Donald Trump Usa

Verso firma accordo Usa-Iran domenica a Ginevra. Trump: “Falsa la bozza diffusa da Teheran”. Pakistan: “Pace mai così vicina”

Accordo sì, accordo no. La partita fra Usa e Iran è ancora aperta, anche se sembra avvicinarsi la firma del Memorandum di intesa. Che potrebbe essere addirittura già domenica a Ginevra. Una fonte ha riferito a Reuters che il testo è ancora in fase di definizione e che l’Iran rimane fermo sulla sua posizione, secondo cui l’accordo debba porre fine anche ai combattimenti in Libano, dove Israele si scontra con la milizia Hezbollah, sostenuta dall’Iran. L’obiettivo è definire la formulazione entro sabato, in modo che l’accordo possa essere firmato dal vicepresidente statunitense JD Vance e dal presidente del Parlamento iraniano Mohammed Baqer Qalibaf il giorno seguente. E’ il premier del Pakistan Shehbaz Sharifa confermare come la pace “non è mai stata così vicina come lo è ora“: “Nonostante gli intensi sforzi di mediazione in corso da parte del Pakistan, siamo pienamente consapevoli dell’incessante campagna di disinformazione condotta da coloro che vogliono sabotare l’accordo di pace. Al di là di tutto questo clamore, possiamo confermare che è stato raggiunto un testo definitivo e concordato dell’accordo di pace e che il Pakistan sta ora lavorando a stretto contatto con entrambe le parti per definire i prossimi passi“, scrive su X.

Nella bozza dell’accordo diffusa dall’agenzia iraniana Mehr si leggono 14 punti. I primi quattro prevedono la cessazione permanente e immediata della guerra su tutti i fronti, Libano compreso; l’impegno degli Stati Uniti a non interferire negli affari interni dell’Iran e a rispettare la sovranità della Repubblica islamica dell’Iran; la revoca completa del blocco navale entro 30 giorni; l’impegno degli Stati Uniti a ritirare le proprie forze dalle aree circostanti l’Iran. Il testo prevede anche la riapertura dello Stretto di Hormuz entro 30 giorni con accordi con l’Iran, la sospensione delle sanzioni sulla vendita di petrolio, prodotti petrolchimici e derivati e pieno accesso dell’Iran alle sue risorse finanziarie. E ancora la necessità che gli Stati Uniti e i loro alleati presentino piani di ricostruzione per l’Iran del valore di almeno 300 miliardi di dollari , e poi da 8 a 60 giorni di negoziati per raggiungere un accordo finale basato sulle questioni nucleari e sulla revoca completa delle sanzioni primarie e secondarie statunitensi, ribadendo l’impegno dell’Iran, sancito dal Trattato di non proliferazione nucleare (TNP), a non produrre armi nucleari.

Una bozza che però Trump smentisce subito: “Le condizioni che l’Iran ha fatto trapelare ai media che diffondono fake news non hanno NULLA a che vedere con quelle concordate per iscritto. Quello che hanno detto, compresa la loro debole e patetica dichiarazione sul raggiungimento di un accordo, non ha alcun rapporto con la verità”, scrive su Truth, attaccando: “Sono persone con cui è davvero disonorevole avere a che fare. Con loro non esiste alcuna trattativa in buona fede. INCREDIBILE! Inoltre, il loro attacco con droni di ieri sera contro le navi indiane in uscita dallo Stretto di Hormuz, che è stato totalmente respinto, è ASSOLUTAMENTE INACCETTABILE. Faranno meglio a darsi una regolata, e in FRETTA!“. A invitare alla calma è il ministro degli Esteri iraniano Seyed Araghchi, che su X afferma: “Il protocollo d’intesa di Islamabad non è mai stato così vicino alla conclusione. In attesa della sua finalizzazione, i media dovrebbero astenersi dal formulare ipotesi sul suo contenuto. In linea con il nostro approccio responsabile e trasparente, tutti i dettagli saranno resi noti al pubblico a tempo debito“. Post subito ripubblicato da Trump, ad avvalorare questa tesi.

 

 

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Tajani-Crosetto: “Scenario internazionale degradato. Torna attuale minaccia atomica”

In uno scenario internazionale “estremamente degradato” e “interconnesso”, la politica internazionale italiana guarda alla pace, ma anche agli interessi e alla crescita del Paese. I ministri degli Esteri e della Difesa, Antonio Tajani e Guido Crosetto, tornano davanti alle commissioni di Camera e Senato per comunicare sulla partecipazione italiana alle missioni internazionali.

Riferiscono insieme in Parlamento, dato il quadro complesso dello scacchiere geopolitico. Iran, Libano, Ucraina, Africa: lo sguardo è sul mondo. Quello che emerge è che lo scenario è in continua evoluzione, caratterizzato da “instabilità diffuse” e con focolai di tensione “profondamente collegati tra di loro”, spiega Crosetto.

L’inquilino della Farnesina parla di una strategia volta alla stabilità, soprattutto quella nell’area del Mediterraneo e a una politica estera “finalizzata a far sì che l’Italia possa essere protagonista all’interno dell’Unione Europea e del G7”, ma anche “finalizzata a far crescere l’export, che rappresenta quasi il 40% del Pil”. Crosetto ricorda che la pace “non è più un dato acquisito”, ma va “costruita, protetta e consolidata” e che la Difesa lavora sui diversi teatri con “presenza, aiuto, capacità operativa, protezione, sicurezza, addestramento e stabilizzazione in prospettiva sviluppo”.

Situazione complessa in Ucraina. Il vicepremier riferisce degli “sconsiderati bombardamenti russi negli ultimi giorni”, che hanno provocato nuove stragi di civili, colpendo aree residenziali a Kiev e infrastrutture critiche con gravi rischi di escalation “anche al di fuori del territorio ucraino”. Pochi giorni fa un drone ha violato lo spazio aereo della Romania colpendo un edificio residenziale e ferendo due civili, tra cui un minore sul territorio di un Paese membro delle Nato e dell’Unione Europea: “E’ un atto inaccettabile che abbiamo condannato con la massima fermezza”, deplora Tajani, ribadendo che la posizione dell’Italia non è mai cambiata, il sostegno a Kiev “resta una priorità del Governo”, che sostiene gli sforzi negoziali in stretto coordinamento con i partner del G7 e dell’Ue. “La Russia – segnala il ministro – deve però dimostrare di volersi sedere in buona fede al tavolo dei negoziati. Purtroppo i segnali che continuano a venire da Mosca non vanno assolutamente nella direzione del dialogo”.

Con la delibera di missione verranno stanziati altri 40 milioni di euro destinati in particolare alle infrastrutture energetiche, bersaglio sistematico degli attacchi russi, e allo sminamento dei territori liberati. Poche settimane fa il Comitato Congiunto dell’Operazione dello Sviluppo ha voluto stanziare 50 milioni per un progetto a sostegno delle famiglie le cui abitazioni sono state distrutte dai bombardamenti russi.

E’ qui che “torna attuale la minaccia atomica che pensavamo di aver consegnato i libri di storia”, ammette il ministro della Difesa, ricordando che quando il conflitto sarà superato comunque l’Europa dovrà confrontarsi per molti anni con gli effetti economici, sociali e di sicurezza e quelli derivati dalla presenza di un numero elevatissimo di ex combattenti da reintegrare e dalla necessità di sostenere i processi di ricostruzione dell’Ucraina “ma anche della stessa Russia, se vogliamo che si stabilizzi anche il quadro dall’altra parte”.

I tempi non sembrano stretti. Sul piano strettamente militare, segnala Crosetto, il conflitto è “in stallo”. Secondo gli analisti, mantenendo gli attuali ritmi operativi, sarebbero necessari 10 anni affinché la Federazione Russia possa completare la conquista del Donbass e di diversi decenni per conseguire la conquista dell’intero territorio ucraino. “Questo al prezzo di almeno 2 milioni e mezzo di caduti russi, soltanto per il solo Donbass”, denuncia il ministro. Anche Tajani parla di “accordo lontanissimo” e chiama in causa l’Unione europea: “È fondamentale il ruolo che l’Europa può avere”, sottolinea, respingendo l’idea che la premier Giorgia Meloni sia stata esclusa dal vertice di Londra tra Regno Unito, Francia e Germania. “Non è l’Italia che decide i format”, ricorda.

Anche l’area del Medio Oriente è “monitorata minuto per minuto”, soprattutto dopo il fine settimana appena trascorso, quando c’è stata una escalation di attacchi tra Iran e Israele. Ieri Tajani ha riunito all’unità di crisi del Ministero gli ambasciatori nella Regione per un aggiornamento. Una riunione per aggiornare sul quadro di sicurezza nei diversi Paesi dell’area, in particolare sulla situazione degli italiani presenti e sull’attività di assistenza consolare. L’Iran è, per Crosetto, lontano da una scarsità di armamenti: “Teheran è tuttora in grado di condurre attacchi missilistici di ampia portata verso Israele e non solo, evidenziando come le proprie capacità militari e i propri arsenali non siano esauriti”, afferma.

Il Libano è un fronte “sempre più critico”. Le operazioni militari israeliane nel sud del Paese aumentano i rischi di escalation e allontanano la prospettiva della stabilità: “Lavoriamo senza sosta per aiutare la popolazione, siamo mettendo a terra le iniziative finanziate con l’ultimo pacchetto di aiuti di 15 milioni di euro che ha disposto a sostegno dei villaggi cristiani del sud del Libano”, spiega Tajani. Forti le parole del vicepremier su Israele. Il ministro sottolinea che le violenze dei coloni israeliani, soprattutto in Cisgiordania, sono “inaccettabili” e precisa: “Non ho parole per commentare ciò che ha detto il ministro israeliano Ben Gvir, nei confronti dell’Italia ieri dopo aver saputo che era indagato dalla procura della Repubblica. Sono parole che rispediamo al mittente, non sono degne di un ministro”.

Intesa Israele-Libano per cessate il fuoco. Camera dei Rappresentanti Usa ‘ordina’ ritiro dalla guerra

Israele e Libano hanno concordato “l’attuazione di un cessate il fuoco”, subordinato alla “cessazione completa” degli attacchi di Hezbollah e all’allontanamento di tutti i suoi membri dal Libano meridionale. E’ quanto si legge in una dichiarazione congiunta rilasciata dopo l’ultimo ciclo di colloqui mediati dagli Stati Uniti. L’accordo giunge dopo che il governo israeliano ha minacciato di intensificare le sue azioni in Libano, una mossa che rischia di far deragliare i colloqui tra Stati Uniti e Iran. Il cessate il fuoco in corso è stato ripetutamente violato, con Israele e Hezbollah che hanno continuato a scambiarsi attacchi. I colloqui di mercoledì sono durati quasi nove ore e hanno fatto seguito a un’intera giornata di discussioni tenutasi martedì presso il Dipartimento di Stato americano.

Israele e Libano “hanno concordato di riprendere i colloqui politici e di sicurezza nella settimana del 22 giugno, al fine di raggiungere un accordo globale”, si legge nella dichiarazione congiunta, che sottolinea come gli Stati Uniti “abbiano accettato nel frattempo di continuare a facilitare la comunicazione tra le parti”.

Le due parti, che non intrattengono relazioni diplomatiche formali, hanno inoltre concordato di creare delle “zone pilota” in cui le forze armate libanesi “assumeranno il controllo esclusivo del territorio, escludendo qualsiasi attore non statale”. “Israele ha ribadito che la sua sicurezza e il rispetto della sua integrità territoriale possono essere raggiunti solo attraverso il disarmo di Hezbollah e lo smantellamento delle sue infrastrutture in tutto il Libano”, spiega il testo. Gli Stati Uniti hanno sottolineato la loro intenzione di sostenere le forze armate libanesi, “con l’obiettivo di migliorarne le capacità e consentire l’effettivo esercizio della sovranità su tutto il territorio libanese”.

Lato Usa, intanto, la Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti ha approvato una risoluzione per limitare i poteri di guerra di Donald Trump in Iran, che ora dovrà essere ratificato da entrambe le camere, ma non verrà inviato al presidente per la firma. La votazione si è conclusa con 215 voti a favore e 208 contrari, con i deputati repubblicani Thomas Massie, Brian Fitzpatrick, Tom Barrett e Warren Davidson che hanno votato a favore. La mozione che obbligherebbe Trump a chiedere l’approvazione del Congresso o a ritirare le forze statunitensi. “Dopo ripetuti tentativi di convincere i lacchè della Camera a maggioranza repubblicana ad unirsi a noi, i democratici della Camera hanno approvato oggi con successo la nostra risoluzione sui poteri di guerra per difendere il popolo americano e chiedere conto a Donald Trump” hanno dichiarato in una nota congiunta i tre principali esponenti democratici della Camera: Hakeem Jeffries di New York, Katherine Clark del Massachusetts e Pete Aguilar della California. “Ora è il momento che i repubblicani del Senato facciano la cosa giusta”. L’impatto del voto è in gran parte simbolico, poiché non è chiaro se la versione della Camera, che è una risoluzione congiunta e non necessita della firma del presidente, abbia forza di legge, anche se dovesse essere approvata dal Senato.

Donald Trump Usa

Gli Usa attaccano ancora l’Iran: “E’ autodifesa”. Trump: “Uranio sarà distrutto in loco”

Di fronte a un accordo non ancora siglato ufficialmente, ma la cui tenuta è già a rischio, gli Stati Uniti hanno nuovamente colpito l’Iran. L’esercito ha condotto quelli che ha definito “attacchi di autodifesa” contro siti di lancio missilistico e imbarcazioni iraniane intorno allo Stretto di Hormuz. Le forze statunitensi e iraniane si sono già scambiate colpi di arma da fuoco durante il cessate il fuoco ma ora non è chiaro come questi attacchi influenzeranno la tregua.

Gli attacchi sono avvenuti poche ore dopo l’incontro tra i negoziatori iraniani e i mediatori del Qatar a Doha, nell’ambito di colloqui coordinati con gli Stati Uniti. Gli Usa e l’Iran stanno lavorando a un “memorandum d’intesa”, ma le controversie sulla formulazione relativa al programma nucleare iraniano e alle sanzioni hanno bloccato l’accordo. Il segretario di Stato americano Marco Rubio ha dichiarato che i colloqui con l’Iran per raggiungere un accordo sono bloccati da controversie sulla formulazione dell’intesa. “Ci vorranno un paio di giorni per calmare le acque… ci sono disaccordi su una parola, una frase”, ha detto il segretario di Stato americano Marco Rubio ai giornalisti sul suo aereo durante un viaggio in India, secondo quanto riferisce la Cnn. “Dovremo lavorarci su”, ma un accordo è ancora “possibile”.

Trump ha dichiarato che il suo obiettivo principale è impedire all’Iran di sviluppare un’arma nucleare con il suo uranio arricchito. Ora pare aver offerto una concessione a Teheran, annunciando in un post sui social media che l’uranio arricchito custodito in Iran potrebbe essere “distrutto” all’interno del paese, in un processo supervisionato da un’agenzia nucleare internazionale.

La riapertura dello stretto di Hormuz è diventata una questione urgente per l’ amministrazione Trump, che si trova a pochi mesi dalle elezioni di medio termine e deve affrontare la rabbia degli elettori per l’aumento dei costi. Per Rubio un accordo è ancora possibile e lo Stretto di Hormuz si aprirà “in un modo o nell’altro”.

Tajani: “Non chiediamo operazione militare Golfo”. Crosetto: “Avviciniamo dragamine a Hormuz”

I dragamine italiani che potrebbero partecipare alla missione internazionale per mettere in sicurezza lo Stretto di Hormuz saranno avvicinati, in questo contesto i tempi di reazione sono tutto. “Laddove scoppiasse la pace, servirebbe quasi un mese di navigazione a tutte le nazioni alleate indicate per raggiungere il Golfo Persico. Ecco perché ci stiamo organizzando anche noi per avvicinarsi in quell’area pur rimanendo a distanza di sicurezza”, spiega il ministro della Difesa, Guido Crosetto, in audizione con il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, davanti alle commissioni Esteri e Difesa di Camera e Senato.

Tajani mette subito in chiaro che i ministri non sono in Parlamento per chiedere di autorizzare una nuova missione militare nel Golfo: “L’intento è invece di condividere, nel quadro di un confronto aperto e trasparente, l’impegno del Governo per la pace e in questo quadro il percorso che potrebbe portare a un nostro impegno nella coalizione internazionale per il ripristino della libertà di navigazione allo stretto di Hormuz”.

Un impegno che potrà concretizzarsi, sottolineano entrambi, solo dopo la cessazione definitiva delle ostilità. “E’ il metodo che abbiamo seguito fin dall’inizio della crisi, mantenere un raccordo costante tra Governo e Parlamento e cercare, su tutte le scelte strategiche di politica estera e di difesa, la più ampia convergenza tra le forze politiche”, precisa il vicepremier.

Crosetto non la definisce “missione”, ma “grande alleanza internazionale” che, ribadisce, partirebbe “non con un temporaneo cessate il fuoco, ma con una tregua vera, credibile, stabile, meglio ancora se una pace definitiva. Con una legittima cornice giuridica internazionale, l’accordo di tutte le parti interessate”. Una missione di qualunque tipo deve prevedere l’accordo di tutti i paesi in quella zona, ricorda il ministro della Difesa, perché “se l’Iran non fosse d’accordo non sarebbe una missione che potrebbe partire pacificamente, perché rischierebbe di essere bombardata e siccome non andiamo lì con l’assetto in guerra per fare la guerra non potremmo rischiare”.

Il problema, al momento, è che la tregua appare lontana: “Oggi e questa settimana penso sia meno facile di quanto pensavo una settimana fa”, ammette Crosetto, assicurando però prontezza d’intervento, “perché speriamo che alla fine prevalga il buon senso e ci sia la possibilità di mandare non navi armate”. I cacciamine, in effetti, non sono navi armate, hanno bisogno di una scorta logistica ma poi “hanno bisogno di una protezione”, sottolinea il ministro. E anche ipotizzando che tutti gli attori statali siano d’accordo su questa che è una missione di pace, “basta un attore non statale, un gruppo di attori non statali, per mettere in difficoltà qualunque persona”.

Consumi in crescita ma effetto guerra non ancora arrivato: rischio fiammata prezzi

Aumento dei consumi in Italia, a dispetto dei venti contrari. Nonostante le incertezze sul fronte geopolitico e un’inflazione che comincia a pesare sul carrello della spesa, la domanda interna mostra segnali di tenuta. Secondo Istat, a marzo le vendite al dettaglio sono in aumento sia in valore (+0,8%) sia in volume (+0,7%) rispetto al mese precedente. In crescita sia il comparto degli alimentari (+0,9% in valore e +0,5% in volume) sia i beni non alimentari (rispettivamente +0,7% e +0,9%). Su base tendenziale, le vendite al dettaglio registrano una crescita del 3,7% in valore e del 2,1% in volume: +4,3% in valore e +1,5% in volume gli alimentari e rispettivamente +3,3% e +2,7% i non alimentari.

Dati che suggeriscono come l’impatto della guerra in Medio Oriente, principalmente con la spinta sui prezzi, non si sia ancora manifestato pienamente. Considerando il primo trimestre, i consumi vedono un incremento in valore (+0,6%) e in volume (+0,2%), mentre rispetto a marzo 2025 la spesa è in aumento per tutte le forme distributive: la grande distribuzione (+3,7%), le imprese operanti su piccole superfici (+3,1%), le vendite al di fuori dei negozi (+3,4%) e, in modo più significativo, il commercio online (+11,2%).

Manca ancora l’effetto Iran. I dati positivi sono solo un miraggio purtroppo destinato presto a svanire. A marzo, infatti, il rialzo dell’inflazione era ancora contenuto, da 1,5% di febbraio a 1,7%, e il caro energia e i rincari dei carburanti non si erano ancora trasferiti sui prezzi finali dei prodotti, se non in minima parte su voli aerei internazionali e alcuni tipi di frutta” dichiara Massimiliano Dona, presidente dell’Unione Nazionale Consumatori (Unc), prevedendo un peggioramento ad aprile nonostante le vendite di Pasqua. Anche il Codacons sostiene che a marzo le conseguenze del conflitto siano state “solo parzialmente” trasferite sui listini al dettaglio, con le vendite alimentari che crescono in valore di quasi il triplo rispetto ai volumi.

Cauta anche la lettura di Federdistribuzione, che considera anche il clima di fiducia di consumatori e imprese. Secondo la recente rilevazione Ipsos Doxa, quasi 9 italiani su 10 (89%) hanno già adottato comportamenti di contenimento della spesa. In ambito alimentare, le famiglie cercano offerte e promozioni (48%), ponendo più attenzione alla riduzione degli sprechi (35%). Inoltre, quasi un italiano su quattro (23%) ha ridotto la quantità di prodotti acquistati, mentre il 16% dichiara di aver diminuito l’attenzione alla qualità.

Restano dunque i timori per i prossimi mesi: Confesercenti avverte che “gli andamenti dei primi giorni di maggio rendono improbabile un rientro rapido delle pressioni inflazionistiche. Ne risentirà inevitabilmente la spesa delle famiglie e, se le tensioni attuali dovessero permanere, si prospetta un indebolimento dei consumi già nel corso del secondo trimestre”. Secondo gli esperti di Confcommercio, “è chiaro che sul versante dei consumi i moderati miglioramenti degli ultimi mesi non riescono a compensare le importanti perdite subite dalle vendite al dettaglio nel medio periodo, soprattutto per le imprese di minori dimensioni. Ed è altrettanto ovvio che permangono rischi rilevanti per una seconda parte dell’anno più complicata”.

Trump attacca ancora Leone XIV. Parolin: “Papa predica la pace”. Giovedì Rubio in Vaticano

Papa Leone “sta mettendo in pericolo molti cattolici”. Donald Trump, in un’intervista a Salem News Channel, torna ad attaccare pesantemente il Pontefice, reo a suo avviso di aver condannato gli attacchi americani in Iran, gli attacchi israeliani in Libano e di aver espresso un ‘no comment’ sul caso Jimmy Lai. L’editore cattolico è stato condannato a vent’anni di carcere a Hong Kong con l’accusa di cospirazione finalizzata alla collusione con forze straniere e pubblicazione di materiali sediziosi attraverso l’Apple Daily, il suo giornale.

Invece di parlare della detenzione di Jimmy Lai, il Papa preferirebbe parlare del fatto che va bene che l’Iran abbia un’arma nucleare, e non penso che sia una cosa buona. Penso che stia mettendo in pericolo molti cattolici e molte persone, ma suppongo che se dipendesse dal Papa, penserebbe che vada benissimo che l’Iran abbia un’arma nucleare“, sostiene Trump.

A rispondere al presidente degli Stati Uniti, questa volta, è il segretario di Stato della Santa Sede: “Il Papa va avanti per la sua strada, predica il Vangelo, ‘Opportune et importune’”, dice citando San Paolo. Ovvero: il Pontefice predica la pace, sempre, ‘al momento opportuno e non opportuno’. Da San Giovanni Rotondo, dove il porporato partecipa alle celebrazioni per i 70 anni dell’ospedale Casa Sollievo della Sofferenza, Pietro Parolin parla a due giorni dall’udienza in Vaticano del segretario di Stato Usa, Marco Rubio. “Anche di fronte a questi nuovi attacchi io non so se il Papa avrà occasione di rispondere, ma la linea rimane quella”, spiega il Segretario di Stato, ricordando che, parlando con i giornalisti su uno dei voli del suo viaggio in Africa, Robert Prevost aveva già risposto, precisando di non essere interessato a dibattere con Trump ma di voler solo “promuovere la fraternità”. “Io non aggiungerei nulla”, insiste Parolin.

Il 7 maggio alle 11.30, alla vigilia del suo primo anniversario dell’elezione, Papa Leone riceverà in Vaticano il segretario di Stato americano Rubio, cattolico e di origini cubane. A lui spetterà il compito di ricucire gli strappi e chiarire alcuni nodi internazionali. Non solo Iran e Medio Oriente sul tavolo, ma anche Ucraina, Cuba appunto e Venezuela. Gli attacchi di Trump al Papa non piacciono ai milioni di cattolici statunitensi, che avevano festeggiato l’arrivo di un Papa americano. Il faccia a faccia, assicura l’ambasciatore Usa presso la Santa Sede Brian Burch, sarà una “conversazione franca” sulle politiche dell’amministrazione Trump . “Le nazioni hanno divergenze, e credo che uno dei modi per superarle sia attraverso la fraternità e un dialogo autentico“. Dopo l’incontro con i vertici della Santa Sede, l’8 maggio Rubio incontrerà anche la premier, Giorgia Meloni, il ministro degli Esteri Antonio Tajani e della Difesa, Guido Crosetto. Per gli incontri con il governo italiano, il dipartimento di Stato Usa nella nota diramata ieri parla di “allineamento strategico” e “interessi di sicurezza condivisi”.

petrolio

Il blocco dello stretto di Hormuz fa volare il Brent oltre i 111 dollari e il gas a +9%

I prezzi del petrolio proseguono la loro corsa, sostenuti da tensioni geopolitiche crescenti e da timori sempre più concreti sull’offerta globale. A pesare sui mercati è soprattutto lo stallo nei negoziati tra Stati Uniti e Iran, che alimenta i timori di un conflitto prolungato e di interruzioni durature nei flussi energetici dal Medio Oriente.

I futures a scadenza luglio sul Brent hanno superato i 111 dollari/barile (+6%) mentre gli ultimi contratti su giugno sono saliti fino a 118,3 dollari, in aumento del 6,4% e ai massimi da fine marzo, registrando l’ottava seduta consecutiva in rialzo. Anche il Wti ha guadagnato terreno, con i futures su giugno balzati del +6,6% a 106,55 dollari, il livello più alto da metà aprile. Dall’inizio del conflitto, il 28 febbraio, il Wti ha registrato una performance superiore al 49%, segnalando una forte pressione rialzista legata ai rischi sulle forniture.

Segnali di tensione sul lato dell’offerta emergono anche negli Stati Uniti: i dati della Energy Information Administration mostrano che le scorte di greggio sono diminuite di oltre 6,2 milioni di barili nell’ultima settimana, ben al di sopra delle attese degli analisti, che prevedevano un calo di poco superiore ai 200.000 barili. A sostenere ulteriormente i prezzi sono le indiscrezioni secondo cui Washington starebbe valutando un’estensione del blocco dei porti iraniani, una mossa che potrebbe compromettere a lungo il traffico attraverso lo Stretto di Hormuz, snodo cruciale per circa il 20% dei flussi petroliferi globali. Il presidente Donald Trump ha aumentato la pressione su Teheran, invitando il Paese a “darsi una svegliata” e a raggiungere un accordo per porre fine alla guerra, mentre l’amministrazione statunitense valuta misure per limitare ulteriormente le esportazioni di greggio iraniano.

Secondo stime riportate da Reuters, le interruzioni legate al conflitto hanno già comportato perdite di forniture per oltre 50 miliardi di dollari. I tentativi di riaprire un canale negoziale appaiono al momento in stallo, rafforzando l’idea che la crisi possa protrarsi nei prossimi mesi. In questo contesto, gli operatori stanno anche valutando le implicazioni dell’uscita degli Emirati Arabi Uniti dall’Opec, una decisione che gli analisti considerano significativa sul piano politico ma con effetti limitati nel breve periodo. Gli analisti di Ing parlano di “duro colpo” per il cartello, sottolineando come la mossa possa ridurne l’influenza sul mercato globale e risultare favorevole ai Paesi importatori. “Tuttavia, nel breve termine, il principale fattore trainante dei prezzi del petrolio rimane l’evoluzione della situazione nel Golfo Persico e i tempi di ripresa dei flussi attraverso lo Stretto di Hormuz”, osservano gli analisti.

Nel frattempo, anche le compagnie petrolifere si preparano a uno scenario di interruzioni prolungate. Secondo fonti citate da Reuters, la Abu Dhabi National Oil Company ha avvertito alcuni clienti della possibilità di caricare greggio al di fuori del Golfo il prossimo mese, proprio a causa della persistente chiusura dello Stretto di Hormuz.

Le tensioni si riflettono anche sul gas europeo: dopo due sedute di calo, i futures di maggio al Ttf di Amsterdam hanno ritoccato i massimi di 4 settimane, balzando a 47,5 euro/MWh (+8,9%) alla campanella delle 18. Manco a dirlo, il clima di incertezza continua a pesare sui mercati azionari del Vecchio continente, con gli investitori sempre più cauti di fronte al rischio di un prolungamento del conflitto e alle possibili ricadute sull’economia globale. A Milano il Ftse Mib segna -0,51%, il Cac 40 di Parigi cede lo 0,4%, il Dax tedesco registra -0,27% e a Londra il Ftse 100 si ferma sul -1,16%. Il rialzo del petrolio si accompagna a un movimento opposto dei metalli preziosi: oro e argento hanno registrato un netto calo, penalizzati dalle aspettative di tassi di interesse più elevati più a lungo e da un rafforzamento del dollaro.


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Andrea Francato
– 4 minutes ago

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Allarme della Banca mondiale: “Prezzi energia mai così alti da 4 anni”

Quest’anno i prezzi dell’energia dovrebbero registrare un’impennata del 24%, raggiungendo il livello più alto dall’invasione russa dell’Ucraina nel 2022, mentre la guerra in Medio Oriente sta causando un forte shock sui mercati globali delle materie prime. E’ quanto emerge dall’ultimo rapporto Commodity Markets Outlook della Banca mondiale, secondo cui, inoltre, i prezzi complessivi delle materie prime aumenteranno del 16% nel 2026, trainati dal forte aumento dei prezzi dell’energia e dei fertilizzanti e dai prezzi record di diversi metalli chiave. L’analisi indica che lo shock “avrà gravi implicazioni per la creazione di posti di lavoro e lo sviluppo”.

Gli attacchi alle infrastrutture energetiche e le interruzioni delle spedizioni nello Stretto di Hormuz, che gestisce circa il 35% del commercio mondiale di petrolio greggio via mare, hanno innescato il più grande shock di approvvigionamento petrolifero mai registrato, con una riduzione iniziale dell’offerta globale di petrolio di circa 10 milioni di barili al giorno. Anche dopo essersi attenuati rispetto al picco recente, a metà aprile i prezzi del petrolio Brent sono rimasti superiori di oltre il 50% rispetto a quelli di inizio anno. Si prevede che il petrolio Brent avrà un prezzo medio di 86 dollari al barile nel 2026, in forte aumento rispetto ai 69 dollari al barile del 2025. Queste previsioni presuppongono che le interruzioni più gravi terminino a maggio e che il traffico marittimo attraverso lo Stretto di Hormuz torni gradualmente ai livelli prebellici entro la fine del 2026. La previsione è comunque migliore rispetto a quella di Goldman Sachs, secondo cui il prezzo del Brent si attesterà in media a 90 dollari al barile negli ultimi quattro mesi dell’anno rispetto agli 80 dollari previsti in precedenza.

“La guerra sta colpendo l’economia globale a ondate cumulative: prima attraverso l’aumento dei prezzi dell’energia, poi dei prezzi dei generi alimentari e, infine, attraverso un aumento dell’inflazione, che spingerà al rialzo i tassi di interesse e renderà il debito ancora più oneroso”, spiega Indermit Gill, capo economista e vicepresidente senior per l’economia dello sviluppo del Gruppo Banca Mondiale. “Le persone più povere, che spendono la quota maggiore del loro reddito in cibo e carburanti, saranno le più colpite, così come le economie in via di sviluppo già alle prese con un pesante fardello di debiti. Tutto ciò ci ricorda una cruda verità: la guerra è lo sviluppo al contrario”.

Gli aumenti riguarderanno anche i fertilizzanti: l’analisi prevede un rincaro del 31% nel 2026, trainati da un balzo del 60% dei prezzi dell’urea. L’accessibilità economica dei fertilizzanti scenderà al livello più basso dal 2022, “erodendo i redditi degli agricoltori e minacciando i raccolti futuri”. Se il conflitto dovesse protrarsi, queste pressioni sull’approvvigionamento alimentare e sull’accessibilità economica potrebbero spingere fino a 45 milioni di persone in più verso una grave insicurezza alimentare quest’anno, secondo il Programma Alimentare Mondiale.

Anche i prezzi dei metalli di base, tra cui alluminio, rame e stagno, dovrebbero raggiungere livelli record, riflettendo la forte domanda legata a settori quali i data center, i veicoli elettrici e le energie rinnovabili. I metalli preziosi continuano a battere record di costo e volatilità, con prezzi medi che dovrebbero aumentare del 42% nel 2026, poiché l’incertezza geopolitica alimenta la domanda di beni rifugio.

La conseguenza sarà un aumento dell’inflazione e il rallentamento della crescita in tutto il mondo. Nelle economie in via di sviluppo, l’inflazione dovrebbe ora attestarsi in media al 5,1% nel 2026 secondo le ipotesi di base: un punto percentuale in più rispetto a quanto previsto prima della guerra e un aumento rispetto al 4,7% dello scorso anno.

 

Iran, Teheran: Blocco Usa è violazione tregua, impossibile riaprire Hormuz. Trump ipotizza colloqui venerdì

Regna ancora l’incertezza sui negoziati tra Iran e Stati Uniti in Pakistan. In un messaggio inviato al New York Post Donald Trump ammette di ritenere “possibile” che i colloqui possano tenersi già venerdì a Islamabad. Ma, come accaduto in queste ultime settimane, Teheran smentisce. Media iraniani, vicini ai pasdaran, precisano che l’Iran non ha preso alcuna decisione in merito al secondo round di negoziati con gli Usa. Il Pakistan resta fiducioso sulla possibilità di un nuovo round di colloqui “a giorni”.

Il presidente americano ha comunque esteso a tempo indeterminato il cessate il fuoco con Teheran, in attesa che i leader iraniani presentino una “proposta unitaria”. “Considerato che il governo iraniano – ha detto il repubblicano – è gravemente diviso, cosa che non ci sorprende, e su richiesta di Asim Munir e del primo ministro Shehbaz Sharif del Pakistan, ci è stato chiesto di sospendere il nostro attacco contro l’Iran fino a quando i loro leader e rappresentanti non saranno in grado di presentare una proposta unitaria. Ho quindi ordinato alle nostre forze armate di continuare il blocco e, sotto tutti gli altri aspetti, di rimanere pronte e operative, e prorogherò quindi il cessate il fuoco fino a quando la loro proposta non sarà presentata e le discussioni non saranno concluse, in un modo o nell’altro”. Intanto il vicepresidente JD Vance ha annullato il suo viaggio in Pakistan.

Resta in vigore il blocco navale dei porti iraniani, giunto ormai alla seconda settimana, così come la chiusura dello Stretto di Hormuz da parte dell’Iran, che ha sequestrato due navi. Oggi infatti i Guardiani della rivoluzione iraniana hanno comunicato di aver sequestrato due navi che transitavano nello stretto di Hormuz, una è la Msc Francesca, una portacontainer di proprietà di una società registrata a Panama ma che opera sotto il cappello della Msc, la più grande società di navigazione al mondo italo-svizzera. L’altra è la portacontainer Epaminondas, di proprietà della compagnia greca Technomar Shipping ma è operata da Msc. Le due navi, hanno fatto sapere i pasdaran, sono state trasferite sulla costa iraniana, con l’IRGC che ha avvertito che “turbare l’ordine e la sicurezza nello Stretto di Hormuz è considerata una linea rossa”. La notizia giunge dopo le segnalazioni di attacchi a due navi e a una terza imbarcazione avvenuti questa mattina nello strategico stretto, secondo quanto riportato dall’UK Maritime Trade Operations (UKMTO) e dalla BBC. I media iraniani hanno identificato la terza nave come la Euphoria, che sarebbe “incagliata al largo delle coste iraniane”. L’Iran comunque insiste: il blocco navale degli Stati Uniti rappresenta una violazione del cessate il fuoco e dunque lo Stretto di Hormuz non può essere riaperto. In un post su X, il presidente del Parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf scrive: “Un cessate il fuoco completo ha senso solo se non viene violato dal blocco navale e dal sequestro dell’economia mondiale e se l’avventurismo bellico dei sionisti su tutti i fronti viene fermato”. “L’apertura dello Stretto di Hormuz non è possibile con una palese violazione del cessate il fuoco”, scandisce Ghalibaf, che nei giorni scorsi aveva guidato la delegazione di Teheran ai negoziati di Islamabad. Stati Uniti e Israele, conclude, “non hanno raggiunto i loro obiettivi con l’aggressione militare, non li raggiungeranno nemmeno con l’intimidazione: l’unica via è l’accettazione dei diritti della nazione iraniana”.

Oggi il Regno Unito e la Francia riuniranno a Londra i responsabili della pianificazione militare di oltre 30 nazioni per discutere la riapertura dello Stretto di Hormuz. L’obiettivo è quello di fare una ricognizione delle capacità dei rispettivi paesi, delle strutture di comando e controllo, nonché di “come le forze militari possono essere dispiegate nella regione”, ha dichiarato il ministero della Difesa del Regno Unito.

Qualsiasi piano militare elaborato a seguito delle sessioni sarà portato avanti “non appena le condizioni lo permetteranno, in seguito a un accordo di cessate il fuoco duraturo”, ha aggiunto il ministero.

Le sessioni presso il quartier generale congiunto permanente del Regno Unito a Northwood, nella zona nord di Londra, rappresentano l’ultimo passo negli sforzi compiuti da Regno Unito e Francia per formare una coalizione disposta a contribuire alla riapertura dello stretto.

Venerdì scorso il premier britannico Keir Starmer e il presidente francese Emmanuel Macron hanno ospitato un vertice internazionale virtuale a cui hanno partecipato 51 Paesi, durante il quale hanno confermato la loro intenzione di istituire “una missione multinazionale indipendente e strettamente difensiva”.

“Il compito, oggi e domani, è quello di tradurre il consenso diplomatico in un piano comune per salvaguardare la libertà di navigazione nello Stretto e sostenere un cessate il fuoco duraturo”, ha dichiarato John Healey, ministro della Difesa britannico.

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