Ok Ue a Energy Release 2.0. Pichetto: Sosteniamo industria e acceleriamo su transizione

Disco verde della Commissione europea all”Energy Release 2.0‘ del Mase a sostegno dei grandi energivori. Bruxelles conferma la compatibilità della misura con le regole del mercato interno e con la disciplina in materia di aiuti di Stato.

“Abbiamo costruito un modello che tiene insieme competitività industriale, transizione ecologica e rigore europeo”, rivendica Gilberto Pichetto Fratin. Il sostegno ai grandi consumatori elettrici, osserva il ministro, “non è un privilegio, ma uno strumento per difendere l’occupazione, rafforzare le filiere strategiche e attrarre investimenti”. Il ministero dell’Ambiente risponde così al grido d’aiuto delle imprese, davanti a un caroprezzi che non sembra arrestarsi, vincolando al tempo stesso l’aiuto pubblico a un impegno industriale e ambientale chiaro: “restituire quanto ricevuto con nuova energia pulita”. Pichetto parla di un confronto con la Commissione Europea “leale e costruttivo”: “È una misura che guarda al futuro e rappresenta un esempio di buona collaborazione tra istituzioni nazionali ed europee”, spiega.

Iniziamo a dare una risposta reale a migliaia di imprese, per contenere i costi energetici e affermare le rinnovabili”, fa eco il ministro degli Esteri Antonio Tajani, secondo cui l’Italia si pone come “apripista in Europa di una misura innovativa, che coglie in pieno la necessità di sostenere le aziende energivore, in un’ottica di decarbonizzazione dei settori produttivi”.

Aiutare le aziende “significa tutelare occupazione, filiere strategiche e crescita. Questo risultato dimostra che è possibile unire supporto economico e responsabilità ambientale per rafforzare la competitività italiana”, sostiene la viceministra dell’Ambiente, Vannia Gava.

Il provvedimento si articola in due fasi: una prima di sostegno tramite fornitura di elettricità a prezzo calmierato, 65 euro al MWh, e una seconda fase che prevede l’obbligo, per i beneficiari, direttamente o tramite terzi, di restituire integralmente il vantaggio ricevuto attraverso la costruzione o il finanziamento di nuova capacità da fonti rinnovabili.

A seguito delle interlocuzioni con la Commissione sono state introdotte modifiche, tra cui la facoltà offerta agli energivori di trasferire l’impegno alla restituzione e alla realizzazione della nuova capacità a soggetti terzi individuati tramite una apposita asta da parte del GSE. Il meccanismo, basato sull’utilizzo dell’energia rinnovabile già gestita dal GSE e sull’attivazione di nuova capacità green, consente di sostenere le imprese più esposte al caro energia, contribuendo al tempo stesso agli obiettivi di decarbonizzazione, autonomia energetica e transizione giusta.

Imprese Ue in ritardo su IA, solo un terzo delle Pmi ha avviato iniziative

Le aziende europee devono rafforzare le competenze e le infrastrutture necessarie per implementare l’intelligenza artificiale su larga scala, al fine di colmare il crescente divario di produttività e migliorare la competitività globale della regione. Lo rivela un nuovo rapporto di Accenture, secondo il quale la produttività media dei lavoratori europei è oggi pari al 76% di quella dei loro omologhi statunitensi, in netto calo rispetto alla parità registrata 30 anni fa. Il fattore principale di questo declino è proprio “la mancanza di investimenti continui nelle tecnologie”.

Nonostante il recente rapporto Draghi sulla competitività europea – che identifica l’intelligenza artificiale come una potenziale soluzione alle sfide di produttività del continente – lo studio di Accenture rivela che le aziende europee non hanno ancora sfruttato appieno questa opportunità. Attualmente, oltre la metà delle 800 grandi imprese del Vecchio continente intervistate, non ha ancora implementato su larga scala un investimento trasformazionale nell’IA. Secondo Accenture, se tutte le grandi aziende europee (con un fatturato superiore a 1 miliardo di euro) rafforzassero le loro capacità nell’intelligenza artificiale per raggiungere il livello dei settori più avanzati, potrebbero generare fino a 200 miliardi di euro di entrate aggiuntive ogni anno.

“Trovare una soluzione al ritardo produttivo dell’Europa non è mai stato così cruciale. L’IA rappresenta un’opportunità unica per la Francia e per l’Europa di reinventare la propria economia e rafforzare in modo significativo la propria competitività”, dice Koen Deryckere, Presidente di Accenture Francia e Benelux.

Quasi la metà (48%) delle più grandi imprese europee ha già implementato su larga scala almeno un’iniziativa trasformazionale nel campo dell’IA generativa, contro meno di un terzo (31%) delle piccole imprese. Per l’Europa, che ha una percentuale di piccole imprese più elevata rispetto agli Stati Uniti, questo segmento rappresenta un’opportunità strategica importante.

L’adozione dell’IA varia anche da un settore all’altro. Alcuni, come l’industria automobilistica, l’aeronautica e la difesa, sono all’avanguardia, mentre altri, come le telecomunicazioni e i servizi pubblici, sono in ritardo. Il rapporto sottolinea che questi settori, che forniscono infrastrutture critiche come l’energia o le reti digitali, sono in ritardo nell’adozione dell’IA e che la loro scarsa maturità in questo campo costituisce un rischio per la competitività e la sovranità della regione. Anche il settore industriale, che rappresenta oltre un quarto del Pil europeo, non ha ancora sfruttato appieno il potenziale dell’IA. Queste disparità sottolineano la necessità di adottare un approccio più omogeneo all’IA in tutti i settori.

La decarbonizzazione è un’opportunità economica per l’85% delle imprese europee

Le imprese europee con meno di 5.000 dipendenti vedono nelle azioni necessarie a contrastare il cambiamento climatico una reale opportunità economica, ma ritengono di non disporre dei fondi necessari per agire, secondo quanto emerge dalla terza edizione del barometro del fondo europeo Argos Wityu e della società di consulenza BCG, pubblicato martedì. Secondo un sondaggio condotto su 700 piccole e medie imprese e imprese di dimensioni intermedie in sette paesi europei, l’85% ritiene che il cambiamento climatico possa essere un vettore di crescita, con un aumento di 18 punti percentuali rispetto al 2024. La riduzione dei gas a effetto serra rimane la priorità degli intervistati con il 77% dei voti (+3 punti). Da segnalare la crescente volontà di agire a favore dell’economia circolare e del riciclaggio con il 59% (+17 punti). Al contrario, la volontà delle imprese intervistate di proteggere e ripristinare la biodiversità è in calo di sette punti (20%).

Secondo lo studio, il principale ostacolo all’azione è la mancanza di fondi: il 61% (+17 punti rispetto al 2024) ritiene che queste spese siano troppo onerose per loro date le risorse disponibili e il 52% (+15 punti) definisce questo investimento “incerto”. Ora il 48% delle aziende investe nella decarbonizzazione e il 32% lo fa con un “piano strutturato”, una quota triplicata dal 2023. Lo studio rivela inoltre che il 60% delle imprese sostenute da un fondo investe nella transizione ecologica. L’analisi conferma una reale preoccupazione delle imprese intervistate per la transizione ecologica: l’88% la considera “importante” o “critica”, con un aumento di tre punti rispetto al 2024. Tra i sette paesi di riferimento dello studio, sono la Germania (+21 punti) e l’Italia (+18 punti) dove la quota di Pmi-Eti che investono nella decarbonizzazione è aumentata maggiormente nel 2025.

Sos industriali: “Costi energia insostenibili”. Meloni: “Porte governo sempre aperte”

La prima, tra le preoccupazioni delle imprese, resta il costo dell’energia. Una situazione “insostenibile” tuona dal palco di Bologna, per l’assemblea annuale, il presidente di Confindustria Emanuele Orsini. In platea, c’è quasi tutto il governo, premier inclusa.

L’industriale supplica l’esecutivo di “agire con urgenza“, perché si tratta di un “vero dramma che si compie ogni giorno: per le famiglie, per le imprese e per l’Italia intera“. D’altra parte, i consumi industriali italiani rappresentano il 42% del fabbisogno elettrico nazionale (125 TWh) e per le imprese il prezzo dell’energia viene calcolato in base al costo dell’elettricità prodotta con il gas. La produzione di energia da fonti rinnovabili rappresenta il 45% dell’elettricità messa in rete, ma “non concorre alla formazione di un prezzo più competitivo per l’industria”, ricorda Orsini.

L’Autorità dell’Energia ha calcolato che gli incentivi alle rinnovabili ammontano, fino ad oggi, a 170 miliardi di euro. Incentivi “pagati da famiglie e imprese attraverso le loro bollette”. Dopo tutti gli incentivi per le rinnovabili, noi “non possiamo più accettare di continuare a pagare l’energia al prezzo vincolato a quello del gas. Per questo dobbiamo entrare subito nella logica del disaccoppiamento”, sollecita.

La porta del governo è e rimane sempre aperta“, assicura Giorgia Meloni, che sull’energia si dice disponibile ad accogliere “proposte, idee nuove e progetti seri“. E torna sul “cammino del nucleare“, sui mini reattori, una “scelta coraggiosa per centrare gli obiettivi di decarbonizzazione rafforzando la competitività delle nostre imprese“, spiega. Per Orsini è “possibile e necessario” ridurre nella bolletta gli oneri generali di sistema, che da soli gravano per circa 40 euro per MWh. Questo dovrebbe riguardare tutte le PMI industriali, non solo gli artigiani e i commercianti con utenze in bassa tensione.

“Bisogna battersi in Europa per sospendere l’ETS, visto che consumo ed emissione di CO2 pesano a loro volta in bolletta elettrica tra i 25 e i 35 euro a MWh”. E poi, “bisogna snellire e accelerare le procedure dell’Energy Release e della Gas Release che sulla carta riservano all’industria quote di energia a prezzi minori”. Confindustria domanda a politica e sindacati cooperazione per un piano industriale straordinario per l’Italia, un sostegno agli investimenti di 8 miliardi di euro l’anno per i prossimi 3 anni, “ancora meglio se avessimo un orizzonte temporale di 5 anni”. Con un obiettivo di crescita ambizioso: raggiungere almeno il 2% di crescita del Pil nel prossimo triennio.

Il governo è “perfettamente consapevole” dell’impatto che i costi energetici hanno sulle famiglie e sulle imprese soprattutto su quelle di piccole e medie dimensioni e “lo sappiamo anche perché dall’inizio di questo governo noi abbiamo stanziato circa 60 miliardi di Euro, l’equivalente di due leggi finanziarie per cercare di alleviare i costi”, ribatte la premier. Ma mette in chiaro che “continuare a cercare di tamponare spendendo soldi pubblici non può essere la soluzione”. Per questo, lo stanziamento delle risorse è stato accompagnato da diversi interventi. Uno, già disponibile, è il disaccoppiamento del prezzo dell’energia prodotta da fonti rinnovabili da quello del gas. Poi c’è lo strumento dei contratti pluriennali a prezzo fisso di acquisto di energia prodotta da fonti rinnovabili, dove il corrispettivo viene è stabilito tra le parti e riflette i reali costi di produzione per ciascuna tecnologia.

Accoglie l’sos anche il ministro dell’Ambiente e della sicurezza energetica: “Il primo obiettivo che ci unisce è ridurre strutturalmente il peso che oggi grava su famiglie e imprese”, spiega Gilberto Pichetto Fratin. Il piano è accelerare nella trasformazione del modello energetico: “Lavoriamo su strumenti innovativi e più mirati, anche in chiave di disaccoppiamento del prezzo delle rinnovabili da quello del gas, puntando – conferma – su contratti pluriennali a prezzo fisso che offrano maggiore stabilità e prevedibilità a cittadini e imprese”.

Alla fine del suo lungo intervento, il messaggio di Meloni per gli industriali è “pensate in grande, perché l’Italia è grande“. Fuori dai confini, per la presidente del Consiglio, c’è una voglia d’Italia che “troppo spesso noi siamo gli unici a non vedere”, per questo, insiste “la prima cosa che noi dobbiamo fare è crederci. Pensate in grande, perché io farò lo stesso”.

Dazi, Urso: “A rischio 10% export italiano in Usa”. Opposizioni: “Deludente, si dimetta”

Contro i dazi commerciali degli Stati Uniti non servono reazioni di pancia ma sforzi diplomatici. Ne è certo il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, che durante l’informativa sul tema alle Camere ricorda: “Se avessimo reagito di pancia ci saremmo fatti male, grave non trovare un compromesso”. Serve il dialogo, quindi. Anche se le tariffe decise dalla Casa Bianca non hanno penalizzato finora l’export italiano Oltreoceano, “che anzi è significativamente aumentato nei primi tre mesi dell’anno”, con le nostre esportazioni “aumentate dell’11,8% rispetto all’anno prima”.

Anche con una riduzione, fa capire Urso, i dazi imposti dall’amministrazione Trump faranno comunque male alle nostre imprese. Per questo motivo, il ministro loda le azioni intraprese dal nostro governo, “tempestivo ed efficace nell’indirizzare la Commissione europea e l’amministrazione Usa sulla giusta strada del negoziato”, da svolgere “con consapevolezza a responsabilità”, avendo chiaro l’obiettivo che “è unire, non dividere, l’Occidente”. Per evitare nuove tariffe, però, l’Italia rifiuta l’idea di reazioni muscolari. “Le misure compensative – sottolinea Urso – sono efficaci solo se decise a livello europeo”.

Al momento, se il quadro delle misure annunciate fosse confermato, ci sarebbe un impatto del 10% sull’esportazione italiana negli Usa in caso di dazi reciproci al 20%; effetto che scenderebbe al 6,5% se si arrivasse ad un dimezzamento, cioè al 10% dei dazi reciproci. Auto e medicinali i settori più a rischio. “I dazi Usa non avranno impatto sulla vendita di auto esportate dall’Italia – sottolinea Urso – ma lo avranno molto significativo sulla filiera dell’automotive”. Analogo impatto potrebbe avvenire nel settore della farmaceutica dopo “le misure draconiane annunciate da Trump”. Evitare nuove tariffe, sottolinea in conclusione Urso, aiuterebbe anche a tenere bassa l’inflazione “sotto controllo nel 2024, pari a 1,1%”. Meno di Francia (2,3%), Germania 2,5% e Spagna (2,9%). “Una delle conseguenze della chiusura dei mercati e di massive misure dei dazi – avverte il titolare del Mimit – sarebbe inevitabilmente l’aumento dell’inflazione per i cittadini europei e americani. Dobbiamo evitarlo”.

L’informativa non è però piaciuta alle opposizioni, che hanno attaccato il ministro in entrambe le Camere criticando anche il ritardo con cui si è presentato in parlamento. Ne chiede le dimissioni la capogruppo IV al Senato Raffaella Paita: “Chieda scusa e si dimetta”. La responsabilità politica “di questo colpevole ritardo è tutta di Urso, che deve dimettersi”, ripete il senatore Marco Lombardo di Azione. Urso “è il peggior ministro dell’Europa”, rincara la dose il senatore M5s Luigi Nave. “Urso è un mistero, dice nulla e lo dice male”, sottolinea il capogruppo M5s al Senato Stefano Patuanelli. Un paio d’ore dopo, la vicepresidente M5S Chiara Appendino affonda il colpo: “Quella di Urso non è tranquillità: è pericolosa mancanza di consapevolezza di quello che accade fuori da questo palazzo”. Netto anche il deputato Ubaldo Pagano, capogruppo Pd in Commissione Bilancio: “Urso deludente, conferma l’immobilità del governo”.

Olivari (Jakala): “Sposare intelligenza umana e artificiale per sconti tariffe”

Con l’intelligenza artificiale potremmo arrivare a degli sconti per le bollette e i vari servizi, con offerte personalizzate? “Sì, dal punto di vista tecnico-tecnologico, il punto vero è mettere insieme con l’intelligenza umana tutta una mole di dati. Sono veramente tanti, bisogna capire come aggregarli e creare il giusto profilo senza disturbare il cliente, in modo che tutti questi dati si trasformino in informazioni capaci di costruire una offerta personalizzata”. A dirlo a GEA è Alessandro Olivari, senior partner di Jakala, è intervenuto al digital coffee organizzato questa mattina da Jakala – player globale specializzato in dati, Ai ed esperienze personalizzate – dedicato all’impatto dell’intelligenza artificiale sul mondo delle imprese nei settori telco, media ed energy.

Con più servizi offerti potremmo avere più sconti?
“Si va in questa direzione, aggregando più servizi sullo stesso operatore c’è anche la capacità di ristornare un po’ più di valore sul consumatore finale e di conseguenza avere un prezzo più basso. Va un po’ contemperato questo beneficio col fatto che spesso chi ha fa energia non fa connettività o assicurazione, quindi è molto probabile oggi eroghi questo servizio attraverso una partnership per cui all’interno di questo ecosistema allargato a più aziende va verificato che tutti i margini poi facciano stare in piedi questo tipo di offerta considerando poi lo sconto da applicare al cliente”.

Visto che andiamo verso un invecchiamento rapido della popolazione, e di solito chi ha più anni meno consuma, c’è un problema di affollamento offerte commerciali multiservizi sempre agli stessi clienti?
“È chiaro che se prendiamo una famiglia tipo da tre o quattro persone, questo significa avere più esigenze energetiche, più esigenze di connettività, più device mobile, più sim, quindi è evidente che lì c’è una componente di consumo maggiore rispetto a una persona magari più anziana”.

Una famiglia su tre è composta da una sola persona.
“Infatti oggi la tendenza chiaramente è in calo, però i nuclei familiari da tre persone in su, quindi una coppia con un figlio per esempio o addirittura più di uno, ha delle esigenze di servizi e di prodotti chiaramente maggiore di una singola persona, magari più anziana o di una coppia anziana: questo è innegabile”.

Servirebbe una mentalità completamente diversa per salvare la marginalità e i servizi offerti?
“L’invecchiamento della popolazione apre sicuramente degli scenari rispetto ai servizi della Silver Age, che peraltro oggi rispetto a venti, trent’anni fa ha anche una propensione alla connettività, alla mobilità, ai servizi, all’awareness e a un tipo di mentalità comunque molto diversi e molto più attivi. Una persona che oggi ha 70-75 anni rispetto a una persona che aveva 70-75 anni 30-40 anni fa vive una vita molto più attiva, molto diversa, compatibilmente con il passare degli anni e con le condizioni di salute. E questo però apre uno scenario di prolungamento della vita di determinati servizi. Oggi, complice anche Whatsapp e una maggiore connettività, chiaramente i servizi di streaming digitale vedono assolutamente molto attiva una persona più in là con l’età, con chiaramente la tv connessa piuttosto che con internet, con il telefonino, le app e quant’altro. E’ abbastanza normale. Quindi questo apre sicuramente degli scenari per prodotti e servizi magari anche più targettizzati verso di loro”.

In Italia 18.400 imprese a controllo estero. Tajani: “Valore export a 700 mld per fine legislatura”

Aumentare l’export italiano, una delle sfide più importanti intraprese dal governo italiano. Obiettivo: portarlo a 700 miliardi entro la fine di questa legislatura. Il ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale Antonio Tajani lo spiega intervenendo a Roma alla presentazione del settimo Rapporto dell’Osservatorio imprese estere (Oie), svolto da Confindustria e Luiss. Occasione per sottolineare come l’esecutivo abbia “lanciato una vera e propria offensiva con una strategia per l’export”, con l’obiettivo “di rimanere negli Stati Uniti e rafforzare il mercato interno europeo”.

I numeri in fondo parlano chiaro. Tra il 2018 e il 2022 – si legge nel Rapporto – le imprese a controllo estero in Italia (oltre 18.400) hanno consolidato il loro ruolo nel sistema economico del Paese, registrando una crescita significativa e progressiva della loro presenza, aumentando l’incidenza sul valore aggiunto dal 15,5% del 2018 al 17,4% nel 2022, pari a circa 173 miliardi di euro. Sempre nello stesso periodo, l’export merci delle imprese a controllo estero in Italia è salito dal 29,4% al 35,1% nel 2022, pari a circa 200 miliardi di euro.

Le imprese estere nel nostro Paese si distinguono per il loro contributo alla transizione digitale e ai processi di innovazione. Nel triennio 2020-2022, il 71,2% delle imprese a controllo estero ha introdotto innovazioni, rispetto a una media nazionale di poco inferiore al 60%. In tutto, sono oltre 18.400 le imprese a controllo estero nel nostro Paese. Un universo che gioca un ruolo sempre più rilevante nello sviluppo economico dell’Italia: generano 173 miliardi di euro di valore aggiunto, pari al 17,4% del totale nazionale, dando lavoro a 1,7 milioni di persone, il 9,7% degli occupati in Italia. Secondo Emanuele Orsini, presidente Confindustria, il nostro Paese “ha potenzialità enormi, il made in Italy ha una grande capacità di riuscire a performare nel mondo”. Bisogna però costruire “un percorso virtuoso di competitività, oggi il tema dell’attrattività è fondamentale, riuscire ad essere attrattivi per un’impresa che arriva dall’estero è fondamentale, se si impiega 17 mesi per ottenere una concessione non si è attrattivi”, “attrarre persone nel Paese vuol dire generare Pil”. Sulle imprese estere pesa però la minaccia dei dazi. Si tratta di segmenti limitati in termini di numerosità, ma rilevanti all’interno del complesso delle vendite di merci dall’Italia agli Stati Uniti soprattutto in alcuni settori come l’industria delle bevande, la fabbricazione degli altri mezzi di trasporto, l’industria farmaceutica e la fabbricazione di autoveicoli.

Complessivamente, la quota di export nazionale verso gli Stati Uniti si attesta al 10,3%. Nel triennio 2022-2024 il 43,6% delle imprese estere esportatrici mostra flussi di export verso gli Usa in quota superiore al valore medio (29,7%), ma inferiore a quella registrata per le multinazionali italiane (51,4%). “Mi auguro si giunga ad un accordo con tariffe zero e mercato unico Usa-Europa-Canada”, confessa Tajani, in contatto col commissario UE per il commercio Maros Sefcovic. “L’ho sentito qualche giorno fa e mi sembrava più ottimista di qualche settimana fa”. Orsini è ancora più chiaro: “La guerra dei dazi per noi che esportiamo 626 miliardi di prodotto e generiamo 100 miliardi di surplus è ovviamente una follia. Non dobbiamo dimenticarci che gli Usa sono il secondo nostro mercato di esportazione, ma bisogna correre a trovare nuovi mercati”.

Ue avvia il primo progetto comune sul nucleare. Pichetto-Urso: “Italia al centro”

Parte a Bruxelles il primo progetto comune sulle energie nucleari, candidato per l’Ipcei (Importanti Progetti di Comune Interesse Europeo). Il gruppo di lavoro è guidato dalla Francia, sostenuto dall’Italia e dalla Romania, ma sarà aperto alla sottoscrizione di altri Stati. L’obiettivo è portare avanti un piano integrato, con “forti collaborazioni di ricerca e sviluppo”, spiega la Commissione europea, per creare un “ecosistema nucleare europeo competitivo”.

Si punta quindi a decarbonizzare l’industria, rafforzando la competitività e cercando di raggiungere gli obiettivi climatici. “Questo Ipcei può rendere l’Europa leader mondiale nell’innovazione nucleare”, si spinge a sostenere il vice presidente della Commissione, Stéphane Séjourné, nella riunione in cui ha preso avvio la fase di progettazione del lavoro.

Gilberto Pichetto e Adolfo Urso si dicono “molto soddisfatti”: “Rappresenta un riconoscimento del valore strategico del nucleare a livello europeo”, spiegano in una nota congiunta.

L’Italia ha fornito il sostegno all’iniziativa con una endorsement letter, a conferma della “vitalità di una filiera industriale nazionale che, insieme alla ricerca e all’accademia, è rimasta attiva e competitiva negli ultimi quarant’anni, nonostante l’assenza di produzione di energia da fonte nucleare sul territorio nazionale”, ricordano i due ministri. Il risultato è frutto di un “intenso lavoro di collaborazione” tra il Mase e il Mimit, con il supporto dalla Piattaforma Nazionale per un Nucleare Sostenibile (Pnns), istituita presso il Mase, che ha pubblicato lo scorso 4 aprile i risultati di un anno di lavoro collaborativo tra i più importanti stakeholder nazionale sul nucleare.

I due ministeri evidenziano che, per la prima volta dall’istituzione degli Ipcei, all’Italia “è stato riconosciuto il ruolo di penholder (coordinatore) a livello europeo, in particolare per le tecnologie di fusione nucleare”. Il nostro Paese ha però dato un contributo, viene precisato, “ugualmente determinante” nell’ambito delle tecnologie di fissione nucleare e delle applicazioni mediche delle tecnologie nucleari.

La fase di design dei progetti apre un percorso che richiederà un ulteriore e significativo impegno da parte dei ministeri coinvolti, in sinergia con l’intero sistema industriale, accademico e della ricerca italiano. Nel momento in cui il Parlamento si prepara a confrontarsi sulla legge delega in materia di energia nucleare sostenibile, questo Ipcei rappresenta uno strumento per sostenere una filiera nazionale che “opera da decenni ai più alti livelli europei e internazionali, sia nel campo della fissione nucleare che della fusione”, sostengono i ministri.

Si tratta di “un segnale forte che riconosce il valore strategico dell’innovazione tecnologica in ambito energetico e conferma il ruolo centrale che l’Italia può e deve avere in questa sfida, l’unica in grado di garantire la sicurezza del Paese e ridurre il costo dell’energia per famiglie e imprese”, fa eco la viceministra dell’Ambiente, Vannia Gava, in quota Lega. Proprio il Carroccio, lunedì a Milano presenterà la sua proposta per un nucleare possibile già dal 2032: “È l’unico modo – secondo il segretario Matteo Salvini – per avere bollette più basse per famiglie e imprese”.

Studio Sace su export e innovazione: 100 mld opportunità per imprese italiane

Cento miliardi di opportunità di investimento per far crescere le imprese italiane, 85 provenienti dall’export e 15 dall’innovazione. “I due comparti, insieme, possono contribuire alla crescita per il 4%”. Ad assicurarlo è Alessandra Ricci, amministratrice delegata di Sace, il gruppo assicurativo-finanziario partecipato dal ministero dell’Economia e delle Finanze che ha approfondito gli scenari di crescita delle nostre imprese in relazione alla Sace Growth map, il mappamondo interattivo che traccia le opportunità di mercato e dà accesso alle soluzioni di Sace.

E tra tutti i mercati da ‘attaccare’ ce ne sono 14 particolarmente interessanti e attrattivi per le nostre imprese. Si tratta dei 14 Paesi Gate, acronimo che sta per Growing Ambitious Transforming Entrepreneurial: Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Egitto, Marocco, Algeria, Sudafrica, Serbia, Turchia, Vietnam, Singapore, Cina, India, Messico-Brasile, Colombia.

Il gruppo assicurativo pone l’accento specialmente sull’innovazione, dove oggi le imprese italiane investono mediamente lo 0,8% del Pil, meno della media europea (1,5%). “E’ un differenziale che corrisponde esattamente a quei 15 miliardi su cui le imprese italiane devono investire”, precisa l’ad. Su questo si può fare dunque molto di più. Oggi, ad esempio, solo un’impresa su tre in Italia investe in innovazione tecnologica e digitale. Troppo poco, visto che ogni impresa che investe in innovazione, e rafforza la propria filiera lavorando in partnership con altre aziende, offre una spinta alla crescita del proprio fatturato di 2 punti percentuali, rispetto a chi non investe.

Tra i settori a maggior opportunità di intervento ci sono tessile e abbigliamento, legno e arredo, alimentari e bevande, carta e stampa. Mentre tra le filiere di frontiera spiccano space & blue economy ed economia circolare, dove l’Italia vanta un buon posizionamento.

Altri 85 miliardi di opportunità riguardano invece l’export, che secondo Sace tornerà a crescere del 3% dopo un biennio di continuità su livelli record di 625 miliardi di euro. Particolarmente positivi i numeri sui mercati che stiamo approcciando solo più recentemente, come i Paesi Asean dove le nostre esportazioni hanno registrato un incremento del 10,3%, con il Vietnam che ha visto una crescita al 25%. Ma anche l’Arabia Saudita (+28%), gli Emirati Arabi Uniti (+20%), la Serbia (+16%), il Messico e il Brasile (+8%). “Il 2025 è l’anno per fare investimenti e prepararsi al fatto che ora ci sono più mercati – ribadisce Ricci – da qui nasce il tema dei 14 Paesi Gate, dove riteniamo che il tasso di crescita dell’export sia superiore al tasso di crescita medio”. E’ un buon viatico per contrastare i dazi Usa, su cui Sace non ha ancora fatto stime. “Cambiano in continuazione le cifre e i Paesi che vengono messi sotto dazi”, replica l’ad, che per il 2025 non vede impatti, “si vedranno in caso dal 2026“. Per questa ragione, la mission di Sace rimane quella di aumentare le capacità di esportazione come numero di Paesi possibili. “Non puoi mettere sotto tariffe tutto il mondo ma in questo modo potremo controbilanciare gli effetti negativi. Fare scenari sui dazi – conclude Ricci – rischia di rimanere un esercizio di scuola, come Sace dobbiamo invece cercare di aprire mercati”.

Imprese, Santoriello (Cnpr): Prorogata ‘Decontribuzione sud’

La Legge di Bilancio 2024 ha confermato la proroga della ‘Decontribuzione Sud’ fino al 31 dicembre 2024. La proroga si applica ai contratti di lavoro subordinato stipulati entro il 30 giugno 2024 e prevede l’esonero parziale dei contributi dovuti dai datori di lavoro del settore privato operanti nelle regioni Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sardegna e Sicilia. L’agevolazione resta soggetta all’autorizzazione della Commissione Ue per garantirne la compatibilità con la normativa in materia di aiuti di Stato.

“Fino ad oggi, l’autorizzazione comunitaria si è basata sui Quadri temporanei per gli aiuti di Stato introdotti in risposta alla crisi pandemica da Covid-19 e all’aggressione russa in Ucraina. Con la scadenza del Quadro temporaneo il 31 dicembre 2024 – sostiene Rosa Santoriello, consigliera d’amministrazione della Cassa dei ragionieri e degli esperti contabili – la Commissione ha stabilito che lo sgravio contributivo rimanga applicabile fino a tale data, limitatamente ai contratti stipulati entro il 30 giugno 2024”.

“Mentre il comma 404 della Manovra, destina parte delle risorse al finanziamento del Fondo per la riduzione del divario occupazionale e lo sviluppo imprenditoriale nelle aree svantaggiate – prosegue Santoriello – il comma 405 introduce ulteriori stanziamenti per il sostegno all’occupazione, aumentando i limiti di spesa per il Bonus giovani, il Bonus donne ed il Bonus Zona economica speciale per il Mezzogiorno (ZES unica)”. Gli oneri complessivi di 3,2 milioni per il 2024 saranno coperti attraverso la riduzione del Fondo per interventi strutturali di politica economica (art. 10, comma 5, D.L. n. 282/2004).

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