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Auto, chip, celle solari: raffica di dazi Usa anti-Cina. Biden: “Difendere lavoratori”

Io credo che l’Unione Europea dovrà muoversi necessariamente su una politica industriale astrattiva, che investa sulle imprese come stanno facendo gli Stati Uniti. L’Europa dovrà investire sulla produzione e la prossima Commissione dovrà basarsi sulle risorse comuni, un po’ come fatto sul modello del Pnrr. Gli Usa hanno annunciato dazi pari al 100% sulle auto elettriche cinesi. E’ inevitabile che l’Europa dovrà tutelare la produzione nazionale di fronte a fenomeni di concorrenza sleale“. Così il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, intervenendo a ‘Il giorno della verità’, ha commentato la raffica di dazi comunicati dalla Casa Bianca nei confronti di prodotti cinesi. Sui veicoli elettrici passano dal 25% al ​​100%, sulle batterie dei veicoli elettrici dal 7,5% al ​​25%, sulle celle solari dal 25% al ​​50%, mentre sull’acciaio e alluminio salgono da 0-7,5 per cento a 25%.

Come dice il presidente Biden – si legge in un comunicato della Casa Bianca – i lavoratori e le imprese americane possono battere chiunque, purché vi sia una concorrenza leale. Ma per troppo tempo il governo cinese ha utilizzato pratiche sleali e non di mercato. I trasferimenti forzati di tecnologia e il furto di proprietà intellettuale da parte della Cina hanno contribuito al suo controllo del 70, 80 e persino del 90% della produzione globale per gli input critici necessari per le nostre tecnologie, infrastrutture, energia e assistenza sanitaria, creando rischi inaccettabili per le catene di approvvigionamento americane e sicurezza economica. Inoltreprosegue la nota dell’amministrazione Bidenqueste stesse politiche e pratiche non di mercato contribuiscono alla crescente sovraccapacità della Cina e all’impennata delle esportazioni che minacciano di danneggiare in modo significativo i lavoratori, le imprese e le comunità americane“.

L’aliquota tariffaria sui semiconduttori aumenterà invece dal 25% al ​​50% entro il 2025. “Le politiche cinesi nel settore dei semiconduttori hanno portato a una crescita della quota di mercato e a una rapida espansione della capacità che rischia di escludere gli investimenti da parte delle aziende orientate al mercato. Nei prossimi tre-cinque anni, si prevede che la Cina rappresenterà quasi la metà di tutta la nuova capacità messa in rete per produrre alcuni wafer semiconduttori legacy. Durante la pandemia, le interruzioni della catena di approvvigionamento, compresi i chip legacy, hanno portato a picchi di prezzo in un’ampia varietà di prodotti, tra cui automobili, elettrodomestici e dispositivi medici, sottolineando i rischi di un’eccessiva dipendenza da alcuni mercati“, sottolinea il governo Usa. “Attraverso il CHIPS and Science Act, il presidente Biden sta investendo quasi 53 miliardi di dollari nella capacità produttiva americana di semiconduttori, nella ricerca, nell’innovazione e nella forza lavoro. Ciò contribuirà a contrastare decenni di disinvestimenti e delocalizzazione che hanno ridotto la capacità degli Stati Uniti di produrre semiconduttori a livello nazionale”.

Le misure anti-Cina non finiscono qui. L’aliquota tariffaria sulla grafite naturale e sui magneti permanenti aumenterà dallo zero al 25% nel 2026. Quella sulle gru da nave a terra crescerà dallo 0% al 25% nel 2024. Infine le aliquote tariffarie su siringhe e aghi saliranno dallo 0% al 50% nel 2024. Per alcuni dispositivi di protezione individuale (DPI), compresi alcuni respiratori e maschere facciali, le aliquote tariffarie balzeranno infine dallo 0–7,5% al ​​25% in 2024, mentre i dazi sui guanti medici e chirurgici in gomma aumenteranno dal 7,5% al ​​25% nel 2026.

La replica cinese non si è fatta attendere su 18 miliardi di dollari di importazioni di veicoli elettrici cinesi e una serie di altri prodotti. Pechino “si oppone fermamente” alle nuove tariffe, ha affermato in una nota il ministero del Commercio del Paese. “L’aumento da parte degli Stati Uniti contraddice l’impegno del presidente Biden di ‘non cercare di sopprimere e contenere lo sviluppo della Cina’ e di ‘non cercare di disaccoppiare e rompere i legami con la Cina”, si legge. “Questa azione avrà un grave impatto sull’atmosfera della cooperazione bilaterale”.

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Xi Jinping incontra Blinken a Pechino: “Usa e Cina dovrebbero essere partner, non rivali”

Photo credit: Afp

 

Un confronto “approfondito e costruttivo“. Il segretario di Stato Usa, Antony Blinken, definisce così il faccia a faccia avuto a Pechino con il presidente cinese, Xi Jinping. Il capo della diplomazia di Washington vede il suo omologo, Wang Yi, col quale si trattiene per circa cinque ore e mezza.

Secondo quanto riferiscono i media statali Xi ha detto a Blinken che di sperare che “anche gli Stati Uniti possano avere una visione positiva dello sviluppo della Cina”, aggiungendo che “quando questo problema fondamentale sarà risolto le relazioni potranno veramente stabilizzarsi, migliorare e progredire”. Ma è anche un altro il punto focale del colloquio, che dovrebbe suonare quasi come un campanello d’allarme per l’Europa. Perché il presidente cinese ha detto all’esponente dell’Amministrazione Usa che Pechino e Washingtondovrebbero essere partner, non rivali“. Precisando, però, che “molti problemi devono ancora essere risolti e ulteriori sforzi sono ancora possibili“.

Se così fosse, soprattutto sul mercato delle materie prime critiche e dei semiconduttori, le aziende del Vecchio continente potrebbero avere notevoli problemi di competitività, in una fase storica in cui la rivalità Usa-Cina sta già creando diversi problemi.

Ho proposto tre principi fondamentali: il rispetto reciproco, la coesistenza pacifica e la cooperazione win-win”, ha aggiunto Xi Jinping. Ribadendo che “la Terra è abbastanza grande perché sia la Cina che gli Stati Uniti possano svilupparsi e prosperare“.

Da parte sua, il segretario di Stato americano ha dichiarato di aver espresso le sue preoccupazioni alla Cina per il suo sostegno alla Russia, affermando che l’invasione dell’Ucraina sarebbe stata “più difficile” senza l’appoggio di Pechino. Blinken ha inoltre messo in guardia la Cina dalle sue “azioni pericolose” nel Mar Cinese Meridionale: “Ho chiarito che i nostri impegni per la difesa delle Filippine rimangono incrollabili”.

Per quanto riguarda il Medio Oriente, invece, “le relazioni della Cina possono essere positive nel cercare di allentare le tensioni, prevenire l’escalation ed evitare la diffusione del conflitto”, ha detto il capo della diplomazia Usa, riferendosi all’influenza di Pechino sull’Iran. L’incontro è stato anche l’occasione per programmare “discussioni bilaterali iniziali nelle prossime settimane” sul tema dell’intelligenza artificiale e per chiedere ancora una volta a Pechino “misure aggiuntive” per contenere il traffico di fentanyl, una droga che sta creando scompiglio negli Stati Uniti.

Durante l’incontro con il suo omologo, poi, il ministro degli Esteri cinese Wang Yi ha avvertito Blinken che le molteplici pressioni americane sulla Cina potrebbero portare a un “deterioramento” dei legami tra i due Paesi. Sottolineando, inoltre, che la questione di Taiwan, isola di 23 milioni di abitanti rivendicata da Pechino e sostenuta militarmente da Washington, è la “prima linea rossa da non oltrepassare nelle relazioni sino-americane.

La Cina critica gli Stati Uniti anche per le molteplici pressioni sul Mar Cinese Meridionale, su Taiwan, sul commercio e sulle relazioni con la Russia, intensificatesi dopo l’invasione dell’Ucraina nel febbraio 2022. Pechino è in collera pure per le restrizioni statunitensi alle esportazioni in Cina di tecnologie avanzate, tra cui i semiconduttori. Un’altra fonte di attrito – più recente, però – è legata al social network TikTok, che rischia di essere bandito negli Stati Uniti se non taglia i suoi legami con la società madre cinese ByteDance. Washington sospetta che l’applicazione venga utilizzata per spiare gli americani, raccogliere informazioni personali e servire la propaganda cinese, mentre TikTok nega categoricamente e respinge le accuse.

Nonostante le tensioni, le relazioni tra le due potenze hanno comunque “iniziato a stabilizzarsi” dopo il vertice Xi-Biden di novembre, ha spiegato Wang Yi, mettendo in guardia sulla persistenza di “elementi negativi”. Perché “i legittimi diritti di sviluppo della Cina sono stati indebitamente oppressi e i nostri interessi fondamentali sono stati messi in discussione”, ha sottolineato riferendosi alle restrizioni statunitensi nel settore tecnologico. Da parte sua, Blinken, come riferisce il portavoce del Dipartimento di Stato americano, Matthew Miller, ha comunicato al ministro cinese le sue preoccupazioni per il presunto sostegno della Cina “alla base industriale russa della difesa”. Sebbene le aziende cinesi non forniscano armi direttamente alla Russia, Washington le accusa di fornire alla Russia attrezzature e tecnologie a doppio uso che facilitano i suoi sforzi di riarmo.

Gli Stati Uniti e la Cina devono essere il più possibile “chiari nelle aree in cui abbiamo delle differenze, almeno per evitare malintesi e errori di calcolo”, ha dichiarato il segretario di Stato Usa. Il viaggio di Blinken in Cina è, però, il segno di una relativa diminuzione degli attriti tra Pechino e Washington, che si erano acuiti durante gli anni dell’Amministrazione Trump. Biden promette ancora una volta di adottare una linea dura nei confronti della Cina se vincerà le elezioni presidenziali di novembre. Pur cercando una maggiore stabilità tra le due maggiori economie del mondo, il presidente degli Stati Uniti vuole comunque mantenere alta la pressione sul gigante asiatico.

Trilaterale Italia-Francia-Germania, Urso: “Passare a un’economia Ue dei produttori”

Sostegno mirato alle imprese, soprattutto Pmi, meno burocrazia e più competitività per non perdere la sfida con Cina e Usa. Dalla nuova riunione trilaterale Italia-Francia-Germania si delinea in maniera ancora più definita l’idea di politica industriale per l’Europa post elezioni. A Parigi i tre ministri che nei rispettivi governi gestiscono la delega rinforzano la partnership e concordano sulla necessità di andare avanti con la doppia transizione, ecologica e digitale, seppur con meno vincoli rispetto al Green Deal originario, e sulla “necessità di un’azione urgente per sbloccare il potenziale tecnologico e innovativo delle imprese europee“. Noi “non vorremo che l’Europa, da continente della tecnologia e dello sviluppo diventasse un museo all’aria aperta“, spiega il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, al termine dell’incontro. Sottolineando che occorre “passare da un’economia dei consumatori a un’economia dei produttori“, perché “in questi anni abbiamo sviluppato e incentivato i consumi e questo è andato sempre più questo a beneficio dei prodotti e delle imprese di altri continenti, che non rispondono alle nostre stesse regole in termini di standard ambientali e sociali, quindi spesso anche attraverso concorrenza sleale“.

Ben venga, dunque, anche la proposta del ministro dell’Economia, delle Finanze e della Sovranità industriale e digitale della Francia, Bruno Le Maire: una sorta di ‘preferenza’ alle imprese continentali negli appalti Ue. Anche se non è l’unica soluzione che incontra il favore dell’Italia: “Abbiamo detto con chiarezza ai nostri colleghi che condividiamo tutte quelle misure che possono consentire di passare dall’Europa dei consumatori all’Europa dei produttori. Quindi, a una politica industriale che tuteli, rafforzi e rilanci il sistema delle imprese europee“, spiega ancora Urso. Aggiungendo che “questo lo si può fare con misure come quella proposta da Le Maire, ma anche con il nuovo focus della Commissione Ue per accertare se c’è concorrenza sleale e dumping nella vendita di macchine elettriche cinesi” o “con i criteri di qualità, come stiamo facendo noi in Italia, sugli incentivi pubblici per realizzare impianti fotovoltaici ai fini dell’autoconsumo”. Dunque, “da questo punto di vista il governo è neutrale sugli strumenti da utilizzare, ma ben consapevole di quale sia la rotta da determinare per il continente europeo“.

Il ministro federale tedesco dell’economia e dell’azione per il clima, Robert Habeck, parla di “tecnologie innovative, come le biotecnologie e le tecnologie verdi nell’industria eolica, solare e di trasformazione, che sono fondamentali per la crescita economica. La neutralità climatica e la nostra sovranità tecnologica nel prossimo futuro e necessitano quindi di un ambiente favorevole agli investimenti – sottolinea -. Il nostro scambio ha anche sottolineato la necessità di maggiori sinergie europee nelle nostre industrie della difesa, che a mio avviso è fondamentale“.

Tra le soluzioni studiate al vertice di Parigi c’è quella sulla semplificazione e accelerazione delle autorizzazioni e l’accesso ai programmi di finanziamento europei e agli aiuti di Stato, in particolare per le pmi, eliminando le sovrapposizioni normative e riducendo gli obblighi di rendicontazione “ben oltre l’obiettivo della Commissione Ue del 25%. O ancora “incrementare gli investimenti pubblici e privati per rafforzare l’innovazione, la produttività e la competitività” e portare a compimento, con successo, la doppia transizione. Con un “sostegno mirato alle imprese dei settori industriali più strategici“. In questo senso, dunque, vanno rafforzati i finanziamenti dell’Ue per i beni pubblici europei e le infrastrutture e coinvolgendo maggiormente la Banca europea per gli investimenti. Ma serve anche un “ampio mix di nuove risorse proprie“, con un’Unione europea capace di “finanziare progetti tecnologici di innovazione, in particolare per le tecnologie pulite e net zero, l’intelligenza artificiale dai chip alla capacità di calcolo e ai modelli di grandi dimensioni, i semiconduttori e la cybersicurezza“.

Altro punto rilevante, messo nero su bianco nella dichiarazione congiunta finale, riguarda la necessità di “applicare meglio, approfondire e rafforzare il mercato unico per sfruttare appieno i vantaggi dell’integrazione economica europea, garantendo regole comuni e una forte supervisione, nonché l’applicazione delle norme, in particolare per i prodotti importati“. L’obiettivo, infatti, è “garantire una concorrenza efficace nel mercato unico e affrontare adeguatamente i problemi strutturali della concorrenza nel contesto globale, in particolare nei settori che hanno una dimensione internazionale e sono di grande importanza per l’economia generale dell’Ue“. Urso, Le Maire e Habeck, infine, auspicano “un controllo efficace delle fusioni che impedisca le ‘acquisizioni killer’ con certezza giuridica e chiedono un’attuazione e un monitoraggio approfonditi della legge sui mercati digitali“.

 

Photo credit: account X Adolfo Urso

Eclissi totale negli Stati Uniti: cosa sperano di imparare gli scienziati

Strani comportamenti animali, una corona solare raramente vista e persino possibili effetti sull’uomo: l’8 aprile gli scienziati saranno al lavoro per raccogliere dati preziosi durante l’eclissi solare che attraverserà gli Stati Uniti. Le eclissi totali sono “rare” e rappresentano una “incredibile opportunità scientifica“, ha dichiarato Pam Melroy, amministratore associato della Nasa, durante una conferenza stampa. L’agenzia spaziale statunitense sarà in prima linea con il lancio di razzi sonda.

Ecco una panoramica di ciò che i ricercatori intendono studiare.

CORONA SOLARE. Quando la Luna coprirà completamente il disco centrale del Sole, lo strato esterno della sua atmosfera, chiamato corona solare, sarà visibile “in modo molto particolare“, ha spiegato Pam Melroy. Ma questa è un’area “che ancora non comprendiamo appieno“. Il calore della corona aumenta con la distanza dalla superficie del Sole, un fenomeno controintuitivo che gli scienziati stanno lottando per spiegare. È anche in questa regione superiore che si verificano i brillamenti e le prominenze solari, immense strutture di plasma. “Durante un’eclissi, la parte più bassa della corona è visibile meglio che con uno speciale strumento chiamato coronografo“, spiega Shannon Schmoll, astronomo della Michigan State University. Questa è quindi un’occasione d’oro per studiarla. Gli scienziati sono particolarmente entusiasti di una cosa: il Sole è attualmente vicino al suo picco di attività, che si verifica ogni 11 anni. Quindi “le possibilità di osservare qualcosa di incredibile sono molto alte“, ha commentato Pam Melroy.

ATMOSFERA TERRESTRE. Gli scienziati studieranno anche i cambiamenti nella parte superiore dell’atmosfera terrestre, la ionosfera. È qui che passa gran parte dei segnali di comunicazione. “Le perturbazioni in questo strato possono causare problemi al nostro GPS e alle comunicazioni“, ha sottolineato Kelly Korreck, responsabile del team della Nasa. La ionosfera è influenzata dal Sole: le sue particelle si caricano di elettricità sotto la radiazione solare durante il giorno. Tre piccoli razzi sonda saranno lanciati prima, durante e subito dopo l’eclissi dalla Virginia, negli Stati Uniti orientali, per misurare questi cambiamenti.La riduzione della luce causata dall’eclissi, che è più rapida e localizzata rispetto a un tramonto, dovrebbe permetterci di imparare di più sul modo in cui la luce influenza la ionosfera, in modo da poter prevedere meglio potenziali disturbi futuri.

COMPORTAMENTO DEGLI ANIMALI. Le eclissi provocano comportamenti sorprendenti negli animali: le giraffe, ad esempio, sono state viste galoppare via, mentre i galli e i grilli sono stati visti cantare. Oltre alla luce, anche le temperature e i venti possono diminuire, cosa a cui gli animali sono sensibili. Andrew Farnsworth, ricercatore presso il laboratorio di ornitologia della Cornell University, sta studiando gli effetti sugli uccelli. Utilizza un radar meteorologico per rilevare gli animali in volo. Durante la precedente eclissi negli Stati Uniti, nell’agosto 2017, i ricercatori hanno osservato “un calo del numero di animali in volo“, spiega. Questa eclissi ha causato l’interruzione del comportamento diurno (con l’atterraggio di insetti o uccelli), ma non ha innescato comportamenti notturni come il volo di pipistrelli o uccelli migratori, spiega. Quest’anno, in aprile, questi uccelli potrebbero essere più inclini a migrare. Questi studi sono “importanti per capire come gli animali percepiscono il mondo“, sottolinea l’esperto.

STUPORE UMANO.Le eclissi hanno un potere speciale. Toccano le persone, che provano una sorta di riverenza per la bellezza del nostro Universo“, ha dichiarato questa settimana Bill Nelson, capo della Nasa. È questo senso di meraviglia che i ricercatori hanno studiato nel 2017, utilizzando i dati di poco meno di 3 milioni di utenti del social network Twitter. Il risultato è stato che coloro che si trovavano nel percorso dell’eclissi avevano maggiori probabilità di usare il pronome “noi” (invece di “io“) e di preoccuparsi per gli altri, secondo Paul Piff, ricercatore di psicologia presso la UC Irvine. Un’esperienza di meraviglia sembra “collegarci gli uni agli altri“, ha sintetizzato. Quest’anno ha in programma di studiare se tale esperienza può avere un impatto sulle divisioni politiche.

SCIENZA PARTECIPATIVA. Sono previsti anche circa 40 progetti di scienza partecipativa. “Vi incoraggiamo ad aiutare la Nasa osservando ciò che vedete e sentite intorno a voi“, ha dichiarato Bill Nelson. I cittadini partecipanti potranno, ad esempio, registrare l’ambiente sonoro che li circonda o la temperatura e la copertura nuvolosa utilizzando un’applicazione per telefoni cellulari.

Scarso effetto Mar Rosso: inflazione tedesca rallenta. In Usa prezzi sotto controllo

L’effetto Mar Rosso per ora è scarso. Almeno a giudicare i dati dell’inflazione flash di febbraio in tre grandi Paesi europei: Francia, Germania e Spagna.

Nella cosiddetta locomotiva del Vecchio Continente, secondo la stima flash di Destatis, l’ufficio di statistica tedesco, il carovita mensile è cresciuto dello 0,4% contro attese di +0,5%, dopo il +0,2% di gennaio. E a livello annuale è aumentato del 2,5%, sotto le attese di +2,6% e in calo rispetto al +2,9% di gennaio. L’Inflazione di questo mese rappresenta il valore più basso da giugno 2021 (+2,4%). “Nonostante il freno ai prezzi dei prodotti energetici scaduto a gennaio e l’aumento del prezzo della Co2 che influenzerà anche i prezzi dei combustibili fossili come carburanti, gasolio da riscaldamento e gas naturale, a febbraio i prezzi dell’energia erano inferiori del 2,4% annuale“, evidenzia Destatis. Inoltre “l’aumento dei prezzi dei prodotti alimentari è diminuito nuovamente in modo significativo rispetto allo stesso mese dell’anno scorso al +0,9% e per la prima volta da novembre 2021 è stato inferiore al tasso di aumento generale dei prezzi“.

Anche in Francia l’inflazione annuale ha rallentato al 2,9% a febbraio, percentuale più bassa da gennaio 2022, rispetto al 3,1% di gennaio, anche se i mercati si aspettavano un +2,7%, secondo le stime preliminari. L’indice dei prezzi al consumi invece ha accelerato rispetto al mese precedente, aumentando dello 0,8%, dopo il -0,2% di gennaio, guidato dall’aumento dei costi dei servizi, in particolare affitti e trasporti, e dell’energia, principalmente elettricità, prodotti manifatturieri e tabacco.

Brusco rallentamento dei prezzi in Spagna che anno su anno scendono al 2,8%, soprattutto per merito del calo dei prezzi dell’elettricità. Questo tasso è inferiore di 0,6 punti rispetto a gennaio (3,4%), un mese che era stato caratterizzato da un leggero rimbalzo dopo quattro mesi consecutivi di aumenti dei prezzi più lenti, spiega l’istituto di statistica iberico in una nota. Questo conferma il graduale ritorno dell’inflazione a un livello ritenuto accettabile dagli economisti, grazie anche alla stabilizzazione dei prezzi dei generi alimentari, che un anno fa avevano subito un forte aumento.

Le scuse per non tagliare i tassi sono sempre meno nel bouquet della Bce. Complice anche un calo inaspettato dei consumi, sia in Francia che in Germania, la pressione sui prezzi al consumo non sembra per ora segnalare un ritorno di fiamma magari per il blocco del transito attraverso il Canale di Suez. La stabilizzazione dei prezzi si nota anche oltre oceano. L’indice dei prezzi della spesa per consumi personali (Pce) negli Stati Uniti è aumentato dello 0,3% su base mensile a gennaio, in linea con le aspettative del mercato, dopo un +0,1% rivisto al ribasso a dicembre, mentre il tasso annuo ha rallentato al 2,4%, il più basso da febbraio 2021.

E’ vero, in America è salita l’inflazione ‘core’ mensile Pce, che esclude alimentari ed energia ed è la misura preferita della Fed, allo 0,4%, registrando l’aumento maggiore da febbraio dello scorso anno, tuttavia il tasso annuale di inflazione ‘core’ ha frenato per il 12° mese consecutivo al 2,8% dal 2,9%, un nuovo minimo da marzo 2021 e “il raffreddamento dei redditi e della spesa suggerisce che l’inflazione si modererà nuovamente nei prossimi mesi, lasciando la porta aperta a giugno per un taglio dei tassi da parte della Federal Reserve“, commenta in una nota la banca olandese Ing.

Dopo la Cop28 troveremo carbone (fossile) sotto l’albero di Natale

Che la Cop 28 sia stata un fiasco o quasi un fiasco dipende solo dai punti di vista più o meno ideologici. Che molto poco si potesse pretendere da un evento che ha avuto come presidente Sultan Ahmed al-Jaber, amministratore delegato di Abu Dahbi National Oil Company (la Adnoc, principale compagnia petrolifera degli Emirati Arabi), era abbastanza scontato. Che la Cop28 potesse riservare un epilogo analogo alla Cop27 era persino prevedibile. Che non tutte le posizioni emerse dalla convention Onu di Dubai siano da buttare nel bidone della spazzatura un’altra evidenza sulla quale riflettere.

Dopo una decina di giorni di chiacchiere e confronti, alla fine sembra che troveremo carbone (fossile) sotto l’albero di Natale. La prima bozza di accordo non convince, gas & oil continuano a farla da padrone, i Paesi produttori non ne vogliono sapere di dare un taglio alla loro principale fonte di introiti, la progressiva dismissione dei combustibili fossili pare abbia la cadenza musicale del fado. E pure la sua tristezza. La luce in fondo al tunnel sono le rinnovabili e, forse, il nucleare. Ma tra mille eccezioni, come da dichiarazione del ministro Gilberto Pichetto Fratin per quanto riguarda la posizione dell’Italia: una fessura non un’apertura. E, comunque, siamo nell’ordine di molti anni, insomma non una soluzione immediata.

Mentre le associazioni ambientaliste si ostinano a gettare vernice verde in fiumi, lagune e fontane, il mondo prende la sua piega. La spaccatura che emerge è netta. C’è preoccupazione per l’innalzamento della temperatura planetaria e per i risultati non in linea con le prospettive delineate dall’accordo di Parigi, probabilmente adesso c’è anche minore distanza tra Europa, Usa, Cina e India, nessuno dubita sulla necessità di “fare qualcosa”, ma sono i tempi e i modi che generano lo stallo. Da un lato la Ue che pesta sull’acceleratore per velocizzare la transizione green, dall’altro i Paesi produttori e in via di sviluppo che azionano il freno. Usando la ragione e non la pancia, è inimmaginabile pensare al mondo senza gas e senza petrolio in uno spazio temporale ristretto. Sultan al-Jaber sostiene con un’iperbole che si tornerebbe alla caverne: non è così, però non è nemmeno possibile ipotizzare a breve una società spinta solo da energie rinnovabili o biocarburanti. E siccome di radicalismo si perisce, lo sforzo maggiore dovrebbe farlo il buonsenso che non produce gas serra: non tutto subito, ma nemmeno niente per sempre. Sarebbe utile conoscere, oltre alla posizione del Governo, anche quelle delle nostre aziende di bandiera: da Eni a Enel, fino a Terna e Edison, Eph, A2A. Come si pongono in questa controversia?

La fotografia scattata alla Cop28 è chiarissima: Emirati, Arabia Saudita, Iraq, Iran e Russia non vogliono abbandonare la strada dei combustibili fossili, gli Stati Uniti stanno strategicamente nel mezzo, i giganti Cina e India manco si sono fatti sentire e tirano dritto allegramente. Insieme fanno 3 miliardi di persone, oltre un terzo della popolazione mondiale. Assodato che la transizione ecologica costi cara, vanno tutelate parimenti la stabilità delle economie e la salute del pianeta. Senza la prima non c’è la seconda. Sono da evitare gli estremismi o le asticelle fissate troppo in alto. E qui l’Europa può e deve darsi una regolata perché l’era-Timmermans ha prodotto guasti e lasciato strascichi. C’era una volta l’Europa che dettava il ritmo al mondo, adesso ci sono nazioni che da sole contano più di un continente intero. E che inquinano anche di più. Prenderne coscienza non è avere meno peso geopolitico ma capire in che epoca si sta vivendo. Diceva Seneca: non possiamo dirigere il vento ma possiamo orientare le vele.

Usa, stop di Biden a nuovi progetti di gas e petrolio nel nord dell’Alaska

L’amministrazione Biden ha annunciato che vieterà ogni nuovo sviluppo di progetti legati a petrolio e gas in una vasta area dell’Alaska settentrionale, in risposta alla “crisi climatica”. Questa nuova misura riguarda più di quattro milioni di ettari, una zona paragonabile a quella della Danimarca, all’interno della National Petroleum Reserve in Alaska (NPR-A), un’area naturale vitale per le popolazioni di orsi grizzly, orsi polari, caribù e centinaia di migliaia di uccelli migratori.

“L’Alaska ospita molte delle più belle meraviglie naturali degli Stati Uniti”, ha dichiarato il presidente degli Stati Uniti in una nota. “Poiché la crisi climatica riscalda l’Artico a una velocità più che doppia rispetto al resto del mondo, abbiamo la responsabilità di proteggere queste preziose regioni per i secoli a venire”, ha aggiunto. Il Dipartimento degli Interni, che si occupa delle terre federali negli Stati Uniti, ha spiegato di aver cancellato sette permessi di disboscamento autorizzati dall’ex presidente Donald Trump in un’altra area protetta nel nord dell’Alaska.

Ma lo scorso marzo, l‘amministrazione del presidente democratico era stata pesantemente criticata dagli ambientalisti dopo la decisione di autorizzare un vasto progetto petrolifero del gigante statunitense ConocoPhillips in questa stessa riserva nazionale. La decisione annunciata oggi non mette in discussione questo progetto, noto come Willow, autorizzato durante il mandato di Donald Trump. Ridotto a tre zone di perforazione dalle cinque inizialmente richieste dalla compagnia, costerà tra gli 8 e i 10 miliardi di dollari e dovrebbe comportare l’emissione indiretta dell’equivalente di 239 milioni di tonnellate di CO2. I gruppi ambientalisti hanno definito il progetto “un disastro” per il clima e alcuni vedono nell’annuncio di oggi un tentativo dell’amministrazione Biden di recuperare il tempo perduto.

Il nuovo piano del governo Usa vieta anche le trivellazioni in un’area di oltre un milione di ettari nel Mare di Beaufort, a nord della costa settentrionale dell’Alaska, e gli aiuti alle popolazioni indigene locali. Queste misure “sono illegali, sconsiderate, sfidano il buon senso e sono l’ultima prova dell’incoerenza della politica energetica del presidente Biden”, ha commentato la senatrice repubblicana dell’Alaska Lisa Murkowski in un comunicato stampa, denunciando la mancanza di consultazione con le comunità indigene interessate.

La democratica Mary Peltola, che rappresenta l’Alaska alla Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti, si è detta “profondamente frustrata”, criticando l’amministrazione Biden per essere rimasta sorda alle richieste dei cittadini. Ma Biden si è scontrato anche con l’opposizione di importanti membri delle comunità indigene locali, che hanno deplorato l’impatto economico di questa misura su una regione devastata. “La nostra comunità ha lottato duramente per far sì che la pianura costiera venisse aperta alle licenze di petrolio e gas”, ha dichiarato Annie Tikluk, sindaco della città di Kaktovik, riferendosi alle sette licenze ora revocate.

Durante la sua campagna per la presidenza, Biden aveva promesso un congelamento dei permessi di sfruttamento del petrolio, promessa non mantenuta. Alcuni sottolineano che le azioni legali degli Stati repubblicani hanno limitato il suo margine di manovra su questo tema.
L’anno scorso, il presidente democratico ha anche fatto approvare un enorme piano di investimenti per il clima da 400 miliardi di dollari. Secondo uno studio pubblicato a luglio sulla rivista Science, questo piano consentirebbe di ridurre le emissioni di gas serra degli Stati Uniti dal 43 al 48% entro il 2035 rispetto ai livelli del 2005, ma non di dimezzare le emissioni entro il 2030.

Meloni vede Biden: “Impegno deciso contro cambiamento climatico, è una minaccia esistenziale”

(Photocredit: Palazzo Chigi)

Quella del cambiamento climatico è “una minaccia esistenziale” ed è forte “l’impegno a intraprendere azioni decisive in questo decennio per mantenere a portata di mano l’obiettivo condiviso di limitare l’aumento della temperatura media globale a 1,5 gradi Celsius”. La sfida del riscaldamento del pianeta – ormai a un punto di “ebollizione” come ricorda l’Onu – è stata uno dei punti fondamentali sul tavolo dell’incontro tra la premier Giorgia Meloni e il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, durante la visita della presidente del Consiglio a Washington.

“Entrambi – spiega la Casa Bianca – ricordano il prezioso contributo dell’iniziativa Net-Zero Government, lanciata dagli Stati Uniti e a cui ha aderito l’Italia, che invita i governi a dare l’esempio e a raggiungere le emissioni nette zero dalle operazioni governative nazionali entro il 2050″. Ma non solo. Gli Stati Uniti e l’Italia, “condividono l’interesse a lavorare insieme per affrontare il problema delle emissioni nei Paesi in via di sviluppo, compreso il metano”. I due Paesi “intendono continuare a rafforzare la cooperazione e l’allineamento su soluzioni tempestive per raggiungere gli obiettivi climatici condivisi e un risultato ambizioso della COP28, con l’obiettivo di garantire la sostenibilità sociale, economica e ambientale“.

L’incontro tra i due leader – nel corso della prima visita ufficiale di Meloni – è stata anche l’occasione per rafforzare i legami “incredibilmente forti” tra Usa e Italia, “diventati ancora più profondi negli ultimi tempi in seguito alla guerra di aggressione russa contro l’Ucraina“. “Più che mai, in questa congiuntura internazionale – dicono Biden e la presidente del Consiglio – le nostre relazioni sono essenziali; più che mai dobbiamo poter contare gli uni sugli altri”.

Ma sono tanti i temi toccati durante il lungo faccia a faccia. Entrambi sottolineano l’importanza di garantire un “sistema alimentare sicuro” soprattutto per i Paesi più vulnerabili e condannano “il ritiro unilaterale della Russia” dall’accordo sul grano dche è stato “determinante per ridurre i prezzi mondiali dei prodotti alimentari, e i suoi attacchi alle infrastrutture ucraine di stoccaggio e trasporto dei cereali”.

Poi, la “sfida” della Cina, legata naturalmente alla questione delle materie critiche, anche in ottica decarbonizzazione. I due Paesi “si impegnano a rafforzare le consultazioni bilaterali e multilaterali sulle opportunità e le sfide poste dalla Repubblica Popolare Cinese”.  E proprio in un quadro di transizione, spiega la Casa Bianca, gli Stati Uniti “guardano con interesse alla leadership italiana del G7 nel 2024, dove il G7 intensificherà gli sforzi per accelerare la transizione verso l’energia pulita e affrontare le sfide globali più urgenti, tra cui la crisi climatica, la povertà, l’insicurezza alimentare, la sicurezza economica, le forniture di minerali critici e la migrazione, impegnandosi ulteriormente nel dialogo e nella cooperazione su tutti questi temi con i Paesi in via di sviluppo, in particolare con i Paesi africani”.

Negli Usa aumentano costi assicurazioni sulla casa: colpa del riscaldamento globale

Tornare a vivere a Pensacola ha rappresentato per Jack Hierholzer un ritorno alle origini, ma a meno di tre anni di distanza sta pensando di lasciare questa città della Florida settentrionale, spinto dall’assicurazione sulla casa, diventata proibitiva. Da quando si è trasferito qui, il suo premio di rischio è triplicato a 6.500 dollari, in parte a causa dell’aumento dei costi degli assicuratori legati ai rischi climatici dovuti al riscaldamento globale. La sua è solo una delle tante storie di questo genere. “I miei figli sono nati a Pensacola e abbiamo molti amici e persino la famiglia lì“, spiega, ma “io lavoro totalmente da remoto, quindi posso vivere ovunque purché abbia una connessione internet a banda larga. Se la situazione diventa difficile, possiamo trasferirci. E lo faremo“.

I beni distrutti da fenomeni naturali hanno superato i 140 miliardi di dollari di valore negli Stati Uniti nel 2022, di cui 90 miliardi assicurati, secondo i dati del riassicuratore Munich Re. Secondo la compagnia, che assicura gli assicuratori, il 70% del totale è legato ai danni causati dall’uragano Ian, che ha attraversato la Florida lo scorso settembre. L’ultimo rapporto del Gruppo intergovernativo di esperti sul cambiamento climatico (IPCC) ha sottolineato che il riscaldamento globale sta “già avendo un impatto sui fenomeni naturali in tutte le regioni del mondo“. Man mano che questi fenomeni diventano più estremi e più regolari, i costi per gli assicurati aumentano progressivamente.

Negli Stati Uniti, i premi per il rischio casa sono aumentati del 9% nell’ultimo anno, e in alcuni Stati anche di più, secondo l’Insurance Information Institute (III), che rappresenta i professionisti del settore. La causa principale è l’aumento dei costi di riassicurazione e dei materiali di ricostruzione. Per quanto riguarda la riassicurazione, l’aumento è del 30-40% in un anno, secondo il direttore delle comunicazioni dell’III, Mark Friedlander. “Vediamo che i costi di riassicurazione aumentano di anno in anno, e chiaramente il rischio climatico è la causa principale“, dice. I costi di ricostruzione, invece, sono aumentati del 30% negli ultimi cinque anni, soprattutto a causa delle interruzioni delle forniture causate dalla pandemia.

A livello statale, una serie di fattori locali si sono aggiunti alle sfide create dal riscaldamento globale. In California, ad esempio, i premi di rischio sono più bassi della media nazionale, secondo il III, soprattutto grazie a leggi che consentono ai governi locali di avere voce in capitolo sugli aumenti. Se da un lato questa può essere una buona notizia per i proprietari di case, dall’altro ha reso la vita difficile agli assicuratori, che si sono trovati nell’impossibilità di trasferire i costi associati agli incendi boschivi, una calamità naturale sempre più frequente. Questo ha spinto State Farm, uno dei principali assicuratori, ad annunciare che d’ora in poi rifiuterà qualsiasi nuovo cliente in California, “a causa del rapido aumento dell’esposizione ai disastri naturali“.

In Florida, i premi sono aumentati a causa di diversi fattori, secondo il III, tra cui la legge locale particolarmente protettiva che consente ai consumatori di fare causa al proprio assicuratore. L’aumento dei costi legati agli uragani è un’altra ragione. “I fattori umani si sommano ai rischi climatici, ed è la combinazione perfetta per un forte aumento dei premi assicurativi“, ammette Friedlander.

Mentre i proprietari di case hanno visto aumentare la loro assicurazione, il numero di persone senza assicurazione è rimasto stabile a circa il 7%, sottolinea l’Istituto, soprattutto a causa dell’obbligo di sottoscrivere un’assicurazione come parte del mutuo per la casa. Per Jack Hierholzer, però, l’assicurazione sulla casa gli costa ogni mese più delle rate del mutuo, il che lo spinge a riflettere su cosa fare. “Se il costo dell’assicurazione è pari all’acquisto di una nuova casa ogni 12 anni, per me è più sensato fare a meno dell’assicurazione, pagare il mutuo e incrociare le dita“.

caldo record

Contea Usa chiede 51 mld di dollari a gruppi petroliferi: “Colpevoli del caldo estremo”

Una contea dell’Oregon, nel nord-ovest degli Stati Uniti, ha annunciato di aver intentato una causa contro diverse multinazionali del petrolio chiedendo loro più di 51 miliardi di dollari in seguito alla “cupola di calore” del 2021, un evento climatico estremo e mortale. La Contea di Multnomah sostiene che l’inquinamento da carbonio causato dall’uso di combustibili fossili generati da questi gruppi abbia avuto un ruolo “significativo” nell’evento. Tra le aziende prese di mira figurano ExxonMobil, Shell, Chevron, BP, ConocoPhillips e Total Specialties USA.

La cupola di calore “è un evento direttamente attribuito agli impatti che stiamo vedendo sul nostro clima a causa delle azioni dei gruppi di combustibili fossili e delle loro agenzie, che da decenni spingono per negare la scienza del clima“, ha dichiarato all’AFP la presidente della contea Jessica Vega Pederson. La contea chiede 50 milioni di dollari di danni e 1,5 miliardi di dollari per i danni futuri: caldo estremo, siccità, incendi e fumo promettono di diventare sempre più frequenti. Chiede inoltre alle aziende di versare 50 miliardi di dollari in un “fondo di mitigazione” per migliorare le infrastrutture della contea.

Contattata dall’AFP, la ExxonMobil ha dichiarato che “questo tipo di denuncia continua a far perdere tempo e denaro e non fa nulla per affrontare il cambiamento climatico“. Chevron, da parte sua, ha denunciato “accuse infondate” e “distrazioni controproducenti” nella ricerca di soluzioni al riscaldamento globale.

Un’ondata di caldo record ha colpito gli Stati Uniti occidentali e il Canada dalla fine di giugno alla metà di luglio 2021. Il bilancio delle vittime è stato stimato in 1.400 persone e a Lytton, nella Columbia Britannica, è stata registrata una temperatura di 49,6 gradi Celsius. In un’analisi, il World Weather Attribution (WWA), un gruppo di scienziati, sostiene che questa cupola sarebbe stata “virtualmente impossibile” senza il cambiamento climatico indotto dall’uomo, che l’ha resa almeno 150 volte più probabile.

La denuncia della Contea di Multnomah cita anche l’American Petroleum Institute e la McKinsey. Sostiene che per tre giorni, alla fine di giugno 2021, la contea ha sofferto un caldo estremo, 69 persone sono morte e si è dovuto spendere denaro dei contribuenti (per acqua, condizionatori d’aria e “centri di raffreddamento“, tra le altre cose). “La cupola di calore è stata una conseguenza diretta e prevedibile della decisione degli imputati di vendere il maggior numero possibile di prodotti a base di combustibili fossili negli ultimi sei decenni“, si legge nel testo, che accusa le multinazionali di mentire sugli effetti nocivi delle loro attività.

Con questa mossa, la Contea di Multnomah si unisce a decine di città, contee e Stati di tutto il Paese che hanno intentato cause contro le compagnie petrolifere accusandole di partecipare al cambiamento climatico e di alimentare la disinformazione. Questa ondata di cause è iniziata nel 2017. L’industria dei combustibili fossili ha fatto tutto il possibile per evitare i processi statali, ma a maggio ha subito una battuta d’arresto quando la Corte Suprema ha rifiutato di accogliere i ricorsi in due casi, consentendo alle cause di fare il loro corso.

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