Meloni cambia cliché: meno passionaria e più ‘istituzionale’ per mettere insieme Ue e Trump

Nel suo passaggio al Senato dopo due mesi e rotti di silenzio, in attesa di presentarsi alla Camera, Giorgia Meloni ha in qualche modo cambiato il suo cliché. Non ha usato toni perentori, non ha quasi mai alzato la voce, è stata molto dialogante, si è prodigata per far capire “ai colleghi” che sbarcherà a Bruxelles per trovare un punto di caduta che non trasformi gli Stati Uniti in nemici e non riduca l’Europa a una comparsa. Il feeling con Trump e i buoni rapporti con von der Leyen, lei nel mezzo la ‘semplificatrice’ di una situazione complessa e delicassima.

Insomma, una premier assolutamente ‘istituzionale’, che non ha parlato solo di Ucraina (Non è immaginabile costruire garanzie di sicurezza efficaci e durature dividendo l’Europa e gli Usa. E’ giusto che l’Europa si attrezzi per svolgere la propria parte, ma è folle pensare che oggi possa fare da sola senza la Nato”) e di Difesa (L’Italia non intende distogliere un solo euro dal fondo di Coesione, spero che almeno su questo saremo tutti d’accordo) ma ha cominciato dalla competitività (“Non è una parola astratta”) per lanciarsi sulla desertificazione industriale, per planare successivamente sulla decarbonizzazione (che deve essere sostenibile per imprese e cittadini), per sfiorare il costo fuori controllo dell’energia elettrica fino ad atterrare sui dazi (ai quali non bisogna rispondere con altri dazi, serve reciproco rispetto) e sull’Europa che a rischio di regole e regolamenti rischia di non farcela. Argomenti prevedibili, così come i contenuti.

Meloni ha espresso le posizioni del suo governo mentre Ursula von der Leyen raccontava in Danimarca come la sua Ue debba attrezzarsi per non finire schiacciata stile sandwich da Stati Uniti e Russia e poco dopo che Mario Draghi, sempre in Senato, aveva toccato gli stessi temi con l’autorevolezza che lo accompagnala. In sintesi, l’ex presidente del Consiglio ha detto che la Difesa comune è un passaggio obbligato, che gli 800 miliardi previsti per riarmare l’Europa non basteranno, che il Rapporto sulla competitività non è obsoleto e va attuato con urgenza, che la questione energetica è prioritaria, dal disaccoppiamento di gas fino al costo delle bollette. In fondo, si finisce per andare sbattere sempre lì e da lì bisogna trovare la migliore via d’uscita.

La premier non ha cercato una sponda in Senato, questo no, ma è stata abbastanza accondiscendente quando ha sostenuto che l’etichetta di Rearm al piano di von der Leyen è inaccettabile e dunque va cambiata perché è necessaria la Difesa comune ma “senza tagliare sanità e sociale”. Un refrain già sentito su un’altra sponda.

Trump minaccia l’Europa: “Dazi del 200% su alcolici e vino”. Ue: “Al via negoziati”

“Siamo stati derubati per anni e ora smetteremo di esserlo. No, non mi piegherò affatto, né sull’alluminio, né sull’acciaio, né sulle auto”. E, forse, nemmeno sul vino e sui superalcolici europei. Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, annuncia che sui dazi non farà marcia indietro e torna a minacciare il Vecchio Continente, all’indomani dell’entrata in vigore delle imposte del 25% su acciaio e alluminio, a cui l’Ue ha risposto con ulteriori tasse su alcuni prodotti statunitensi. Insomma, giorno dopo giorno l’asticella è sempre più alta.

L’ultima minaccia, in ordine di tempo, è relativa a una tariffa del 200% “su tutti i vini, champagne, e prodotti alcolici in produzione in Francia e in altri Paesi dell’Ue”, ha annunciato Trump. La ‘colpa’ dell’Europa – “una delle autorità fiscali e tariffarie più ostili e abusive al mondo” – è quella di aver introdotto una tassa “sgradevole” del 50% sul whisky Usa. Un’imposta che, “se non verrà rimossa immediatamente” farà scattare la rappresaglia statunitense.

“Non cederemo alle minacce e proteggeremo sempre le nostre industrie”, ha affermato il ministro del Commercio estero francese, Laurent Saint-Martin, deplorando la “prepotenza” di Trump nella “guerra commerciale che ha scelto di scatenare”.

E da Città del Capo, in Sudafrica, dove si trova in visita istituzionale, è arrivata la replica della presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen. “Non ci piacciono i dazi – ha detto – perché pensiamo che siano tasse e che siano un male per gli affari e per i consumatori. Abbiamo sempre detto che allo stesso tempo difenderemo i nostri interessi, lo abbiamo stabilito e dimostrato. Ma allo stesso tempo voglio anche sottolineare che siamo aperti ai negoziati”. Venerdì, infatti, il commissario per il Commercio, Maroš Šefčovič, “avrà una telefonata” con la sua controparte negli Stati Uniti “esattamente su questo tema”.

Intanto, lato italiano, una delegazione tecnica, in stretto collegamento con la Commissione europea, è al lavoro a Washington sul tema dei dazi. Il 21 marzo, ha ricordato il vicepremier Antonio Tajani “presenteremo a Roma le idee del governo per sostenere le imprese sul piano del commercio internazionale, visto che siamo la quarta potenza commerciale mondiale”. Per tutte le associazioni di categoria, i dazi al 200% su vino e alcolici metterebbero a rischio un export del settore pari a quasi 2 miliardi – circa 4,9 miliardi in Europa – ma l’invito è alla prudenza. Confagricoltura auspica che la mossa di Trump sia “una provocazione”, mentre per Cia-Agricoltori Italiani si rischia “un salto nel buio”.

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La rovesciata di Ursula: tra guerra e dazi ha messo fuori gioco il Green Deal

Presi come sono dalla guerra dei dazi e dal tentativo di pace tra Russia e Ucraina, è finito nel dimenticatoio quello che fino a qualche mese fa era il Green Deal, ovvero il cavallo di battaglia della prima amministrazione von der Leyen. Non se ne parla più e quando lo si fa, tanto a Bruxelles quanto a Strasburgo, per tacere di Roma, lo si fa con l’angoscia che accompagna chi deve affrontare i disagi del rattoppo di errori compiuti nel passato. Roba del tipo: noi ve l’avevamo detto e adesso…

Giusto per salvare la faccia, si è chiacchierato nelle settimane scorse del Clean Industrial Deal, una versione edulcorata e rivisitata del Green Deal: trattasi però di dichiarazione di intenti, nulla di formale o di strutturato. Insomma, nulla di concreto. Esattamente il contrario di ciò che, invece, avrebbe bisogno l’industria europea per riprendere a pedalare dopo un periodo non proprio agevolissimo. La sensazione che basti la parola ‘deal’ per fare a storcere il naso e aggrottare le ciglia monta come la panna, eppure con sensazioni e imprescindibili necessità dobbiamo fare pace.

In questa Unione che ha nella burocrazia la sua stella polare e che per codice genetico regolamenta anche i passaggi alla toilette, di ambiente si parla ormai pochissimo in Commissione, dove von der Leyen  ha altre impellenze da risolvere , e in Parlamento, dove arrivare a una sintesi di 27 modi di pensare diversi è un esercizio quasi fideistico: adesso sono prioritarie le strategie del riarmo e la Difesa comune di fronte alle minacce di Putin e alla politica imprevedibile di Trump, oltre alla tenuta commerciale che non è più solidissima. Ottocento (800) miliardi pronta cassa, e chissene se si sfora il bilancio, il Patto si stabilità è per l’appunto un patto e come tale suscettibile di modifiche.

Verrebbe da dire: c’era una volta Frans Timmermans e la sua ideologia estrema, c’erano anche minuscoli funzionari a libro paga della Ue che ne seguivano beceramente la strada pensando al proprio benessere e non a quello della collettività, c’erano obiettivi così ambiziosi da raggiungere in un lasso di tempo così circoscritto da generare panico. Ora, sia chiaro, in pochi rimpiangono Timmermans e la sua ‘era geologica verde’, ma come spesso accade si è passati da tutto/troppo a niente. Ed è un ‘niente’ che invece va affrontato.

Manca equilibrio, difetta il buonsenso, spesso anche chi non dovrebbe si lascia travolgere dalla ‘pancia’. Mentre Trump abbandona l’accordo di Parigi e la Cop rischia di diventare una inutile passerella di avanspettacolo, l’estate si avvicina e ci sono forti segnali di siccità, i meteorologi mettono in guardia da fenomeni atmosferici estremi, la temperatura del pianeta aumenta. Sono dati di fatto di fronte ai quali nessuno, a qualunque latitudine, può rimanere cieco e sordo. E che il rumore deflagrante delle bombe o lo stridore della recessione Usa deve cancellare.

L’Ue risponde agli Usa: dazi sui prodotti per 26 miliardi. Trump: “Vinceremo noi”

Bruxelles risponde di primo mattino a Washington. Nel giorno di entrata in vigore dei dazi Usa del 25% su acciaio e alluminio, la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, annuncia “misure pesanti ma proporzionate”. Da oggi rientrano non solo in vigore le tariffe imposte dalla prima amministrazione Trump nel 2018, su diversi tipi di prodotti semilavorati e finiti, come tubi in acciaio, filo metallico e fogli di stagno, ma anche su altri prodotti derivati come articoli per la casa, pentole o infissi e diversi macchinari, alcuni elettrodomestici o mobili. Interesseranno un totale di 26 miliardi di euro delle esportazioni europee, circa il 5% del totale dell’export Ue negli Usa.

La Commissione Ue, intanto, calcola che gli importatori americani pagheranno fino a 6 miliardi di euro la mossa di Trump. E per fonti Ue, i dazi Usa “non sono intelligenti” perché “danneggeranno davvero la loro economia”.

Due gli elementi di risposta, duque: la reimposizione delle misure di riequilibrio del 2018 e del 2020 – che erano state sospese fino al 31 marzo prossimo e che ora rientreranno automaticamente in vigore dal primo aprile – e un nuovo pacchetto di misure aggiuntive che colpiranno circa 18 miliardi di euro di beni e che saranno poi applicate con le misure reimposte dal 2018. Per il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, però, “non basta difendersi sul piano commerciale, occorre una nuova politica industriale che restituisca competitività alle nostre imprese. Occorre agire, non solo reagire”. Per definire i prodotti del nuovo pacchetto, la Commissione ha avviato oggi le consultazioni di due settimane con le parti interessate dell’Ue.

Si mira a beni industriali e agricoli: da quelli in acciaio e alluminio ai tessili, dalla pelletteria agli elettrodomestici, dagli utensili per la casa alle materie plastiche e i prodotti in legno; dal pollame al manzo, da alcuni frutti di mare alle noci, dalle uova ai latticini, dallo zucchero alle verdure. Come spiegato da fonti Ue, la Commissione sta “cercando di colpire gli Stati Uniti in settori importanti per loro – ma che non costeranno tanto all’Ue” – e in particolare i beni rilevanti per gli Stati a maggioranza repubblicana. I Paesi Ue saranno invitati, poi, ad approvare le misure proposte prima della loro adozione e partenza previste per metà aprile. Ma se Bruxelles, da un lato, restituisce il favore all’alleato d’oltreoceano, allo stesso tempo prova a tenere aperto il dialogo. Precisa che “le misure possono essere revocate in ogni momento qualora si trovi una soluzione” e von der Leyen conferma al commissario europeo per il Commercio, Maros Sefcovic, l’incarico di “riprendere i colloqui” e aggiunge: “Rimarremo sempre aperti al negoziato”. Stesso messaggio del presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa, secondo cui si deve “evitare un’escalation” e la situazione richiede “dialogo e negoziazione“. Non la pensa allo stesso modo Washington, secondo cui l’Ue è “fuori contatto con la realtà” e le sue “azioni punitive non tengono conto degli imperativi di sicurezza nazionale degli Stati Uniti e internazionale”. Non solo. In un incontro con il premier irlandese, Micheal Martin, Donald Trump dichiara: “Vinceremo noi questa battaglia finanziaria”. Lo scorso 10 febbraio, Washington aveva annunciato l’aumento dei dazi sulle importazioni di acciaio, alluminio e prodotti derivati dall’Ue. Da quel giorno, è partito il dialogo tra le due parti che ha visto anche Sefcovic volare negli Usa per provare a “evitare il dolore inutile” della guerra commerciale. Ma, proprio lunedì scorso, Sefcovic aveva annunciato che l’amministrazione Usa “non sembra impegnata a trovare un accordo” con l’Ue.

Dazi boomerang in Usa: colpiranno le economie dei singoli Stati americani

Entro una settimana entreranno in vigore i dazi alle importazioni annunciati dal presidente americano Donald Trump, a meno di un’altra proroga, concessa un mese fa per spingere Messico, Canada e Cina a scendere a compromessi. Nonostante le potenziali misure ritorsive, l’aumento probabile dell’inflazione e le trattative ancora in corso. Al di là dei benefici ipotizzati dalla Casa Bianca, tuttavia, le tariffe avranno effetti su ogni singolo Stato americano. E per alcuni, come Montana e New Mexico, le conseguenze sono potenzialmente significative.

Un’analisi della CNBC evidenzia il grado di esposizione dei primi 10 Stati in relazione all’origine dei prodotti importati. “Messico, Canada e Cina sono i nostri principali partner commerciali, quindi le importazioni statunitensi da questi Paesi non si limitano a una manciata di prodotti – ha spiegato William George, direttore Ricerca di ImportGenius -. I beni provenienti da questi Paesi possono essere trovati su qualsiasi scaffale di un nostro negozio e utilizzati in qualsiasi settore immaginabile. Stiamo parlando di petrolio, elettronica e beni per auto che dominano le importazioni statunitensi”.

I primi 10 Stati che importano dal Canada sono Montana (92%), Maine (69,4%), Vermont (68%), North Dakota (64%), Wyoming (55%), Oklahoma (51%), West Virginia (44%), South Dakota (41%), Minnesota (38%) e Colorado (31%). “Per tutti gli stati, l’energia è stata la voce di spesa più importante per le importazioni”, spiega il reportage. I 10 Stati la cui quota maggiore di importazioni proviene dal Messico sono invece Nuovo Messico (41%), Michigan (40,3%), Texas (37,3%), Arizona (33,2%), Utah (26,2%), Alabama (22%), Iowa (21%), Louisiana (18,4%), Missouri (18%) e Connecticut (16%). Infine i 10 Stati con la percentuale più alta di importazioni dalla Cina sono California (27%), Nuovo Messico (26,4%), Nevada (22%), Illinois (20,3%), Tennessee (19%), Distretto di Columbia (19%), Washington (18%), Virginia (17%), Pennsylvania (16%) e Missouri (16%).

Nei singoli settori, emerge la forte dipendenza di Montana e Oklahoma dai beni energetici, soprattutto petrolio, del Canada. Solo per avere un riferimento, il Montana importa greggio e prodotti petroliferi per 4,9 miliardi di dollari. La Cina è invece il principale partner commerciale per l’elettronica in Nuovo Messico e le importazioni di componenti per auto come le batterie per veicoli elettrici sono preponderanti in Texas e California, dove Tesla ha una grande presenza. Solo nel 2023, spiega l’analisi di CNBC, la società di Elon Musk ha importato nei due Stati oltre 12.000 container di batterie.

Gli Usa dovranno però prepararsi a possibili contromisure ai dazi statunitensi (le famigerate ritorsioni). Anche in questo caso l’esposizione varia a seconda dei singoli Stati. Secondo i dati di LendingTree, quelli che affrontano il rischio tariffario più elevato, con almeno due terzi delle loro esportazioni dirette in Canada, Messico e Cina, sono Dakota del Nord (88%), Nuovo Messico (79%) e Dakota del Sud (72%). Il Dakota del Nord esporta grandi volumi di greggio in Canada: rappresentano l’80% dell’export complessivo. Il Nuovo Mexico è invece più legato al Messico per i componenti da computer (1,7 miliardi di dollari in valore, 70% del totale delle esportazioni). Considerando i primi 10 Stati che esportano in Canada, il Dakota del Nord è dunque in cima alla lista (82%), seguito da Maine (49%), Montana (46%), Dakota del Sud (44%), Michigan (43%), Ohio (39%), Virginia Occidentale (38%), Idaho (37%), Missouri (37%) e Vermont (34%). Le principali esportazioni includono l’agricoltura soia, mais, carne di manzo viva e congelata, maiali, pesce e pollame. I primi 10 Stati che esportano in Messico sono invece Nuovo Messico (70%), Texas (29%), Arizona (28%), Oregon (24%), Michigan (23%), Missouri (22%), Dakota del Sud (21%), Kansas (20%), California (19%) e Nebraska (18%). Tra gli Stati che esportano maggiormente in Cina ci sono Alaska (22%), Washington (18%), Oregon (15%), Carolina del Nord (14%), Louisiana (14%), Alabama (13,6%), Carolina del Sud (10,4%), California (9,4%), Massachusetts (9,4%) e Virginia Occidentale (9,3%).

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Ucraina, accordo Kiev e Washington su terre rare: la bozza dell’intesa

Kiev e Washington hanno raggiunto un accordo per sfruttare le ricchezze minerarie dell’Ucraina, dopo la situazione di stallo tra Donald Trump e Volodymyr Zelensky. Ma che si tratti degli importi in gioco o delle garanzie di sicurezza richieste dalla parte ucraina, i contorni del testo restano vaghi. Ecco cosa sappiamo dell’accordo, che potrebbe essere firmato a Washington venerdì in occasione della visita del presidente ucraino alla Casa Bianca.

UN FONDO COMUNE. Il presidente americano aveva insistito nel volere un risarcimento per gli aiuti erogati negli ultimi tre anni a sostegno dell’Ucraina. Secondo il Kiel Institute for the World Economy (IfW Kiel), Washington avrebbe visto un impegno di 500 miliardi di dollari, circa quattro volte superiore agli aiuti erogati finora, ovvero circa 120 miliardi di dollari. Il presidente ucraino ha poi respinto l’accordo, rifiutandosi di firmare un testo che “dieci generazioni di ucraini” dovranno pagare. Secondo una fonte ucraina informata del contenuto del compromesso questa richiesta finanziaria americana non figura più nel documento siglato ieri, 25 febbraio. Il documento, tuttavia, prevede che americani e ucraini sfrutteranno congiuntamente le risorse minerarie e che i proventi derivanti da ciò confluiranno in un fondo “congiunto tra Ucraina e America“. Secondo l’alto funzionario, gli americani hanno accettato di eliminare “tutte le clausole che non ci andavano a genio, in particolare quella da 500 miliardi di dollari”.

NESSUNA GARANZIA CONCRETA SULLA SICUREZZA. Per Kiev, una condizione fondamentale per garantire l’accesso alle proprie risorse agli alleati è l’ottenimento di garanzie di sicurezza, un meccanismo politico-militare per dissuadere la Russia da una nuova invasione dopo un eventuale accordo di cessazione delle ostilità. Il presidente Zelensky ha sollevato la possibilità di un simile scambio di ricchezze in cambio di garanzie di sicurezza già a ottobre, quando aveva delineato il suo “piano per la vittoria”. L’Ucraina ritiene che la migliore garanzia sarebbe l’adesione alla Nato, uno scenario respinto da Washington perché renderebbe impossibile qualsiasi tregua o pace, e Mosca lo vede come una linea rossa. Un’altra richiesta ucraina: forze di peacekeeping, in caso di cessate il fuoco. Ma gli Stati Uniti avevano già respinto questa opzione, pur essendo favorevoli all’impiego di truppe europee. Alla fine, il testo dell’accordo sui minerali conterrebbe un riferimento alla sicurezza dell’Ucraina, ma nessuna garanzia concreta. Secondo un alto funzionario ucraino su questo punto le discussioni sono ancora in corso. “Si tratta di una clausola generale che afferma che l’America investirà in un’Ucraina sovrana, stabile e prospera, che si adopererà per una pace duratura e che sosterrà gli sforzi volti a garantire la sicurezza“, ha spiegato la fonte.

QUALI GIACIMENTI COINVOLTI? QUALI MINERALI? Si dice che l’Ucraina contenga circa il 5% delle risorse minerarie mondiali, ma quelle ambite da Donald Trump sono per lo più inutilizzate, difficili da estrarre o di fatto sotto il controllo russo, perché si trovano in territori occupati. L‘Ucraina produce in particolare tre minerali essenziali: il manganese (8° produttore al mondo secondo World Mining Data), il titanio (11°) e la grafite (14°), essenziale per le batterie elettriche. Di quest’ultimo minerale, l’Ucraina concentra “il 20% delle risorse mondiali stimate“, sottolinea l’Ufficio francese per la ricerca geologica e mineraria (BRGM). La nazione è inoltre, secondo questa fonte, “uno dei principali Paesi in Europa per potenzialità” nello sfruttamento del litio, essenziale anche per le batterie. L’Ucraina sostiene di avere sul suo territorio “una delle più grandi risorse” di litio in Europa, ma secondo il governo, “finora” non viene estratto. Lo sfruttamento di questi giacimenti richiede investimenti considerevoli. Secondo l’ammissione dello stesso governo ucraino, solo lo sviluppo del deposito di Novopoltavske nella regione di Zaporizhzhia richiederebbe un investimento di 300 milioni di dollari. Il sito, che si dice contenga apatite, tantalio, niobio, stronzio, terre rare e persino uranio, si trova in territorio occupato dall’esercito russo. E il Cremlino ha escluso la cessione di aree sotto il suo controllo. Vladimir Putin, d’altro canto, si è detto favorevole agli investimenti americani in queste regioni occupate. Un altro esempio è il giacimento di Chevtchenkivske (in particolare minerali di litio, tantalio, niobio e berillio) che si trova a meno di 10 chilometri dal fronte, in un settore, quello di Pokrovsk, dove l’esercito russo sta ancora guadagnando terreno rispetto alle forze ucraine, meno numerose e meno armate.

Se dalla casa al terziario la crescita Usa perde tutto il suo slancio

I recenti dati economici provenienti dagli Stati Uniti mostrano segnali di rallentamento della crescita, suggerendo che l’economia americana stia perdendo slancio dopo mesi di performance positive. A febbraio, l’indice dell’attività manifatturiera della Fed di Dallas ha subito un netto calo, scendendo di 22 punti a -8,3, rispetto al picco di 14,1 di gennaio. Un altro indicatore chiave, l’indice delle prospettive aziendali, è diminuito di 24 punti, registrando un valore di -5,2, mentre l’incertezza sulle prospettive future ha toccato il massimo dei sette mesi, salendo a 29,2. Il settore manifatturiero continua a mostrare debolezza, con l’indice di produzione che è sceso a -9,1, un segno evidente di difficoltà nella produzione statunitense. Tuttavia, i prezzi delle materie prime e dei prodotti finiti sono aumentati, suggerendo una certa pressione sui costi.

A livello nazionale, il Chicago Fed National Activity Index è sceso a -0,03 a gennaio, in calo rispetto al dato rivisitato di dicembre (0,18), indicando una contrazione nell’attività economica complessiva. In particolare, la categoria dei consumi personali e abitazioni ha contribuito negativamente con -0,14, un ulteriore segno di rallentamento nei consumi.

Un altro dato significativo è arrivato la scorsa settimana dall’indice Pmi dei servizi, che a febbraio è sceso sotto la soglia di espansione, registrando 49,7 rispetto ai 52,9 di gennaio. Questa è la prima contrazione dell’attività del settore dei servizi in oltre due anni, un indicatore che evidenzia una perdita di slancio in un settore chiave per l’economia statunitense.

Anche le vendite di case esistenti hanno subito una flessione del 4,9% a gennaio, il calo più marcato in sette mesi, scendendo a un tasso annualizzato di 4,08 milioni. Questo segna un indebolimento nel mercato immobiliare, con un prezzo medio di vendita sceso dell’1,9% rispetto al mese precedente. L’aumento delle scorte di case invendute, che sono passate a 3,9 mesi di fornitura, aggiunge ulteriori preoccupazioni.

Il rallentamento però non sembra andare di pari passo con una discesa dei prezzi. Infatti anche l’inflazione preoccupa, con le aspettative dei consumatori riguardo all’andamento dei prezzi aumentate al 4,3% per il 2025, il valore più alto dal novembre 2023. A lungo termine, le aspettative di inflazione sono salite al 3,5%, il più grande aumento mese su mese dal maggio 2021. E questi rialzi hanno avuto impatti negativi sul sentiment dei consumatori, con un crollo del 19% nelle condizioni di acquisto di beni durevoli, in parte dovuto ai timori legati all’innalzamento dei prezzi causato dai dazi.

In mezzo a questo scenario incerto, il presidente della Fed di Atlanta, Raphael Bostic, ha sottolineato nel suo blog come la politica economica degli Stati Uniti sia sempre più influenzata da un clima di incertezza. Le preoccupazioni per le politiche fiscali, commerciali e di immigrazione, insieme alle fluttuazioni dei mercati, stanno creando un ambiente di decisioni difficili per i responsabili politici. Un ritornello simile a quello degli altri banchieri centrali della Fed, i quali pur rimanendo ottimisti sulla posizione economica, hanno espresso cautela, facendo riferimento alla difficoltà di prevedere gli effetti di eventuali cambiamenti nelle politiche economiche. Il termine “incertezza” è ormai ricorrente nelle dichiarazioni ufficiali, e i verbali dell’ultimo incontro della Fed evidenziano preoccupazioni sulla portata e sull’impatto dei cambiamenti nelle politiche commerciali e fiscali.

La Fed dunque sembra voler stare ferma sui tassi in attesa di capire l’effetto che avranno le politiche di Donald Trump, a partire dai dazi. Wall Street ha capito l’antifona e da tre sedute zoppica.

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Tajani

Dazi, Ue risponderà ma è aperta a dialogo con Usa. Tajani: “Noi buoni ambasciatori”

L’Unione europea risponderà ai dazi del presidente Usa, Donald Trump. Da giorni e a più livelli, Bruxelles sta sostenendo la stessa posizione e l’ultima a puntellarla è stata la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, che da Monaco, dal palco della Conferenza sulla Sicurezza, ha scandito: “Le guerre commerciali e tariffe punitive non hanno senso”. Un concetto ribadito anche dal vice premier, Antonio Tajani. In partenza per Monaco, il ministro degli Affari esteri ha evidenziato che “le guerre commerciali non portano vantaggio a nessuno” e che l’Italia, “in cui il 40% del Pil viene dall’export”, non ha “alcun interesse che ci siano”. Anzi, “dobbiamo scongiurarle”, ha aggiunto. “Vedremo il da farsi” e “tutte le decisioni le prenderemo come Unione europea”. Ma rimanendo aperti al dialogo con Washington e, qui, l’Italia può fare da ponte tra le due sponde dell’Atlantico: “È ovvio che bisogna trattare come Europa. Noi possiamo essere dei buoni ambasciatori dell’Ue”, ha affermato.

La volontà di dialogo c’è. A Monaco, von der Leyen ha osservato che “le tariffe agiscono come una tassa, stimolano l’inflazione” e “i più colpiti sono inevitabilmente i lavoratori, le aziende, i redditi bassi e le classi medie su entrambe le sponde dell’Atlantico”. Inoltre, “le tariffe possono rapidamente influenzare le catene di fornitura transatlantiche essenziali”. A tutto ciò, che per l’Ue “non è un buon affare”, Bruxelles risponderà. Siamo uno dei mercati più grandi del mondo. Useremo i nostri strumenti per salvaguardare la nostra sicurezza economica e i nostri interessi e proteggeremo i nostri lavoratori, le nostre aziende e i consumatori a ogni svolta”, ha dichiarato la presidente della Commissione. Ma, “naturalmente, siamo pronti a trovare accordi che funzionino per tutti per lavorare insieme per renderci reciprocamente più prosperi e sicuri”, ha evidenziato.

E sul piano del dialogo si registra qualche movimento. Nella conferenza stampa quotidiana dell’esecutivo Ue, il portavoce al Commercio, Olof Gill, ha precisato che, “senza entrare nei dettagli di ciò che sarà o meno incluso nell’ambito dei colloqui tra l’Ue e gli Usa per trovare soluzioni ad alcune delle questioni commerciali”, ciò che si può dire è che “i contatti sono in corso: ci sono stati questa settimana a livello di responsabili politici e l’intenzione è di continuare a farlo nei giorni e nelle settimane a venire per trovare soluzioni reciprocamente vantaggiose”.

Un dialogo che appare complesso. L’Ue – che “mantiene alcune delle tariffe più basse al mondo” e ha “oltre il 70% delle importazioni che entrano a tariffa zero” nel suo mercato unico – considera la politica di Trump “un passo nella direzione sbagliata” e “non vede alcuna giustificazione per l’aumento delle tariffe statunitensi alle esportazioni” europee. Nella dichiarazione ufficiale di venerdì mattina l’esecutivo Ue ricorda che “per decenni l’Ue ha lavorato con partner commerciali come gli Stati Uniti per ridurre le tariffe e altre barriere commerciali in tutto il mondo, rafforzando questa apertura attraverso impegni vincolanti nel sistema commerciale basato su regole, impegni che gli Stati Uniti stanno ora minando”. Nelle righe ufficiali, Palazzo Berlaymont non fa accenno al dialogo, ma piuttosto specifica che “l’Ue reagirà fermamente e immediatamente”. Ma, prima ancora che ai dazi, sembra che Bruxelles si trovi a dover rispondere a una pratica politica ed economica che dice di non comprendere. Ed è da questo punto di partenza che dovrà dialogare.

Cannucce, lampadine e soffioni della doccia: la crociata di Trump per tornare al passato

Fornelli a gas, manopole per doccia, lampadine a incandescenza, cannucce di plastica… Da quando è tornato alla Casa Bianca, Donald Trump ha nel mirino le norme ambientali che riguardano molti oggetti di uso quotidiano, con il leitmotiv: “Era meglio prima”. Martedì, ad esempio, ha ordinato al suo governo di “tornare immediatamente” alle norme del suo primo mandato su “lavandini, docce, servizi igienici, lavatrici, lavastoviglie”. Il miliardario 78enne si lamenta da molti anni dei soffioni doccia che, secondo lui, hanno una portata d’acqua troppo bassa. “Se siete come me, non potete lavare bene i vostri bei capelli”, aveva detto nel 2020.

Durante il suo primo mandato, la sua amministrazione aveva emanato norme per consentire ai soffioni doccia di utilizzare più acqua, poi revocate dal suo successore Joe Biden. Negli ultimi anni, Donald Trump ha anche fatto campagna sull’idea che i democratici volessero vietare i fornelli a gas o le auto a combustione interna, e ne aveva fatto una questione di libertà di scelta per gli americani. Si oppone spesso anche alle lampadine a LED, che hanno gradualmente sostituito quelle a incandescenza nell’ultimo decennio. “Non sono una persona vanitosa”, aveva dichiarato nel 2019, “ma ho un aspetto migliore sotto una lampada a incandescenza invece che sotto queste luci da pazzi”. Con le nuove lampadine, “sembro sempre arancione”, aveva scherzato il presidente americano. Da qui l’annuncio di martedì di voler firmare un decreto per tornare agli “standard di buon senso sulle lampadine”.

Per Andrew deLaski dell’associazione Asap, le preoccupazioni di Donald Trump “sembrano obsolete”. “Oggi esiste una vasta gamma di prodotti moderni ed efficienti che sono tra quelli che funzionano meglio”, ha dichiarato il responsabile esecutivo di questa organizzazione che si batte per gli standard di efficienza energetica dei prodotti di uso quotidiano. Asap sottolinea, ad esempio, che le lampadine a LED “limitano i costi energetici per le famiglie e le imprese e riducono l’inquinamento”. Allo stesso modo, “gli standard sui soffioni doccia fanno risparmiare denaro ai consumatori sulle bollette dell’acqua e dell’elettricità e aiutano a proteggere l’ambiente”.

Ma la crociata del settantenne presidente, noto scettico del clima, sembra meno legata a ragionamenti ecologici o economici che a un attaccamento malinconico agli oggetti del passato. Dal suo clamoroso ingresso sulla scena politica americana nel 2015, il miliardario usa la nostalgia come una potente arma elettorale. “Donald Trump sembra capire – e forse è lui stesso sensibile a – queste spinte nostalgiche”, ritiene Spencer Goidel, professore di scienze politiche all’Università di Auburn (Alabama). Il ricercatore, che ha studiato la questione della nostalgia in politica, fa un parallelo con i gusti musicali. “La maggior parte degli americani pensa che il periodo migliore nella musica sia stato quello in cui erano giovani adulti”, dice, ricordando le canzoni migliori e dimenticando quelle cattive. “Nella società è la stessa cosa: i grandi uomini e le grandi donne della storia sono immortalati; gli uomini e le donne mediocri (a volte corrotti o incompetenti) sono dimenticati”. Non sorprende quindi che i responsabili politici si approprino del sentimento nostalgico, perché “elaborare un messaggio orientato al futuro è difficile”, sottolinea Spencer Goidel. “È molto più facile invocare un ritorno” alle cose di un tempo, aggiunge il ricercatore.

Lo slogan preferito di Donald Trump, “Make America Great Again”, vuole essere un richiamo al passato, volendo “restituire la grandezza all’America”. Se, secondo Spencer Goidel, “la nostalgia non è intrinsecamente democratica o repubblicana”, il suo lavoro condotto con altri ricercatori mostra che il sentimento è più “associato ad atteggiamenti razzisti e sessisti, a uno stato d’animo autoritario e a un voto repubblicano”. E secondo la sua ricerca, le persone che mostrano forti sentimenti nostalgici tendono maggiormente a “sostenere un uomo forte che infrange le leggi e disgrega le istituzioni”.

Avanti con la guerra dei dazi: dal 12 marzo imposte Usa su acciaio e alluminio. Ue: “Reagiremo”

Nuova tappa della guerra commerciale di Donald Trump: il presidente degli Stati Uniti ha firmato un ordine esecutivo che fissa al 12 marzo la data di entrata in vigore delle nuove tariffe del 25% su acciaio e alluminio, “senza eccezioni o esenzioni”, quindi “per tutti i Paesi”. Parlando con i giornalisti alla Casa Bianca, Trump ha giustificato la misura parlando di rischi per la “sicurezza nazionale”.

I dazi sulle importazioni di prodotti in acciaio e di articoli derivati si applicano ad Argentina, Australia, Brasile, Canada, Paesi dell’Unione Europea, Giappone, Messico, Corea del Sud e Regno Unito. Le imposte sulle importazioni di alluminio e derivati, invece, riguardano Argentina, Australia, Canada, Messico, Paesi dell’Unione Europea e Regno Unito. “Non vogliamo che questo danneggi altri Paesi, ma loro si sono approfittati di noi per anni e anni”, ha accusato Trump nello Studio Ovale.

Da Parigi, dove si trova per il vertice sull’intelligenza artificiale, è arrivata la risposta dell’Europa. “Mi rammarico profondamente della decisione degli Stati Uniti – ha detto la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen – di imporre tariffe sulle esportazioni europee di acciaio e alluminio. Le tariffe sono tasse: dannose per le aziende, peggio per i consumatori. Le tariffe ingiustificate sull’Ue non rimarranno senza risposta: innescheranno contromisure ferme e proporzionate. L’Ue agirà per salvaguardare i propri interessi economici. Proteggeremo i nostri lavoratori, le nostre aziende e i nostri consumatori”.

Durante il suo primo mandato (2017-21), aveva già imposto tariffe del 25% sull’acciaio e del 10% sull’alluminio. Molte di queste misure erano state successivamente revocate da lui stesso o dal suo successore democratico, Joe Biden. I dazi sono la leva principale della politica economica di Donald Trump, che mira a ridurre il deficit commerciale degli Stati Uniti facendo pressione sui suoi partner economici.

Le misure colpiranno in particolare il Canada, principale fornitore di acciaio e alluminio degli Stati Uniti. I dazi doganali “sarebbero totalmente ingiustificati”, ha reagito in serata François-Philippe Champagne, ministro canadese dell’Industria, promettendo una risposta “chiara e misurata”, senza fornire ulteriori dettagli. Anche Brasile, Messico e Corea del Sud sono importanti fornitori di acciaio. La federazione britannica dell’acciaio, UK Steel, ha espresso preoccupazione per un “colpo devastante” a un settore già in declino.

E l’annuncio potrebbe avere un effetto deleterio anche su alcuni settori di attività negli Stati Uniti. “L’acciaio e l’alluminio sono materie prime fondamentali per i produttori statunitensi, compresi gli esportatori”, ha avvertito Maurice Obstfeld, esperto del Peterson Institute for International Economics. I dazi potrebbero causare “un forte shock dell’offerta” da parte americana, ha dichiarato all’AFP.

Il ministro degli Esteri francese Jean-Noël Barrot ha assicurato che l’Unione europea “si vendicherà” come ha fatto durante il primo mandato del presidente statunitense. All’epoca, l’Ue aveva preso di mira prodotti emblematici come il bourbon e le moto Harley-Davidson. In Germania, la più grande economia europea, il ministro dell’Economia e del Clima, Robert Habeck, ha chiesto di “continuare a cooperare con gli Stati Uniti”. E la Commissione europea ha annunciato lunedì di non aver ricevuto “alcuna notifica” di nuovi dazi doganali.

Finora Donald Trump ha esercitato più pressione sui partner degli Stati Uniti che sulla grande rivale Cina, che da martedì è soggetta a dazi doganali del 10% in aggiunta a quelli già in vigore. Le misure di ritorsione, basate su sovrattasse mirate su alcuni prodotti americani, sono entrate in vigore lunedì. Si applicano a 14 miliardi di dollari di merci statunitensi, mentre i dazi annunciati dal Presidente degli Stati Uniti si applicano a 525 miliardi di dollari di merci cinesi.