Trump: Usa in guerra, decisione entro due settimane. Iran minaccia su gas e petrolio

Due settimane. E’ il tempo che si è dato Donald Trump per prendere una decisione se schierare anche gli Stati Uniti nella guerra contro l’Iran. Non è la viva voce del presidente Usa a spiegarlo, né un messaggio sui suoi canali social, ma una dichiarazione letta alla Casa Bianca dalla sua portavoce, Karoline Leavitt: “Considerando che esiste una possibilità concreta che nei prossimi giorni possano o meno avere luogo dei negoziati con l’Iran, deciderò entro le prossime due settimane se procedere o meno“, ha fatto sapere il tycoon.

Nel frattempo incassa le parole al miele di Benjamin Netanyahu, che in un’intervista andata in onda oggi nel programma ‘Seven with Ayala Hasson‘, su Kan News, riconosce di sentire il “sostegno” di Washington, a differenza del recente passato, quando l’amministrazione di Joe Biden ha cercato di impedire a Israele di “trattare con i delegati dell’Iran. Il primo ministro, poi, accoglie “con favore” tutto l’aiuto che potrà arrivare al suo Paese per colpire i siti nucleari iraniani. Sul piano militare, poi, il leader di Israele assicura che le sue truppe sono “in grado di colpire tutti gli impianti nucleari” di Teheran e che, dall’inizio del conflitto, “abbiamo distrutto più della metà dei loro lanciamissili“. Nell’intervista c’è spazio per parlare anche delle dichiarazioni del suo ministro della Difesa, Yisrael Katz, secondo cui “Khamenei non deve continuare a esistere“. Netanyahu si limita a dire di aver “dato istruzioni che nessuno in Iran avrà l’immunità“, ma “oltre questo, non è appropriato né necessario aggiungere altro. Dobbiamo lasciare che i fatti parlino più delle parole“.

A distanza di migliaia di chilometri si sente anche la voce di Papa Leone XIV, che in un’intervista esclusiva al Tg1, parlando della crisi internazionale, la definisce “davvero preoccupante“. Il Pontefice afferma, poi, che “giorno e notte cerco di seguire ciò che sta succedendo in tante parti del mondo. Si parla soprattutto del Medio Oriente oggi, però non è soltanto lì“. Prevost rinnova l’appello per la pace: “Cercare a tutti i costi di evitare l’uso delle armi e cercare, attraverso gli strumenti diplomatici, il dialogo: ci mettiamo insieme a cercare soluzioni. Ci sono tanti innocenti che stanno morendo e bisogna promuovere la pace“, mette in luce.

L’Iran, dal canto suo, minaccia la possibile chiusura dello stretto di Hormuz, se gli Stati Uniti dovessero unirsi al conflitto con Israele: la sola ipotesi ha fatto schizzare il prezzo del gas che in Europa viene scambiato in chiusura a 41,7 euro per megawattora in rialzo di quasi l’8%.

La decisione, come annunciato dalla nota dello stesso Trump, arriverà nei prossimi giorni, mentre nella situation room aperta a Washington il Gabinetto del presidente passa al vaglio effetti e conseguenze. Molto attivo, in questo senso, è il segretario di Stato americano, Marco Rubio, che ha avuto una conversazione telefonica anche con il nostro ministro degli Esteri, Antonio Tajani. La Farnesina fa sapere che nel colloquio il vicepremier “ha ribadito l’impegno italiano per una de-escalation che favorisca una soluzione diplomatica nel conflitto fa Israele e Iran“. Inoltre, con Rubio “Tajani ha concordato sul fatto che l’Iran non deve avere la bomba atomica” e il ministro ha ricevuto dall’alleato americano “l’indicazione che gli Stati Uniti sono pronti a negoziati diretti con le controparti iraniane, come annunciato dal presidente Trump“.

Inoltre, il ministro della Difesa, Guido Crosetto, assicura che, al di là di quelle che saranno le scelte di Washington, “sicuramente l’Italia non pensa di entrare in guerra con l’Iran“.

La giornata è intensa per Tajani, che poco dopo sente al telefono anche il ministro degli Affari esteri della Repubblica Islamica dell’Iran, Seyed Abbas Araghchi, confermandogli – riporta sempre la Farnesina – “la contrarietà italiana al fatto che l’Iran si doti dell’arma atomica“. Allo stesso tempo il vicepresidente del Consiglio ripete “l’impegno del governo italiano per arrivare rapidamente a una de-escalation che porti alla fine degli scontri militari tra Iran e Israele“.

Il settimo giorno di conflitto si era aperto con un attacco missilistico iraniano contro un ospedale. A Beersheba, nel sud di Israele, che “completamente distrutto” diversi reparti del Centro Medico Soroka, e l’intero ospedale ha subito “danni significativi, come dichiarato dal direttore della struttura, Shlomi Codish. “L’edificio colpito direttamente era vuoto. Altri reparti del centro, che ricevevano pazienti, sono stati colpiti. Abbiamo 40 feriti, la maggior parte dei quali con ferite lievi“, ha aggiunto. Il portavoce dell’ospedale ha specificato che l’edificio distrutto era stato “evacuato nei giorni scorsi”. Il Comitato Internazionale della Croce Rossa (CICR) ha chiesto che gli ospedali siano “rispettati” e “protetti”. “Il codardo dittatore iraniano sta deliberatamente sparando contro ospedali ed edifici residenziali in Israele. Questi sono tra i più gravi crimini di guerra e Khamenei sarà ritenuto responsabile per i suoi crimini“, ha reagito Katz. Ali Khamenei “considera la distruzione di Israele il suo obiettivo“, ha affermato. “Non si può permettere a un uomo simile di continuare a esistere“.

Immagini televisive hanno mostrato una colonna di fumo nero che si alzava dal complesso di Soroka, il più grande ospedale del sud di Israele e, in quanto tale, un centro sanitario di riferimento per le comunità beduine del Negev, che accoglie regolarmente soldati israeliani feriti nella guerra a Gaza. Per Teheran, a essere preso di mira è stato “il centro di comando e intelligence del regime, situato vicino a un ospedale”. Ma il premier israeliano Benjamin Netanyahu non ci sta: “Faremo pagare un prezzo pesante ai tiranni“, ha avvertito, dopo aver dichiarato lunedì che l’uccisione dell’Ayatollah Khamenei avrebbe “posto fine al conflitto“. Durante una visita all’ospedale di Soroka, ha ribadito gli obiettivi dichiarati della guerra: “Il nostro obiettivo è duplice: armi nucleari e missili balistici. Li elimineremo. Stiamo completando l’eliminazione di questa minaccia“, ha affermato.

Il ministro Katz ha affermato che insieme al premier ha ordinato un’intensificazione degli attacchi contro l’Iran per “eliminare le minacce allo Stato di Israele” e “scuotere il regime degli ayatollah“. Dopo un attacco di decine di missili iraniani, nella mattinata è stato attivato un allarme in diverse regioni di Israele, tra cui Tel Aviv. I servizi di emergenza hanno segnalato 47 feriti. Dal canto suo, l’esercito israeliano ha dichiarato di aver colpito decine di siti in Iran, tra cui un “reattore nucleare incompiuto” ad Arak e “un sito di sviluppo di armi nucleari a Natanz“, nel centro del Paese. L’Iran “continuerà a esercitare il suo diritto all’autodifesa“, ha ribadito il ministro degli Esteri Araghchi. In attesa di capire le quali saranno le decisioni di Trump, Vladimir Putin e Xi Jinping hanno “condannato fermamente” gli attacchi israeliani in Iran, chiedendo una risoluzione politica e diplomatica del conflitto. Mosca poi ha messo in guardia Washington contro qualsiasi “intervento militare” che avrebbe “imprevedibili conseguenze negative“.

Le guerre fatte sulle tasche dei cittadini e la retromarcia della Ue

Schiacciati tra la guerra in Ucraina e gli orrori di Gaza, onestamente non si sentiva necessità di un altro fronte conflittuale, ancor più pericoloso, aperto da Israele contro l’Iran. Le evidenze di questi giorni testimoniano una svolta nell’accezione politica a questa terza guerra: mentre sull’Ucraina a tratti le posizioni non sono allineate, mentre sulla Striscia la condanna del mondo è univoca per ciò che ha scatenato la mattanza e per la reazione inusitata che continua a esserci, sulle incursioni dell’esercito di Netanyahu a Teheran e dintorni c’è la quasi sintonia del pianeta, al massimo (ed è il caso della Russia) si registrano silenzi imbarazzati. La minaccia atomica di un regime poco incline alla salvaguardia dei diritti umani, quello degli ayatollah, sta mettendo tutti d’accordo nella speranza che il conflitto non si allarghi e da regionale diventi planetario.

Fatta questa premessa, c’è la poi la sostanza delle cose che va a impattare sul cittadino comune, in Europa e in Italia. Già fiaccati dal ‘tiraemolla’ di Donald Trump che minaccia di mettere dazi anche ai sogni – a proposito, manca meno di un mese alla tregua di luglio – i sistemi economici occidentali devono rifare i conti con altri rincari, in particolare quelli dell’energia, cioè gas e petrolio. E’ vero che l’Iran attualmente ha un’incidenza minima nel mercato globale ed è vero che non si è verificato uno sconquasso dei prezzi (a giugno 2022, quattro mesi dopo l’invasione russa, aveva toccato i 122 dollari al barile, oggi è a 75), però la timida ripresa delle scorse settimane è andata a farsi benedire. E al signor Brambilla o alla signora Pautasso, che smaniano per andare in vacanza e magari non posseggono tutta questa sensibilità geopolitica, l’unica cosa che li rende irascibili sono il rincaro delle bollette e il pieno di diesel o benzina. Perché, alla resa dei conti, è sempre l’energia a fare da discriminante.

Prima c’erano gli Houty, adesso c’è lo stretto di Hormuz, che è grande come il Mare Adriatico e collega il Golfo Persico e il Golfo di Oman, là dove transitano ogni giorno 20 milioni di barili via nave. Se l’Iran decidesse di bloccare quel passaggio, mezzo mondo resterebbe a secco con conseguente impazzimento dei prezzi, perché una goccia di greggio varrebbe quanto un’oncia d’oro. Non a caso, l’Unione europea ha innestato la marcia indietro per quanto riguarda il tetto al petrolio russo, che doveva passare da 60 dollari (stabiliti nel 2022) a 45, in maniera da intaccare i ricavi di Vladimir Putin e togliergli le sovvenzioni per continuare il conflitto con l’Ucraina. Ma di fronte all’incedere minaccioso della guerra tra Israele e Iran e all’inevitabile aumento del prezzi, Ursula von der Leyen ha detto che conviene pazientare. Al contrario dell’Alta Commissaria Kaja Kallas che non vorrebbe arretrare di un millimetro, testimonianza di una distonia strategica all’interno della Commissione. A metterle d’accordo è intervenuto Trump, con un no secco e ultimativo all’inasprimento delle misure contro Mosca. E allora?

Allora lo spauracchio è quello degli Anni Settanta e delle targhe alterne legate alla crisi petrolifera. Assetati di benzina, vennero introdotte misure di austerity – mutuate da un’idea americana – per limitare la circolazione dei veicoli privati la domenica: una era vietata alle targhe pari, quella dopo alle targhe dispari. Tornare indietro di cinquant’anni senza capire il perché…

Iran, Trump valuta di entrare in guerra: “Sappiamo dov’è Khamenei, urge resa incondizionata”

Donald Trump valuta di entrare in guerra in Iran, al fianco di Israele. E’ l’ultima decisione presa dopo aver lasciato in anticipo il vertice del G7 a Kananaskis, in Canada, e prima di riunire alla Casa Bianca il Consiglio di sicurezza nazionale. “Sappiamo esattamente dove si nasconde il cosiddetto ‘Leader Supremo’. È un bersaglio facile, ma lì è al sicuro“, annuncia su Truth il tycoon newyorkese, facendo riferimento ad Ali Khamenei. “Non lo elimineremo (uccideremo!), almeno non per ora – fa sapere -. Ma non vogliamo che vengano lanciati missili contro civili o soldati americani. La nostra pazienza sta finendo. Grazie per l’attenzione dedicata a questa questione“. In un altro messaggio, poi, Trump chiede in caratteri cubitali la “resa incondizionata”.

Il presidente americano spiega di avere il “controllo completo e totale” dei cieli sopra l’Iran, nonostante Teheran disponga di ottimi sistemi di tracciamento satellitare e di altre attrezzature difensive, comunque non “paragonabili a quelle progettate, concepite e prodotte negli Stati Uniti”: “Nessuno – rivendica – lo fa meglio dei buoni vecchi Stati Uniti”. Trump potrebbe prendere “ulteriori misure” contro il programma nucleare iraniano, aveva scritto in precedenza il suo vice presidente, J.D. Vance, su X.

Intanto, secondo quanto riferito dall’esercito israeliano, è stato attivato un allarme rosso nella zona di Dimona, dove si trova una centrale nucleare nel sud di Israele, dopo il lancio di missili iraniani. Le raffiche di bombe reciproche non si placano. In Iran, una serie di potenti detonazioni sono state udite nel pomeriggio nel centro e nel nord di Teheran, e un media locale ha riferito di esplosioni a Isfahan (centro). L’esercito israeliano ha dichiarato di aver bombardato “decine” di obiettivi nell’Iran occidentale, dopo aver colpito durante la notte nella regione “decine di infrastrutture di stoccaggio e lancio” di missili terra-terra e terra-aria e “siti di stoccaggio di droni”. In Israele, i missili iraniani hanno fatto scattare le sirene di allarme nel pomeriggio intorno a Tel Aviv – dove missili e frammenti di proiettili erano caduti in mattinata senza fare vittime – e nel nord, secondo l’esercito. Quest’ultimo ha affermato di averne intercettati la maggior parte. Teheran ha giurato di bombardare Israele senza sosta per porre fine all’attacco israeliano di portata senza precedenti lanciato il 13 giugno, con l’obiettivo dichiarato di impedire all’Iran di dotarsi della bomba atomica.

L’Occidente sospetta che l’Iran persegua questo obiettivo, cosa che Teheran nega, difendendo il proprio diritto a un programma nucleare civile. Israele, che mantiene l’ambiguità sul proprio possesso di armi atomiche, possiede 90 testate nucleari, secondo l’Istituto internazionale di ricerca sulla pace di Stoccolma (Sipri). Da venerdì, l’aviazione israeliana ha colpito centinaia di siti militari e nucleari, uccidendo i principali alti ufficiali iraniani e scienziati nucleari.

Oggi, l’esercito ha annunciato di aver ucciso un importante comandante militare iraniano, Ali Shadmani, in un attacco notturno a Teheran. Israele ha avuto “il coraggio” di fare “il lavoro sporco per tutti noi” di fronte al “terrorismo del regime” iraniano, commenta il cancelliere tedesco Friedrich Merz, giudicando che il potere iraniano è stato “notevolmente indebolito”. Uccidere l’ayatollah Ali Khamenei “porrà fine al conflitto”, aveva precedentemente assicurato il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ai media internazionali, invitando gli iraniani a sollevarsi. I bombardamenti hanno anche ucciso civili da entrambe le parti in zone urbane. L’ultimo bilancio ufficiale iraniano di domenica riportava almeno 224 morti e più di mille feriti. In Israele, il bilancio ufficiale è di almeno 24 morti finora.

L’Iran ha minacciato Israele di “attacchi massicci con droni” e ha affermato di aver distrutto durante la notte con dei droni “obiettivi strategici” a Tel Aviv – tra cui il Mossad, il servizio di intelligence estero israeliano – e Haifa, la grande città nel nord di Israele. In serata, Teheran annuncia “imminenti” attacchi punitivi contro Israele. Il capo di Stato Maggiore delle forze armate iraniane, Abdolrahim Mousavi, esorta i residenti di Haifa e Tel Aviv a evacuare: “Presto saranno condotte operazioni punitive”, ha detto Mousavi in una dichiarazione video trasmessa dalla televisione di Stato. Dopo il lancio dell’attacco israeliano, gli Stati Uniti hanno dichiarato di rafforzare il loro “dispositivo difensivo” in Medio Oriente e di inviare la portaerei Nimitz. Donald Trump è tornato alla Casa Bianca abbreviando la sua presenza al vertice del G7 in Canada. Inizialmente aveva affermato di volere “una fine reale” del conflitto e “non un cessate il fuoco”, ma ha dichiarato di non essere “particolarmente dell’umore giusto per negoziare” con l’Iran, con cui gli Stati Uniti avevano riavviato i colloqui sul nucleare ad aprile. Ieri Trump ha consigliato agli abitanti di Teheran di evacuare “immediatamente” e oggi lunghe code si sono formate davanti ai panifici e alle stazioni di servizio della capitale iraniana, dove i negozi di alimentari rimangono aperti, ma non il Grand Bazaar, il principale mercato. Secondo quanto riferito da Baku ed Erevan, dal 13 giugno oltre 700 cittadini stranieri provenienti da una quindicina di paesi sono stati evacuati dall’Iran verso l’Azerbaigian e l’Armenia. I medici e gli infermieri iraniani sono stati requisiti, ha riferito martedì l’agenzia Isna. Un attacco informatico ha paralizzato la banca Sepah, una delle principali banche iraniane, secondo l’agenzia di stampa Fars. I media iraniani hanno poi riferito di un’interruzione generalizzata di Internet, senza specificarne l’origine. Israele ha affermato di aver distrutto “la principale struttura” dell’impianto di arricchimento dell’uranio di Natanz, nel centro dell’Iran. L’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA) ha riferito martedì di “elementi che indicano un impatto diretto sulle sale sotterranee” del sito.

Guerra aperta tra Trump e Musk. Il presidente: “E’ impazzito per lo stop ai sussidi sulle auto elettriche”

E’ ormai guerra aperta tra Elon Musk e il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump e all’indomani della “litigata” a distanza la situazione non accenna a migliorare. Così come la loro alleanza è stata spettacolare e intensa, lo è altrettanto loro rottura: il tycoon e il patron di Tesla hanno litigato pubblicamente, accusandosi di “follia” da una parte e “ingratitudine” dall’altra. Ma di ‘fare la pace’ il presidente non ci pensa proprio, almeno non adesso. Una fonte della Casa Bianca assicura che non ci sarà alcuna telefonata chiarificatrice tra i due. Anzi, intervistato da Abc News, Trump ha mostrato indifferenza verso la questione. Alla domanda di un eventuale colloquio con l’imprenditore, il repubblicano ha risposto: “Ti riferisci all’uomo che ha perso la testa? Non sono particolarmente interessato” a parlargli. Ma non solo: secondo il Wall Street Journal sarebbe anche pronto a vendere la Tesla che aveva acquistato. 

Ma cosa è successo tra i due? Trump ha confermato sul suo social network Truth Social di aver posto fine alla missione governativa di Musk, secondo lui “impazzito”, a causa di una decisione sfavorevole ai contributi sui veicoli elettrici. “Il modo più semplice per risparmiare miliardi e miliardi di dollari nel nostro bilancio sarebbe quello di annullare i sussidi e i contratti governativi” del capo di Tesla e SpaceX, ha scritto. Il botta e risposta si è poi trasferito su X, di cui l’ormai ex capo del Doge è proprietario. SpaceX “inizierà immediatamente a mettere fuori servizio la sua navicella spaziale Dragon”, utilizzata in particolare dalla Nasa per trasportare gli astronauti alla Stazione Spaziale Internazionale (ISS), ha promesso Musk. Salvo poi fare marcia indietro poche ore dopo: “Va bene, non metteremo fuori servizio Dragon”. Nel frattempo, la disputa ha mandato in picchiata le azioni Tesla, che hanno perso decine di miliardi di dollari di capitalizzazione a Wall Street, chiudendo a -14,26%.

Da quando l’uomo più ricco del mondo ha lanciato la scorsa settimana un attacco frontale contro un megaprogetto di legge finanziaria dell’amministrazione Trump, era chiaro che fosse solo questione di tempo prima che il divorzio fosse definitivamente consumato. È stato durante una riunione nell’Ufficio Ovale con il cancelliere tedesco Friedrich Merz, ridotto al ruolo di comparsa muta, che il presidente ha ufficializzato la rottura. Durante uno scambio con i giornalisti, trasmesso in diretta, Donald Trump si è detto “molto deluso”. “Elon e io avevamo un buon rapporto. Non so se sia ancora così”, ha ammesso riferendosi al suo ex “consigliere speciale”, che venerdì scorso ha lasciato l’incarico di responsabile della riduzione della spesa pubblica alla Casa Bianca.

“Assurdità”, ha commentato Musk in un commento a un video del presidente in cui affermava che la sua rabbia era dovuta alla perdita dei sussidi per i veicoli elettrici. “Falso”, ha poi postato sopra un estratto in cui Trump spiegava che l’imprenditore conosceva in anticipo il contenuto del testo. Una “grande e bella legge” per il tycoon, un “abominio” per le finanze pubbliche per Elon Musk. Da qui in poi l’escalation. Il multimiliardario, che ha generosamente finanziato la campagna del repubblicano nel 2024, ha assicurato che “Trump avrebbe perso le elezioni” senza di lui e lo ha accusato di “ingratitudine”. Non ha esitato a colpire sotto la cintura, affermando, senza fornire prove, che il nome del presidente era presente nel fascicolo di Jeffrey Epstein, il finanziere americano al centro di un vasto scandalo di crimini e sfruttamento sessuale che si è suicidato in prigione prima di essere processato. In risposta, la Casa Bianca si è limitata a definire questi attacchi “deplorevoli”.

Nell’Ufficio Ovale, Trump ha descritto il suo ex alleato come un amante respinto: “Diceva le cose più belle su di me”. “Le persone lasciano il nostro governo, ci amano, e a un certo punto ne sentono così tanto la mancanza… E alcuni di loro diventano ostili”, ha continuato il repubblicano.

Fin dal fragoroso ingresso di Elon Musk nella campagna di Donald Trump lo scorso anno, sono sorti dubbi sulla longevità del rapporto tra i due. All’inizio l’idillio sembrava perfetto. Il repubblicano aveva difeso il suo alleato dalle critiche e aveva persino organizzato un’operazione promozionale per il marchio Tesla alla Casa Bianca. Musk aveva definito il presidente “re” il giorno del suo insediamento e aveva indossato un cappellino con la scritta “Trump aveva ragione su tutto” durante il consiglio dei ministri. Ma le tensioni sono cresciute tra il multimiliardario molto impopolare e i ministri e i consiglieri del presidente.

Secondo alcuni esperti, ciò che potrebbe aver segnato il destino di Elon Musk non è avvenuto a Washington, ma nel Wisconsin, dove ha fortemente sostenuto un giudice conservatore in una recente elezione alla Corte Suprema locale. Ma è stata la candidata democratica a vincere, con un ampio margine. Trump, che detesta essere associato alla sconfitta, ha inevitabilmente seguito con attenzione questa prima avventura politica in solitaria del suo alleato, che non sembra comunque essersi scoraggiato. Il sudafricano, che non può diventare presidente perché naturalizzato, ha chiesto se non fosse arrivato il tempo di “creare un nuovo partito politico” negli Stati Uniti.

La Cnn, poi, arricchisce di un nuovo tassello lo scontro tra Donald Trump e il suo ex consigliere, Elon Musk, Dopo l’addio del patron di Tesla al dipartimento Doge, con tanto di polemiche sulla legge finanziaria, e la risposta del tycoon durante il punto stampa alla Casa Bianca durante la visita del cancelliere tedesco, Merz, ora è il sito dell’emittente a rivelare che il presidente degli Stati Uniti avrebbe chiesto al suo vice, JD Vance, di parlare in termini “diplomatici della situazione con Musk, almeno pubblicamente. Cnn cita una “fonte bene informata“.

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Dazi, Ue: Dialogo con Usa per accelerare negoziati, proposta ‘0 per 0’ su tavolo

Proroga fino al 9 luglio e avanti con i negoziati. I presidenti della Commissione europea, Ursula von der Leyen, e degli Stati Uniti d’America, Donald Trump, hanno trovato un punto di convergenza nel voler mettere velocità alle trattative in corso per risolvere la questione dei dazi commerciali e nel rimanere in contatto. La telefonata intercorsa tra i due leader, ieri, “è stata positiva”, ha commentato oggi la portavoce della Commissione europea, Paula Pinho, nel briefing quotidiano con la stampa. E anche se Bruxelles “non entra nei dettagli” della discussione, comunica che von der Leyen e Trump “hanno concordato di far avanzare velocemente i negoziati commerciali e di restare in stretto contatto”. Palazzo Berlaymont prende tempo: “Stiamo parlando della relazione commerciale più ampia e più stretta al mondo – ha precisato Pinho -, quindi questi negoziati sono complessi e richiederanno tempo”. Ma sottolinea pure che “con questa chiamata c’è un nuovo impeto per i negoziati e da lì partiremo” e che “è positivo vedere che c’è impegno anche a livello di presidenti”. Se “questo era il momento di contatti a livello di presidenti”, dall’altro lato non c’è tempo da perdere e “le discussioni andranno avanti già da questo pomeriggio quando il commissario Sefcovic avrà una telefonata con il segretario per il commercio Lutnick”, ha annunciato la portavoce. Intanto, dalla Commissione chiariscono che, nell’ambito del suo colloquio con Trump, ieri von der Leyen, ha avuto anche delle telefonate di aggiornamento con diversi leader Ue, tra cui la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. E mettono in chiaro che la proposta ‘zero per zero’ dazi è “ancora ampiamente” sul tavolo. “Riteniamo che sia un punto di partenza molto interessante per un buon negoziato che potrebbe portare benefici su entrambe le sponde dell’Atlantico, e certamente lo sosterremo con forza”, ha aggiunto il portavoce della Commissione Ue per il Commercio, Olof Gill. Intanto, a dirsi “fiducioso” rispetto ai colloqui tra Ue e Usa è stato il presidente francese Emmanuel Macron. “Le discussioni stanno procedendo bene. C’è stato un proficuo scambio tra il presidente Trump e la presidente von der Leyen, e spero che possiamo proseguire su questa strada, che dovrebbe portarci a tornare ai dazi più bassi possibili”, ha aggiunto. Mentre dal Consiglio Agricoltura e Pesca dell’Unione europea, il commissario Ue, Christophe Hansen, esprime il desiderio che si usi “saggiamente la nuova scadenza, fino al 9 luglio, per negoziare con gli Stati Uniti” e si possa “evitare qualsiasi dazio che sarebbe dannoso per gli agricoltori e i produttori alimentari su entrambe le sponde dell’Atlantico”.

E il ministro dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste, Francesco Lollobrigida, osserva che “l’Europa deve parlare a una voce unica” e che “la prima affermazione che si deve fare è evitare ad ogni costo un qualcosa che possa somigliare a una guerra commerciale”. Infine, da un evento ospitato dalla Hertie School a Berlino, la presidente della Banca centrale europea (BCE), Christine Lagarde, ricorda che “l’economia globale ha prosperato grazie all’apertura e al multilateralismo, sostenuti dalla leadership americana” e che “qualsiasi cambiamento nell’ordine internazionale che porti a un declino del commercio mondiale o alla frammentazione in blocchi economici sarebbe dannoso”. Ma, allo stesso tempo, rileva come questi sviluppi potrebbero “aprire la strada a un ruolo internazionale più importante per l’euro”. E migliorare il ruolo internazionale dell’euro potrebbe “stimolare la domanda europea”, “proteggere l’Europa da flussi di capitali più volatili” e consentire all’Europa di “controllare meglio il proprio destino”.

Ci risiamo: bomba di Trump sui dazi all’Europa. Strategia o fa sul serio?

Ci risiamo. In un tranquillo (si fa per dire) venerdì di metà maggio, Donald Trump sgancia l’ennesima bomba dei dazi: 50% dal mese di giugno nei confronti dei Paesi europei. Che sono brutti, cattivi, bla bla bla… Il refrain è il solito e le conseguenze sui mercati, che sono ipersensibili anche agli starnuti delle formiche, sono parimenti le solite: i listini vanno a picco, lo spread riparte, l’allarme genera panico, l’oro tocca vette inimmaginabili. Solo gas e, soprattutto, petrolio non fanno una piega perché al presidente degli Stati Uniti, adesso, va bene che i prezzi stiano bassi per gli affari che deve portare avanti e per una certa Russia da mettere all’angolo.

Allo stato dell’arte è difficile stabilire se questa volta Trump farà sul serio o se sarà la solita minaccia che genera un po’ di confusione prima della consueta marcia indietro, però su una cosa rischia di avere ragione: trattare con l’Europa non porta a nulla. O, per lo meno, non ha portato a nulla, a differenza dell’interlocuzione con la Cina che ha generato in tempi abbastanza brevi un’intesa su larga scala. Ora, è vero che la Ue non è il gigante di Pechino e che, per raccontarla con un’immagine è una nobile decaduta, ma probabilmente qualcosa di più e di diverso a Bruxelles dovrebbero inventarsi. Per il momento siamo all’apertura (al dialogo) con minacce (di ritorsioni) annesse.

Quella per presidente Usa, che è uno dei più bravi direttori commerciali del Pianeta, è una tattica che fino adesso ha prodotto spaventi (agli altri) e qualche vantaggio (a lui e al suo Paese, alla prese con un debito da vertigini). La bomba di Donald è arrivata paradossalmente il giorno dopo in cui il ministro Giancarlo Giorgetti, chiacchierando al Festival dell’Economia di Trento, aveva pronosticato un accordo al 10% in perfetto stile British. Già, perché Trump ha siglato un’intesa rapida anche con il Regno Unito e con mister Starmer.

Dubitiamo che l’inquilino della Casa Bianca abbia risposto al nostro ministro dell’Economia, però è certo che con lui non bisogna mai dare nulla per scontato. Come è abbastanza singolare che dopo una serie di annunci sempre smentiti dai fatti, i mercati cadano subito in preda al panico, legittimando speculazioni a molti zeri. Come è curioso constatare che i medesimi stati di angoscia non si siano sollevati per i nuovi dazi imposti dalla Ue alla Russia su fertilizzanti e prodotti. Dazi che andranno a impattare pesantemente sull’agricoltura. Tanto per capirsi, la tassazione extra passerà per alcuni fertilizzanti a base di azoto dal 6,5 a quasi il 100% per un periodo di tre anni, con ovvie ricadute economiche. E dire che il valore stimato del traffico commerciale è di circa 1 miliardo e mezzo di euro, insomma qualche mal di pancia doveva pur venire a qualcuno e invece niente. Forse perché ci sono dazi e dazi. O no?

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Usa, primo sì a riforma fiscale di Trump: tagliati sgravi al solare, titoli ko a Wall Street

La Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti, a maggioranza repubblicana, ha approvato con un solo voto di scarto (215 sì contro 214 no) la vasta proposta di legge del presidente Donald Trump su tasse e spesa pubblica, un pacchetto ambizioso che ora passa al Senato, dove è atteso un esame più approfondito e probabili modifiche.

Trump, intervenuto sulla sua piattaforma Truth Social, ha celebrato il voto ringraziando la leadership della Camera e invitando il Senato ad agire rapidamente per inviargli il testo da firmare, definendo la legge come “storica“.

Il pacchetto legislativo, lungo oltre 1.100 pagine, punta a estendere in modo permanente i tagli fiscali del 2017, ridurre la tassazione su mance e straordinari, aumentare la spesa per difesa e sicurezza delle frontiere e tagliare significativamente fondi destinati a programmi come Medicaid e buoni pasto. Inoltre, prevede l’eliminazione di diversi crediti d’imposta per l’energia pulita, tra cui quello per i veicoli elettrici introdotto dall’amministrazione Biden.

Le modifiche inserite nel testo finale includono l’introduzione anticipata di requisiti lavorativi per l’accesso a Medicaid, la fine di numerosi incentivi fiscali per le rinnovabili entro il 2028, la rimozione della tassa sui silenziatori per armi da fuoco, un tetto formale di 40.000 dollari sulla detrazione delle imposte statali e locali, e un fondo da 12 miliardi di dollari per il rimborso agli stati per le spese legate alla sicurezza dei confini. La legge include anche un aumento del tetto del debito federale di 4.000 miliardi di dollari. E questo ha mandato in fibrillazione i rendimenti dei titoli del Tesoro, col decennale che ha visto gli interessi salire sopra la soglia critica del 4,5%.

I critici della legge sostengono che la riforma aumenterebbe il debito pubblico federale di oltre 2.500 miliardi di dollari nel prossimo decennio, aggravando le disuguaglianze. Secondo il Congressional Budget Office, i tagli previsti al Medicaid potrebbero lasciare senza copertura sanitaria circa 7,6 milioni di americani entro il 2034.Se il Congresso non cambia rotta, questa legge sconvolgerà un boom economico in questo Paese che ha portato a una storica rinascita manifatturiera americana, bollette elettriche più basse, centinaia di migliaia di posti di lavoro ben retribuiti e decine di miliardi di dollari di investimenti principalmente negli Stati che hanno votato per il presidente Trump”, ha commentato Abigail Ross Hopper, presidente e Ceo della Solar Energy Industries Association (Seia). “Questa legislazione inattuabile ignora deliberatamente che l’implementazione dell’energia solare e dell’accumulo è l’unico modo in cui la rete elettrica statunitense può soddisfare la domanda dei consumatori, delle imprese e dell’innovazione americani. Se questa legge diventasse legge, l’America cederebbe di fatto la corsa all’intelligenza artificiale alla Cina e le comunità di tutto il paese andrebbero incontro a blackout”, ha aggiunto. “Ma non è tutto: le bollette elettriche degli americani saliranno alle stelle. Centinaia di fabbriche chiuderanno. Centinaia di miliardi di dollari di investimenti locali svaniranno. Centinaia di migliaia di persone perderanno il lavoro. Le famiglie perderanno la libertà di controllare i costi dell’energia. E la nostra rete elettrica sarà destabilizzata”, ha concluso la leader della lobby solare americana.

A Wall Street è stato dunque un bagno di sangue per le azioni del settore solare. Sunrun è crollato di oltre il 35%, poiché la legge elimina i crediti d’imposta per gli installatori come Sunrun che noleggiano le attrezzature ai clienti. Per gli analisti di Jefferies, citati da Cnbc, lo scenario è “peggiore di quanto temuto” per l’energia pulita, in quanto rappresenta un duro colpo per l’Inflation Reduction Act. Circa il 70% del settore dell’energia solare sui tetti ricorre ormai a contratti di leasing, rendendo la bolletta disastrosa per aziende come Sunrun, ha detto ai clienti l’analista del Guggenheim, Joseph Osha. Anche Enphase e SolarEdge sono crollati rispettivamente del 16% e del 24%, poiché le vendite dei loro inverter dovrebbero subire un colpo a causa della minore domanda di pannelli solari sui tetti. Il disegno di legge elimina anche i crediti per investimenti e produzione di energia elettrica per gli impianti di energia pulita la cui costruzione inizia 60 giorni dopo l’entrata in vigore della legge o che entrano in servizio dopo il 31 dicembre 2028. Forti vendite pure su Array (oltre -13%) e Nextracker (sopra il -6%) che producono dispositivi che consentono ai pannelli solari di tracciare la posizione del sole. Si salva, o quasi, invece First Solar – il più grande produttore di pannelli solari negli Stati Uniti – che cede il 3%. Questo perché il disegno di legge ha lasciato il credito d’imposta per la produzione pressoché intatto

Leone XIV incontra Vance in Vaticano e riceve l’invito di Trump alla Casa Bianca

Photo credit: VATICAN MEDIA

 

Sorrisi, strette di mano, e un faccia a faccia sulle aree di crisi del mondo, “auspicando il rispetto del diritto umanitario e del diritto internazionale e una soluzione negoziale tra le parti coinvolte“. Papa Leone XIV e JD Vance si incontrano a porte chiuse nel Palazzo Apostolico, un confronto ravvicinato che dà anche l’occasione al vicepresidente americano di consegnare al Pontefice una lettera da parte di Donald Trump, per invitarlo ufficialmente alla Casa Bianca. “È stato un incontro positivo e produttivo”, riferisce in conferenza stampa Karoline Leavitt, precisando che Trump spera di vedere Leone XIV a Washington “non appena potrà venire“.

Vance incontra poi, come da protocollo, anche il “ministro degli Esteri” della Santa Sede, Paul Gallagher. Il Vaticano pubblica una foto del Pontefice di Chicago mentre riceve il vice di Trump e il segretario di Stato Marco Rubio e diffonde una breve nota. Poche righe per assicurare che in Segreteria di Stato è stato “rinnovato” il “compiacimento per le buone relazioni bilaterali“, ci si è soffermati sulla collaborazione tra la Chiesa e lo Stato, sulla libertà religiosa e, appunto, sulla attualità internazionale. I due rappresentanti della delegazione statunitense hanno assistito domenica, insieme a decine di politici e teste coronate, con 200mila fedeli, alla messa che ha segnato ufficialmente l’inizio del ministero petrino di Robert Prevost. Che, prima di diventare papa, non aveva risparmiato critiche al governo di Trump dal suo profilo personale su X, in particolare sulla politica migratoria del tycoon newyorkese, e aveva criticato direttamente Vance. Tensioni che sembrano però sciolte, almeno per il momento: “Le nostre preghiere lo accompagnano mentre intraprende questa missione molto importante”, commenta Vance durante una riunione domenica pomeriggio, con la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen e la premier Giorgia Meloni.

La presidente del Consiglio sente poi anche Trump, insieme ai leader di Regno Unito, Keir Starmer, Francia, Emmanuel Macron, e Germania, Friedrich Merz, per alcune consultazioni prima della telefonata il presidente degli Stati Uniti e Vladimir Putin. Meloni ribadisce il sostegno dell’Italia, insieme ai partner europei e occidentali, agli sforzi del presidente americano per “una pace giusta e duratura in Ucraina, sottolineando l’importanza di un cessate il fuoco immediato e incondizionato“, fa sapere Palazzo Chigi. Ed esprime apprezzamento per la disponibilità dimostrata ancora una volta da parte ucraina a favore del dialogo e reiterando “l’auspicio che Mosca si impegni seriamente attraverso contatti diretti tra Leader in un negoziato che conduca alla pace”. La prossima settimana sarà “cruciale”, chiarisce da Roma von der Leyen. “Il presidente è determinato a ottenere risultati” sull’Ucraina, conferma l’inviato speciale di Donald Trump, Steve Witkoff, prima di avvertire: “Se non ci riesce lui, allora non ci riuscirà nessuno”.

Ucraina, telefonata di due ore Trump-Putin. Il presidente Usa: Al via subito i negoziati

Da un lato Donald Trump – “stanco e frustrato” – dall’altro il presidente russo, Vladimir Putin. E, dall’altro ancora, il leader ucraino, Volodymyr Zelensky. A pochi giorni dal fallimento dei negoziati di Istanbul, il presidente degli Stati Uniti tenta ancora il ruolo di mediatore nelle trattative sulla guerra in Ucraina e lo fa con due distinte telefonate ai capi delle nazioni in guerra per “porre fine al bagno di sangue“. Quella con Putin è durata circa due ore e, secondo lo stesso leader russo, si è trattato di un dialogo “utile e costruttivo“, verso “la giusta direzione”. Un colloquio durante il quale Mosca si è detta pronta a collaborare con l’Ucraina su un memorandum per un futuro trattato di pace, che potrebbe includere “i principi di risoluzione, la tempistica di un possibile accordo di pace e così via, incluso un possibile cessate il fuoco per un certo periodo qualora vengano raggiunti gli accordi pertinenti“. Per Putin, che ha parlato alla tv di Stato, è necessario, però, che “entrambe le parti parti dimostrino la massima volontà di pace e trovino compromessi che soddisfino” tutti. “Il tono e lo spirito della conversazione sono stati eccellenti“, ha assicurato Trump sul social Truth, al termine del discorso di Putin. La Russia e l’Ucraina, ha detto il repubblicano, “avvieranno immediatamente i negoziati per un cessate il fuoco e, cosa ancora più importante, per porre fine alla guerra”. Le condizioni saranno negoziate tra le due parti, “come è giusto che sia, poiché solo loro conoscono i dettagli di una trattativa di cui nessun altro è a conoscenza”. Ma la telefonata si è spinta oltre la trincea di guerra, perché la Russia, ha detto Trump, “vuole commerciare su larga scala con gli Stati Uniti quando questo catastrofico ‘bagno di sangue’ sarà finito, e io sono d’accordo”. In sostanza, “c’è un’enorme opportunità per la Russia di creare un numero enorme di posti di lavoro e ricchezza. Il suo potenziale è illimitato”. Allo stesso modo, “l”Ucraina può essere un grande beneficiario del commercio, nel processo di ricostruzione del suo Paese”. I negoziati tra Russia e Ucraina inizieranno immediatamente. Al termine della telefonata, Trump ha informato non soltanto Zelensky, ma anche la presidente della Commissione europea, il presidente Emmanuel Macron, la premier Giorgia Meloni il cancelliere tedesco, Friedrich Merz e il presidente finlandese Alexander Stubb. “Il Vaticano, rappresentato dal Papa – ha detto ancora Trump – ha dichiarato che sarebbe molto interessato ad ospitare i negoziati. Che il processo abbia inizio”.

I colloqui di pace di venerdì scorso tra ucraini e russi, i primi dal 2022, non hanno portato al cessate il fuoco richiesto dall’Ucraina e dai suoi alleati, mentre continuano gli attacchi mortali sul campo. Dopo l’incontro di Istanbul, che ha messo in evidenza il divario tra le posizioni di Mosca e Kiev, Trump sabato aveva annunciato la telefonata con Putin auspicando “una giornata produttiva” per raggiungere “un cessate il fuoco”. Anche il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha dichiarato di volere un cessate il fuoco “completo e incondizionato” di 30 giorni, “sufficientemente lungo” per consentire le discussioni e con “la possibilità di una proroga”. Il presidente russo ha finora respinto tutte le richieste di Kiev di una tregua prima dei colloqui, ritenendo che una pausa nei combattimenti consentirebbe alle forze ucraine di riarmarsi grazie all’aiuto militare occidentale. La telefonata Trump-Putin è “ovviamente importante”, ha detto il portavoce del Cremlino, Dmitri Peskov, assicurando che Mosca “apprezza molto” la “mediazione” americana in questa spinosa questione. La Russia, ha ricordato, desidera “ovviamente” “raggiungere i propri obiettivi” in Ucraina “con mezzi politici e diplomatici”, dopo oltre tre anni dall’invasione che ha causato la morte di almeno decine di migliaia di persone, tra civili e militari.

Prima della telefonata, il portavoce del Cremlino aveva detto di aspettarsi un lavoro “laborioso” e “forse lungo” per la risoluzione del conflitto, evocando “numerose sfumature che devono essere discusse”. Domenica a Roma, il vicepresidente americano JD Vance e Volodymyr Zelensky si sono incontrati, discutendo in particolare, dei “preparativi per il colloquio” tra Trump e Putin e “un cessate il fuoco”. Si è trattato del primo incontro tra i due dopo il loro alterco nell’Ufficio Ovale alla fine di febbraio, al fianco di Donald Trump. I Paesi europei, sostenitori di Kiev, cercano di fare fronte comune e di esercitare pressioni su Mosca, minacciando “massicce” sanzioni se il Cremlino non accetterà una tregua. Domenica, i leader francese, britannico, tedesco e italiano hanno parlato al telefono con Donald Trump, ribadendo “la necessità” di una tregua “incondizionata” e hanno chiesto che “il presidente Putin (prenda) sul serio i colloqui di pace”

Si chiude il tour del Golfo per il presidente Trump: tanti affari ma meno diplomazia

Trump, viaggio più d’affari che di diplomazia tra Abu Dhabi, Doha e Ryad

Si conclude oggi oggi negli Emirati Arabi Uniti il tour nel Golfo di Donald Trump, caratterizzato da promesse di investimenti milionari, ma anche da un’apertura storica nei confronti della Siria e da ottimismo sul dossier nucleare. Dopo aver raccolto 600 miliardi di dollari in Arabia Saudita e un contratto da 200 miliardi di dollari per Boeing in Qatar, giovedì ad Abu Dhabi il presidente americano ha ottenuto la promessa di 1.400 miliardi di dollari di investimenti in dieci anni. Sono stati firmati accordi per un valore complessivo di 200 miliardi di dollari, tra cui un ordine di 14,5 miliardi di dollari per Boeing e Ge Aerospace e la partecipazione del gigante petrolifero degli Emirati Adnoc a un progetto da 60 miliardi di dollari negli Stati Uniti, secondo la Casa Bianca.

Il primo importante viaggio internazionale di Donald Trump è stato anche caratterizzato da dichiarazioni shock sulle crisi che scuotono la regione, dalla revoca delle sanzioni contro la Siria, alla guerra a Gaza, passando per il nucleare iraniano.

Ad Abu Dhabi, Doha e Riyadh, il miliardario repubblicano è stato accolto con tutti gli onori, dimostrando la sua vicinanza ai leader delle monarchie petrolifere e del gas della regione. “Siete un Paese straordinario. Siete un Paese ricco. Potete scegliere, ma so che sarete sempre al mio fianco”, ha detto giovedì al presidente degli Emirati Arabi Uniti, lo sceicco Mohamed bin Zayed, dopo che quest’ultimo ha annunciato il suo piano di investimenti faraonici. “È il più grande investimento che abbiate mai fatto e lo apprezziamo davvero. E vi tratteremo come meritate, in modo magnifico”.

Venerdì, secondo i media locali, Trump dovrebbe partecipare a un incontro con alcuni uomini d’affari. Dovrebbe poi recarsi all’Abrahamic Family House, un centro interreligioso che ospita una moschea, una chiesa e una sinagoga, dopo aver visitato giovedì la più grande moschea del Paese. Gli Emirati Arabi Uniti hanno normalizzato le relazioni con Israele nel 2020 nell’ambito degli accordi di Abramo conclusi durante il primo mandato di Trump. Giovedì, in Qatar, Donald Trump aveva affermato che Washington e Teheran si stavano avvicinando a un accordo sul nucleare iraniano, dopo quattro cicli di discussioni condotte tra i due paesi nelle ultime settimane, facendo scendere i prezzi del petrolio. In Arabia Saudita, ha sorpreso tutti annunciando la revoca delle sanzioni americane contro la Siria. Ha poi incontrato il presidente siriano Ahmad al-Chareh, ex jihadista che ha rovesciato Bashar al-Assad.

Per quanto riguarda la Striscia di Gaza, il presidente americano ha dichiarato di voler assumere il controllo di questo territorio palestinese, devastato da 19 mesi di guerra tra Israele e il movimento islamista palestinese, e di volerne fare “una zona di libertà”, al che Hamas ha replicato che Gaza “non è in vendita”.

Adepto di una diplomazia transazionale, il presidente americano ha definito il suo tour “storico”, affermando che potrebbe “fruttare, in totale, da 3.500 a 4.000 miliardi di dollari in soli quattro o cinque giorni”. Secondo la Casa Bianca, gli Emirati e gli Stati Uniti hanno anche firmato un accordo sull’intelligenza artificiale (Ia), un settore in cui il Paese del Golfo cerca di affermarsi assicurandosi l’accesso alle tecnologie americane all’avanguardia. L’accordo prevede investimenti degli Emirati in centri dati negli Stati Uniti e l’impegno a “allineare maggiormente le loro normative in materia di sicurezza nazionale a quelle degli Stati Uniti, comprese solide protezioni per impedire la diversione di tecnologie di origine americana”, secondo la Casa Bianca. L’ex promotore immobiliare ha inoltre chiaramente confermato la rottura con la diplomazia dell’ex presidente democratico Joe Biden, basata in parte su appelli al rispetto dei diritti umani e alla democrazia. Questi concetti non sono stati messi in primo piano nel Golfo dal presidente repubblicano.

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