Iran, a rischio la ‘fragile’ tregua. Trump: “Forze Usa in campo fino a un accordo reale”

A poco più di 24 ore dalla “fragile” tregua raggiunta in Iran, la tensione nella regione del Medioriente resta alta.  L’esercito americano, assicura su Truth il presidente Usa, Donald Trump resta schierato.Tutte le navi, gli aerei e il personale militare statunitensi, insieme a ulteriori munizioni, armamenti e qualsiasi altro mezzo ritenuto opportuno e necessario per l’attacco letale e la distruzione di un nemico già sostanzialmente indebolito – scrive il repubblicano – rimarranno dispiegati in Iran e nelle zone circostanti fino a quando l’accordo reale raggiunto non sarà pienamente rispettato”. L’avvertimento è chiaro: “Se per qualsiasi motivo ciò non dovesse avvenire, cosa altamente improbabile – aggiunge – allora inizieranno gli scontro a fuoco più grandi e più potenti di quanto chiunque abbia mai visto prima. È stato concordato, molto tempo fa, e nonostante tutta la falsa retorica contraria: nessuna arma nucleare e lo Stretto di Hormuz sarà aperto e sicuro”. Ma Trump guarda già oltre: “Le nostre grandi forze armate si stanno rifornendo e riposando, guardando avanti, in realtà, alla loro prossima conquista. L’America è tornata!”.

Durante l’incontro con il segretario generale della Nato, Mark Rutte, Trump ha ribadito la propria “delusione” per la posizione assunta dagli alleati. L’alleanza, dice, “non c’era quando ne avevamo bisogno e non ci sarà se ne avremo bisogno di nuovo. Ricordate la Groenlandia, quel grande pezzo di ghiaccio gestito malissimo”. Secondo il Wall Street Journal la Casa Bianca sta valutando un piano per ‘punire’ alcuni membri della Nato che, secondo il presidente Trump, non hanno aiutato gli Stati Uniti e Israele durante la guerra con l’Iran. La proposta prevede il trasferimento delle truppe statunitensi dai paesi membri della Nato ritenuti poco collaborativi nella guerra contro l’Iran, verso paesi che si sono dimostrati più favorevoli. Durante il faccia a faccia Rutte spiega di aver sottolineato il fatto che “la grande maggioranza delle nazioni europee si è dimostrata disponibile per quanto riguarda le basi, la logistica, i sorvoli, assicurandosi di rispettare gli impegni”. 

Il Libano resta lo scenario più preoccupante, dal momento che l’esercito israeliano non ha cessato gli attacchi. L’Iran “garantirà la sicurezza del passaggio sicuro” attraverso lo Stretto di Hormuz, ma la riapertura avverrà solo “dopo che gli Stati Uniti avranno effettivamente ritirato questa aggressione”, contro il Libano, dice alla Bbc il viceministro degli Esteri iraniano, Saeed Khatibzadeh. Gli Usa, spiega, “devono scegliere” se vogliono la guerra o la pace. “Non possono avere entrambe allo stesso tempo. Sono incompatibili, è chiarissimo”. L’accordo raggiunto, assicura, include il Libano e l’Iran e i suoi alleati erano disposti ad “accettare il cessate il fuoco”. Il traffico navale nello Stretto rimane trascurabile. Secondo i dati di Marine Traffic, registrati questa mattina numerosi gruppi di navi erano ancora ancorati nel Golfo Persico. Nella regione si trovavano ancora oltre 400 petroliere, 34 navi cisterna per GPL e 19 navi metaniere. Prima della guerra, secondo i dati di Lloyd’s List, una media di 107 navi mercantili transitavano quotidianamente nello Stretto di Hormuz.

Intanto i ministri degli Esteri di Iran e Arabia Saudita hanno avuto oggi un colloquio telefonico , in quello che, secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa AFP, rappresenta il primo contatto ufficiale tra i due Paesi dall’inizio della guerra. Il ministero degli affari esteri saudita ha dichiarato in un comunicato stampa che il ministro degli esteri del Paese, il principe Faisal bin Farhan, ha ricevuto una telefonata dal suo omologo iraniano, Abbas Araghchi. Nella nota si legge che “durante la telefonata, hanno esaminato gli ultimi sviluppi e discusso le modalità per ridurre le tensioni al fine di ripristinare la sicurezza e la stabilità nella regione”. 

Colpito convoglio italiano in Libano. Meloni: “Inaccettabile”. Tajani convoca ambasciatore Israele

Giorgia Meloni si prepara a parlare davanti al Parlamento. La tregua dà respiro, ma il contesto resta fragile ed estremamente complesso. La crisi si ripercuote sui mercati e sull’energia anche in Italia. Non solo: se la pausa dal conflitto vale per l’Iran, non si fermano gli attacchi israeliani in Libano, dove viene colpito un convoglio italiano. Non ci sono feriti, ma la situazione diplomatica con Tel Aviv (e di conseguenza con Washington) si complica. In serata, fonti della Farnesina fanno sapere che l’ambasciatore di Israele in Italia, Jonathan Peled, è stato convocato su richiesta del ministro degli Esteri, Antonio Tajani.

“È del tutto inaccettabile che il personale che agisce sotto la bandiera dell’Onu sia messo a rischio con azioni irresponsabili come quelle odierne, che sono in palese violazione della risoluzione 1701 delle Nazioni Unite”, chiarisce la premier, intimando in attesa degli esiti della convocazione dell’ambasciatore: “Israele dovrà chiarire quanto accaduto”. La presidente del Consiglio esprime la sua “ferma condanna” per quanto accaduto, sottolineando che il cessate il fuoco concordato tra Iran, Stati Uniti ed Israele è “un’opportunità da cogliere per porre fine anche alla guerra in Libano”. Meloni addita però anche Hezbollah, per aver “trascinato” il Paese in questo conflitto in maniera “irresponsabile”, chiedendo anche che i continui attacchi israeliani in Libano, “che hanno già provocato troppi morti e un’inaccettabile numero di sfollati” cessino “immediatamente”. “L’Italia ribadisce ancora una volta con fermezza la necessità di garantire la sicurezza dei soldati italiani e dell’intero contingente UNIFIL”, insiste.

Anche Tajani, nell’aula della Camera, avverte: “I soldati italiani non si toccano. Le forze armate israeliane non hanno alcuna autorità per toccare i nostri militari”. Purtroppo, ammette, “la tregua in Libano non esiste, siamo profondamente preoccupati per le ripercussioni di tutta la crisi in tutto il contesto regionale”.

A pochi minuti di distanza, Guido Crosetto esprime la sua “più ferma e indignata protesta” per quanto accaduto nel settore di responsabilità di Unifil nel Sud del Paese. Il convoglio logistico del contingente italiano, in movimento da Shama verso Beirut, è stato attaccato con colpi di avvertimento esplosi dalle Idf a circa due chilometri dalla base di partenza. La colonna ha interrotto il movimento e ha fatto rientro in base. Ci sono stati danni lievi ai veicoli e non si registrano feriti, ribadisce il ministro della Difesa, ma chiede: “Fino a quando?”. “È inaccettabile che militari italiani impegnati sotto bandiera delle Nazioni Unite, con compiti esclusivamente di garanzia della pace e della stabilità – insiste Crosetto -, vengano esposti a situazioni di rischio da parte dell’esercito israeliano”. Il titolare della Difesa ricorda che il personale di UNIFIL opera in Libano in attuazione delle risoluzioni delle Nazioni Unite, per contribuire alla sicurezza e alla de-escalation: “La messa in pericolo di convogli chiaramente identificati con la bandiera dell’ONU non può essere tollerata – tuona -. Si tratta di un comportamento grave che rischia di compromettere la sicurezza dei peacekeeper e la credibilità stessa della missione”. All’Onu Crosetto domanda di intervenire presso le Autorità Israeliane “con la massima urgenza” per chiarire l’accaduto, adottare tutte le misure necessarie a garantire la sicurezza del contingente italiano e di tutto il personale, e ribadire “con fermezza” il rispetto del mandato e della protezione dovuta ai caschi blu. “L’Italia continuerà a sostenere la missione di pace, ma pretende il pieno rispetto del ruolo di UNIFIL e la tutela dei propri militari. Episodi come questo sono intollerabili e non devono ripetersi”, mette in chiaro il ministro.

Intanto, la premier sigla una dichiarazione congiunta con il presidente francese Emmanuel Macron, il cancelliere tedesco Friedrich Merz, il primo ministro britannico Keir Starmer, il primo ministro canadese Mark Carney, la prima ministra danese Mette Frederiksen, il primo ministro dei Paesi Bassi Rob Jetten, il primo ministro spagnolo Pedro Sánchez, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen e il presidente del Consiglio europeo Antonio Costa: “Accogliamo con favore il cessate il fuoco di due settimane concordato oggi tra gli Stati Uniti e l’Iran. Ringraziamo il Pakistan e tutti i partner coinvolti per aver facilitato questo importante accordo. L’obiettivo deve ora essere quello di negoziare una fine rapida e duratura della guerra nei prossimi giorni. Ciò può essere raggiunto solo con mezzi diplomatici”, si legge nel documento. I leader incoraggiano “rapidi progressi” verso una soluzione negoziata “sostanziale”. Condizione cruciale per proteggere la popolazione civile dell’Iran e garantire la sicurezza nella regione, ma anche, sottolineano, per “scongiurare una grave crisi energetica globale”. I dieci chiedono a tutte le parti di attuare il cessate il fuoco, anche in Libano: “I nostri governi – garantiscono – contribuiranno a garantire la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz”.

Meloni vola nel Golfo in missione per sicurezza energetica e commerciale

Alla vigilia di Pasqua, dopo il consiglio dei ministri che vara il nuovo Dl Carburanti e il giuramento al Colle del nuovo ministro del Turismo, Giorgia Meloni vola a sorpresa nel Golfo Persico.

Venerdì a Gedda, in Arabia Saudita, la premier incontra il principe ereditario Moḥammad bin Salmān Āl Saʿūd, sabato si sposta negli Emirati Arabi e in Qatar.

“Come gli altri paesi europei, aiutiamo le nazioni del Golfo a difendersi dagli attacchi iraniani, lo facciamo chiaramente perché sono paesi strategici per i nostri interessi, sono paesi amici, ma soprattutto lo facciamo a protezione delle decine di migliaia di italiani che sono presenti nella regione. La missione è un gesto di solidarietà verso nazioni che sono amiche, ma ha chiaramente come obiettivo anche quello di garantire all’Italia gli approvvigionamenti energetici che sono necessari”, spiega la premier al Tg1.

Dal punto di vista della sicurezza, il momento non è semplice. Solo oggi sono arrivati sugli Emirati 47 droni e 18 missili balistici. Inizialmente la missione avrebbe dovuto toccare anche il Kuwait, tappa che non è stato possibile affrontare. E infatti Meloni è il primo leader l’Unione Europea e della Nato a essere presente nell’area in queste settimane. Un gesto di prossimità che non esclude comunque tre nodi che finiranno sul tavolo degli incontri: l’energia, le rotte commerciali, le migrazioni.

La sicurezza energetica è un tema già affrontato nella missione in Algeria della scorsa settimana, quando la presidente del Consiglio ha ottenuto di mettere in sicurezza e possibilmente aumentare le forniture di gas a disposizione. Nel Golfo, area da cui proviene circa il 15% del petrolio e circa il 10% del gas, sarà fatto un discorso analogo, confermando allo stesso tempo l’intenzione da parte dei grandi gruppi, a partire da Eni, di continuare a investire in quest’area, nonostante la situazione del momento. Tra qualche settimana Meloni sarà in visita anche in Azerbaijan, per fare fronte al momento di difficoltà, che resta comunque meno grave e più gestibile rispetto a quello vissuto dal Paese all’indomani dell’aggressione russa in Ucraina. Nel frattempo, infatti, l’Italia ha diversificato molto le sue fonti.

Si parlerà poi delle rotte commerciali, per tutelare l’export che arriva verso quest’area del mondo. L’interscambio vale oltre 30 miliardi, 20 dei quali grazie solo al commercio estero. Al centro del problema c’è la chiusura dello Stretto di Hormuz. L’ambasciata iraniana a Roma domanda con un duro post sui social che l’Italia chieda lo stop alla guerra prima di parlare dello stretto: “Deve opporsi con fermezza alla palese violazione del Diritto Internazionale da parte degli aggressori americano-sionisti!”, si legge su X. Su Hormuz, Roma si è in realtà detta disponibile a una partecipazione per garantire la sicurezza di navigazione solo di fronte a una risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’Onu e in un quadro di cessate il fuoco. Sul tema, Meloni propone un maggiore dialogo tra il GCC e il G7.

Terzo nodo è quello della sicurezza, che intreccia inevitabilmente l’emergenza migratoria. Gli sfollati in Libano sono già un milione e se la crisi dovesse continuare potrebbero moltiplicarsi. Il tema è stato sollevato dall’Italia anche a livello europeo.

Tra gli ambiti sui quali l’Italia offrirà supporto al Golfo c’è quello della Difesa. Le richieste e le necessità di questi paesi sono diverse in questa fase. Sono già in corso spedizioni e forniture di natura difensiva, ma potrebbero arrivare nuove richieste che saranno valutate.

Iran, Bankitalia: “Indebolite prospettive crescita, effetti lunghi su costi energia”

La guerra in Iran e in Medio Oriente fa schizzare i prezzi del gas e del petrolio, indebolendo le prospettive di crescita e creando nuove pressioni inflazionistiche. A lanciare l’allarme, nella relazione all’assemblea ordinaria dei partecipanti, è Fabio Panetta.

Il governatore della Banca d’Italia sottolinea il consolidarsi di un contesto di elevata incertezza, “destinato verosimilmente a protrarsi oltre la fase acuta del conflitto”. L’area è cruciale per l’approvvigionamento globale di energia e di materie prime, le esportazioni attraverso lo Stretto di Hormuz si sono interrotte e, insiste, “stanno emergendo danni rilevanti alle infrastrutture di produzione e raffinazione”. Anche in caso di uno stop immediato delle ostilità, denuncia Panetta, “il ritorno a condizioni ordinate nel mercato dell’energia richiederebbe tempi non brevi”.

La buona notizia è che la politica monetaria, rispetto al 2022, è in una posizione più favorevole per salvaguardare la stabilità dei prezzi: “I tassi ufficiali sono in linea con il livello stimato del tasso neutrale; le aspettative di inflazione di medio e lungo termine sono ancorate; le condizioni del mercato del lavoro risultano meno tese. Inoltre, il sistema bancario nel suo complesso mostra un’elevata redditività e una solida posizione patrimoniale”, spiega il governatore. Il Consiglio direttivo della Bce, a marzo, ha deciso di mantenere invariati i tassi ufficiali, ribadendo che le sue decisioni continueranno a essere guidate da una valutazione complessiva dei dati disponibili. Resta ferma la determinazione del Consiglio a mantenere l’inflazione al 2 per cento nel medio termine. “In un contesto così incerto e in costante evoluzione – avverte Panetta -, sarà essenziale monitorare attentamente le aspettative e prevenire effetti di retroazione sui salari, assicurando al contempo che l’azione di politica monetaria resti proporzionata e coerente con il mandato”.

Quanto al Bilancio della Banca d’Italia, nel 2025 cresce di circa 10 miliardi e torna in utile perché, anche se i titoli scendono di oltre 80 miliardi (a 508 miliardi) le plusvalenze sulle riserve auree salgono a 91 miliardi, compensano abbondantemente la perdita. Le plusvalenze però non incidono sul risultato economico, ma, precisa il governatore, “alimentano il conto di rivalutazione del passivo, contribuendo ad assorbire eventuali future fluttuazioni del prezzo dell’oro”.

Dopo due anni di perdite (2023 e 2024) il risultato lordo torna positivo per circa 3 miliardi. Questo consente al governatore di proporre di attribuire ai Partecipanti un dividendo di 340 milioni a valere sull’utile netto di 1.652 milioni.

Come anticipato nel Piano strategico per il triennio 2026-2028, Bankitalia intende muoversi su direttrici precise nei prossimi anni, facendo leva sul capitale umano e la trasformazione digitale. Attenzione particolare è rivolta all’intelligenza artificiale generativa: “Abbiamo già adottato strumenti che contribuiscono ad aumentare la produttività individuale e avviato una prudente ma progressiva introduzione di agenti digitali in grado di svolgere attività complesse”, afferma Panetta. Le prime applicazioni riguardano la semplificazione della produzione normativa di vigilanza e il supporto alle attività ispettive. Viene anche ridefinito l’assetto del Dipartimento Informatica per affrontare con “maggiore efficacia” le sfide poste dalle tecnologie di frontiera – oltre all’intelligenza artificiale, le tecnologie quantistiche e quelle a registri distribuiti (DLT) – e per rafforzare il contrasto alle minacce cibernetiche.

Nella relazione, il governatore non trascura l’impegno della Banca sui temi della sostenibilità. “Siamo stati una delle prime banche centrali dell’Eurosistema a pubblicare un Piano di transizione climatica”, rivendica. Progressi significativi sono stati compiuti in particolare nello sviluppo della produzione di energia da fonti rinnovabili. L’obiettivo è conseguire la neutralità carbonica entro il 2050.

stoccaggio gas

Iran, mercato Gnl sotto pressione: Europa parte già in svantaggio per le scorte

Si profila un’estate calda per i mercati energetici europei, soprattutto per le possibili fiammate dei prezzi del gas. Se il conflitto nel Golfo dovesse protrarsi oltre aprile, i Paesi del Vecchio continente si troveranno a fronteggiare una concorrenza spietata con l’Asia (e la Turchia) per i carichi di Gnl, aumentando la dipendenza da Stati Uniti e Africa occidentale. Gli attacchi all’hub di Ras Laffan hanno cominciato a farsi sentire sui mercati globali fin nei primi giorni di marzo 2026. Il 2 marzo, all’inizio della guerra tra Iran e Israele, il Qatar ha annunciato la sospensione della produzione di Gnl e ha dichiarato lo stato di forza maggiore a causa dei danni subiti.

Le autorità di Doha hanno stimato che ci potrebbero volere fino a 5 anni per ripristinare i volumi normali pre-conflitto. In totale nell’area interessata dal conflitto tra Usa-Israele e Iran fino a 19 milioni di tonnellate di Gnl potrebbero essere fuori servizio entro la fine di maggio, con rischi al ribasso se le valutazioni dei danni dovessero peggiorare. Kpler stima una riduzione di circa 15 milioni di tonnellate dal Qatar, almeno 3 milioni dagli Emirati Arabi e la quota residuale dall’Oman.

Le conseguenze sul fronte della produzione sono significative. “Ras Laffan è cruciale per l’equilibrio del mercato globale – spiega l’analista di Kpler, Charles Costerousse -. Se la struttura resta chiusa a lungo, chiunque importa gas dovrà rivedere le proprie strategie”. Il complesso industriale, con una capacità annua di circa 77 milioni di tonnellate, ha visto ridurre la produzione di almeno 11-13 milioni di tonnellate. Anche se la guerra finisse domani, la ripresa non sarà immediata. Ogni unità produttiva (treno) richiede settimane per essere riavviata da ferma. E con danni più estesi serviranno mesi.

La domanda globale rende la competizione per il Gnl più intensa che mai, con i contratti spot che hanno registrato un’impennata. Ulteriore pressione potrebbe essere esercitata dalla Turchia che importa dall’Iran circa 8 miliardi di metri cubi all’anno via gasdotto. Possibili interruzioni ai flussi spingerebbero le autorità energetiche a cercare alternative sul Gnl, aumentando la concorrenza.

Non è infatti solo una questione di calo di volumi: il problema è che tutti si contendono il Gnl che resta. Con scorte stagionali in Europa inferiori alla media, molti importatori si sono trovati a competere con buyer asiatici disposti a pagare di più pur di assicurarsi i carichi.

Consumatori forti come Cina, Giappone e Corea del Sud partono da una posizione di vantaggio avendo – a fine marzo – stoccaggi leggermente migliori della media a cui attingere (rispettivamente al 51%, al 45% e al 56%). Di conseguenza, ricorda Kpler, il periodo di picco per il rifornimento delle scorte si sposta da aprile-maggio a giugno-luglio. In Europa, invece, depositi più vuoti e la necessità di rifornirsi in vista dell’estate rendono la competizione sui mercati spot ancora più intensa.

Nell’Europa nord-occidentale le scorte sono particolarmente scarse. E nonostante dati di fine marzo migliori del previsto, il fabbisogno di rifornimento estivo rimane considerevole. La piattaforma Gie-Agsi segnala una media di riempimento appena sotto il 29% al 22 marzo, -10 punti percentuali rispetto al 2025. Per rimpinguare i siti serviranno 67 miliardi di metri cubi di gas, equivalenti a circa 700 carichi di Gnl, con un incremento del 35% su base annuale.

Considerando lo scenario più negativo, ovvero il prolungamento della guerra nel Golfo, l’Europa si affaccerà dunque alla stagione di iniezione aumentando notevolmente la richiesta di Gnl da Stati Uniti e Africa, di fatto sostituendo una dipendenza regionale (quella con la Russia) con un’altra.

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Petrolio a 115 dollari, gas a 70 euro: la guerra fa impazzire i prezzi e manda a picco le Borse

Un giovedì nerissimo per i mercati finanziari e per l’energia. La situazione sempre più delicata e infuocata in Medio Oriente, unita ai riscontri di ieri della Fed e la flessione di Wall Street stanno trascinando in un baratro le Borse europee. Ma, soprattutto, stanno facendo schizzare in alto i prezzi dell’energia, in particolare di gas e petrolio.

Al Ttf di Amsterdam, dopo un’apertura debole, i future sono arrivati a sfiorare i 70 euro al megawattora, con un rialzo del 25% rispetto alla quotazione di ieri. Il petrolio, invece, viaggia intorno ai 115 dollari al barile, con un’impennata superiore al 7%. Tutto questo mentre Donald Trump annuncia forti rappresaglie se l’Iran bombarderà gli impianti del Qatar, con la minaccia di un’autentica devastazione di Teheran. Tutto questo, comunque, non favorisce la discesa dei prezzi che si avvicinano passo dopo passo ai record del post scoppio della guerra tra Russia e Ucraina.

Malissimo anche le Borse. I mercati sono fiaccati dalle notizie mediorientali: Milano al momento perde quasi il 2%, alla pari di Francoforte, leggermente meglio ma sempre negativa anche Parigi (1,50%). Sarà determinante capire quale tipo di atteggiamento avrà Wall Street dopo la pessima reazione di ieri alle parole della Federal Reserve.

A livello di metalli preziosi la situazione non è certo migliore. L’oro viaggia intorno ai 4718 dollari l’oncia con una perdita secca del 3,64%, mentre l’argento lascia per strada addirittura il 7,83% e si attesta a quota 71,52 dollari l’oncia. Malissimo anche il platino che perde il 6,19% e tocca i 1929 dollari l’oncia.

A livello di metalli preziosi la situazione non è certo migliore. L’oro viaggia intorno ai 4718 dollari l’oncia con una perdita secca del 3,64%, mentre l’argento lascia per strada addirittura il 7,83% e si attesta a quota 71,52 dollari l’oncia. Malissimo anche il platino che perde il 6,19% e tocca i 1929 dollari l’oncia.

Carburanti, dal Cdm via libera al taglio di 25 centesimi al litro per 20 giorni

Dopo la fiammata dei prezzi dei carburanti, che dura da settimane, arriva un primo taglio delle accise, per 20 giorni. Prima del referendum del 21 e 22 marzo, il governo porta in Consiglio dei ministri un provvedimento che dà respiro alle famiglie e frena i rincari, portando giù i prezzi di 25 centesimi al litro. “Combattiamo la speculazione e intanto abbassiamo immediatamente il prezzo”, spiega la premier Giorgia Meloni al Tg1. Secondo il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Matteo Salvini, intervenuto al Tg4: “Se oggi il diesel è mediamente a 2-2,10 euro al litro, è chiaro che domani deve scendere sotto l’euro e 90”. Un “sostanzioso aiuto, ovviamente a tempo”, precisa il vicepremier, rivendicando che dalle prossime ore “gli italiani pagheranno di meno rispetto a tedeschi, francesi e spagnoli”.

Nel provvedimento, che doveva andare in Cdm già dieci giorni fa, c’è anche un bonus sul credito d’imposta per autotrasportatori per l’acquisto del gasolio, oltre all’istituzione di uno speciale regime anti-speculazione, nel sistema di distribuzione dei carburanti che coinvolge Mr Prezzi, la guardia di finanza e l’Antitrust per eventuali sanzioni e, se necessario, anche la magistratura. “Introduciamo un credito d’imposta perché non vogliamo che l’aumento del prezzo si trasferisca sui beni di consumo e diamo vita a un meccanismo anti-speculazione che di fatto lega il prezzo del carburante all’andamento reale del prezzo del petrolio, introducendo delle sanzioni per chi dovesse discostarsi”, scandisce Meloni.

Nel pomeriggio, Salvini ha riunito in prefettura nel capoluogo lombardo le compagnie petrolifere: “abbiamo chiesto ai petrolieri un prezzo medio massimo da non superare”, ha spiegato alle big oil al tavolo, Eni, Ip, Tamoil, Q8 e a Vega Carburanti, Pad Multienergy, Retitalia, Costantin, Keropetrol, Beyfin, San Marco Petroli, Energas, Toil. Il tavolo sarà riconvocato anche la settimana prossima, con “l’obiettivo di non abbassare la guardia”, spiega Salvini.

Con il credito d’imposta, arriva anche il sostegno al settore ittico, particolarmente colpito dal caro carburanti. Si tratta di 10 milioni di euro destinato a coprire le spese per l’acquisto del carburante a partire da marzo, aprile e maggio del 2026 nella misura del 20%. “A partire da domani le nostre marinerie, i nostri pescatori, potranno attutire i rincari del costo del carburante necessario a far lavorare le imbarcazioni”, chiarisce il ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida. È una misura che, ribadisce, “ha un impatto sia sulle nostre imprese ittiche che sui cittadini che potranno continuare a scegliere cibo di qualità senza ulteriori aumenti derivanti dall’aumento dei costi di produzione sopportati dai pescatori”.

siccità

Iran tra siccità e guerra del Golfo: crisi climatica e idrica senza precedenti

L’Iran sta affrontando una delle più gravi crisi idriche della sua storia recente. Il Paese è alle prese con il sesto anno consecutivo di siccità, aggravata dai cambiamenti climatici causati dall’uomo e da decenni di gestione inefficace delle risorse idriche. Le temperature estive possono superare i 50°C, aumentando l’evaporazione dai bacini e mettendo sotto pressione falde e fiumi già in diminuzione.

Molte delle difficoltà attuali, spiega un’accurata analisi di Carbon Brief, derivano da scelte politiche e infrastrutturali. Per secoli, i qanat – tunnel sotterranei che portano acqua dalle colline alle città e alle campagne – hanno fornito approvvigionamento idrico affidabile. Negli ultimi decenni, però, il governo li ha abbandonati, puntando su dighe e pozzi di pompaggio che hanno peggiorato la scarsità idrica a lungo termine.

L’agricoltura, responsabile del 90% del consumo d’acqua, ha portato a un prelievo eccessivo, con oltre 200 km³ di riserve sotterranee perse tra il 2003 e il 2019. Conseguenza visibile di questa gestione è il quasi completo prosciugamento del lago Urmia, un tempo il più grande del Medio Oriente. Il rischio di raggiungere il cosiddetto ‘giorno zero dell’acqua’ – quando le principali città dovrebbero razionare o interrompere l’erogazione – è stato segnalato per Teheran, Mashhad e Tabriz. Secondo gli analisti di Carbon Brief, la capitale, con i suoi 10 milioni di abitanti, consuma quasi un quarto delle risorse nazionali e negli ultimi anni le proteste dei cittadini contro la cattiva gestione delle acque sono state numerose, spesso represse.

Il presidente iraniano ha perfino ipotizzato il trasferimento della capitale in una regione costiera, evidenziando la pressione estrema sulle infrastrutture e sulle risorse naturali. Gli esperti sottolineano che la crisi idrica iraniana “è il risultato di un mix di fattori climatici e antropici”. Il professor Kaveh Madani, ex vicepresidente dell’Iran e direttore dell’Istituto universitario delle Nazioni Unite per l’acqua, l’ambiente e la salute, ha ricordato a Carbon Brief che “l’uso inefficiente dell’acqua in agricoltura, la concentrazione della popolazione in grandi città e la costruzione di infrastrutture inadatte abbiano aggravato il problema”.

Studi scientifici confermano che la siccità che oggi colpisce l’Iran, senza il riscaldamento globale, si sarebbe verificata una volta ogni 80 anni; oggi capita in media ogni cinque anni, e potrebbe intensificarsi ulteriormente se la temperatura globale aumenterà di 2°C.

La situazione è resa più complessa dagli attacchi recenti a impianti di desalinizzazione in Iran e Bahrein, che evidenziano come i conflitti armati possano aggravare l’insicurezza idrica. Sebbene l’Iran possieda oltre 160 impianti di desalinizzazione, il Paese dipende ancora principalmente da falde acquifere e bacini artificiali, a differenza di Kuwait, Qatar e Oman, che ottengono oltre l’80% dell’acqua potabile dalla desalinizzazione. Gli attacchi alle infrastrutture critiche rischiano di colpire anche città del Golfo come Dubai e Abu Dhabi, con impatti su salute pubblica, igiene e attività economiche.

La scarsità d’acqua non colpisce solo le grandi città: villaggi rurali rischiano di rimanere senza approvvigionamento, costringendo le famiglie a lunghi spostamenti per reperire acqua potabile. La mancanza d’acqua influisce anche sulla produzione agricola, aumentando il rischio di insicurezza alimentare e la pressione sulle comunità più vulnerabili. Per cercare di alleviare la crisi, l’Iran ha ripreso tecniche come il ‘cloud seeding’, ma gli esperti avvertono che queste soluzioni non affrontano le cause strutturali del problema. La scarsità d’acqua in Iran non è solo una conseguenza della siccità, ma il frutto di anni di politiche inefficaci, sovrasfruttamento delle risorse idriche e conflitti che mettono ulteriormente a rischio un sistema già fragile. Gli impatti economici sono evidenti: la scarsità d’acqua aumenta i costi dell’energia idroelettrica, limita la produzione industriale e obbliga le autorità a investire ingenti risorse in infrastrutture inefficaci. La combinazione di siccità, gestione inadeguata e conflitti rende il Paese particolarmente vulnerabile a crisi ricorrenti, con ripercussioni che si estendono ben oltre l’approvvigionamento idrico, minacciando la stabilità sociale e lo sviluppo economico.

Consiglio supremo Difesa: “Italia non entrerà in guerra. Contesto instabile, rischio terrorismo”

Anche il Consiglio supremo di Difesa conferma che “l’Italia non partecipa e non prenderà parte alla guerra” contro l’Iran. La riunione dell’organismo presieduto dal capo dello Stato, Sergio Mattarella, serve a fare il punto della situazione in quello che viene definito un “contesto di instabilità, irresponsabilmente aperto dall’aggressione della Russia all’Ucraina, con le progressive lacerazioni della pacifica convivenza internazionale, l’indebolimento delle istituzioni multilaterali e le numerose violazioni del diritto internazionale”. Uno scenario in cui il Consiglio ribadisce la posizione del nostro Paese, impegnato “a ricercare e sostenere ogni sforzo che riporti in primo piano la via negoziale e diplomatica”.

Al tavolo di lavoro al Quirinale, durato circa due ore e venti minuti, oltre al presidente della Repubblica, ci sono la premier, Giorgia Meloni, i ministri Antonio Tajani (Esteri), Matteo Piantedosi (Interno), Guido Crosetto (Difesa), Giancarlo Giorgetti (Mef), Adolfo Urso (Imprese e Made in Italy), il capo di stato maggiore della difesa, generale Luciano Portolano, il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano, il segretario generale della Presidenza della Repubblica, Ugo Zampetti, e il consigliere del presidente della Repubblica per gli Affari del Consiglio Supremo di difesa e Segretario del Consiglio, Francesco Saverio Garofani. La riunione arriva poche ore dopo l’attacco portato con un drone ad alcune infrastrutture della base internazionale di Erbil, in Iraq, dove si trova anche una parte del contingente militare italiano impegnato nelle operazioni di pace della regione.

Il Consiglio “esprime condanna per l’aggressione” e rivolge “sentimenti di intensa vicinanza e gratitudine a tutti i militari impegnati nelle varie operazioni in Italia e all’estero”. C’è “preoccupazione” perché “la crisi dell’ordine internazionale, incentrato sull’Onu, con la moltiplicazione delle iniziative unilaterali indebolisce il sistema multilaterale” anche di fronte a sfide come evitare che l’Iran si doti dell’arma nucleare o che la sicurezza di Israele sia a rischio, così come le repressioni messe in atto dal regime teocratico di Teheran. La reazione iraniana all’operazione militare portata da Usa e Tel Aviv nasconde rischi concreti, come “aprire spazi a forme di guerra ibrida e a gravissime iniziative di organizzazioni terroristiche”, viene sottolineato nel Consiglio Supremo di Difesa, che annota il “moltiplicarsi di conflitti, in particolare nell’area mediterranea e nel Medio Oriente, dove sono in gioco nostri interessi strategici vitali”. Per questo viene messa in luce “l’importanza dell’iniziativa assunta dal Governo di operare insieme ai principali alleati europei, in particolare Francia, Germania e Regno Unito, per coordinare le iniziative sul piano della difesa degli interessi comuni e su quello più generale della sicurezza”.

I missili indirizzati verso Cipro, che è territorio Ue, e verso la Turchia, che fa parte della Nato, sono campanelli d’allarme preoccupanti, cui si aggiungono gli effetti sulla sicurezza economica, con i rincari del prezzo dell’energia e dei carburanti. Infatti, il Consiglio valuta “gravi le azioni dell’Iran per ostacolare la libera navigazione nello Stretto di Hormuz”, snodo cruciale per il passaggio degli approvvigionamenti. In questo contesto è positivo il giudizio del Csd al fatto che il Parlamento sia già espresso sul tema, molto divisivo, della concessione dell’uso delle basi militari italiane all’alleato Usa. Allo stesso tempo viene preso atto che se “eventuali richieste dovessero eccedere il perimetro delle attività già disciplinate dagli accordi” vigenti, che includono “fra l’altro attività addestrativa e di supporto tecnico-logistico”, sarà il Parlamento a doversi pronunciare. Il Consiglio supremo di difesa si esprime anche sulle tensioni in Libano, chiedendo a Israele di “astenersi da reazioni spropositate alle comunque inaccettabili azioni di Hezbollah”, perché “come sempre il prezzo più alto lo pagano le popolazioni civili”. Così come il Csd “ritiene allarmanti le continue gravi violazioni” della risoluzione Onu 1701 del 2006 e “il ripetersi di inammissibili attacchi da parte israeliana al contingente di Unifil, attualmente a guida italiana”. La missione “resta ineludibile” per “garantire la sicurezza della Linea Blu, favorendo l’incremento delle capacità delle Forze Armate Libanesi”.

Colpita base militare italiana a Erbil. Crosetto: “Stanno tutti bene, nessun ferito”

(Photocredit: Ministero della Difesa)

La base militare italiana a Erbil, nel Kurdistan iracheno, è stata colpita da un missile o un drone. “Non ci sono vittime né feriti tra il personale italiano. Stanno tutti bene”, assicura il ministro della Difesa, Guido Crosetto. “Sono costantemente aggiornato dal Capo di Stato Maggiore della Difesa e dal Comandante del COVI”, aggiunge.

Alle 8.30 circa ora locale è stato attivato un allarme di minaccia aerea. “E tutti quanti, seguendo procedure già rodate tra tutto il personale – dice a SkyTg24  Stefano Pizzotti, comandante dell’Italian National Contingent Command Land (IT NCC LAND), nell’ambito dell’operazione ‘Prima Parthica’ – ci siamo recati in sicurezza nel bunker assegnato. Poco prima dell’una sempre ora ora locale c’è stata una una minaccia aerea che ha colpito la base italiana e ha provocato alcuni danni a infrastrutture e materiali della della base”. Lo ha detto a SkyTg24 . E’ ancora in fase di accertamento, fa sapere, “la tipologia della minaccia, se un drone o un missile”. Il personale “sta bene – assicura – era protetto all’interno del bunker quando è avvenuta l’esplosione e stanno tutti quanti bene. Al momento è finito l’allarme della minaccia aerea, ma ci sono sul posto gli gli artificieri della coalizione che stanno verificando e stanno mettendo in sicurezza l’area prima di di poterci accedere”. 

“Ferma condanna per l’attacco che ha subito la base italiana di Erbil. Ho appena parlato con l’Ambasciatore d’Italia in Iraq. Per fortuna i nostri militari stanno tutti bene e sono al sicuro nel bunker. A loro esprimo solidarietà e gratitudine per il quotidiano servizio alla Patria”, scrive su X il ministro degli Esteri, Antonio Tajani. Intervenendo nella notte a Realpolitik su Rete4, il titolare della Farnesina spiega che quella a Erbil “è una situazione pericolosa. Sappiamo bene che quella parte di Kurdistan è sotto attacco e infatti abbiamo deciso di muovere il personale italiano civile che si trovava nella nostra ambasciata a Baghdad e Erbil. Il consolato è stato messo in sicurezza, è stato allontanato in una parte più lontana della città proprio perché la situazione era pericolosa e infatti così è stato”.

“Non sappiamo”, dice ancora Tajani, se l’attacco “era diretto direttamente contro gli italiani o se era diretto genericamente contro questo insediamento militare“.  La base, spiega il ministro, “sta all’interno di un comprensorio in cui ci sono più basi militari, tra cui americane”.  “Intanto – puntualizza – dobbiamo valutare bene quello che è accaduto, poi dopo decideremo i passi da compiere, ma certamente è un attacco inaccettabile. Però ripeto, prima di dire chi è il responsabile, o chi sono i responsabili, dobbiamo fare un accertamento molto chiaro perché bisogna lavorare sempre per la de-escalation”.