L’economia Usa vola, quella della Ue invece non riesce a decollare

Avanti tutta con il ribasso dei tassi. Lo annuncia Christine Lagarde a Vilnius per tenere conto del quadro economico europeo segnato da un crescente pessimismo. Tanto più preoccupante perché si contrappone alla vivacità degli Usa. Nonostante i tentativi di stimolare la crescita, i dati sul Pmi (Purchasing Managers’ Index) continuano a dipingere un’immagine negativa per l’Europa segnalando nuove contrazioni dell’attività economica. Viceversa negli Stati Uniti i livelli di attività sono stati ampliati in risposta al rafforzamento della domanda. I nuovi ordini sono aumentati al ritmo più rapido da aprile 2022 e l’occupazione è aumentata per la prima volta in cinque mesi. Inoltre, le pressioni inflazionistiche si sono ulteriormente raffreddate nonostante un balzo nell’inflazione dei costi di input nel settore manifatturiero.
Quadro del tutto diverso in Europa dove il Pmi della zona euro, che misura la performance complessiva dei settori manifatturiero e dei servizi, ha registrato nell’indagine preliminare di dicembre un ulteriore calo, mantenendosi sotto la soglia psicologica dei 50 punti, tradizionalmente interpretata come separazione tra espansione e contrazione. I settori più colpiti sono quelli industriali, che stanno risentendo non solo delle persistenti difficoltà globali, ma anche della crescente pressione inflazionistica e dei costi elevati delle materie prime. I servizi, pur essendo più resilienti, hanno mostrato segnali di indebolimento, suggerendo che la crescita in Europa stia perdendo slancio.

Di fronte a questi numeri preoccupanti, la Bce ha deciso di adottare una politica monetaria più accomodante. La presidente Lagarde ha spiegato che i tassi di interesse bassi sono necessari per stimolare gli investimenti e sostenere la domanda interna. Tuttavia, le misure espansive non sono prive di rischi. Lagarde ha sottolineato che la Bce dovrà vigilare attentamente sull’evoluzione dei dati macroeconomici, che potrebbero giustificare ulteriori interventi nel futuro prossimo, ma anche sulla gestione dei tassi di inflazione, che rimangono elevati nonostante il rallentamento della crescita.

Dall’altra parte dell’Atlantico, gli Stati Uniti navigano con il vento in poppa. L’indice Pmi statunitense, infatti, ha continuato a registrare valori superiori ai 50 punti, indicando che l’economia continua a espandersi. Questo dato è particolarmente significativo, dato che gli Usa stanno affrontando le stesse sfide globali dell’Europa, ma sembrano avere una forza di reazione maggiore, grazie a un mercato del lavoro ancora forte e a una domanda dei consumatori che, pur rallentando, si mantiene positiva. Nonostante ciò, anche in America c’è una crescente attenzione verso i rischi di un rallentamento economico, con la Federal Reserve che già da mercoledì si troverà di fronte a un compito complesso: continuare a gestire l’inflazione senza soffocare la crescita.

Il confronto tra la situazione europea e quella americana è emblematico delle divergenze nelle risposte politiche e nelle dinamiche economiche. Se da un lato la Bce si trova a dover lottare contro una contrazione economica e un Pmi negativo, dall’altro la Fed sembra trovarsi in una posizione più favorevole, con l’economia che mostra segni di forza.

La domanda che si pongono ora gli analisti è come l’Europa riuscirà a far fronte a questo contesto difficile. Le misure prese dalla Bce, pur necessarie, potrebbero non essere sufficienti a rilanciare una crescita robusta. I segnali contrastanti provenienti dal Pmi europeo e statunitense suggeriscono che il percorso di recupero potrebbe essere più lungo e complesso per l’Europa rispetto agli Stati Uniti. Mentre il continente europeo cerca di affrontare le difficoltà con il sostegno delle politiche monetarie, la Bce potrebbe dover affrontare una sfida ancora più grande: non solo stimolare la crescita, ma anche gestire le crescenti tensioni sociali ed economiche che la stagnazione potrebbe generare.

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Trump lancia offensiva commerciale contro Cina, Canada e Messico: “Aumento dei dazi anche del 200%”

A poche settimane dalla sua rielezione e a un mese e mezzo dal suo insediamento alla Casa Bianca, Trump lancia l’offensiva commerciale contro la Cina, il Canada e il Messico, con l’obiettivo di aumentare i dazi. “Il 20 gennaio, in uno dei miei primi ordini esecutivi, firmerò tutti i documenti necessari per imporre tariffe del 25% su tutti i prodotti che entrano negli Stati Uniti da Messico e Canada”, scrive il presidente eletto in un post sul social network Truth. “Questa tassa rimarrà in vigore fino a quando le droghe, in particolare il fentanyl, e tutti gli immigrati clandestini non fermeranno questa invasione del nostro Paese”, aggiunge.

In un altro post, annuncia un aumento del 10% delle tasse doganali, oltre a quelle già in vigore e a quelle aggiuntive che potrebbe decidere, su “tutti i numerosi prodotti che arrivano negli Stati Uniti dalla Cina”. Trump sottolinea di aver spesso sollevato il problema dell’afflusso di droga, in particolare del fentanyl – uno dei principali responsabili della crisi degli oppiacei negli Stati Uniti – con i leader cinesi, che avevano promesso di punire severamente i “trafficanti”, “fino alla pena di morte”. “Ma non hanno mai dato seguito alla promessa”, accusa il presidente eletto.

Le ragioni di sicurezza nazionale possono essere invocate per derogare alle regole stabilite dall’Organizzazione mondiale del commercio (WTO), ma i Paesi sono generalmente cauti nell’utilizzare questa eccezione come strumento regolare di politica commerciale.

L’aumento dei dazi doganali, che durante la campagna elettorale ha spesso descritto come la sua “espressione preferita”, è una delle chiavi della futura politica economica di Trump, che non teme di rilanciare le guerre commerciali, in particolare con la Cina, iniziate durante il suo primo mandato. All’epoca, aveva giustificato questa politica con il deficit commerciale tra i due Paesi e con quelle che considerava pratiche commerciali sleali, accusando Pechino di “rubare” la proprietà intellettuale. E la Cina si è vendicata con tariffe che hanno avuto conseguenze dannose soprattutto per gli agricoltori americani. L’amministrazione di Joe Biden ha mantenuto alcuni dazi sui prodotti cinesi e ne ha imposti di nuovi su altre.

E poco dopo le dichiarazioni di Trump, è arrivata la replica di Pechino. “Nessuno vincerà una guerra commerciale”, sottolinea il portavoce della diplomazia cinese Liu Pengyu. “La Cina ritiene che il commercio e la cooperazione economica tra Cina e Stati Uniti siano per natura reciprocamente vantaggiosi”.

Non è mancata nemmeno la reazione del Canada. Il governo di Justin Trudeau assicura che le relazioni tra i due Paesi sono “equilibrate e reciprocamente vantaggiose, soprattutto per i lavoratori americani”, anche se non manca un velato avvertimento: il Canada, ricorda a Trump l’esecutivo, è “essenziale per l’approvvigionamento energetico” degli Stati Uniti. Qui, dove il 75% delle esportazioni è destinato proprio agli Usa, le parole di Trump agitano gli animi. Il premier del Québec, François Legault, definisce l’annuncio “un rischio enorme” per l’economia canadese. Il suo omologo della Columbia Britannica, David Eby, ritiene che “Ottawa debba rispondere con fermezza”. Il Messico, invece, “non ha motivo di preoccuparsi”, assicura (e rassicura) la presidente Claudia Sheinbaum. I tre Paesi sono legati da trent’anni da un accordo di libero scambio, rinegoziato su pressione di Donald Trump durante il suo primo mandato.

Wendy Cutler, vicepresidente dell’Asia Society Policy Institute, un think tank americano, ritiene che la capacità dei due vicini degli Usa “di ignorare le minacce del presidente eletto sia limitata”, tanto sono dipendenti da lui. Ma l’analista William Reinsch sottolinea che il loro accordo sarà comunque rinegoziato nel 2026: “questa è una classica mossa di Trump, minacciare e poi negoziare”.

La nomina a Segretario al Commercio di Howard Lutnick, amministratore delegato della banca d’affari Cantor Fitzgerald e critico nei confronti della Cina, avvenuta la scorsa settimana, conferma la volontà del presidente eletto di cercare di piegare i partner commerciali per ottenere accordi migliori e delocalizzare la produzione negli Stati Uniti.

Per quanto riguarda la Cina, Trump ha promesso tariffe fino al 60% su alcuni prodotti e addirittura del 200% sulle importazioni di veicoli assemblati in Messico. Punta anche a reintrodurre dazi doganali del 10-20% su tutti i prodotti che entrano negli Stati Uniti e l’Unione Europea si è già detta “pronta a reagire” in caso di nuove tensioni commerciali.

Usa, Musk ministro di Trump: la folle scommessa politica dell’uomo più ricco del mondo

È stata una delle scommesse più azzardate della storia economica e politica recente, e ha dato i suoi frutti: Elon Musk ha visto premiato il suo convinto sostegno a Donald Trump con un posto di ministro per l”Efficacia di governo’. Il Presidente eletto ha annunciato che intende nominare il capo di Tesla, Space X e X, insieme all’uomo d’affari repubblicano Vivek Ramaswamy, in questo nuovissimo ministero.

La sua missione è quella di “mandare onde d’urto attraverso il sistema” deregolamentando tutto e operando tagli drastici al bilancio federale. Verrà pubblicata una “classifica delle spese più spaventosamente stupide”, che “sarà allo stesso tempo estremamente tragica e divertente”, ha annunciato Musk su X dopo l’annuncio della sua futura nomina. Resta da vedere come due personalità come Elon Musk e Donald Trump andranno d’accordo a lungo termine.

Nato il 28 giugno 1971 in Sudafrica da un padre ingegnere e una modella canadese, l’uomo più ricco del mondo – naturalizzato americano – è diventato la figura più controversa del neocapitalismo. Condivide le sue ambizioni extraplanetarie e le sue idee tecno-libertarie con oltre 200 milioni di follower sulla piattaforma che ha acquistato nel 2022, cambiandone il nome da “Twitter” a “X”. Elon Musk, 53 anni, nelle ultime settimane si è buttato a capofitto nella campagna elettorale di Donald Trump.

Le immagini del multimiliardario – Forbes stima la sua fortuna a più di 300 miliardi di dollari – che salta sul palco durante un comizio repubblicano in Pennsylvania sono diventate virali. Il suo comitato di sostegno ha organizzato una lotteria che offriva un milione di dollari al giorno agli elettori registrati negli Stati chiave che avessero accettato di firmare una petizione conservatrice a favore della libertà di espressione e del diritto di portare armi. Ha investito oltre 100 milioni di dollari nella campagna elettorale del Presidente eletto e ha usato il suo social network, su cui posta ininterrottamente, come cassa di risonanza. Oggi è ministro, oltre a essere a capo di Tesla, il principale produttore di veicoli elettrici al mondo, e di SpaceX, la sua azienda spaziale.

Elon Musk è a capo di una serie di altri progetti che illustrano la sua visione tecno-futuristica di un’umanità potenziata dalla scienza, destinata a prosperare su altri pianeti. Tra questi, Neuralink, una start-up che mira a collegare il cervello umano direttamente al computer. Diventato milionario prima dei 30 anni dopo aver venduto una società di software online creata insieme al fratello, Elon Musk ha poi fondato X.com, che si è poi fusa con PayPal ed è stata acquistata da eBay nel 2002. La sua linea libertaria e apertamente maschilista e la sua virulenta critica all’immigrazione lo hanno reso sempre più popolare nella destra americana. Ha conquistato Donald Trump, che lo ha definito un “super genio” nel suo discorso di vittoria. Musk è anche appassionato di teorie cospirative: quest’anno, ad esempio, ha affermato che il Partito Democratico starebbe “importando deliberatamente immigrati clandestini” per aumentare la propria base elettorale. A luglio ha annunciato a gran voce che avrebbe spostato la sede di SpaceX e X in Texas, per protestare contro l’approvazione di una legge sugli studenti transgender in California, uno Stato che i repubblicani criticano costantemente per le sue politiche progressiste.

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Usa 2024, Meloni sente Musk: “Amico Elon risorsa importante”. Ma aleggia spettro dazi

Il giorno dopo la vittoria di Donald Trump alle presidenziali americane, Giorgia Meloni sente anche “l‘amico Elon Musk” che, dopo essere stato cruciale in campagna elettorale, nell’amministrazione del tycoon dovrebbe ricoprire un ruolo di primo piano. “Sono convinta che il suo impegno e la sua visione potranno rappresentare un’importante risorsa per gli Stati Uniti e per l’Italia, in uno spirito di collaborazione volto ad affrontare le sfide future“, scrive la premier su X, il social del patron di Tesla. La frase fa da commento a una foto in cui i due sorridono e si abbracciano, in una delle visite di Musk a Palazzo Chigi.

Occhi puntati sui dazi ai prodotti italiani per il vicepremier Antonio Tajani, che continua a dirsi sicuro dell’amicizia con gli Stati Uniti: “Il governo italiano e la nuova amministrazione americana sapranno lavorare insieme per proteggere i nostri popoli“, scandisce sulle colonne del Corriere della Sera, mentre è impegnato nel viaggio in Cina con il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.
La partnership tra i due Paesi non cambieranno, garantisce, perché “i rapporti fra Stati Uniti e Italia sono talmente profondi, complessi e importanti che nulla potrebbe indebolirli“. Trump però, ammette il vicepremier, ha vinto la sua sfida con messaggi che “promettono un cambiamento radicale“.

L’incubo dei dazi aleggia, perché con questi l’imprenditore vorrebbe ridurre il deficit commerciale degli Stati Uniti con l’estero, alzandoli del 10% o addirittura del 20. Con la Cina si è parlato anche di dazi del 60% su tutti i loro prodotti. Ma anche per Paesi europei esportatori netti (Germania, Francia, Italia, Olanda) la nuova amministrazione vorrebbe queste penalizzazioni. “Dovremo evitare uno scontro“, chiosa il ministro degli Esteri, che punta al dialogo, perché l’interscambio Ue-Usa nel 2023 ha sfiorato gli 850 miliardi di euro, con un saldo commerciale a favore dell’Europa di 156 miliardi di euro.

La sola Italia ha avuto nel 2023 un saldo positivo di 40 miliardi di euro: “L’export è la vita stessa dell’Italia – ricorda Tajani -. Trump ha sempre dimostrato di guardare con occhio attento all’Italia, già in passato ha fatto scelte diverse per noi rispetto ad altri Paesi“.

L’elezione di Trump è una sfida di “alto profilo” per quanto riguarda la politica industriale e commerciale per l’Europa, fa eco il ministro delle Imprese, Adolfo Urso, perché prevede “accentuerà quello che ha già fatto Biden nei confronti della Cina“. Se Biden ha aumentato i dazi alle auto elettriche cinesi al 100%, osserva Urso “verosimilmente questo accadrà sempre più in altri settori“, costringendo nel contempo l’Europa a riesaminare da subito la sua politica industriale e commerciale “come a nostro avviso deve fare”.

Da Pechino arriva l’invito di Xi Jinping alla collaborazione e al “rispetto reciproco” e quello, ancora più esplicito, della portavoce del ministero degli Esteri Mao Ning: “Come questione di principio – avverte -, vorrei ribadire che non ci sarebbero vincitori in una guerra commerciale, che non sarebbe nemmeno positiva per il mondo”.

Se a Trump il rapporto con l’Europa interessa poco o nulla

Donald Trump ha vinto le elezioni americane ed è nuovamente presidente degli Stati Uniti d’America.

La vittoria è stata netta in tutti gli stati chiave e anche in termini di numero di votanti Trump ha superato di larga misura la Harris (quasi 71 milioni di voti contro 66). Trump ha preso più voti in tutte le classi sociali, in tutte le classi di età.

Grazie alla schiacciante vittoria Trump avrà la maggioranza sia al Congresso che al Senato, dove la maggioranza degli eletti è fatta da senatori “trumpiani” di stretta osservanza, e ciò attribuisce al nuovo Presidente poteri quasi assoluti se si considera che controlla anche la Corte Suprema. Io non ricordo, nella più importante democrazia del mondo, una situazione di concentrazione di poteri simile con il venir meno dei classici balance.

Ci sarà tempo e modo per analizzare e comprendere la dimensione e le determinanti di questo voto a partire dalla debolezza e dalla mancanza di leadership della candidata democratica. Una consistente maggioranza di cittadini americani ha votato per un signore molto discusso, sul quale pendono ancora giudizi penali, che non ha mai riconosciuto di aver perso le elezioni precedenti, che ha appoggiato se non ispirato una sedizione popolare contro la vittoria di Biden sfociata nell’assalto a Capitol Hill.

Bisognerà capire il perché di tutto ciò e chiedersi se, al di là di Trump che in definitiva è un uomo in carne e ossa come tutti noi, di 78 anni, provato da anni di vicende difficili e che perde qualche colpo come si è visto in campagna elettorale, la sua vittoria sia il segno di un cambiamento epocale nella storia della democrazia statunitense.

Ma bisognerà anche chiedersi come abbia pesato su questo voto il concentrarsi della proposta dei democratici Usa e di Kamala Harris prevalentemente sui diritti civili con una sempre più scarsa attenzione ai diritti sociali, al tema del lavoro e a quello della tutela delle categorie più colpite (ceto medio e classe operaia) dai venti impetuosi della globalizzazione e alle loro richieste di benessere, stabilità e sicurezza.

Nel frattempo è lecito chiedersi che cosa la vittoria di Trump significhi per gli europei, per l’Europa e per la nostra Italia e quali saranno le conseguenze per il mondo intero della nuova Presidenza. Si tratta di questioni difficili sulle quali dico la mia opinione con molta umiltà e dal mio punto di vista di operatore economico internazionale ma molto concentrato sui temi dell’industria europea e italiana.

Ho detto e scritto più volte che probabilmente l’ultimo Presidente Usa con un po’ di sensibilità atlantica è stato Biden. A Trump il rapporto con l’Europa interessa poco o nulla essendo totalmente concentrato sulla confrontation con la Cina nell’area pacifica.

Ciò ha una serie di conseguenze che potrebbero essere non positive per l’Europa a meno che non diventino dei veri e propri shock destinati finalmente a far comprendere all’Unione Europea quali sono le sfide che le stanno dinanzi, a farle cambiare l’attitudine da prima della classe che, sul piano economico e del confronto con gli Usa e con la Cina, è stata fino ad oggi disastrosa. Un atteggiamento che in venti anni ha fatto perdere all’Europa un terzo del suo PIL nei confronti di quello statunitense e che la vede superata in tutti i settori di punta e innovativi dagli Usa e dalla Cina.

Vediamo rapidamente quali potrebbero essere le conseguenze dell’elezione di Trump.

È molto probabile che ci sarà da parte americana un ulteriore indurimento delle politiche protezionistiche e di protezione dell’industria nazionale che, per la verità, anche la presidenza Biden ha mantenuto. Si parla di dazi monstre sulle auto elettriche cinesi e ciò significa che le esportazioni cinesi, spinte dalla sovra capacità produttiva in tutti i settori industriali di quel Paese, si riverserà nelle aree più aperte, quali appunto l’Europa, mettendo ancora più in crisi i nostri sistemi industriali.

Trump continuerà con tutte le politiche finanziarie e di supporto ai sistemi economici e produttivi statunitensi, allenterà le politiche contro il climate change e la transizione aumentando ulteriormente l’asimmetria con le politiche europee di transizione e ciò causerà ulteriore svantaggio competitivo  per le nostre imprese industriali.

Probabilmente ci sarà negli USA una nuova fase di deregulation finanziaria molto pericolosa tenuto conto dell’importanza delle banche e dei fondi americani e dell’enorme liquidità da questi raccolta.

Ci sarà poi, quasi sicuramente, la richiesta del nuovo Presidente americano ai Paesi europei di aumentare le loro spese per la difesa e la loro contribuzione annuale alle spese Nato così da consentire agli Usa di ridurre il loro contributo che oggi è preponderante. Ciò obbligherà l’Europa a vere decisioni sul tema della difesa comune e della sicurezza strategica, decisioni che impatteranno i bilanci dei Paesi europei con il rischio di un’ulteriore compressione della spesa sociale e sanitaria.

Più in generale c’è il rischio di un indebolimento della solidarietà occidentale per disimpegno statunitense da tutti i teatri che non siano il Pacifico e il confronto con la Cina.

Fa bene Ursula Von der Leyen a rilanciare la necessità di un rinnovato patto atlantico che leghi ancora di più Usa ed Europa. Ma questo appello, fatto dopo la vittoria di Trump, rischia di essere tardivo e di apparire strumentale.

Infine ci sono i due grandi punti interrogativi relativi alle due guerre in corso e sul confronto prossimo venturo con la Cina.

Trump ha detto che farà terminare le due guerre  in pochi giorni e che mai ci sarà una nuova guerra nel corso del suo mandato.

A proposito della aggressione russa all’Ucraina cosa significa questo? Minore aiuto militare a Kiev? Concessioni a Putin sulle sue richieste territoriali e di “finlandizzazione” dell’Ucraina? Ma è possibile che il Presidente degli Stati Uniti d’America faccia vincere Putin? Difficile crederlo ma vedremo.

In Medio Oriente l’appoggio a Israele invece sarà mantenuto e addirittura potenziato nella difesa del suo diritto all’esistenza e nel contenimento delle politiche di destabilizzazione dell’area da parte dell’Iran. Non bisogna dimenticare che gli accordi di Abramo firmati nel 2020 da Israele, Emirati Arabi Uniti, Bahrain, Marocco e Sudan e che, prima dell’assalto di Hamas ad Israele del 7 ottobre 2023, stavano per essere firmati anche dall’Arabia Saudita furono probabilmente il maggior successo diplomatico della prima amministrazione Trump.

Infine la confrontation con la Cina. I legami economici e finanziari e l’interscambio (nonostante i dazi) tra le prime due potenze del mondo sono talmente importanti che ci si chiede fino a dove potrà spingersi questa confrontation. Quanti Apple vengono venduti in Cina ogni anno? Quanti billions del debito americano sono sottoscritti dalla Cina?

La vittoria di Trump apre tutti questi interrogativi. Il tempo ci aiuterà a comprendere quella che a tutti gli effetti appare come una svolta epocale nei destini del mondo.

Per destra e sinistra Trump non frenerà transizione eco. Ma ora Ue “se la intesti”

Il voto negli Stati Uniti è stato netto, ha vinto Donald Trump. Eppure, Oltreoceano restano i dubbi su quello che accadrà una volta che il tycoon tornerà allo Studio Ovale della Casa Bianca. In particolare che fine potrà fare la transizione ecologica, visto che il presidente eletto, in campagna elettorale, ha annunciato che uscirà di nuovo dagli accordi di Parigi sul clima, imporrà dazi anche all’Europa e, soprattutto, conferma di non credere nelle teorie sulla crisi climatica.

GEA ha chiesto a diversi responsabili di settore dei partiti italiani, di maggioranza e opposizione, se ci sono rischi che questo processo si interrompa bruscamente in America, con effetti a cascata tutti da verificare e quantificare anche in Europa. Il risultato è quasi sorprendente, perché da destra a sinistra nessuno crede che il ritorno di Trump alla guida degli Usa sarà un colpo mortale alla transizione. “Sicuramente c’è un problema serio che abbiamo difronte a noi”, risponde il deputato di Avs e portavoce nazionale di Europa Verde, Angelo Bonelli, perché la vittoria di Trump “imprimerà almeno uno stop a un Paese importante come gli Stati Uniti nella transizione ecologica globale”. Inoltre, “preoccupa molto la posizione assolutamente contro la scienza di Trump, che nega la crisi climatica e adesso, come abbiamo visto, anche sulla pandemia”. In questo quadro resta da capire “che ruolo Europa e Cina possono giocare insieme” perché i dazi imporrebbero “un cambio di scenario strategico dal punto di vista della politica estera dell’Unione europea, che a mio avviso deve cominciare a capire di dover interloquire con Pechino”.

Non sono rosee nemmeno le previsione di un’altra esponente del centrosinistra, l’eurodeputata Pd, Annalisa Corrado, ma almeno “la transizione ecologica non si ferma qui” così come “la decarbonizzazione è andata avanti malgrado il primo Trump e non si è arrestata come, invece, lui avrebbe voluto”. La responsabile Clima e Conversione ecologica della segreteria dem prevede piuttosto un “rallentamento” perché “in tanti ormai hanno capito che questa è la strada”. Semmai è “urgente e necessario che sia l’Ue a intestarsi” la Transizione: “Ne va della sicurezza e della serenità dell’Europa. Bisogna riacquistare un profilo autonomo”.

Sulla possibilità che la Cina diventi il nuovo interlocutore privilegiato, però, Corrado non si sbilancia: “Il multilateralismo dovrà trovare nuovi equilibri” e dunque “un’alleanza con chi traina il settore potrebbe essere interessante”, ma a suo parere “l’Europa non deve arretrare minimamente sulla conversione. Anzi, mi verrebbe da dire: leader cercasi, non solo dal punto di vista industriale ma anche sulla decarbonizzazione”.

Dalla Lega è Alberto Gusmeroli a rispondere alla domanda di GEA, ma il presidente della commissione Attività produttive della Camera conferma le posizioni già note: “Tutti vogliamo la transizione ecologica, ma che sia sostenibile economicamente e socialmente”.

Non vede particolari rischi nemmeno Luca Squeri, deputato e responsabile Energia di Forza Italia, che ricorda quale sia l’obiettivo finale: “L’emancipazione dal fossile”. Ragion per cui “al di là della necessità ambientale, che noi riconosciamo essere valida” la transizione “ci dà la possibilità di perseguire una indipendenza energetica, perlomeno a livello europeo, con le rinnovabili e il nucleare, che è un traguardo da raggiungere. E’ chiaro che se l’America prende una direzione addirittura contrastante – riconosce – non facilita l’obiettivo complessivo, perché in Europa rappresentiamo il 7-8% delle emissioni”. Ma l’impressione è che non creda a questa ipotesi. Così come sono tanti i dubbi a rinforzare la partnership tra Ue e Cina per contrastare l’eventuale virata Usa: “Dobbiamo interloquirci come con tutti gli altri continenti e potenze economiche e geopolitiche”, ma “quando abbiamo a che fare con un continente che sta realizzando decine di centrali a carbone non lo prenderei come esempio”.

‘Make Europa great again’ perché Bruxelles non può più dormire

Non ce ne vorrà il 47esimo presidente degli Stati Uniti d’America, Donald Trump, se prendiamo a prestito il claim della sua campagna elettorale e lo adattiamo a questioni di casa nostra. Perché mai come adesso che è ri-diventato il capo della nazione più potente del pianeta, è indispensabile un risveglio da parte di chi a Bruxelles sta nella stanza dei bottoni. Eccoci dunque alla composizione del ‘Make Europa great again’, che è quasi un obbligo per non soccombere nel futuro prossimo e per ridare forza gravitazionale e non posticcia al Vecchio Continente.

Ancorché appesantita dalla crisi di Germania e Francia, ancorché mai veramente unita ma troppo spesso divisa da interessi di campanile, l’Europa deve tornare a essere importante senza la spocchia di sentirsi la migliore di tutti perché è tristemente svanito quel tempo dorato. Va sempre ricordato che mentre a Washington si scuciono e ricuciono i destini del mondo, in contemporanea a Bruxelles si tiene l’audizione del commissario alla pesca. Che, con tutto il rispetto, ci proietta in una dimensione quasi grottesca. La sensazione, infatti, è che mentre il vice-presidente (non nominato e non eleggibile perché sudafricano ma sostanzialmente designato dal tycoon) Elon Musk spara razzi sulla Luna e pensa alla conquista di Marte, qualcuno giocherella ancora con procedure burocratiche da ‘ancien regime’. Dicevano i latini, che proprio stupidi non erano: ‘dum differtur vita transcurrit’, che sarebbe un altro claim azzeccatissimo non avesse però un’accessibilità culturale di pochi. In sintesi, mentre rinvii, il tempo scorre.

Dunque: l’Europa deve destarsi dal Grande Sonno e deve farlo perché il nuovo inquilino della Casa Bianca non ci considera alleati ma sostanzialmente concorrenti. E, come tali, verremo trattati nei prossimi quattro anni, a cominciare dai dazi che intende applicare a stretto giro fino alle politiche energetiche che tengono in ostaggio l’Unione europea e, di conseguenza, le nostre industrie. Dal Gnl al petrolio, sulla base delle prevedibili connessioni commerciali con la Russia dell’amico Putin, che fine farà l’Europa? Bella domanda, che resta per il momento senza risposta ma che non può trovare Bruxelles ancora intorpidita dal sonno e dalle audizioni con il commissario sulla pesca. Tanto per capirsi, il dollaro vola, gli indici Dow Jones e Nasdaq viaggiano in positivo: sono le conseguenze dell’effetto Trump.

Sul tema climatico pare poi non ci sia possibilità di mediazione, The Donald è un negazionista per interesse di patria: ha già anticipato la ri-uscita dagli accordi di Parigi del 2015 e guarda alla prossima Cop29 come una inutile kermesse ideologica. Il paradosso è che il suo principale sponsor elettorale, Musk, è il paladino/produttore dell’auto elettrica, la Tesla. Tesla che ha come secondo mercato di vendita la Cina e che viene prodotta anche nella gigafactory di Shanghai. Paradossi, sì, e giochi ad incastri, con la fortuna per l’Italia del rapporto speciale tra la premier Giorgia Meloni e il visionario Musk. Metterà una buona parola, Elon?

Transizione ecologica e decarbonizzazione non possono essere terminologie che riguardano solo i 27 paesi membri dell’Unione ma devono essere ‘esportati’ anche al di là dell’Oceano. E a Pechino. E in India. Ma con lungimiranza e buonsenso, senza ideologie. Trump ne riderebbe. O riderà.

Il globalismo mercatista non sa proteggere l’industria europea

L’annunciata possibile chiusura di stabilimenti di produzione della Volkswagen in Germania appare come il simbolo della crisi profonda in cui versano molti settori dell’industria europea (l’automotive è uno di questi) per troppo tempo maltrattati dalle politiche dell’Unione.

Per i tedeschi la vicenda è uno shock: sarebbe la prima volta in 87 anni di storia che il colosso automobilistico chiude una sua fabbrica in patria.

La ragione delle ventilate chiusure è, secondo l’AD di Volkswagen Olivier Blume, che “la Germania come sede di produzione di auto sta perdendo terreno in termini di competitività, e che il clima economico è diventato ancora più difficile, e nuovi operatori stanno entrando in Europa”.

Il tema della perdita di competitività dell’Europa e della sua industria, e del gigantesco gap di crescita nei confronti di altre aree economiche forti del mondo (Usa e Cina innanzitutto), si impone con brutalità nel dibattito sul futuro della nostra economia e del nostro modello sociale; e richiama i gravi errori commessi dall’Unione Europea negli ultimi 20 anni.

Abbiamo la speranza che l’Europa si interroghi con umiltà su questi errori e che cerchi realisticamente di porvi rimedio.

È di questi giorni la notizia che settori maggioritari della CDU, colpiti dalla vicenda Volkswagen e dall’esito delle elezioni in Turingia e Sassonia, chiederebbero di rivedere in sede europea la scadenza del 2035 per l’eliminazione delle auto con motore endotermico. Questo della messa al bando dei motori endotermici è un perfetto esempio dell’estremismo ideologico ambientalista che ha permeato le decisioni dell’Unione, e che è stato subìto e poco contrastato anche dalle case automobilistiche europee, che avevano una leadership a livello mondiale proprio su questo tipo di motori.

La crisi è così grave da aver indotto Ursula Von der Leyen a commissionare a Mario Draghi uno studio proprio sul recupero di competitività; studio che è stato presentato proprio in questi giorni e che, a tratti, ha accenti drammatici.

Ma del lavoro di Mario Draghi ci occuperemo nel prossimo numero di PL.

Oggi ci interessa approfondire il tema, comunque connesso alla tenuta dell’industria europea, della sua protezione tramite diverse misure compresi i dazi.

Storicamente l’Unione Europea è stata l’area del mondo più aperta al commercio internazionale, nella quale i principi di libero scambio e dell’apertura totale, così come quello della limitazione all’intervento dello Stato in economia, sono stati costitutivi dell’Unione stessa.

Da più parti, alla luce tanto della performance di crescita così modesta dell’economia europea negli ultimi venti anni quanto della conclamata crisi di interi settori industriali esposti alla competizione internazionale, si chiede oggi di rivedere quei principi ritenendoli non più adeguati alla fase che stiamo vivendo.

Il ragionamento che viene fatto è più o meno il seguente: le due grandi economie che hanno sopravanzato l’Europa in termini di crescita e innovazione nei settori di punta come IA, biotecnologie, farmaceutica ecc., cioè Stati Uniti d’America e Cina, non declinano i principi del libero scambio e del non intervento dello Stato in economia ma, al contrario, sono caratterizzate da forti politiche protezionistiche a difesa delle industrie interne (USA) e da un forte intervento dello Stato: in USA attraverso la spesa militare, in Cina attraverso le sovvenzioni gigantesche a quasi tutti i settori industriali. Se si guardano i loro risultati in termini di crescita del PIL, dell’occupazione e della leadership tecnologica questa impostazione sembrerebbe molto più efficace di quanto non siano le politiche europee di libero scambio e di non intervento dello Stato in economia.

A questa tendenza critica nei confronti dell’impostazione di politica economica e industriale dell’Unione, che ritiene sempre più necessario un cambio di passo e che guarda alle protezioni come strumenti necessari nelle condizioni date, si oppongono correnti politiche e di pensiero che sostengono e sottolineano i benefici della globalizzazione e dei mercati aperti.

Questa seconda visione si rifà alla ‘mano invisibile’ di Adam Smith (per cui l’interazione sul libero mercato degli agenti economici, ciascuno mosso soltanto dal proprio self interest, determinerebbe il massimo benessere per l’intera collettività) e alla teoria dei ‘vantaggi comparati’ di Ricardo (per cui ogni paese può trarre vantaggio dal commercio internazionale perché lo stesso favorisce a specializzazione produttiva, garantisce una maggiore produzione a livello mondiale e consente un miglioramento del tenore di vita delle popolazioni) e sostiene con forza la tesi che l’Europa non debba infilarsi in una spirale protezionistica ma debba continuare ad essere il più grande presidio mondiale dell’apertura dei mercati.

Come industriale ed esponente di Confindustria, spesso mi si chiede di esprimere la mia opinione in materia, anche perché in questi anni non ho lesinato forti critiche ad un’impostazione europea che non ha messo l’industria al centro.

La mia opinione è che il tema vada affrontato con spirito pragmatico, tenendo conto delle condizioni reali in cui si trovano l’economia e l’industria europee e ricordando sempre che anche le teorie economiche sono figlie della storia e rispecchiano quindi le diverse fasi e i diversi interessi degli attori in campo.

Ovviamente per un paese esportatore come l’Italia (nel 2023 l’industria manifatturiera italiana ha fatturato 1200 miliardi di euro ed ha esportato per 670 miliardi di euro; e nei primi sei mesi del 2024 abbiamo probabilmente superato il Giappone in quanto a esportazioni) un’impostazione favorevole al commercio e agli scambi internazionali è obbligatoria. Tra l’altro essendo l’Italia un Paese senza materie prime importiamo anche moltissimi beni primari, semiprodotti e componenti, che vengono interiorizzati nei nostri manufatti. Da una chiusura dei commerci internazionali trarremmo solo danni.

Allo stesso tempo anche l’industria italiana vede interi settori di base (posso citare quello della ceramica e delle piastrelle perché è un caso emblematico) esposti alla concorrenza internazionale e fortemente danneggiati e spiazzati: dall’alto costo dell’energia che penalizza l’Europa rispetto alle altre aree del mondo concorrenti; dalle insensate modalità con cui nell’era Timmermans l’Europa ha condotto le politiche di decarbonizzazione; e dalla lentezza con cui fino ad oggi l’Unione Europea ha gestito le pratiche di antidumping e di contrasto alla concorrenza internazionale sleale.

Questi settori rischiano di scomparire non per loro inefficienza ma per condizioni al contorno penalizzanti.

Non parliamo poi di quando, come nel caso delle auto elettriche, i concorrenti (Cina innanzitutto) sono sovvenzionati dallo Stato e riescono a essere competitivi in maniera sleale perché appunto favoriti da sussidi e aiuti pubblici. La sovracapacità produttiva cinese, estesa a quasi tutti i settori dell’industria manifatturiera, e la decisione del Governo di Pechino di non rallentare mai le produzioni, neanche nei momenti di crisi, cercando sbocchi nelle esportazioni sostitutive della domanda interna che non beve, costituisce, e costituirà sempre di più in futuro, un gigantesco fattore di destabilizzazione dell’economia mondiale. Il tasso di statalizzazione dell’industria cinese sta crescendo velocemente per scelta politica e quindi la competizione sarà sempre più viziata e distorta.

Se non si interviene con forti misure di protezione, ad esempio per il comparto automobilistico e per altri settori dell’industria europea, questi sono destinati a sparire in pochi anni, con tutte le conseguenze economiche e sociali del caso. Lo stesso Draghi nel suo rapporto sostiene la necessità di questa protezione.

Sempre Draghi per giustificare questo approccio di protezione di taluni settori industriali ha affermato, con efficace metafora, che in una giungla abitata da animali carnivori è difficile sopravvivere essendo erbivori.

Un’altra considerazione che mi sento di fare è quella relativa ad un quadro geo-politico in forte cambiamento all’interno del quale l’Occidente, che difende libertà e democrazia, deve fare i conti con economie e Paesi autocratici, teocratici, dittatoriali, neo-imperialisti che hanno come obiettivo la sconfitta dell’Occidente e dei suoi valori.

È il tema che va sotto il nome di de-risking, che significa che il commercio internazionale non può diventare uno strumento per mettere a rischio i livelli di sicurezza delle nostre democrazie. Ovviamente ciò vale soprattutto per le forniture militari, ma anche per l’elettronica, le biotecnologie, l’aereospazio ecc.

In questa nuova situazione dobbiamo abituarci a pensare ad aree di libero scambio tra Paesi amici, che condividono gli stessi valori e interessi, e a una maggiore cautela negli scambi con chi non perde occasione per attaccare l’Occidente.

Ciò complica ancora di più il quadro e ci fa capire come si devono usare contemporaneamente, e in misura mirata, strumenti di protezione e di apertura ai mercati calibrando attentamente il peso e la portata degli interventi. E ciò lo si deve fare senza ideologismi ma con tanto pragmatismo.

Si tratta di un esercizio difficile e sofisticato che l’Europa finora non è stata in grado di fare.

C’è un caso recente che spiega bene il concetto e mostra gli errori compiuti anche in tempi recenti dalla Commissione e la sua incapacità a capire il nuovo: durante la sua presidenza Trump introdusse un sistema di dazi a protezione dell’acciaio e dell’alluminio americani. L’UE giustamente ha protestato a lungo contro questa misura ritenendola incompatibile con le regole del Wto (l’Organizzazione del Commercio Internazionale), regole che per la verità solo l’Europa rispetta.

Il Presidente Biden, per venire incontro alle lamentele europee, ha aperto un negoziato con l’UE proponendo un’area di libero scambio fatta da Usa, Canada, Messico, UE, Corea del Sud, Giappone e Australia nella quale questi dazi su acciaio e alluminio non sarebbero più esistiti, a condizione di mantenere la protezione daziaria nei confronti della Cina.

L’Europa, per ragioni ideologiche e probabilmente per il terrore tedesco ogni volta che vengono ventilate misure nei confronti della competizione sleale della Cina, ha rifiutato la proposta di Biden, così oggi i dazi americani sull’acciaio e l’alluminio sono ancora lì, e ancora la siderurgia europea non riesce a esportare un Kg di acciaio negli Usa.

Ciò che facciamo fatica a far capire alla politica e alla tecnocrazia comunitaria, intrise di ideologia globalista e mercatista, è che i cambiamenti vanno governati e che senza attenzione all’industria e alla sua sopravvivenza ben presto anche il modello sociale europeo di cui siamo tanto orgogliosi non esisterà più. I ceti sociali più deboli, non sentendosi protetti, si rivolgono al populismo e alla protesta estrema e anche per questo le nostre democrazie saranno in pericolo.

Lo sbandamento politico di Francia e Germania deve fare riflettere al riguardo.

Se la manifattura è debole… il petrolio (forse) sta peggio

Una manifattura debole in mezzo mondo, dagli Usa alla Cina passando per l’Europa, e le voci insistenti di un possibile aumento della produzione dei Paesi Opec hanno sgonfiato i prezzi del petrolio, che rivedono i minimi da un anno. Nemmeno l’attacco ad opera degli Houthi nello Yemen a una petroliera saudita ha ravvivato gli acquisti. Anzi, proprio l’assenza di smentite del club di Vienna, dove ha sede l’organizzazione internazionale degli Stati esportatori di greggio, su un cambio di rotta della politica di tagli alla produzione (comunque non del tutto rispettata) che prosegue da un paio di anni, ha fatto peggiorare le quotazione di Wti texano e Brent europeo, i quali lasciano sul terreno circa il 4%, col primo che scivola a 70,6 e il secondo a 74,2 dollari al barile.

Venerdì la Reuters ha rilanciato sei fonti dell’Opec+ che inizieranno ad allentare i tagli alla produzione a partire da ottobre. Se l’organizzazione decidesse di avviare il processo di incremento della produzione a ottobre, ciò sarebbe ampiamente compensato dalle significative perdite nella produzione di petrolio della Libia, membro dell’Opec, iniziate la scorsa settimana. Finora, la produzione della Libia ha visto un -700.000 barili al giorno per la chiusura dei giacimenti petroliferi da parte del governo orientale della Libia. Un calo che offre all’Opec+ un po’ di margine agli altri membri per iniziare il lento processo di aumento della produzione di greggio senza alterare il numero complessivo di barili che entrano nel mercato. Sarebbero 8 i Paesi membri dell’Opec+ pronti a pompare 180.000 barili al giorno in più a ottobre come parte del piano esistente del gruppo per annullare i 2,2 milioni di barili al giorno di tagli volontari.

Certo è che, al di là della battaglia per il controllo del mercato petrolifero tra Opec e Paesi non Opec (dagli Usa alla Guyana), sono anche i dati economici a indicare un rallentamento della manifattura e di conseguenza della domanda di greggio. I prezzi sono stati appesantiti infatti dagli ultimi dati economici dalla Cina, che hanno mostrato che l’attività delle fabbriche continua a contrarsi, con l’indice ufficiale dei direttori degli acquisti dell’Ufficio nazionale di statistica che ha mostrato come l’attività manifatturiera di Pechino si sia contratta per il quarto mese consecutivo ad agosto, raggiungendo il  valore più basso degli ultimi sei mesi.

In Europa, Francia e Germania continuano a navigare all’interno di una profonda fase di contrazione come hanno testimoniato ieri gli indici Pmi industriali. E oggi pomeriggio l’indice Ism manifatturiero americano è risalito leggermente a 47,2 ad agosto, dal minimo di novembre 2023 di 46,8 registrato a luglio, ma è risultato inferiore alle stime di mercato di 47,5, segnalando così la 21esima contrazione mensile dell’attività manifatturiera statunitense negli ultimi 22 mesi. Quinto ribasso di fila.
La Federal Reserve e la Bce taglieranno i tassi nelle prossime settimane per allentare la pressione e non deprimere ulteriormente la domanda. Da vedere se non sia troppo tardi.

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Kamala Harris più green di Biden ma con loro la produzione Usa di petrolio è da record

Dopo l’annuncio di Joe Biden di rinunciare alla candidatura alle presidenziali Usa e il suo endorsement a Kamala Harris come possibile sostituta alla guida dei Democratici, la stessa attuale vicepresidente ha dichiarato la sua intenzione di vincere la nomination. Diversi esponenti democratici, tra cui Bill e Hillary Clinton e il Congressional Black Caucus, si sono affrettati a sostenerla. Tuttavia, restano molte incognite. Potrebbero emergere degli sfidanti, portando a una Convention Dem contestata o mediata. Tra i nomi in lizza potrebbero esserci il governatore dell’Illinois, JB Pritzker, e quello del Kentucky, Andy Beshear. Ma anche dalla scelta del vicepresidente, nel tradizionale ticket che punta alla Casa Bianca, si potrà intuire quale sarà la politica in caso di vittoria alle elezioni di novembre. Uno dei temi chiave riguarda l’energia e il clima.

Trump ha ripetutamente promesso che sotto la sua futura amministrazione gli Stati Uniti “perforeranno, tesoro, perforeranno”. Il programma del Partito Repubblicano approvato dai delegati della convention il 15 luglio include un paragrafo sulla politica energetica, in cui si promette di “liberare l’energia americana eliminando le restrizioni alla produzione energetica americana”. E la scelta da parte di Trump del senatore repubblicano JD Vance dell’Ohio come suo compagno di corsa sembra in linea con gli obiettivi dell’ex presidente di invertire molte delle politiche energetiche e climatiche dell’amministrazione Biden.

I membri dell’American Petroleum Institute sostengono ampiamente l’agenda energetica di Trump, ha affermato il Ceo dell’Api, Mike Sommers, alla Republican National Convention del 15 luglio, secondo un rapporto di MarketWatch. Tuttavia, Sommers ha anche espresso alcune preoccupazioni sui piani di Trump di aumentare le tariffe sulle importazioni, che potrebbero avere un impatto sulle esportazioni di greggio e prodotti raffinati statunitensi.

Kamala Harris, in qualità di vicepresidente, ha invece spesso agito come portavoce dell’Inflation Reduction Act che ha spinto sulle rinnovabili e delle priorità climatiche dell’amministrazione Biden, sia in patria che all’estero. L’anno scorso ha sostituito il presidente al vertice sul clima Cop28, annunciando che gli Stati Uniti avrebbero contribuito con 3 miliardi di dollari a un fondo per gli aiuti climatici ai Paesi in via di sviluppo. Durante la sua campagna presidenziale del 2019, Harris aveva un’agenda climatica più ambiziosa di quella di Biden, proponendo una tassa sul carbonio e 10 trilioni di dollari di spesa pubblica e privata per il clima, oltre a impegnarsi a vietare il fracking, cioè la perforazione delle rocce a caccia di greggio o gas. Posizioni che avevano provocato attacchi repubblicani quando Biden la scelse come sua compagna di corsa.

Al Senato Harris aveva poi sponsorizzato progetti di legge sull’equità climatica e sostenuto la tribù Sioux di Standing Rock nel tentativo di chiudere l’oleodotto Dakota Access. Come procuratore generale della California, precedentemente, aveva intentato cause contro le società di combustibili fossili, perseguito una società di oleodotti per una perdita di petrolio e indagato sulla Exxon Mobil per “aver ingannato il pubblico sul cambiamento climatico”. Il suo impegno in materia di giustizia ambientale e la sua opposizione alle trivellazioni offshore e al fracking indicano insomma che, se diventasse presidente, potrebbe adottare un approccio più aggressivo di Biden contro l’industria petrolifera. Anche se in realtà, al di là dei proclami, durante l’amministrazione Biden-Harris la produzione di petrolio e gas ha raggiunto livelli record.

Fra i possibili vice di Kamala, vanno ricordati il governatore della Pennsylvania, Josh Shapiro, anche lui ex procuratore generale dello stato, periodo durante il quale ha intrapreso azioni legali sul clima, inclusa una causa del 2018 contro l’amministrazione Trump per mancato controllo delle emissioni di metano. Il suo ufficio ha anche intentato accuse penali contro diverse società per crimini ambientali. Come governatore, Shapiro sostiene il “fracking responsabile” e ha proposto di sostituire l’adesione della Pennsylvania alla Regional Greenhouse Gas Initiative con un programma autonomo di tariffazione del carbonio. Ha anche chiesto alle società di servizi pubblici di acquistare la metà della loro elettricità da fonti prive di emissioni di carbonio entro il 2035.

Il segretario dei trasporti degli Stati Uniti, Pete Buttigieg, ha invece avuto un ruolo chiave nell’attuazione della legge bipartisan sulle infrastrutture del 2021 e ha frequentemente rappresentato l’amministrazione Biden nei dibattiti sull’agenda climatica. Ha sottolineato l’importanza del settore dei trasporti nella lotta al cambiamento climatico e il suo potenziale come soluzione. Tuttavia, ha ricevuto critiche per la sua gestione del deragliamento di un treno tossico a East Palestine, in Ohio, visitando il luogo solo dopo quasi tre settimane.