Medioriente, rischio effetto domino su economia. Italia rinvia anche Med Dialogues

Il rischio di un effetto domino sull’economia è più che concreto. Non è difficile immaginare che sulla scrivania di Giorgia Meloni, al piano nobile di Palazzo Chigi, passino continui aggiornamenti sull’andamento delle borse, oltre a un flusso di informazioni costante sulle evoluzioni delle tensioni in Medio Oriente.

Il fronte è caldissimo non solo per la questione umanitaria, su cui anche la premier continua a battere sperando che si possa aprire uno spiraglio che consenta di far tacere le armi, ma anche per le conseguenze che il conflitto può, anzi sta già avendo sui mercati di gas, petrolio e molte altre voci che compongono il paniere del commercio internazionale. Il quantum dei vari rimbalzi sulla vita di famiglie, cittadini e imprese si comprenderà nelle prossime settimane e nei prossimi mesi, ma gli effetti si stanno già riverberando sull’attività di ogni governo. Compreso quello italiano, costretto a tirare il freno dei negoziati con i Paesi dell’Africa su quello che la premier ha chiamato Piano Mattei. Un progetto di cooperazione per fare dell’Italia l’hub energetico d’Europa, attraverso accordi per investire in diversi Paesi della sponda sud del Mediterraneo. La presentazione sarebbe dovuta avvenire il prossimo mese di novembre, al vertice Italia-Africa in programma a Roma, ma i venti di guerra del Medio Oriente hanno costretto a cancellare le date e spostare tutto al prossimo anno.

Adesso arriva anche un altro slittamento importante. A comunicarlo è la Farnesina: “A causa della congiuntura internazionale attuale, anche la IX edizione dei Med Dialogues, prevista a Roma dal 2 al 4 novembre prossimi, è rinviata al 2024, a data da destinarsi”. Un segnale che dà chiaramente la misura del livello di incertezza che offre lo scenario internazionale. Così come le parole del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, durante la cerimonia di consegna delle insegne di Cavaliere dell’Ordine ‘Al merito del lavoro’, sono un monito da tenere in grande considerazione. “La storia ci chiama a un’ora di responsabilità”, dice infatti il capo dello Stato, sottolineando che “l’aggressione russa in Ucraina, il barbaro attacco di Hamas contro Israele con la spirale di violenze che si è perseguita, la destabilizzazione che rischia di coinvolgere l’intero Medio Oriente, per restare solo nell’area del Mediterraneo allargato, reclamano un’Europa capace di esercitare la propria positiva influenza”, testimoniando “con convinzione i propri valori di pace, cooperazione, rispetto dei diritti delle persone e dei popoli”.

Tra gli effetti della guerra israelo-palestinese sull’Italia, c’è anche quello sui flussi di persone e merci sul territorio nazionale. Il governo, infatti, ha deciso di reintrodurre i controlli delle frontiere interne terrestri con la Slovenia, in base all’articolo 28 del Codice delle frontiere Schengen. La decisione è stata comunicata dal ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, alla vicepresidente della Commissione europea, Margaritis Schinas, al commissario agli Affari interni, Ylva Johansson, alla presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola, al segretario generale del Consiglio dell’Ue, Thérèse Blanchet, e ai ministri dell’Interno degli Stati membri Ue e dei Paesi associati Schengen. Palazzo Chigi spiega che “l’intensificarsi dei focolai di crisi ai confini dell’Europa ha aumentato il livello di minaccia di azioni violente anche all’interno dell’Unione. Un quadro ulteriormente aggravato dalla costante pressione migratoria cui l’Italia è soggetta, via mare e via terra (140 mila arrivi sulle coste italiane, +85% rispetto al 2022)”. L’esempio portato è il Friuli Venezia Giulia: “Dall’inizio dell’anno sono state individuate 16mila persone entrate irregolarmente” e “nelle valutazioni nazionali le misure di polizia alla frontiera italo-slovena non risultano adeguate a garantire la sicurezza richiesta”. L’Italia comunque assicura che “le modalità di controllo saranno attuate in modo da garantire la proporzionalità della misura, adattate alla minaccia e calibrate per causare il minor impatto possibile sulla circolazione transfrontaliera e sul traffico merci”.

Meloni in Mozambico e Congo: “Piano Mattei va scritto insieme, allargare cooperazione”

Credit Photo: Palazzo Chigi

La situazione geopolitica rallenta ogni progetto, anche quelli dell’Italia ovviamente. Meglio, quindi, ribadire la volontà di andare avanti nel Piano Mattei di cooperazione con l’Africa, e farlo di persona. Perciò Giorgia Meloni ha compresso al massimo la sua visita diplomatica accorpando Mozambico e Congo in un’unica giornata, pur di lasciare un segno tangibile ai partner della sponda sud del Mediterraneo sulle intenzioni del suo governo.

È stata anche l’occasione giusta per spiegare ai suoi interlocutori, de visu, le motivazioni che hanno indotto l’esecutivo a rinviare la Conferenza Italia-Africa dal prossimo mese di novembre ai primi di gennaio del nuovo anno. “Per cercare di capire meglio il quadro della situazione internazionale, che intanto sta evolvendo”, spiega Meloni a Maputo, nel punto stampa con il presidente della Repubblica del Mozambico, Filipe Nyusi. Durante il quale lancia altri segnali ai Paesi del continente con cui sono state intavolate negoziazioni in questi mesi. “Il Piano Mattei va scritto insieme. Perché non ci sarebbe niente di nuovo se pretendessimo di scrivere uno da presentare all’Africa”. Che, tradotto dal linguaggio diplomatico, significa: nonostante tutto quello che sta accadendo in Medio Oriente, la strada è tracciata e non ci tireremo indietro.

Soprattutto in uno quadro geopolitico come quello attuale, dove l’energia, che è il fulcro del progetto governativo, rischia di vivere una nuova fase di crisi dopo quella attraversata con la guerra in Ucraina. Meloni, infatti, non nasconde di essere “abbastanza preoccupata dallo scenario generale”, ovvero il conflitto tra Israele e Palestina. Anche se poi aggiunge che “c’è un lavoro da poter fare, come stiamo facendo, per evitare un’escalation che porti a un conflitto regionale, quindi molto più esteso” e che rischierebbe di finire fuori controllo.

In questo risiko, dunque, torna ad assumere un peso ancora maggiore il lavoro diplomatico con l’Africa, ripartendo dalle nazioni con cui c’è già una porta ben aperta. Come il Mozambico: “Le nostre nazioni – dice Meloni – hanno lunghissimo portato di cooperazione e sono legate da un’amicizia profonda”. Al punto da poter spiegare pubblicamente che dal suo punto di vista “e da quello del presidente Nyusi” i rapporti “possono allargarsi a nuove e maggiori forme di collaborazione”.

Sebbene “il fiore all’occhiello è il settore energetico, soprattutto grazie alla presenza sul territorio di Eni”, perché “i giacimenti scoperti al largo delle coste settentrionale del Mozambico sono una enorme enorme opportunità”, ci sono comunque altri campi da esplorare. L’agricoltura, ad esempio. L’Africa, sottolinea la premier, “ha il 60% di terre coltivabili che non sempre vengono coltivate”, dunque “il know-how e la tecnologia italiana possono aiutare a rendere le aziende più grandi e più competitive anche a livello internazionale”. Così come si può “sviluppare un partenariato che consenta al continente africano di poter valorizzare di più le tante risorse di cui dispongono: dalle materie prime e la capacità di processarle sul territorio al turismo”. Sempre con un approccio che la premier definisce “non predatorio”, ragion per cui “il Piano Mattei, peraltro, è sostenuto dal nostro Fondo clima”, con “il 70% dedicato all’Africa: parliamo di circa 3 miliardi di euro, un investimento sicuramente importante con il quale vorremmo anche spingere a un nuovo approccio e a una nuova cooperazione con l’Ue”. Ovviamente, con la leadership nel Mediterraneo affidata all’Italia.

Meloni in Africa ma la crisi in Medioriente fa slittare il Piano Mattei

Poche righe della Farnesina per annunciare che la Conferenza Italia-Africa, fortemente voluta dal governo Meloni, è stata spostata a un vago inizio dell’anno che verrà. Era in calendario a novembre, ma gli ultimi sviluppi geopolitici, in particolare la guerra che sta sconvolgendo il Medioriente con ricadute inevitabili a livello energetico, hanno consigliato l’Italia e i partner africani di procrastinare l’appuntamento. Che, liofilizzando il concetto, avrebbe ‘benedetto’ ufficialmente il Piano Mattei, cavallo di battaglia della premier da quando si è insediata a palazzo Chigi.

Lo slittamento della Conferenza non ha impedito alla presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, di volare in Congo e Mozambico, là dove l’Eni ha una sfera di operatività ai massimi livelli, e di portare avanti discorsi energetici intavolati da più di un anno. Insomma, con l’aria che tira meglio cautelarsi. Non è neppure casuale che ad accompagnare Meloni nel suo blitz sia proprio Claudio Descalzi, l’amministratore delegato del Cane a sei zampe, manager che ha massime aderenze africane e totale conoscenza del territorio.

Va da sé che il progetto di trasformare l’Italia in hub Mediterraneo del gas subirà un forte rallentamento perché negli ultimi mesi poche tessere del mosaico sono andate al loro posto. Era già difficile prima, figurarsi adesso, la sintesi del pensiero di Descalzi, esplicitato alla festa dei 70 anni di Eni. Se la guerra Russa-Ucraina ha spinto fortemente verso il Piano Mattei, il conflitto che ha coinvolto Israele sta scombussolando tutte le strategie, non tanto perché Israele sia un nostro fornitore diretto (il gasdotto Leviathan non ci coinvolge, come nemmeno il giacimento di Tamar chiuso in via precauzionale) quanto per la situazione di instabilità che si è venuta a creare nell’area mediorientale, per le relazioni con i paesi arabi, per la posizione assunta dall’Algeria pro Gaza, per la necessità di Tel Aviv di cercare altre forme di carburanti alternative.

La summa di queste anomalie non può che allarmare, al punto che la premier si è detta preoccupata per uno shock energetico destinato a rendere ancora più delicata la gestione dei prezzi di gas e petrolio. Il Piano Mattei non può più essere una priorità ma non può neppure finire al fondo di un cassetto perché ha una sua valenza strategica (mettere l’Italia di nuovo al centro del villaggio) e una sua bontà in termini di interessi nazionali. Evidentemente, però, alle porte dell’inverno le priorità sono altre. Rimane un punto, che rientra nel Piano ma che – alla bisogna – può anche essere ‘estratto’ dal Piano stesso. Sono i giacimenti di gas che ci sono in Italia, ancora non trivellati, bloccati da molti vincoli non solo ambientali. Magari la soluzione ce l’abbiamo in casa.

Pnrr, l’Italia incassa la terza rata. Meloni: La nazione torna a credere in sé

La Commissione europea eroga all’Italia la terza rata da 18,5 miliardi di euro prevista dal Pnrr. Per la premier Giorgia Meloni è la dimostrazione di un “lavoro proficuo” con la Commissione che, fa sapere, “ci porta oggi a discutere per una valutazione positiva sulla quarta rata e sulla revisione complessiva del piano, compreso il capitolo Repower Eu“.

Al termine di un percorso a ostacoli, la presidente del Consiglio si toglie qualche sassolino dalla scarpa: “E’ la dimostrazione di come l’Italia e il governo abbino affrontato la questione con estrema serietà e auspichiamo che, per il futuro, anche anche quelli che ci credevano poco imparino a credere nelle capacità che questa nazione ha, soprattutto se si lavora tutti nella stessa direzione, di raggiungere tutti i propri obiettivi“, dice in un video postato sui social.

La valutazione della Commissione sul raggiungimento dei 54 obiettivi e traguardi previsti dal Piano è dunque positiva ed è stata confermata dagli Stati membri nel Comitato Economico e Finanziario e nel successivo Comitato Rrf.

Il pagamento della terza rata è la prova dei grandi progressi fatti nell’attuazione del Pnrr“, rivendica il Ministro per gli Affari europei Raffaele Fitto.

Con questo pagamento, l’Italia riceve 85,4 miliardi di euro, corrispondenti a più del 44% del totale del Pnrr. Anche Fitto parla di una “stretta e fruttuosa collaborazione con la Commissione europea” e del risultato di un lavoro “molto impegnativo” per raggiungere obiettivi complessi relativi a riforme nei settori della concorrenza, della giustizia, dell’amministrazione pubblica e fiscale, dell’istruzione, del mercato del lavoro e del sistema sanitario. Il pagamento riguarda anche investimenti per promuovere la transizione digitale e verde e a sostenere la ricerca, l’innovazione e l’istruzione.
“Il lavoro sul Pnrr ora – assicura il ministro – continua senza sosta per ottenere la valutazione positiva sulla richiesta di pagamento della quarta rata e sulla revisione del Piano, incluso il nuovo capitolo REPowerEU”.

Domani Fitto presiederà a Palazzo Chigi una nuova cabina di regia con sei sessioni di lavoro per la rimodulazione del Piano, il monitoraggio degli obiettivi della quinta rata e la verifica sul conseguimento degli obiettivi della quarta rata, che segue la richiesta di pagamento di 16,5 miliardi, inviata lo scorso 22 settembre alla Commissione europea.

Vajont, 60 anni fa la tragedia. Mattarella: “Occuparsi dell’ambiente è garanzia di vita”

Il disastro del Vajont sessanta anni dopo è ancora una ferita aperta, una tragedia che continua a interrogare le coscienze di un Paese fragile, sempre sull’orlo dell’evento estremo, che piange spesso sulla strage annunciata.

Quasi duemila vittime in un giorno solo, nella più grande tragedia della storia repubblicana. La sera del 9 ottobre 1963 una frana precipita dal pendio del Monte Toc nelle acque del neo-bacino idroelettrico al confine tra il Friuli Venezia Giulia e il Veneto. La tracimazione dell’acqua dell’invaso coinvolge prima i paesi più vicini alla riva del lago, Erto e Casso, poi l’onda generata provoca l’inondazione e distruzione dei comuni a fondovalle, tra cui Longarone.

“La frana, la sparizione, nel nulla, di un ambiente, di un territorio, di tante persone. La cancellazione della vita”. Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella ripercorre l’orrore e “i tormenti” che ancora scuotono la nazione. Chiede uno sforzo: “Immaginare di specchiarci anzitutto negli occhi di coloro che non ci sono più; che, quando giunsero gli alpini, non c’erano più. Negli occhi dei soccorritori. Negli sguardi severi dei sopravvissuti. Negli occhi di chi oggi è, qui, depositario di questi territori. Per poter dire che la Repubblica non ha dimenticato”, garantisce. La lezione da trarre, scandisce il capo dello Stato, è quindi “riuscire ad assicurare condizioni di sicurezza e garanzia di giustizia. Perché occuparsi dell’ambiente, rispettarlo, è garanzia di vita”.

La piaga resta un “monito“, conferma la premier, Giorgia Meloni, che parla di una tragedia che “poteva e doveva essere evitata“. Non dimenticare “quanto è costata l’irresponsabilità umana” è un dovere, perché la Comunità, osserva, “era pienamente consapevole dei rischi, ma rimase inascoltata“. In memoria di quella tragedia, la presidente del Consiglio garantisce impegno “affinché eventi simili non si ripetano mai più. Nel ricordo delle vittime del Vajont continueremo a lavorare per un’Italia più sicura“, promette.

La lezione è sempre attuale anche per il ministro dell’Ambiente, Gilberto Pichetto: “La cura del territorio, sempre più impattato dai cambiamenti climatici, è una priorità assoluta: un traguardo che si raggiunge solo con infrastrutture sicure, utili, compatibili con l’ambiente e le necessità di adattamento dei nostri territori”, afferma. “Dobbiamo tutti saper trovare motivo per riflettere – fa eco il ministro della Protezione Civile, Nello Musumeci -, per avanzare le necessarie proposte, fissare e raggiungere gli obiettivi prioritari nella tutela e nella gestione del territorio“.

Meloni accelera sul Pnrr: doppia cabina di regia su terza, quarta e quinta rata

Ora che il negoziato con l’Europa sembra essersi avviato sul crinale meno impervio, il governo deve necessariamente accelerare sul Pnrr. Il 25 e 26 settembre prossimi, infatti, sono in programma a Palazzo Chigi due cabine di regia sul Piano nazionale di ripresa e resilienza, cui prenderà parte anche la premier, Giorgia Meloni, oltre al ministro per gli Affari europei, il Sud, le politiche di coesione, Raffaele Fitto. La prima con i ministri e i rappresentanti di Regioni, Province e Comuniper discutere dello stato di avanzamento delle riforme e degli investimenti previsti dal Piano”, la seconda il giorno dopo divisa in tavoli con imprese, sindacati e associazioni di categoria.

Lunedì saranno sul tavolo punti cruciali, come l’aggiornamento in merito alla procedura di pagamento della terza rata e la verifica degli obiettivi e dei traguardi connessi alla quarta e alla quinta rata. Temi che il giorno dopo saranno al centro degli incontri con le organizzazioni rappresentative del partenariato economico e sociale, durante i quali saranno prese in esame le loro proposte sulle modifiche al Piano e quelle sul capitolo aggiuntivo del RePowerEu.

Il calendario di appuntamenti del 26 settembre prevede dalle ore 9 alle 10 Confindustria, Ance, Confedilizia, Abi e Ania. Poi, dalle 10 alle 11 Coldiretti, Confagricoltura, Cia-Agricoltori italiani, Unsic e Copagri. Dalle 11 alle 12 saranno ricevuti, invece, i sindacati: Cgil, Cisl, Uil, Ugl, Confsal, Cisal e Usb. Nel pomeriggio, dalle 15 alle 16 al tavolo siederanno Federterziario, Confetra, Confeservizi, Confprofessioni e Assoprofessioni. Dalle 16 alle 17 Confapi, Confimi, Confcommercio, Confesercenti, Federdistribuzione e Conflavoro. Infine, dalle 18 alle 18 Alleanza Cooperative, Unicoop, Confartigianato, Cna, Casartigiani, UeCoop, Forum Nazionale del Terzo Settore e Consiglio Nazionale Giovani.

Nel frattempo, il lavoro sul Piano nazionale di ripresa e resilienza va avanti. Perché all’indomani dell’approvazione delle modifiche alla quarta rata del Pnrr da parte del Consiglio Affari generali dell’Ue, a Palazzo Chigi una cabina di regia con il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano, assieme a Fitto, al ministro dell’Università e della Ricerca, Anna Maria Bernini, e del sottosegretario al Mef, Lucia Albano, ha fatto il punto sulla questione degli alloggi universitari. Nella riunione è stato ribadito che nei prossimi giorni saranno attivate le misure necessarie ad assicurare la rendicontazione dell’obiettivo. Inoltre, si è discusso anche delle azioni necessarie al raggiungimento degli obiettivi previsti a giugno 2026, convenendo di avviare un tavolo tecnico, coordinato dalla stessa Bernini, per definire gli adempimenti necessari, che si riunirà già a partire dai prossimi giorni.

Il Piano, però, è stato anche (inevitabilmente) al centro dell’audizione del ministro Fitto davanti alla commissione parlamentare di inchiesta sulle Periferie, soprattutto dopo le polemiche per la decisione di definanziare alcune opere dal Pnrr per assegnarle ai fondi di coesione, in particolare quelli per risolvere i problemi legati al dissesto idrogeologico. “Abbiamo una serie di interventi che certamente non sono ammissibili al Pnrr. La cifra complessiva dei progetti in essere è di 67 miliardi, che sono stati inseriti nel Piano, e sono progetti precedenti – spiega l’esponente di governo -. Quando si parla di dissesto idrogeologico, sappiamo che ci sono progetti del 2010, 2012 e 2015 che hanno girato tutte le programmazioni possibili e immaginabili senza essere mai realizzati? E con quale criterio, senza alcuna previsione, dovremmo riuscire con una ‘bacchetta magica’ a realizzarli?”. Fitto sottolinea che si tratta di “interventi complessi, quindi lo sforzo che il governo sta facendo non è quello di creare problemi ai comuni, andandogli contro perché siamo cattivi: questa narrazione darebbe la patente di stupidità al governo, e grazie a Dio non lo siamo. Noi non stiamo creando problemi, li stiamo risolvendo”.

Il Piano del Mare presentato a Trieste. Meloni: “Primo mattone di una strategia concreta”

Photo credit: profilo Twitter @Ambrosetti_

Riscoprire e valorizzare il mare come risorsa per l’intero Paese. E’ l’obiettivo della prima edizione del Forum ‘Risorsa Mare’ promosso dal ministro Musumeci e organizzato da The European House-Ambrosetti, in corso a Trieste. Un target condiviso dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni e dall’intero Governo che, spiega la premier intervenendo in video, “ha deciso di lavorare perché venisse finalmente riscoperta e valorizzata la dimensione marittima e la millenaria vocazione agli scambi commerciali della nostra Nazione, mettendo fine al paradosso assurdo a cui abbiamo assistito negli ultimi anni, il paradosso di un’Italia che ha smarrito la propria identità”. Per questo motivo l’esecutivo ha affidato a un Comitato interministeriale il compito di redigere il Piano del Mare, che verrà presentato proprio in questi giorni a Trieste e che è il “primo mattone” di una “strategia concreta”.

Anche perché, sottolinea Meloni, gli obiettivi sono tanti e ambiziosi: “Penso all’obiettivo strategico di fare dell’Italia l’hub energetico dell’Europa, penso al contributo decisivo che il Mare può dare sul fronte della produzione di energia rinnovabile. Penso alla maggiore centralità che il nostro sistema portuale e logistico può e deve assumere nei traffici marittimi europei e internazionali, e alla necessità di sostenere la transizione energetica del trasporto marittimo“. E a questo si aggiunge “il lavoro che va fatto per rafforzare il primato italiano nella cantieristica e nell’industria armatoriale e la necessaria attenzione che dobbiamo mettere alle peculiarità di chi lavora nel settore marittimo. Senza dimenticare, ovviamente, alcuni asset nazionali che danno un contributo insostituibile al nostro prodotto interno lordo: il turismo, la pesca e l’acquacoltura”.

E se per la premier il mare è “identità, cultura e lavoro”, il ministro per la Protezione civile e le Politiche del Mare, Nello Musumeci, parla del Mediterraneo come “motore di crescita” per l’Italia e per le regioni del Mezzogiorno, oltre che di “cerniera fra il mondo orientale e occidentale”, come dimostra il Piano Mattei. Il Piano del Mare è un inizio, “ma non basta – chiude il ministro –, bisogna lavorare con grande impegno e passione”.

Ponte Morandi, ricordo a 5 anni dal crollo. Mattarella: Giustizia è responsabilità

Genova e l’Italia piangono le 43 vittime del crollo del Ponte Morandi, cinque anni dopo la tragedia, avvenuta alle 11.36 del 14 agosto 2018.
Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella sollecita giustizia: “E’ una responsabilità“, scrive, una volta “completato l’iter processuale, con l’accertamento definitivo delle circostanze, delle colpe, delle disfunzioni, delle omissioni“.
La vicenda, insiste il Capo dello Stato, “interpella la coscienza di tutto il Paese, nel rapporto con l’imponente patrimonio di infrastrutture realizzato nel dopoguerra e che ha accompagnato la modernizzazione dell’Italia“.

Rinnova il dolore anche la premier, Giorgia Meloni. Non dimentica “l’eroismo dei soccorritori” e l’impegno senza sosta dei tantissimi che, in quelle ore e in quei giorni drammatici, “diedero testimonianza di quanto gli italiani sappiano donarsi al prossimo“. La presidente del Consiglio elogia “l’orgogliosa reazione dei genovesi“: “Da questa forza, dalla collaborazione tra le Istituzioni e dalle migliori energie del sistema imprenditoriale italiano è nato quel ‘modello Genova’ che ha permesso, in tempi record, di ricucire lo strappo inferto dal crollo del Morandi con la costruzione del nuovo Ponte Genova San Giorgio“, afferma.

Il vicepremier e ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Matteo Salvini, dal palco della commemorazione promette una legge che equipari le vittime di incuria a quelle di terrorismo: “Piangiamo 43 vittime non del caso, non della sfortuna, non del cambiamento climatico, ma dell’avidità dell’uomo“, scandisce.

La commemorazione si tiene nella Radura della Memoria, sotto il nuovo viadotto San Giorgio. “Siamo sopravvissuti senza merito, perché su quel ponte poteva esserci ognuno di noi“, osserva amaramente il presidente della Regione Liguria Giovanni Toti. Due le parole che chiede di tenere a mente: coraggio (“quello dimostrato dai familiari delle vittime“), e giustizia (“quella che affidiamo alle aule dei tribunali“). Con le lacrime, la polvere e il sudore dei soccorritori, ribadisce Toti “in quella tragica giornata di agosto iniziò il riscatto di un’intera regione, che ha portato alla ricostruzione di un’opera infrastrutturale diventata modello per l’Italia“. Una cosa è certa per il governatore: “Coloro che hanno avuto una perdita così profonda devono ricevere giustizia“.

Il comitato in ricordo delle vittime, però, si dice deluso: “Dagli organi democraticamente eletti e dai dipendenti pubblici interessati nella vicenda, ognuno per la sua parte, ci saremmo aspettati molto di più. Ci sono responsabilità molto diverse che si sono sedimentate negli anni e hanno portato al triste epilogo che conosciamo“, denuncia la portavoce Egle Possetti. “Dobbiamo comprendere che ogni piccola azione diventa parte di un sistema e che, sommate insieme, portano a conseguenze a volte inaspettate. Su questo – è l’invito – dobbiamo riflettere ogni giorno della nostra vita“.

Meloni vede Biden: “Impegno deciso contro cambiamento climatico, è una minaccia esistenziale”

(Photocredit: Palazzo Chigi)

Quella del cambiamento climatico è “una minaccia esistenziale” ed è forte “l’impegno a intraprendere azioni decisive in questo decennio per mantenere a portata di mano l’obiettivo condiviso di limitare l’aumento della temperatura media globale a 1,5 gradi Celsius”. La sfida del riscaldamento del pianeta – ormai a un punto di “ebollizione” come ricorda l’Onu – è stata uno dei punti fondamentali sul tavolo dell’incontro tra la premier Giorgia Meloni e il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, durante la visita della presidente del Consiglio a Washington.

“Entrambi – spiega la Casa Bianca – ricordano il prezioso contributo dell’iniziativa Net-Zero Government, lanciata dagli Stati Uniti e a cui ha aderito l’Italia, che invita i governi a dare l’esempio e a raggiungere le emissioni nette zero dalle operazioni governative nazionali entro il 2050″. Ma non solo. Gli Stati Uniti e l’Italia, “condividono l’interesse a lavorare insieme per affrontare il problema delle emissioni nei Paesi in via di sviluppo, compreso il metano”. I due Paesi “intendono continuare a rafforzare la cooperazione e l’allineamento su soluzioni tempestive per raggiungere gli obiettivi climatici condivisi e un risultato ambizioso della COP28, con l’obiettivo di garantire la sostenibilità sociale, economica e ambientale“.

L’incontro tra i due leader – nel corso della prima visita ufficiale di Meloni – è stata anche l’occasione per rafforzare i legami “incredibilmente forti” tra Usa e Italia, “diventati ancora più profondi negli ultimi tempi in seguito alla guerra di aggressione russa contro l’Ucraina“. “Più che mai, in questa congiuntura internazionale – dicono Biden e la presidente del Consiglio – le nostre relazioni sono essenziali; più che mai dobbiamo poter contare gli uni sugli altri”.

Ma sono tanti i temi toccati durante il lungo faccia a faccia. Entrambi sottolineano l’importanza di garantire un “sistema alimentare sicuro” soprattutto per i Paesi più vulnerabili e condannano “il ritiro unilaterale della Russia” dall’accordo sul grano dche è stato “determinante per ridurre i prezzi mondiali dei prodotti alimentari, e i suoi attacchi alle infrastrutture ucraine di stoccaggio e trasporto dei cereali”.

Poi, la “sfida” della Cina, legata naturalmente alla questione delle materie critiche, anche in ottica decarbonizzazione. I due Paesi “si impegnano a rafforzare le consultazioni bilaterali e multilaterali sulle opportunità e le sfide poste dalla Repubblica Popolare Cinese”.  E proprio in un quadro di transizione, spiega la Casa Bianca, gli Stati Uniti “guardano con interesse alla leadership italiana del G7 nel 2024, dove il G7 intensificherà gli sforzi per accelerare la transizione verso l’energia pulita e affrontare le sfide globali più urgenti, tra cui la crisi climatica, la povertà, l’insicurezza alimentare, la sicurezza economica, le forniture di minerali critici e la migrazione, impegnandosi ulteriormente nel dialogo e nella cooperazione su tutti questi temi con i Paesi in via di sviluppo, in particolare con i Paesi africani”.

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Governo modifica obiettivi Pnrr per salvare la quarta rata. Pd: “Meloni chiarisca in aula”

Sono trascorsi più di 10 giorni dal 30 giugno, che segnava la scadenza in cui l’Italia avrebbe dovuto raggiungere 27 obiettivi del Pnrr. Per salvare la quarta rata, che vale 16 miliardi di euro, il governo Meloni ne modifica 10 fissati da Draghi. “Puntiamo a ottenere un risultato molto importante, che ci consente di mantenere fede al percorso prestabilito”, assicura il ministro per gli Affari europei, con delega al piano, Raffaele Fitto.

Le modifiche sono concordate con i servizi della Commissione europea, ma dovranno avere il via libera formale per l’erogazione. Dopo la condivisione formale, si potrà avanzare la richiesta di pagamento. Nessun definanziamento, assicura Fitto: Roma chiederà “l’intera rata”.

Al momento, tre Paesi hanno chiesto il pagamento della terza rata: Spagna, Italia e Grecia. Nessuno ha chiesto il pagamento della quarta. “Il livello di confronto con la Commissione è costruttivo nel merito”, sostiene Fitto. Il lavoro fatto sulla quarta rata, spiega, punta a “evitare una fase lunga di verifica”. Invece sulla terza “stiamo verificando alcuni dettagli di interpretazione”, precisa. La terza rata scadeva il 31 dicembre dello scorso anno, era composta da 55 obiettivi. Per la prima volta, c’erano obiettivi fisici da verificare sul terreno, “è un lavoro di dettaglio, positivo, mette al sicuro Commissione e governo“, scandisce giustificando le lungaggini. Intanto, il passaggio della quarta rata rappresenta per il governo un metodo: “si fa preliminarmente un lavoro, si verificano i rischi”.

E anche se il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, garantisce che il governo sta “gestendo la situazione” nel migliore dei modi, l’opposizione continua a lanciare l’allarme. Chiede a una voce sola Giorgia Meloni in Parlamento, per una informativa e parla di convocazione “urgente” della cabina di regia sul Pnrr. “Fake news”, replica Fitto. “La convocazione è avvenuta ieri, perché nel tardo pomeriggio abbiamo avuto un via libera tecnico dell’Europa e solo dopo abbiamo potuto convocare la cabina di regia“, spiega.

La leader del Pd, Elly Schlein, però, tira in ballo direttamente la presidente del Consiglio: “Ci sono 19 miliardi di euro che l’Italia avrebbe potuto incassare già da febbraio con la terza rata, siamo a luglio e non ne abbiamo traccia. Ci sono altri 16 miliardi di euro, la quarta rata, per i quali dovevamo presentare la domanda a fine giugno, tutto tace”. La premier, è l’accusa, sarebbe in silenzio da giorni per i guai giudiziari dei suoi ministri e sottosegretari, mentre l’Italia “rischia di perdere le risorse che faticosamente ha ottenuto dall’Unione europea. Venga a spiegarci in Parlamento perché non si è ancora visto un euro della terza rata del Pnrr e perché rischia di slittare anche la quarta, si ricordi che parliamo di risorse che riguardano investimenti strategici per le imprese, il lavoro e le vite delle persone e ottenerle è essenziale per far ripartire il Paese”.

Fitto, intanto, sarà in Parlamento il 18 luglio per la relazione semestrale. “Penso di esserci andato un numero di volte che se raffrontato con i due anni precedenti non c’è termine di paragone”, si sgancia dalle accuse. Quanto ai ritardi, è un tema “particolare”, afferma: “Non ho ancora ascoltato un riferimento preciso a un ritardo attribuibile a noi e che sia oggettivo. Mi farebbe piacere ascoltare critiche di merito. Il ritardo andrebbe circoscritto, io porto dati oggettivi. Sono tre i Paesi che hanno chiesto la terza rata, se noi siamo in ritardo, gli altri cosa fanno?”.

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