Trump medita il rinvio dei dazi sulle auto. La Cina blocca le consegne di nuovi aerei Boeing

Donald Trump sta valutando di esentare temporaneamente le case automobilistiche dai dazi per dare loro il tempo di adattare le proprie catene di approvvigionamento, per fare in modo “di trasferire le produzioni da Canada e Messico e altri Paesi negli Stati Uniti”. Resta la minaccia su chip e farmaci, su cui il presidente americano “ha una timeline, che è in un futuro non tanto lontano”.

Intanto, spuntano nuove tariffe sui pomodori messicani, tassati del 20,9%, mentre la Cina avvia pesanti misure di ritorsione, prima bloccando l’export di terre rare e poi ordinando alle sue compagnie aeree di non accettare ulteriori consegne di aerei Boeing.

Seul, invece, stanzia 4,9 miliardi in funzione anti dazi Usa sui microchip, citando la “crescente incertezza” che sta attraversando il settore chiave a causa delle nuove imposte. La Corea del Sud esporta gran parte della sua produzione negli Stati Uniti e i suoi settori cruciali dei semiconduttori e dell’automotive soffrirebbero notevolmente a causa dei dazi del 25% che il presidente Donald Trump minaccia di imporre.

Dal canto suo, l‘Europa “è pronta a un accordo giusto, inclusa la reciprocità attraverso zero tariffe sui beni industriali. Ma servirà un significativo sforzo da entrambe le parti”, ha detto il commissario europeo al Commercio Maros Sefcovic dopo un incontro con l’omologo americano Lutnick. Accordo che, secondo quanto riferisce Bloomberg, Trump è pronto a rispedire al mittente. “Sto valutando qualcosa per aiutare alcune case automobilistiche in questo” ha detto Trump ai giornalisti riuniti nello Studio Ovale. Il presidente ha affermato che i produttori di auto hanno bisogno di tempo per spostare la produzione da Canada, Messico e altri paesi. “Produrranno qui, ma serve un po’ di tempo“, ha spiegato. Un’apertura che ha portato le Borse europee a chiudere in rialzo. La Borsa di Parigi ha registrato +0,86%, Francoforte +1,43%, Londra +1,41% e Milano +2,39%.

La Cina, intanto, resta sempre il bersaglio preferito del repubblicano. La visita del presidente Xi Jinping nel Sudest Asiatico, cominciata in Vietnam, proseguita oggi in Malesia e che prevede come ultima tappa la Cambogia, è stata oggetto di pesanti critiche. La Cina e il Vietnam stanno cercando “di capire come fregare gli Stati Uniti d’America”, ha scritto Trump sul social Truth. Pechino, ha detto il presidente Usa, “è stata brutale con i nostri agricoltori” che “vengono sempre messi in prima linea con i nostri avversari, come la Cina, ogni volta che c’è una negoziazione commerciale o, in questo caso, una guerra commerciale”. Noi, ha aggiunto, “li proteggeremo”.

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Dazi, Trump non cede: “Presto anche su farmaci e semiconduttori”. Missione di Xi in Vietnam

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Incoraggiati dall’annuncio di Washington di esenzioni per i prodotti ad alta tecnologia, i mercati finanziari hanno registrato andamenti positivi, nonostante Donald Trump abbia continuato a esercitare pressioni sui partner commerciali degli Stati Uniti, primo fra tutti la Cina. Il presidente americano ha avvertito che nessun Paese è “fuori pericolo” di fronte alla sua offensiva doganale, “soprattutto non la Cina che, di gran lunga, ci tratta peggio”, ha tuonato sul suo social network Truth. L’avvertimento arriva all’indomani dell’esenzione dai dazi – fino al 145% per la Cina – concessa dalle autorità statunitensi su prodotti high-tech, in primis smartphone e computer, e sui semiconduttori. Il leader americano dichiara però che annuncerà “entro la settimana” nuove sovrattasse sui semiconduttori che entrano negli Stati Uniti, che “saranno in vigore in un futuro non troppo lontano”. Stesso discorso per i prodotti farmaceutici: “Andremo a produrre i nostri farmaci e le nostre industrie farmaceutiche dovranno battere posti come la Cina”. Per questo “io ho una timeline, in un futuro non troppo distante”, ha confermato parlando ai giornalisti durante un bilaterale alla Casa Bianca con l’omologo di El Salvador, Nayib Bukele.  Per quanto riguarda gli smartphone e gli altri dispositivi elettronici, “saranno annunciati molto presto, ne discuteremo, ma parleremo anche con le aziende”, ha aggiunto il leader, senza entrare nei dettagli, a bordo dell’Air Force One. “Sai, bisogna mostrare una certa flessibilità” per “certi prodotti”, ha aggiunto. In precedenza, il suo segretario al Commercio, Howard Lutnick, aveva accennato alle imminenti tariffe settoriali sui semiconduttori, “probabilmente tra un mese o due”, nonché sui prodotti farmaceutici. “Non possiamo contare sulla Cina per i beni fondamentali di cui abbiamo bisogno. I nostri medicinali e semiconduttori devono essere prodotti in America”, ha dichiarato Lutnick in un’intervista ad ABC. Annunci americani in contrasto con quanto richiesto dalla Cina, in un momento in cui il conflitto commerciale innescato dagli Stati Uniti sta facendo impazzire i mercati finanziari, con azioni che vanno su e giù come montagne russe, prezzi dell’oro ai massimi e il mercato del debito americano sotto pressione. Se il Ministero del Commercio cinese ha riconosciuto il “piccolo passo” fatto da Washington con la sua posizione ammorbidita sui prodotti high-tech, “esortiamo gli Stati Uniti a fare un grande passo per correggere i loro errori, annullare completamente la cattiva pratica dei dazi reciproci e tornare sulla retta via del rispetto reciproco”, ha dichiarato domenica un portavoce in un comunicato. Il protezionismo “non porta da nessuna parte”, ripete il presidente cinese Xi Jinping, in un discorso riportato lunedì dall’agenzia ufficiale China News. “I nostri due Paesi devono salvaguardare fermamente il sistema commerciale multilaterale, la stabilità delle catene industriali e di approvvigionamento globali e un ambiente internazionale di apertura e cooperazione”, ha sottolineato il leader, che lunedì ha iniziato una visita in Vietnam, prima di dirigersi in Malesia e Cambogia, per rafforzare le relazioni commerciali del suo Paese. Durante un colloquio con il leader vietnamita To Lam il presidente cinese ha invitato il Vietnam ad unirsi alla Cina per “opporsi congiuntamente alle prepotenze”. “Dobbiamo rafforzare le nostre relazioni strategiche, opporci congiuntamente alle intimidazioni e mantenere la stabilità del sistema globale di libero scambio, nonché delle catene industriali e di approvvigionamento”, ha detto Xi . In questo contesto di tensione, l’Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio (OPEC) ha leggermente rivisto al ribasso le sue previsioni di crescita della domanda di petrolio per il 2025, citando in particolare i dazi doganali statunitensi, secondo il suo rapporto mensile pubblicato lunedì. Pur continuando a colpire la Cina nel corso della settimana, il miliardario newyorkese sembra aver concesso un po’ di tregua agli altri partner commerciali degli Stati Uniti, esentandoli mercoledì per 90 giorni dalle tasse doganali annunciate poco prima e aggiungendo loro solo il 10% di dazi doganali. In una prima critica all’offensiva doganale di Donald Trump, il giorno prima, Pechino si era posta a difesa dei paesi poveri rendendo pubblico un appello con il direttore generale dell’Organizzazione mondiale del commercio (OMC) Ngozi Okonjo-Iweala, durante il quale la Cina aveva messo in guardia contro “i gravi danni” che questi dazi avrebbero causato ai paesi in via di sviluppo, “in particolare a quelli meno sviluppati”. Secondo il ministro del Commercio cinese Wang Wentao, “potrebbero persino scatenare una crisi umanitaria”. Nonostante queste forti tensioni commerciali tra le due principali potenze economiche mondiali, venerdì Trump ha dichiarato di essere “ottimista” su un accordo commerciale con Pechino. Secondo i dati di Pechino, gli Stati Uniti assorbono il 16,4% delle esportazioni cinesi totali, per un totale di scambi di 500 miliardi di dollari, con un ampio deficit per gli Stati Uniti.

Baci & abbracci di Trump aspettando l’incontro con Meloni

Baci & abbracci, firmato Donald Trump. Baci al suo fondoschiena e abbracci mortali a chi gli si avvicina troppo o troppo poco, dipende dallo stato emozionale del giorno. L’ultima deriva della guerra dei dazi che sta sconvolgendo il mondo è tracimata anche nel lessico dei ‘peggiori bar di Caracas’ e avvicina, sotto il profilo della lucidità, l’attuale presidente al suo predecessore. Non che ci stupisca il turpiloquio, perché la new society si sta abituando anche a molto di peggio, piuttosto sorprende che al di là dell’Oceano, nella lussuosa stanza dello Studio Ovale, si sia smarrito un certo standing istituzionale da parte dell’uomo più potente del Pianeta che guida la nazione più potente del Pianeta, eccetera eccetera. Là dove si sono accomodati George Washington e Thomas Jefferson, Abramo Lincoln e Theodore Roosevelt, fino Ronald Reagan e Barack Obama, ora è domiciliato il Tycoon che si diverte a capovolge le regole del bon ton dopo aver sconvolto quelle commerciali. Insomma, un comportamento più da fast food della Georgia che da inquilino della Casa Bianca.

La prossima settimana, il 17 (alla faccia della scaramanzia), la premier Giorgia Meloni sarà a colloquio bilaterale con il presidente americano, nel delicato tentativo di strappare qualcosa di diverso per l’Europa e per l’Italia, investita del carico di responsabilità da Ursula von der Leyen e da una parte della Ue. Non tutta, infatti, solo una parte. Perché l’Ungheria si è defilata proprio oggi dall’avvio delle contromisure, confermando che ‘questa’ Europa così come è strutturata non ha ragione di esistere perché non esiste nemmeno in una situazione di massima allerta.

L’appuntamento di Washington sarà nodale ma non sarà un giudizio universale, cioè un dentro o fuori, proprio perché tra i 27 c’è una parcellizzazione di posizioni che non giova alla tenuta del Vecchio Continente, anche se ieri – sempre in tema di nuovo lessico – qualcuno in Commissione ha parlato di “bazooka sul tavolo”. Ma minacciare un americano – o gli americani – con le armi è abbastanza rischioso, là dove persino i bambini girano con la pistola di ordinanza in ‘saccoccia’. Però da questo meeting in terra statunitense, che anticipa di poche ore quello del vice presidente JD Vance a Roma, qualcosa deve emergere, anche perché il crollo dei mercati azionari e il tracollo di gas e petrolio, stanno facendo alzare il livello di tensione internazionale.

La premier sa che ci si aspetta molto dalla sua missione americana, anche in chiave nazionale, dove la maggioranza non sempre è stata allineata sulla strategia da adottare e dove l’opposizione sta pronta a impallinarla, non proprio con un bazooka ma per lo meno con un fucile da caccia.

Nelle varie letture di questa congiuntura squassante a livello mondiale c’è chi si è spinto come Arthur Leffer, stratega di Ronald Reagan, a ipotizzare lo scoppio di una guerra se i dazi saranno mantenuti per un anno. Dazi Usa e controdazi europei e controdazi cinesi. E chissà chi altro. Trump assicura di non essere matto e di riportare l’America allo splendore di una volta, mentre il suo (ex?) amico Elon Musk bolla come ‘cretino’ Navarro, lo stratega dei dazi, e comincia a prendere le distanze. Lui come altri. Perché qualche fessurina comincia a comparire qua e là. Vedremo come si comporterà The Donald, giovedì prossimo. Ogni previsione rischia di essere sballata ma che almeno i saluti con la nostra presidente del Consiglio si limitino a una stretta di mano. Tuttalpiù a un bacio. Sulla guancia.

Trump rilancia il ‘meraviglioso’ carbone: stop a barriere normative

Il presidente Usa, Donald Trump, ha firmato alcuni decreti volti a “dare impulso” all’estrazione di carbone negli Stati Uniti, con l’obiettivo di “più che raddoppiare” la produzione interna di elettricità, in particolare per rispondere all’espansione dell’intelligenza artificiale. I testi che ha ratificato, circondato da minatori con in testa gli elmetti da cantiere, mirano ad eliminare le barriere normative all’estrazione del carbone e a sospendere le previste chiusure di numerose centrali che utilizzano questo combustibile fossile in tutto il paese.

“Porremo fine all’orientamento anti-carbone della precedente amministrazione”, ha detto il presidente americano, che ha dato istruzioni al Dipartimento di Giustizia di “identificare e combattere” le normative locali che ostacolerebbero il suo obiettivo. Donald Trump ha inoltre assicurato che “sarà possibile estrarre enormi quantità di minerali strategici e terre rare, di cui abbiamo bisogno per il settore tecnologico e dell’alta tecnologia, attraverso il processo di estrazione del carbone”.

L’obiettivo dei decreti, si legge nei documenti firmati da Trump, è “garantire la prosperità economica e la sicurezza nazionale dell’America, abbassare il costo della vita e far fronte all’aumento della domanda di energia elettrica da parte delle tecnologie emergenti”. Ecco perché “dobbiamo aumentare la produzione energetica nazionale, incluso il carbone”, che è “abbondante e conveniente e può essere utilizzato in qualsiasi condizione meteorologica”. Le “meravigliose” risorse Usa di questo combustibile fossile sono vaste e, spiega il presidente, hanno “un valore stimato attuale di trilioni di dollari”.

Entro 60 giorni i segretari degli Interni, dell’Agricoltura e dell’Energia dovranno presentare a Trump una relazione che identifichi le risorse e le riserve di carbone sui terreni federali e, nel caso di impedimenti all’estrazione, presentare politiche in grado di rimuoverli. I decreti firmati chiedono anche alle agenzie autorizzate a concedere prestiti, sovvenzioni o investimenti azionari di “adottare misure per revocare qualsiasi politica o regolamento che miri a scoraggiare o che scoraggi effettivamente gli investimenti nella produzione di carbone e nella generazione di energia elettrica da carbone”, come la Us Treasury Fossil Fuel Energy Guidance for Multilateral Development Banks del 2021, revocata dal Dipartimento del Tesoro.

La produzione di carbone, la fonte di energia fossile più inquinante, è diminuita drasticamente negli Stati Uniti negli ultimi quindici anni, passando da poco più di un miliardo di tonnellate nel 2008 a poco più di 520 milioni nel 2023, secondo i dati del governo. Due anni fa il carbone rappresentava solo poco più del 16% della produzione totale di elettricità, superato in particolare dalle energie rinnovabili (poco più del 21%). Conosciuto per le sue posizioni scettiche sul clima, Donald Trump, non appena tornato al potere il 20 gennaio, ha denunciato l’Accordo di Parigi sul clima e da allora ha iniziato a sostenere le energie fossili con la deregolamentazione. Più di un terzo dell’elettricità mondiale è prodotta con il carbone, un importante fattore di riscaldamento globale a causa delle emissioni di CO2 dovute alla sua combustione.

Dazi, Trump minaccia Cina: 50% tariffe in più. Casa Bianca: Fino a 104%

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Si alza lo scontro commerciale a suon di dazi tra Stati Uniti e Cina. Da Washington Donald Trump ha minacciato di aumentare ulteriormente i dazi statunitensi sui prodotti cinesi se Pechino manterrà la sua risposta all’offensiva tariffaria. “Se la Cina non ritirerà il suo aumento del 34% [dei dazi doganali sui prodotti americani] (…) entro domani, 8 aprile, gli Stati Uniti imporranno dazi doganali aggiuntivi del 50% alla Cina, a partire dal 9 aprile”, ha affermato il presidente americano sulla sua piattaforma Truth Social. In precedenza, sempre Trump aveva criticato la Cina per “non aver tenuto conto dell’avvertimento (…) di non reagire” alla sua offensiva commerciale. “Il più grande approfittatore di tutti, la Cina, i cui mercati stanno crollando, ha appena aumentato le sue tariffe del 34%, in aggiunta alle sue tariffe ridicolmente alte a lungo termine (in più!), senza riconoscere il mio avvertimento ai paesi abusanti di non reagire”, aveva scritto sui social.

Da quando è tornato alla Casa Bianca a gennaio, Trump ha già imposto un ulteriore dazio del 20% sui prodotti cinesi, che dovrebbe salire al 54% il 9 aprile, dopo l’aumento del 34% annunciato la scorsa settimana. Interrogata dall’agenzia di stampa AFP, la Casa Bianca ha confermato che se Donald Trump mettesse in atto la sua nuova minaccia, la maggiorazione salirebbe al 104%.

Dal canto suo, Pechino in giornata aveva confermato la volontà di proteggerà le aziende americane restando “una terra sicura” per gli investimenti stranieri. La scorsa settimana Pechino aveva anche annunciato controlli sulle esportazioni di sette elementi di terre rare, tra cui il gadolinio, utilizzato in particolare nella risonanza magnetica per immagini, e l’ittrio, utilizzato nell’elettronica di consumo. “Le contromisure cinesi mirano non solo a proteggere fermamente i diritti e gli interessi legittimi delle imprese, comprese quelle statunitensi (in Cina)”, spiega Ling Ji, vice ministro cinese del Commercio. Ma queste tasse mirano anche a “riportare gli Stati Uniti sulla buona strada del sistema commerciale multilaterale”, ha detto a un gruppo di rappresentanti di aziende americane, secondo un comunicato pubblicato lunedì dal suo ministero.

I dazi doganali cinesi del 34% entreranno in vigore il 10 aprile. “La Cina è stata, è e rimarrà una terra ideale, sicura e piena di promesse per gli investitori stranieri”, sottolinea Ling Ji, rivolgendosi ai rappresentanti di diverse aziende americane, come la multinazionale del settore medico GE Healthcare o la casa automobilistica Tesla. “La radice del problema dei dazi doganali si trova negli Stati Uniti”, precisa il vice ministro. Poi invita le aziende americane in Cina “ad adottare misure concrete e a mantenere congiuntamente la stabilità delle catene di approvvigionamento globali, nonché a promuovere la cooperazione reciproca e risultati vantaggiosi per tutti“.

La Cina è la terza destinazione delle esportazioni statunitensi, con 144,6 miliardi di dollari di beni venduti nel 2024. Allo stesso tempo, il gigante asiatico ha venduto prodotti per 439,7 miliardi di dollari negli Stati Uniti. Le borse asiatiche sono crollate lunedì a causa dell’inflessibilità dell’inquilino della Casa Bianca e della replica di Pechino, alimentando il rischio di un’escalation distruttiva per l’economia mondiale. A Hong Kong, il gigante dell’e-commerce Alibaba è crollato del 12%, dopo la fine dell’esenzione doganale per i piccoli pacchi inviati negli Stati Uniti. Il suo rivale JD.com ha perso l’11%. Anche i fornitori e i subappaltatori di Apple, che produce i suoi smartphone in Asia, sono stati attaccati, come la taiwanese Foxconn (-10%). Parlando con i giornalisti sull’Air Force One, però, Trump spiega: “Abbiamo un deficit commerciale di 1.000 miliardi di dollari con la Cina. Perdiamo centinaia di miliardi di dollari all’anno a causa della Cina e, a meno che non risolviamo questo problema, non concluderò alcun accordo”. “Sono disposto a concludere un accordo con la Cina, ma devono risolvere questo surplus – insiste -. Abbiamo un enorme problema di deficit con la Cina… Voglio che venga risolto”

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Dazi, le stime di Trump lasciano gli economisti sbalorditi: “Non hanno alcun senso”

Un calcolo che rientra nell’ambito dell’astrologia? Gli economisti di tutto il mondo sembrano sbalorditi dalla formula scelta dall’amministrazione Trump per valutare i dazi doganali imposti dagli Stati Uniti al resto del mondo. “Questo è per l’economia ciò che il creazionismo è per la biologia e l’astrologia per l’astronomia”, ha scherzato l’ex Segretario al Tesoro Larry Summers su X. Il presidente Donald Trump ha annunciato mercoledì una serie di dazi doganali senza precedenti sulle importazioni statunitensi, che vanno da un minimo del 10% per tutti, al 50% per un paese povero come il Lesotho.

A sostegno della sua decisione, il capo della Casa Bianca ha presentato un grafico a due colonne, che elenca a sinistra i dazi applicati secondo lui alle esportazioni statunitensi dai partner commerciali di Washington, e a destra i nuovi dazi che saranno imposti dagli Stati Uniti a partire da sabato a ciascun paese. Per “gentilezza”, come ha spiegato Trump, i nuovi dazi doganali saranno circa la metà di quelli praticati da Washington nei confronti dei paesi stranieri. Ad esempio, la Casa Bianca ha calcolato che l’Unione europea tassa le importazioni statunitensi al 39%. In risposta, gli Stati Uniti intendono quindi tassare le esportazioni dell’UE al 20%. Il problema è che il calcolo non corrisponde alle statistiche dell’Organizzazione mondiale del commercio (OMC). Secondo quest’ultima, l’UE applica in media un dazio doganale dell’1,7%, molto lontano dal 39% avanzato da Donald Trump.

Per quanto riguarda la Cina, secondo la Casa Bianca, applicherebbe una tassa del 67% sui prodotti americani. Ma nel 2024, secondo la WTO, essa applicava una tariffa doganale media del 4,9%. Per il suo calcolo, la Casa Bianca afferma di aver preso in considerazione altre barriere commerciali oltre ai semplici dazi doganali, citando in particolare le norme ambientali o la manipolazione dei tassi di cambio. Ma è difficile capire come queste barriere non tariffarie possano essere tradotte in cifre.

Il rappresentante americano per il commercio ha pubblicato una formula con molteplici variabili espresse in caratteri greci. L’amministrazione Trump ha diviso la bilancia commerciale (la differenza tra importazioni ed esportazioni) per il valore delle importazioni, indipendentemente dal paese. Una formula che non tiene conto delle specificità dei legami commerciali. “La formula si basa sul valore relativo del surplus commerciale con gli Stati Uniti”, confermano gli economisti della Deutsche Bank. “Questo approccio è talmente pieno di errori che è difficile capire da dove iniziare”, ha scritto sul suo blog il premio Nobel per l’economia Paul Krugman, sottolineando che i calcoli tengono conto solo dei beni scambiati, tralasciando i servizi. Alla fine, questo metodo è “stupido”, ha concluso. Applicando la formula pubblicata dall’amministrazione alle statistiche americane del 2024, l’AFP ha ottenuto le cifre presentate dal presidente americano. I nuovi dazi doganali annunciati per ogni paese corrispondono a questo risultato, diviso per due. Se la formula dà meno del 10%, o in caso di surplus commerciale, gli Stati Uniti applicano uniformemente un tasso minimo del 10%. È il caso di oltre un centinaio di paesi o territori, tra cui il Regno Unito e l’Australia. Per un motivo sconosciuto, solo l’Afghanistan, tassato solo al 10%, non corrisponde a questo calcolo, dato che Kabul ha un ampio surplus commerciale con gli americani. “È ormai evidente che l’amministrazione Trump non ha utilizzato i dati doganali per calcolare i dazi reciproci”, afferma Larry Summers. “Questa politica tariffaria non ha alcun senso, anche se si crede nel protezionismo”.

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Dazi, Meloni convoca vertice a Chigi. Poi spiega: “Non è catastrofe che tutti raccontano”

Nei palazzi di Roma, il ‘Liberation day’ after è frenetico. Dopo l’annuncio dei dazi di Donald Trump ai Paesi europei, Giorgia Meloni deve correre ai ripari. La premier annulla tutti gli impegni in agenda e convoca d’urgenza i ministri competenti a studiare una strategia per proteggere il Made in Italy da effetti potenzialmente devastanti. “Penso che la scelta degli Stati Uniti sia sbagliata, non favorisce né l’economia europea né quella americana, ma non dobbiamo alimentare l’allarmismo che sto sentendo in queste ore“, spiega in serata, in un’intervista al Tg1. “Non smetteremo di esportare negli Stati Uniti“, garantisce, pur ammettendo che “ovviamente abbiamo un altro problema da risolvere, ma non è la catastrofe che alcuni stanno raccontando“. Il ruolo dell’Italia è “portare gli interessi italiani, particolarmente in Europa“, ribadisce. Perché mentre si tratta con gli americani, osserva, “ci sono molte cose che possiamo fare per rimuovere i dazi che l’Unione europea si è autoimposta“. E sostiene che “forse una revisione del Patto di stabilità a questo punto sarebbe necessaria“.

A Palazzo Chigi arrivano il vice Matteo Salvini, con i ministri Giancarlo Giorgetti (Economia), Adolfo Urso (Imprese), Tommaso Foti (Rapporti europei), Francesco Lollobrigida (Agricoltura). In videocollegamento da Bruxelles c’è l’altro vicepremier, Antonio Tajani, reduce da un nuovo confronto con il commissario al Commercio Maros Sefcovic.

Nell’incontro europeo, fa sapere la Farnesina, “i due hanno convenuto sulla necessità di mantenere un approccio fermo ma basato sul dialogo, volto ad evitare un’ulteriore escalation sul fronte commerciale”. Il piano prevede la diversificazione dei mercati dell’export. Solo per l’Italia, gli Stati Uniti valgono il 10%. Si guarda dunque a nuovi accordi commerciali con Paesi terzi, come i Paesi del Mercosur, l’India (dove Tajani andrà tra qualche giorno) e altre economie emergenti chiave nell’Indo-Pacifico, in Africa e nel Golfo. Ieri, il ministro degli Esteri ha annunciato anche la nomina del nuovo inviato speciale dell’Italia nell’Imec (il corridoio India-Medio Oriente-Europa) Francesco Maria Talò. Al Commissario, il ministro consegna la strategia per l’export italiano lanciata a Villa Madama qualche giorno fa per rafforzare la presenza delle imprese italiane in tutti i mercati in crescita. “Il mio disegno sarebbe quello di avere un mercato unico transatlantico, zero tariffe di qua e zero tariffe di là, quello sarebbe il modo migliore per sviluppare il commercio e rinforzare la posizione dell’Occidente“, confessa il titolare della Farnesina, che affida a Sefcovic la lista dei prodotti italiani su cui bisognerebbe intervenire per essere tutelati (“compreso il whisky e tutta la produzione vinicola”), nella trattativa che ci sarà all’interno dell’Ue in vista della decisione del Consiglio di lunedì in Lussemburgo. “Ci sono cibi – riferisce -, settori che riguardano il settore della gioielleria, le pietre preziose”. Insomma, “una lunga lista di una trentina di punti“.

Mentre il ministro degli Esteri è in riunione col commissario europeo, da Roma il leader del Carroccio però fa trasmettere una nota in cui continua a difendere la strategia di Trump e ad attaccare l’Europa: “Nelle ultime ore Matteo Salvini si è confrontato con il gruppo economico della Lega, ribadendo che se gli Stati Uniti hanno deciso di tutelare le proprie imprese, è necessario che l’Italia continui a difendere con determinazione il proprio interesse nazionale anche alla luce dei troppi limiti dell’Europa“, scrive il partito. Che nel tardo pomeriggio firma un’altra nota, più diretta ancora verso l’Ue: “Prima di pensare a guerre commerciali o contro-dazi che sarebbero un suicidio, l’Unione europea tagli burocrazia, vincoli e regole europee che soffocano le imprese italiane, azzerando il Green deal e il tutto elettrico“.

A riportare le intenzioni del governo dopo il vertice, però, è Urso rispondendo a un’interrogazione durante il question time al Senato. “Noi guidiamo il fronte delle riforme in Europa“, rivendica, elencando una serie di richieste del governo a Bruxelles. L’immediata sospensione delle regole del Green Deal che “hanno portato al collasso il settore delle auto“; un immediato “shock di deregulation” che liberi da lacci e lacciuoli le imprese; l’introduzione del principio del “Buy European“, speculare al Buy American; la preferenza in ogni appalto pubblico del Made in Europe; la finalizzazione di accordi di libero scambio con altre aree del mondo per mercati alternativi; una politica industriale come delineata nei documenti sulla revisione del Cbam. Questo è un pacchetto d’azione che proteggerebbe il tessuto imprenditoriale europeo senza entrare in scontro aperto con gli Stati Uniti. Perché, spiega l’inquilino di Palazzo Piacentini, “rispondere ai dazi su beni con altri dazi su beni aggrava l’impatto sull’economia europea“. Secondo la Bce i dazi americani avrebbero un impatto dello 0,3% sulla nostra crescita e le eventuali contromisure aggraverebbero l’impatto allo 0,5. Ma, avverte Urso: “Secondo altri istituti, l’effetto moltiplicatore negativo sarebbe ancora peggiore”. La prima regola, quindi, è “non farci altro male da soli innescando un’escalation di ritorsioni che scatenerebbe una devastante guerra commerciale“, spiega il ministro a Palazzo Madama. Occorre reagire “in modo intelligente, mantenendo la calma per valutare le conseguenze dirette e indirette e quindi la migliore risposta, tenendo anche conto che le misure americane differiscono in modo sostanziali: sarebbero pari al 20% per i beni europei ma ben maggiori per altri Paesi, in alcuni casi oltre il 50%”, scandisce. Nei prossimi giorni, il ministro incontrerà le associazioni di impresa per valutare con loro le possibili contromisure da prendere.

Domanda cautela anche Foti: “Dobbiamo capire se dietro questa iniziativa vi è una volontà di andare fino in fondo o di cercare, nazione per nazione, di riequilibrare una bilancia commerciale che nel caso degli Stati Uniti è pesantemente deficitaria rispetto a quanto viene esportato“, afferma. La prima risposta, ribadisce, la deve dare l’Unione europea e “certo non bisogna dare delle risposte di pancia”. In generale, per Foti, “più che scendere in una polemica serve fermezza e idee chiare su come si vuole agire, cioè la reazione deve esserci ma non deve essere una reazione di pancia, deve essere una reazione che suggerisce anche al nostro interlocutore americano che è meglio sedersi a un tavolo”.

Dazi, Meloni: “Dialogo, ma non escludere risposta adeguata”. Mattarella: “Ue sia compatta”

Col passare delle ore la tensione è sempre più palpabile. I dazi spaventano i mercati e rendono anche la risposta politica molto complicata. Il governo italiano ha scelto la via della prudenza, ripetendo con quasi tutti i suoi ministri l’invito a mantenere aperto il dialogo, ma ora la premier comprende che è arrivato il momento di prendere posizione. “Resto convinta che si debba lavorare per scongiurare una guerra commerciale” dice Giorgia Meloni, sottolineando che questo “non esclude di immaginare risposte adeguate a proteggere le nostre produzioni”.

La presidente del Consiglio lancia anche un messaggio (indiretto) agli storici alleati Usa: “Bisogna ricordare che sono il secondo mercato di destinazione, con un export salito del 17%: l’introduzione di nuovi dazi avrebbe risvolti pesanti e penso che sarebbe un’ingiustizia per gli americani”. Il tema è al centro delle agende delle varie cancellerie europee.

Lo dimostra il fatto che sia stato discusso anche nell’incontro al Quirinale tra il capo dello Stato, Sergio Mattarella, e il presidente della Repubblica di Estonia, Alar Karis, in visita ufficiale in Italia. Mattarella definisce l’inasprimento delle tariffe sulle importazioni un “errore profondo”, ma allo stesso tempo auspica “una risposta compatta, serena, determinata” da parte dell’Europa. Che lo scenario stia cambiando rapidamente lo si capisce anche dai toni usati dal ministro degli Esteri, Antonio Tajani. “Il quadro è particolarmente complesso, la sfida dei dazi mette alla prova i rapporti commerciali”, dice in aula alla Camera durante il question time. Il vicepremier domani sarà a Bruxelles, dove in programma c’è anche un incontro con il commissario Commissario Ue al commercio, Maros Sefcovic: “Dobbiamo avere un approccio pragmatico e dialogante mantenendo la schiena dritta. Se sarà necessario – spiega – dovremo avere una decisione che comporti reazioni a livello europeo” e con tempi decisamente diversi rispetto a quelli cui l’Ue ci ha abituato in questi anni: “Non si deve andare alle calende greche”, avverte Tajani. Che, assicura, discuterà di dazi con il vicepresidente Usa, JD Vance, durante la visita che farà in Italia dal 18 al 20 aprile prossimi.

Un suggerimento sulla contromossa più utile per rispondere alle scelte dell’Amministrazione Trump arriva dal ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso: “Alla Commissione Ue chiediamo di cogliere le nuove opportunità sui mercati globali, piuttosto che pensare solo a reagire ai dazi con altri dazi: cosa che aggraverebbe il peso per l’Europa”. L’idea è puntare su “accordi bilaterali di libero scambio” sulla scorta di quelli sottoscritti in passato con Cile, Canada, Corea del Sud e Mercosur, verso aree “di maggiore crescita che abbiamo definito e indicato: Messico, Indo-Pacifico, India, Malesia, Indonesia, Vietnam e Giappone”. Resta sulla strada della prudenza, invece, Tommaso Foti: “Meno alziamo i toni sotto il profilo delle parole e meglio è, la reazione non deve essere di pancia ma di ragione”, ammonisce il ministro per gli Affari europei, il Pnrr e le Politiche di coesione.

Nel governo c’è anche chi, come Francesco Lollobrigida, scommette che l’Italia non ne uscirà ridimensionata sui mercati. Di sicuro non quello agroalimentare: “L’apprensione di questi giorni non ci deve far dimenticare i record raggiunti in questi anni. L’Italia è una superpotenza in questo settore e saprà vincere qualunque sfida”, rasserena il ministro dell’Agricoltura. Anche se Coldiretti chiede di “fare prevalere il buonsenso ed evitare a tutti i costi un’escalation della guerra commerciale che avrebbe effetti disastrosi sulle economie europee e statunitense – avverte il presidente, Ettore Prandini – , dove i primi ad essere penalizzati sarebbero i cittadini e gli agricoltori di entrambe le sponde dell’Atlantico”. Mentre Confagricoltura chiede all’Europa una risposta “unita e allineata con la medesima strategia” per proteggere un export da circa 70 miliardi di euro. E la Cia-Agricoltori italiani teme che dazi al 25% “ridurrebbe fortemente la competitività delle eccellenze del Made in Italy”. Un danno che Uninimpresa stima complessivamente in 2 miliardi circa. In questo quadro si inserisce pure lo scontro politico. Perché le opposizioni accusano il governo di troppo immobilismo. Il Pd si schiera sulle posizioni di Mattarella: “I dazi americani sono un errore profondo – sostiene la vicepresidente dem, Chiara Gribaudo -. Trovo inquietanti gli effetti che ricadranno sulla nostra economia, ma è altrettanto inquietante il sovranismo di chi appoggia l’amministrazione Trump, lasciando l’Italia e l’Europa in questa situazione”. Per la Cinquestelle Chiara Appendino “Meloni minimizza”, quindi “è complice del disastro che sta facendo non tutelando le nostre imprese”. Dura anche Avs, che lancia la campagna ‘Trump tax’. Per Iv, invece, le differenti posizioni nella maggioranza di governo lasciano l’Italia “appesa”, mentre Azione non boccia la scelta della premier di dialogare con Washington, purché in accordo con l’Ue.

JOHN ELKANN

Colloquio Elkann-Trump alla Casa Bianca: focus su competitività in Usa

Oltre 75mila dipendenti per un fatturato annuo di 63,5 miliardi di euro e consegne pari a circa 1,4 milioni di veicoli. Il mondo Stellantis negli Usa è una fetta importante delle attività del gruppo e, in futuro, potrebbe esserlo ancora di più. Il presidente John Elkann ha incontrato, infatti, Donald Trump alla Casa Bianca e, come riportato dai media Usa e confermato da fonti del gruppo, il presidente degli Stati Uniti ha annunciato di voler ripristinare standard meno rigidi sulle emissioni delle auto. Una visione, quella del repubblicano, distante dagli obiettivi dell’Unione europea che, pur concedendo una flessibilità – si passa da uno a tre anni nella valutazione della conformità – obbligherà i costruttori ad adeguarsi a rigide norme per ridurre l’impronta di CO2. In caso contrario, le multe saranno decisamente salate. Norme, aveva spiegato pochi giorni fa il presidente Stellantis, “dure e contradditorie”, intorno alle quali “stiamo discutendo approfonditamente con la Commissione europea per capire quale sarà la direzione da seguire per quanto riguarda il 2035 e oltre”.

Elkann ha partecipato all’incontro con Trump in qualità di responsabile di uno dei maggiori produttori automobilistici degli Usa, con l’obiettivo di proseguire il dialogo con il presidente e la sua amministrazione in questo momento cruciale per il futuro dell’industria automobilistica statunitense. Secondo quanto si apprende, tra i temi dell’incontro ci sarebbe stato anche quello relativo alla competitività del sistema automotive nordamericano, su cui Elkann si era espresso la scorsa settimana in una call con gli analisti, oltre all’accessibilità economica dei prodotti fabbricati negli Stati Uniti e per le implicazioni sulla domanda. Il presidente di Stellantis avrebbe ribadito la necessità di una maggiore chiarezza. La stessa che chiedono tutti i produttori di auto, soprattutto in vista dei dazi del 25% su tutti i veicoli non prodotti negli Stati Uniti a partire dal 3 aprile. “In termini di tariffe – aveva detto Elkann nel nel corso della presentazione dei risultati finanziari del 2024 – abbiamo sostenuto con forza la politica del presidente Trump di rilanciare la produzione americana e abbiamo annunciato ingenti investimenti statunitensi nelle prime 100 ore della sua nuova amministrazione”. Il colloquio Elkann-Trump, infatti, non è il primo tra i due da quando il tycoon si è insediato alla Casa Bianca. Poco prima della cerimonia, il presidente di Stellantis aveva incontrato il repubblicano e diversi funzionari dell’amministrazione Usa.

Trump: “Per pace nel mondo, Groenlandia deve andare agli Usa”. Vance sull’isola

Donald Trump non arretra sulla Groenlandia e rilancia: “E’ molto importante, per la sicurezza internazionale. Ne sbbiamo bisogno non per la pace per gli Stati Uniti, ma per la pace nel mondo”. Intanto il suo vice JD Vance è atterrato sull’isola per visitare l’unica base militare americana nel territorio, a Pituffik, un viaggio vissuto come una provocazione in Danimarca. “Il presidente è davvero interessato alla sicurezza dell’Artico, come tutti sapete, e questo argomento diventerà sempre più importante nei prossimi decenni”, commenta al suo arrivo.

Di fronte alla persistente bramosia degli americani, danesi e groenlandesi, sostenuti dall’Unione Europea, inaspriscono i toni. La prima ministra danese Mette Frederiksen denuncia “l’inaccettabile pressione” esercitata dagli Stati Uniti dopo l’annuncio, all’inizio della settimana, dell’arrivo senza invito di una delegazione statunitense che alla fine ha rivisto i suoi piani. “Venire in visita quando non c’è un governo in carica non è considerato un segno di rispetto verso un alleato”, afferma il primo ministro della Groenlandia Jens Frederik Nielsen. Nielsen presenta anche il nuovo governo di coalizione della Groenlandia, costituito per “far fronte alle forti pressioni esterne”. All’inizio di febbraio, il Segretario di Stato americano per l’America del Nord, John F. Kelly, aveva dichiarato che “la Danimarca non sta facendo il suo lavoro in Groenlandia e non è un buon alleato”. La signora Frederiksen ha prontamente replicato che la Danimarca è da tempo un fedele alleato degli Stati Uniti, combattendo al loro fianco “da molti decenni”, anche in Iraq e in Afghanistan.

La base americana di Pituffik costituisce un avamposto della difesa missilistica americana, in particolare contro la Russia, poiché la traiettoria più breve dei missili provenienti dalla Russia verso gli Stati Uniti passa attraverso la Groenlandia. Pituffik, che fino al 2023 si chiamava Thule Air Base, è servita da postazione di allerta contro eventuali attacchi dell’URSS durante il periodo della guerra fredda e rimane un anello essenziale dello scudo antimissile americano. È anche un luogo strategico per la sorveglianza dell’emisfero settentrionale e la difesa dell’immensa isola artica, che, secondo l’amministrazione americana, i danesi hanno trascurato. In questo contesto, il presidente russo Vladimir Putin ha giudicato “serio” il progetto di Donald Trump di assumere il controllo della Groenlandia e ha affermato di essere preoccupato che l’Artico si trasformi in “un trampolino di lancio per eventuali conflitti”. Secondo Marc Jacobsen, docente presso il Royal Danish Defence College, JD Vance “ha ragione nel dire che (la Danimarca) non ha risposto ai desideri americani di una maggiore presenza, ma abbiamo adottato misure per soddisfare questo desiderio”. A gennaio, Copenaghen ha annunciato che avrebbe stanziato quasi due miliardi di euro per rafforzare la sua presenza nell’Artico e nel Nord Atlantico. La brama di Trump per il territorio di ghiaccio, che affascina per le sue ipotetiche risorse minerarie e fossili e la sua importanza geostrategica, è vista come un deterrente per i suoi abitanti e la sua classe politica, così come per la potenza tutelare danese. Gli Stati Uniti “sanno che la Groenlandia non è in vendita. Sanno che la Groenlandia non vuole far parte degli Stati Uniti. Questo è stato loro comunicato in modo inequivocabile, sia direttamente che pubblicamente”, ha ribadito mercoledì Mette Frederiksen. Venerdì, re Frederik X di Danimarca ha rilasciato una dichiarazione rara, ricordando il suo attaccamento al territorio. “Non ci devono essere dubbi sul mio amore per la Groenlandia, e il mio legame con il popolo groenlandese è intatto“, ha detto a TV2.

Se i principali partiti groenlandesi sono favorevoli all’indipendenza del territorio a più o meno lungo termine, nessuno sostiene l’idea di un’annessione agli Stati Uniti. Secondo un sondaggio pubblicato alla fine di gennaio, anche la popolazione, in maggioranza Inuit, rifiuta ogni prospettiva di diventare americana. Il governo uscente ha ricordato di non aver “inviato alcun invito per visite, sia private che ufficiali”. Il viaggio lampo del figlio del presidente americano, Donald Trump Jr, il 7 gennaio, era già stato vissuto come una provocazione.