Arriva l’autorizzazione ambientale per il rigassificatore di Piombino. Il sindaco: “Valutiamo se impugnare”

La Conferenza dei servizi sul rigassificatore di Piombino concede a Snam l’Aia, Autorizzazione integrata ambientale, per l’installazione dell’impianto nel porto. Anche se il Comune ha espresso parere contrario, il Ruas e la Regione Toscana hanno invece espresso parere favorevole con prescrizioni.
Dovrebbe entrare in funzione entro maggio di quest’anno, ovvero a 6 mesi dall’autorizzazione. “Ci sono 200 persone che lavorano 24 ore su 24 per raggiungere l’obiettivo”, fa sapere Stefano Venier, Ceo di Snam. Ma il sindaco, Francesco Ferrari, non molla: “Tutte questioni profondamente legate alla sicurezza della città e dei cittadini che non possono continuare ad essere ignorate. Attendiamo l’udienza del Tar e, intanto, valuteremo con la Task force di legali e tecnici se impugnare anche questo ennesimo atto”, afferma.

Le argomentazioni del primo cittadino non cambiano: “Non c’è ancora chiarezza sulle molte criticità che abbiamo sollevato”, sostiene. Si discute di una nave sulla quale sono in corso, rileva, “significative opere che ne modificheranno sostanzialmente l’assetto”. Così, quella che rischia di arrivare a Piombino non sarà la nave che è stata studiata e valutata. Snam, denuncia Ferrari, “ha ammesso di non conoscere molti aspetti essenziali e che l’impianto non è ancora stato testato. Inoltre, si continua a non affrontare i temi degli incidenti rilevanti, dell’impatto dell’impianto sulla salute pubblica e dell’operatività del porto una volta installato il rigassificatore”.

La società però è convinta che il progetto andrà in porto nei tempi. “La situazione del mercato del gas è abbastanza buona. Grazie a un clima mite nelle ultime settimane e grazie a tutte le iniziative che abbiamo messo a terra, ora ci sono 2,5 miliardi di metri cubi di gas in più negli stoccaggi. Potremmo arrivare a 4 miliardi di metri cubi di gas di scorta ad aprile”, sostiene Venier. Considera l’obiettivo di arrivare a riempire 11 miliardi di metri cubi di gas per il prossimo inverno “più fattibili” e il rigassificatore di Piombino “darà un contributo di 2,5 miliardi dalla prossima estate”. Con i due rigassificatori di Piombino e Ravenna, Snam prevede che l’Italia avrà nel 2025-2026 il “40% del proprio fabbisogno copribile con forniture di gas liquefatto”. Si partiva dal 20% scarso, “mi sembra già un importante step”.

Gas, Gallo (Italgas): Prossimo inverno meno critico delle aspettative

“Credo che il prossimo inverno non dovrebbe essere così critico come qualcuno immaginava. Ma dobbiamo finire questo prima di pensare al prossimo”. Così l’ad di Italgas Paolo Gallo a margine della presentazione agli stakeholder a Torino del Piano di Creazione di Valore Sostenibile 2022-2028. “Il problema è come finiremo questo inverno – aggiunge – come livello di riserve, che sarà determinante. Se continuiamo con la strada che abbiamo intrapreso e dove le azioni messe in campo dal Governo e la sensibilità che è stata diffusa a tutti i livelli hanno prodotto dei risultati importanti”, il prossimo inverno sarà meno critico rispetto alle aspettative.

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Acquisti congiunti di gas: von der Leyen promette l’avvio dei negoziati in primavera

Avviare i negoziati con i principali fornitori internazionali di gas all’inizio della primavera, per arrivare a concludere i primi contratti congiunti a livello comunitario “ben prima dell’estate”. A scandire l’agenda per l’avvio dei primi acquisti congiunti di gas (cui seguiranno quelli di Gnl e, in futuro, anche idrogeno) la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, nel suo intervento di questa mattina di fronte all’Aula del Parlamento europeo a Strasburgo.
“La piattaforma energetica comune è pronta e funzionante”, ha esultato la presidente, sottolineando che “con il sostegno degli Stati membri e dell’industria europea, stiamo creando un consorzio europeo che ci consentirà di aggregare la domanda e di sfruttare efficacemente il peso politico e di mercato dell’UE: è quello che abbiamo sempre voluto, il nostro potere di mercato collettivo di 27 persone”. Ora – ha aggiunto la presidente – “puntiamo ad avviare le trattative con i principali fornitori internazionali di gas già all’inizio della primavera, con l’obiettivo di concludere i primi contratti congiunti ben prima dell’estate”, ha dichiarato.
Lunedì scorso si è tenuta a Bruxelles la prima riunione formale del comitato direttivo della piattaforma energetica dell’Ue che si occuperà anche degli acquisti comuni di gas, composto dai rappresentanti della Commissione europea, dei 27 paesi Ue e della comunità dell’Energia. Bruxelles dovrebbe selezionare entro poche settimane un fornitore di servizi per organizzare la piattaforma informatica che servirà per l’aggregazione della domanda. A quanto apprende GEA, la procedura per avviare la gara d’appalto e selezionare il “fornitore dei servizi” è già stata avviata dalla Commissione europea.
L’idea di una piattaforma per gli acquisti congiunti, sulla scia della messa in comune dei vaccini durante il Covid-19, si è resa necessaria secondo la Commissione perché “sul piano commerciale la scorsa estate, abbiamo assistito a concorrenza e questo è stato uno dei motivi per cui abbiamo pagato prezzi del gas esorbitanti”, secondo la commissaria europea per l’energia, Kadri Simson. La commissaria estone è intervenuta oggi nel panel dal titolo ‘La quadratura del cerchio energetico europeo’ del World Economic Forum in corso questa settimana a Davos, in riferimento alla piattaforma energetica per gli acquisti congiunti di gas lanciata dalla Commissione europea lo scorso 7 aprile con il doppio scopo di abbassare i prezzi facendo leva sul potere di mercato dell’Ue ed evitare concorrenza tra Stati membri sulle forniture. Ora la Commissione europea darà vita a un “consorzio di acquirenti di gas, creeremo questo cartello di acquirenti” di gas a livello europeo, ha ricordato la commissaria, assicurando però che il consorzio europeo “sarà temporaneo” e “non è qualcosa che avrà un impatto sulla nostra economia di mercato, ma è necessario per essere meglio preparati per il prossimo inverno”.

Prezzi energia trainano calo inflazione a dicembre. Ma è record nel 2022: mai così alta dal 1985

Rallenta l’inflazione a dicembre ma è record nel 2002: mai così alta dal 1985. Secondo le stime preliminari dell’Istat, nel mese di dicembre 2022 infatti l’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività, al lordo dei tabacchi, aumenta dello 0,3% su base mensile e dell’11,6% su base annua (da +11,8% del mese precedente). Il rallentamento su base tendenziale dell’inflazione è dovuto prevalentemente ai prezzi dei beni energetici, (che passano da +67,6% di novembre a +64,7%), in particolare della componente non regolamentata (da +69,9% a +63,3%) e ai prezzi dei beni alimentari non lavorati (da +11,4% a +9,5%) e dei servizi relativi ai trasporti (da +6,8% a +6,0%); per contro, un sostegno alla dinamica dell’inflazione deriva dall’accelerazione dei prezzi degli energetici regolamentati (da +57,9% a +70,3%), di quelli dei beni alimentari lavorati (da +14,3% a +14,9%), di quelli dei servizi ricreativi, culturali e per la cura della persona (da +5,5% a +6,2%) e dei servizi relativi alle comunicazioni (da +0,2% a +0,7%).

Sempre secondo le stime preliminari Istat, l’indice armonizzato dei prezzi al consumo (Ipca) – il cosiddetto ‘carrello della spesa’ – aumenta dello 0,2% su base mensile e del 12,3% su base annua (da +12,6% di novembre). La variazione media annua del 2022 è pari a +8,7% (+1,9% nel 2021). In media, nel 2022 i prezzi al consumo registrano una crescita pari a +8,1% (+1,9% nel 2021). Al netto degli energetici e degli alimentari freschi, i prezzi al consumo crescono del 3,8% (+0,8% nell’anno precedente) e al netto dei soli energetici del 4,1% (+0,8% nel 2021).
“In base alle stime preliminari – commenta l’Istat –  l’inflazione acquisita, o trascinamento, per il 2023 (ossia la crescita media che si avrebbe nell’anno se i prezzi rimanessero stabili fino al prossimo dicembre) è pari a +5,1%, ben più ampia di quella osservata per il 2022, quando fu pari a +1,8%”.

Sulla scorta dei dati diffusi dall’Istituto nazionale di statistica, arrivano le reazioni e le analisi delle associazione a tutela dei consumatori e dei produttori, come nel caso di Coldiretti. “L’impennata dell’inflazione pesa sul carrello degli italiani che hanno speso quasi 13 miliardi in più per acquistare cibi e bevande nel 2022 a causa dell’effetto valanga dei rincari energetici e della dipendenza dall’estero, in un contesto di aumento dei costi dovuto alla guerra in Ucraina che fa soffrire l’intera filiera, dai campi alle tavole”. Secondo la Coldiretti, tra le categorie di prodotti che hanno pesato di più sull’aumento di spesa degli italiani ci sono la verdura che precede sul podio “pane, pasta e riso” e poi “carne e salumi” mentre al quarto posto la frutta precede il pesce, poi “latte, formaggi e uova” e quindi “olio, burro e grassi”. Per cercare di risparmiare, 8 italiani su 10 (81%) hanno preso l’abitudine di fare una lista ponderata degli acquisti da effettuare per mettere sotto controllo le spese d’impulso, cambiando anche i luoghi scelti per fare la spesa: il 72% degli italiani si reca nei discount, mentre l’83% punta su prodotti in offerta e in promozione, “andando a caccia dei prezzi più bassi anche facendo lo slalom nel punto vendita, cambiando negozio, supermercato o discount alla ricerca di promozioni per i diversi prodotti”, spiega la Coldiretti. La quale evidenzia come gli aumenti dei prezzi non incidano solamente sulle tasche delle famiglie, bensì sull’intera filiera agroalimentare “a partire dalle campagne, dove più di un’azienda agricola su 10 (13%) è in una situazione così critica da portare alla cessazione dell’attività, ma ben oltre 1/3 del totale nazionale (34%) si trova comunque costretta in questo momento a lavorare in una condizione di reddito negativo per effetto dei rincari, secondo il Crea. Ettore Prandini chiede “rimedi immediati e un rilancio degli strumenti europei e nazionali che assicurino la sovranità alimentare, riducano la dipendenza dall’estero e garantiscono un giusto prezzo degli alimenti per produttori e consumatori”, sottolineando l’esigenza di “raddoppiare da 5 a 10 miliardi le risorse destinate all’agroalimentare nel Piano nazionale di ripresa e resilienza spostando fondi da altri comparti per evitare di perdere i finanziamenti dell’Europa”.

Carlo Alberto Buttarelli, direttore Ufficio Studi e Relazioni con la Filiera di Federdistribuzione, racconta lo stato dell’arte delle imprese italiane, “impegnate da oltre un anno a gradualizzare il trasferimento sui prezzi al consumo degli aumenti subiti in fase di acquisto, investendo risorse economiche e riducendo i propri margini per salvaguardare il potere d’acquisto degli italiani. Uno sforzo che non è più sostenibile dal nostro settore che in questi mesi ha dovuto anche fronteggiare i rincari energetici. Per scongiurare una possibile crisi dei consumi nei prossimi mesi è necessario che tutti gli attori della filiera agiscano con senso di responsabilità per limitare il più possibile la spirale della crescita dei prezzi, considerando anche che si registrano i primi segnali di rallentamento delle quotazioni delle materie prime e dei prodotti energetici”.

Nel 2022, gli aumenti di prezzi e tariffe si sono tradotti in una spesa di 61,3 miliardi di euro in più rispetto all’anno precedente, come afferma il Codacons. Che, dati Istat alla mano, traduce – a parità di consumi – la percentuale del tasso annuo dell’8,1% in un maggiore esborso pari in media a +2.369 euro per la famiglia ‘tipo’, cifra che sale a 3.069 euro annui per un nucleo con due figli. “Sono numeri da capogiro – commenta – che avranno ripercussioni pesanti nel 2023. L’andamento al rialzo delle bollette del gas, i carburanti che hanno ripreso a correre e i listini degli alimentari ancora a livelli elevatissimi, faranno sentire i loro effetti nel breve termine, erodendo il potere d’acquisto dei cittadini e riducendo la spesa. Il governo Meloni deve correre ai ripari, adottando misure in grado di calmierare i prezzi al dettaglio e accelerare la riduzione dei listini, allo scopo di salvaguardare i bilanci delle famiglie, che sempre più numerose intaccano i risparmi per riuscire a sostenere bollette e prezzi alle stelle”, conclude Carlo Rienzi, presidente del coordinamento.

Gli fa eco l’Unione Italiana Consumatori: “Sono dati catastrofici. Le famiglie sono sempre più inguaiate. Una coppia con 2 figli ha pagato 700 euro in più rispetto al 2021 per poter mangiare e bere. Una famiglia media ha avuto una stangata per i prodotti alimentari e le bevande analcoliche pari a 513 euro, cifra che sale a 632 per una coppia con 1 figlio e che arriva a 836 euro per le coppie con 3 figli”, fa presente Massimiliano Dona, presidente dell’associazione. “In media per una famiglia – evidenzia – il rincaro dello scorso anno è di 2219 euro, 1200 per l’abitazione, 532 per il solo carrello della spesa”.

Sul tema si sofferma anche la Confederazione Selp. Il suo presidente Giovanni Centrella rimarca il fatto che i dati diffusi stamani dall’Istat sull’inflazione “fanno emergere con chiarezza le difficoltà delle famiglie italiane nell’acquisto dei beni di prima necessità. Al Governo chiediamo di intervenire attivando controlli sui prezzi per evitare speculazioni che potrebbero incidere ancora pesantemente sulle famiglie e le categorie dei lavoratori dipendenti”. Sulla stessa lunghezza d’onda Furio Truzzi, presidente di Assoutenti che, di fronte ai dati diffusi dall’Istat, chiede al governo Meloni “di inserire l’emergenza prezzi tra le priorità dell’esecutivo, varando il taglio dell’Iva sui beni primari come alimentari e generi di prima necessità, e intervenendo sulla tassazione relativa ai carburanti, seguendo l’esempio del suo predecessore Draghi e tagliando le accise che pesano sui costi di una moltitudine di prodotti, considerato che in Italia l’85% della merce viaggia su gomma”.

Per Confesercenti, non bisogna dimenticare “che le famiglie hanno quasi terminato i risparmi con i quali hanno finora sostenuto la spesa, la cui dinamica d’ora in poi sarà guidata sempre più dal potere d’acquisto. Per questo il governo, terminata la fase di emergenza, dovrà garantire interventi decisivi per ridurre innanzitutto la pressione fiscale ed il costo del lavoro, per ridare fiato a famiglie ed imprese e sostenere la ripresa della domanda interna”.

Qual è infine la situazione a livello europeo? Secondo Eurostat, a novembre 2022 i prezzi alla produzione industriale sono diminuiti dello 0,9% sia nell’area dell’euro che nell’Ue, rispetto a ottobre.
I prezzi alla produzione industriale nell’area dell’euro a novembre 2022, rispetto a ottobre, sono diminuiti del 2,2% nel settore energetico e dello 0,4% per i beni intermedi, mentre i prezzi sono aumentati dello 0,2% per i beni di consumo durevoli, dello 0,3% per i beni strumentali e dello 0,6% per i beni di consumo non durevoli. Esclusa l’energia, i prezzi sono cresciuti dello 0,1%.
Nell’intera Ue, i prezzi alla produzione industriale sono aumentati del 56% nel settore energetico, del 17,1% per i beni di consumo non durevoli, del 15,5% per i beni intermedi, del 9,7% per i beni di consumo durevoli e del 7,7% per i beni strumentali. I prezzi nell’industria, esclusa l’energia, sono cresciuti del 13,6%.

 

 

 

 

 

Nuovi rincari in bolletta e alla pompa: si allarga lo spread Italia-Germania

Si allarga lo spread tra Italia e resto d’Europa. Non si tratta del confronto sugli interessi che lo Stato paga sul debito pubblico, in salita come conseguenza dell’aumento dei tassi deciso dalla Bce per frenare l’inflazione, con quelli che sborsa il governo tedesco sui titoli decennali. No, la vera forbice che interessa l’economia è quella legata ai costi energetici.
In Italia a cavallo di Capodanno abbiamo avuto un aumento delle bollette del gas per il mercato tutelato, 7,3 milioni di clienti, pari al 23,3%, mentre ad esempio in Germania il governo ha pagato le bollette del metano alle famiglie tedesche. Un gesto che ha permesso all’inflazione di scendere al di sotto delle attese all’8,6%. Il caro-vita da noi invece è all’11,8%. Il 5 gennaio uscirà il dato di dicembre che tuttavia sarà superiore a quello tedesco, considerando che gli analisti stimano un leggera diminuzione a +11,6%.
La fonte dei rincari sta alla base. Alla produzione. La nostra energia elettrica deriva dal gas al 50% con una quota di rinnovabili di poco superiore al 22%, in Germania la quota di rinnovabili sfiora in questi giorni il 60% perchè il Paese più grande d’Europa ha incrementato nel 2022 gli impianti, soprattutto eolici, per essere meno dipendente dai fornitori esteri dopo aver subito la chiusura dei rifornimenti russi di gas dopo l’invasione dell’Ucraina.
Sempre in questi giorni il prezzo della luce è così pari a un terzo di quello italiano a Berlino. Il costo industriale di oggi è 171,61 euro/MWh da noi contro i 59 in Germania.

Dal primo gennaio gli automobilisti del Belpaese hanno assistito infine a un rincaro di circa 20 centesimi al litro, dopo i +12,2 centesimi di rincaro verificatosi a inizio dicembre, sui carburanti. Il governo Meloni non ha rinnovato gli sconti sulle accise, che aveva introdotto il governo Draghi il 21 marzo scorso per frenare la fiammata al distributore che aveva visto la super toccare un picco di 2,184 euro al litro. Ora, complice una debolezza del prezzo del Brent europeo, la quotazione della benzina, sopra 1,8 euro, è comunque in linea con la media del 2022 che aveva beneficiato degli sgravi. Tuttavia, proprio in virtù di questo rincaro ora il prezzo alla pompa è tornato a essere superiore di quello pagato in Germania: 1,8 contro 1,73 a Berlino.

Nel 2023 si profila comunque un ulteriore allargamento dello spread energetico. In Italia, nonostante abolizione di oneri di sistema e costi vari in bolletta, il gas rimane sui massimi. La luce costerà il 19,5% in meno fino a marzo rispetto all’ultimo trimestre 2022, però bisogna ricordare che a fine settembre la tariffa elettrica segnò un balzo del 59%. Tutt’altra musica in Germania: dopo il regalo di Natale in bolletta, nei prossimi mesi scatterà un tetto ai prezzi di gas ed elettricità: l’80% dei consumi sarà appunto limitato rispetto al prezzo di esercizio. E tale tetto (gas: 12 centesimi al chilowattora, teleriscaldamento: 9,5 centesimi; energia elettrica: 40 cents) inciderà sui prezzi al consumo se quelli correnti saranno superiori al tetto. Il price cap in bolletta non entrerà in vigore fino a marzo 2023, mentre per gennaio febbraio i clienti del gas riceveranno gli indennizzi a marzo.
Finora la forte riduzione di consumi di gas (-20% in Europa fino a novembre rispetto alla media 2016-2021), con conseguente calo della produzione industriale, ha coinvolto gran parte dell’Europa. Ora però in Europa i prezzi stanno crollando, mentre in Italia rimangono sui massimi.

Il prezzo del gas crolla ancora, ma la bolletta cresce del 23,2%

Per i 7,3 milioni di clienti ancora nel mercato tutelato il consumo di gas di dicembre costa il 23,2% in più. Lo ha deciso l’Arera, l’autorità per l’energia, che ha aggiornato il costo delle bollette. L’aumento delle tariffe era inevitabile, considerando che il prezzo industriale medio del gas in Italia è stato di 116,171 euro per megawattora a dicembre contro i 91 di novembre.

Il balzo registrato nell’ultimo mese dell’anno è stato del 27,6%, mentre l’Arera è riuscita a ‘contenere’ il rincaro a +23,2%. Una stangata che si aggiunge al +13,7% di novembre. Va detto che se l’Authority avesse utilizzato il vecchio metodo di aggiornamento della tutela gas (trimestrale ex-ante, come quello usato ancora per l’energia elettrica, anziché mensile ex-post, calcolando cioè la media prezzo dopo la fine del mese di riferimento) durante tutto l’ultimo trimestre del 2022 si sarebbe applicata una componente del prezzo del gas a copertura dei costi di approvvigionamento (Cmem) di oltre 240 euro/MWh, anziché i 116,6 euro per megawattora di dicembre.

Il metodo adottato dall’Autorità ha consentito, invece, di applicare una Cmem di 78 euro/MWh in ottobre e di 91,2 euro/MWh in novembre. Una consolazione che tuttavia non cancella un anno terribile per la bolletta del gas. La stessa Authority ha calcolato infatti che malgrado qualche risparmio a inizio autunno, in termini di effetti finali, la spesa per la famiglia tipo nel periodo gennaio-dicembre 2022 è di circa 1.866 euro, +64,8% rispetto al 2021.

Sembra un controsenso ma, mentre arriva questo +23,2% da pagare per molte famiglie e piccolissime attività imprenditoriali, il prezzo industriale del gas ad Amsterdam continua a crollare. Poco dopo le 18 di ieri il contratto Ttf con scadenza febbraio ha perso l’8% quotando 70,8 euro per megawattora. Di gas ce n’è, gli stoccaggi – come ha fatto sapere Snam – sono ancora pieni in Italia all’82% e in Europa all’83%. A fine inverno le scorte non saranno azzerate, per cui l’attività di riempimento in vista del prossimo inverno 2023-2024 non sarà proibitiva o ultra-costosa come è invece accaduto la scorsa estate, con gli Stati che per accaparrarsi gas sono arrivati a far salire il Ttf a 349 euro/Mwh a fine agosto.

Il prezzo ad Amsterdam crolla inoltre per il clima mite che spinge a usare maggiormente le rinnovabili in Europa per la produzione di energia elettrica, senza contare che il piano riduzione consumi varato dalla Ue, e messo in pratica soprattutto dalle aziende come legittima difesa nei confronti delle bollette stellari, ha visto precipitare del 20% i consumi di metano da agosto a novembre rispetto alla media 2016-2021.

I prezzi sono in caduta ad Amsterdam ma anche alla Borsa italiana. La minuscola media di gennaio, che rispecchia anche l’andamento dell’ultima settimana di dicembre 2022, evidenzia un prezzo di 72,3 euro/MWh. Se dovesse mantenersi questa quotazione fino a fine mese, allora la bolletta del gas a gennaio dovrebbe scendere del 35%. Bisogna attendere almeno fino al 20-25 gennaio per capire l’ammontare preciso del calo, ma di certo, a meno di eventi imprevisti e sconvolgenti, la bolletta sarà meno cara.

Meloni stretta tra l’incubo della crisi energetica e il Piano Mattei

Tre ore di conferenza stampa a tre mesi dalla sua vittoria elettorale e a due dall’insediamento del suo governo: Giorgia Meloni ha chiuso il cerchio del 2022 cercando di fornire risposte a tutti su tutto, ribadendo la linea precisa “di destra”, a volte sfiorando appena la polemica (con i Cinquestelle), spesso esibendo sorrisi e quasi mai alzando il tono di voce. E’ stata premier, in buona sostanza, e non più leader dell’opposizione, un vestito che – per forza di cose – è difficile da dismettere dopo averlo indossato per tanti anni. Lo standing istituzionale, del resto, non si acquisisce per diritto divino ma si costruisce giorno dopo giorno. Buona regola impone che, quando si occupano le stanze di palazzo Chigi, amici e nemici debbano essere trattati sempre con il medesimo distacco. Sotto questo aspetto Meloni ha compiuto uno scatto in avanti: da pasionaria della destra a capo di governo. Tutto sommato, è stata abbastanza veloce (“noi donne lo siamo”) a cambiarsi d’abito.

La presidente del Consiglio ha raccontato che il suo passaggio in politica “è transitorio” e che un giorno tornerà “a fare la giornalista”, ha cercato di sfuggire dall’ombra lunga di Mario Draghi, il predecessore, ammettendo però che il peso di quel continuo paragone “lo sente”. Ci mancherebbe, tutto molto umano. Ha indugiato, poi, su “coraggio e orgoglio”, che spera entrino a fare parte del dna degli italiani di qui a qualche tempo, come eredità da consegnare a chi prenderà il suo posto. Intanto c’è il 2023 da scollinare e non sarà una passeggiata di salute. Meloni ha raccontato la legge di Bilancio come un trionfo dell’esecutivo, ha difeso il decreto sul carcere ostativo e i rave, ha maneggiato con cura il tema complicato del Msi e di Ignazio La Russa, ha confermato la priorità del presidenzialismo, si è tenuta alla larga dalle trappole del Covid e dei vaccini, ha dato due annunci: prima del 24 febbraio sarà a Kiev da Volodimir Zelensky e il 25 aprile parteciperà alle celebrazioni. Era presumibile ma non proprio scontato.

La presidente del Consiglio è stata netta sul tema dell’energia e sul ruolo che dovrà svolgere l’Italia dal 2023 in avanti. Infatti, ha rilanciato il piano Mattei per l’Africa, in maniera che il nostro Paese possa diventare “la porta di ingresso in Europa” dal Mediterraneo per le forniture di gas. L’idea di Meloni è quella di “lasciare qualcosa, non di portare via qualcosa” a un continente parecchio complicato: una strategia non colonialista ma collaborazionista che combacia con quella di Draghi. Il quale, prima di essere sollevato dall’incarico, aveva intensificato rapporti e partnership con Algeria, Congo, Angola. Mozambico per liberarsi dal giogo russo. Il tema del gas e più in generale dell’energia è stato affrontato quasi marginalmente. E non per colpa di Meloni. Eppure se non andrà in un certo modo, a marzo ci sarà bisogno di rimettere mano al portafogli per sanare una situazione che altrimenti piegherebbe imprese e famiglie. E se è vero che l’Italia ha raggiunto tutti i 55 obiettivi del Pnrr e che quindi avrà un’iniezione di denaro fresco, è altrettanto vero che i soldi non sono infiniti. La premier ha raccontato che i provvedimenti energetici costano in media 5 miliardi al mese all’Italia, non è necessaria una laurea al Politecnico per far di conto e capire che il punto di non ritorno è pericolosamente vicino.

Il paradosso del Natale e le inquietudini per l’anno che verrà

C’è qualcosa di paradossale, o per lo meno di controverso, nel Natale degli italiani. Un’indagine di Coldiretti racconta che il caro bollette e, quindi, il caro prezzi ha portato otto famiglie su dieci a riciclare gli avanzi del cenone, oppure a metterli nel congelatore per consumarli più avanti. Un’altra indagine della Coldiretti rivela che una buona parte degli italiani è pronta a riutilizzare i regali ricevuti: anche qui si tratta di riciclo. Insomma, se non si tira proprio la cinghia per lo meno si sta attenti a come spendere e, soprattutto, a non sprecare. Poi, però, emergono i dati degli italiani che hanno preso d’assalto le mete turistiche all’estero e le nostre montagne, nonostante il caldo anomalo abbia reso quasi impraticabili le piste di sci: sono tantissimi e motivati a divertirsi al massimo delle possibilità. La tecnica è quella di affogare le preoccupazioni con ripetuti cin-cin.
Resta un fatto, però, che forse è ‘Il Fatto’: serve necessariamente la Manovra, ancorché controversa e con troppi intoppi, per mettere una pezza ai disagi della crisi energetica e del conseguente caro-prezzi. Il costo del gas sta scendendo, probabilmente si stabilizzerà anche quello dell’elettricità, ma l’orizzonte temporale è breve: a marzo, secondo alcuni analisti, si renderà necessario un nuovo intervento da parte dell’esecutivo guidato da Giorgia Meloni per consentire alle imprese e alle famiglie di andare avanti. Tre mesi o giù di lì…
Se il 2022 viene definito un annus horribilis per lo scoppio della guerra, la crisi energetica, l’inflazione, il fallimento della Cop27, lo scandalo nel Parlamento europeo, il 2023 si preannuncia come un anno molto difficile, con indicatori al ribasso (uno su tutti: il Pil) e con previsioni non in linea con sogni e suggestioni. Gas e petrolio saranno al centro dei conciliaboli mondiali, come la necessità di dare ulteriore slancio alle rinnovabili e di fare chiarezza sulle trivellazioni nell’Adriatico. Sugli ultimi temi dipende da noi e non da altri. il nuovo codice degli appalti basterà? A naso viene da rispondere no.
Sintetizzando, perché l’anno che verrà sia meglio dell’anno che sta per chiudersi c’è bisogno di decisioni nette, trasparenza, resilienza, buona fortuna. E magari che Russia e Ucraina trovino un modo per fare la pace.

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Bollette, tra Natale e l’Epifania in arrivo le nuove tariffe

Il 29 dicembre l’Arera (Autorità di Regolazione per Energia Reti e Ambiente) determinerà le tariffe trimestrali per l’energia elettrica nel mercato tutelato, mentre il 3 gennaio 2023 la stessa Authority per l’energia fisserà i prezzi, sempre per il mercato tutelato, del gas. Dopo tre mesi in cui si sono registrati i massimi storici per la luce, si attende una boccata d’ossigeno in virtù del calo del Pun, prezzo unico nazionale. Lo scorso 29 settembre l’Arera aveva infatti aumentato i costi dell’energia elettrica del 59%. All’epoca, l’Autorità nazionale per l’energia aveva deciso di posticipare eccezionalmente il necessario recupero della differenza tra i prezzi preventivati per lo scorso trimestre e i costi reali che si sono verificati, anch’essi caratterizzati da aumenti straordinariamente elevati, limitando dunque il rincaro che sarebbe stato intorno al 100 per cento. Infatti nel terzo trimestre 2022, in base ai dati di preconsuntivo, il Pun era pressoché raddoppiato rispetto al secondo trimestre 2022 e quasi quadruplicato rispetto al livello medio del corrispondente trimestre del 2021.

Adesso i numeri sono diversi. Settembre aveva chiuso con un Pun medio di 429,92 euro per megawattora, mentre il prezzo del 24 dicembre – complice il giorno semifestivo – è crollato a 142,06. La media di dicembre rimane tuttavia superiore, ovvero a 325,43 euro/Mwh. La differenza però tra la quotazione di settembre e quella di questo mese segna comunque un -24,3%. Pertanto, le bollette nel mercato tutelato dei prossimi tre mesi dovrebbero ridursi del 10-20% almeno. Tutto dipenderà dalla volontà di Arera di recuperare “la differenza tra i prezzi preventivati per lo scorso trimestre e i costi reali che si sono verificati”, posticipati lo scorso 29 settembre.

Discorso diverso per il gas. Il verdetto sulle bollette del mercato tutelato arriverà il 3 gennaio. In base al nuovo metodo di calcolo introdotto a luglio dall’Arera, il prezzo del metano per i clienti ancora in tutela è aggiornato alla fine di ogni mese e pubblicato nei primi giorni del mese successivo a quello di riferimento, in base alla media dei prezzi effettivi del mercato all’ingrosso italiano. Il valore del prezzo gas, che è pagato dai clienti per i consumi di dicembre, viene quindi pubblicato sul sito dell’Arera entro 2 giorni lavorativi dall’inizio di gennaio. Nonostante il Ttf, ovvero il prezzo del gas in Olanda diventato punto di riferimento del mercato europeo, sia in caduta libera da una settimana (alle 15,30 segnava un calo del 10% a 82,7 euro/Mwh), e che anche il prezzo del gas sulla borsa italiana sia crollato a quota 87 euro, la media di dicembre è a 125,5 euro. Superiore ai 91 di novembre e agli 80,8 di ottobre. A ottobre, grazie proprio a quotazioni in picchiata, avevamo assistito a una riduzione delle bollette del 13%. La stessa percentuale di aumento che invece abbiamo notato a novembre. Ora – nonostante parecchi commentatori puntino a una riduzione delle tariffe – è dunque difficile immaginare una discesa dei costi per aziende e famiglie. In questo mese il gas in Italia costa infatti il 37% in più rispetto a novembre.

 

 

 

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Gas, già due mesi fa Goldman Sachs aveva previsto il prezzo sotto i 100 euro/MWh

Era il 2 novembre quando la banca d’affari americana Goldman Sachs aveva previsto che i prezzi del gas naturale in Europa sarebbero scesi “di circa il 30% nei prossimi mesi”. Quel giorno il Ttf olandese quotava 132,8 euro/Mwh, oggi è sceso fino a quota 90 per poi risalire a 93-94, comunque segnando l’ennesimo calo di oltre il 4%.
Quasi due mesi fa – come riportava Gea – Goldman Sachs aveva infatti ipotizzato una discesa del Ttf a 85 euro nel primo trimestre del 2023. Ci siamo vicini. Secondo la banca d’affari statunitense il raffreddamento dei prezzi derivava da diversi fattori: “Lo stoccaggio del gas in Europa è sostanzialmente pieno per questa stagione invernale; le temperature di questo autunno sono state più miti del previsto ritardando così l’inizio di un periodo di intenso utilizzo; e c’è un eccesso di offerta di gas naturale liquefatto (Gnl)”.

In vista dell’estate, quando bisognerà comunque riempire le scorte, Goldman Sachs il 16 novembre ha rivisto al ribasso i target price basandosi più o meno sulle stesse considerazioni che l’avevano portata a ipotizzare un prezzo a 85 euro/Mwh per inizio 2023: “La combinazione di clima mite, risparmi da parte dei consumatori e minori importazioni di Gnl da parte della Cina (lasciando più offerta all’Europa) hanno contribuito a creare un buffer di stoccaggio che ha permesso all’Europa nordoccidentale di essere molto più protetta dagli eventi della stagione fredda. Questo consente, in vista dell’estate 2023, di bilanciarsi a livelli di domanda più elevati rispetto a quelli precedentemente previsti. Nello specifico, la domanda di gas europea nordoccidentale può essere mediamente di circa 22 milioni di metri cubi al giorno superiore alle nostre precedenti aspettative per l’estate senza compromettere l’obiettivo di riempire al 90% gli stoccaggi a fine ottobre 2023″, continuava nella sua analisi la banca d’affari americana. Dunque “ipotizzando una sensibilità alla domanda che vale 2,4 euro per milione di metro cubo”, Goldman Sachs rivedeva la previsione del prezzo Ttf per l’estate 2023 a 180 euro/MWh, 55 euro in meno rispetto alle precedenti stime di 250 euro per megawattora.

E 180 euro è proprio il valore sopra il quale scatterebbe il famoso price cap, deciso dai ministri dell’Energia della Ue a maggioranza. Probabilmente quindi non dovrebbe entrare in funzione, considerando il boom di rilasci autorizzativi per impianti rinnovabili in tutto il Vecchio Continente, che ridurranno il consumo di gas per produzione di energia elettrica, e la ripresa del nucleare francese, alle prese con lunghe manutenzioni che riguardano metà delle centrali transalpine.
Per uscire dal tunnel serviranno comunque anni, dato che un prezzo a 180 euro per megawattora rappresenta pur sempre il 900% in più rispetto alla media del prezzo industriale del gas fino al 2020. E la media del prezzo in Italia del gas, che secondo i dati forniti dal Gme è oggi sceso a 95,148 euro/Mwh sulla scia del crollo del Ttf olandese, rimane ancora alta. Il prezzo medio di dicembre, che sarà utilizzato da Arera per deliberare ai primi di gennaio la bolletta di questo mese, è superiore del 42% a quello di novembre: 129,7 euro/Mwh di dicembre contro i 91 euro per megawattora di novembre.