorgia Meloni, puntano per ampliare la cooperazione con l’Africa e fare dell’Italia l’hub energetico d’Europa, favorendo lo sviluppo delle popolazioni locali per frenare i flussi migratori dal sud del Mediterraneo. Gli obiettivi del Piano, infatti, sono quelli di costruire un “nuovo partenariato tra Italia e Stati del continente africano, volto a promuovere uno sviluppo comune, sostenibile e duraturo, nella dimensione politica, economica, sociale, culturale e di sicurezza“.

Sono diversi anche gli ambiti di intervento. Dalla cooperazione allo sviluppo alla promozione delle esportazioni e degli investimenti, l’istruzione e formazione professionale, la ricerca e innovazione, la salute, l’agricoltura e sicurezza alimentare, l’approvvigionamento e sfruttamento sostenibile delle risorse naturali, incluse quelle idriche ed energetiche, ma anche la tutela dell’ambiente e il contrasto ai cambiamenti climatici, l’ammodernamento e potenziamento delle infrastrutture, anche digitali, nonché la valorizzazione e sviluppo del partenariato energetico anche nell’ambito delle fonti rinnovabili, il sostegno all’imprenditoria, in particolare a quella giovanile e femminile. Il governo, però, allo stesso tempo intende promuovere l’occupazione sul territorio africano, anche per prevenire e contrastare l’immigrazione irregolare.

Il Piano Mattei prevede, poi, “strategie territoriali riferite a specifiche aree del continente africano, anche differenziate a seconda dei settori di azione“, e avrà una durata quadriennale, con possibilità di rinnovo e aggiornamento “anche prima della scadenza“.

Per portare avanti il progetto sarà istituita una cabina di regia, guidata dal presidente del Consiglio e composta dal ministro degli Affari esteri e della cooperazione internazionale, con funzioni di vicepresidente, e dagli altri ministri, oltre al presidente della Conferenza delle Regioni e delle Province autonome, dal direttore dell’Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo, dai presidenti dell’Ice-Agenzia italiana per la promozione all’estero e l’internazionalizzazione delle imprese italiane, di Cassa depositi e prestiti e Sace. Inoltre, ne faranno parte i rappresentanti di imprese a partecipazione pubblica, del sistema dell’università e della ricerca, della società civile e del terzo settore, rappresentanti di enti pubblici o privati, esperti nelle materie trattate, individuati con un Dpcm che sarà varato entro 60 giorni dall’entrata in vigore del decreto.

Per assicurare “supporto al presidente del Consiglio dei ministri per l’esercizio delle funzioni di indirizzo e coordinamento dell’azione strategica del governo” sul Piano Mattei verrà istituita, sempre presso la Presidenza del Consiglio dei ministri, anche una struttura di missione, alla quale è preposto un coordinatore, articolata in due uffici di livello dirigenziale generale, compreso quello del coordinatore, e in due uffici di livello dirigenziale non generale, il cui coordinatore sarà individuato tra gli appartenenti alla carriera diplomatica. Alla sdm è assegnato pure un contingente di esperti e avrà a disposizione risorse annue per 500mila euro.

Altro punto importante del decreto è la relazione annuale sullo stato di attuazione del Piano Mattei, che il governo dovrà trasmettere alle Camere (con l’ok della cabina di regia) entro il 30 giugno di ogni anno.

Pichetto alla Pre-Cop28: “Politiche climatiche e scelte energetiche sono facce della stessa medaglia”

La parola d’ordine è realismo. Alla pre-Cop28 di Abu Dhabi il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, Gilberto Pichetto, porta la posizione italiana. Ribadendo che è un “dovere di tutti noi contribuire all’attuazione dell’Accordo di Parigi con la massima ambizione possibile, agendo con risolutezza entro il 2030 per ridurre le emissioni globali e procedere verso una traiettoria chiara di neutralità climatica”. Ma, allo stesso tempo, “un’azione ambiziosa per il clima è una azione equa, poiché riduce i rischi associati al riscaldamento globale, proteggendo i più vulnerabili dagli impatti peggiori”. Dunque, portare avanti la sostenibilità ambientale, ma anche quella economica e sociale. Sebbene, puntualizza Pichetto, “Tutti dobbiamo contribuire, e certamente in particolare quelli che attualmente emettono quote elevate di emissioni globali”.

Il responsabile del Mase esorta a sfruttare le occasioni che la scienza mette a disposizione dei governi e degli Stati, fornendo “soluzioni realizzabili per affrontare questa sfida globale”, anche se “la finestra di opportunità per agire per limitare gli effetti del cambiamento climatico – avverte – è molto stretta e non possiamo perdere altro tempo”.

Serve pragmatismo nelle scelte, quindi una delle basi di discussioni da cui l’Italia suggerisce di partire è quella di considerare politiche climatiche e scelte energetiche sul medesimo binario: “Sono facce di una stessa medaglia, non si può parlare delle prime senza affrontare il tema della riduzione della nostra dipendenza dai combustibili fossili e al contempo assicurare la sicurezza energetica”, sottolinea Pichetto. Che poi aggiunge: “In questo contesto, riteniamo che la Cop28, attraverso il Global stocktake, possa e debba dare indicazioni chiare verso percorsi realistici che portino ad obbiettivi tangibili”.

Tra questi cita “triplicare la capacità di energia rinnovabile globale e raddoppiare il tasso di efficienza energetica attuale, ridurre drasticamente le emissioni di metano, eliminare gradualmente i sussidi ai combustibili fossili e adottare misure di mitigazione ambiziose in tutti i settori economici”. Obiettivi che definisce “tutti alla nostra portata”. Per questo “è evidente che il successo della Cop28 sarà misurato anche se saremo in grado di definire e contestualizzare l’obbiettivo globale per l’adattamento”.

Ma Pichetto avvisa i partner internazionali anche su altri fattori da tenere bene a mente: “Il raggiungimento degli obiettivi a lungo termine dell’Accordo di Parigi richiede una trasformazione fondamentale di tutte le economie e un grande cambiamento nella struttura dell’economia globale, dei mercati finanziari e degli investimenti”. Ragion per cui, ammonisce, “dobbiamo lavorare insieme per rimuovere le barriere che ostacolano l’accessibilità e la sostenibilità dei Paesi vulnerabili e indebitati nell’attrarre finanziamenti per la transizione energetica e rafforzare la resilienza”.

Infine, altra parola d’ordine è sostenibilità. “La mitigazione e l’adattamento devono essere integrati in ogni decisione economica e finanziaria a livello nazionale e globale, oltre che nei bilanci nazionali”, ribadisce ancora Pichetto. Che conclude: “Solo in questo modo possiamo realmente coniugare la lotta al cambiamento climatico con le esigenze di sviluppo che i nostri cittadini ci richiedono”.

 

Photo credit: Mase

Eolico

Pichetto accelera su eolico offshore: Entro 2030 impianti per 1,4 Gw in Sicilia

La situazione esplosiva in Medio Oriente si riverbera, inevitabilmente, su tutta la comunità internazionale. Anche sull’Europa e, dunque, sull’Italia. L’energia è uno dei temi più caldi dall’inizio del 2022: quasi due anni vissuti letteralmente sulle ‘montagne russe’, sia per gli effetti su prezzi e stoccaggi, sia per la corsa alla diversificazione delle fonti. In questi mesi, infatti, è emersa con forza la necessità di non affidarsi solo alle fonti tradizionali, ma di guardare finalmente, e concretamente, anche alle rinnovabili. Anche per non rischiare di bucare gli obiettivi di riduzione delle emissioni al 2030 e al 2050. Il governo, però, oltre alle conseguenze della guerra in Ucraina adesso deve fare i conti pure con le tensioni tra Israele e Palestina che coinvolgono una regione fondamentale per gli approvvigionamenti.

Altra ragione per accelerare altre forme di energia. Sulle Fera livello europeo si sta supportando e sviluppando la tecnologia innovativa degli impianti eolici galleggianti, sia su acque interne sia offshore” e “in Italia l’interesse verso tale tecnologia è molto forte“, assicura il ministro dell’Ambiente e della sicurezza energetica, Gilberto Pichetto. Che in audizione davanti alla commissione sull’Insularità, ricorda che “secondo le previsioni del gestore di rete, in Sicilia al 2030 saranno installati 1,4 giga di impianti di produzione di energia elettrica da eolico off-shore“.

Servono comunque le norme per favorire questo settore e il responsabile del Masaf ribadisce che il decreto sulle aree marine idonee a installare gli impianti sarà emesso a breve, anche se dalle opposizioni è soprattutto il M5S a chiedere che il ministro parli “solo quando avrà i provvedimenti in mano”, facendo riferimento anche al dl sulle Comunità energetiche rinnovabili. Il problema sull’eolico, però, è che “bisogna raccordarsi con gli altri Paesi, dal Nordafrica fino al Portogallo, per definire le aree di competenza – spiega Pichetto -. Servono porti attrezzati (occorrono almeno due anni) e navi attrezzate”, poi “per avere cavi adeguati ci vogliono da 2 a 4 anni. Poi bisogna costruire le piattaforme”, dunque “è un percorso per cui ci va qualche anno“.

In questo scenario non è fuori contesto nemmeno l’operazione per provare a ridurre le criticità sull’approvvigionamento di acqua potabile nelle isole minori, dove ancora oggi è “un bene limitato e le soluzioni per accedervi sono ad alto impatto ambientale“. Ecco perché il ministro rivela che è allo studio un progetto per un “dissalatore marino mobile“.
Tutti temi che saranno utili in vista della Cop28, in programma a Dubai tra la fine del prossimo mese di novembre e la metà di dicembre. Dell’appuntamento Pichetto ha parlato anche nella giornata conclusiva della Youth4Climate che si è svolta a Roma questa settimana. “Oggi è ancora più forte l’impegno dell’Italia a sostegno dei giovani nella lotta alla crisi climatica“, dice. Garantendo: “Andremo alla Cop28 per sostenere le soluzioni presentate e lì lanceremo il bando per i progetti del prossimo anno”.

Shell inizia costruzione del suo primo impianto fotovoltaico in Italia

Shell inizia la costruzione del suo primo impianto fotovoltaico in Italia e posa a Taranto il pannello numero uno del grande parco ‘Zamboni‘.
Il mega-impianto sorgerà su un’area industriale di Talsano, con una capacità di circa 20 MW, ma assicurerà, a partire dal 2024, una produzione annua di oltre 30 GWh: il consumo medio di circa 14mila famiglie in un anno.

La multinazionale britannica opera in Italia da oltre un secolo e con l’avvio del fotovoltaico “conferma la propria posizione di Energy Company integrata“, commenta Marco Marsili, Country Chair Shell Italia. La compagnia è infatti presente in tutti i settori energetici “sostenendo la transizione energetica del Paese e i processi di decarbonizzazione dei nostri clienti“, rivendica ricordando che “con orgoglio” continua a porre il Paese come “uno dei principali all’interno del Gruppo“.

Oltre 34mila i pannelli fotovoltaici bifacciali ad alta efficienza verranno installati nel parco, su un’area di 17,6 ettari: 14,6 ettari ospiteranno i panelli, la restante area di circa 3 ettari verrà piantumata. La conclusione dei lavori è prevista per marzo 2024, mentre l’entrata in esercizio dell’impianto è prevista nel corso del mese successivo.

Si dice “molto contento” di dare avvio all’opera Ivan Niosi, amministratore delegato Renewable Generation Shell Energy Italia. Nel corso degli ultimi anni, spiega, “abbiamo sviluppato 48 progetti in 11 regioni italiane, di cui 20 con iter autorizzativo concluso e gli altri in avanzato stadio di permitting; progetti che ci rendono oggi tra i principali solar developer del Paese con circa 2 gigawatt di capacità di produzione”.

Come parte del progetto, Shell Energy Italia ha siglato un accordo con Baker Hughes, azienda che si è assicurata per 8 anni l’acquisto di una quota di energia rinnovabile prodotta dall’impianto come parte integrante del suo piano di decarbonizzazione degli stabilimenti italiani. Il contratto è “una conferma concreta della nostra capacità di creare un filo diretto tra la nostra produzione e la richiesta di energia da fonti rinnovabili posizionandoci come operatore energetico integrato”, afferma Gianluca Formenti, amministratore delegato Shell Energy Italia.
Un “passo importante verso la decarbonizzazione, in Italia e nel mondo“, lo definisce Paolo Noccioni, Presidente Nuovo Pignone IET, Baker Hughes. Parte di un “più ampio percorso verso la sostenibilità che, in quanto azienda di tecnologia a servizio dell’energia e dell’industria, sosteniamo anche attraverso lo sviluppo di soluzioni efficienti e innovative per accompagnare la transizione energetica. Per raggiungere gli importanti obiettivi di sostenibilità che ci siamo dati, per noi prioritari e non negoziabili, crediamo nell’attivazione di collaborazioni virtuose come questa che vede insieme aziende, Istituzioni e territorio”, fa sapere.

La realizzazione dell’impianto Zamboni genererà diversi benefici sia di carattere occupazionale che ambientale, contribuendo alla rinaturalizzazione di un’area fino a oggi incolta e sostenendo la biodiversità locale. Come parte degli accordi presi con il Comune, Shell costruirà un impianto fotovoltaico su lastrico solare, con sistema di accumulo energetico, sul tetto di un immobile nella disponibilità del Comune per consentire l’uso di energia rinnovabile. Nei prossimi mesi 32 persone saranno impegnate nella realizzazione dell’impianto, a cui si aggiungeranno addetti per la manutenzione delle aree a verde e per la successiva gestione ordinaria.