Usa&Cina: dacci oggi il nostro dazio quotidiano

Dacci oggi il nostro dazio quotidiano. La Cina ha annunciato che dal 10 febbraio imporrà una tariffa aggiuntiva del 15% sul carbone e sul gas naturale liquefatto provenienti dagli Stati Uniti, oltre a un ulteriore 10% sulle importazioni di petrolio statunitense. La misura arriva come risposta ai dazi aggiuntivi del 10% imposti dal presidente americano, Donald Trump, su una serie di prodotti cinesi e che sono entrati entrati in vigore oggi. Proprio mentre il Tycoon aveva sospeso una minaccia che prevedeva l’imposizione di una tariffa del 25% su tutte le importazioni dal Messico e una tariffa del 10% sulle importazioni energetiche dal Canada, decidendo invece una pausa di 30 giorni in cambio di concessioni sui temi della criminalità e della sicurezza ai confini. Nessuno stop invece per Pechino, che ha già definito i dazi imposti dagli Stati Uniti come una grave violazione delle normative dell‘Organizzazione Mondiale del Commercio (il Wto), annunciando di essere pronta a presentare una causa contro gli Stati Uniti presso il Wti. Tra i beni statunitensi che saranno soggetti ai nuovi dazi di ritorsione, si trovano anche l’antracite, la lignite e una serie di macchinari agricoli, veicoli di grandi dimensioni e pick-up, che saranno colpiti da tariffe aggiuntive.

I contro-dazi cinesi segnano l’ennesimo capitolo di un conflitto commerciale che va avanti dal 2018 tra le due maggiori economie mondiali, con effetti che potrebbero sconvolgere ulteriormente i mercati energetici globali, in particolare le forniture di Gnl e petrolio. Alcuni analisti hanno avvertito che, se dovesse ripetersi una situazione simile alla guerra commerciale del 2018, gli importatori cinesi di gas liquefatto potrebbero essere costretti a sostituire le forniture statunitensi con carichi provenienti da altri mercati, come avvenne in passato. Di che numeri parliamo? Nel 2024 la Cina ha importato beni per un valore di 163 miliardi di dollari dagli Stati Uniti, tra cui 3,25 miliardi per il petrolio, 651,65 milioni per il Gnl e 520,99 milioni per il carbone, secondo i dati delle dogane cinesi. A fronte di questi scambi, l’inasprimento delle misure tariffarie da parte di Pechino potrebbe dunque accelerare gli sforzi cinesi di diversificare le proprie importazioni energetiche, con un maggiore ricorso a partner come la Russia e il Qatar.

Per quanto riguarda invece il greggio, nonostante sia il quarto produttore mondiale di petrolio, la Cina dipende per circa il 70% dalle importazioni e le recenti sanzioni statunitensi hanno interrotto una parte delle forniture provenienti dalla Russia e dall’Iran. Tanto che le importazioni di greggio statunitense da parte della Cina sono diminuite del 33% nel 2024, passando a 193.000 barili al giorno. In caso di un nuovo conflitto commerciale, alcuni analisti sentiti da S&P Global Commodity Insights suggeriscono che i principali acquirenti asiatici di greggio Wti potrebbero approfittare della situazione, procurandosi carichi spot aggiuntivi di greggio statunitense, come accaduto in passato. Da sottolineare inoltre che la Cina, parallelamente ai nuovi dazi verso gli Usa, ha anche deciso di rafforzare il controllo sulle esportazioni di cinque minerali critici, tra cui molibdeno, tungsteno e tellurio. Tutti essenziali per diverse industrie, tra cui quella aerospaziale, solare e militare. E la decisione di limitare le esportazioni di questi materiali è stata proprio giustificata dalla necessità di salvaguardare la sicurezza e gli interessi nazionali.

Detto questo “le misure sono piuttosto modeste, almeno rispetto alle mosse degli Stati Uniti, e sono state chiaramente calibrate per cercare di inviare un messaggio agli Stati Uniti (e al pubblico nazionale) senza infliggere troppi danni”, ha affermato in una nota Julian Evans-Pritchard, responsabile di China Economics presso la società di analisi finanziaria Capital Economics. I dazi cinesi colpiscono al massimo 20 miliardi di dollari delle importazioni annuali del Paese dagli Stati Uniti, circa il 12% del totale, una cifra “ben lontana” dagli oltre 450 miliardi di dollari di beni cinesi presi di mira dagli Stati Uniti, ha aggiunto, secondo quanto riportato dalla Cnn.
Di fronte a queste cifre e con un previsto calo della domanda cinese, i prezzi del petrolio e del gas – specie in Europa – hanno messo la retromarcia. Soprattutto il Ttf scambiato ad Amsterdam è in calo di oltre il 3% a 52 euro per megawattora. Discorso diverso per il greggio. Dopo essere sceso del 3% a 70,5 dollari al barile, il Wti texano rimbalza fino alla parità perché crescono le voci per un inasprimento delle sanzioni all’Iran con l’obiettivo di tagliare completamente le sue esportazioni di petrolio, aumentando di fatto la domanda di greggi tradizionali come appunto il Wti e il Brent europeo, scambiato attorno a quota 76 dollari al barile.

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Prendiamo a prestito il ‘Make Europa great again’ ma per rispondere a Trump

‘Make Europe great again’ è lo slogan che  coniato da Elon Musk – scimmiottando il Make America great again – e lanciato su X per sostenere la salita al governo dell’estrema destra tedesca ma  già usato a suo tempo dal premier ungherese Victor Orban. Noi lo prendiamo a prestito come stimolo -invece – per rispondere al decisionismo estremo del presidente Donald Trump. In particolare e senza dubbi sul tema dei dazi. Chi pensava che il tycoon non avrebbe messo a terra ciò che aveva promesso ai suoi concittadini durante la campagna elettorale è stato smentito. E non solo riguardo alle misure difensive/offensive in tema di economia. Ad esempio, Trump aveva aveva anticipato che sarebbe uscito dall’Accordo di Parigi e lo ha fatto; aveva garantito una politica durissima contro gli immigrati irregolari e non ha perso tempo al confine tra Usa e Messico; aveva profilato una politica energetica di assalto e infatti ha subito lanciato il ‘drill, baby, drill’.

Insomma, Trump non si sta tirando indietro soprattutto con i dazi. Prima mossa contro Canada e Messico, poi toccherà alla Cina e infine all’Europa. “che ci ha trattato male”, ha ripetuto più volte. Di qui sarebbe bello e utile che facessero davvero  ‘l’Europe great again’, nella speranza che questo slogan preso a prestito e a presa rapida come l’attaccatutto possa diventare  il vademecum per un cambio di passo da parte del vecchio Continente. Ormai ineludibile.

Di fronte alla minaccia trumpiana, solo un’Europa coesa in tutte le sue 27 componenti può resistere e provare a ricostruirsi una dignità. Se, al contrario, prevarranno gli interessi dei singoli Paesi sul bene comune, è probabile che il presidente americano stravinca questa sfida e l‘Europa diventi ancora più marginale nel contesto mondiale. Anche perché, va detto, i dazi non fanno bene a nessuno, né a chi li impone né a chi li subisce. E di dazi si può anche morire. Giusto per farsi un’idea, le esportazioni americane verso Cina, Europa, Canada e Messico valgono il 4% del Pil degli Stati Uniti, mentre le esportazioni della Cina o dell’Unione europea verso l’America valgono meno del 3% del Pil di ciascuna delle due aree. Si tratta di cifre, riscontri che devono portare a riflessioni allargate e che devono elidere l’immobilismo e la burocratizzazione. A Strasburgo e Bruxelles devono fare in fretta e bene.

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Petrolio, gas, difesa e commercio: ecco perché l’Artico fa gola al mondo

Il ghiaccio marino si scioglie e la voglia di Artico esplode. L’America di Donald Trump, i Paesi nordici, la Russia di Vladimir Putin e anche la Cina sono impegnati in una competizione per l’influenza su questo territorio, mentre si rivela il potenziale economico e il valore strategico della regione polare. “Si dice che l’Artico nel suo complesso contenga il 25% delle riserve mondiali non scoperte di idrocarburi convenzionali”, spiega Mikaa Blugeon-Mered, docente di geopolitica a Sciences Po, riferendosi a un rapporto del Servizio geologico statunitense (USGS). Ed è, quindi, facile intuire il perché delle ambizioni geopolitiche ed economiche sul territorio da parte del resto del mondo.

Il riscaldamento globale sta causando un rapido scioglimento dei ghiacci polari nell’Artico, che sta stimolando l’attività economica, compreso il turismo, nonostante l’ambiente inospitale. Secondo l’osservatorio Copernicus, l’Artico europeo è la regione che si riscalda più rapidamente al mondo.

I Paesi confinanti cercano di accedere al petrolio, al gas e ai minerali che abbondano sotto la superficie, oltre che alle vaste riserve ittiche della zona. Per quanto riguarda il Passaggio a Nord-Est, una rotta marittima al largo delle coste della Siberia che è diventata gradualmente praticabile a causa del riscaldamento globale, promette di far risparmiare tempo – da una a due settimane – e carburante per collegare l’Europa e l’Asia rispetto alla rotta tradizionale attraverso il Canale di Suez.

Ma l’Artico ha anche implicazioni militari. “Da un punto di vista geopolitico, la regione è centrale. Per gli aerei e i missili, la via più breve tra (…) la Russia e gli Stati Uniti passa attraverso l’Oceano Artico. È anche un’area dove ci sono molti sottomarini che pattugliano e dove i russi hanno le loro più grandi basi militari”, spiega Njord Wegge, professore dell’Accademia militare norvegese.

Una “linea di faglia” che sta stuzzicando l’appetito del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, il quale ha espresso a gran voce il suo progetto di annettere l’enorme isola artica della Groenlandia. Sabato ha promesso che gli Stati Uniti “prenderanno” il territorio autonomo danese. Come, però, non è ancora chiaro.

La fine della Guerra Fredda ha inaugurato un’era di cooperazione tra gli otto Stati costieri: Norvegia, Danimarca (attraverso il territorio autonomo della Groenlandia), Svezia, Finlandia, Russia, Stati Uniti, Canada e Islanda. Ma il Consiglio Artico, che riunisce questi Paesi dal 1996, ha perso la sua capacità di azione, soprattutto dopo l’invasione russa dell’Ucraina nel 2022.

“La linea di demarcazione è di tipo militare, poiché sette degli otto Paesi della regione artica sono membri della NATO”, sottolinea Blugeon-Mered. Oltre il 50% delle coste artiche è russo e Mosca sfrutta l’area da decenni. Secondo una raccolta di dati compilata da questo ricercatore, oltre l’80% del gas russo e il 60% del petrolio sono prodotti nell’Artico. Per Max Bergmann, del think tank americano CSIS, è la Russia a rappresentare la più grande minaccia per gli Stati Uniti. “La minaccia è rappresentata dalla continua militarizzazione dell’Artico da parte della Russia e dalla nostra scarsa presenza”, dice l’esperto. Tuttavia, il ricercatore non approva l’espansionismo di Donald Trump, che considera “inutile”. A suo avviso, “prendere la Groenlandia (…) sovrastima la minaccia alla sicurezza nazionale”. “L’unico motivo per possedere la Groenlandia sarebbe quello di avere accesso a minerali” come le terre rare utilizzate nella transizione energetica e presenti in grandi quantità sull’isola danese, ritiene, ma il presidente “ha firmato decreti per fermare la transizione”.

L’Unione europea non è indifferente ai piani di Trump per la Groenlandia. Diversi leader hanno espresso le loro preoccupazioni negli ultimi giorni. Ad aggravare le tensioni regionali, la Cina, un altro attore importante ma non rivierasco nell’Artico, sta avanzando la sua posizione nella regione. “I russi non hanno altra scelta che collaborare con la Cina (…) il principale acquirente a lungo termine delle risorse dell’Artico russo”, analizza Blugeon-Mered, riferendosi alle perdite commerciali di Mosca in Europa dall’inizio della guerra in Ucraina.

Washington non vede di buon occhio il crescente potere di Pechino nell’Artico. A luglio, il Pentagono ha messo in guardia contro una maggiore cooperazione sino-russa nella regione. Mentre la Russia ha rafforzato la sua presenza militare nell’Artico riaprendo e modernizzando diverse basi e campi d’aviazione abbandonati dalla fine dell’era sovietica, la Cina ha iniettato fondi nell’esplorazione e nella ricerca polare. “Mentre i russi cedono spazio alla Cina, la Cina penetra di fatto. E per gli americani, siano essi repubblicani o gran parte dei democratici, questo è percepito come un rischio”, spiega Blugeon-Mered.

Meloni chiude accordi nel Golfo con spettro dazi Usa: “Scontro non conviene a nessuno”

Giorgia Meloni chiude la visita nel Golfo portando a casa accordi su energia, difesa, archeologia per 10 miliardi. Ma continua a guardare Oltre-Atlantico, dove parte la minaccia dei dazi sui prodotti europei. La premier, recentemente oggetto di lusinghe da parte di Donald Trump, ricorda in Arabia Saudita che la questione del surplus commerciale degli Stati Uniti “non nasce con Trump“: “Nel 2023 tra Europa e Stati Uniti nel commercio di beni c’era un surplus a favore dell’Europa di oltre 150 miliardi, è un dato importante“, osserva, ammettendo di comprendere le ragioni degli Stati Uniti, “la stessa questione che noi poniamo nei confronti della Cina“. Ma si tratta di economie complementari, interconnesse e lo scontro, avverte, “non conviene a nessuno“. La soluzione, secondo la premier italiana, passa dal “dialogo” e da un punto di caduta “equilibrato“.

In due giorni Meloni visita l’Arabia Saudita e il Barhein, nell’ambito degli sforzi del governo di Roma per rafforzare la collaborazione con i Paesi del Golfo su temi di interesse comune.

Ad Al-Ula Meloni incontra il principe ereditario e primo ministro dell’Arabia Saudita, Mohamed bin Salman Al Saud, con cui firma una dichiarazione congiunta che “eleva i rapporti bilaterali a un partenariato strategico, avviando una cooperazione strutturata“, viene spiegato. Tra le iniziative concordate, l’organizzazione nei prossimi mesi di un business forum settoriale e l’avvio di un processo per definire un piano d’azione con priorità condivise. I due leader si confrontano su diverse questioni globali e regionali di rilievo, anche nel contesto delle relazioni tra Unione europea e Consiglio di Cooperazione del Golfo. Al centro Ucraina, Gaza, Libano. Ma anche l’approccio alla transizione energetica che entrambi concordano debba essere basato sulla neutralità tecnologica e sulle interconnessioni tra reti e lo sviluppo di data center e iniziative comuni per il progresso sostenibile in Africa. Gli accordi sono stati siglati nel corso di una tavola rotonda con rappresentanti pubblici e privati di entrambi i Paesi. Tra questi, intese dal settore privato per collaborazioni in Africa, in linea con il Piano Mattei.

Nel Barhein, prima visita di un presidente del Consiglio italiano nel Regno, Meloni incontra il Re Hamad bin Isa Al Khalifa e il Principe Ereditario e primo ministro Salman bin Hamad Al Khalifa, che al momento guidano la presidenza di turno della Lega Araba. Dialogo interreligioso, migrazioni e sviluppo al centro di colloqui nei quali vengono approfondite le relazioni bilaterali e in particolare la promozione degli investimenti reciproci per, spiega Palazzo Chigi, “creare nuovi strumenti che possano aumentare il flusso economico finanziario“.

Entrambe le visite non sono “di cortesia“, precisa la premier. “C’è un focus del Governo italiano che va avanti ormai da oltre due anni, particolarmente incentrato sul Mediterraneo allargato“, mette in chiaro facendo un bilancio del viaggio. Parla di occasioni per lavorare su “risultati concreti per l’Italia”. Nel dettaglio, la scelta in Arabia Saudita è stata quella di elevare il livello della collaborazione a partenariato strategico. Ovvero, la creazione di un Consiglio che si riunisce periodicamente e monitora lo stato degli avanzamenti del lavoro comune sulle materie che vengono individuate: nello specifico energia, difesa, investimenti, archeologia. Sulle critiche sollevate dall’opposizione a proposito di un passato in cui Meloni si era detta molto critica nei confronti del regime saudita, la presidente del Consiglio minimizza: “L’opposizione mi rinfaccia qualsiasi cosa, ma non c’è contraddizione tra quello che io dicevo ieri e quello che faccio oggi“, chiosa, spiegando che i due Paesi hanno interesse a stringere accordi strategici in materie come quelle individuate. Diverso, si difende, è il tema posto in passato: “La questione, eventualmente, di chi dovesse favorire attività di proselitismo in Europa. Su questo io non ho cambiato idea, ma non mi pare che ci sia nulla di tutto questo nel lavoro che abbiamo fatto in questi giorni“.

Effetto Trump su petrolio e Gnl: il greggio cala, il gas ritorna a 50 euro

Il giorno il giuramento di Trump e il giorno dopo le promesse del neo presidente degli Stati Uniti su petrolio e gas – “trivelleremo, baby, trivelleremo” e “esporteremo il nostro gas in tutto il mondo” – i mercati navigano a vista. Greggio e gas prendono direzioni opposte, ma il sottofondo non è dei più accomodanti. C’è come la sensazione che tutto possa succedere.

I contratti futures sul petrolio Brent hanno registrato oscillazioni intorno ai 79 dollari al barile, in calo dell’1% dopo la discesa di ieri, a seguito dell’annuncio di Trump riguardo l’intenzione di aumentare la produzione di petrolio e gas negli Stati Uniti, dichiarando un’emergenza nazionale. Un’importante misura proposta da Trump prevede l’introduzione di tariffe del 25% sulle importazioni provenienti da Canada e Messico, che entreranno in vigore il 1° febbraio. Questa proposta ha contribuito a smorzare le aspettative di un rallentamento nelle politiche commerciali, ma la decisione di rimandare l’introduzione di imposte sulle importazioni cinesi ha mantenuto i mercati in un’incertezza relativa. Oltre alle tariffe commerciali, gli investitori seguono con attenzione anche la possibilità che l’amministrazione Trump imponga nuove sanzioni contro importanti esportatori di petrolio come Russia, Iran e Venezuela. Parallelamente, comunque, un calo del rischio geopolitico ha contribuito a contenere le oscillazioni dei prezzi, soprattutto dopo il cessate il fuoco tra Israele e Hamas, che ha portato a un accordo sul rilascio degli ostaggi.

Sul fronte del gas naturale, i prezzi in Europa sono tornati con un balzo di quasi il 3% fino a 50 euro per megawattora. I flussi di gas naturale russo attraverso l’Ucraina sono stati interrotti all’inizio dell’anno, dopo che i due governi non sono riusciti a raggiungere un accordo, ma sebbene l’International Energy Agency abbia osservato che questa interruzione non rappresenti un rischio immediato per la sicurezza dell’approvvigionamento dell’Ue, si prevede un aumento delle importazioni di Gnl in Europa, con stime che indicano un incremento di oltre il 15% nel 2025. Attualmente, i livelli di stoccaggio del gas dell’Ue si aggirano intorno al 60% della capacità totale, con gli esperti che suggeriscono che la situazione potrebbe comportare una maggiore dipendenza dalle importazioni di Gnl nei prossimi anni. Anche perché, come ha riportato Bloomberg, Trump ha invitato l’Europa ad acquistare il suo gas, o saranno dazi.
Sul fronte americano, va infine specificato, che per i trader la revoca della moratoria sulle nuove licenze per le esportazioni di gas naturale liquefatto potrebbe aprire la strada a nuovi permessi, con un impatto potenzialmente positivo sulla domanda di Gnl da parte dell’Europa e dell’Asia. Magari a prezzi più bassi.

 

Dazi, clima e Groenlandia: i primi annunci di Trump dopo il suo insediamento

Stato di emergenza al confine con il Messico e “milioni” di deportazioni promesse, ritiro dall’accordo di Parigi sul clima, indulti per centinaia di aggressori di Capitol Hill. Appena inaugurato come presidente degli Stati Uniti, Donald Trump ha firmato lunedì una raffica di ordini esecutivi per segnare il suo ritorno al potere. Tuttavia, alcune di queste misure spettacolari saranno probabilmente difficili da attuare e promettono di essere ferocemente contestate nei tribunali. Alcune sembrano addirittura violare la Costituzione degli Stati Uniti.

RITIRO DALL’ACCORDO SUL CLIMA DI PARIGI E DALL’OMS. Il ritiro degli Stati Uniti dall’Accordo di Parigi è in corso: Donald Trump lo ha messo in scena facendone uno dei suoi primi decreti firmati, su una scrivania installata proprio sul palco della grande sala di Washington in cui erano riuniti circa 20.000 dei suoi sostenitori. Questa misura, proveniente dal secondo più grande inquinatore del mondo dopo la Cina, mette a rischio gli sforzi globali per combattere il cambiamento climatico. Dovrebbe entrare in vigore tra un anno. Gli Stati Uniti avevano già lasciato per breve tempo l’accordo internazionale durante il primo mandato del miliardario americano, prima che Joe Biden ne annunciasse il ritorno. Donald Trump, noto scettico del clima, ha anche firmato un ordine esecutivo che dichiara lo “stato di emergenza energetica” per incrementare la produzione di petrolio e gas negli Stati Uniti. “Trivelleremo come pazzi”, ha ripetuto, una frase che è diventata uno degli slogan della sua campagna elettorale (”We will drill, baby, drill“). Altro decreto a sorpresa: il ritiro degli Stati Uniti dall’Organizzazione Mondiale della Sanità.

DAZI DA FEBBRAIO.Imporremo tariffe e tasse ai Paesi stranieri per arricchire i nostri cittadini”, ha promesso il 47esimo presidente degli Stati Uniti nel suo discorso inaugurale. Dallo Studio Ovale, in serata, ha specificato di prevedere “circa il 25% su Messico e Canada”. A partire da quando? “Dal 1° febbraio”, ha stimato. I vicini più prossimi degli Stati Uniti sono teoricamente protetti da un accordo di libero scambio firmato durante il suo primo mandato.

CANALE DI PANAMA E GROENLANDIA.Ci riprenderemo” il Canale di Panama, ha detto il nuovo presidente. Costruito dagli Stati Uniti, il controllo del canale è stato trasferito a Panama nel 1999, a seguito di un accordo firmato nel 1977. “Un regalo senza senso”, ha stigmatizzato Donald Trump. “Lo scopo del nostro accordo e lo spirito del nostro trattato sono stati totalmente violati”, ha detto. “Le navi americane sono gravemente sovraccaricate (…) E soprattutto, la Cina gestisce il Canale di Panama, e noi non lo abbiamo regalato alla Cina”. “Il canale appartiene e continuerà ad appartenere a Panama”, ha risposto il presidente panamense José Raul Mulino. Sull’altra questione territoriale del momento, la Groenlandia, di cui vuole assumere il controllo, il presidente americano si è detto “sicuro che la Danimarca si abituerà all’idea” che gli Stati Uniti “ne hanno bisogno per la sicurezza internazionale”.

OFFENSIVA ANTI-IMMIGRAZIONE. L’offensiva anti-immigrazione promessa da Donald Trump ha preso forma nel suo discorso di insediamento di mezzogiorno. “Tutti gli ingressi illegali saranno fermati immediatamente e inizieremo a rimandare milioni e milioni di stranieri criminali da dove sono venuti”, ha ribadito il presidente repubblicano. “Invierò truppe al confine meridionale per respingere la disastrosa invasione del nostro Paese”. In serata, dalla Casa Bianca, ha firmato il decreto che dichiara lo stato di emergenza al confine con il Messico. Donald Trump intende anche attaccare il diritto d’asilo e il diritto di sbarco. Il primo effetto concreto è arrivato lunedì, quando la piattaforma per la richiesta di asilo lanciata dall’amministrazione Biden ha smesso di funzionare. “Gli appuntamenti esistenti sono stati cancellati”, si legge sul sito del servizio.

GRAZIE PER GLI ASSALITORI DEL CAMPIDOGLIO. Più di 1.500 partecipanti all’assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021 sono stati graziati non appena è tornato al potere l’uomo che li aveva mandati su tutte le furie sostenendo che l’elezione di Joe Biden era stata “truccata”. Per le altre quattordici persone condannate, la pena sarà commutata in pena già scontata. “Speriamo che vengano rilasciati stasera”, ha dichiarato Donald Trump. Anche le accuse ancora pendenti contro diverse centinaia di persone sono state ritirate. Un “insulto al sistema giudiziario americano”, ha dichiarato l’ex presidente democratica della Camera dei Rappresentanti, Nancy Pelosi.

QUESTIONI DI GENERE.Porre fine all’illusione transgender” è stato un altro dei suoi impegni in campagna elettorale. “D’ora in poi, la politica ufficiale del governo degli Stati Uniti sarà quella di dire che ci sono solo due sessi, maschio e femmina”, definiti alla nascita, ha affermato lunedì Donald Trump. Anche il sostegno federale ai programmi per la diversità è stato preso di mira.

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Clima, dazi, immigrazione: arriva la ‘rivoluzione’ di Trump

Immigrazione, diritti dei transgender, ambiente, commercio internazionale e dazi, Ucraina… L’insediamento di Donal d Trump alla Casa Bianca si porta dietro una serie di misure promesse dal nuovo presidente degli Stati Uniti, molte delle quali saranno adottate per decreto. Si tratta, molto spesso, di decisioni radicali che metteranno subito alla prova il suo margine di manovra istituzionale. Ecco una panoramica delle decisioni che potrebbero essere adottate.

IMMIGRAZIONE. “Non appena avrò prestato giuramento, lancerò il più grande programma di espulsione della storia americana”, aveva promesso il repubblicano durante la sua campagna elettorale. Fin dal primo giorno, il presidente vuole anche porre fine al diritto di sbarco, che considera “ridicolo”. Secondo il Wall Street Journal, oggi Donald Trump dichiarerà lo stato di emergenza al confine con il Messico. Si stima che circa 11 milioni di persone vivano illegalmente negli Stati Uniti. Il presidente degli Stati Uniti può prendere immediatamente alcune decisioni con un semplice decreto e gli esperti si aspettano che abolisca un’applicazione utilizzata dai richiedenti asilo, o un programma specificamente progettato per i migranti provenienti da Haiti, Cuba, Nicaragua e Venezuela. Ma il suo potere ha dei limiti. Il diritto alla terra, ad esempio, è garantito dalla Costituzione e qualsiasi programma di espulsione potrebbe essere impugnato.

DAZI DOGANALI. “Il 20 gennaio, in uno dei miei primi ordini esecutivi, firmerò tutti i documenti necessari per imporre dazi doganali del 25% su tutti i prodotti che entrano negli Stati Uniti”, aveva annunciato Trump alla fine di novembre. Questa minaccia di una guerra commerciale con i Paesi vicini – a cui Washington è legata da un accordo di libero scambio – è realistica o è un bluff prima dei negoziati, come le ripetute provocazioni sull’annessione del Canada e la ‘conquista’ della Groenlandia? Trump giustifica questo progetto come una misura di ritorsione contro l’ingresso di droga e immigrati illegali negli Stati Uniti. Il presidente ha anche minacciato la Cina di aumentare i dazi doganali del 10%, oltre a quelli già imposti su alcuni prodotti durante il suo primo mandato.

GRAZIA AI CONDANNATI PER L’ASSALTO A CAPITOL HILL. Il 6 gennaio 2021, una folla di sostenitori di Donald Trump ha preso d’assalto il Campidoglio per impedire la certificazione della vittoria di Joe Biden, e quasi 1.270 persone sono state condannate. Da tempo Trump parla della possibilità di graziare alcune di loro e domenica, durante un comizio, ha assicurato ai suoi sostenitori che saranno “molto felici” della decisione che prenderà oggi in merito.

GUERRA E DIPLOMAZIA. Prima dell’accordo tra Israele e Hamas, il presidente eletto aveva detto che il movimento palestinese avrebbe passato “l’inferno” se non avesse liberato gli ostaggi detenuti a Gaza. Ha anche promesso a Israele un sostegno incondizionato al conflitto che dura da 15 mesi. Ma non ha specificato esattamente cosa intendesse dire. Trump vuole anche porre fine alla guerra in Ucraina, scatenata nel febbraio 2022 dall’invasione russa, secondo un calendario non proprio lineare: dopo aver detto voler porre fine alle ostilità in 24 ore, più recentemente ha parlato di un periodo di sei mesi.

CLIMA. “Drill baby, drill”: lo slogan a favore delle trivellazioni petrolifere è stato ripetuto più volte da Donald Trump, che punta da subito a incrementare l’estrazione di combustibili fossili. Ha assicurato che annullerà “immediatamente” la recente decisione di Joe Biden di imporre un ampio divieto allo sviluppo di petrolio e gas offshore. Non è detto, però, che riuscirà a farlo senza passare dal Congresso. Il repubblicano ha anche espresso la sua forte opposizione ai veicoli elettrici, nonostante la sua alleanza con il boss di Tesla Elon Musk.

DIRITTI CIVILI. “Con una firma, dal primo giorno, metteremo fine all’illusione dei transgender”, ha dichiarato di recente il presidente eletto, che ha promesso di escluderli dall’esercito e dalle scuole. Domenica ha ribadito il suo desiderio di porre fine alle “ideologie woke della sinistra radicale”.

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Venti forti alimentano ancora gli incendi a Los Angeles. Bilancio vittime sale a 25

Non c’è tregua a Los Angeles: venti caldi e potenti hanno continuato a soffiare durante la notte, alimentando ulteriormente le fiamme che da una settimana deturpano la seconda città degli Stati Uniti e che hanno causato almeno 25 vittime. Il servizio meteorologico nazionale degli Stati Uniti (NWS) ha avvertito di raffiche fino a 110 km/h tra le 03:00 (11:00 GMT) e le 15:00 (23:00 GMT) di mercoledì. Alcune zone della contea di Los Angeles e della vicina contea di Ventura sono state poste in “condizioni di particolare pericolo”.

L’umidità molto bassa e la vegetazione molto secca potrebbero portare a una “rapidissima espansione dell’incendio” in alcune aree, hanno avvertito i meteorologi, che hanno anche messo in allerta rossa gran parte della California meridionale.

I danni sono immensi: più di 12.000 case, edifici e veicoli sono stati distrutti o danneggiati e interi quartieri rasi al suolo. Secondo un nuovo rapporto, circa 88.000 persone sono ancora sfollate e almeno 25 sono morte. I due incendi principali hanno interessato 9.700 ettari nell’elegante quartiere di Pacific Palisades e più di 5.700 nella città di Altadena, a nord di Los Angeles.

Un’indagine per determinare le cause degli incendi è stata avviata martedì dalle autorità federali, che hanno però avvertito che ci vorrà del tempo. “Sappiamo che volete delle risposte, (le) meritate. L’ATF ve le darà una volta che l’indagine sarà completa e approfondita”, ha dichiarato Jose Medina, rappresentante di questa agenzia, che si occupa tra l’altro di esplosivi e armi. Per giorni, squadre accompagnate da cani hanno cercato le vittime tra le rovine. Lunedì erano state ispezionate 1.800 case, secondo lo sceriffo della contea di Los Angeles Robert Luna. “La buona notizia è che non sono stati trovati altri corpi”, ha detto. Questi incendi, tra i peggiori nella storia della California, potrebbero essere i più costosi di sempre: tra i 250 e i 275 miliardi di dollari secondo le stime provvisorie della società privata AccuWeather.

Centinaia di migliaia di bambini sono tornati a scuola lunedì, ma le scuole nelle aree evacuate rimangono chiuse. In tutto, migliaia di vigili del fuoco sono al lavoro. Sono stati inviati rinforzi umani e materiali, tra cui decine di autobotti. Sono stati mobilitati in particolare per un nuovo focolaio scoppiato nella tarda serata di lunedì a Oxnard, a 80 km da Los Angeles.

Dopo i problemi a combattere le fiamme nella zona di Pacific Palisades a causa degli idranti asciutti o a bassa pressione, che hanno portato a critiche sulla gestione dell’emergenza, il capo dei vigili del fuoco Anthony Marrone ha assicurato alla popolazione che c’erano “acqua e pressione” nella zona di Altadena. Il governatore democratico della California, Gavin Newsom, ha chiesto “una revisione completa e indipendente” dei servizi di distribuzione idrica di Los Angeles.

Le autorità sanitarie hanno anche avvertito dei rischi per la salute associati al fumo e alla cenere generati dagli incendi e trasportati dai venti. “La cenere non è solo sporcizia. Sono polveri sottili che possono irritare o danneggiare il sistema respiratorio e altre parti del corpo”, ha avvertito Anish Mahajan del dipartimento di salute pubblica della contea. Le autorità hanno invitato la popolazione a indossare mascherine.

I venti di Santa Ana, che hanno alimentato le fiamme a rotta di collo, sono una caratteristica classica degli autunni e degli inverni californiani. Ma questa volta hanno raggiunto un’intensità che non si vedeva dal 2011, secondo i meteorologi, con raffiche fino a 160 km/h la scorsa settimana. Questo è sufficiente per propagare il fuoco alla velocità della luce, soprattutto perché due anni molto umidi avevano dato origine a una vegetazione rigogliosa, che poi si è seccata nel corso di otto mesi senza precipitazioni.

Los Angeles in fiamme, almeno due morti e decine di migliaia di evacuati. La sindaca: “Situazione incendi in peggioramento”

Los Angeles brucia e almeno 100mila residenti sono stati raggiunti da un ordine di evacuazione immediato o a breve termine. Al momento il conteggio delle vittime è di due morti e diversi feriti. Tre diversi incendi, infatti, stanno devastando la città, in modo particolare nella zona collinare. Il primo rogo è scoppiato nella tarda mattinata di martedì nel quartiere di Pacific Palisades, sede di ville multimilionarie sulle montagne a nord-ovest della città che ha già devastato quasi 2921 acri. La fuga dalle fiamme è avvenuta di fretta: i bambini sono stati fatti uscire dalle scuole e i residenti sono riusciti a portare via soltanto gli animali domestici e pochi effetti personali. L’incendio è scoppiato nel momento peggiore per Los Angeles, spazzata da violente raffiche di vento. Si prevede che l’aria calda di Santa Ana, tipica degli inverni californiani, raggiungerà una velocità fino a 160 km/h nella regione, secondo il servizio meteorologico nazionale statunitense (NWS). Questo potrebbe diffondere le fiamme molto rapidamente e rappresentare un “pericolo mortale”.

Gli altri due incendi sono l’Eaton Fire e l’Hust Fire , che hanno rispettivamente già distrutto 2227 e 500 acri. Secondo quanto riferisce il Department of Forestry and Fire Protection, complessivamente sono bruciati 5742 acri di terreno e la percentualmente di contenimento è pari a zero. Il Dipartimento segnala anche un nuovo rogo nella contea di Riverside, in prossimità di Coachella, località molto conosciuta per il celebre festival musicale che si svolge ogni anno. Qui al momento sono almeno 15 gli acri distrutti dalle fiamme.

Anche tutti i residenti di La Cañada Flintridge, zona collinare intorno a Los Angeles, dovranno essere evacuati. Lo ha annunciato il Dipartimento dello sceriffo della contea di Los Angeles. La decisione, si legge su X, è stata presa “a causa del forte vento e dell’incendio in corso nell’area. I residenti nelle zone interessate devono evacuare immediatamente”. In quest’area si trova anche il Jet Propulsion Laboratory della NASA, leader nell’esplorazione robotica dello spazio, centro di ricerca che ha progettato il primo satellite degli Stati Uniti, l’Explorer 1, lanciato nel 1958. Qui, inoltre, sono nati tutti i rover inviati su Marte.

“Si consiglia agli abitanti di Los Angeles di tenere presente che la tempesta di vento dovrebbe peggiorare nel corso della mattinata e di prestare attenzione agli avvertimenti locali, di restare vigili e di stare al sicuro”, ha scritto su X la sindaca di Los Angeles, Karen Bass.

Il governatore della California, Gavin Newsom, durante un briefing con la stampa, ha spiegato che “numerose strutture che sono già state distrutte”. “Non siamo affatto fuori pericolo”, ha aggiunto il democratico, che ha chiesto ai californiani di “rispettare gli ordini di evacuazione”, che non sempre vengono seguiti negli Stati Uniti. Complessivamente, la California ha schierato 1400 vigili del fuoco e centinaia di risorse preposizionate “per combattere questi incendi senza precedenti. Funzionari di emergenza, vigili del fuoco e soccorritori fanno tutto il possibile per proteggere vite”, ha detto ancora Newsom.

Il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, ha approvato gli aiuti federali destinati alla città – la seconda più grande degli Usa – per far fronte al maxi incendio. Il presidente uscente si trova proprio in California per annunciare la creazione di due “monumenti nazionali”, cioè vaste aree protette nel sud dello Stato.  Donald Trump, che tra pochi giorni succederà a Biden alla Casa Bianca, a settembre aveva minacciato di tagliare gli aiuti federali che la California riceve abitualmente per combattere gli incendi boschivi.

“Ci aspettiamo che questo sia l’evento di vento più forte in questa regione dal 2011”, ha avvertito Daniel Swain, specialista di eventi estremi dell’Università UCLA. Ma secondo lui il rischio di incendio è “molto più alto” di allora. Questo perché, dopo due anni molto umidi che hanno rinvigorito la vegetazione, la California meridionale sta vivendo “l’inizio inverno più secco mai registrato”. In altre parole, tutto ciò che è ricresciuto abbondantemente sta ora fungendo da combustibile per gli incendi.

 

Usa, i dazi di Trump potrebbero portare ad un crollo del Pil fino a -3,6%

Decine di istituti e centri studi internazionali stanno mettendo in guardia il presidente eletto Donald Trump dopo l’annuncio su imminenti dazi alle importazioni di beni negli Stati Uniti. Le stime, comprese quelle di Moody’s, Ubs e Fmi, mostrano che avranno “un effetto dannoso sull’economia americana” poichè “riducono il commercio, distorcono la produzione e abbassano lo standard di vita” degli americani. Lo segnala una recente analisi di Tax Foundation, think tank con sede a Washington, che ricorda che “le tariffe aumentano il prezzo dei beni prodotti all’estero, incentivando i consumatori a passare a beni prodotti a livello nazionale e offrendo ai produttori locali la possibilità di aumentare i prezzi”. I benefici sarebbero dunque rilevabili per le aziende statunitensi mentre a farne le spese sarebbe il consumatore finale. I dazi, inoltre, nonostante le rassicurazioni del prossimo consulente senior al Commercio di Trump, Peter Navarro, potrebbero avere “un impatto inflazionistico” e “causare una recessione economica nel breve periodo”, a seconda che la Federal Reserve adotti misure di allentamento della politica monetaria.

Le stime di decine di istituti internazionali, messe in fila da Tax Foundation, prevedono perdite del Pil fino al 3,61% entro il 2028 (Moody’s), considerando anche l’eventualità di rappresaglie dai Paesi colpiti di dazi. Per il Fondo Monetario Internazionale, la perdita sarebbe più lieve, tra -0,4% e -0,6% mentre per il Peterson Institute for International Economics il range decennale, dal 2025, stabilisce un minimo di -0,21% a-0,43%. Fitch calcola un range cha arriva fino a -1,1% nel caso di rappresaglie commerciali mentre la Royal Bank of Canada stima una perdita di Pil Usa dell’1,5% a due anni dall’entrata in vigore. Tax Foundation si pone nel mezzo di tali stime, da un minimo di -1,3% ad un massimo di -1,7%.

Secondo Erica York, analista di Tax Foundation, “nel lungo periodo le tariffe colpiscono l’economia riducendo lavoro e investimenti”, “perché aumentano i prezzi relativi dei beni importati e di quelli nazionali”, intaccando il reddito disponibile delle famiglie e dunque il livello dei consumi. Un effetto a cascata che causerebbe una frenata dei consumi e dunque la riduzione degli investimenti delle aziende con successiva perdita di produzione. “Creando un mercato interno protetto, si attenuano le pressioni competitive che costringono le aziende a rimanere innovative – sottolinea York -. Invece di dover cercare costantemente modi per migliorare i processi e soddisfare le richieste dei consumatori, le aziende potrebbero dunque smettere di investire per godersi i maggiori profitti e spingere per un protezionismo anche più aggressivo”.