Ucraina, Zelensky vede Trump e sferza l’Europa. Oggi primo trilaterale Usa-Russia-Kiev

Striglia l’Europa, considerata “frammentata” e senza una vera volontà politica contro la Russia di Putin. E annuncia il primo trilaterale Ucraina-Russia-Usa. Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky è il protagonista della quarta giornata del forum economico di Davos, in Svizzera. Appena arrivato vede il presidente americano Donald Trump, con cui ha avuto un colloquio “produttivo e sostanziale”. “Buon incontro, la guerra deve finire. Vediamo che cosa accade in Russia”, ha commentato lo stesso Trump. “La guerra deve finire”, ha ribadito a chi gli chiedeva quale messaggio volesse trasmettere al presidente russo Vladimir Putin.

A riprova della rinnovata ‘concordia’ lo stesso Zelenzky conferma in conferenza stampa che i due hanno raggiunto un’intesa sui termini delle garanzie di sicurezza per l’Ucraina. “Le garanzie di sicurezza sono pronte”, ha dichiarato il leader ucraino, aggiungendo che “il documento deve essere firmato dalle parti, dai presidenti, e poi passerà ai parlamenti nazionali”. Il nodo restano i territori, ovvero il Donbass.

Stesso punto irrisolto che emerge da Mosca, dal colloquio tra l’inviato speciale degli Stati Uniti Steve Witkoff e il presidente russo Vladimir Putin. “Penso che siamo arrivati a un unico problema, e ne abbiamo discusso le iterazioni, e questo significa che è risolvibile. Quindi, se entrambe le parti vogliono risolvere la questione, la risolveremo”, ha spiegato Witkoff. L’incontro, conferma il Cremlino, è stato “sostanziale, costruttivo e franco”, ha commentato il consigliere presidenziale russo Yuri Ushakov.

Kirill Dmitriev, rappresentante speciale del presidente russo per gli investimenti e la cooperazione economica con i paesi stranieri, ha definito i colloqui “importanti”. Secondo Ushakov, le parti hanno confermato che senza una soluzione della questione territoriale attraverso la “formula di Anchorage”, non vi è alcuna speranza di una soluzione a lungo termine. La Russia, come ha sottolineato l’assistente presidenziale, resta concentrata su una risoluzione “politica e diplomatica del conflitto”, ma finché non saranno raggiunti accordi, continuerà a perseguire gli obiettivi del Distretto militare strategico “sul campo di battaglia”, dove mantiene l’iniziativa strategica.

Oggi si terrà il primo incontro trilaterale tra Russia, Stati Uniti e Ucraina, ad Abu Dhabi, negli Emirati Arabi Uniti. La delegazione russa sarà guidata da Igor Kostyukov, capo della Direzione generale dello Stato maggiore. Parallelamente si terrà un incontro tra i presidenti del gruppo bilaterale per gli affari economici Russia-UsA, Kirill Dmitriev e Steve Witkoff.

Dal trilaterale però, resta esclusa l’Europa, verso cui il presidente ucraino ha lanciato una forte accusa dal palco di Davos. L’Europa è un “caleidoscopio frammentato di piccole e medie potenze” e sembra “persa” nel tentativo di convincere Donald Trump a costringere la Russia a porre fine alla sua guerra. E ancora: “Invece di assumere un ruolo guida nella difesa della libertà in tutto il mondo, soprattutto quando l’attenzione dell’America si sposta altrove, l’Europa sembra persa nel tentativo di convincere il presidente degli Stati Uniti a cambiare idea”, ha affermato. E’ il momento, per Zelensky, di “avere una difesa comune, è il momento di agire”, ha esortato il leader ucraino citando il film ‘Il giorno della marmotta’.  “Nessuno vorrebbe vivere così, ripetendo la stessa cosa per settimane, mesi e, naturalmente, quattro anni”, ha spiegato accusando l’Europa di immobilismo.

Il Presidente Trump ha guidato un’operazione in Venezuela e Maduro è stato arrestato. Mi dispiace ma Putin invece non è sotto processo e questo è il quarto anno della guerra più grande in Europa dalla seconda guerra mondiale e l’uomo che l’ha iniziata non solo è a piede libero ma sta ancora combattendo per i suoi asset congelati in Europa”, ha incalzato. Proprio sugli asset russi “l’Europa non ha nemmeno cercato di costruire la propria risposta” alle minacce russe. “Grazie a Ursula, grazie ad Antonio Costa e a tutti i leader europei, ma quando arriverà il momento di usare quegli asset per difenderci dall’aggressione russa?”, ha chiesto presidente ucraino. “Putin è riuscito a fermare l’Europa da usare quegli asset congelati.” 

Dal Venezuela alla Groenlandia: il piano Trump per l’energia aspettando l’Europa

Petrolio, zinco, piombo, rame, uranio, oro, graffite, nichel, ferro, carbone. E, perché no?, diamanti. Sono, probabilmente, le vere ragioni per le quali Donald Trump ha messo gli occhi (da tempo) sulla Groenlandia. Poi, sì, c’è anche la sicurezza nazionale, la “questione della Difesa”, con la minaccia incombente di Cina e Russia sulle rotte artiche che, attraverso lo scioglimento dei ghiacci, diventano voluttuose autostrade per tutelare i propri interessi nazionali. Ma poi.

E c’è sempre il petrolio, principalmente, dietro il blitz in Venezuela che ha trasformato Nicolas Maduro da dittatore a detenuto. Poi, per carità, anche la lotta al narcotraffico di cui Caracas è una delle capitali mondiali, ma senza dimenticare la Colombia, la Bolivia, eccetera eccetera che sembrano in questo momento Paesi esenti dalla produzione industriale della droga. Ma poi.

Tutto questo per mettere in evidenza come il nostro secolo sarà definito nel suo perimetro dall’energia e dalle cosiddette materie critiche. Energia che Trump, il giorno del suo insediamento, ha riconsegnato al dominio assoluto del fossile (come dimenticare il “drill, baby, drill”), in particolare di petrolio e gas, incenerendo le politiche green del solare e dell’eolico, riducendo l’energia pulita alla sussidiarietà. Petrolio e gas che il presidente Usa intende esportare e condizionare a livello di prezzi: non a caso sta già vendendo all’Europa vagonate di Gnl, non proprio in saldo, e sta accaparrandosi il greggio del Venezuela in modo di essere in grado di determinarne il costo. E i Paesi dell’Opec e dell’Opec+ che dicono? Per adesso, non dicono. Ed è strano. Molto strano.

Tornando alla Groenlandia, in teoria dovrebbe esserci una risposta pronta e anche netta da parte dell’Europa. Anzi, più che in teoria, nella pratica. Perché se a Caracas la ‘scusa’ poteva essere la destabilizzazione di un presidente eletto in maniera non democratica, affamatore di un popolo e chissà che altro ancora, mettere le mani su un pezzo del Vecchio Continente che appartiene alla Danimarca solo per una “questione di Difesa”, diventa oggettivamente più complicato agli occhi dell’universo mondo. Eppure, i bookmakers – usando una metafora calcistica – non quotano l’annessione. Non riusciamo davvero a immaginare Trump, nella sua tenuta di Mar-a-Lago, che preso atto della reazione ‘veemente’ di Bruxelles (“Si rispetti l’integrità territoriale”, perbacco), abbia tremato e suggerito al Segretario di Stato Marco Rubio e a tutti i suoi generali di fare marcia indietro. Pensiamo, purtroppo, che abbia sfoderato il suo ghigno migliore e abbia alzato il volume dello stereo.

Il sospetto è che mentre tra Strasburgo e Bruxelles ci si ingegna per mettere in atto qualche altro regolamento cervellotico da applicare subito pena sanzioni pesantissime, la premier della Danimarca, Mette Frederiksen, dovrà arrangiarsi da sola. Tanti auguri.

Trump avverte l’Europa: “Rischia la cancellazione della sua civiltà”

“Se le tendenze attuali continueranno” il Vecchio Continente “sarà irriconoscibile tra 20 anni o meno” perché c’è il rischio di una “scomparsa della civiltà” in Europa. Lo scrive il presidente Usa, Donald Trump, nella prefazione della ‘Strategia di difesa nazionale’, un documento di 33 pagine in cui, tra le altre cose, invita a “ripristinare la supremazia americana” in America Latina e annuncia un “riassetto” della presenza militare americana nel mondo, “per rispondere alle minacce urgenti sul nostro continente e un allontanamento dai teatri la cui importanza relativa per la sicurezza nazionale americana è diminuita negli ultimi anni o decenni”.

La strategia presentata da Trump è chiaramente e dichiaratamente nazionalista. “In tutto ciò che facciamo, mettiamo l’America al primo posto”, riassume il presidente Usa, che promette di “proteggere il Paese dalle invasioni”, punta a porre fine all’“epoca in cui gli Stati Uniti sostenevano l’intero ordine mondiale, come Atlante” e rivendica di voltare pagina rispetto ai decenni del dopoguerra.

Il testo conferma le linee guida della politica estera americana dal ritorno di Trump alla Casa Bianca a gennaio. I presidenti americani diffondono generalmente una presentazione strategica di questo tipo ad ogni mandato. L’ultima, pubblicata da Joe Biden nel 2022, aveva posto l’accento sull’acquisizione di un vantaggio competitivo sulla Cina, limitando al contempo una Russia considerata “pericolosa”.

Il nuovo documento, disponibile sul sito della Casa Bianca, anticipa forti cambiamenti all’interno dell’Alleanza Atlantica. “È più che plausibile che, entro pochi decenni al massimo, i membri della Nato diventeranno in maggioranza non europei”, afferma il testo. “È legittimo chiedersi se percepiranno il loro posto nel mondo, o la loro alleanza con gli Stati Uniti, allo stesso modo di coloro che hanno firmato la carta” dell’organizzazione.

Washington denuncia in modo confuso le decisioni europee che “minano la libertà politica e la sovranità, le politiche migratorie che trasformano il continente e creano tensioni, la censura della libertà di espressione e la repressione dell’opposizione politica, il calo dei tassi di natalità e la perdita delle identità nazionali (…)”. Trump esprime anche l’auspicio che “l’Europa rimanga europea, ritrovi la fiducia in se stessa sul piano civile e abbandoni la sua ossessione infruttuosa per l’asfissia normativa”.

Parole, quelle del repubblicano, che hanno immediatamente scatenato le reazioni europee. Il ministro degli Esteri tedesco, Johann Wadephul, ricorda che la Germania non ha bisogno di “consigli dall’esterno”. “Argomenti come la libertà di espressione o l’organizzazione delle nostre società libere” non possono essere discussi da Washington, puntualizza Berlino.

Il documento, che riassume in pochi paragrafi anche la strategia sull’Africa e il Medio Oriente, mira a riorientare la politica diplomatica e militare americana alla luce degli sviluppi geopolitici globali, ma soprattutto dei nuovi interessi di Washington. Sottolineando gli sforzi per aumentare l’approvvigionamento energetico americano, il testo ritiene che “il motivo storico per cui l’America si concentra sul Medio Oriente diminuirà”. Trump chiede di “ristabilire la supremazia americana” in America Latina e annuncia un ‘riassetto’ della presenza militare americana nel mondo, “per rispondere alle minacce urgenti sul nostro continente”. Raccomanda inoltre “un allontanamento dai teatri la cui importanza relativa per la sicurezza nazionale americana è diminuita negli ultimi anni o decenni”.

Per quanto riguarda la Cina, la strategia ribadisce gli appelli per una regione Asia-Pacifico “libera e aperta”, ma pone maggiormente l’accento sulla concorrenza economica. Il Giappone e la Corea del Sud sono chiamati a fare di più per sostenere Taiwan di fronte a Pechino. “Dobbiamo incoraggiare questi paesi ad aumentare le loro spese per la difesa, ponendo l’accento sulle capacità necessarie per dissuadere gli avversari” dall’attaccare l’isola, afferma il documento. Inoltre, “l’era delle migrazioni di massa deve finire. La sicurezza delle frontiere è l’elemento principale della sicurezza nazionale“, afferma il documento, in linea con la sua stretta contro l’immigrazione.

“Dobbiamo proteggere il nostro Paese dalle invasioni, non solo dalle migrazioni incontrollate, ma anche dalle minacce transfrontaliere come il terrorismo, la droga, lo spionaggio e la tratta di esseri umani”, continua. Ultime decisioni in ordine di tempo della politica anti-immigrazione di Donald Trump, i servizi americani per la cittadinanza e l’immigrazione (Uscis) hanno annunciato la sospensione delle richieste di “carta verde” di residenza permanente o di naturalizzazione provenienti da cittadini di 19 paesi. Hanno anche ridotto la durata dei permessi di lavoro di numerose categorie di immigrati.

Se i big dei trasporti chiedono aiuto a un’Europa diversa

All’assemblea generale di Alis il messaggio che è emerso, forte e chiaro, dai tre ministri presenti (Tajani, Salvini e Lollobrigida), dal viceministro Rixi, dal presidente di Ita e dall’armatore Grimaldi è quello che si sente ripetere almeno da un anno abbondante. Ovvero: l’Europa deve fare di più e meglio, soprattutto deve rimodulare pesantemente il green deal pena una crisi senza precedenti che andrà solo a vantaggio di Usa, Cina e, persino, India.

Insomma, nulla di inedito, nulla che non abbia giù riempito le nostre orecchie fino a trasformare questi messaggi-denuncia nel ritornello di un tormentone musicale. Il punto, in fondo, ormai è sufficientemente chiaro ma non abbastanza condiviso: bisogna mettere mano alle normative verdi per correggere le storture della precedente Commissione senza venire meno agli obblighi ambientali e di sostenibilità indispensabili per mantenere in salute il nostro pianeta. Ma se l’Unione europea deve darsi una mossa, nulla può accadere se i grandi inquinatori del mondo non pongono un freno a se stessi. Fino a quando la Cina userà il carbone senza scrupoli, l’India non farà qualcosa per limitare le proprie emissioni, gli Stati Uniti non si rimetteranno in liena con gli Accordi di Parigi, ancorché rivisitati, niente di ciò che viene stabilito a Bruxelles o a Strasburgo potrà servire. Saranno sforzi inutili, che porranno solo a repentaglio lo stato di salute dell’industria.

Perché il passo successivo – pericolosissimo – sarebbe uniformarsi agli altri, del tipo: loro inquinano e se ne infischiano? Allora riprendiamo a farlo anche noi. Ed è proprio l’esito incerto della recente Cop 30, a Belem, a sollevare perplessità. Là dove si poteva costruire qualcosa di buono e di buonsenso per la Terra, si è arrivati alla solita intesa stiracchiatissima che non sposta di un millimetro il problema. Ed è qui che la riflessione può scivolare sul piano inclinato del pessimismo o, a voler essere positivi, di un grigissimo realismo.

Antonio Tajani, nelle sue chiacchiere ad Alis, ha giustamente sottolineato che alla transizione verde va associata una transizione sociale. Le misure sulle auto a motore endotermico – bannate dal 2035 – costeranno all’Italia 70 mila posti di lavoro, ha detto. Ce lo possiamo permettere? Evidentemente no, ma non possiamo neppure innestare la retromarcia adesso, dopo che l’automotive si è attrezzata per elettrificare la propria offerta di veicoli. E si ritorna al buonsenso di cui sopra. Dalle auto agli Ets in passo è breve e il ministro Salvini in settimana sarà a Bruxelles per chiederne l’abolizione. Una gabella, ha sentenziato davanti a una platea ovviamente interessata. Armatori e grandi trasportatori, ma anche piccoli imprenditori della mobilità, che dell’Europa così com’è adesso ne hanno le tasche piene.

Domanda: quanto ci metteranno a capirlo e a cambiare a Bruxelles?

Quando a Trump all’Onu scivola la frizione di un quattro cilindri diesel

Non c’erano dubbi sul fatto che Donald Trump, il presidente degli Stati Uniti, fosse da tempo immemore assai scettico sulla tutela del Pianeta. Non era però immaginabile che all’Onu, nel corso del suo interminabile intervento all’Assemblea Generale, il tycoon picchiasse così duro su Green Deal e rinnovabili – definendole la più grande truffa del mondo, uno scherzo, una sorta di harakiri economico – e assurgesse a leader dei negazionisti perché – la sintesi del suo ragionamento – un centinaio di anni fa si temeva per il raffreddamento della Terra e adesso ci si angoscia per il riscaldamento. Balle, in buona sostanza, anzi bullshit. Così l’uscita dall’accordo Parigi diventa un atto dovuto trattandosi solo di “una bufala”.  Tutto condito da uno schiaffo all’Europa e un cazzoto alla Cina, la nazione che produce più CO2 del mondo e inquina gli Oceani fino a Los Angeles, per giungere al pizzicotto assestato alla Scozia che ha un sacco di risorse nel Mare del Nord e non le sfrutta in maniera adeguata.

Trump ha coccolato il carbone (pulito, eh già), ammiccato al petrolio, si è accoccolato sul gas, quello che ci vende a prezzi esorbitanti, ha confezionato una sorta di elegia delle fonti fossili. Dando nel contempo degli idioti a tutti coloro che in questi ultimi anni si sono impegnati a diminuire l’inquinamento, a pensare a soluzioni non impattanti sull’ambiente, a tutelare ciò che sta ineludibilmente degradando. Ora, se è vero che le follie di Frans Timmermans e di un certo tipo di atteggiamento ecologista sono andate paradossalmente nella direzione sbagliata, è altrettanto innegabile che il presidente degli Stati Uniti si è stabilizzato su posizioni indubbiamente estreme. E quindi non proprio condivisibili.

Più che lo stato del Pianeta a Trump interessa lo stato di salute della sua economia. Così facendo, ovvero tornando al “drill, baby drill” dell’insediamento alla Casa Bianca, gli Usa usciranno dall’impasse economico e diventeranno una specie di Eldorado, mentre l’Europa rischia il fallimento (chiaro e diretto il riferimento alla Germania) per la cocciutaggine di voler perseguire politiche ‘verdi’.

Su un tema, forse, The Donald ha ragione: per tanto che ci si impegni a Bruxelles, ci saranno sempre nazioni (India, Cina?) che anteporranno i loro interessi a qualsiasi ecopolitica di buonsenso. Vale un vecchio ragionamento di strada: basta una sgasata di un furgoncino a Nuova Delhi per vanificare gli sforzi di un’intera città della Ue. però…

…Però stavolta a Trump è scivolata la frizione (di un quattro cilindri rigorosamente diesel).

Epitaffio di Draghi per l’Europa di Ursula che ora deve cambiare

“Grazie Mario”, ha ripetuto con enfasi Ursula von der Leyen. Grazie per tutto quello che hai detto e costruito per l’Europa. Insomma, grazie di esistere. Poi, però, Mario, nella fattispecie Draghi, ex presidente della Bce, ex premier, una luce nel buio di questi tempi, ha smontato pezzo dopo pezzo tutto quello che l’Unione europea ha fatto, anzi non ha fatto, (proprio) durante la gestione passata e presente della presidente tedesca. Perché il discorso di Draghi sullo stato di salute malandatissimo del vecchio Continente è stato molto crudo e diretto, partendo dal presupposto che “a distanza di un anno, l’Europa si trova quindi in una situazione più difficile” e che “l’inazione non minaccia solo la nostra competitività ma anche la nostra sovranità”. Liofilizzando il concetto: vi avevo avvertito ma le mie parole sono cadute nel vuoto. E adesso sono grane.

In un (per niente tranquillo) martedì di metà settembre, Draghi ha messo a nudo i difetti della Ue targata Ursula: lenta, avvitata su se stessa, incapace di decidere, imbolsita dalla burocrazia e dalla smania regolamentare, non ancora del tutto convinta che il green deal come era stato pensato da Frans Timmermans debba essere profondamente rivisitato. Giusto un anno fa l’ex premier aveva presentato il suo rapporto, un’istantanea che riscosse consensi ma che in concreto non ha spostato di un millimetro il baricentro della Ue, ormai bersaglio di critiche diffuse proprio da parte dei più europeisti tra gli europeisti. Antonio Tajani, ad esempio, ministro degli Esteri ed ex presidente del Parlamento, pochi minuti prima che Draghi si prendesse la scena aveva assestato un paio di ceffoni a Bruxelles, parlando della necessità urgente di cambiare registro, del bisogno di dire basta all’unanimità del voto, dell’imperativo di arrivare a una Difesa europea. Non proprio peanuts.

Il paragone di Draghi è quello con gli Stati Uniti e la Cina. Che sono giganti ma che agiscono velocemente, mentre l’Europa sta deludendo i cittadini per “la lentezza e la sua incapacità di muoversi con la stessa rapidità”. Il punto, ancora più grave, è che i governi che compongono l’Europa non sono consapevoli – stigmatizza l’ex commissario – della gravità della situazione. Intanto che si discute e ci si accapiglia, il “modello di crescita sta svanendo”, “la vulnerabilità sta aumentando” e “non esiste un percorso chiaro per finanziare gli investimenti di cui abbiamo bisogno”.

Una pietra tombale, un epitaffio su ‘questa’ Europa, quella di von der Leyen. Che ha incassato la scarica di cazzotti senza (quasi) fare una piega e promesso un cambio di passo su energia (nucleare), Difesa e intelligenza artificiale. Ecco: conviene che, rispetto alla prima volta, ‘questa’ volta Ursula faccia sul serio, ritrovi l’Unione (U rigorosamente maiuscola) e metta a terra promesse e sogni. A Strasburgo, una settimana fa, il suo discorso è stato coniugato sempre e solo al tempo futuro, conviene che viri sul presente oppure tra un anno saranno inutili anche le scosse di Mario.

Draghi bacchetta l’Europa: “La crescita perde slancio. L’inazione minaccia competitività e sovranità”

“A distanza di un anno, l’Europa si trova quindi in una situazione più difficile. Il nostro modello di crescita sta perdendo slancio. Le vulnerabilità aumentano. E non esiste un percorso chiaro per finanziare gli investimenti di cui abbiamo bisogno. Ci è stato dolorosamente ricordato che l’inazione minaccia non solo la nostra competitività, ma anche la nostra stessa sovranità”. A dodici mesi dalla presentazione del rapporto che metteva in guardia dal “ritardo” economico del Vecchio Continente rispetto agli Stati Uniti e alla Cina, Mario Draghi, ex presidente della Banca centrale europea ed ex presidente del Consiglio, ha esortato martedì l’Europa a uscire dalla sua “lentezza” e a condurre riforme per ripristinare la sua competitività. Invitato dalla Commissione europea a tracciare un primo bilancio – alla presenza di Ursula von der Leyen – dodici mesi dopo la presentazione delle sue raccomandazioni, l’economista è stato, come sempre, molto schietto.

Pur lodando la determinazione ad agire della Commissione, che aveva fatto propria la sua diagnosi e da allora ha lanciato molteplici iniziative ispirate alle sue raccomandazioni, Draghi ha ritenuto che “le imprese e i cittadini” sono delusi “dalla lentezza dell’Europa e dalla sua incapacità di muoversi con la stessa rapidità” degli Stati Uniti o della Cina. “L’inazione minaccia non solo la nostra competitività, ma anche la nostra sovranità”, ha avvertito, rammaricandosi che “i governi non siano consapevoli della gravità della situazione”.

Secondo i calcoli del centro di riflessione EPIC di Bruxelles, solo l’11% delle 383 raccomandazioni formulate da Draghi nella sua relazione sul “futuro della competitività europea” sono state attuate completamente e circa il 20% in modo parziale. Anche gli economisti della Deutsche Bank Marion Muehlberger e Ursula Walther ritengono in una nota che “i progressi nel complesso siano contrastanti”, con “riforme sostanziali” attuate o avviate, ma senza che vi sia nulla che possa cambiare radicalmente la situazione in questa fase.

Tra i principali progressi, c’è la ripresa dell’industria della difesa. L’urgenza di riarmare l’Europa di fronte alla minaccia russa ha spinto i 27 Stati membri a lanciarsi in uno sforzo collettivo di reindustrializzazione, con notevole agilità. La settimana scorsa, la Commissione ha annunciato di aver stanziato 150 miliardi di euro di prestiti a 19 paesi, nell’ambito di una serie di misure volte a mobilitare fino a 800 miliardi di euro. L’Europa si è anche dotata di una piattaforma comune per garantire l’approvvigionamento di materie prime “critiche” e ha moltiplicato le iniziative nel campo dell’intelligenza artificiale. Tutti risultati sottolineati von der Leyen, che, ricevendo Mario Draghi, ha riconosciuto la necessità di accelerare i tempi per raddrizzare la barra.

La Commissione, ha detto, “manterrà senza sosta la rotta fino a quando tutto sarà completato” e ha esortato le altre istituzioni europee a unirsi al movimento, in particolare il Parlamento, che non ha ancora adottato una serie di leggi di semplificazione normativa denominate Omnibus. “Abbiamo bisogno di un’azione urgente per far fronte a esigenze urgenti, perché le nostre imprese e i nostri lavoratori non possono più aspettare”, ha detto von der Leyen.

Secondo la Deutsche Bank, queste misure di semplificazione potrebbero far risparmiare alle imprese europee circa 9 miliardi di euro all’anno. La presidente dell’esecutivo europeo ha invitato inoltre ad attuare “con senso di urgenza”  il completamento del mercato unico, un vasto progetto che consiste nell’eliminare entro il 2028 molteplici barriere interne che continuano a frenare l’attività economica in numerosi settori. Secondo il Fondo monetario internazionale, tali ostacoli rappresentano l’equivalente del 45% dei dazi doganali sui beni e del 110% sui servizi. Per Simone Tagliapietra, esperto dell’istituto Bruegel, “il messaggio di Draghi è molto chiaro: o l’Europa cambia modello economico, o è destinata a scomparire”. E questo messaggio è rivolto in primo luogo agli Stati membri, dove secondo lui risiede il principale ostacolo alle riforme.

Meloni? One woman show… E quel cazzotto all’Europa irrilevante

Dopo settimane di silenzio, Giorgia Meloni ha ripreso la parola per dettare il documento programmatico del governo di qui (almeno) alla fine dell’anno e per appuntarsi qualche medaglietta sul petto. In fondo, ci sta: dopo quasi tre anni di gestione del Paese in un momento congiunturale – diciamo – non proprio favorevole, voltarsi indietro e compiacersi per i risultati ottenuti è umanamente comprensibile, con la consapevolezza però che quelle ‘medagliette’ ostentate in diretta streaming prestano e presteranno il fianco alle aspre critiche dell’opposizione. A livello personale, la premier ha incassato la standing ovation della Fiera di Rimini, tributo riservato a pochi negli ultimi tempi, una bella spinta per aumentare la propria autostima. Volendo sintetizzare: one woman show…

In quasi un’ora di intervento, Meloni ha toccato tutti i temi possibili: dall’Ucraina al massacro di Gaza, dalla sanità alla genitorialità, dalla riforma della giustizia al premierato, dal Piano Casa all’irrilevanza dell’Europa, con tanto di citazione per Mario Draghi che l’ha preceduta di qualche giorno alla kermesse romagnola. Proprio su quest’ultimo tema la presidente del Consiglio ha usato toni netti, quasi tranchant, avvolgendo con un foglio di domopack l’istantanea scattata dal suo predecessore a Chigi: la Ue, così com’è, è condannata all’irrilevanza. Amen.

Non è una novità che Meloni consideri Bruxelles e Strasburgo centri di potere non inutili ma al momento dannosi per la salute delle economie nazionali. E non è un mistero che si sia battuta per sburocratizzare l’Europa vittima del ‘virus regolamentatorio’ per cui è stato creato un adagio secondo il quale gli Usa inventano, i cinesi copiano e gli europei regolamentano. L’affondo, questa volta, è amplificato dalle parole che ha pronunciato Draghi, una sorta di de profundis, e anche dall’analisi di Romano Prodi, ex presidente della Commissione, che si è praticamente allineato a questa visione di assoluta mestizia.

Eppure proprio la leader di Fratelli d’Italia sa bene che dall’Europa non può uscire e che nell’Europa va riannodato il filo degli interessi comuni, in maniera che tra Orban e Sanchez, tra lei stessa e Macron non ci siano distanze profonde come canyon. Un’operazione difficile ma indispensabile, in particolare per chi ha dedicato alla polita estera buona parte del suo mandato.

Trump (per ora) vince e Pichetto riavvolge il nastro: Ci fosse Kamala…

L’Europa è spaccata, il Parlamento è spaccato, nel mondo delle imprese non tutti sono uniti. L’effetto Trump, al riparo dalla reazioni di pancia sui dazi imposti al 15%, è questo. Ed è anche piuttosto preoccupante. Germania e Italia sono considerati i Paesi più ‘deboli’ di fronte alle minacce del Tycoon americano, da più parti si chiedono le dimissioni della presidente Ursula von der Leyen, qualcuno (Renzi) azzarda addirittura dell’intera Commissione, il commissario Sefcovic viene considerato un lacchè, né più né meno del segretario della Nato Rutte, prono di fronte al presidente americano quando il tavolo negoziale era quello della Difesa. E si potrebbe continuare così, perché ci sono reazioni di tutti i tipi all’intesa raggiunta nella club house di un campo da golf (esclusivo) in Scozia, tra chi dice che poteva andare molto peggio e chi sostiene che si poteva fare molto meglio usando il famigerato bazooka contro il capo della casa Bianca. Su tutte le riflessioni ne enucleiamo una: quella di Gilberto Pichetto Fratin, ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energia. “Avesse vinto Kamala Harris forse questo problema non lo avremmo avuto”.

La riflessione di Pichetto è banale e geniale al tempo stesso e, di rimbalzo, attribuisce a Trump una valenza superiore ai dazi al 15%. E’ vero che se si ascoltano i pareri di illuminati economisti la tassazione coatta si ritorcerà contro l’economia americani e gli americani medesimi, però la realtà dei fatti, al momento, è che il presidente Usa con il suo comportamento indecifrabile, con la sua capacità strategica di cambiare idea dalla sera alla mattina, ha messo in ginocchio più di un Paese. Allargando il concetto, addirittura un continente, quello europeo, vittima delle proprie debolezze e soffocato dalla mania di regolamentare tutto, anche l’irregolamentabile. Così, mentre tra Bruxelles e Strasburgo ci si parla addosso , a Washington si finge di essere matti per ottenere qualcosa di più e di diverso dal passato.

Tornando a Pichetto, non è scritto da nessuna parte che con la signora Harris sarebbe andata più morbida, però è un dato di fatto che la presidentessa si sarebbe mossa con andamento più felpato e non avrebbe squassato la quiete di molti dormienti (Canada, Giappone, Europa) con dichiarazioni e minacce che qualcuno ha accostato ai bulli di periferia, però è fuori discussione che Trump ha messo a segno il primo colpo, anche se (forse) la lotta è ancora lunga.

Il sud dell’Europa soffoca sotto temperature estreme: enorme roll cloud in Portogallo

Una persistente ondata di caldo si è abbattuta sul Sud dell’Europa, con un’estensione geografica “mai vista” in Francia, dove le temperature continueranno a salire, portando a temperature record in Spagna e nel Mediterraneo e persino alla formazione di un’impressionante Roll Cloud, “nuvola a rullo”, in Portogallo.

Con una media di 26,01°C, secondo i dati del programma europeo Copernicus registrati domenica e analizzati da Météo-France, il Mar Mediterraneo non aveva mai registrato una temperatura così elevata in superficie. E anche sulla terraferma i record continuano a cadere dall’inizio di questa ondata di caldo estremo.

Lunedì la Francia ha visto una notte e un giorno più caldi mai registrati nel mese di giugno, ma secondo Météo-France oggi è previsto il “culmine” dell’ondata di caldo. Sedici dipartimenti, tra cui Parigi e la sua regione, passeranno all’allerta rossa per ondata di caldo, il livello di allerta sanitaria più alto per la Francia: nelle regioni in rosso sono previste punte di 41 °C e durante la notte le temperature potrebbero non scendere sotto i 20-24 °C in alcune zone, comprese le regioni settentrionali. Circa 1.350 scuole pubbliche su 45.000 saranno parzialmente o totalmente chiuse martedì, il doppio rispetto al giorno precedente, secondo le previsioni del Ministero dell’Istruzione. Lunedì, 84 dei 95 dipartimenti della Francia (esclusi i territori d’oltremare) erano in allerta arancione, un’estensione geografica senza precedenti, secondo il ministro della Transizione ecologica Agnès Pannier-Runacher.

Temperature massime e minime record per il mese di giugno sono state registrate anche in diverse stazioni spagnole, secondo l’agenzia meteorologica Aemet. Sabato è stato addirittura registrato un record assoluto per il mese di giugno a Huelva, con 46 °C, superando i 45,2 °C misurati a Siviglia, nel 1965.

Oltre alle grandinate in alcune zone, in Portogallo il caldo ha provocato domenica la formazione di un raro fenomeno di “nuvole a rullo” che si sono accumulate sopra alcune parti della costa. Nelle immagini diffuse sui social network si vede un’enorme nuvola orizzontale avanzare dall’orizzonte marino verso le spiagge sotto lo sguardo a volte spaventato di coloro che cercavano il fresco dell’Oceano Atlantico. Nell’entroterra, il termometro avrebbe raggiunto i 46,6 °C a Mora, un centinaio di chilometri a est di Lisbona. Se questa rilevazione fosse confermata, si tratterebbe, come in Spagna, di un nuovo record per il mese di giugno, secondo la stampa locale.

Ovunque, residenti e turisti cercano di adattarsi come possono. “Bisogna fare tutto al mattino e rimanere al chiuso nel pomeriggio per evitare i picchi di calore”, confida a Madrid Agathe Lacombe, una sessantenne francese. “È difficile, devo bere continuamente”, aggiunge lunedì un bangladese di 40 anni, che percorre le strade di Lisbona con il suo tuk-tuk per far scoprire la città ai visitatori.

In Italia, il Ministero della Salute ha dichiarato l’allerta rossa in 17 città in tutto il Paese, tra cui Roma, Milano, Firenze e Verona. A Bologna sono stati allestiti “rifugi climatici” e ad Ancona sono stati distribuiti deumidificatori ai bisognosi. Si tratta di “una delle ondate di caldo più intense dell’estate”, che per di più è caratterizzata da una durata particolarmente lunga, ha commentato all’Afp l’esperto Antonio Spano, fondatore del sito specializzato ilmeteo.it. Mentre i vigili del fuoco combattevano gli incendi boschivi in diverse regioni d’Italia, i media locali hanno riferito che una donna di 77 anni è morta domenica, soffocata dal fumo di un incendio divampato vicino alla sua abitazione a Potenza. Ieri, un uomo di 70 anni è morto travolto da un torrente di acqua e fango nella città alpina di Bardonecchia, in Piemonte, vicino al confine francese.

In Portogallo, il rischio di incendi era massimo nella maggior parte delle zone boschive, ma un focolaio divampato il giorno prima vicino a Castelo Branco (centro) è stato domato lunedì. In Turchia, più di 50.000 persone di 41 località hanno dovuto essere evacuate lunedì a causa degli incendi boschivi. Dopo la morte sabato in Spagna di due persone che lavoravano sulla strada, probabilmente a causa di un colpo di calore, i sindacati hanno chiesto misure per proteggere i lavoratori più esposti.

Le ondate di calore stanno diventando più intense, iniziano prima e si protraggono più a lungo alla fine dell’estate a causa dei cambiamenti climatici. In Croazia, la stragrande maggioranza della costa è in allerta rossa a causa delle temperature intorno ai 35 °C, mentre il Montenegro deve affrontare un alto rischio di incendi e la Serbia sta vivendo una grave e estrema siccità in gran parte del suo territorio. Anche il Regno Unito è stato colpito da questa ondata di caldo nel primo giorno del torneo di tennis di Wimbledon. Le autorità britanniche hanno lanciato un allarme arancione in cinque regioni dell’Inghilterra, tra cui Londra.

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