Dl Energia, Meloni: “Provvedimento coraggioso”. Confindustria plaude, ma per agricoltori “va cambiato”

Il giorno dopo l’approvazione del nuovo decreto Energia in Consiglio dei ministri è tempo di tirare le somme. Atteso sin dallo scorso mese di novembre, il provvedimento è arrivato al traguardo di Palazzo Chigi con un bonus sociale di 115 euro, un aumento dell’Irap del 2% (solo per alcune categorie di imprese), il sostegno alle Pmi favorendo i contratti a lungo termine (Ppa) e una sorta di price cap per livellare i 2 euro al megawattora di differenziale tra il Psv e il Ttf di Amsterdam.

Nel provvedimento c’è anche il superamento delle Ets, ma per l’effettiva efficacia toccherà attendere prima il via libera di Bruxelles, che prende tempo: “Dobbiamo esaminare attentamente cosa viene proposto prima di poter valutare la sua conformità con le nostre norme”. Il punto è cruciale pure per alcune Regioni che si erano mosse per alleviare i costi della tassa europea, come la Lombardia, che infatti prevede effetti negativi: “Avevamo chiesto molto semplicemente di passare prima dall’Europa e negoziare la possibilità di sterilizzare l’Ets. Un procedimento ordinato avrebbe evitato rischi sui mercati”, sottolinea l’assessore all’Energia della Lombardia, Massimo Sertori, al ‘Corriere della Sera’.

Misure, quelle contenute nel decreto, che alleviano il peso dei rincari dell’energia, ma che non convincono tutti. A spiegare la ratio è il ministro dell’Ambiente e della sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, che in una lunga ‘maratona’ televisiva parla soprattutto di equilibrio” da trovare “rispetto alle disponibilità, perché “quest’anno rientriamo dalla procedura di infrazione Ue sul deficit, quindi va mantenuto sicuro il saldo di bilancio”. Secondo il responsabile del Mase, comunque, i benefici ci sono, almeno per 2,7 milioni di famiglie.

Per la premier Giorgia Meloni, intervistata da SkyTg24, si tratta di un provvedimento “molto importante e molto coraggioso”, perché in Italia “il problema è strutturale e stiamo cercando di intervenire strutturalmente. Di fatto, favorendo il disaccoppiamento famoso, del quale tanto si è parlato, tra l’elettricità e il costo del gas, che vuol dire abbassare le bollette anche combattendo la speculazione e cerchiamo di intervenire su un’altra cosa abbastanza complessa da capire ma che è molto importante che sono gli ETS”.

Alle imprese, invece, toccherà pagare circa 900 milioni di maggiorazione Irap: “È innegabile – dice al ‘Sole 24 Ore’ – che, a seguito della crisi energetica, ci sia stata da parte di alcuni settori una condizione di maggiore guadagno che ha garantito più solidità. Quindi, la logica che ci ha spinti è stata quella di chiedere a questi stessi comparti un piccolo aiuto: un gesto di responsabilità verso il Paese”. Tra queste ci sono anche i produttori, fornitori e distributori di energia, che oggi pagano lo scotto nelle quotazioni di Borsa. Un “rimbalzo del tutto naturale”, secondo Pichetto.

Da Confindustria il giudizio è positivo. “Finalmente le imprese al centro delle priorità del Paese, lo avevamo chiesto e il governo ci ha ascoltato”, esulta il delegato del presidente per l’energia e la transizione energetica, Aurelio Regina. Il Centro studi di Unimpresa calcola che “l’impatto complessivo del decreto su energia elettrica e gas può arrivare a circa 7 miliardi di euro nel biennio 2026-2027, considerando non solo i trasferimenti diretti in bolletta ma anche gli effetti sistemici sulle dinamiche di prezzo all’ingrosso”.

Ma non tutti se la sentono di festeggiare. Ad esempio gli agricoltori, che chiedono di rivedere la norma sul biogas che riduce i prezzi minimi garantiti. “Mettere in difficoltà le imprese che producono energia rinnovabile significa mettere a rischio posti di lavoro, investimenti e la stessa capacità del sistema agricolo di contribuire alla decarbonizzazione e all’autonomia energetica nazionale”, lamenta Coldiretti. Cia-Agricoltori italiani chiede al Parlamento di “intervenire con modifiche significative, affinché la riduzione delle bollette non si traduca in un colpo mortale per il biogas agricolo”. Stessa avvertenza anche da Confagricoltura e da Cib: il decreto “rischia di compromettere la stabilità e il futuro delle aziende agricole”. Dal mondo delle piccole e medie imprese è Confapi a promuovere nel complesso le misure del decreto, ma avvisa: “Non sono ancora sufficienti per permettere alle nostre Pmi manifatturiere di recuperare la competitività perduta rispetto ai partner europei e ai competitor extra-Ue”.

I consumatori, invece, sono critici. “Purtroppo, il bonus di 115 euro non si sommerà a quello straordinario di 200 euro dello scorso anno”, spiega Unc, che teme la confusione. Adiconsum chiede di fare di più contro la povertà energetica, perché “si tratta di misure emergenziali, che non risolvono il problema del caro-bollette”, mentre Consumerismo No Profit teme la beffa del cosiddetto ‘bollino sconto‘: “Ricalca l’esperienza fallimentare del ‘Carrello Tricolore’ e appare priva di efficacia reale”.

Ovviamente, anche la politica si divide esattamente a metà sul provvedimento. Da un lato ci sono i partiti di maggioranza che salutano con entusiasmo il via libera del Cdm, in alcuni casi definendo le norme “storiche” per affrontare strutturalmente il tema dei rincari. Sul punto c’è una visione abbastanza comune tra FdI, Lega, Forza Italia e Noi moderati. Di tutt’altro avviso, invece, le opposizioni. Il Pd definisce il dl “pasticciato e insufficiente dopo 7 mesi di annunci e promesse. Ma sulla stessa lunghezza d’onda si sintonizzano anche M5S, Avs e Iv. “Oltre a non risolvere il caro energia e a regalare soldi pubblici ai produttori di energia attraverso il trasferimento di 4 mld di oneri di sistema a vantaggio delle società energetiche – elenca le criticità Angelo Bonelli -, distrugge il settore delle rinnovabili e la transizione ecologica. L’articolo 7 del decreto prevede la cancellazione del 72% delle connessioni di nuovi impianti da fonti rinnovabili e del 79% delle connessioni relative ai sistemi di accumulo“. Segnali chiarissimi, dunque, che l’iter in Parlamento sarà caratterizzato da un nuovo scontro.

Arrigoni lascia il Gse: “E’ il momento di nuove sfide”. Si apre corsa alla successione

Paolo Arrigoni lascia la carica di presidente del Gestore servizi energetici. Con un anno di anticipo rispetto alla scadenza naturale del mandato, l’ex senatore leghista decide di interrompere la sua esperienza perché “è arrivato il momento di intraprendere nuove sfide professionali”, come spiega in un lungo post su Facebook.

Le dimissioni saranno effettive dal prossimo 1 febbraio e arrivano “per motivi strettamente personali”, specifica una nota di Gse. “La decisione non è stata facile”, continua Arrigoni, che ringrazia “i colleghi del Cda e i membri del Collegio sindacale, con i quali vi è stata da subito e costantemente piena armonia e totale condivisione nelle scelte strategiche” ma anche i ministri dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, e dell’Ambiente, Gilberto Pichetto Fratin, che lo avevano scelto circa tre anni fa. “Oggi il Gse ha un volto nuovo, riconosciuto da molti – dice ancora Arrigoni -. Non è più percepito come un ostacolo burocratico allo sviluppo dell’efficienza energetica e delle rinnovabili, ma come un alleato prezioso al servizio di cittadini, imprese, operatori, associazioni e Pubbliche Amministrazioni”.

Con l’addio del presidente si apre con dodici mesi di anticipo la corsa alla successione al vertice del Gse, che è una partecipata diretta del Mef. Secondo i primi rumor la soluzione interna potrebbe essere quella più attendibile, con lo spostamento dell’attuale amministratore delegato, Vinicio Mosè Vigilante. Nella lista non vengono, al momento, esclusi nemmeno i nomi dei consiglieri di amministrazione, Caterina Belletti, Roberta Toffanin e Giovanni Quarzo, ma l’obiettivo sembra orientato altrove per cercare il nuovo presidente.

La scelta dovrà essere fatta guardando al prossimo futuro, che prevede un nuovo impegno dell’Italia verso un mix che comprenda il nucleare sostenibile, oltre allo sviluppo delle fonti rinnovabili e il graduale distacco dalle fonti fossili come il gas. Sfide su cui il Gestore servizi energetici è impegnato in prima fila, oltre alla gestione delle operazioni accessorie di misure cruciali come l’Energy Release. Il Gse, inoltre, è la società per azioni capogruppo di Acquirente Unico Spa, Gestore dei mercati energetici (Gme) e Ricerca sul Sistema Energetico (Rse), che operano nell’ambito energetico con finalità pubblicistiche.

Clima, governo vara nuovo Piano sociale da 9,3 miliardi. Pichetto: “Sosteniamo famiglie e imprese”

Il governo vara un nuovo Piano sociale per il clima sul quale investe 9,3 miliardi di euro. Il documento strategico è pronto, ora il ministero dell’Ambiente e della sicurezza energetica lo invierà alla Commissione europea per la validazione finale, prima dell’entrata a regime.

L’obiettivo del testo è “accompagnare la transizione ecologica dell’Italia mettendo al centro le persone”, verga il Mase nella nota in cui annuncia la fine di un lavoro condotto “con il supporto di un Gruppo Tecnico di Lavoro e in stretta sinergia con tutte le amministrazioni coinvolte”. Le intenzioni dell’esecutivo sono quelle di fornire una risposta “alle sfide della transizione climatica, garantendo equità sociale, sostegno alle fragilità, sviluppo territoriale e innovazione”.

Entrando nel dettaglio, il nuovo Piano sociale per il clima si articola in quattro grandi misure, due delle quali riguarderanno il settore dell’edilizia e le altre due la mobilità sostenibile. Di questi oltre 9 miliardi, 3,2 miliardi saranno investiti sia nella riqualificazione energetica degli edifici di proprietà pubblica in classe F e G sia di quelli di proprietà delle microimprese vulnerabili. Il ritorno atteso dalla misura è di un risparmio complessivo di circa 250 milioni annui: 125 milioni per circa 210mila famiglie vulnerabili e 131 milioni per oltre 80mila microimprese. Altri 1,375 miliardi di euro, poi, sono destinati all’ampliamento del Bonus sociale cosiddetto ‘Gas Plus’, mentre 3,105 miliardi serviranno per sostenere lo sviluppo di servizi di mobilità pubblica e hub di prossimità nelle aree svantaggiate. Infine, 1,74 miliardi sono riservati dedicati alla misura ‘Il mio conto mobilità’, con portafogli digitali per il trasporto pubblico rivolti alle persone in condizione di povertà dei trasporti.

La transizione ecologica non può lasciare indietro nessuno. Con questo Piano lo dimostriamo nei fatti, investendo risorse senza precedenti per aiutare famiglie e imprese a reggere l’impatto dei cambiamenti e cogliere le opportunità di un’Italia più moderna, giusta e sostenibile”, commenta il ministro, Gilberto Pichetto Fratin. Il documento ora sarà trasmesso alla Commissione Ue secondo le scadenze previste – spiega il Mase -, per consentire l’attivazione delle misure nei tempi utili e garantire la piena operatività dal 2026 al 2032. “Questo Piano è frutto di un confronto rigoroso e trasparente con amministrazioni, territori, parti sociali e stakeholder – conclude Pichetto Fratin -. È un tassello fondamentale della strategia italiana per una transizione verde giusta, che tenga insieme crescita economica, tutela ambientale e coesione sociale”.

Non mancano, però, le critiche. Non sulla bontà del piano quanto sulle modalità operative. A lanciare l’allarme è la Uil: “L’annuncio del Mase è certamente un passaggio rilevante, ma non possiamo fare finta che tutto stia andando nel verso giusto“, dice la segretaria confederale della Uil, Vera Buonomo. Spiegando che “se è vero che servono risorse per accompagnare la transizione ecologica, è altrettanto vero che queste non possono essere programmate né spese senza il coinvolgimento pieno delle parti sociali“. Perché “il regolamento europeo che istituisce il Fondo sociale per il Clima prevede esplicitamente la partecipazione di sindacati e organizzazioni sociali nella definizione dei piani nazionali“. Dunque, aggiunge Buonomo, non si tratta di una facoltà ma di un preciso obbligo. Al momento, questo passaggio è mancato ed è un limite grave, che rischia di indebolire il Piano stesso di fronte alla Commissione europea“. Ora la palla passa a Bruxelles.

Forza Italia contro lo spopolamento di montagne e piccoli borghi, -5% residenti in 10 anni

Tutelare montagne, aree interne, piccoli comuni e zone rurali alle prese con le sfide del cambiamento climatico e dello spopolamento. I numeri parlano chiaro: solo negli ultimi dieci anni si è registrato un calo del 5% dei residenti nei comuni montani italiani. E non è un problema da poco visto che il nostro Paese è caratterizzato per due terzi proprio da colline e monti. Un calo che intacca l’economia, visto che la montagna è fonte di una ricchezza non valorizzata pienamente. Per salvaguardare questo patrimonio, non solo ambientale, “bisogna gestire il territorio e fare manutenzione”. Ne è certo il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, intervenuto ad un convegno alla Camera organizzato da Forza Italia per parlare proprio di politiche per la montagna.

Il ministro si riferisce a piccole azioni per arginare le sfide imposte dal cambiamento climatico. “Bisogna intervenire sull’assetto idrogeologico – sottolinea – raccogliere l’acqua quando è troppa e rilasciarla quando c’è siccità. Si devono quindi fare gli invasi”. Manutenzione è la parola d’ordine del ministro: “Pala e badile per evitare che il rigagnolo diventi frana”. Uguale attenzione va data ad “un nuovo elemento di percezione, l’aumento di un turismo diverso”. Secondo Pichetto bisogna far crescere “anche la capacità di accoglienza in posti che fino a poco tempo fa non erano assolutamente pronti a questo”. 

In Italia abbiamo 4.176 comuni definiti ‘montani’, più della metà. E due Regioni, Valle d’Aosta e Trentino, sono completamente composte da montagne. Solo in Piemonte, su 1250 comuni, oltre 900 sono piccoli e spesso montani. Garantire a queste popolazioni servizi essenziali a parità di condizione con gli altri enti territoriali è la priorità secondo il ministro della Pubblica Amministrazione, Paolo Zangrillo: “Dobbiamo creare le condizioni affinché chi vive in questi luoghi lo faccia in realtà attrattive, in grado di esprimere le loro caratteristiche”. E ricorda come la montagna sia presente in un articolo della Costituzione: “E’ un grande patrimonio, anche economico. I nostri Padri Costituenti lo avevano già capito”. A questo proposito, il ministro degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale, Antonio Tajani, chiede “strutture adeguate che promuovano lo sviluppo coniugando sostenibilità e innovazione”. Secondo il titolare della Farnesina, lo sviluppo di questi territori è legato al turismo sostenibile, all’innovazione digitale e alla piena valorizzazione delle risorse locali. 

Il ddl per la Montagna, già passato al Senato, attende nel frattempo il passaggio alla Camera. Sul testo c’è l’impegno di Forza Italia. “È doveroso fare in modo che chi sceglie di vivere in montagna, chi sceglie di lavorare e di investire in montagna, abbia le stesse risposte che può dare la città”, ribadisce il senatore e vice capogruppo vicario di Forza Italia a Palazzo Madama, Adriano Paroli. La montagna “crea ricchezza, non bisogna dimenticare il sostegno a questo tesoro inestimabile”, aggiunge Paolo Barelli, presidente dei deputati FI. Mentre il presidente dei senatori azzurri, Maurizio Gasparri, sottolinea il ruolo svolto negli ultimi anni da Poste Italiane, con alcune strutture recuperate nei piccoli comuni che altrimenti avrebbero rischiato la chiusura per obsolescenza.

Terra dei fuochi, Pichetto: “Azioni insufficienti, si valuta ricorso su sentenza Cedu”

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Sulla Terra dei fuochi in Campania “è ormai una decina di anni che sono state messe in campo una pluralità di azioni che hanno cercato di raggiungere gli obiettivi di risanamento ambientale e di tutela della salute dei cittadini”. Si tratta di azioni che “hanno visto il coinvolgimento sinergico di tutti i livelli istituzionali” per cercare di “portare sollievo a una terra martoriata”. Tuttavia, “obiettivamente, ciò che è stato fatto non è sufficiente”. Il ministro dell’Ambiente e della sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin, in audizione in Commissione parlamentare di inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti, ammette che in relazione all’emergenza della Terra dei fuochi non è stato fatto abbastanza: “E’ evidente che occorre dare un ulteriore slancio alle azioni di risanamento con maggiore rapidità, come ci ricorda anche la sentenza della Corte europea“.

Quindi annuncia che il governo ha “in corso di valutazione con l’Avvocatura dello Stato la proponibilità di un ricorso alla Grande Cameracontro la sentenza emessa proprio dalla Cedu per le responsabilità dell’esecutivo nella gestione dell’emergenza Terra dei Fuochi e che aveva condannato l’Italia ad adottare, entro due anni dalla data in cui la sentenza diventerà definitiva, misure generali per affrontare in modo adeguato il fenomeno dell’inquinamento.

Il ministro sottolinea come la Corte europea abbia infatti rimarcato “la mancanza di organicità nell’azione delle autorità preposte, la lentezza e la parzialità di alcuni interventi”, elementi “che lasciano supporre che le autorità italiane non abbiano agito con la diligenza richiesta dalla gravità della situazione e non abbiano dimostrato di aver fatto tutto ciò che poteva essere richiesto per proteggere le vite dei ricorrenti”. Accuse che però ora il governo vuole impugnare.

Nel frattempo il ministero presieduto da Pichetto Fratin vuole arrivare “rapidamente a una positiva conclusione della perimetrazione” del Sito di interesse nazionale (Sin) dell’Area vasta di Giugliano nel napoletano, “per dare un segnale immediato al territorio e anche alle richieste della stessa Corte europea”. Sulla vicenda, secondo il ministro, esiste ancora un problema culturale: “È impressionante che ci siano ancora i fuochi, qui c’è una questione di sensibilizzazione della popolazione nel denunciare e delle autorità nell’intervenire in modo deciso contro queste azioni criminali”.

Fa ben sperare tuttavia il bilancio delle iscrizioni al RenTRi, il Registro elettronico nazionale per la tracciabilità dei rifiuti a cui si sono registrate già 150mila imprese. “Il dato atteso era 70mila, mentre a fine 2025 è 500mila – spiega Pichetto Fratin – quindi ora siamo al 30% del totale. E’ un passo rilevante almeno sotto l’aspetto della prevenzione“. Rimane un punto interrogativo invece la questione di un commissario ad hoc. “Non so se ci sono le condizioni per un commissario – conclude il ministro – la valutazione non spetta a me e non ho questi poteri. E’ un tema che porterò al tavolo di Palazzo Chigi”.

 

 

Il Piano Mattei muove i primi passi dal Cairo

I primi atti ufficiali del Piano Mattei partono dall’Egitto. Giorgia Meloni domenica scorsa è volata al Cairo con la presidentessa della Commissione europea, Ursula von der Leyen, il presidente della Repubblica di Cipro, Nikos Christodoulidis, e i primi ministri di Belgio, Alexander De Croo, Grecia, Kyriakos Mitsotakis, e Austria, Karl Nehammer, con l’obiettivo (europeo) di rafforzare il partenariato strategico Ue-Egitto. Ma anche per raggiungere altri obiettivi, stavolta però solo italiani.

Con il presidente egiziano al-Sisi, la premier parla di produzione agricola e sicurezza alimentare, concordando sulla necessità di stabilire un partenariato strategico tra i due Paesi per la realizzazione di “grandi progetti agricoli e di bonifica“: una ‘model farm‘ viene definita da Palazzo Chigi, che consenta anche di trasferire le più innovative tecnologie italiane nel settore per contribuire alla sicurezza alimentare. Un primo passo parallelo (e propedeutico) alla firma di una serie di accordi bilaterali che riguardano prettamente il Piano Mattei, con cui il governo vuole trasformare l’Italia nell’hub europeo dell’energia, con progetti di cooperazione in Africa che dovrebbero portare sviluppo e benessere, ponendo anche un freno ai flussi migratori irregolari. I protocolli riguardano diverse materie: dal supporto tecnico ai distretti industriali della pelle, marmo e mobile alla promozione dei diritti e della inclusione sociale delle persone con disabilità, una convenzione finanziaria tra Cdp e il governatore della Banca centrale egiziana per un credito agevolato di 45 milioni di euro alle pmi locali e un’intesa, sempre di Cassa depositi e prestiti, con Afreximbank da 100 milioni per progetti di sviluppo sostenibile nel campo della sicurezza alimentare per le piccole e medie imprese africane.

Sace, invece, ha sottoscritto due memorandum, con Orascom Contruction e Bank of Alexandria, per il supporto finanziario alla filiera italiana nei progetti di sviluppo infrastrutturale in Egitto e l’interscambio commerciale. Simest e National Service Project Organisation, poi, realizzazeranno un investimento nel settore minerario, delle sabbie silicee. Mer Mec e il presidente dell’Autorità Ferroviaria egiziana collaboreranno per la fornitura di un treno di misura per il monitoraggio delle linee convenzionali delle Ferrovie egiziane per il valore di circa 7 milioni di euro e la realizzazione di un progetto di segnalamento per un valore di circa 100 milioni. E ancora Arsenale Spa fornirà all’Autorità Ferroviaria egiziana un treno turistico. Infine, il memorandum d’intesa tra il direttore della Scuola Italiana di Ospitalità e il presidente del partner egiziano Pickalbatros Group servirà ad attivare un programma di formazione professionale nel campo dell’ospitalità e turismo, con l’obiettivo ulteriore di aprire una scuola di formazione nel servizio di gestione alberghiera e del turismo a Hurgada, nel Mar Rosso.

Per rafforzare i rapporti tra i due Paesi, la visita al Cairo è stata anche l’occasione per inaugurare gli uffici del ‘Sistema Italia’, che comprende l’Ambasciata d’Italia, le sedi di Ita/Ice, Cassa depositi e prestiti, Sace e Simest. Per la buona riuscita del Piano Mattei, infatti, servirà il massimo livello di relazioni con tutti i Paesi partner della sponda sud del Mediterraneo.

La ‘questione energetica‘, però, resta nella lista delle priorità a tutte le latitudini. Il ministro dell’Ambiente e della sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, infatti, oggi, 19 marzo, parteciperà al Berlin Energy Transition Dialogue, nella capitale tedesca. L’edizione 2024 ha numeri davvero importanti: 2mila partecipanti da più di 90 paesi, circa 50 ministri degli Esteri e dell’Energia e segretari di Stato, oltre ai 100 relatori di alto livello. Il titolo del vertice è ‘Accelerating the Global Energy Transition‘, ovvero ‘accelerare la transizione energetica globale‘, perché l’obiettivo è concordare misure specifiche attraverso le quali gli Stati si prefiggono di raggiungere gli obiettivi climatici concordati a livello internazionale. Si discuterà di phase out dal carbone, ma anche di riduzione delle emissioni in settori chiave come mobilità, infrastrutture, edilizia e industria.

A Berlino, inoltre, Pichetto firmerà con il vice cancelliere e ministro dell’Economia e della Protezione climatica tedesco, Robert Habeck, un accordo intergovernativo bilaterale di solidarietà in materia di gas. Che sarà il tema anche di un addendum trilaterale che coinvolgerà anche la Svizzera, oltre ovviamente a Italia e Germania.

Energia, Bardi lancia la Basilicata: “Regione ‘pilota’ a livello internazionale”

L’energia è uno dei temi più caldi degli ultimi due anni, per l’Italia, per l’Europa e per la comunità internazionale. In questo scenario, il nostro Paese può vantare un ‘gioiello’ del settore: la Basilicata. E proprio dalla provincia di Matera la Regione lancia una grande sfida: fare “da pilota in un contesto internazionale“. Questo è l’obiettivo fissato dal governatore, Vito Bardi, alla prima Conferenza Energia e Ambiente ‘Strategia energetica e traiettorie di sviluppo’, promossa dalla Regione con la collaborazione di Enea e Feem, che si svolge al Centro ricerche Enea Trisaia di Rotondella. “Il nostro è un territorio di riferimento per il Paese, perché qui abbiamo il fossile, l’eolico, l’idroelettrico, il fotovoltaico e grandi potenzialità che deriveranno anche dalle biomasse – spiega il presidente -. La Basilicata si pone come luogo indispensabile per la sperimentazione dei processi innovativi di decarbonizzazione anche con il contributo del fossile“.

Il percorso fatto finora, ha detto Bardi, “è quello di avere una transizione energetica“. Perché “il fossile c’è, tra 100 anni non ci sarà più, nel frattempo bisogna pensare alle alternative e alle azioni da mettere in atto per far diventare la Basilicata un hub energetico“. In questo contesto “pubblico, istituzioni e privato devono collaborare tra di loro per avere un orizzonte temporale che non sia limitato al domani“. Concetto ripreso e ribadito anche dall’assessore Ambiente, energia e territorio della Regione Basilicata, Cosimo Latronico. “La transizione energetica non è una cosa che si fa dalla mattina alla sera, ma un tempo nuovo che si costruisce insieme tra tutti gli attori pubblici e privati“. L’esponente della giunta Bardi, infatti, sottolinea che il gruppo è al lavoro “per costruire alternative fattibili e concrete” e per questo il percorso è stato “messo a terra” perché “la rivoluzione ecologica e tecnologica è in corso“. Secondo Latronico “si aprono scenari nuovi per le imprese, per le istituzioni e per le università” e visto che il futuro della Basilicata “non è il declino, ma lo sviluppo è fondamentale “costruire comunità per fronteggiare le crisi ambientale ed energetica, che devono rappresentare un’occasione per fare sviluppo“. E la regione “ha il diritto di avere una prospettiva di futuro attorno alle sue risorse“.

Un’idea che sembra sposarsi perfettamente con la visione del governo. “A seguito dei fatti che si sono verificati con la guerra in Ucraina si è ribaltato il nostro sistema di approvvigionamento dell’energia“, dice il ministro dell’Ambiente e della sicurezza energetica, Gilberto Pichetto. “Prima il fulcro era nel centro Europa, mentre oggi il Sud assume una centralità veramente rilevante – continua -. E’ questa la base di sviluppo che se il Mezzogiorno saprà cogliere sarà una nuova rivoluzione“. Parlando del Piano Mattei, il responsabile del Mase ricorda che “l’Europa ha bisogno di circa 20 milioni di tonnellate di idrogeno al 2030: 10 di produzione nazionale europea e altri 10 di importazione“, quindi il Sud “può avere altra centralità“. E la Basilicata “che ha dato tanto per il petrolio e il gas, può fare altrettanto anche nella produzione di idrogeno per il futuro“.

Di possibilità ce ne sono molte, anche per le ‘materie prime’ di cui il Sud dispone come sole, mare e vento, per l’idroelettrico, il fotovoltaico. A questo proposito, Pichetto annuncia: “Firmerò a breve il decreto Agrivoltaico che ha in dote 1,1 miliardi, ho ricevuto l’ok proprio ieri mattina“.

Provvedimento che può risultare molto interessante, anche alla luce delle capacità di un territorio come la Basilicata: “Rappresenta un’eccellenza nel campo delle rinnovabili, ha già superato tutti gli obiettivi del 2020, con un +28% rispetto al target prefissato“, rivela infatti il presidente Enea, Gilberto Dialuce. “Ci sono oltre 2.100 megawatt di potenza installata in rinnovabili, solo l’anno scorso sono stati 77 i megawatt. Anche le biomasse sono una fonte importante perché coprono quasi il 95% del settore termico – prosegue -. E’ una regione tra le più virtuose, anche sull’efficienza energetica. Ed è interessante come laboratorio per nuove forme di sviluppo a livello locale. Ha anche un primato: 83 comuni su 131, oltre il 60% , sono esportatori di energia. E anche la regione esporta energia“. Domani seconda giornata di lavori a Rotondella, con le conclusioni affidate a Raffaele Fitto, ministro che ha nelle mani il dossier Pnrr, altro capitolo di forte interesse per il Sud e la Basilicata.

Auto, ok al decreto sugli Euro5: rinviato il blocco a ottobre 2024

L’obiettivo “più importante” da raggiungere, nel più breve tempo possibile, era quello di scongiurare il blocco dei veicoli Diesel Euro5 in Piemonte a partire dal 15 di settembre. “Ci siamo riusciti ma la soluzione non era semplice e il risultato per nulla scontato“, rivendica il ministro dell’Ambiente e della sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, dopo l’approvazione in Consiglio dei ministri del decreto legge che rimanda al 1 ottobre del 2024 il blocco delle vetture diesel Euro5 in 76 comuni del Piemonte.

È il risultato delle interlocuzioni avute nelle settimane scorse tra i ministeri competenti e le Regioni del bacino padano, principalmente con il Piemonte, che a seguito delle sentenze della Corte di Giustizia dell’Unione europea del 2020 e del 2022, aveva dovuto introdurre dal prossimo 15 settembre la limitazione della circolazione dei veicoli Euro5 nei comuni con popolazione al di sopra del 10 mila abitanti“, spiega. Il Governo è intervenuto con lo strumento del Decreto per “scongiurare una crisi sociale ed economica di famiglie e imprese“, smorza le polemiche. E tira in ballo anche l’importanza degli impegni assunti con l’Unione europea che “primi su tutti vanno incontro anche alla tutela della salute dei cittadini”.

Il decreto che gli uffici del ministero dell’Ambiente e della sicurezza energetica hanno predisposto prevede la revisione e l’aggiornamento dei Piani sulla qualità dell’aria da parte delle Regioni che nel 2017 avevano firmato l’Accordo di Programma, al fine di riesaminare i contenuti dei provvedimenti adottati alla luce dei risultati già conseguiti di riduzione delle emissioni inquinanti.

Dal 2017, però, ricorda Pichetto in conferenza stampa, “il quadro è completamente cambiato, siamo intervenuti con decreto, vista l’urgenza“.

Nelle more degli esiti di tali valutazioni, le misure di limitazione della circolazione di veicoli di categoria diesel Euro 5, possono essere attuate esclusivamente a far data dal 1° ottobre 2024 e in via prioritaria nei comuni superiori ai 30mila abitanti, dotati di un’adeguata rete di trasporto pubblico locale e dove ci sono valori inquinanti alti che possono incidere sulla tutela della salute. E ancora, la facoltà che viene meno e che diventa un obbligo a partire dal 1° ottobre 2025, sempre nei comuni con le caratteristiche appena citate. Il provvedimento si è reso necessario, scandisce il ministro, anche perché “il passaggio all’elettrico non è completo. Le colonnine sono un provvedimento di questo governo, non sono installate completamente e dopo il Covid, con il problema dei chip, non sono stati consegnati moltissimi veicoli elettrici“.

Nella redazione del decreto si è quindi tenuto conto delle criticità legate all’indisponibilità dei materiali necessari alla produzione di batterie di veicoli elettrici, in grado da assicurare una tempestiva sostituzione dei veicoli Euro 5 e, assicura Pichetto, “abbiamo verificato che la tempistica proposta, non confliggesse con gli obiettivi del Pacchetto Ue For 55%“.

Rinnovabili, decreto sulle Aree idonee in arrivo: l’obiettivo è 80 Gigawatt al 2030

Questione di giorni, non più di mesi. Il decreto legge che individua le Aree idonee ad accogliere gli impianti per aumentare la produzione di energia da fonti rinnovabili è pronto, ora mancano il passaggio in Conferenza unificata e in Cdm. La bozza, che GEA ha potuto visionare, conferma quanto ha sempre sostenuto il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, Gilberto Pichetto, in questi mesi: l’obiettivo è raggiungere una potenza aggiuntiva di 80 Gigawatt entro il 2030. La tabella di ripartizione tra Regioni e Province autonome vede sul gradino più alto del podio la Sicilia, con un target progressivo che dovrà portare l’isola a 10.380 Megawatt entro i prossimi 7 anni. Alle sue spalle c’è la Lombardia con 8.687 MW e in terza posizione la Puglia con 7.284 MW.

A seguire ci sono i 6.255 MW al 2030 per l’Emilia-Romagna, 6.203 per la Sardegna, 5.763 MW per il Veneto, 4.921 MW per il Piemonte, 4.708 MW per il Lazio, 4.212 per la Toscana, 3.943 MW per la Campania, 3.128 MW per la Calabria, 2.313 MW per le Marche, 2.076 MW per la Basilicata, 2.067 MW per l’Abruzzo, 1.940 MW per il Friuli Venezia Giulia, 1.735 MW per l’Umbria, 1.191 MW per la Liguria, 995 MW per il Molise, 848 MW per la provincia di Trento, 804 MW per Bolzano e 549 per la Valle d’Aosta.

Dal momento in cui il decreto sarà operativo, Regioni e Province avranno 180 giorni di tempo per emanare leggi locali utili a individuare le superfici dove potranno sorgere gli impianti. Per chi non rispetterà le scadenze, sarà il Cdm a prendere le redini in mano, con il Mase che potrà proporre al presidente del Consiglio gli schemi di atti normativi di natura sostitutiva. Gli enti locali potranno anche concludere fra di loro accordi per il trasferimento statistico di determinate quantità di potenza, ma in caso di inadempienze, rispetto agli obiettivi minimi assegnati al 2030, ci saranno compensazioni economiche “finalizzate a realizzare interventi a favore dell’ambiente, del patrimonio culturale e del paesaggio, di valore equivalente al costo di realizzazione degli impianti“. Ci sarà l’Osservatorio nazionale, un “organismo permanente di consultazione e confronto tecnico sulle modalità di raggiungimento degli obiettivi regionali, nonché di supporto e di scambio di buone pratiche in particolare finalizzate all’individuazione delle superfici e delle Aree idonee e non idonee“.

Quanto ai criteri, le aree agricole classificate come Dop e Igp sono considerate idonee solo ai fini dell’installazione di impianti agrivoltaici. Inoltre, nel processo di individuazione delle superfici devono essere rispettati “i princìpi della minimizzazione degli impatti sull’ambiente, sul territorio, sul patrimonio culturale, sul paesaggio e sul potenziale produttivo agroalimentare, fermo restando il vincolo del raggiungimento degli obiettivi di decarbonizzazione al 2030 e tenendo conto della sostenibilità dei costi correlati al raggiungimento di tale obiettivo.

Tra le aree idonee rientrano i “siti dove sono già installati impianti della stessa fonte in cui vengono realizzati interventi di modifica, anche sostanziale” che “non comportino una variazione dell’area occupata superiore al 20%“, anche se questo limite “non si applica per gli impianti fotovoltaici“. Restando sempre sul punto, per “impianti fotovoltaici standard realizzati su suoli agricoli, una percentuale massima di utilizzo del suolo agricolo nella disponibilità del soggetto che realizza l’intervento, comunque non inferiore al 5% e non superiore al 10%“, Mentre “per impianti classificati come ‘agrivoltaici’ che rispettino le prescrizioni di esercizio previstela percentuale raddoppia al 20.

Per quanto concerne gli impianti eolici, i criteri assegnati a Regioni e Province autonome c’è quello di valutare le aree “con adeguata ventosità” tale da “garantire una producibilità maggiore di 2.250 ore equivalenti a 100 metri di altezza“. Ma vanno escluse le superfici “ricomprese nel perimetro dei beni sottoposti a tutela, come i siti che rientrano “nel patrimonio Unesco, nella lista Fao Gihas e in quelli iscritti nel registro nazionale dei paesaggi rurali storici“, sui quali, è possibile “introdurre fasce di rispetto di norma fino a 7 chilometri, purché le aree idonee complessivamente individuate sul territorio regionale o provinciale abbiano una superficie pari almeno all’80% di quella individuabile applicando i limiti di 3 chilometri e comunque pari almeno all’80% di quella individuabile considerando i criteri specifici di ventosità“. Una scelta che non piace all’Anev, l’Associazione nazionale energia del vento: “Ancora una volta sembra penalizzare il settore eolico, il provvedimento risulta poco soddisfacente“.

Il decreto, poi, stabilisce che le nuove leggi regionali o quelle varate dalle Province autonome per rispettare le nuove disposizioni sulle Aree idonee “prevalgono su ogni altro regolamento, programma, piano o normativa precedentemente approvato a livello regionale, provinciale o comunale, inclusi quelli in materia ambientale e paesaggistica“. Infine, i procedimenti avviati prima dell’entrata in vigore del dl Aree idonee vengono comunque portati a termine con le regole in vigore dal 2021.

Pichetto: “Centrali a carbone al minimo, ho firmato l’atto di indirizzo”

Ho firmato l’atto di indirizzo a Terna, coinvolgendo Arera, che prevede una riduzione al minimo delle centrali a carbone e anche la cessazione dell’utilizzo di olio combustibile“. Lo annuncia il ministro dell’Ambiente e della sicurezza energetica, Gilberto Pichetto, a margine dell’assemblea di Cida. “Questo determina un passaggio verso il nuovo, verso una prospettiva, speriamo, totale del carbone, con gradualità – continua -. Al momento vengono tenute al minimo per ragioni di sicurezza, perché il quadro internazionale è ancora tale che non sappiamo quale potrà essere il futuro sul fronte energetico“, spiega. “Il nostro stoccaggio ha raggiunto un livello ottimo, siamo ben oltre l’80%, quindi ci sono tutte le condizioni per passare gradualmente all’abbandono del carbone. Poi il passaggio successivo sarà il petrolio“, conclude.