Iran, costo energia preoccupa governo. Meloni convoca a Chigi vertici di Eni e Snam

Il costo dell’energia con la crisi in Medio Oriente è una delle priorità sul tavolo del governo, che valuta dei provvedimenti d’urgenza per le imprese. A Palazzo Chigi, Giorgia Meloni convoca i vertici di Eni e Snam.

Nel dettaglio, la premier presiede due riunioni. La prima (con il vicepresidente e ministro degli Esteri Antonio Tajani, il ministro della Difesa Guido Crosetto, il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica Gilberto Pichetto Fratin e i sottosegretari alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano e Giovanbattista Fazzolari) sugli ultimi sviluppi, con attenzione alle misure per garantire la sicurezza dei cittadini italiani presenti nelle aree coinvolte. Nel secondo incontro, agli esponenti dell’esecutivo si aggiungono gli amministratori delegati di Eni, Claudio Descalzi, e di Snam, Agostino Scornajenchi, per affrontare il tema della sicurezza energetica, con un’analisi dell’impatto attuale e potenziale delle ostilità sui mercati dell’energia e sull’economia, delle possibili azioni di mitigazione che il Governo potrebbe adottare nel breve e medio periodo.

Il governo sta valutando l’impatto che può avere il nuovo conflitto che dall’Iran viene propagato anche nei paesi vicini“, conferma in conferenza stampa il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso. “Ovviamente siamo preoccupati delle conseguenze che si possono avere sul costo dell’energia, a prescindere dall’approvvigionamento”, spiega rassicurando sulle forniture, perché, ricorda, “abbiamo i depositi di stoccaggio e comunque altri canali di approvvigionamento”. Il problema è il costo, che avverte: “Potrebbe crescere anche ulteriormente”. Molto dipenderà dal proseguo degli avvenimenti, “se e quando il conflitto sarà concluso“.

A livello europeo, per l’inquilino di Palazzo Piacentini, il conflitto in Iran deve spingere l’Unione a lavorare sull’affrancamento da Paesi terzi: “L’Europa deve ridurre la propria dipendenza dall’estero, nella prospettiva di medio e lungo termine per raggiungere un’autonomia strategica, sia nella produzione di energia – osserva Urso -, sia nell’approvvigionamento di materie prime critiche, minerali preziosi, terre rare e tutto quello che serve al nostro sistema produttivo, tanto più nella duplice sfida digitale e ambientale”. A breve, annuncia, si terrà un confronto tra il governo e il sistema produttivo del Paese per poi “realizzare le misure che possono meglio supportare il nostro sistema produttivo in questa fase così difficile come quella che si è determinata anche da questo nuovo conflitto”.

“Stiamo valutando se si possano avviare dei provvedimenti, soprattutto per le imprese che si occupano di commercio con l’estero“, rende noto Tajani, dopo aver parlato con Simest, Ice e Sace, per valutare “gli aiuti che si possono dare”. Ci sarà una “decisione complessiva del governo”, conferma, per sostenere le imprese che esportano, perché “il mercato dell’area del Golfo è un in forte crescita per le nostre esportazioni, quindi stiamo lavorando anche su questo”.

La premier sarà in Parlamento il 18 marzo per le comunicazioni in vista del Consiglio europeo, che saranno l’occasione per riferire anche sugli indirizzi di governo a proposito della crisi internazionale.

Israele lancia attacco di terra in Libano. Trump: “Siamo pieni di munizioni”

Si aggrava la situazione in Medioriente e il numero di vittime è salito a 787. L’esercito israeliano ha lanciato un’offensiva di terra in Libano, colpendo “il quartier generale e i depositi di armi dell’organizzazione terroristica Hezbollah a Beirut”.  “Netanyahu e io – fa sapere il ministro della Difesa israeliano Israel Katz – abbiamo approvato l’avanzata dell’esercito e la conquista di ulteriori aree di controllo in Libano per impedire il fuoco sugli insediamenti al confine con Israele”. Secondo quanto riferiscono i media locali, la Forza di Interposizione in Libano delle Nazioni Unite (UNIFIL) ha chiesto al suo personale non essenziale di evacuare le sue posizioni nel Libano meridionale. “Questa non è una guerra senza fine. È anzi qualcosa che inaugurerà un’era di pace che non abbiamo mai nemmeno sognato”, ha detto il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu intervistato da Fox News. “Questa – ha aggiunto – sarà un’azione rapida e decisiva. E creeremo prima le condizioni affinché il popolo iraniano prenda il controllo del proprio destino, per formare un proprio governo democraticamente eletto, che renderà l’Iran completamente diverso”.

TRUMP: SIAMO PIENI DI MUNIZIONI. “Le scorte di munizioni degli Stati Uniti, di livello medio e medio-alto, non sono mai state così elevate o migliori. Come mi è stato detto oggi, abbiamo una scorta praticamente illimitata di queste armi”, scrive su Truth il presidente degli Usa, Donald Trump. “Le guerre – aggiunge – possono essere combattute “per sempre”, e con grande successo, usando solo queste scorte (che sono migliori delle migliori armi di altri paesi!). Al massimo livello, abbiamo una buona scorta, ma non siamo dove vorremmo essere. Molte altre armi di alto livello sono immagazzinate per noi nei paesi periferici”. Ieri, parlando con i giornalisti alla Casa Bianca, il repubblicano aveva annunciato che “la grande onda” deve ancora arrivare, ma intanto “li stiamo massacrando”, lasciando intendere di avere le capacità di proseguire anche altre le 4-5 settimane inizialmente previste.

COLPITA AMBASCIATA USA A RIAD.  L’ambasciata statunitense a Riad, in Arabia Saudita, ha annunciato che annullerà tutti gli appuntamenti consolari di martedì “a causa di un attacco alla struttura”, che è stata colpita da presunti droni iraniani nelle prime ore della mattinata. Il ministero della Difesa saudita aveva precedentemente confermato l’attacco, affermando che aveva causato “incendi limitati e lievi danni materiali”. Una fonte vicina alla vicenda ha dichiarato alla CNN che inizialmente non ci sono state segnalazioni di feriti.

EVACUATI RESIDENTI VICINI A BASE RAF A CIPRO. Quasi tutti i residenti sono stati evacuati questa notte dal villaggio di Akrotiri, a Cipro, nei pressi della base della RAF britannica, presa di mira dai droni da combattimento. “Tutti se ne sono andati, tranne una ventina di persone che si sono rifiutate di andarsene”, ha dichiarato al Guardian il vicesindaco della zona, Giorgos Konstantinos. “Si è trattato di un’evacuazione di massa, date le circostanze e la paura”. Nella serata di ieri le forze di polizia sono state rafforzate attorno alla base militare, dopo che sono stati intercettati alcuni droni.

DANNI A SITO NUCLEARE DI NATANZ. Sulla base delle ultime immagini satellitari disponibili, l’Agenzia internazionale dell’energia atomica (Aiea) conferma danni agli edifici di ingresso dell’impianto sotterraneo di arricchimento del combustibile di Natanz (FEP) in Iran. “Non sono previste conseguenze radiologiche e non sono stati rilevati ulteriori impatti presso l’impianto stesso, gravemente danneggiato durante il conflitto di giugno”, scrive l’agenzia su X.

IN ARRIVO STUDENTI ITALIANI BLOCCATI A DUBAI. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha annunciato che sono in partenza da Abu Dhabi i circa 200 studenti che partecipavano a un corso a Dubai: verranno trasferiti in aereo a Linate. Sul volo viaggiano anche alcuni cittadini italiani in particolari condizioni di salute. Altri bus sono disponibili per il trasferimento dagli Emirati verso l’Oman, e altri voli charter messi a disposizione dalla compagnia Oman Air vengono organizzati in queste ore per i passeggeri diretti in Italia. A Mascate, intanto, dalle 4,30 del mattino è già operativo il primo gruppo di funzionari di rinforzo alle sedi diplomatiche. Tajani, in accordo con la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, ha chiesto alla Farnesina di creare un’unità di supporto di diplomatici, carabinieri, finanzieri. “Stiamo lavorando senza sosta per assistere i nostri connazionali rimasti bloccati in Medio Oriente. Per rispondere all’emergenza in corso, stiamo facilitando, insieme alle Ambasciate italiane nella regione e in collaborazione con le Autorità locali, alcuni voli di rientro dei connazionali dalla regione del Medio Oriente”, spiega Tajani.

Meloni: “Iran non può avere missili a lungo raggio”. Tajani-Crosetto: “Si aprono scenari mai considerati”

Il diritto internazionale vacilla e l’Italia non può restare a guardare. Per Giorgia Meloni, “non possiamo permetterci che l’attuale regime iraniano abbia missili a lungo raggio con testate atomiche”. I droni di Teheran hanno raggiunto anche Cipro. D’altra parte, sottolinea la premier intervistata dal Tg5, “sarebbe stupido ritenere che quello che accade anche lontano dai nostri confini non ci coinvolga“. E’ la ragione per la quale l’Italia, ricorda, “si era molto spesa perché si arrivasse a un accordo serio sul nucleare iraniano”. La presidente del Consiglio si dice preoccupata da una crisi del diritto internazionale che è “inevitabilmente figlia della guerra in Ucraina, quando un membro del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha deliberatamente attaccato un suo vicino era inevitabile che avrebbe portato a una stagione di caos”.

La crisi in Iran apre scenari “finora mai considerati” e “incide direttamente sulla nostra sicurezza nazionale”, fanno eco in Parlamento i ministri degli Esteri e della Difesa, chiamati a riferire a meno di 48 ore dall’attacco di Stati Uniti e Israele su Teheran, seguito dalle rappresaglie iraniane su tutto il Golfo.

Quanto alle accuse sull'”irrilevanza” dell’Italia, che non era a conoscenza dell’attacco, i ministri si smarcano. “Stati Uniti e Israele hanno deciso in autonomia e nella riservatezza quando intervenire. Germania e Francia hanno detto di non essere stati avvisati, noi siamo stati informati a iniziativa in corso“, chiarisce Antonio Tajani. “Nessun Paese europeo ha ricevuto alcuna informazione se non quando gli aerei erano in volo“, fa eco Guido Crosetto, spiegando che gli Stati Uniti non sono partiti quando avevano programmato, cioè questa settimana (“come sapevano tutti gli alleati”), ma “quando hanno avuto la certezza di colpire l’obiettivo principale“.

“Sono ore difficili, cariche di tensioni” per l’intero scacchiere internazionale, commenta Tajani. La priorità in queste ore, assicura, è quella di tutelare gli italiani. Sono circa 70mila quelli che insistono sulle aree colpite, tra presenze stabili e temporanee. Trentamila sono solo a Dubai e Abu Dhabi. In Israele vivono circa ventimila residenti con passaporto italiano. Negli Emirati Arabi Uniti, in Arabia Saudita, in Kuwait, in Oman e in Bahrein sono presenti “comunità numerose”, riferisce il vicepremier. In Iran si trovano poco meno di cinquecento connazionali, quasi tutti residenti. “Nessuno di loro è stato coinvolto negli attacchi”, tranquillizza Tajani. Per tutelarli, una Task Force Golfo composta da cinquanta persone lavora 24 ore su 24: “Ad oggi abbiamo gestito oltre 7.000 chiamate e diverse migliaia di contatti email”, riferisce.

La crisi non è passeggera. Potrebbe anzi essere lunga, durare “giorni, forse settimane”, secondo il titolare della Farnesina. “Molto dipenderà dalle decisioni che verranno prese da Teheran e dalle dinamiche interne al regime“, spiega assicurando che il Governo italiano continuerà a fare la sua parte “Con lucidità, con determinazione, con senso di responsabilità”. La via suggerita resta quella della diplomazia, “anche quando sembra difficile. Anche quando sembra lontana. Ogni crisi richiede il ricorso al dialogo e al negoziato”, scandisce. Però, Guido Crosetto ammette che l’offensiva israelo-statunitense e la risposta di Teheran aprono scenari “finora mai considerati, con attacchi diretti contro assetti occidentali nel Golfo e un rischio di escalation controllata, ma estensiva”: “Si prospettano scenari finora mai considerati e minacciano sia Israele sia tutti gli assetti occidentali nella regione“, insite.

Nei prossimi giorni, il ministro della Difesa porterà in Parlamento la richiesta di aiuto dei Paesi del Golfo. “Non si tratta di un intervento militare”, chiarisce, rispondendo a chi chiedeva se l’Italia entrerà in guerra, “ma di sistemi di difesa aerea, anti-missilistica, anti-droni”. Questa è una scelta che è “una valutazione politica, economica e personalmente mi vede totalmente a favore”, conferma.

In mattinata, Tajani e il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, Gilberto Pichetto Fratin, hanno convocato una riunione per aggiornare associazioni di categoria e imprese italiane, con un focus sulle possibili conseguenze economiche del conflitto. Il vicepremier conferma che l’Italia si mantiene in raccordo con i partner europei e internazionali per “limitare e gestire possibili conseguenze” della chiusura dello Stretto di Hormuz per il commercio internazionale. L’obiettivo è scongiurare blocchi prolungati ed evitare effetti sui prezzi, in particolare di energia e materie prime. “L’Italia e i suoi partner – fa sapere il ministro degli Esteri – sono al lavoro per garantire la libertà dei traffici commerciali in un’area cruciale per il nostro export, e per sostenere ogni iniziativa diplomatica per contribuire alla pace e stabilità del Medio Oriente“.

In casa, l’allerta è massima. Sono oltre 28mila gli obiettivi sensibili vigilati in Italia, secondo il Viminale. Per molti di essi, in particolare quelli riconducibili ai Paesi coinvolti nel conflitto, è stato disposto il “rafforzamento immediato dei dispositivi di vigilanza”, fa sapere il ministero dell’Interno, dopo che il ministro Matteo Piantedosi ha presieduto il Comitato nazionale per l’ordine e la sicurezza pubblica, con i vertici delle forze di polizia e dell’intelligence. Nel corso della riunione, è stata inoltre decisa un’implementazione delle riunioni del comitato strategico antiterrorismo. E’ stato innalzato anche il dispositivo di sicurezza su tutto il territorio, in vista delle manifestazioni e degli eventi più significativi in programma nelle prossime settimane.

Maria Zakharova, portavoce del ministero degli Esteri russo

Alta tensione tra Roma e Mosca su attacco hacker sventato. Zakharova: “Da Tajani solo calunnie”

Scintille Roma-Mosca, dopo le dichiarazioni del ministro degli Esteri, Antonio Tajani, sul tentativo di un massiccio attacco hacker, di matrice russa, a una serie di sedi del Ministero degli Esteri, a cominciare da Washington, e di siti di Milano-Cortina: “Abbiamo anticipato un attacco perché si stava preparando a questa azione”, ha spiegato ieri.

Parole non gradite dalla Russia, che interviene prima tramite l’ambasciata a Roma, poi con la portavoce del ministro degli Esteri Lavrov, Maria Zakharova, che parla di “dichiarazioni senza prove”, quindi di “calunnie“. “Forse qualcuno dubita che la Russia sia colpevole sempre e in tutto? Anche dello scioglimento dei ghiacciai sulle Alpi italiane, del maltempo in Sicilia, delle malattie dei pini romani, del calo di pesci spada nelle acque nostrane del Mediterraneo, nonché delle zanzare italiane incattivite? Ma come tireremmo avanti, se la Russia non esistesse?“, ironizza sui social l’ambasciata russa in Italia.

La Farnesina tenta di smorzare i toni facendo filtrare che “L’Italia non ha alcun pregiudizio contro la Russia, non è in guerra con la Russia, ma condanna la violazione del diritto internazionale prodotta dall’invasione dell’Ucraina”. Il ministero degli Esteri conferma che l’attacco proveniva dagli hacker filorussi di Noname057(16), che l’hanno rivendicato, ma sposta l’attenzione sulla guerra in Ucraina: “E’ una guerra che la Russia sta continuando a portare avanti uccidendo cittadini ucraini e distruggendo installazioni elettriche, ospedali e strutture civili”, spiegano le fonti diplomatiche, ribadendo che “L’Italia sostiene tutte le iniziative di pace favorite dagli USA e rivolge un appello alle autorità russe a negoziare con spirito costruttivo al tavolo delle trattative”.

Intanto, da diversi giorni una flotta russa staziona nel Mar Tirreno, davanti alle coste della Sardegna, in acque internazionali. “L’Operazione Mediterraneo Sicuro prosegue senza soluzione di continuità con attività di controllo ravvicinato delle navi militari della Federazione Russa e delle unità mercantili della cosiddetta ‘flotta ombra’ presenti nel Mediterraneo“, fa sapere la marina militare su X. “L’azione di sorveglianza è assicurata in maniera integrata da unità navali, elicotteri imbarcati e a terra e velivoli da pattugliamento marittimo. Una presenza costante a tutela della sicurezza e della stabilità degli spazi marittimi”, viene assicurato.

Nuove rotte e ricerca, Italia lancia piano Artico. Meloni: Ue e Nato colgano opportunità

Non più solo una frontiera geografica distante e remota ma un quadrante fondamentale e nevralgico del Pianeta in cui si giocano i futuri equilibri della sicurezza globale, dell’energia e del commercio marittimo.

Con queste premesse il governo ha presentato oggi a Villa Madama il documento strategico ‘La Politica Artica Italiana’, una roadmap tricolore per avvicinarsi ad una regione in rapidissima trasformazione. All’evento hanno partecipato tre ministri (Esteri, Difesa, Ricerca), come a sottolineare la trasversalità di una sfida che unisce diplomazia, forze armate e scienza. Pur non essendo un Paese artico, infatti, l’Italia rivendica il proprio ruolo di partner strategico, mossa dalla necessità di tutelare i propri interessi nazionali.

La strategia prevede infatti il monitoraggio dell’inquinamento globale e dell‘impatto dello scioglimento dei ghiacci sul livello dei mari, il consolidamento del ruolo italiano come “osservatore permanente” nel Consiglio Artico, supporto alle imprese italiane nei settori della sensoristica, della navigazione satellitare e delle infrastrutture resilienti.

Anche la premier Giorgia Meloni, in un messaggio letto ad inizio evento, ha voluto delineare la strategia italiana: “Siamo convinti che l’Artico debba essere sempre una priorità dell’Ue e della Nato e che l’alleanza atlantica debba cogliere l’opportunità di sviluppare nella regione una presenza coordinata e capace di prevenire tensioni e rispondere alle ingerenza di altri attori”. Per queste ragione l’Italia intende “preservare l’Artico come area di pace, cooperazione e prosperità”. La nuova strategia italiana per l’Artico mira proprio “a rafforzare il ruolo dell’Italia come partner affidabile, capace di promuovere cooperazione, sostenibilità e innovazione”.

Il vicepremier e Ministro degli Esteri Antonio Tajani, padrone di casa a Villa Madama, ha annunciato poi un’iniziativa concreta, ovvero una prossima missione imprenditoriale italiana nell’area: “Stiamo preparando insieme alla nostra ambasciata a Copenaghen una missione imprenditoriale dedicata al tema Artico. Siamo osservatori del Consiglio Artico ma siamo anche parte attiva, vuol dire lavorare in maniera costruttiva a livello industriale”.

Anche per il ministro della Difesa, Guido Crosetto, l’Artico “è destinato a diventare una delle aree più strategiche del pianeta nei prossimi anni, soprattutto sul piano della sicurezza e della competizione geopolitica”. Per questo motivo servono regole “che non creino altre fratture, in un mondo che ne ha già troppe“. Il pericolo numero uno resta la Russia, “con gran parte delle sue risorse che saranno spostate nell’Artico” al termine del conflitto in Ucraina. Anche perché il “cambiamento climatico creerà in Artico linee di comunicazione nuove”, come la Northern Sea Route, “che incideranno sul 40-50% dei passaggi a Suez“. Crosetto rifiuta quindi contributi simbolici. “Quindici soldati in Groenlandia sono una gita”, spiega invocando una partecipazione strutturata comandata dalla Nato.

Investire sull’Artico non vuol dire cominciare da zero, aggiunge la ministra dell’Università e della Ricerca, Anna Maria Bernini.La nostra strategia – ricorda – mette insieme opportunità ed esperienze sedimentate nel tempo. Abbiamo iniziato a investire cinquant’anni fa con capitale umano e infrastrutture”. A testimonianza del ruolo italiano, inoltre, Il 3-4 marzo il mondo Artico verrà nel nostro Paese per l’Arctic Circle Forum Polar Dialogue. “Riuniremo rappresentanti governativi, imprenditori e ricercatori per parlare di questa regione”, assicura la ministra.

Cucina italiana patrimonio umanità. Meloni: “Siamo i primi al mondo”

La cucina italiana è patrimonio immateriale dell’umanità. Il Comitato intergovernativo dell’Unesco, riunito a New Delhi, ha detto di sì. Per la prima volta, a essere riconosciuto non è un singolo piatto, una pratica gastronomica o un disciplinare, ma l’intera cucina di un Paese, una concezione del cibo, un modo di stare a tavola.

La cucina italiana nel complesso, con le sue varianti regionali, entra in lista insieme ad altri patrimoni immateriali già riconosciuti per l’Italia: la dieta mediterranea, l’arte dei pizzaioli napoletani, la cavatura del tartufo, la viticoltura ad alberello di Pantelleria e i paesaggi vitivinicoli di Langhe, Roero e Monferrato. “Questo riconoscimento onora quello che siamo, la nostra identità, perché per noi italiani la cucina non è solo cibo, non è solo un insieme di ricette, è molto di più, è cultura, tradizione, lavoro, ricchezza“, festeggia la premier, Giorgia Meloni, che ricorda come la cucina italiana nasca da filiere agricole che “coniugano qualità e sostenibilità” e custodisca un “patrimonio millenario che si tramanda di generazione in generazione”. E’ un primato, rivendica, “che non può che inorgoglirci, che ci consegna uno strumento formidabile per valorizzare ancora di più i nostri prodotti, proteggerli con maggiore efficacia da imitazioni e concorrenza sleale“. Oggi l’Italia esporta 70 miliardi di euro di agroalimentare, è la prima economia in Europa per valore aggiunto nell’agricoltura: “Questo riconoscimento imprimerà al Sistema Italia un impulso decisivo per raggiungere nuovi traguardi”, assicura Meloni.

La cucina italiana è anche salute, promuove le nostre aziende agricole, i nostri agricoltori sono i migliori custodi della nostra terra e migliori difensori dell’ambiente“, scandisce il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, in India, confermando che questo riconoscimento “incoraggia il governo a fare ancora di più per promuovere, proteggere e condividere l’eccellenza della cucina del nostro paese e il nostro miglior saper fare”.

‘La cucina italiana, tra sostenibilità e diversità bioculturale‘ è il dossier, curato dall’Ufficio Unesco del Ministero della Cultura e redatto dal giurista Pier Luigi Petrillo con il coordinamento scientifico dello storico dell’alimentazione Massimo Montanari, a capo di un comitato di esperti. A promuoverlo, sul fronte istituzionale, sono stati soprattutto il ministero dell’Agricoltura guidato da Francesco Lollobrigida e il Ministero della Cultura, guidato da Alessandro Giuli. “Oggi l’Italia ha vinto ed è una festa che appartiene a tutti perché parla delle nostre radici, della nostra creatività e della nostra capacità di trasformare la tradizione in valore universale”, commenta Lollobrigida, parlando di una “festa delle famiglie che tramandano sapori antichi, degli agricoltori che custodiscono la terra, dei produttori che lavorano con passione, dei ristoratori che portano nel mondo il valore autentico dell’Italia“. Il ministro dell’Agricoltura conferma che questo riconoscimento sarà uno strumento in più per contrastare “chi cerca di approfittare del valore che tutto il mondo riconosce al Made in Italy e rappresenterà nuove opportunità per creare posti di lavoro, ricchezza sui territori e proseguire nel solco di questa tradizione che l’Unesco ha riconosciuto come patrimonio dell’Umanità”.

Il traguardo è storico, fa eco Giuli: “A essere tutelato non è un singolo piatto, ma l’intero sistema della cucina italiana, inteso come patrimonio vivente fatto di pratiche, ritualità, rispetto della stagionalità e trasmissione di saperi tra generazioni. Con la giornata di oggi la cucina italiana conferma il suo valore culturale, sociale e identitario, nonché il suo ruolo nella costruzione di una memoria collettiva condivisa”.

Cop30, oggi pre vertice a Belem ma senza Usa e Cina grandi assenti

I leader di parte del mondo si riuniscono oggi a Belém, in Brasile, per tentare di salvare la lotta per il clima, minacciata da divisioni, tensioni internazionali e dal ritiro degli Stati Uniti dall’Accordo di Parigi. Una cinquantina di capi di Stato e di governo hanno risposto all’invito del presidente brasiliano Luiz Inacio Lula da Silva a recarsi in questa città fluviale dell’Amazzonia in vista della 30a conferenza delle Nazioni Unite sul clima, la Cop30 (10-21 novembre).

La scelta di Belém, capitale dello Stato del Pará, ha suscitato polemiche a causa delle sue infrastrutture limitate, che hanno reso più costoso l’arrivo delle piccole delegazioni e delle Ong. Al punto che il Brasile ha dovuto trovare i fondi per ospitare gratuitamente i delegati dei paesi più poveri su due navi da crociera noleggiate. La città, che conta circa 1,4 milioni di abitanti, metà dei quali vivono nelle favelas, non aveva mai ospitato un evento internazionale di questa portata, e le autorità federali e dello Stato del Pará hanno investito nella ristrutturazione e nella costruzione di infrastrutture. Mercoledì il sito del vertice, il Parque da Cidade, era ancora un grande cantiere, pieno di operai che segavano, avvitavano, montavano pareti divisorie… E gli ingorghi di Belém peggiorano con la chiusura di alcune arterie stradali. “Non ho nulla contro la Cop in sé, ma Belém non ha le infrastrutture necessarie per ospitare un evento del genere”, protesta Agildo Cardoso, autista di taxi privato.

Sono stati mobilitati circa 10.000 agenti delle forze dell’ordine, ai quali si aggiungono 7.500 militari dispiegati appositamente. Per la presidenza brasiliana, l’obiettivo è quello di salvare la cooperazione internazionale a dieci anni dall’accordo di Parigi, di cui l’Onu ammette ormai ufficialmente che l’obiettivo di un riscaldamento di 1,5 °C rispetto al periodo preindustriale sarà superato nei prossimi anni. Il Brasile non cercherà nuove decisioni emblematiche a Belem, ma vuole che la Cop30 fissi impegni concreti e organizzi un follow-up delle promesse del passato, ad esempio sullo sviluppo delle energie rinnovabili. “Basta parlare, ora è il momento di attuare ciò che abbiamo concordato”, ha dichiarato Lula in un’intervista alle agenzie di stampa.

Giovedì il Brasile lancerà un fondo dedicato alla protezione delle foreste (Tfff) e si impegnerà a quadruplicare la produzione di carburanti “sostenibili”. Diversi paesi vogliono anche ampliare gli impegni per ridurre le emissioni di metano, un gas molto riscaldante. Centosettanta paesi partecipano alla Cop30, ma gli Stati Uniti, secondo inquinatore mondiale, non invieranno una delegazione, con grande sollievo di coloro che temevano che l’amministrazione Trump potesse ostacolare i lavori, come ha fatto recentemente per affossare un piano globale di riduzione delle emissioni di gas serra prodotte dal trasporto marittimo. Non ci sarà nemmeno il cinese Xi Jinping, altro responsabile dell’inquinamento globale.

Da parte europea, il presidente francese Emmanuel Macron, il cancelliere tedesco Friedrich Merz, il primo ministro britannico Keir Starmer e il principe William interverranno giovedì e venerdì. Per l’Italia ci sarà il ministro degli Esteri Antonio Tajani. Il presidente austriaco ha invece rinunciato a causa dei prezzi degli hotel. La maggior parte dei leader del G20, tra cui Cina e India, sarà assente. Una parte del mondo in via di sviluppo rimane insoddisfatta dopo l’accordo raggiunto con fatica lo scorso anno a Baku sul finanziamento del clima e vuole rimettere la questione sul tavolo. “Non si tratta di carità, ma di una necessità”, ha dichiarato all’AFP Evans Njewa, il diplomatico del Malawi che presiede il gruppo dei paesi meno sviluppati.

L’Unione Europea e i piccoli Stati insulari (Aosis) vogliono soprattutto andare oltre nella riduzione delle emissioni di gas serra, affrontando il problema delle energie fossili. “Molti dei nostri paesi non riusciranno ad adattarsi a un riscaldamento superiore ai 2 °C”, ha dichiarato Ilana Seid, diplomatica dell’arcipelago pacifico delle Palau e presidente dell’Aosis. “Alcuni dei nostri paesi atollici non esisterebbero più”. Il Brasile, che vuole essere un ponte tra Nord e Sud, non è esente da paradossi, dopo aver dato il via libera all’esplorazione petrolifera al largo dell’Amazzonia. “È molto contraddittorio”, afferma Angela Kaxuyana, della Coordinazione delle organizzazioni indigene dell’Amazzonia brasiliana. “Gli stessi governi che si impegnano per il clima negoziano l’esplorazione petrolifera” della più grande foresta tropicale del pianeta, ha deplorato a Belem

Leone XIV e Mattarella agli 80 anni della Fao. Il Papa: “Fame come arma è crimine di guerra”

Dalla miseria non si esce “con gli slogan” e l’obiettivo Fame Zero dell’Agenda 2030 dell’Onu si potrà raggiungere solo con una reale volontà e non con “solenni dichiarazioni“. Nella sua prima volta alla Fao, Papa Leone XIV richiama la comunità internazionale intera all’azione perché, denuncia, la fame nel mondo è “il segno evidente di una insensibilità imperante, di un’economia senz’anima, di un modello di sviluppo discutibile e di un sistema di distribuzione delle risorse ingiusto e insostenibile” e “in un tempo in cui la scienza ha prolungato la speranza di vita, la tecnologia ha avvicinato continenti e la conoscenza ha aperto orizzonti un tempo inimmaginabili, permettere che milioni di esseri umani vivano – e muoiano – vittime della fame è un fallimento collettivo, un’aberrazione etica, una colpa storica”.

Al centro della sua riflessione c’è lo scenario globale in cui, sempre più spesso, la fame viene usata come arma di guerra, contraddicendo, osserva il Papa nel suo intervento pronunciato in spagnolo, tutta l’opera di sensibilizzazione portata avanti dalla Fao in questi otto decenni: “Sembra allontanarsi sempre più quel consenso espresso dagli Stati che considera un crimine di guerra la fame deliberata, come pure l’impedire intenzionalmente l’accesso al cibo a comunità o interi popoli”, segnala il Pontefice, ricordando che il diritto internazionale umanitario vieta senza eccezioni di attaccare civili e beni essenziali per la sopravvivenza delle popolazioni. “Qualche anno fa, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha condannato all’unanimità questa pratica, riconoscendo il nesso esistente tra conflitti armati e insicurezza alimentare, e stigmatizzando l’uso della fame inflitta ai civili come metodo di guerra”, sottolinea.

Per la Giornata mondiale dell’alimentazione e l’80esimo anniversario della Fao, arrivano anche il Capo dello Stato, Sergio Mattarella, la premier Giorgia Meloni, insieme ad altri leader e dignitari internazionali. Il presidente cinese Xi Jinping invia un messaggio di congratulazioni, consegnato da Han Jun, Segretario del Gruppo di leadership del Partito del Ministero dell’Agricoltura e degli Affari rurali della Cina.

La vostra presenza qui oggi è un chiaro segno che la fame non conosce confini e che la sfida della sicurezza alimentare richiede l’unità tra le nazioni”, saluta il direttore generale Qu Dongyu nel suo discorso di apertura. “I leader mondiali e i popoli di tutto il mondo devono unirsi nella convinzione comune che il diritto al cibo è un diritto umano fondamentale e che la pace è un prerequisito per la sicurezza alimentare”.

È un triste paradosso che proprio mentre crescono le conoscenze, le risorse e le potenzialità tecnologiche, anche con applicazioni rilevanti al settore agricolo, assistiamo a nuovi scenari di carestia, a inaccettabili sperequazioni e a un regresso di quel sistema multilaterale, unico paradigma in grado di dare vere risposte a questi bisogni“, riflette Mattarella, che parla di una “inversione di rotta incomprensibile e inaccettabile”. Le istituzioni multilaterali, insiste il capo dello Stato inaugurando il Food and Agriculture Museum & Network (Fao MuNe), “sono strumenti preziosi ed esprimono consapevolezza della indivisibilità dei destini umani”.

Aperto al pubblico, il Fao MuNe è una piattaforma educativa che riunisce il patrimonio e le tradizioni agricole, la scienza e l’innovazione. Il suo slogan ‘Explore. Learn. Act.’ trasforma la missione di porre fine alla fame e alla malnutrizione in un invito all’azione.

L’Italia “ha sempre creduto nel diritto umano universale all’alimentazione“, ricorda sui social Meloni, che si dice “fiera di confermare e sottolineare l’impegno dell’Italia nel rafforzare la sovranità alimentare del continente africano tramite il Piano Mattei che coniuga lo sforzo pubblico con investimenti privati in partenariati paritari con le Nazioni africane”.

“La lotta contro la fame deve essere sempre più una priorità: dobbiamo accendere riflettori su quelle parti del mondo dove noi Paesi ricchi, nonostante i nostri problemi, le nostre difficoltà, possiamo e dobbiamo fare”, fa eco dal palco il ministro degli Esteri Antonio Tajani. “Lo spreco alimentare, gli errori, gli errori anche di vecchie colonizzazioni, il cambiamento climatico – aggiunge -: sono tanti i motivi che non permettono a miliardi di persone di vivere come potrebbero e dovrebbero, come sarebbe loro diritto. Il diritto a mangiare, il diritto alla vita”.

Nell’ambito delle celebrazioni, Poste Italiane e il ministero delle Imprese e del Made in Italy hanno presentato un francobollo commemorativo in onore dell’80° anniversario della FAO, celebrando la sua partnership di lunga data con l’Italia.

Scontro Italia-Francia su dumping fiscale. Tajani: “Sbalordito, accuse infondate”

E ‘ ancora scontro aperto tra Parigi e Roma. Questa volta, il primo ministro Francois Bayrou accusa l’Italia di fare dumping fiscale, penalizzando la Francia. Affermazioni che “stupiscono” Palazzo Chigi, che le ritiene “totalmente infondate” e “sbalordiscono” il ministro degli Esteri Antonio Tajani.E’ un’accusa frutto di un ragionamento totalmente sbagliato”, spiega il vicepremier che non commenta la situazione politica ed economica in Francia, ma, osserva, “se l’Italia procede su un percorso economico positivo e mantiene una solidità politica rilevante questo non è perché pratica dumping fiscale e non cospira contro altri paesi europei”. I paradisi fiscali in Europa, scandisce, “sono altri”.

Le parole di Bayrou per il vicepremier Matteo Salvini sono “gravi e inaccettabili”. Il ministro delle Infrastrutture accusa il governo francese di essere “ormai in piena crisi”: “Lasciamo a loro nervosismo e polemiche, noi preferiamo lavorare”, sostiene. L’affermazione di Bayrou sull’Italia è avvenuta infatti nel corso di un’intervista televisiva sulla situazione politica francese, pochi giorni prima del voto in Parlamento a Parigi, l’8 settembre, quando si verificherà se il governo ha una maggioranza per andare avanti. Palazzo Chigi ricorda che l’Italia non applica politiche di “immotivato favore fiscale per attrarre aziende europee e, con questo Governo, ha addirittura raddoppiato l’onere fiscale forfettario in vigore dal 2016 a carico delle persone fisiche che trasferiscono la residenza in Italia”. Al contrario, viene rilevato, “L’Italia è da molti anni, penalizzata dai cosiddetti paradisi fiscali europei, che sottraggono alle nostre casse pubbliche ingenti risorse”.

Le parole del primo ministro francese Francois Bayrou sono “assolutamente inopportune nei modi e sbagliate nel contenuto” anche per il leader di Noi Moderati, Maurizio Lupi, che rimarca come l’Italia sia diventata più attrattiva proprio perché “più stabile e credibile” sullo scenario internazionale, anche grazie al lavoro del governo e della maggioranza di Centrodestra. “E soffre, come peraltro la Francia, della concorrenza sleale di altri Paesi”, fa presente: “Più che attaccare l’Italia, Bayrou dovrebbe scusarsi e lavorare con noi in sede europea per difendere insieme le imprese e i lavoratori, promuovendo una vera politica fiscale ed industriale comune e regole eque per tutti”.

In questi anni di governo Meloni, non sono stati pochi i momenti di crisi tra i due Paesi. A partire da quelle sul dossier ucraino, sull’invio di truppe, sulla mancata partecipazione dell’Italia alle riunioni dei volenterosi con Trump. E ancora, tra alti e bassi, lo scontro tra Salvini e Macron, il richiamo dell’ambasciatrice. La Premier Giorgia Meloni chiede alla Francia di dare battaglia in sede europea, insieme all’Italia, contro questi paradisi fiscali. In questo quadro, difficilmente la Presidente del Consiglio parteciperà in presenza alla nuova riunione dei volenterosi prevista per giovedì a Parigi, probabilmente parteciperà in videocollegamento.

Filtra ottimismo sui dazi. Tajani: Parole Trump concilianti, ok al 15% se flat

Filtra ottimismo sui dazi dopo la visita negli Usa del commissario europeo al Commercio, Maros Sefcovic, volato a Washington per mitigare l’annuncio del presidente Donald Trump di tariffe al 30% verso l’Unione europea. A vedere una luce in fondo al tunnel è Antonio Tajani. Il ministro degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale nel parla sul palco del Congresso Cisl a Roma, dicendosi fiducioso sull’esito delle trattative: “Sono abbastanza ottimista, credo si troverà un accordo entro il primo agosto” e invita a “non essere arrendevoli o arroganti: schiena dritta”, anche perché “le dichiarazioni di Trump sono concilianti, mi lasciano ben sperare”.

Due i giorni trascorsi negli Usa da Sefcovic, oggi tornato a Bruxelles per aggiornare gli Stati membri sulle trattative. Una possibilità per centrare l’intesa, secondo Tajani, esiste. Malgrado le ragioni degli Usa: “Chiedono un riequilibrio della bilancia commerciale, è vero che oggi siamo in una posizione di vantaggio ma questo non deve tradursi in una condizione di svantaggio”. La Commissione Ue sta quindi spingendo “per un accordo equo”, che non si ottiene con “minacce, ritorsioni o frasi roboanti”. Quindi niente contro-dazi. E toni bassi.

Per l’Europa, azzarda il vicepremier, l’accordo sarebbe equo se le tariffe fossero flat. “Dazi al 15%? Se ne può discutere se è flat – sottolinea – sopra il 15% sarebbe inaccettabile”, ma non sono importanti tanto le percentuali “quanto i settori” coinvolti dalle tariffe. Il 15% andrebbe anche bene, secondo Tajani, purché poi “non si metta il 70% al farmaceutico”. Ovvero uno dei tanti settori chiave dell’export italiano. Tajani lo chiarisce quando sgrava l’Ue dalle responsabilità attuali: “Sia chiaro, non è colpa dell’Europa se ci sono i dazi. Quindi dobbiamo trattare il più possibile e impedire che ci siano danni su settori come farmaceutico, automotive, agroalimentare”.

Eppure gli italiani sono spaventati dai dazi. Secondo uno studio Bocconi-Swg, l’83% teme una guerra commerciale con gli Usa. Ipotesi a cui Tajani non vuole proprio pensare: “Spero si arrivi ad una conclusione positiva e che non sia l’inizio di una guerra commerciale che non farebbe bene a nessuno. Abbiamo bisogno degli Usa e gli Usa hanno bisogno dell’Europa, questo è quel che ho detto nella mia visita negli Usa”. Perché alla fine, lascia intendere il titolare della Farnesina, la trattativa “è competenza esclusiva” della Commissione Ue, ma l’Italia “sta aiutando” in prima linea. L’import-export con l’altra sponda dell’Atlantico “è fondamentale – ribadisce Tajani – come dimostra il recente accordo sul gas”.

Dal G7 di Durban anche il ministro dell’economia e finanze Giancarlo Giorgetti ha sfiorato l’argomento: “Siamo preoccupati per l’impatto dell’incertezza economica e delle persistenti tensioni commerciali sulle nostre economie. L’indebolimento del tasso di cambio del dollaro USA si sta accumulando all’effetto dell’aumento dei dazi commerciali”. Raffaele Fitto, Vicepresidente Esecutivo della Commissione Europea per la Coesione e le Riforme, non entra nel merito della vicenda visto il ruolo ricoperto ma auspica una veloce intesa: “Sarebbe un punto di caduta positivo. Non entro nel merito perché c’è una trattativa molto serrata e i commenti servono a poco”. Chi invece gradirebbe un intervento a gamba tesa dell’Europa è Romano Prodi: “Una forte risposta europea è possibile, come hanno dimostrato Cina e Canada, purché si adotti una politica unitaria e la si applichi senza alcun complesso di inferiorità, con la coscienza che anche fra amici non solo è legittimo ma è doveroso difendere i propri interessi”.