Le imprese aumentano fatturato e fiducia mentre crolla il sentiment dei consumatori

Aumenta la fiducia delle imprese italiane ma crolla quella dei consumatori a novembre. L’ultimo aggiornamento di Istat restituisce un quadro più che mai contrastato considerando anche la bassa crescita. Buone notizie arrivano dal mondo produttivo: il sentiment, in crescita per il quarto mese consecutivo, balza dai 94,4 punti di ottobre a 96,1, con il segmento manifatturiero che con 89,6 punti tocca persino il livello più alto da luglio 2023. L’indice di fiducia aumenta anche nei servizi di mercato (da 95,1 a 97,7) e nel commercio al dettaglio (da 105,2 a 107,3) mentre cala nelle costruzioni da 103,2 a 102,6.

L’istituto nazionale di statistica segnala che nell’industria tutte le componenti registrano una dinamica positiva, mentre nelle costruzioni gli imprenditori giudicano il livello degli ordini/piani di costruzione in peggioramento rispetto al mese scorso ma prevedono un aumento dell’occupazione. Nel terziario, migliorano le opinioni sull’attività e sul livello degli ordini ma calano le aspettative sugli ordini. In particolare, Istat spiega che nel commercio al dettaglio “migliorano decisamente” i giudizi sulle vendite mentre le “relative aspettative sono in calo e le scorte sono giudicate in accumulo”.

Discorso assai diverso per le famiglie. A novembre la fiducia è scesa di quasi 3 punti, portandosi a 95 punti, ai minimi da aprile, trascinata dal peggioramento delle valutazioni sulla situazione economica e dal clima personale. Tutte le componenti sono comunque in calo, soprattutto le attese sulla disoccupazione e le valutazioni relative al risparmio. Nonostante il bonus elettrodomestici e l’imminente tredicesima, peggiora peraltro anche l’opportunità all’acquisto di beni durevoli, segnale di un atteggiamento sempre più prudente che potrebbe deprimere ulteriormente i consumi nel quarto trimestre. Non a caso Confcommercio parla di “segnali poco rassicuranti”, per un “mood in pericolosa regressione”. Confesercenti vede “nubi addensarsi” sul Natale delle famiglie, mentre dal lato imprese commerciali il dato sulla fiducia è ritenuto “fisiologico” con l’arrivo anche del Black Friday.

Imprese che registrano persino una ripresa nel fatturato. Sempre secondo Istat, a settembre tornano a crescere su base mensile – in valore e in volume – sia l’indice destagionalizzato del fatturato dell’industria (rispettivamente +2,1% e +3%) sia quello dei servizi (+1,8% e +1,6%). Per l’industria, la dinamica congiunturale positiva è stata più marcata per la componente estera, mentre per i servizi gli incrementi maggiori hanno interessato il commercio all’ingrosso. Nel complesso del terzo trimestre si osserva una lieve crescita congiunturale in entrambi i comparti. Nel confronto annuo, il fatturato dell’industria registra un aumento del +3,4% in valore e del +3,5% in volume, mentre sui servizi si rileva un confortante +4,3% in valore e +3,7% in volume.

I dati Istat si abbinano a quelli diffusi dalla Commissione Ue. A novembre l’indicatore del clima economico (Esi) è rimasto sostanzialmente stabile sia nell’Ue che nell’area dell’euro (entrambi +0,2 punti a 96,8 e 97,0, rispettivamente). L’indicatore delle aspettative occupazionali è invece aumentato in entrambe le aree (Ue +1,1 punti a 98,8, zona euro +0,8 punti a 97,8). Entrambi gli indicatori continuano comunque a registrare valori inferiori alla loro media a lungo termine di 100. L’Esi pressoché invariato è il risultato di una maggiore fiducia nei servizi, nel commercio al dettaglio e nell’edilizia, che è stata quasi interamente compensata da una minore fiducia nell’industria (-0,7 punti). La fiducia dei consumatori è rimasta sostanzialmente stabile e tra le maggiori economie dell’Ue, l’Esi è migliorato in Spagna (+2,0), Italia (+1,1), Francia (+0,8) e Polonia (+0,5), mentre è rimasto sostanzialmente stabile in Germania e nei Paesi Bassi (entrambi -0,3).

tech

Oggi Connact Industry & Market 2025: nuova rotta su sostenibilità e competitività industriale

Sostenibilità e competitività industriale sono le parole chiave per lo sviluppo e il rafforzamento del mercato interno in Italia e nell’Ue, in un contesto globale caratterizzato da incertezze, conflitti e tensioni commerciali. Si discuterà di questo e delle linee guida tracciate dal Clean Industrial Deal e dalla Single Market Strategy della Commissione Europea durante il nuovo evento di Connact, la piattaforma di eventi che favorisce il confronto tra soggetti privati e istituzioni attraverso momenti di incontro e networking.

L’evento, organizzato in collaborazione con il Parlamento europeo e sostenuto dai più alti patrocini istituzionali, si terrà a Roma mercoledì 19 novembre presso lo spazio Europa Experience. A Connact Industry & Market 2025 autorevoli rappresentanti delle istituzioni chiamate a dare concretezza normativa ai documenti strategici europei si confronteranno con le più rappresentative aziende e organizzazioni di categoria sulle problematiche da risolvere e le soluzioni da adottare la risposta UE alle sfide globali, con il rafforzamento del Mercato Unito e del commercio estero.

Dopo i saluti istituzionali di Carlo Corazza, Direttore dell’Ufficio del Parlamento europeo in Italia e Claudio Casini, Direttore della Rappresentanza in Italia della Commissione UE, interverranno alla tavola rotonda l’Eurodeputato Brando Benifei, membro della Commissione per il Commercio Internazionale (INTA), della Commissione per gli Affari Costituzionali (AFCO), della Commissione per il mercato interno e la protezione dei consumatori (IMCO), e della Commissione giuridica (JURI); l’Eurodeputato Stefano Cavedagna, Vicepresidente della Commissione speciale sullo scudo europeo per la democrazia (EUDS) e membro della IMCO e della Commissione per l’ambiente, il clima e la sicurezza alimentare (ENVI); l’Eurodeputata Isabella Tovaglieri, membro della Commissione per l’industria, la ricerca e l’energia ITRE), della INTA, della Commissione per l’agricoltura e lo sviluppo rurale (AGRI) e della Commissione speciale sulla crisi degli alloggi nell’Unione europea (HOUS); Luca Squeri, Deputato e Segretario della Commissione Attività produttive; Gianfrancesco Romeo, Dirigente generale Consumatori e Mercato del Ministero delle Imprese e del Made in Italy (MIMIT); Gabriele Scabbia, membro del Dipartimento Politiche per le Imprese del MIMIT; Salvatore D’Acunto, Capo unità della Direzione generale del Mercato interno, dell’industria, dell’imprenditoria e delle PMI GROW E.2 della Commissione UE; Marco Granelli, Presidente di Confartigianato Imprese; Carmelo Di Marco, Vice Presidente del Consiglio Nazionale del Notariato; e infine Paolo Fantoni, Vicepresidente Vicario di FederlegnoArredo e Presidente di Assopannelli.

Modera l’incontro Vittorio Oreggia, Direttore di GEA – Green Economy Agency. L’evento è realizzato da Connact in collaborazione con l’Ufficio in Italia del Parlamento europeo. Tra i promotori dell’iniziativa ci sono Confartigianato Imprese, Consiglio Nazionale del Notariato e FederlegnoArredo.

Decarbonizzazione e competitività: la sfida dell’acciaio green sbarca a Ecomondo

(Photo copyright: AFP)

Oltre 300 mila persone impiegate – ma 2,6 milioni di posti di lavoro tra diretti e indiretti – 500 siti di produzione in 22 Stati membri e un contributo al Pil del continente pari a 80 miliardi di euro: l’Ue è il terzo produttore mondiale di acciaio, ma la situazione non è delle più rosee. A pesare – e molto – è la situazione geopolitica e commerciale internazionale, a cui i dazi hanno dato il colpo di grazia, ma anche la necessità di rendere il settore sempre più sostenibile, in linea con il Green Deal.

LA STRATEGIA EUROPEA. All’inizio di ottobre la Commissione europea ha lanciato la sua strategia per sostenere la siderurgia, che combina misure protezionistiche e un piano d’azione per la decarbonizzazione e la competitività, con l’obiettivo di proteggere l’industria dell’acciaio europea dalla concorrenza globale e sostenere la sua transizione verde.

In un decennio, infatti, da un surplus di 11 milioni di tonnellate, l’Ue è passata a un deficit di 10 milioni di tonnellate. La produzione è in calo, con una perdita di 65 milioni di tonnellate dal 2007 – oltre 30 milioni dal 2018 – e la quantità attuale ammonta a 126 milioni di tonnellate, ma l’utilizzo della capacità produttiva è solo del 67%, ben al di sotto del sano parametro di riferimento dell’80% e dei livelli di redditività. Numeri che si ripercuotono innanzitutto sulle persone, con 18 mila posti di lavoro persi solo nel 2024, quasi 100mila posti di lavoro diretti dal 2008 (circa il 25% della sua forza lavoro) e la chiusura o la riduzione della capacità installata in numerosi stabilimenti in molti Stati membri dell’Unione, mentre “altre economie stanno espandendo rapidamente i loro settori siderurgici”, come spiega la Commissione. E la crisi globale della sovraccapacità sta raggiungendo livelli critici, dato che “si prevede che 602 milioni di tonnellate nel 2024 saliranno a 721 milioni di tonnellate entro il 2027, cinque volte la domanda annuale dell’Ue.

In questo quadro arriva il piano Ue che – in linea con le norme dell’Organizzazione mondiale del commercio (Omc) e stilato insieme a sindacati e industria – ha lo scopo di “salvare le nostre acciaierie e i nostri posti di lavoro in Europa”. Tecnicamente, la misura andrà a sostituire la ‘clausola di salvaguardia’ introdotta dall’Ue nel 2019 per aiutare i produttori europei, che il 30 giugno 2026. E prevede “una riduzione del 47% del contingente di importazione esente da dazi, da 33 milioni di tonnellate a 18,3 milioni di tonnellate; l’introduzione di un dazio proibitivo del 50% per le importazioni fuori quota; saranno coperte le importazioni da tutti i paesi terzi, ad eccezione dei nostri partner See; gli importatori dovranno invece dichiarare dove l’acciaio è stato fuso e colato”.

LA DECARBONIZZAZIONE DEL SETTORE. Il settore siderurgico ha un forte impatto ambientale. Secondo i dati Ispra, le emissioni di CO2 derivanti da questo tipo di industria decrescono del 68,3% dal 1990 al 2020, ma proprio nell’anno della pandemia sono diminuite del 18,55% rispetto all’anno precedente. Con il ‘Piano d’azione della Commissione per garantire un’industria siderurgica e metallurgica competitiva e decarbonizzata in Europa’ si punta alla riduzione dei rischi della decarbonizzazione: il futuro Industrial Decarbonisation Accelerator Act introdurrà criteri di resilienza e sostenibilità per i prodotti europei negli appalti pubblici, al fine di stimolare la domanda di metalli a basse emissioni di carbonio prodotti nell’UE, creando mercati guida. La Commissione stanzierà 150 milioni di euro attraverso il Fondo di ricerca per il carbone e l’acciaio nel 2026-27 , con ulteriori 600 milioni di euro tramite Horizon Europe destinati al Clean Industrial Deal. Nella fase di ampliamento, la Commissione punta a 100 miliardi di euro attraverso la Banca per la decarbonizzazione industriale, attingendo al Fondo per l’innovazione e ad altre fonti, con un’asta pilota da 1 miliardo di euro nel 2025 incentrata sulla decarbonizzazione e l’elettrificazione dei processi industriali chiave.

Inoltre, la Commissione europea prevede di stabilire obiettivi per l’acciaio e l’alluminio riciclati in settori chiave e di valutare se un numero maggiore di prodotti, come i materiali da costruzione e l’elettronica, debba essere soggetto a requisiti di riciclaggio o di contenuto riciclato. Inoltre, la Commissione prenderà in considerazione misure commerciali sui rottami metallici, “un input essenziale per l’acciaio decarbonizzato, per garantire una sufficiente disponibilità di rottami”.

LA SITUAZIONE ITALIANA. Anche la situazione italiana non è delle più semplici. La produzione di acciaio green e a basse emissioni rappresenta una sfida cruciale per la siderurgia italiana ed europea, che l’Ue si è posta l’obiettivo di raggiungere entro il 2050. Per le aziende della filiera questo significa affrontare numerose sfide, che richiedono analisi e approfondimenti per comprendere come affrontare con successo la strada della transizione verde. Nonostante le incertezze, gli alti costi dell’energia e il tema dell’ex Ilva, il settore italiano cresce. Antonio Gozzi, presidente di Federacciai, conferma a Repubblica che a fine 2024, “il settore siderurgico allargato ha fatto registrare un fatturato complessivo di 42 miliardi. Di questi, 18,5 sono riconducibili alla produzione di acciaio (ex Ilva esclusa), salgono a 29 miliardi se si tiene conto dei laminati”. L’ipotesi è di chiudere il 2025 “con un più 3-4% di produzione rispetto al 2024, vale a dire 700-800mila tonnellate in più: passeremo da 20 a 21 milioni di tonnellate. Negli ultimi tre anni il settore ha investito 3 miliardi”.

I nodi da sciogliere restano comunque tanti. A partire dal costo dell’energia che pesa come un macigno sulle industrie, seguito dai vincoli ambientali e dai dazi imposti dall’amministrazione Usa. 

E di acciaio green si parlerà anche a Ecomondo a Rimini in occasione del convegno ‘Europa: verso l’acciaio senza CO2’, organizzato da Siderweb in collaborazione con Ricrea, il Consorzio Nazionale per il Riciclo e il Recupero degli Imballaggi in Acciaio. L’evento si svolgerà giovedì 6 novembre dalle 13:45 alle 15:00 presso Agorà stand Conai/Consorzi, pad. B1 stand 211/410.

Allarme delle imprese Ue: “Difficile accedere alle terre rare cinesi”

Le aziende europee continuano ad avere difficoltà ad accedere alle terre rare prodotte in Cina, nonostante un accordo recentemente annunciato per facilitarne le esportazioni. A lanciare l’allarme è la Camera di commercio dell’Unione europea in Cina.

Pechino domina l’estrazione e la raffinazione delle terre rare, onnipresenti nelle industrie digitali, energetiche e degli armamenti, ponendosi, quindi, in una posizione di vantaggio in un contesto di tensioni commerciali e braccio di ferro con gli Stati Uniti. Da aprile la Cina richiede una licenza per l’esportazione di terre rare, decisione percepita come una misura di ritorsione nei confronti dei dazi doganali americani.

La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, aveva riferito a luglio di un accordo con la Cina su un meccanismo di esportazione “migliorato” per fornire, secondo lei, una soluzione rapida a un problema di approvvigionamento. Tuttavia, la Camera di commercio dell’Unione europea in Cina riferisce in una documento pubblicato oggi che “molte aziende, in particolare le piccole e medie imprese, continuano a subire gravi perturbazioni nelle loro catene di approvvigionamento”. “Non è stata proposta alcuna soluzione sostenibile a lungo termine”, si legge nel testo. “Alcuni dei nostri membri stanno attualmente subendo perdite significative a causa di queste strozzature”, ha dichiarato ai giornalisti il presidente dell’istituzione, Jens Eskelund. “I nostri membri e noi abbiamo formulato più di 140 richieste, solo una parte delle quali ha trovato una soluzione” in questa fase, ha affermato.

La Camera di commercio dell’Ue in Cina rappresenta oltre 1.600 aziende. Nel suo rapporto formula 1.141 raccomandazioni all’attenzione dei decisori politici cinesi per ridurre gli ostacoli incontrati dagli imprenditori europei. Queste difficoltà si inseriscono in un contesto di persistenti difficoltà della seconda economia mondiale, ha affermato Eskelund. Secondo i dati pubblicati lunedì, ad agosto la produzione industriale ha registrato il tasso di crescita più basso da un anno, mentre le vendite al dettaglio, principale indicatore dei consumi, sono cresciute al ritmo più basso degli ultimi nove mesi. Il presidente della Camera di commercio ha affermato di osservare “una maggiore convergenza tra le sfide che devono affrontare le imprese cinesi e quelle straniere”. “Il nemico principale qui è lo stato dell’economia nazionale e l’equilibrio tra domanda e offerta”, ha aggiunto.

Draghi bacchetta l’Europa: “La crescita perde slancio. L’inazione minaccia competitività e sovranità”

“A distanza di un anno, l’Europa si trova quindi in una situazione più difficile. Il nostro modello di crescita sta perdendo slancio. Le vulnerabilità aumentano. E non esiste un percorso chiaro per finanziare gli investimenti di cui abbiamo bisogno. Ci è stato dolorosamente ricordato che l’inazione minaccia non solo la nostra competitività, ma anche la nostra stessa sovranità”. A dodici mesi dalla presentazione del rapporto che metteva in guardia dal “ritardo” economico del Vecchio Continente rispetto agli Stati Uniti e alla Cina, Mario Draghi, ex presidente della Banca centrale europea ed ex presidente del Consiglio, ha esortato martedì l’Europa a uscire dalla sua “lentezza” e a condurre riforme per ripristinare la sua competitività. Invitato dalla Commissione europea a tracciare un primo bilancio – alla presenza di Ursula von der Leyen – dodici mesi dopo la presentazione delle sue raccomandazioni, l’economista è stato, come sempre, molto schietto.

Pur lodando la determinazione ad agire della Commissione, che aveva fatto propria la sua diagnosi e da allora ha lanciato molteplici iniziative ispirate alle sue raccomandazioni, Draghi ha ritenuto che “le imprese e i cittadini” sono delusi “dalla lentezza dell’Europa e dalla sua incapacità di muoversi con la stessa rapidità” degli Stati Uniti o della Cina. “L’inazione minaccia non solo la nostra competitività, ma anche la nostra sovranità”, ha avvertito, rammaricandosi che “i governi non siano consapevoli della gravità della situazione”.

Secondo i calcoli del centro di riflessione EPIC di Bruxelles, solo l’11% delle 383 raccomandazioni formulate da Draghi nella sua relazione sul “futuro della competitività europea” sono state attuate completamente e circa il 20% in modo parziale. Anche gli economisti della Deutsche Bank Marion Muehlberger e Ursula Walther ritengono in una nota che “i progressi nel complesso siano contrastanti”, con “riforme sostanziali” attuate o avviate, ma senza che vi sia nulla che possa cambiare radicalmente la situazione in questa fase.

Tra i principali progressi, c’è la ripresa dell’industria della difesa. L’urgenza di riarmare l’Europa di fronte alla minaccia russa ha spinto i 27 Stati membri a lanciarsi in uno sforzo collettivo di reindustrializzazione, con notevole agilità. La settimana scorsa, la Commissione ha annunciato di aver stanziato 150 miliardi di euro di prestiti a 19 paesi, nell’ambito di una serie di misure volte a mobilitare fino a 800 miliardi di euro. L’Europa si è anche dotata di una piattaforma comune per garantire l’approvvigionamento di materie prime “critiche” e ha moltiplicato le iniziative nel campo dell’intelligenza artificiale. Tutti risultati sottolineati von der Leyen, che, ricevendo Mario Draghi, ha riconosciuto la necessità di accelerare i tempi per raddrizzare la barra.

La Commissione, ha detto, “manterrà senza sosta la rotta fino a quando tutto sarà completato” e ha esortato le altre istituzioni europee a unirsi al movimento, in particolare il Parlamento, che non ha ancora adottato una serie di leggi di semplificazione normativa denominate Omnibus. “Abbiamo bisogno di un’azione urgente per far fronte a esigenze urgenti, perché le nostre imprese e i nostri lavoratori non possono più aspettare”, ha detto von der Leyen.

Secondo la Deutsche Bank, queste misure di semplificazione potrebbero far risparmiare alle imprese europee circa 9 miliardi di euro all’anno. La presidente dell’esecutivo europeo ha invitato inoltre ad attuare “con senso di urgenza”  il completamento del mercato unico, un vasto progetto che consiste nell’eliminare entro il 2028 molteplici barriere interne che continuano a frenare l’attività economica in numerosi settori. Secondo il Fondo monetario internazionale, tali ostacoli rappresentano l’equivalente del 45% dei dazi doganali sui beni e del 110% sui servizi. Per Simone Tagliapietra, esperto dell’istituto Bruegel, “il messaggio di Draghi è molto chiaro: o l’Europa cambia modello economico, o è destinata a scomparire”. E questo messaggio è rivolto in primo luogo agli Stati membri, dove secondo lui risiede il principale ostacolo alle riforme.

Ok Ue a Energy Release 2.0. Pichetto: Sosteniamo industria e acceleriamo su transizione

Disco verde della Commissione europea all”Energy Release 2.0‘ del Mase a sostegno dei grandi energivori. Bruxelles conferma la compatibilità della misura con le regole del mercato interno e con la disciplina in materia di aiuti di Stato.

“Abbiamo costruito un modello che tiene insieme competitività industriale, transizione ecologica e rigore europeo”, rivendica Gilberto Pichetto Fratin. Il sostegno ai grandi consumatori elettrici, osserva il ministro, “non è un privilegio, ma uno strumento per difendere l’occupazione, rafforzare le filiere strategiche e attrarre investimenti”. Il ministero dell’Ambiente risponde così al grido d’aiuto delle imprese, davanti a un caroprezzi che non sembra arrestarsi, vincolando al tempo stesso l’aiuto pubblico a un impegno industriale e ambientale chiaro: “restituire quanto ricevuto con nuova energia pulita”. Pichetto parla di un confronto con la Commissione Europea “leale e costruttivo”: “È una misura che guarda al futuro e rappresenta un esempio di buona collaborazione tra istituzioni nazionali ed europee”, spiega.

Iniziamo a dare una risposta reale a migliaia di imprese, per contenere i costi energetici e affermare le rinnovabili”, fa eco il ministro degli Esteri Antonio Tajani, secondo cui l’Italia si pone come “apripista in Europa di una misura innovativa, che coglie in pieno la necessità di sostenere le aziende energivore, in un’ottica di decarbonizzazione dei settori produttivi”.

Aiutare le aziende “significa tutelare occupazione, filiere strategiche e crescita. Questo risultato dimostra che è possibile unire supporto economico e responsabilità ambientale per rafforzare la competitività italiana”, sostiene la viceministra dell’Ambiente, Vannia Gava.

Il provvedimento si articola in due fasi: una prima di sostegno tramite fornitura di elettricità a prezzo calmierato, 65 euro al MWh, e una seconda fase che prevede l’obbligo, per i beneficiari, direttamente o tramite terzi, di restituire integralmente il vantaggio ricevuto attraverso la costruzione o il finanziamento di nuova capacità da fonti rinnovabili.

A seguito delle interlocuzioni con la Commissione sono state introdotte modifiche, tra cui la facoltà offerta agli energivori di trasferire l’impegno alla restituzione e alla realizzazione della nuova capacità a soggetti terzi individuati tramite una apposita asta da parte del GSE. Il meccanismo, basato sull’utilizzo dell’energia rinnovabile già gestita dal GSE e sull’attivazione di nuova capacità green, consente di sostenere le imprese più esposte al caro energia, contribuendo al tempo stesso agli obiettivi di decarbonizzazione, autonomia energetica e transizione giusta.

Imprese Ue in ritardo su IA, solo un terzo delle Pmi ha avviato iniziative

Le aziende europee devono rafforzare le competenze e le infrastrutture necessarie per implementare l’intelligenza artificiale su larga scala, al fine di colmare il crescente divario di produttività e migliorare la competitività globale della regione. Lo rivela un nuovo rapporto di Accenture, secondo il quale la produttività media dei lavoratori europei è oggi pari al 76% di quella dei loro omologhi statunitensi, in netto calo rispetto alla parità registrata 30 anni fa. Il fattore principale di questo declino è proprio “la mancanza di investimenti continui nelle tecnologie”.

Nonostante il recente rapporto Draghi sulla competitività europea – che identifica l’intelligenza artificiale come una potenziale soluzione alle sfide di produttività del continente – lo studio di Accenture rivela che le aziende europee non hanno ancora sfruttato appieno questa opportunità. Attualmente, oltre la metà delle 800 grandi imprese del Vecchio continente intervistate, non ha ancora implementato su larga scala un investimento trasformazionale nell’IA. Secondo Accenture, se tutte le grandi aziende europee (con un fatturato superiore a 1 miliardo di euro) rafforzassero le loro capacità nell’intelligenza artificiale per raggiungere il livello dei settori più avanzati, potrebbero generare fino a 200 miliardi di euro di entrate aggiuntive ogni anno.

“Trovare una soluzione al ritardo produttivo dell’Europa non è mai stato così cruciale. L’IA rappresenta un’opportunità unica per la Francia e per l’Europa di reinventare la propria economia e rafforzare in modo significativo la propria competitività”, dice Koen Deryckere, Presidente di Accenture Francia e Benelux.

Quasi la metà (48%) delle più grandi imprese europee ha già implementato su larga scala almeno un’iniziativa trasformazionale nel campo dell’IA generativa, contro meno di un terzo (31%) delle piccole imprese. Per l’Europa, che ha una percentuale di piccole imprese più elevata rispetto agli Stati Uniti, questo segmento rappresenta un’opportunità strategica importante.

L’adozione dell’IA varia anche da un settore all’altro. Alcuni, come l’industria automobilistica, l’aeronautica e la difesa, sono all’avanguardia, mentre altri, come le telecomunicazioni e i servizi pubblici, sono in ritardo. Il rapporto sottolinea che questi settori, che forniscono infrastrutture critiche come l’energia o le reti digitali, sono in ritardo nell’adozione dell’IA e che la loro scarsa maturità in questo campo costituisce un rischio per la competitività e la sovranità della regione. Anche il settore industriale, che rappresenta oltre un quarto del Pil europeo, non ha ancora sfruttato appieno il potenziale dell’IA. Queste disparità sottolineano la necessità di adottare un approccio più omogeneo all’IA in tutti i settori.

La decarbonizzazione è un’opportunità economica per l’85% delle imprese europee

Le imprese europee con meno di 5.000 dipendenti vedono nelle azioni necessarie a contrastare il cambiamento climatico una reale opportunità economica, ma ritengono di non disporre dei fondi necessari per agire, secondo quanto emerge dalla terza edizione del barometro del fondo europeo Argos Wityu e della società di consulenza BCG, pubblicato martedì. Secondo un sondaggio condotto su 700 piccole e medie imprese e imprese di dimensioni intermedie in sette paesi europei, l’85% ritiene che il cambiamento climatico possa essere un vettore di crescita, con un aumento di 18 punti percentuali rispetto al 2024. La riduzione dei gas a effetto serra rimane la priorità degli intervistati con il 77% dei voti (+3 punti). Da segnalare la crescente volontà di agire a favore dell’economia circolare e del riciclaggio con il 59% (+17 punti). Al contrario, la volontà delle imprese intervistate di proteggere e ripristinare la biodiversità è in calo di sette punti (20%).

Secondo lo studio, il principale ostacolo all’azione è la mancanza di fondi: il 61% (+17 punti rispetto al 2024) ritiene che queste spese siano troppo onerose per loro date le risorse disponibili e il 52% (+15 punti) definisce questo investimento “incerto”. Ora il 48% delle aziende investe nella decarbonizzazione e il 32% lo fa con un “piano strutturato”, una quota triplicata dal 2023. Lo studio rivela inoltre che il 60% delle imprese sostenute da un fondo investe nella transizione ecologica. L’analisi conferma una reale preoccupazione delle imprese intervistate per la transizione ecologica: l’88% la considera “importante” o “critica”, con un aumento di tre punti rispetto al 2024. Tra i sette paesi di riferimento dello studio, sono la Germania (+21 punti) e l’Italia (+18 punti) dove la quota di Pmi-Eti che investono nella decarbonizzazione è aumentata maggiormente nel 2025.

Sos industriali: “Costi energia insostenibili”. Meloni: “Porte governo sempre aperte”

La prima, tra le preoccupazioni delle imprese, resta il costo dell’energia. Una situazione “insostenibile” tuona dal palco di Bologna, per l’assemblea annuale, il presidente di Confindustria Emanuele Orsini. In platea, c’è quasi tutto il governo, premier inclusa.

L’industriale supplica l’esecutivo di “agire con urgenza“, perché si tratta di un “vero dramma che si compie ogni giorno: per le famiglie, per le imprese e per l’Italia intera“. D’altra parte, i consumi industriali italiani rappresentano il 42% del fabbisogno elettrico nazionale (125 TWh) e per le imprese il prezzo dell’energia viene calcolato in base al costo dell’elettricità prodotta con il gas. La produzione di energia da fonti rinnovabili rappresenta il 45% dell’elettricità messa in rete, ma “non concorre alla formazione di un prezzo più competitivo per l’industria”, ricorda Orsini.

L’Autorità dell’Energia ha calcolato che gli incentivi alle rinnovabili ammontano, fino ad oggi, a 170 miliardi di euro. Incentivi “pagati da famiglie e imprese attraverso le loro bollette”. Dopo tutti gli incentivi per le rinnovabili, noi “non possiamo più accettare di continuare a pagare l’energia al prezzo vincolato a quello del gas. Per questo dobbiamo entrare subito nella logica del disaccoppiamento”, sollecita.

La porta del governo è e rimane sempre aperta“, assicura Giorgia Meloni, che sull’energia si dice disponibile ad accogliere “proposte, idee nuove e progetti seri“. E torna sul “cammino del nucleare“, sui mini reattori, una “scelta coraggiosa per centrare gli obiettivi di decarbonizzazione rafforzando la competitività delle nostre imprese“, spiega. Per Orsini è “possibile e necessario” ridurre nella bolletta gli oneri generali di sistema, che da soli gravano per circa 40 euro per MWh. Questo dovrebbe riguardare tutte le PMI industriali, non solo gli artigiani e i commercianti con utenze in bassa tensione.

“Bisogna battersi in Europa per sospendere l’ETS, visto che consumo ed emissione di CO2 pesano a loro volta in bolletta elettrica tra i 25 e i 35 euro a MWh”. E poi, “bisogna snellire e accelerare le procedure dell’Energy Release e della Gas Release che sulla carta riservano all’industria quote di energia a prezzi minori”. Confindustria domanda a politica e sindacati cooperazione per un piano industriale straordinario per l’Italia, un sostegno agli investimenti di 8 miliardi di euro l’anno per i prossimi 3 anni, “ancora meglio se avessimo un orizzonte temporale di 5 anni”. Con un obiettivo di crescita ambizioso: raggiungere almeno il 2% di crescita del Pil nel prossimo triennio.

Il governo è “perfettamente consapevole” dell’impatto che i costi energetici hanno sulle famiglie e sulle imprese soprattutto su quelle di piccole e medie dimensioni e “lo sappiamo anche perché dall’inizio di questo governo noi abbiamo stanziato circa 60 miliardi di Euro, l’equivalente di due leggi finanziarie per cercare di alleviare i costi”, ribatte la premier. Ma mette in chiaro che “continuare a cercare di tamponare spendendo soldi pubblici non può essere la soluzione”. Per questo, lo stanziamento delle risorse è stato accompagnato da diversi interventi. Uno, già disponibile, è il disaccoppiamento del prezzo dell’energia prodotta da fonti rinnovabili da quello del gas. Poi c’è lo strumento dei contratti pluriennali a prezzo fisso di acquisto di energia prodotta da fonti rinnovabili, dove il corrispettivo viene è stabilito tra le parti e riflette i reali costi di produzione per ciascuna tecnologia.

Accoglie l’sos anche il ministro dell’Ambiente e della sicurezza energetica: “Il primo obiettivo che ci unisce è ridurre strutturalmente il peso che oggi grava su famiglie e imprese”, spiega Gilberto Pichetto Fratin. Il piano è accelerare nella trasformazione del modello energetico: “Lavoriamo su strumenti innovativi e più mirati, anche in chiave di disaccoppiamento del prezzo delle rinnovabili da quello del gas, puntando – conferma – su contratti pluriennali a prezzo fisso che offrano maggiore stabilità e prevedibilità a cittadini e imprese”.

Alla fine del suo lungo intervento, il messaggio di Meloni per gli industriali è “pensate in grande, perché l’Italia è grande“. Fuori dai confini, per la presidente del Consiglio, c’è una voglia d’Italia che “troppo spesso noi siamo gli unici a non vedere”, per questo, insiste “la prima cosa che noi dobbiamo fare è crederci. Pensate in grande, perché io farò lo stesso”.

Dazi, Urso: “A rischio 10% export italiano in Usa”. Opposizioni: “Deludente, si dimetta”

Contro i dazi commerciali degli Stati Uniti non servono reazioni di pancia ma sforzi diplomatici. Ne è certo il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, che durante l’informativa sul tema alle Camere ricorda: “Se avessimo reagito di pancia ci saremmo fatti male, grave non trovare un compromesso”. Serve il dialogo, quindi. Anche se le tariffe decise dalla Casa Bianca non hanno penalizzato finora l’export italiano Oltreoceano, “che anzi è significativamente aumentato nei primi tre mesi dell’anno”, con le nostre esportazioni “aumentate dell’11,8% rispetto all’anno prima”.

Anche con una riduzione, fa capire Urso, i dazi imposti dall’amministrazione Trump faranno comunque male alle nostre imprese. Per questo motivo, il ministro loda le azioni intraprese dal nostro governo, “tempestivo ed efficace nell’indirizzare la Commissione europea e l’amministrazione Usa sulla giusta strada del negoziato”, da svolgere “con consapevolezza a responsabilità”, avendo chiaro l’obiettivo che “è unire, non dividere, l’Occidente”. Per evitare nuove tariffe, però, l’Italia rifiuta l’idea di reazioni muscolari. “Le misure compensative – sottolinea Urso – sono efficaci solo se decise a livello europeo”.

Al momento, se il quadro delle misure annunciate fosse confermato, ci sarebbe un impatto del 10% sull’esportazione italiana negli Usa in caso di dazi reciproci al 20%; effetto che scenderebbe al 6,5% se si arrivasse ad un dimezzamento, cioè al 10% dei dazi reciproci. Auto e medicinali i settori più a rischio. “I dazi Usa non avranno impatto sulla vendita di auto esportate dall’Italia – sottolinea Urso – ma lo avranno molto significativo sulla filiera dell’automotive”. Analogo impatto potrebbe avvenire nel settore della farmaceutica dopo “le misure draconiane annunciate da Trump”. Evitare nuove tariffe, sottolinea in conclusione Urso, aiuterebbe anche a tenere bassa l’inflazione “sotto controllo nel 2024, pari a 1,1%”. Meno di Francia (2,3%), Germania 2,5% e Spagna (2,9%). “Una delle conseguenze della chiusura dei mercati e di massive misure dei dazi – avverte il titolare del Mimit – sarebbe inevitabilmente l’aumento dell’inflazione per i cittadini europei e americani. Dobbiamo evitarlo”.

L’informativa non è però piaciuta alle opposizioni, che hanno attaccato il ministro in entrambe le Camere criticando anche il ritardo con cui si è presentato in parlamento. Ne chiede le dimissioni la capogruppo IV al Senato Raffaella Paita: “Chieda scusa e si dimetta”. La responsabilità politica “di questo colpevole ritardo è tutta di Urso, che deve dimettersi”, ripete il senatore Marco Lombardo di Azione. Urso “è il peggior ministro dell’Europa”, rincara la dose il senatore M5s Luigi Nave. “Urso è un mistero, dice nulla e lo dice male”, sottolinea il capogruppo M5s al Senato Stefano Patuanelli. Un paio d’ore dopo, la vicepresidente M5S Chiara Appendino affonda il colpo: “Quella di Urso non è tranquillità: è pericolosa mancanza di consapevolezza di quello che accade fuori da questo palazzo”. Netto anche il deputato Ubaldo Pagano, capogruppo Pd in Commissione Bilancio: “Urso deludente, conferma l’immobilità del governo”.