C’è la firma di Trump: fine del più lungo shutdown nella storia negli Stati Uniti

Il presidente Usa, Donald Trump, ha promulgato la legge che pone fine alla più lunga paralisi di bilancio degli Stati Uniti, cogliendo l’occasione per criticare aspramente l’opposizione democratica e vantare ancora una volta la sua politica economica. “Non cederemo mai al ricatto”, ha dichiarato il presidente americano firmando il testo approvato poco prima dal Congresso americano, dopo 43 giorni che hanno sconvolto diversi settori dell’economia americana.

Cercando di uscire vittorioso da questo interminabile braccio di ferro, ha attaccato gli “estremisti dell’altro partito”, accusandoli di aver bloccato il governo per “motivi puramente politici”. Ma ora “il Paese non è mai stato così in forma”, ha aggiunto, anche se i sondaggi segnalano un crescente malcontento degli americani sull’economia.

Dopo l’adozione lunedì da parte del Senato, la Camera dei Rappresentanti ha approvato la proposta di legge di bilancio con 222 voti a favore e 209 contrari. Solo sei deputati democratici si sono uniti alla maggioranza presidenziale, mentre due repubblicani hanno espresso il loro dissenso.

Dopo oltre 40 giorni di stallo sul bilancio, lunedì una manciata di senatori democratici ha finito per arrendersi, approvando insieme ai colleghi repubblicani una nuova proposta di legge che proroga il bilancio precedente fino alla fine di gennaio. Il testo lascia invece in sospeso la proroga dei sussidi per l’“Obamacare”, l’assicurazione sanitaria per le famiglie a basso reddito, con grande disappunto della base e di molti deputati democratici. Donald Trump non ha fatto mistero delle sue intenzioni, definendo questo dispositivo un “disastro” e un “incubo” che dovrebbe essere abolito. Ritiene che, invece di sovvenzionare un sistema collettivo, sarebbe necessario ridistribuire i finanziamenti “direttamente” agli americani affinché questi ultimi possano scegliere individualmente le loro assicurazioni sanitarie.

Tra le uniche concessioni all’opposizione, il testo prevede la reintegrazione dei funzionari licenziati dall’inizio dello shutdown. Comprende anche fondi per il programma di aiuti alimentari Snap fino a settembre, evitando così che questi sostegni, di cui beneficiano oltre 42 milioni di americani, vengano congelati in caso di una nuova paralisi di bilancio alla fine di gennaio, come è avvenuto durante l’attuale blocco.

A causa delle regole di consenso politico del Senato, che il presidente americano ha nuovamente invitato mercoledì ad abbandonare, per approvare il testo erano necessari otto voti dell’opposizione. E gli otto in questione si sono attirati le ire di molti membri del campo democratico, che denunciano scarse concessioni e false promesse repubblicane. Il governatore della California, Gavin Newsom, ha lamentato su X una “capitolazione”. Molti democratici si sono anche chiesti perché questi senatori abbiano ceduto solo pochi giorni dopo le ampie vittorie del loro partito in importanti elezioni in tutto il paese, che secondo loro confermavano la loro strategia al Congresso.

Mercoledì sera il leader della minoranza democratica, Hakeem Jeffries, ha nuovamente invitato i repubblicani a mantenere la promessa di organizzare presto una votazione sull’Obamacare. “Riteniamo che gli americani della classe operaia, gli americani della classe media e gli americani comuni meritino lo stesso livello di certezza che i repubblicani forniscono sempre ai ricchi, ai più abbienti e ai donatori influenti”, ha dichiarato in un discorso dall’emiciclo. “Non è troppo tardi” per prorogare questi sussidi, ha aggiunto il leader democratico.

La questione di questi sussidi è al centro della controversia che ha portato allo shutdown. Senza la loro proroga, secondo il KFF, un think tank specializzato in questioni sanitarie, i costi dell’assicurazione sanitaria dovrebbero più che raddoppiare nel 2026 per 24 milioni di americani che utilizzano Obamacare. Dal 1° ottobre, più di un milione di dipendenti pubblici non sono stati pagati. Il versamento di alcuni aiuti è stato fortemente perturbato e decine di migliaia di voli sono stati cancellati negli ultimi giorni a causa della carenza di controllori di volo, poiché alcuni hanno preferito darsi malati piuttosto che lavorare senza stipendio.

Ucraina, Orbàn da Meloni: Ue non conta niente. E settimana prossima incontra Trump

Sull’Ucraina, “l’Unione europea non conta nulla“. Non usa mezzi termini Victor Orbàn a Roma, tra l’udienza da Papa Leone XIV in Vaticano e l’incontro con la premier Giorgia Meloni a Palazzo Chigi. La possibilità di risolvere la guerra, a suo avviso, è stata ormai appaltata agli americani e ai russi: “Purtroppo, non abbiamo un ruolo. L’Europa è totalmente fuori dai giochi’’, spiega, intercettato da La Repubblica.

Tra qualche giorno sarà a Washington da Donald Trump per “risolvere il problema delle sanzioni al petrolio russo“. Ma anche per discutere con il presidente americano di come costruire un “sistema sostenibile” per l’Ungheria. “Senza di loro, i prezzi dell’energia andranno alle stelle, provocando delle carenze nelle nostre scorte’’, denuncia.

La notizia del viaggio negli Stati Uniti viene confermata da Budapest: “Il Primo Ministro incontrerà Trump la prossima settimana a Washington per discutere di questioni energetiche”, annuncia il ministro degli Esteri Peter Szijjarto. La scorsa settimana, gli Stati Uniti hanno imposto sanzioni ai due maggiori produttori di petrolio russi, Rosneft e Lukoil, che potrebbero potenzialmente avere ripercussioni sull’Ungheria, che dipende ancora fortemente dal petrolio e dal gas russi. Secondo l’ambasciatore Usa presso la Nato, Matthew Whitaker, gli Stati Uniti si aspettano che paesi come l’Ungheria “sviluppino e attuino un piano” per “svincolarsi” dalle fonti energetiche russe. Szijjarto fa sapere che l’Ungheria sta analizzando cosa significherebbero “legalmente e fisicamente” le sanzioni statunitensi contro i due giganti russi degli idrocarburi una volta entrate in vigore.

Il premier ungherese pone a Meloni soprattutto il tema dell’economia europea e della perdita di competitività, a suo avviso il problema principale dell’Unione. In particolare, scandisce, “la transizione green e le decisioni sul tavolo dell’Unione, l’Ets2“, la direttiva sulle emissioni, che “aumenterà il prezzo dell’energia per chi ha una casa o per chi possiede un’auto”. In una nota, Palazzo Chigi chiarisce che nel faccia a faccia, durato circa un’ora, i due premier hanno in realtà affrontato anche la situazione in Ucraina e gli sviluppi in Medio Oriente, oltre che l’agenda europea. “I due leader hanno discusso delle opportunità offerte dallo strumento europeo SAFE, valutando possibili sinergie tra Italia e Ungheria a sostegno delle rispettive capacità industriali e tecnologiche“, viene precisato.

Le dichiarazioni del leader ungherese sull’irrilevanza dell’Europa in Ucraina non piacciono alle opposizioni. “Sono sbagliate e non condivisibili”, tuona Piero De Luca, capogruppo del Pd in commissione Politiche europee della Camera. È una posizione che, sostiene, “mina i principi di solidarietà europea, indebolisce il fronte comune contro l’aggressione di Putin e rischia di compromettere la sicurezza e l’autonomia economica, industriale ed energetica del nostro continente”. Il dem domanda alla presidente del Consiglio di prendere le distanze pubblicamente dalla linea dell’alleato sovranista: “Non è più tollerabile che il Governo italiano si mostri indulgente e ambiguo verso chi lavora per distruggere l’Europa dall’interno“. Durante il colloquio a Palazzo Chigi, +Europa organizza un flashmob per contestare il premier ungherese: “E’ il burattino di Putin – scrive sui social Riccardo Magi -, il simbolo della democrazia illiberale, l’uomo che usa i soldi europei per distruggere la libertà in Ungheria. Questa non è la nostra Europa. La nostra è quella della democrazia, dello Stato di diritto, della libertà. Mettiamo il veto a Orbán”.

Trump interrompe i negoziati commerciali con il Canada per ‘colpa’ di uno spot contro i dazi

Stop a ogni trattativa, addio a ogni tentativo di accordo. Il presidente americano Donald Trump ha deciso di interrompere immediatamente i negoziati commerciali con il Canada, accusando le autorità canadesi di aver distorto le parole dell’ex presidente repubblicano Ronald Reagan in una campagna pubblicitaria contro l’aumento dei dazi doganali tra i due paesi.

Si tratta di un improvviso cambiamento di rotta, proprio mentre sembrava vicino un accordo commerciale tra Ottawa e Washington su acciaio, alluminio ed energia prima dell’incontro previsto tra il premier canadese Mark Carney e Donald Trump in occasione del vertice dell’Asia-Pacific Economic Cooperation (APEC) alla fine del mese in Corea del Sud. Il Canada è il secondo partner commerciale degli Stati Uniti ed è un importante fornitore di acciaio e alluminio per le aziende americane.

“In considerazione del loro comportamento scandaloso, tutti i negoziati commerciali con il Canada sono interrotti”, ha scritto Trump su Truth. “La Fondazione Ronald Reagan ha appena annunciato che il Canada ha utilizzato in modo fraudolento una pubblicità, che è falsa, in cui Ronald Reagan si esprime negativamente sui dazi doganali”, ha riferito il presidente nel suo messaggio.

Donald Trump ha accusato le autorità canadesi di aver “agito in questo modo solo per influenzare la decisione della Corte Suprema degli Stati Uniti e di altri tribunali”, dinanzi ai quali è contestata la legalità dei decreti del presidente americano che hanno dato il via a questi aumenti doganali. La Fondazione Ronald Reagan ha dichiarato da parte sua su X che la campagna pubblicitaria canadese aveva utilizzato “in modo selettivo estratti audio e video” di un discorso radiofonico sul commercio dell’ex presidente repubblicano nell’aprile 1987. Secondo la Fondazione, la pubblicità “distorceva” le parole di Ronald Reagan, aggiungendo che stava “esaminando le sue opzioni legali in questa vicenda”.

Prodotta dalla provincia canadese dell’Ontario, la campagna pubblicitaria, del valore di circa 75 milioni di dollari, che ha indignato il presidente americano, è stata trasmessa su diverse emittenti televisive americane. La pubblicità utilizzava citazioni dal discorso di Reagan, in cui metteva in guardia contro alcune delle conseguenze che tariffe elevate sulle importazioni straniere potrebbero avere sull’economia americana. Nella campagna si affermava che “tariffe elevate portano inevitabilmente a ritorsioni da parte dei paesi stranieri e allo scoppio di feroci guerre commerciali”. Si tratta di una citazione che corrisponde alla trascrizione del suo discorso sul sito della biblioteca presidenziale Ronald Reagan.

“I dazi doganali sono molto importanti per la sicurezza nazionale e l’economia degli Stati Uniti”, ha insistito il repubblicano sul suo social network. Prima di questa uscita inaspettata, secondo il Globe and Mail sembrava possibile concludere un accordo commerciale tra Ottawa e Washington. Interrogato al riguardo martedì, lo stesso Carney non aveva né negato né confermato l’imminenza di questo possibile accordo. “Vedremo”, aveva detto ai giornalisti. “In questo momento siamo in fase di intense trattative”. Il premier canadese aveva incontrato il presidente Trump alla Casa Bianca all’inizio di ottobre per cercare di trovare una soluzione al conflitto, ma non aveva ottenuto alcuna concessione pubblica. Circa l’85% degli scambi transfrontalieri rimane esente da dazi doganali, poiché gli Stati Uniti e il Canada continuano ad aderire al trattato di libero scambio nordamericano (Aceum). Tuttavia, le imposte settoriali globali imposti da Trump, in particolare su acciaio, alluminio e automobili, hanno colpito duramente il Canada, causando perdite di posti di lavoro e mettendo sotto pressione le imprese

Al via il tour di Trump in Asia: attesa per incontro con Xi Jinping

Il presidente Usa, Donald Trump, inizierà nel fine settimana un importante tour in Asia, che sarà caratterizzato da un incontro molto atteso con il suo omologo cinese Xi Jinping, con importanti implicazioni per l’economia mondiale. Mercoledì il repubblicano ha annunciato un “grande viaggio” in Malesia, Giappone e Corea del Sud per la sua prima visita nella regione dal ritorno al potere a gennaio.

Giovedì la Casa Bianca ha fornito dettagli sul programma, confermando in particolare un incontro con il suo omologo cinese. Il bilaterale si svolgerà giovedì 30 ottobre in Corea del Sud, a margine di un vertice della Cooperazione economica Asia-Pacifico (Apec). Trump ha dichiarato di sperare di concludere un accordo con il presidente cinese su “tutti gli argomenti”. Tuttavia, l’incontro non dovrebbe costituire “un punto di svolta” nelle relazioni tra i due leader, secondo quanto previsto da Ryan Hass, ricercatore presso il centro studi americano Brookings, in un’intervista all’AFP. Il presidente americano aveva lasciato qualche dubbio sullo svolgimento di questo incontro, sullo sfondo delle tensioni commerciali. Tuttavia, ha affermato di aspettarsi la conclusione di un “buon” accordo tra le due principali economie del pianeta.

Anche Pechino, attraverso il ministro del Commercio cinese Wang Wentao, ha dichiarato che i due Paesi potrebbero trovare un accordo per risolvere le loro controversie commerciali in occasione dell’incontro tra Trump e Xi. La Cina e gli Stati Uniti dovranno inoltre tenere nuovi colloqui commerciali nei prossimi giorni in Malesia, che ospiterà il vertice dell’Associazione delle Nazioni del Sud-Est Asiatico (ASEAN) a partire da domenica a Kuala Lumpur, come ha indicato proprio il ministero cinese del Commercio.

Tutti i paesi ospitanti dovranno stendere il tappeto rosso a Trump per cercare di attirare le sue simpatie e ottenere i migliori accordi possibili in materia di dazi doganali e garanzie di sicurezza. Il presidente americano partirà da Washington venerdì per arrivare domenica in Malesia per il vertice dell’Asean – che ha snobbato più volte durante il suo primo mandato, previsto dal 26 al 28 ottobre. Qui dovrebbe concludere un accordo commerciale e, soprattutto, assistere alla firma di un’intesa di pace tra Thailandia e Cambogia. Dopo un conflitto durato diversi giorni, i due paesi vicini hanno concluso un cessate il fuoco il 29 luglio, a seguito dell’intervento di Donald Trump, che rivendica il premio Nobel per la pace per il ruolo che sostiene di aver svolto nella risoluzione di diversi conflitti, tra cui questo.

In occasione del vertice è previsto anche un incontro con il presidente brasiliano Luiz Inacio Lula da Silva. I due leader hanno iniziato ad appianare le loro divergenze dopo mesi di tensioni legate in primo luogo al processo e alla condanna dell’ex presidente brasiliano di estrema destra Jair Bolsonaro, alleato dell’inquilino della Casa Bianca.

Trump si recherà poi lunedì in Giappone, dove incontrerà il giorno successivo la nazionalista Sanae Takaichi, diventata questa settimana la prima donna a guidare il governo giapponese. Quest’ultima ha dichiarato di volere “discussioni franche” con il presidente americano. Tokyo ha firmato quest’estate un accordo commerciale con Washington, ma alcuni dettagli rimangono ancora da discutere. Il presidente americano desidera inoltre che il Giappone smetta di importare energia dalla Russia e aumenti le spese per la difesa.

Ma il momento clou del tour si svolgerà in Corea del Sud, dove Donald Trump è atteso a partire dal 29 ottobre per l’Apec, a margine del quale avrà un colloquio con Xi Jinping a Gyeongju. Il presidente americano incontrerà anche il suo omologo sudcoreano Lee Jae Myung, terrà un discorso davanti a uomini d’affari e parteciperà a una cena dei leader dell’APEC, secondo quanto riferito dalla Casa Bianca. Anche la Corea del Nord, che mercoledì ha lanciato diversi missili balistici, sarà all’ordine del giorno. Donald Trump ha affermato di sperare di incontrare il leader nordcoreano Kim Jong Un, possibilmente quest’anno, dopo tre vertici durante il suo primo mandato. Ma la Casa Bianca non ha confermato le informazioni secondo cui sarebbe previsto un nuovo incontro durante questo viaggio.

Ucraina, la pace è più lontana. Annullato vertice Trump-Putin a Budapest

Si allontana sempre di più la prospettiva a breve termine di una pace duratura in Ucraina. L’incontro tra il leader Usa, Donald Trump, e quello russo, Vladimir Putin, previsto a Budapest entro 15 giorni è stato cancellato. “Non voglio perdere tempo, quindi vedremo cosa succederà”, ha annunciato il repubblicano, spiegando di non voler “un incontro inutile” con il suo omologo. Anche il Cremlino ha confermato che non c’è una data “precisa” per un nuovo faccia a faccia tra i due. Anche il segretario di Stato americano Marco Rubio e il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov hanno annullato una riunione prevista per organizzare l’incontro di Budapest, di cui avevano parlato al telefono soltanto lunedì.

Il presidente americano ha mostrato una crescente frustrazione nei confronti di Putin negli ultimi mesi, nonostante quello che descrive come “un buon rapporto personale”. Dopo aver incontrato Volodymyr Zelensky alla Casa Bianca venerdì – all’indomani di una conversazione telefonica con il leader del Cremlino – il presidente americano sembrava essere tornato dalla parte di Mosca. Ha cercato di persuadere il suo omologo ucraino a cedere la contesa provincia del Donbass, nell’Ucraina orientale, durante le “tese” discussioni di venerdì, ha dichiarato un alto funzionario ucraino all’AFP. La fonte ha aggiunto che i colloqui con Trump “non sono stati facili” e che gli sforzi diplomatici per porre fine alla guerra tra Russia e Ucraina sembrano “girare a vuoto”.

Zelensky sperava di trarre vantaggio dalla crescente frustrazione del presidente americano di fronte alla riluttanza del suo omologo russo ad accettare un cessate il fuoco. Ma è tornato a mani vuote dopo che il presidente Usa ha respinto la sua richiesta di missili a lungo raggio Tomahawk e lo ha esortato a concludere un accordo.

Dopo l’incontro, Trump aveva dichiarato sui social media che le loro discussioni erano state “molto interessanti e cordiali”. “Ma gli ho detto, come avevo anche fortemente suggerito al presidente Putin, che era ora di smettere di uccidere e di concludere un ACCORDO!”, aveva anche scritto l’inquilino della Casa Bianca.

Il presidente americano ha poi ritenuto necessario che qualsiasi negoziazione partisse dalla situazione attuale sul fronte per porre finalmente fine ai “massacri” in Ucraina.

Diversi leader europei, tra cui quelli di Italia, Francia, Regno Unito e Germania, nonché lo stesso Zelensky, hanno dichiarato martedì di sostenere “con fermezza la posizione del presidente Trump secondo cui i combattimenti devono cessare immediatamente” e hanno ritenuto che “l’attuale linea di contatto debba servire da base per i negoziati”. Ma, hanno subito aggiunto: “rimaniamo fedeli al principio secondo cui i confini internazionali non devono essere modificati con la forza”. Eventuali concessioni territoriali in Ucraina “non possono essere negoziate” se non dal suo presidente, ha ribadito martedì a Lubiana Emmanuel Macron.

Il segretario generale della Nato Mark Rutte è in visita a Washington per incontrare Donald Trump e discutere “diverse questioni relative al sostegno dell’Alleanza all’Ucraina e agli sforzi degli Stati Uniti per una pace duratura”, secondo quanto riferito dal suo team.

Gli europei, dal canto loro, si riuniranno giovedì a Bruxelles – ad eccezione del primo ministro britannico Keir Starmer – per un vertice durante il quale sperano di concordare un sostegno finanziario duraturo all’Ucraina. Venerdì è prevista una riunione della coalizione dei Volenterosi, che riunisce i sostenitori di Kiev.

Per la responsabile della politica estera europea, Kaja Kallas, c’è un “ampio sostegno” all’interno dell’Unione europea alla proposta di mobilitare i beni russi congelati, al fine di concedere a Kiev un prestito di 140 miliardi di euro.

Oggi Zelensky sarà in Svezia, dove i due paesi annunceranno un accordo per l’“esportazione” di armi.

Dazi, video Maga: “Accordo separato Trump-Meloni”. Opposizioni: “Premier venga in Parlamento”

Donald Trump rilancia su Truth un video Maga secondo cui Meloni avrebbe deciso di rompere con l’Ue sia sul dossier dazi, cercando un accordo separato bilaterale Italia-Usa, che sull’Ucraina, concordando per un disimpegno nel supporto a Kiev. L’opposizione in Italia solleva il caso, mentre Palazzo Chigi cerca di abbassare le tensioni, chiarendo che sui dazi “la trattativa la conduce la Commissione europea“.

In particolare, sottolinea una fonte, sui produttori italiani di pasta “è stata da tempo avviata un’interlocuzione bilaterale, che affianca l’azione della Commissione“. Bruxelles conferma, ancora tramite una fonte, che sulla pasta la Commissione “sta collaborando con gli Stati Uniti, in stretto coordinamento con le autorità italiane“.

Noi abbiamo sempre lavorato con l’Unione europea e grazie all’Italia, anzi, si è potuto fare qualche importante passo in avanti. Con il commissario Sefcovic lavoriamo in perfetta sintonia“, rivendica dalla Slovenia il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani, a margine dei lavori del vertice dei Paesi meridionali dell’Unione europea-Med9.

Le opposizioni però non si accontentano e chiedono, ancora una volta, la presenza della premier in Parlamento. “Meloni non può far finta di nulla“, tuona Chiara Braga, capogruppo Pd alla Camera, che precisa: “Deve chiarire da che parte sta l’Italia e se è destinata a essere l’avamposto di Trump per rompere il fronte europeo e indebolire definitivamente l’Unione europea che non è soltanto un sodalizio economico, ma anche e soprattutto un patto politico tra stati che condividono valori, diritti e libertà“. Il video ripostato da Trump sui suoi social è preoccupante anche per la capogruppo di Italia Viva al Senato Raffaella Paita: “Giorgia Meloni non vuole evidentemente infastidire il presidente degli Stati Uniti. Ma così si fa un danno all’immagine internazionale dell’Italia. Una presa di posizione di palazzo Chigi è più che mai necessaria“, osserva. Le notizie sui presunti contatti diretti tra Meloni e Trump per accordi separati e alternativi all’Ue tra Italia e Stati Uniti sono “gravissime” per il capogruppo al Senato dell’Alleanza Verdi e Sinistra Peppe De Cristofaro: “Il governo dei sovranisti è inginocchiato al Presidente Usa”, denuncia, accusando l’esecutivo di “fare il patriota e lavorare per spaccare l’Unione Europea”.

La posizione dell’Italia sui dazi e sul sostegno all’Ucraina è “sempre stata chiara e netta“, smorza i toni il presidente di Noi Moderati, Maurizio Lupi, ricordando che “sui dazi Meloni ha più volte ribadito che la competenza dei negoziati è della Commissione europea, che l’Italia ne sostiene gli sforzi e che comunque il governo farà del suo meglio per tutelare gli interessi nazionali” e che, quanto all’Ucraina, “il sostegno a Kiev del governo non è mai stato in discussione”.

Ira di Trump sulla Cina per il freno all’export di terre rare: “Pronto a dazi massicci”. E annulla incontro con Xi

Il rapporto tra le due principali potenze mondiali si è bruscamente deteriorato, quando Donald Trump ha minacciato la Cina di “massicce” ritorsioni dopo la decisione di Pechino di regolamentare maggiormente le esportazioni di tecnologie legate alle terre rare. Il gigante asiatico è il primo produttore mondiale di questi materiali indispensabili per l’industria, e Washington lo accusava già di abusare di questa posizione dominante. “È stata una vera sorpresa”, ha commentato il presidente americano sul suo social network Truth Social.

I nuovi controlli annunciati giovedì riguardano l’esportazione delle tecnologie legate all’estrazione e alla produzione di questi materiali, ha indicato il ministero cinese del Commercio in un comunicato. “Avrei dovuto incontrare (il presidente cinese Xi Jinping) tra due settimane al vertice dell’APEC (Cooperazione economica Asia-Pacifico) in Corea del Sud, ma non sembra più esserci motivo” di farlo, ha scritto il leader repubblicano.

La Borsa di New York è passata in rosso dopo il messaggio del presidente americano, che interrompe un periodo di relativa distensione tra Pechino e Washington. Trump ha affermato che “sarebbe costretto a contrattaccare finanziariamente” dopo gli ultimi annunci della Cina.
Una delle opzioni prese in considerazione per rispondere è un “massiccio” aumento dei dazi doganali sulle merci cinesi che entrano negli Stati Uniti, ha aggiunto su Truth Social. “Molte altre contromisure sono seriamente allo studio”, ha detto. “Non è possibile che alla Cina sia permesso di tenere il mondo ‘in ostaggio’, ma sembra che questo sia il loro progetto da un po’ di tempo”, ha aggiunto.

Le relazioni commerciali sino-americane hanno conosciuto alti e bassi nel 2025. A settembre Trump ha avuto una conversazione definita “molto produttiva” con Xi Jinping, la terza dall’inizio dell’anno. Ha persino accennato a un viaggio in Cina il prossimo anno, nonché a una visita del suo omologo in America. Sotto l’effetto dell’offensiva protezionistica lanciata da Trump dal suo ritorno al potere il 20 gennaio, i dazi doganali tra i due paesi hanno raggiunto livelli tre volte superiori alla norma da entrambe le parti, perturbando le catene di approvvigionamento. Da allora, Washington e Pechino hanno concluso un accordo volto ad allentare le tensioni, abbassando temporaneamente i dazi doganali al 30% per i prodotti cinesi importati negli Stati Uniti e al 10% per i beni americani importati in Cina.
Questa tregua commerciale dovrebbe durare fino al 10 novembre.

Tags:
, ,

Nuova ondata di dazi dagli Usa: dal 1° ottobre 100% su farmaci e mobili

Il presidente americano Donald Trump ha annunciato nuovi dazi doganali fino al 100% sui farmaci e che riguarderanno anche i camion e i mobili prodotti al di fuori degli Stati Uniti. A partire dal 1° ottobre, “applicheremo una tassa del 100% su tutti i prodotti farmaceutici di marca o brevettati, a meno che un’azienda non costruisca il proprio stabilimento farmaceutico in America”, ha scritto il miliardario repubblicano sulla sua piattaforma Truth Social.

Sebbene la definizione di questi farmaci “rimanga vaga”, sottolinea Michael Wan, economista della banca giapponese Mufg a Singapore, “partiamo dal presupposto che non includerà i farmaci generici spediti da paesi come l’India, che potrebbero quindi essere risparmiati da questi annunci”.

In un altro post, Trump ha anche annunciato dazi doganali del 25% su “tutti i veicoli pesanti prodotti in altre regioni del mondo”. Una misura che, secondo lui, dovrebbe sostenere i produttori americani di autocarri come “Peterbilt, Kenworth, Freightliner, Mack Trucks e altri”. Tra le aziende straniere che competono con questi costruttori sul mercato americano figurano la svedese Volvo e la tedesca Daimler.
Il presidente ha spiegato che questi dazi sui veicoli pesanti sono motivati da “molte ragioni, ma soprattutto da questioni di sicurezza nazionale!”. In primavera, l’amministrazione Trump aveva già annunciato l’avvio di un’indagine per determinare se le importazioni di autocarri stranieri costituissero una minaccia per “la sicurezza nazionale”.

Il repubblicano intende inoltre imporre dazi doganali su numerosi mobili. “Applicheremo una tassa del 50% su tutti i mobili da cucina, i lavandini da bagno e i prodotti correlati” a partire dal 1° ottobre e “una tassa del 30% sui mobili imbottiti”, ha scritto.

Secondo la Commissione per il commercio internazionale degli Stati Uniti, nel 2022 le importazioni, provenienti principalmente dall’Asia, rappresentavano il 60% di tutti i mobili venduti, di cui l’86% di quelli in legno e il 42% di tutti i mobili imbottiti. I titoli dei rivenditori Wayfair e Williams Sonoma, che dipendono da questi prodotti importati, sono crollati alla chiusura dopo questo annuncio.

Questa offensiva tariffaria ravviva i timori di inflazione negli Stati Uniti, la prima economia mondiale. Donald Trump si è dato come missione quella di rilanciare l’industria manifatturiera attraverso politiche protezionistiche, che segnano una completa inversione di rotta rispetto alla politica americana finora volta a mantenere un’economia aperta. La sua amministrazione ha imposto un dazio doganale base del 10% a tutti i paesi, con aliquote molto più elevate per quelli le cui esportazioni verso gli Stati Uniti superano le importazioni.

Il presidente ha in particolare imposto sovrattasse ai principali partner commerciali del paese come il Canada, il Messico, l’Unione Europea e la Cina, con cui sono ancora in corso trattative.

Ucraina, Zelensky: “Mosca vuole espandere guerra”. Von der Leyen apre a dazi su petrolio russo

La guerra in Ucraina è al centro della seconda giornata di lavori all’Assemblea generale dell’Onu. A New York è infatti il giorno di Volodymyr Zelensky che, rinfrancato da un rinnovato sostegno a Kiev del presidente americano Donald Trump, ha esortato la comunità internazionale a fare di più in difesa dell’Ucraina. “A causa della debolezza delle istituzioni internazionali, questa follia continua, e anche far parte di un’alleanza militare di lunga data (come la Nato, ndr), non significa automaticamente essere al sicuro”, ha dichiarato lanciando un appello. “La Russia vuole espandere la guerra. Nessuno se non noi stessi possiamo garantire la sicurezza. Solo forti alleanze, forti alleati e solo le nostre armi”.

Intanto, sempre sulla scia delle dichiarazioni di Trump, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha ammesso di stare lavorando a dazi sulle forniture di petrolio “che continuano ad arrivare in Ue dalla Russia”. “Il presidente Trump ha assolutamente ragione. Ci stiamo lavorando. Abbiamo già ridotto in modo massiccio la fornitura di gas dalla Russia, abbiamo completamente eliminato il carbone russo e abbiamo ridotto drasticamente anche l’approvvigionamento di petrolio”, ha detto in un punto stampa con il presidente degli Stati Uniti, a margine dei lavori dell’Assemblea.

Gli Stati Uniti hanno escluso qualsiasi possibile adesione dell’Ucraina all’Alleanza Atlantica, uno dei cui principi fondanti è che un attacco a uno dei suoi membri è un attacco a tutti. Il leader ucraino ha nuovamente espresso soddisfazione per l’incontro di martedì a margine dell’Assemblea Generale con il presidente americano. “Abbiamo avuto un buon incontro con il presidente Trump e ho parlato anche con molti altri leader influenti. Insieme possiamo cambiare molto”, ha affermato. “Certo, stiamo facendo tutto il possibile per garantire che l’Europa fornisca un’assistenza concreta e, naturalmente, contiamo sugli Stati Uniti“, ha aggiunto.

Ieri, dallo stesso pulpito, Trump ha affermato che Kiev potrebbe “riconquistare il suo territorio nella sua forma originale e forse anche spingersi oltre” contro la Russia, cambiando completamente il suo approccio al conflitto dopo mesi in cui aveva affermato che l’Ucraina, al contrario, avrebbe probabilmente dovuto cedere territorio. Anzi, il presidente americano ha definito la Russia “una tigre di carta“, che “combatte senza scopo da tre anni e mezzo una guerra che una vera potenza militare avrebbe dovuto vincere in meno di una settimana” assicurando che “dopo aver conosciuto e compreso appieno la situazione militare ed economica” tra i due Paesi “con il sostegno dell’Unione Europea, l’Ucraina sia in grado di combattere e riconquistare l’intero Paese nella sua forma originale. Con il tempo, la pazienza e il sostegno finanziario dell’Europa e, in particolare, della Nato, i confini originali da cui è iniziata questa guerra sono un’opzione concreta”.

Dichiarazioni che non sono affatto piaciute al Cremlino. “Continuiamo la nostra operazione militare speciale per garantire i nostri interessi e raggiungere gli obiettivi che (…) il presidente del nostro Paese ha stabilito fin dall’inizio. E agiamo così per il presente e il futuro del nostro Paese, per le numerose generazioni a venire. Non abbiamo quindi altra alternativa”, dice il portavoce della presidenza russa, Dmitri Peskov, secondo il quale il riavvicinamento tra Washington e Mosca avviato da Trump è stato infruttuoso. “Nelle nostre relazioni (russo-americane), una linea di condotta mira ad eliminare i fattori di irritazione (…). Ma questa linea di condotta procede lentamente. I suoi risultati sono vicini allo zero”, spiega durante un’intervista alla radio russa. L’appellativo di ‘tigre di carta’ non è piaciuto alla Federazione Russa, che ha ribattuto: il Paese “mantiene la sua stabilità economica”, dice Peskov, aggiungendo tuttavia che “la Russia sta affrontando tensioni e problemi in diversi settori dell’economia”. “La Russia non è una tigre. La Russia è più simile a un orso. E gli orsi di carta non esistono”, dice Peskov. Da New York Zelensky ha accusato la Russia “di non volere il cessate il fuoco” e ha anche lanciato l’allarme sullo sviluppo di droni autonomi e velivoli senza pilota in grado di abbattere altri droni e di colpire infrastrutture critiche. “Stiamo vivendo la corsa agli armamenti più distruttiva della storia dell’umanità, perché questa volta include l’intelligenza artificiale”, ha sostenuto. “Se il mondo non riesce a rispondere a tutte le minacce e se non esiste una solida piattaforma per la sicurezza internazionale, ci sarà ancora pace sulla Terra?”, ha esclamato

 

Trump show all’Onu: “Cambiamento climatico più grande bufala mai raccontata”

Il cambiamento climatico? “Una truffa, la più grande bufala mai raccontata”. Le politiche green? “Una follia”. L’impronta di CO2? “Non esiste”. In quasi un’ora di discorso senza contradditorio – a fronte dei 15 minuti concessi agli altri capi di Stato e di governo – è dal Palazzo di Vetro dell’Onu – in occasione dell’80esima Assemblea generale delle Nazioni Unite – che l’uragano Donald Trump fa piazza pulita di decenni di ricerche, progetti, politiche internazionali e accordi. Il climate change, per il repubblicano, non esiste affatto e, anzi, agire per contrastarlo significa, soprattutto per l’Europa, “continuare ad autoinfliggersi delle ferite”. La posizione di The Donald in tema ambientale è sempre stata chiara, ma mai in un discorso pubblico aveva messo sul piatto tutto ciò che ruota intorno al clima, dalle politiche energetiche alla salute, dalla manifattura alla Cina, passando per l’Accordo di Parigi al petrolio e al carbone “buono e pulito”.

L’assunto di base è evidente: “Il cambiamento climatico è la più grande truffa mai perpetrata al mondo” da un gruppo di “stupidi”, nel quale rientrano anche le “Nazioni Unite”. Il riscaldamento del pianeta, insomma, è “una bufala”, ed è per questo che “mi sono ritirato dal falso accordo di Parigi sul clima, dove tra l’altro l’America stava pagando molto più di ogni altro paese”. Mettere in campo azioni per non superare +1,5°C è, per Trump, troppo. Il presidente Usa fa un esempio legato all’attualità. Recenti ricerche hanno stimato che il caldo abbia causato almeno 175mila vittime solo in Europa. Negli Usa, invece, si registrano “circa 1.300 decessi all’anno” per la stessa ragione. “Ma dato che il costo” dell’energia “è così elevato” nel Vecchio Continente, “non si può accendere l’aria condizionata. Tutto in nome della finzione di fermare la bufala del riscaldamento globale”. In sostanza per il repubblicano, “l’intero concetto globalista di chiedere alle nazioni industrializzate di successo di infliggersi dolore e sconvolgere radicalmente le loro intere società deve essere respinto totalmente”.

Gli sforzi messi in campo dall’Europa, dalle organizzazioni internazionali, dal mondo delle imprese, dalle Cop sono “una follia”. L’effetto principale di queste “brutali politiche energetiche verdi non è stato quello di aiutare l’ambiente, ma di ridistribuire l’attività manifatturiera e industriale dai paesi sviluppati che seguono le folli regole imposte ai paesi inquinanti che le infrangono e stanno facendo fortuna”. Favorire, quindi, in primis, la Cina, che ora produce “più CO2 di tutte le altre nazioni sviluppate del mondo”.

Quindi, sulla scia dell’ormai celebre ‘Drill, baby drill’, il presidente Usa stronca ogni apertura verso le rinnovabili perché “sono costose da gestire. Sono un grandissimo scherzo”. Per l’Agenzia internazionale dell’Energia (Aie), invece, il 96% delle nuove energie rinnovabili ha un costo di produzione inferiore rispetto ai combustibili fossili. Meglio ripiegare sul “carbone pulito”, che “ci permette di fare qualsiasi cosa”, sul “gas” e sul “petrolio”, dal momento “che ne abbiamo più di ogni altro Paese al mondo”. E poco importa se poco prima il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, aveva parlato di una crisi climatica che “sta accelerando”, sottolineando che “il futuro dell’energia pulita non è più una promessa lontana. È già qui. Nessun governo, industria o interesse particolare può fermarlo. Ma alcuni ci stanno provando”. Appunto.

Dal palco, di fronte a centinaia di delegazioni internazionali, Trump fa la sua predica: “Se non usciamo da questo scherzo che io chiamo il green, non avremo scampo. I vostri paesi non ce la faranno”. Gli Stati Uniti, ne è certo, sono invece “in una nuova età dell’oro”.

“Alcuni passaggi” del lunghissimo discorso del leader Usa convincono la premier Giorgia Meloni, il cui intervento all’Onu è previsto per domani alle 20 (orario di New York). “Sono d’accordo sul fatto che un certo approccio ideologico al Green Deal abbia finito per non rendersi conto che stava minando la competitività dei nostri sistemi e quindi ci sono dei passaggi di Trump che ho assolutamente condiviso”, dice in un punto stampa a margine dell’Assemblea.