Iran, Meloni: “Rischi enormi. Basta ambiguità, Teheran riprenda negoziati con Usa”

I timori del momento sono in tre precise parole pronunciate da Giorgia Meloni alla Camera: “Potenziali enormi rischi” dalla crisi tra Iran e Israele. Le comunicazioni della premier in vista del Consiglio europeo del 26 e 27 giugno prossimo, tengono insieme i dossier più caldi dell’attualità continentale e internazionale. Si parte da un assunto: serve il cessate il fuoco.

E’ giunto il tempo di abbandonare ambiguità e distinguo: l’Iran deve evitare ritorsioni contro gli Stati Uniti e cogliere l’opportunità, oggi, di un accordo con Washington sul proprio programma nucleare, consapevole che è possibile portare avanti un programma civile che garantisca la totale assenza di fini militari”, dice Meloni. Offrendo il nostro Paese per riprendere i negoziati, come già accaduto con gli ultimi due round negoziali, terminati però con un nulla di fatto. Uno dei pericoli più gravi, a livello economico, è la chiusura dello Stretto di Hormuz da parte di Teheran: “Strategico per le economie globali, capace di condizionare il prezzo del petrolio e dell’energia a livello mondiale”, avverte Meloni.

Ricordando che anche il ministro degli Esteri, da Bruxelles, si è fatto portatore della richiesta di non interrompere i flussi commerciali nella zona nella lunga telefonata con l’omologo iraniano, Seyed Abbas Araghchi. Nell’incertezza, comunque, “ci siamo già occupati di assicurare all’Italia gli approvvigionamenti energetici necessari”, sottolinea la presidente del Consiglio, che chiede ai partner Ue (ma anche ai player della politica interna) di “concentrarsi sulle questioni nelle quali possiamo davvero fare la differenza insieme, sul piano globale”.

Nel frattempo le bombe continuano a cadere. Anche quelle statunitensi, che non hanno sorpreso l’Italia, perché “abbiamo iniziato a lanciare messaggi ai nostri contingenti già nei giorni precedenti”, mette in luce il ministro della Difesa, Guido Crosetto, ma senza usare la flotta statunitense di stanza nelle basi collocate in Italia. “La nostra nazione non ha in alcun modo preso parte all’operazione militare”, ci tiene a ribadire Meloni. Spiegando che sin dal primo giorno di conflitto il governo si è attivato per la salvaguardia della sicurezza dei nostri connazionali in Iran, compresi i militari. Al punto che è al vaglio la possibilità di spostare temporaneamente l’Ambasciata di Teheran in Oman.

Per ora, gli Stati Uniti non hanno chiesto l’uso delle basi Nato in Italia. Ma la premier garantisce che, se dovesse accadere, “una decisione del genere farà un passaggio parlamentare, differentemente da quello che è accaduto in altre situazioni, quando al Governo non c’eravamo noi“. L’instabilità dell’area mediorientale consiglia prudenza, ma anche la necessità che la diplomazia prenda il posto delle armi.

In Iran come a Gaza, dove “la legittima reazione di Israele a un terribile, insensato attacco terroristico sta assumendo forme drammatiche e inaccettabili, che chiediamo a Israele di fermare immediatamente”, afferma Meloni, dicendo chiaramente che “il futuro della Striscia può iniziare solo con la liberazione degli ostaggi e il disarmo di Hamas”, che “non potrà invece avere alcun ruolo” nella fase di stabilizzazione. In questo scenario, poi, in Europa e in ambito Nato c’è da discutere di difesa e spese per il riarmo. Tajani a Bruxelles esulta perché la flessibilità sull’obiettivo di arrivare al 5% del Pil è davvero a un passo, rendendo l’obiettivo raggiungibile entro il 2035, stima il vicepremier. Senza “distogliere risorse da ciò che consideriamo importante per il benessere degli italiani”, assicura Meloni alla Camera. A Bruxelles la premier parlerà anche di Ucraina, confermando il sostegno a Kiev e confermando l’impegno a fare pressioni sulla Russia perché dimostri di voler negoziare per arrivare alla pace. Poi c’è l’Africa nell’elenco dei temi da trattare con gli alleati europei. Il Nordafrica e il Sahel in particolare, ma anche la Libia, che “i violenti scontri a Tripoli nelle scorse settimane dimostrano non possiamo permetterci di trascurare”. Di carne a cuocere, insomma, ce n’è davvero tanta. Ma sarà fondamentale non sbagliare le mosse in questa fase, perché ogni errore rischia di allargarsi pericolosamente.

Iran attacca base Usa in Qatar. Doha avvertita ma reagisce: Ci riserviamo di rispondere

L’Iran attacca la base americana di Al-Udeid in Qatar, la più grande del Medio Oriente, in risposta ai bombardamenti di domenica su tre siti nucleari iraniani. Doha assicura di aver intercettato con successo i missili, condanna l’attacco missilistico, definendolo una “flagrante violazione” della sua sovranità e si riserva il “diritto di rispondere”. Teheran, impegnata da 11 giorni in una guerra con Israele, mette così in atto le sue minacce di ritorsione contro i raid americani che hanno colpito il sito sotterraneo di arricchimento dell’uranio a Fordo e gli impianti nucleari di Isfahan e Natanz. “In risposta all’azione aggressiva e insolente degli Stati Uniti”, le forze armate iraniane “hanno colpito poche ore fa la base aerea americana di Al-Udeid, in Qatar”, avvisa il Consiglio di sicurezza nazionale iraniano in un comunicato, affermando che il numero di missili utilizzati “era lo stesso del numero di bombe” utilizzate nei raid americani.

“Questa azione non rappresenta alcuna minaccia per il nostro Paese amico e fratello, il Qatar”, aggiunge il Consiglio, senza riferire di attacchi contro obiettivi americani in Iraq, citati in precedenza dall’agenzia di stampa ufficiale Irna. Il ministero della Difesa del Qatar fa sapere di aver “intercettato con successo un attacco missilistico contro la base aerea di Al-Udeid”, affermando che non ci sono state vittime. “Lo Stato del Qatar si riserva il diritto di rispondere direttamente in modo proporzionato” a questa “flagrante aggressione”, reagisce il ministero degli Esteri del Qatar, aggiungendo che la base era stata precedentemente evacuata. Immediata la condanna di Dubai: “Condannano con la massima fermezza l’attacco dei Guardiani della Rivoluzione iraniani alla base aerea di Al Udeid, nel Paese fratello del Qatar, considerato una flagrante violazione della sovranità e dello spazio aereo del Qatar”, ha affermato il ministero degli Esteri degli Emirati in un comunicato. Il Kuwait e il Bahrein annunciano la chiusura del loro spazio aereo dopo l’attacco al Qatar, il cui annuncio ha fatto crollare i prezzi del petrolio. All’indomani dell’intervento americano nella guerra tra Iran e Israele, che secondo il Pentagono ha “devastato il programma nucleare iraniano”, la Casa Bianca aveva precedentemente esortato il governo iraniano a riprendere i negoziati sul nucleare, se voleva mantenere il potere nel Paese. Domenica, Ali Akbar Velayati, consigliere della guida suprema Ali Khamenei, aveva minacciato azioni contro le basi militari americane nella regione.

Da parte sua, lunedì sera Israele ha invitato gli abitanti di Teheran ad allontanarsi dalle basi militari e di sicurezza, avvertendo che avrebbe continuato i raid, dopo intensi attacchi sulla capitale iraniana contro i centri di comando dei Guardiani della Rivoluzione e la prigione di Evin, in risposta ai lanci di missili iraniani. La giustizia iraniana ha riferito di danni in alcune parti della prigione di Evin, dove sono detenuti occidentali, prigionieri politici e oppositori. Israele ha anche dichiarato di aver condotto attacchi per “bloccare le vie di accesso” al sito di Fordo, nascosto sotto una montagna a sud di Teheran. In Iran, la guerra ha causato più di 400 morti e 3.056 feriti, per lo più civili, secondo un bilancio ufficiale. I lanci iraniani su Israele hanno causato 24 morti, secondo le autorità. Affermando che l’Iran era sul punto di dotarsi della bomba atomica, Israele lo ha attaccato il 13 giugno, bombardando centinaia di siti militari e nucleari e uccidendo i più alti ufficiali del Paese e alcuni scienziati nucleari. L’Iran, che ha risposto con lanci di missili e droni verso Israele, nega di voler fabbricare armi atomiche, ma difende il proprio diritto a un programma nucleare civile. Prima dell’attacco alla loro base, gli Stati Uniti hanno dichiarato di monitorare “attivamente la situazione nello Stretto di Hormuz”, che “il regime iraniano sarebbe stupido” ad attaccare. Domenica Washington aveva invitato Pechino a dissuadere Teheran dal rispondere all’attacco americano chiudendo questa zona di transito marittimo che rappresenta un quinto del petrolio mondiale. La televisione di Stato iraniana ha inoltre annunciato l’arresto di un “cittadino europeo” sospettato di essere una ‘spia’ al servizio di Israele, senza fornire ulteriori dettagli. Invocando la “situazione di sicurezza” nella regione, le compagnie petrolifere straniere nel sud dell’Iraq hanno “evacuato” parte del loro personale straniero.

Il presidente americano Donald Trump ha parlato domenica di “danni monumentali” inflitti ai siti nucleari iraniani. L’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA) ha giudicato impossibile in questa fase valutare l’entità dei danni e ha chiesto l’accesso ai siti nucleari iraniani. Gli esperti ritengono che l’Iran possa aver evacuato il materiale nucleare dai siti colpiti, e un alto funzionario iraniano, Ali Shamkhani, ha affermato che il Paese possiede ancora scorte di uranio arricchito. Secondo l’AIEA, l’Iran ha arricchito l’uranio al 60%, vicino alla soglia del 90% necessaria per fabbricare una bomba atomica. Tuttavia, l’agenzia afferma di non aver rilevato finora alcuna prova di un “programma sistematico” iraniano in tal senso. Donald Trump, che aveva rilanciato i negoziati con Teheran per regolamentare il suo programma nucleare – avviati ad aprile con la mediazione dell’Oman – è “ancora interessato” a una soluzione diplomatica, ha affermato lunedì la portavoce della Casa Bianca. Ma “se il regime iraniano rifiuta di impegnarsi in una soluzione diplomatica perché il popolo iraniano non toglie il potere a questo regime incredibilmente violento che lo reprime?”, ha detto. “Se l’attuale regime iraniano è incapace di restituire all’Iran la sua grandezza, perché non dovrebbe esserci un cambio di regime?”, aveva scritto il giorno prima Trump sul suo social network Truth.

Terre rare: l’asso nella manica di Pechino contro Trump. A Londra accordo Usa-Cina su linee generali

I negoziatori americani e cinesi hanno annunciato nella notte tra martedì e mercoledì di aver raggiunto un accordo su un “quadro generale” per appianare le loro divergenze commerciali, lasciando ai rispettivi presidenti il compito di convalidarlo. Si tratta dell’epilogo di due giorni di incontri a Londra. La Cina ha messo sul tavolo la sua carta vincente, cioè il controllo della maggior parte dei giacimenti di terre rare, minerali strategici indispensabili per l’economia moderna e la difesa. Utilizzati nei veicoli elettrici, nelle turbine eoliche e persino nei missili, sono diventati una questione cruciale.

“Il Medio Oriente ha il petrolio. La Cina ha le terre rare”, dichiarava nel 1992 Deng Xiaoping, ex leader cinese. Da allora, i massicci investimenti di Pechino nelle sue imprese minerarie, insieme a una normativa ambientale meno rigorosa rispetto ad altri paesi, hanno reso il gigante asiatico il primo fornitore mondiale. Secondo l’Agenzia internazionale per l’energia, la Cina rappresenta oggi il 92% della produzione mondiale raffinata. Ma i flussi cinesi verso le imprese straniere hanno subito un rallentamento dall’inizio di aprile, quando Pechino ha iniziato a imporre ai produttori nazionali l’obbligo di ottenere una licenza per poter esportare sette tipi di terre rare. La decisione è stata ampiamente percepita come una misura di ritorsione contro i dazi statunitensi sui beni cinesi.

Garantire l’accesso a questi elementi strategici è diventata la priorità per i responsabili americani durante i colloqui con i loro omologhi cinesi questa settimana a Londra. “La questione delle terre rare ha chiaramente (…) oscurato gli altri aspetti dei negoziati commerciali a causa dei fermi di produzione negli Stati Uniti”, sottolinea Paul Triolo, ricercatore specializzato in tecnologia e Cina presso il think tank americano Asia Society Policy Institute.

Questi disagi hanno costretto, tra l’altro, la casa automobilistica americana Ford a sospendere la produzione di un SUV. I negoziatori cinesi e americani hanno infine annunciato nella notte tra martedì e mercoledì di aver raggiunto un accordo su un “quadro generale” per appianare le loro divergenze commerciali. Il segretario americano al Commercio, Howard Lutnick, si è detto convinto che le preoccupazioni sull’accesso alle terre rare saranno “risolte”.

Il rallentamento nel rilascio delle licenze di esportazione fa temere che altri costruttori automobilistici americani siano costretti a sospendere la produzione. Il ministero cinese del Commercio ha tuttavia dichiarato questo fine settimana che, in quanto “grande paese responsabile”, la Cina ha approvato una serie di richieste di esportazione. Resta il fatto che la situazione evidenzia la dipendenza di Washington dalle terre rare cinesi per la produzione di armamenti, in un contesto di tensioni commerciali e geopolitiche durature. L’aereo militare F-35 del costruttore americano Lockheed Martin, ad esempio, richiede più di 400 kg di terre rare, secondo una recente analisi del think tank americano Center for Strategic and International Studies (CSIS).

La Cina ha già utilizzato il suo dominio sulle catene di approvvigionamento delle terre rare per esercitare pressioni su altri paesi. Dopo una collisione nel 2010 tra un peschereccio cinese e navi della guardia costiera giapponese in acque contese, Pechino aveva temporaneamente sospeso le forniture al suo vicino. Questo episodio aveva spinto il Giappone a investire in fonti alternative e a migliorare le proprie scorte di questi elementi vitali. Ma in 15 anni il Giappone ha compiuto solo “progressi marginali”, il che “illustra bene la difficoltà di ridurre realmente la dipendenza dalla Cina”, afferma Paul Triolo.

Da parte sua, il Dipartimento della Difesa americano mira a sviluppare catene di approvvigionamento nazionali per garantire agli Stati Uniti, entro il 2027, un accesso sicuro alle terre rare necessarie per alcuni armamenti. Ma i giacimenti con un contenuto di terre rare sufficiente per essere economicamente redditizi “sono più rari rispetto alla maggior parte degli altri minerali, il che rende l’estrazione più costosa”, spiegano Rico Luman ed Ewa Manthey della banca Ing. “È proprio questa estrazione e questo trattamento complesso e costoso che conferiscono alle terre rare la loro importanza strategica”, sottolineano. “Ciò conferisce alla Cina una posizione di forza nei negoziati”.

Scattano dazi Usa 50% su acciaio e alluminio Ue. Attesa per incontro Sefcovic-Greer

Sono scattati oggi i dazi del 50% su acciaio e alluminio made in Europe che il presidente Usa Donald Trump ha annunciato, ma Bruxelles mantiene la calma, continua a invocare spazio e tempo per i negoziati in corso – che sono accelerati e costruttivi – e, soprattutto, attende l’incontro di domani a Parigi tra il commissario europeo al Commercio, Maros Sefcovic, e il rappresentante Usa per il Commercio, Jamieson Greer.

A seguito della telefonata tra la presidente” della Commissione europea Ursula “von der Leyen e il presidente Usa Donald Trump, entrambe le parti hanno concordato di accelerare il ritmo dei negoziati e ciò sta avvenendo“, ha spiegato il portavoce della Commissione europea per il Commercio, Olof Gill, nel briefing quotidiano con la stampa. “I negoziati tecnici sono in corso in questo momento a Washington e posso dire che il primo giorno di negoziato mi è stato descritto come molto costruttivo. E domani a Parigi il commissario Sefcovic incontrerà il rappresentante Usa per il Commercio, Jamieson Greer“, ha puntualizzato il portavoce. Per tale ragione, “non daremo commenti in corso d’opera su cosa sta avvenendo nelle trattative perché i negoziati sono in corso: dobbiamo lasciare loro lo spazio di svolgersi, ed è ciò che faremo”, ha sottolineato.

Un incontro di persona che lo stesso Sefcovic, la settimana scorsa, aveva dichiarato di auspicare in tempi brevi. Parlando da Dubai nella conferenza a margine dell’avvio dei negoziati tra Ue ed Emirati Arabi Uniti per un accordo bilaterale di libero scambio, l’incaricato dell’Unione europea a condurre il dialogo con Washington ha spiegato di avere telefonate “quasi quotidiane” con le sue controparti Usa – Greer e il segretario al Commercio, Howard Lutnick – e che i team tecnici delle due sponde dell’Atlantico sono “in costante contatto”. Ha sottolineato la “grande intensità” nel lavoro e il fatto che “ogni dettaglio è importante. Ora – ha specificato – ci stiamo concentrando su questi dettagli”, in vista di “un accordo equo ed equilibrato” e di “incontri di persona che speriamo si svolgano a breve”. E un incontro di persona si terrà domani, dunque, ma nel frattempo, sul social Truth, il presidente Usa è tornato a esaltare la sua misura commerciale. “Grazie ai dazi, la nostra economia è in forte espansione”, ha scritto.

“Se ad altri Paesi è consentito usare tariffe contro di noi, e a noi non è consentito di contrastarli, rapidamente e agilmente, con tariffe contro di loro, il nostro Paese non ha nemmeno una piccola possibilità di sopravvivenza economica”, ha aggiunto. Allo stesso tempo, secondo i media americani, la Casa Bianca ha inviato una lettera ai suoi partner commerciali per chiedergli di presentare entro oggi la loro ‘migliore offerta’, cioè delle proposte in una serie di settori chiave, tra cui offerte tariffarie e di quote per l’acquisto di prodotti industriali e agricoli statunitensi e piani per porre rimedio a eventuali barriere non tariffarie. La lettera è però un capitolo su cui Bruxelles non si esprime. “Non facciamo commenti in corso d’opera sui diversi tipi di documenti, offerte e altro, che sono oggetto di scambio tra noi e gli Stati Uniti”, ha affermato Gill rispondendo a chi gli ha chiesto se la Commissione abbia ricevuto o meno la lettera degli Usa. Palazzo Berlaymont, insomma, non entra nei dettagli di quella che è una trattativa “complessa e che richiede tempo”, come ha spiegato la settimana scorsa la portavoce della Commissione, Paula Pinho, rispondendo a delle domande sulla telefonata von der Leyen-Trump di domenica 25 maggio. In queste settimane Bruxelles ha ricordato che la proposta zero per zero dazi è ancora sul tavolo e che l’analisi si sta concentrando su tutte le linee tariffarie e anche sulla cooperazione Ue-Usa nel campo dell’aviazione, dei semiconduttori, dell’acciaio, delle diverse dipendenze, specialmente nelle materie prime. “Stiamo parlando della relazione commerciale più ampia e più stretta al mondo, dunque i negoziati sono complessi e richiedono tempo”, ha evidenziato Pinho. Ma la telefonata tra i due leader ha dato “un nuovo impeto per i negoziati e da lì partiremo”, ha aggiunto.

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Si chiude il tour del Golfo per il presidente Trump: tanti affari ma meno diplomazia

Trump, viaggio più d’affari che di diplomazia tra Abu Dhabi, Doha e Ryad

Si conclude oggi oggi negli Emirati Arabi Uniti il tour nel Golfo di Donald Trump, caratterizzato da promesse di investimenti milionari, ma anche da un’apertura storica nei confronti della Siria e da ottimismo sul dossier nucleare. Dopo aver raccolto 600 miliardi di dollari in Arabia Saudita e un contratto da 200 miliardi di dollari per Boeing in Qatar, giovedì ad Abu Dhabi il presidente americano ha ottenuto la promessa di 1.400 miliardi di dollari di investimenti in dieci anni. Sono stati firmati accordi per un valore complessivo di 200 miliardi di dollari, tra cui un ordine di 14,5 miliardi di dollari per Boeing e Ge Aerospace e la partecipazione del gigante petrolifero degli Emirati Adnoc a un progetto da 60 miliardi di dollari negli Stati Uniti, secondo la Casa Bianca.

Il primo importante viaggio internazionale di Donald Trump è stato anche caratterizzato da dichiarazioni shock sulle crisi che scuotono la regione, dalla revoca delle sanzioni contro la Siria, alla guerra a Gaza, passando per il nucleare iraniano.

Ad Abu Dhabi, Doha e Riyadh, il miliardario repubblicano è stato accolto con tutti gli onori, dimostrando la sua vicinanza ai leader delle monarchie petrolifere e del gas della regione. “Siete un Paese straordinario. Siete un Paese ricco. Potete scegliere, ma so che sarete sempre al mio fianco”, ha detto giovedì al presidente degli Emirati Arabi Uniti, lo sceicco Mohamed bin Zayed, dopo che quest’ultimo ha annunciato il suo piano di investimenti faraonici. “È il più grande investimento che abbiate mai fatto e lo apprezziamo davvero. E vi tratteremo come meritate, in modo magnifico”.

Venerdì, secondo i media locali, Trump dovrebbe partecipare a un incontro con alcuni uomini d’affari. Dovrebbe poi recarsi all’Abrahamic Family House, un centro interreligioso che ospita una moschea, una chiesa e una sinagoga, dopo aver visitato giovedì la più grande moschea del Paese. Gli Emirati Arabi Uniti hanno normalizzato le relazioni con Israele nel 2020 nell’ambito degli accordi di Abramo conclusi durante il primo mandato di Trump. Giovedì, in Qatar, Donald Trump aveva affermato che Washington e Teheran si stavano avvicinando a un accordo sul nucleare iraniano, dopo quattro cicli di discussioni condotte tra i due paesi nelle ultime settimane, facendo scendere i prezzi del petrolio. In Arabia Saudita, ha sorpreso tutti annunciando la revoca delle sanzioni americane contro la Siria. Ha poi incontrato il presidente siriano Ahmad al-Chareh, ex jihadista che ha rovesciato Bashar al-Assad.

Per quanto riguarda la Striscia di Gaza, il presidente americano ha dichiarato di voler assumere il controllo di questo territorio palestinese, devastato da 19 mesi di guerra tra Israele e il movimento islamista palestinese, e di volerne fare “una zona di libertà”, al che Hamas ha replicato che Gaza “non è in vendita”.

Adepto di una diplomazia transazionale, il presidente americano ha definito il suo tour “storico”, affermando che potrebbe “fruttare, in totale, da 3.500 a 4.000 miliardi di dollari in soli quattro o cinque giorni”. Secondo la Casa Bianca, gli Emirati e gli Stati Uniti hanno anche firmato un accordo sull’intelligenza artificiale (Ia), un settore in cui il Paese del Golfo cerca di affermarsi assicurandosi l’accesso alle tecnologie americane all’avanguardia. L’accordo prevede investimenti degli Emirati in centri dati negli Stati Uniti e l’impegno a “allineare maggiormente le loro normative in materia di sicurezza nazionale a quelle degli Stati Uniti, comprese solide protezioni per impedire la diversione di tecnologie di origine americana”, secondo la Casa Bianca. L’ex promotore immobiliare ha inoltre chiaramente confermato la rottura con la diplomazia dell’ex presidente democratico Joe Biden, basata in parte su appelli al rispetto dei diritti umani e alla democrazia. Questi concetti non sono stati messi in primo piano nel Golfo dal presidente repubblicano.

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Dazi, Urso: “A rischio 10% export italiano in Usa”. Opposizioni: “Deludente, si dimetta”

Contro i dazi commerciali degli Stati Uniti non servono reazioni di pancia ma sforzi diplomatici. Ne è certo il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, che durante l’informativa sul tema alle Camere ricorda: “Se avessimo reagito di pancia ci saremmo fatti male, grave non trovare un compromesso”. Serve il dialogo, quindi. Anche se le tariffe decise dalla Casa Bianca non hanno penalizzato finora l’export italiano Oltreoceano, “che anzi è significativamente aumentato nei primi tre mesi dell’anno”, con le nostre esportazioni “aumentate dell’11,8% rispetto all’anno prima”.

Anche con una riduzione, fa capire Urso, i dazi imposti dall’amministrazione Trump faranno comunque male alle nostre imprese. Per questo motivo, il ministro loda le azioni intraprese dal nostro governo, “tempestivo ed efficace nell’indirizzare la Commissione europea e l’amministrazione Usa sulla giusta strada del negoziato”, da svolgere “con consapevolezza a responsabilità”, avendo chiaro l’obiettivo che “è unire, non dividere, l’Occidente”. Per evitare nuove tariffe, però, l’Italia rifiuta l’idea di reazioni muscolari. “Le misure compensative – sottolinea Urso – sono efficaci solo se decise a livello europeo”.

Al momento, se il quadro delle misure annunciate fosse confermato, ci sarebbe un impatto del 10% sull’esportazione italiana negli Usa in caso di dazi reciproci al 20%; effetto che scenderebbe al 6,5% se si arrivasse ad un dimezzamento, cioè al 10% dei dazi reciproci. Auto e medicinali i settori più a rischio. “I dazi Usa non avranno impatto sulla vendita di auto esportate dall’Italia – sottolinea Urso – ma lo avranno molto significativo sulla filiera dell’automotive”. Analogo impatto potrebbe avvenire nel settore della farmaceutica dopo “le misure draconiane annunciate da Trump”. Evitare nuove tariffe, sottolinea in conclusione Urso, aiuterebbe anche a tenere bassa l’inflazione “sotto controllo nel 2024, pari a 1,1%”. Meno di Francia (2,3%), Germania 2,5% e Spagna (2,9%). “Una delle conseguenze della chiusura dei mercati e di massive misure dei dazi – avverte il titolare del Mimit – sarebbe inevitabilmente l’aumento dell’inflazione per i cittadini europei e americani. Dobbiamo evitarlo”.

L’informativa non è però piaciuta alle opposizioni, che hanno attaccato il ministro in entrambe le Camere criticando anche il ritardo con cui si è presentato in parlamento. Ne chiede le dimissioni la capogruppo IV al Senato Raffaella Paita: “Chieda scusa e si dimetta”. La responsabilità politica “di questo colpevole ritardo è tutta di Urso, che deve dimettersi”, ripete il senatore Marco Lombardo di Azione. Urso “è il peggior ministro dell’Europa”, rincara la dose il senatore M5s Luigi Nave. “Urso è un mistero, dice nulla e lo dice male”, sottolinea il capogruppo M5s al Senato Stefano Patuanelli. Un paio d’ore dopo, la vicepresidente M5S Chiara Appendino affonda il colpo: “Quella di Urso non è tranquillità: è pericolosa mancanza di consapevolezza di quello che accade fuori da questo palazzo”. Netto anche il deputato Ubaldo Pagano, capogruppo Pd in Commissione Bilancio: “Urso deludente, conferma l’immobilità del governo”.

Tregua Usa-Cina: dazi sospesi per 90 giorni e ridotti del 115%. Trump: “Parlerò con Xi in settimana”

Stop di 90 giorni per la maggior parte parte delle tariffe doganali e riduzione del 115% dei dazi. Stati Uniti e Cina hanno annunciato una prima de-escalation nella loro guerra commerciale che ha scosso l’economia globale. Questa sospensione entrerà in vigore “entro il 14 maggio”, hanno fatto sapere le due principali potenze economiche mondiali in una dichiarazione congiunta pubblicata dopo due giorni di negoziati a Ginevra. Concretamente, le due parti hanno concordato di ridurre significativamente le maggiorazioni che si imponevano a vicenda, al 30% per Washington e al 10% per Pechino, rispetto al 145% e al 125% dopo l’escalation avviata da Donald Trump all’inizio di aprile.

La notizia ha immediatamente rassicurato i mercati, con Wall Street che ha aperto in netto rialzo, con il Dow Jones in rialzo del 2,66%, il Nasdaq del 4,16% e l’S&P 500 del 2,97%, seguendo lo stesso andamento dei mercati asiatici ed europei. “Abbiamo raggiunto un reset completo con la Cina, a seguito di proficue discussioni a Ginevra. Entrambi hanno concordato di ridurre i dazi imposti dal 2 aprile al 10% per 90 giorni, e i negoziati proseguiranno su aspetti strutturali più ampi“, ha dichiarato il presidente degli Stati Uniti che prevede di sentire il leader cinese Xi Jinping entro la fine della settimana. La tariffa totale imposta dagli Stati Uniti è in realtà del 30% perché Washington non ha contestato la sovrattassa del 20% introdotta prima di aprile. Si tratta di un primo segnale concreto di allentamento della guerra commerciale che ha scosso i mercati finanziari e alimentato i timori di inflazione e di rallentamento economico negli Stati Uniti, in Cina e nel resto del mondo.

Nessuna delle due parti vuole una dissociazione” delle economie americana e cinese, ha dichiarato da Ginevra il Segretario al Tesoro statunitense Scott Bessent, ribadendo che le barriere doganali introdotte negli ultimi mesi hanno di fatto istituito un “embargo” sul commercio tra i due Paesi. La riduzione di questi dazi doganali è “nell’interesse comune del mondo”, ha commentato il Ministero del Commercio cinese, accogliendo con favore i “sostanziali progressi” con Washington. In un’intervista rilasciata al canale americano CNBC, Bessent ha ipotizzato un nuovo incontro sino-americano “nelle prossime settimane per lavorare a un accordo più sostanziale”. In particolare, ha affermato di voler parlare con Pechino di restrizioni diverse dai dazi doganali, chiamate “barriere non tariffarie”, che a suo dire impediscono alle aziende americane di prosperare in Cina. Si tratta tradizionalmente di licenze o quote di importazione.

“In realtà, la Cina ha tariffe doganali basse. Sono proprio queste barriere non tariffarie più insidiose a danneggiare le aziende americane che vogliono fare affari lì”, ha affermato. Secondo l’altro negoziatore statunitense a Ginevra, il rappresentante commerciale Jamieson Greer, Washington e Pechino “lavoreranno in modo costruttivo” anche sulla questione del fentanyl, un potente oppioide sintetico che sta causando scompiglio negli Stati Uniti e i cui precursori chimici sono in parte prodotti in Cina. Questa questione costituisce la base giuridica per la maggiorazione del 20% entrata in vigore prima di aprile.

Molti altri accordi stanno arrivando”, ha poi annunciato Trump in conferenza stampa dalla Casa Bianca, aggiungendo che “allora” il commercio mondiale “sarà fantastico”. Alcune frizioni si registrano con l’Unione europea, “sul piano commerciale…per molti versi più cattiva della Cina“, ha aggiunto il presidente americano. “Ci hanno trattato in modo molto ingiusto – ha spiegato – Loro ci vendono i loro prodotti agricoli, noi non ne vendiamo praticamente nessuno, non prendono i nostri prodotti. Questo ci dà tutte le carte in regola, ed è molto ingiusto, quindi dovranno pagare di più per l’assistenza sanitaria e noi dovremo pagare di meno”.

Dal canto suo Bruxelles ha accolto “con favore” l’accordo Usa e Cina. Da parte dell’Ue, ha dichiarato il portavoce della Commissione europea per il Commercio, Olof Gill, “siamo stati molto chiari e coerenti fin dall’inizio nel credere che l’imposizione dei dazi sia un passo indietro per il commercio e l’economia globali. Quindi, in quest’ottica, accogliamo con favore qualsiasi passo che vada nella direzione opposta, e che contribuisca al buon funzionamento delle catene di approvvigionamento globali, qualsiasi cosa che supporti la stabilità e la prevedibilità per il commercio e gli investimenti globali”. Bruxelles sta inoltre “valutando attentamente l’accordo commerciale tra Gran Bretagna e Usa e le sue conseguenze” .

L’annuncio di una sospensione delle ostilità commerciali tra Washington e Pechino “va oltre le aspettative dei mercati”, ha affermato Zhiwei Zhang, presidente e capo economista di Pinpoint Asset Management, che lo ha visto come “un buon punto di partenza per i negoziati tra i due Paesi”. “Dal punto di vista della Cina, l’esito di questi negoziati è un successo, poiché ha assunto una posizione ferma di fronte alla minaccia statunitense di tariffe elevate ed è riuscita ad abbassarle drasticamente senza fare alcuna concessione”, ha osservato. Ma sebbene questa tregua rappresenti un “progresso significativo”, “c’è ancora del lavoro da fare per raggiungere un accordo formale” e la situazione “potrebbe peggiorare”, ha avvertito Daniela Sabin Hathorn, analista di Capital.com.

Dazi, case automobilistiche americane deluse da accordo Londra-Washington

L’Associazione dei costruttori automobilistici americani (AAPC), che rappresenta i tre gruppi storici Ford, General Motors e Stellantis (Chrysler, Jeep, ecc.), ha espresso la propria delusione per l’accordo commerciale annunciato ieri tra Londra e Washington.

L’industria automobilistica americana è strettamente legata al Canada e al Messico, cosa che non avviene tra gli Stati Uniti e il Regno Unito”, osserva Matt Blunt, presidente dell’AAPC, in un comunicato. “Siamo delusi che l’amministrazione abbia dato la priorità al Regno Unito piuttosto che ai partner”, ovvero il Canada e il Messico con cui Washington ha un accordo di libero scambio (ACEUM), ha proseguito.

L’ACEUM, concluso nel 2018 da Donald Trump durante il suo primo mandato presidenziale, è in vigore dal luglio 2020. Ieri Londra e Washington hanno presentato un accordo commerciale definito “storico”. Consente al Regno Unito di sfuggire alla maggior parte dei dazi americani sulle automobili e apre maggiormente il mercato britannico ai prodotti agricoli americani.

Le esportazioni britanniche erano state prese di mira dall’offensiva protezionistica di Donald Trump (+25% su acciaio, alluminio e automobili, +10% sul resto dei prodotti), come gli altri paesi (ad eccezione della Cina, soggetta a tasse più pesanti). I dazi doganali sulle automobili britanniche sono stati “immediatamente” ridotti, passando dal 27,5% – somma del dazio aggiuntivo del 25% e dei dazi doganali precedenti – al 10% per una quota annuale di 100.000 automobili. Secondo Downing Street, ciò corrisponde “quasi” al numero di veicoli esportati nel 2024 dal Regno Unito agli Stati Uniti. “In virtù di questo accordo, sarà ora meno costoso importare un veicolo britannico contenente pochissimi componenti americani rispetto a un veicolo fabbricato in Canada o in Messico nell’ambito del CUSMA con metà dei pezzi di ricambio americani”, afferma Blunt. Questa situazione “danneggerà le case automobilistiche americane, i fornitori e i dipendenti dell’industria automobilistica”, sottolinea, auspicando che questo “accesso preferenziale a scapito dei veicoli nordamericani non costituisca un precedente per i negoziati con i concorrenti asiatici ed europei”.

Dazi, contromisure per 95 mld e ricorso a Wto: Piano Ue in caso di no-deal con Usa

Vini e liquori americani, prodotti agroalimentari e ittici, aeromobili, automobili. Sono alcuni dei beni Usa che la Commissione europea propone di sottoporre a dazi nel caso in cui, alla scadenza dei 90 giorni di pausa, il negoziato con Washington non portasse a un “risultato soddisfacente”.

L’esecutivo Ue svela, così, il suo piano alternativo per rispondere ai dazi Usa già in vigore e a quelli che scatteranno nel caso di non accordo. Per l’Unione la priorità resta la soluzione “reciprocamente vantaggiosa ed equilibrata” con la Casa Bianca, ma nel frattempo lavora per prepararsi al peggio. E, per questo, Palazzo Berlaymont ha stilato un elenco di importazioni dagli Usa da colpire e ha lanciato sulla lista una consultazione pubblica che sarà aperta fino al 10 giugno.

Il valore complessivo dei prodotti, calcolato sul volume dell’import dell’anno scorso, è di 95 miliardi di euro, circa un quarto del valore dell’export Ue negli Usa già soggetto a nuovi dazi. Nella lista, precisano fonti Ue, ci sono vini e liquori americani per un valore di 1,3 miliardi di euro; prodotti agroalimentari per un valore di 6,4 miliardi di euro e ittici per mezzo miliardo; aeromobili per circa 10,5 miliardi; automobili e componenti per 12,3 miliardi; macchinari agricoli e industriali per 12 miliardi; prodotti legati all’industria sanitaria per 10 miliardi; apparecchiature elettriche per 7,2 miliardi. E altri.

Fuori restano, invece i prodotti farmaceutici, i materiali critici, i beni considerati “davvero sensibili e importanti“, come ha precisato un alto funzionario Ue, e quelli dell’elenco – ora sospeso – di contromisure sull’import di acciaio, alluminio e prodotti derivati per un valore di 21 miliardi di euro. La Commissione sta anche consultando le parti interessate su possibili restrizioni su alcune esportazioni di rottami d’acciaio e prodotti chimici dell’Ue verso gli Stati Uniti per un valore di 4,4 miliardi di euro. “La consultazione riguarda sia i dazi universali statunitensi che i dazi sulle automobili e sulle parti di automobili“, ha spiegato Bruxelles. Sul piano delle regole, invece, l’Ue avvierà una controversia in sede di Organizzazione mondiale del Commercio contro gli Stati Uniti in merito alle tariffe universali cosiddette ‘reciproche’ e alle tariffe sulle automobili e sulle parti di automobili. “Il contenzioso può essere sospeso in qualsiasi momento“, ha precisato il funzionario.

Ma, per ora, Bruxelles ritiene necessario “riaffermare che le regole concordate a livello internazionale sono importanti e non possono essere ignorate unilateralmente da nessun membro dell’Omc, compresi gli Stati Uniti“. Infine, la Commissione continuerà a monitorare “attentamente la potenziale deviazione delle esportazioni globali verso il mercato dell’Ue“, causata dai dazi Usa imposti a Paesi terzi che, di conseguenza, cercherebbero di far sfociare nell’Ue le merci strozzate negli Usa, e a portare avanti i negoziati con altri partner commerciali.

Una volta chiusa la consultazione pubblica, l’esecutivo Ue metterà a punto la sua proposta di adozione di contromisure e la sottoporrà ai Paesi membri dove, secondo alcune fonti, “c’è fiducia nel lavoro e nella direzione della Commissione“. Ma dalla Commissione fanno capire che il lavoro non si conclude qui. “Non stiamo discutendo di potenziali misure nel settore dei servizi, ma questa rimane un’opzione“, ha continuato il funzionario. E, tra gli strumenti a disposizione, c’è sempre il bazooka anti-coercizione che permetterebbe a Bruxelles di tassare i profitti deille big tech americane nel vecchio continente.

Dazi, 10-11 maggio vertice Usa-Cina in Svizzera: si cerca l’accordo commerciale

La Cina e gli Stati Uniti hanno annunciato che si riuniranno il prossimo fine settimana a Ginevra, in Svizzera. per gettare le basi di negoziati commerciali: si tratta della prima volta dopo l’imposizione da parte di Donald Trump di dazi doganali esorbitanti sui prodotti cinesi e la risposta di Pechino. Allo stesso tempo, la banca centrale cinese ha annunciato una serie di misure per sostenere l’economia del Paese minacciata dalla guerra commerciale con Washington e dal calo dei consumi interni.

La Cina “non sacrificherà la sua posizione di principio” e “difenderà la giustizia” durante l’incontro tra il vice primo ministro He Lifeng, il ministro delle Finanze americano Scott Bessent e il rappresentante americano per il commercio Jamieson Greer, ha avvertito il ministero cinese del Commercio. “Se gli Stati Uniti vogliono risolvere il problema attraverso i negoziati, devono affrontare il grave impatto negativo dei dazi unilaterali su se stessi e sul mondo”, ha aggiunto in un comunicato. “Se gli Stati Uniti dicono una cosa e ne fanno un’altra, o (…) se cercano di continuare a costringere e ricattare la Cina con il pretesto dei colloqui, la Cina non sarà mai d’accordo”. Anche perché i colloqui, assicura Pechino, sono stati organizzati “su richiesta degli Stati Uniti”. “Qualsiasi dialogo deve basarsi sull’uguaglianza, il rispetto e il reciproco vantaggio. Qualsiasi forma di pressione o coercizione non avrà alcun effetto sulla Cina”, ha precisato il ministero.

“Sono ansioso di condurre discussioni produttive con l’obiettivo di riequilibrare il sistema economico internazionale per servire meglio gli interessi degli Stati Uniti”, ha dichiarato da parte sua Bessent in un comunicato. Le due parti si riuniranno sabato e domenica per gettare le basi per i futuri negoziati, ha spiegato a Fox News. “Mi aspetto che si parli di allentamento delle tensioni, non di un grande accordo commerciale”, ha anticipato. “Abbiamo bisogno di un allentamento delle tensioni prima di poter andare avanti”.

Al fine di sostenere un’economia afflitta da consumi stagnanti e dalla guerra commerciale con gli Stati Uniti, Pechino ha anche annunciato mercoledì la riduzione di un tasso di interesse di riferimento e dell’ammontare delle riserve obbligatorie delle banche per facilitare il credito. “Il tasso di riserva obbligatoria sarà ridotto di 0,5 punti percentuali”, ha spiegato il capo della banca centrale cinese, Pan Gongsheng, durante una conferenza stampa. Ha aggiunto che anche il tasso di pronti contro termine a sette giorni è stato ridotto dall‘1,5% all’1,4%. Gli annunci economici sono proseguiti con la riduzione dei tassi di interesse per chi acquista la prima casa. Il tasso per i primi acquisti immobiliari con prestiti di durata superiore a cinque anni sarà ridotto dal 2,85% al 2,6%, ha dichiarato Pan Gongsheng.

Dal ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca a gennaio, la sua amministrazione ha imposto nuovi dazi doganali per un totale del 145% sulle merci provenienti dalla Cina, ai quali si aggiungono misure settoriali. Pechino ha reagito imponendo imposte del 125% sulle importazioni statunitensi in Cina, oltre a misure più mirate. Questi livelli sono considerati insostenibili dalla maggior parte degli economisti, al punto da far incombere sugli Stati Uniti e sulla Cina, ma probabilmente anche oltre, il rischio di una recessione accompagnata da un’impennata dei prezzi. “Non è sostenibile, (…) soprattutto dal punto di vista cinese”, ha affermato il segretario al Tesoro americano. “Il 145% e il 125% equivalgono a un embargo”.

I negoziati del 10 e 11 maggio saranno il primo impegno pubblico ufficiale tra le due maggiori economie mondiali per risolvere questa guerra commerciale.