Tajani: “Non chiediamo operazione militare Golfo”. Crosetto: “Avviciniamo dragamine a Hormuz”

I dragamine italiani che potrebbero partecipare alla missione internazionale per mettere in sicurezza lo Stretto di Hormuz saranno avvicinati, in questo contesto i tempi di reazione sono tutto. “Laddove scoppiasse la pace, servirebbe quasi un mese di navigazione a tutte le nazioni alleate indicate per raggiungere il Golfo Persico. Ecco perché ci stiamo organizzando anche noi per avvicinarsi in quell’area pur rimanendo a distanza di sicurezza”, spiega il ministro della Difesa, Guido Crosetto, in audizione con il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, davanti alle commissioni Esteri e Difesa di Camera e Senato.

Tajani mette subito in chiaro che i ministri non sono in Parlamento per chiedere di autorizzare una nuova missione militare nel Golfo: “L’intento è invece di condividere, nel quadro di un confronto aperto e trasparente, l’impegno del Governo per la pace e in questo quadro il percorso che potrebbe portare a un nostro impegno nella coalizione internazionale per il ripristino della libertà di navigazione allo stretto di Hormuz”.

Un impegno che potrà concretizzarsi, sottolineano entrambi, solo dopo la cessazione definitiva delle ostilità. “E’ il metodo che abbiamo seguito fin dall’inizio della crisi, mantenere un raccordo costante tra Governo e Parlamento e cercare, su tutte le scelte strategiche di politica estera e di difesa, la più ampia convergenza tra le forze politiche”, precisa il vicepremier.

Crosetto non la definisce “missione”, ma “grande alleanza internazionale” che, ribadisce, partirebbe “non con un temporaneo cessate il fuoco, ma con una tregua vera, credibile, stabile, meglio ancora se una pace definitiva. Con una legittima cornice giuridica internazionale, l’accordo di tutte le parti interessate”. Una missione di qualunque tipo deve prevedere l’accordo di tutti i paesi in quella zona, ricorda il ministro della Difesa, perché “se l’Iran non fosse d’accordo non sarebbe una missione che potrebbe partire pacificamente, perché rischierebbe di essere bombardata e siccome non andiamo lì con l’assetto in guerra per fare la guerra non potremmo rischiare”.

Il problema, al momento, è che la tregua appare lontana: “Oggi e questa settimana penso sia meno facile di quanto pensavo una settimana fa”, ammette Crosetto, assicurando però prontezza d’intervento, “perché speriamo che alla fine prevalga il buon senso e ci sia la possibilità di mandare non navi armate”. I cacciamine, in effetti, non sono navi armate, hanno bisogno di una scorta logistica ma poi “hanno bisogno di una protezione”, sottolinea il ministro. E anche ipotizzando che tutti gli attori statali siano d’accordo su questa che è una missione di pace, “basta un attore non statale, un gruppo di attori non statali, per mettere in difficoltà qualunque persona”.

Consumi in crescita ma effetto guerra non ancora arrivato: rischio fiammata prezzi

Aumento dei consumi in Italia, a dispetto dei venti contrari. Nonostante le incertezze sul fronte geopolitico e un’inflazione che comincia a pesare sul carrello della spesa, la domanda interna mostra segnali di tenuta. Secondo Istat, a marzo le vendite al dettaglio sono in aumento sia in valore (+0,8%) sia in volume (+0,7%) rispetto al mese precedente. In crescita sia il comparto degli alimentari (+0,9% in valore e +0,5% in volume) sia i beni non alimentari (rispettivamente +0,7% e +0,9%). Su base tendenziale, le vendite al dettaglio registrano una crescita del 3,7% in valore e del 2,1% in volume: +4,3% in valore e +1,5% in volume gli alimentari e rispettivamente +3,3% e +2,7% i non alimentari.

Dati che suggeriscono come l’impatto della guerra in Medio Oriente, principalmente con la spinta sui prezzi, non si sia ancora manifestato pienamente. Considerando il primo trimestre, i consumi vedono un incremento in valore (+0,6%) e in volume (+0,2%), mentre rispetto a marzo 2025 la spesa è in aumento per tutte le forme distributive: la grande distribuzione (+3,7%), le imprese operanti su piccole superfici (+3,1%), le vendite al di fuori dei negozi (+3,4%) e, in modo più significativo, il commercio online (+11,2%).

Manca ancora l’effetto Iran. I dati positivi sono solo un miraggio purtroppo destinato presto a svanire. A marzo, infatti, il rialzo dell’inflazione era ancora contenuto, da 1,5% di febbraio a 1,7%, e il caro energia e i rincari dei carburanti non si erano ancora trasferiti sui prezzi finali dei prodotti, se non in minima parte su voli aerei internazionali e alcuni tipi di frutta” dichiara Massimiliano Dona, presidente dell’Unione Nazionale Consumatori (Unc), prevedendo un peggioramento ad aprile nonostante le vendite di Pasqua. Anche il Codacons sostiene che a marzo le conseguenze del conflitto siano state “solo parzialmente” trasferite sui listini al dettaglio, con le vendite alimentari che crescono in valore di quasi il triplo rispetto ai volumi.

Cauta anche la lettura di Federdistribuzione, che considera anche il clima di fiducia di consumatori e imprese. Secondo la recente rilevazione Ipsos Doxa, quasi 9 italiani su 10 (89%) hanno già adottato comportamenti di contenimento della spesa. In ambito alimentare, le famiglie cercano offerte e promozioni (48%), ponendo più attenzione alla riduzione degli sprechi (35%). Inoltre, quasi un italiano su quattro (23%) ha ridotto la quantità di prodotti acquistati, mentre il 16% dichiara di aver diminuito l’attenzione alla qualità.

Restano dunque i timori per i prossimi mesi: Confesercenti avverte che “gli andamenti dei primi giorni di maggio rendono improbabile un rientro rapido delle pressioni inflazionistiche. Ne risentirà inevitabilmente la spesa delle famiglie e, se le tensioni attuali dovessero permanere, si prospetta un indebolimento dei consumi già nel corso del secondo trimestre”. Secondo gli esperti di Confcommercio, “è chiaro che sul versante dei consumi i moderati miglioramenti degli ultimi mesi non riescono a compensare le importanti perdite subite dalle vendite al dettaglio nel medio periodo, soprattutto per le imprese di minori dimensioni. Ed è altrettanto ovvio che permangono rischi rilevanti per una seconda parte dell’anno più complicata”.

Trump attacca ancora Leone XIV. Parolin: “Papa predica la pace”. Giovedì Rubio in Vaticano

Papa Leone “sta mettendo in pericolo molti cattolici”. Donald Trump, in un’intervista a Salem News Channel, torna ad attaccare pesantemente il Pontefice, reo a suo avviso di aver condannato gli attacchi americani in Iran, gli attacchi israeliani in Libano e di aver espresso un ‘no comment’ sul caso Jimmy Lai. L’editore cattolico è stato condannato a vent’anni di carcere a Hong Kong con l’accusa di cospirazione finalizzata alla collusione con forze straniere e pubblicazione di materiali sediziosi attraverso l’Apple Daily, il suo giornale.

Invece di parlare della detenzione di Jimmy Lai, il Papa preferirebbe parlare del fatto che va bene che l’Iran abbia un’arma nucleare, e non penso che sia una cosa buona. Penso che stia mettendo in pericolo molti cattolici e molte persone, ma suppongo che se dipendesse dal Papa, penserebbe che vada benissimo che l’Iran abbia un’arma nucleare“, sostiene Trump.

A rispondere al presidente degli Stati Uniti, questa volta, è il segretario di Stato della Santa Sede: “Il Papa va avanti per la sua strada, predica il Vangelo, ‘Opportune et importune’”, dice citando San Paolo. Ovvero: il Pontefice predica la pace, sempre, ‘al momento opportuno e non opportuno’. Da San Giovanni Rotondo, dove il porporato partecipa alle celebrazioni per i 70 anni dell’ospedale Casa Sollievo della Sofferenza, Pietro Parolin parla a due giorni dall’udienza in Vaticano del segretario di Stato Usa, Marco Rubio. “Anche di fronte a questi nuovi attacchi io non so se il Papa avrà occasione di rispondere, ma la linea rimane quella”, spiega il Segretario di Stato, ricordando che, parlando con i giornalisti su uno dei voli del suo viaggio in Africa, Robert Prevost aveva già risposto, precisando di non essere interessato a dibattere con Trump ma di voler solo “promuovere la fraternità”. “Io non aggiungerei nulla”, insiste Parolin.

Il 7 maggio alle 11.30, alla vigilia del suo primo anniversario dell’elezione, Papa Leone riceverà in Vaticano il segretario di Stato americano Rubio, cattolico e di origini cubane. A lui spetterà il compito di ricucire gli strappi e chiarire alcuni nodi internazionali. Non solo Iran e Medio Oriente sul tavolo, ma anche Ucraina, Cuba appunto e Venezuela. Gli attacchi di Trump al Papa non piacciono ai milioni di cattolici statunitensi, che avevano festeggiato l’arrivo di un Papa americano. Il faccia a faccia, assicura l’ambasciatore Usa presso la Santa Sede Brian Burch, sarà una “conversazione franca” sulle politiche dell’amministrazione Trump . “Le nazioni hanno divergenze, e credo che uno dei modi per superarle sia attraverso la fraternità e un dialogo autentico“. Dopo l’incontro con i vertici della Santa Sede, l’8 maggio Rubio incontrerà anche la premier, Giorgia Meloni, il ministro degli Esteri Antonio Tajani e della Difesa, Guido Crosetto. Per gli incontri con il governo italiano, il dipartimento di Stato Usa nella nota diramata ieri parla di “allineamento strategico” e “interessi di sicurezza condivisi”.

petrolio

Il blocco dello stretto di Hormuz fa volare il Brent oltre i 111 dollari e il gas a +9%

I prezzi del petrolio proseguono la loro corsa, sostenuti da tensioni geopolitiche crescenti e da timori sempre più concreti sull’offerta globale. A pesare sui mercati è soprattutto lo stallo nei negoziati tra Stati Uniti e Iran, che alimenta i timori di un conflitto prolungato e di interruzioni durature nei flussi energetici dal Medio Oriente.

I futures a scadenza luglio sul Brent hanno superato i 111 dollari/barile (+6%) mentre gli ultimi contratti su giugno sono saliti fino a 118,3 dollari, in aumento del 6,4% e ai massimi da fine marzo, registrando l’ottava seduta consecutiva in rialzo. Anche il Wti ha guadagnato terreno, con i futures su giugno balzati del +6,6% a 106,55 dollari, il livello più alto da metà aprile. Dall’inizio del conflitto, il 28 febbraio, il Wti ha registrato una performance superiore al 49%, segnalando una forte pressione rialzista legata ai rischi sulle forniture.

Segnali di tensione sul lato dell’offerta emergono anche negli Stati Uniti: i dati della Energy Information Administration mostrano che le scorte di greggio sono diminuite di oltre 6,2 milioni di barili nell’ultima settimana, ben al di sopra delle attese degli analisti, che prevedevano un calo di poco superiore ai 200.000 barili. A sostenere ulteriormente i prezzi sono le indiscrezioni secondo cui Washington starebbe valutando un’estensione del blocco dei porti iraniani, una mossa che potrebbe compromettere a lungo il traffico attraverso lo Stretto di Hormuz, snodo cruciale per circa il 20% dei flussi petroliferi globali. Il presidente Donald Trump ha aumentato la pressione su Teheran, invitando il Paese a “darsi una svegliata” e a raggiungere un accordo per porre fine alla guerra, mentre l’amministrazione statunitense valuta misure per limitare ulteriormente le esportazioni di greggio iraniano.

Secondo stime riportate da Reuters, le interruzioni legate al conflitto hanno già comportato perdite di forniture per oltre 50 miliardi di dollari. I tentativi di riaprire un canale negoziale appaiono al momento in stallo, rafforzando l’idea che la crisi possa protrarsi nei prossimi mesi. In questo contesto, gli operatori stanno anche valutando le implicazioni dell’uscita degli Emirati Arabi Uniti dall’Opec, una decisione che gli analisti considerano significativa sul piano politico ma con effetti limitati nel breve periodo. Gli analisti di Ing parlano di “duro colpo” per il cartello, sottolineando come la mossa possa ridurne l’influenza sul mercato globale e risultare favorevole ai Paesi importatori. “Tuttavia, nel breve termine, il principale fattore trainante dei prezzi del petrolio rimane l’evoluzione della situazione nel Golfo Persico e i tempi di ripresa dei flussi attraverso lo Stretto di Hormuz”, osservano gli analisti.

Nel frattempo, anche le compagnie petrolifere si preparano a uno scenario di interruzioni prolungate. Secondo fonti citate da Reuters, la Abu Dhabi National Oil Company ha avvertito alcuni clienti della possibilità di caricare greggio al di fuori del Golfo il prossimo mese, proprio a causa della persistente chiusura dello Stretto di Hormuz.

Le tensioni si riflettono anche sul gas europeo: dopo due sedute di calo, i futures di maggio al Ttf di Amsterdam hanno ritoccato i massimi di 4 settimane, balzando a 47,5 euro/MWh (+8,9%) alla campanella delle 18. Manco a dirlo, il clima di incertezza continua a pesare sui mercati azionari del Vecchio continente, con gli investitori sempre più cauti di fronte al rischio di un prolungamento del conflitto e alle possibili ricadute sull’economia globale. A Milano il Ftse Mib segna -0,51%, il Cac 40 di Parigi cede lo 0,4%, il Dax tedesco registra -0,27% e a Londra il Ftse 100 si ferma sul -1,16%. Il rialzo del petrolio si accompagna a un movimento opposto dei metalli preziosi: oro e argento hanno registrato un netto calo, penalizzati dalle aspettative di tassi di interesse più elevati più a lungo e da un rafforzamento del dollaro.


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Andrea Francato
– 4 minutes ago

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Allarme della Banca mondiale: “Prezzi energia mai così alti da 4 anni”

Quest’anno i prezzi dell’energia dovrebbero registrare un’impennata del 24%, raggiungendo il livello più alto dall’invasione russa dell’Ucraina nel 2022, mentre la guerra in Medio Oriente sta causando un forte shock sui mercati globali delle materie prime. E’ quanto emerge dall’ultimo rapporto Commodity Markets Outlook della Banca mondiale, secondo cui, inoltre, i prezzi complessivi delle materie prime aumenteranno del 16% nel 2026, trainati dal forte aumento dei prezzi dell’energia e dei fertilizzanti e dai prezzi record di diversi metalli chiave. L’analisi indica che lo shock “avrà gravi implicazioni per la creazione di posti di lavoro e lo sviluppo”.

Gli attacchi alle infrastrutture energetiche e le interruzioni delle spedizioni nello Stretto di Hormuz, che gestisce circa il 35% del commercio mondiale di petrolio greggio via mare, hanno innescato il più grande shock di approvvigionamento petrolifero mai registrato, con una riduzione iniziale dell’offerta globale di petrolio di circa 10 milioni di barili al giorno. Anche dopo essersi attenuati rispetto al picco recente, a metà aprile i prezzi del petrolio Brent sono rimasti superiori di oltre il 50% rispetto a quelli di inizio anno. Si prevede che il petrolio Brent avrà un prezzo medio di 86 dollari al barile nel 2026, in forte aumento rispetto ai 69 dollari al barile del 2025. Queste previsioni presuppongono che le interruzioni più gravi terminino a maggio e che il traffico marittimo attraverso lo Stretto di Hormuz torni gradualmente ai livelli prebellici entro la fine del 2026. La previsione è comunque migliore rispetto a quella di Goldman Sachs, secondo cui il prezzo del Brent si attesterà in media a 90 dollari al barile negli ultimi quattro mesi dell’anno rispetto agli 80 dollari previsti in precedenza.

“La guerra sta colpendo l’economia globale a ondate cumulative: prima attraverso l’aumento dei prezzi dell’energia, poi dei prezzi dei generi alimentari e, infine, attraverso un aumento dell’inflazione, che spingerà al rialzo i tassi di interesse e renderà il debito ancora più oneroso”, spiega Indermit Gill, capo economista e vicepresidente senior per l’economia dello sviluppo del Gruppo Banca Mondiale. “Le persone più povere, che spendono la quota maggiore del loro reddito in cibo e carburanti, saranno le più colpite, così come le economie in via di sviluppo già alle prese con un pesante fardello di debiti. Tutto ciò ci ricorda una cruda verità: la guerra è lo sviluppo al contrario”.

Gli aumenti riguarderanno anche i fertilizzanti: l’analisi prevede un rincaro del 31% nel 2026, trainati da un balzo del 60% dei prezzi dell’urea. L’accessibilità economica dei fertilizzanti scenderà al livello più basso dal 2022, “erodendo i redditi degli agricoltori e minacciando i raccolti futuri”. Se il conflitto dovesse protrarsi, queste pressioni sull’approvvigionamento alimentare e sull’accessibilità economica potrebbero spingere fino a 45 milioni di persone in più verso una grave insicurezza alimentare quest’anno, secondo il Programma Alimentare Mondiale.

Anche i prezzi dei metalli di base, tra cui alluminio, rame e stagno, dovrebbero raggiungere livelli record, riflettendo la forte domanda legata a settori quali i data center, i veicoli elettrici e le energie rinnovabili. I metalli preziosi continuano a battere record di costo e volatilità, con prezzi medi che dovrebbero aumentare del 42% nel 2026, poiché l’incertezza geopolitica alimenta la domanda di beni rifugio.

La conseguenza sarà un aumento dell’inflazione e il rallentamento della crescita in tutto il mondo. Nelle economie in via di sviluppo, l’inflazione dovrebbe ora attestarsi in media al 5,1% nel 2026 secondo le ipotesi di base: un punto percentuale in più rispetto a quanto previsto prima della guerra e un aumento rispetto al 4,7% dello scorso anno.

 

Iran, Teheran: Blocco Usa è violazione tregua, impossibile riaprire Hormuz. Trump ipotizza colloqui venerdì

Regna ancora l’incertezza sui negoziati tra Iran e Stati Uniti in Pakistan. In un messaggio inviato al New York Post Donald Trump ammette di ritenere “possibile” che i colloqui possano tenersi già venerdì a Islamabad. Ma, come accaduto in queste ultime settimane, Teheran smentisce. Media iraniani, vicini ai pasdaran, precisano che l’Iran non ha preso alcuna decisione in merito al secondo round di negoziati con gli Usa. Il Pakistan resta fiducioso sulla possibilità di un nuovo round di colloqui “a giorni”.

Il presidente americano ha comunque esteso a tempo indeterminato il cessate il fuoco con Teheran, in attesa che i leader iraniani presentino una “proposta unitaria”. “Considerato che il governo iraniano – ha detto il repubblicano – è gravemente diviso, cosa che non ci sorprende, e su richiesta di Asim Munir e del primo ministro Shehbaz Sharif del Pakistan, ci è stato chiesto di sospendere il nostro attacco contro l’Iran fino a quando i loro leader e rappresentanti non saranno in grado di presentare una proposta unitaria. Ho quindi ordinato alle nostre forze armate di continuare il blocco e, sotto tutti gli altri aspetti, di rimanere pronte e operative, e prorogherò quindi il cessate il fuoco fino a quando la loro proposta non sarà presentata e le discussioni non saranno concluse, in un modo o nell’altro”. Intanto il vicepresidente JD Vance ha annullato il suo viaggio in Pakistan.

Resta in vigore il blocco navale dei porti iraniani, giunto ormai alla seconda settimana, così come la chiusura dello Stretto di Hormuz da parte dell’Iran, che ha sequestrato due navi. Oggi infatti i Guardiani della rivoluzione iraniana hanno comunicato di aver sequestrato due navi che transitavano nello stretto di Hormuz, una è la Msc Francesca, una portacontainer di proprietà di una società registrata a Panama ma che opera sotto il cappello della Msc, la più grande società di navigazione al mondo italo-svizzera. L’altra è la portacontainer Epaminondas, di proprietà della compagnia greca Technomar Shipping ma è operata da Msc. Le due navi, hanno fatto sapere i pasdaran, sono state trasferite sulla costa iraniana, con l’IRGC che ha avvertito che “turbare l’ordine e la sicurezza nello Stretto di Hormuz è considerata una linea rossa”. La notizia giunge dopo le segnalazioni di attacchi a due navi e a una terza imbarcazione avvenuti questa mattina nello strategico stretto, secondo quanto riportato dall’UK Maritime Trade Operations (UKMTO) e dalla BBC. I media iraniani hanno identificato la terza nave come la Euphoria, che sarebbe “incagliata al largo delle coste iraniane”. L’Iran comunque insiste: il blocco navale degli Stati Uniti rappresenta una violazione del cessate il fuoco e dunque lo Stretto di Hormuz non può essere riaperto. In un post su X, il presidente del Parlamento iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf scrive: “Un cessate il fuoco completo ha senso solo se non viene violato dal blocco navale e dal sequestro dell’economia mondiale e se l’avventurismo bellico dei sionisti su tutti i fronti viene fermato”. “L’apertura dello Stretto di Hormuz non è possibile con una palese violazione del cessate il fuoco”, scandisce Ghalibaf, che nei giorni scorsi aveva guidato la delegazione di Teheran ai negoziati di Islamabad. Stati Uniti e Israele, conclude, “non hanno raggiunto i loro obiettivi con l’aggressione militare, non li raggiungeranno nemmeno con l’intimidazione: l’unica via è l’accettazione dei diritti della nazione iraniana”.

Oggi il Regno Unito e la Francia riuniranno a Londra i responsabili della pianificazione militare di oltre 30 nazioni per discutere la riapertura dello Stretto di Hormuz. L’obiettivo è quello di fare una ricognizione delle capacità dei rispettivi paesi, delle strutture di comando e controllo, nonché di “come le forze militari possono essere dispiegate nella regione”, ha dichiarato il ministero della Difesa del Regno Unito.

Qualsiasi piano militare elaborato a seguito delle sessioni sarà portato avanti “non appena le condizioni lo permetteranno, in seguito a un accordo di cessate il fuoco duraturo”, ha aggiunto il ministero.

Le sessioni presso il quartier generale congiunto permanente del Regno Unito a Northwood, nella zona nord di Londra, rappresentano l’ultimo passo negli sforzi compiuti da Regno Unito e Francia per formare una coalizione disposta a contribuire alla riapertura dello stretto.

Venerdì scorso il premier britannico Keir Starmer e il presidente francese Emmanuel Macron hanno ospitato un vertice internazionale virtuale a cui hanno partecipato 51 Paesi, durante il quale hanno confermato la loro intenzione di istituire “una missione multinazionale indipendente e strettamente difensiva”.

“Il compito, oggi e domani, è quello di tradurre il consenso diplomatico in un piano comune per salvaguardare la libertà di navigazione nello Stretto e sostenere un cessate il fuoco duraturo”, ha dichiarato John Healey, ministro della Difesa britannico.

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Scorte jet fuel ai minimi da 6 anni. Ma Ue assicura: “Nessuna carenza”

Il mercato sta sottovalutando le conseguenze di un lockdown energetico”. Ne è certo il direttore dell’Agenzia Internazionale dell’Energia (Aie), Fatih Birol, che in un’intervista al quotidiano svizzero Neue Zürcher Zeitung rilancia il monito sulla “più grave crisi petrolifera della storia”. “Allo scoppio ufficiale della guerra nel Medio Oriente diverse petroliere e metaniere erano già in rotta verso le loro destinazioni”, ma ora si sta creando un vuoto: “A marzo non sono state caricate nuove petroliere”.

Le conseguenze non riguardano solo il prezzo – che resta alto sui benchmark internazionali – ma soprattutto la disponibilità fisica. Il rischio è una riduzione dell’attività delle raffinerie a livello globale, con effetti diretti su jet fuel e gasolio. Già l’Aie aveva indicato che, ai livelli attuali, le scorte di cherosene sarebbero sufficienti per circa sei settimane. In alcuni Paesi, avverte, questo può tradursi in disagi nel trasporto aereo fino alla cancellazione di voli, mentre il comparto industriale resta esposto alla carenza di gasolio.

Un allarme condiviso anche dal settore dell’aviazione. “La valutazione dell’Aie sulle possibili carenze di carburante per aerei è preoccupante. Abbiamo stimato che entro la fine di maggio si potrebbero iniziare a vedere cancellazioni in Europa per mancanza di jet fuel. In alcune parti dell’Asia questo sta già accadendo”, ha dichiarato Willie Walsh, direttore generale della Iata, richiamando la necessità di rafforzare le rotte alternative di approvvigionamento e invitando le autorità “a predisporre piani chiari e coordinati, nel caso in cui diventi necessario introdurre forme di razionamento, compresa la gestione degli slot aeroportuali”.

Gli analisti di Kpler sottolineano un quadro disomogeneo. L’offerta di diesel rimane “relativamente solida, sostenuta da una buona flessibilità nelle importazioni e da livelli di scorte ancora stabili”. Il jet fuel invece affronta una fase più marcata di irrigidimento. Le scorte dovrebbero scendere da oltre 50 giorni a meno di 30 entro luglio e la dipendenza dai flussi mediorientali “limita fortemente la possibilità di sostituzione delle forniture”. Questo squilibrio rende il jet fuel molto più vincolato rispetto al diesel, sostenendo prezzi e margini più elevati. Con un’offerta in calo e minore copertura tramite hedging, le compagnie aeree più esposte rischiano maggiori costi e difficoltà operative nel picco estivo.

Tale dinamica sarebbe già emersa in Europa. Secondo i dati di Insights Global citati da Argus, nella settimana conclusa il 15 aprile le riserve di jet fuel nell’hub Amsterdam-Rotterdam-Anversa (Ara) sono scese ai minimi degli ultimi sei anni. Le scorte sono calate del 7,6% in una settimana, a circa 600.000 tonnellate, il livello più basso da aprile 2020. Il calo segue una tendenza iniziata a fine gennaio, aggravata dall’interruzione dei flussi dal Golfo Persico dopo le tensioni tra Stati Uniti e Iran e dal successivo dirottamento delle forniture verso il Regno Unito in vista della domanda estiva. Le scorte di nafta sono scese del 13,9%, ai minimi da un anno, mentre la benzina è aumentata del 2,5% grazie a una domanda interna più debole e a minori esportazioni verso alcune regioni africane. Gli operatori segnalano anche un calo dell’interesse per la miscelazione, segnale di un mercato europeo della benzina più saturo del previsto.

A fronte di questi segnali di tensione, dalle istituzioni europee arriva però un invito alla cautela. “Stiamo monitorando attentamente gli sviluppi nei mercati energetici, compreso quello del carburante per aerei. E voglio essere molto chiaro: negli ultimi due giorni sono circolate alcune notizie secondo cui l’Europa potrebbe essere vicina all’esaurimento delle scorte di carburante per aerei. Ciò non riflette accuratamente la situazione”, ha dichiarato il commissario europeo per i Trasporti e il Turismo sostenibile Apostolos Tzitzikostas al termine della riunione informale dei ministri del Turismo a Nicosia.

Il carburante per aerei, ha ricordato, “fa parte di un mercato globale, rifornito in modo continuo e sostenuto da produzione, importazioni e scorte”, sottolineando anche la presenza di una significativa capacità di raffinazione all’interno dell’Europa. “Siamo consapevoli che i mercati del carburante per aerei sono più tesi e vengono monitorati attentamente”, ha aggiunto, evidenziando come l’Europa disponga di scorte di emergenza in linea con la normativa Ue, attivabili se necessario in coordinamento con il mercato. “In questa fase, tuttavia, il mercato sta gestendo questa tensione e non vi sono prove di effettive carenze”, ha concluso Tzitzikostas. “Non vi è inoltre alcuna indicazione di carenze sistematiche di carburante che potrebbero portare a cancellazioni diffuse di voli in tutta Europa”.

Iran, stallo sui negoziati ma Trump annuncia tregua in Libano. Allarme Aie: “Europa ha jet fuel per 6 settimane”

E’ stallo sui negoziati per la guerra in Iran. Mentre a Teheran, il capo dell’esercito pakistano  Asim Munir, ha incontrato funzionari iraniani nel tentativo di estendere il cessate il fuoco in scadenza il 21 aprile che ha interrotto quasi sette settimane di guerra tra Israele, Stati Uniti e Iran, permane l‘incertezza sul fatto che l’intensa attività diplomatica possa portare a un accordo. La Casa Bianca si è detta ottimista sulla possibilità di raggiungere un’intesa con la volontà di riprendere presto i colloqui anche se non ci sono ancora informazioni sul luogo o sulla data del secondo round.

Sul fronte libanese, invece, dopo una giornata di scambi telefonici con i due leader, Donald Trump ha annunciato il cessate il fuoco anche tra Beirut e Tel Aviv. Il presidente libanese Joseph Aoun e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu “hanno concordato che, al fine di raggiungere la pace tra i loro Paesi, daranno formalmente inizio a un cessate il fuoco di 10 giorni alle 17 (le 23 italiane, ndr)”, ha scritto il presidente americano sul suo social Truth. Martedì, i due Paesi si sono incontrati per la prima volta in 34 anni a Washington, con il Segretario di Stato, Marco Rubio ma l’incontro non aveva portato a nulla di fatto. In mattinata, lo stesso Aoun si era rifiutato di parlare direttamente con Netanyahu. Decisivo è stato l’intervento di Trump. “È stato un onore per me risolvere 9 guerre in tutto il mondo, e questa sarà la mia decima, quindi diamoci da fare e portiamo a termine questa opera”, ha ricordato.

Intanto l’impatto della guerra inizia a preoccupare seriamente: l’Agenzia Internazionale dell’Energia ha infatti lanciato l’allarme carburanti. “L’Europa ha “forse carburante per aerei sufficiente per circa sei settimane”, ha detto un’intervista all’Associated Press, Il direttore esecutivo dell’Aie, Fatih Birol, dipingendo un quadro allarmante delle ripercussioni globali di quella che ha definito “la più grande crisi energetica che abbiamo mai affrontato”, derivante dal blocco del flusso di petrolio, gas e altre forniture vitali attraverso lo Stretto di Hormuz. “Ora ci troviamo in una situazione critica, che avrà gravi ripercussioni sull’economia globale. E più a lungo durerà, peggiori saranno le conseguenze per la crescita economica e l’inflazione in tutto il mondo”, ha poi aggiunto, spiegando che le ripercussioni economiche saranno disomogenee, con alcuni Paesi “più colpiti di altri”. Tra questi, Giappone, Corea, India, Cina, Pakistan e Bangladesh. “I Paesi che soffriranno di più non saranno quelli la cui voce viene ascoltata di più. Saranno soprattutto i Paesi in via di sviluppo. I Paesi più poveri dell’Asia, dell’Africa e dell’America Latina”, ha affermato. L’impatto si tradurrà in “prezzi più alti della benzina, prezzi più alti del gas, prezzi più alti dell’elettricità”, ha detto.

Sulla delicata questione dello Stretto di Hormuz è previsto domani a Parigi un nuovo vertice dei cosiddetti ‘volenterosi’, coalizione formata da oltre 40 Paesi. Sul tavolo un piano di sminamento pronto da mettere in campo, soprattutto se la tregua tra Iran e Stati Uniti sarà prolungata. Il vertice è stato convocato dal presidente francese Emmanuel Macron e dal premier britannico Keir Starmer: in presenza anche la premier Giorgia Meloni. L’obiettivo è quello di ritornare presto alla libertà di navigazione nello Stretto, ma restano due incognite: una legata al ruolo degli Stati Uniti, rimasti finora fuori dalla coalizione, e l’atteggiamento dell’Iran, che per la prima volta si è mosso con netta contrarietà rispetto al piano dei volenterosi.

Da Washington oggi il segretario alla Difesa Usa, Pete Hegseth in conferenza stampa al Pentagono ha precisato che la Marina degli Stati Uniti “controlla il traffico in entrata e in uscita dallo Stretto perché disponiamo di mezzi concreti e di capacità reali”. “Stiamo attuando questo blocco utilizzando meno del 10% della potenza navale americana”, ha spiegato avvertendo Teheran che le truppe in Medio Oriente si stanno “riarmando” e sono pronte a riprendere i combattimenti in caso di fallimento dei negoziati. “Mentre voi scavate tra le macerie delle strutture colpite dai bombardamenti, noi diventiamo solo più forti”, ha affermato. Rivolgendosi direttamente al regime iraniano, ha detto che possono “spostare le cose”, ma così facendo si espongono all'”occhio vigile” americano.

 

Iran, a rischio la ‘fragile’ tregua. Trump: “Forze Usa in campo fino a un accordo reale”

A poco più di 24 ore dalla “fragile” tregua raggiunta in Iran, la tensione nella regione del Medioriente resta alta.  L’esercito americano, assicura su Truth il presidente Usa, Donald Trump resta schierato.Tutte le navi, gli aerei e il personale militare statunitensi, insieme a ulteriori munizioni, armamenti e qualsiasi altro mezzo ritenuto opportuno e necessario per l’attacco letale e la distruzione di un nemico già sostanzialmente indebolito – scrive il repubblicano – rimarranno dispiegati in Iran e nelle zone circostanti fino a quando l’accordo reale raggiunto non sarà pienamente rispettato”. L’avvertimento è chiaro: “Se per qualsiasi motivo ciò non dovesse avvenire, cosa altamente improbabile – aggiunge – allora inizieranno gli scontro a fuoco più grandi e più potenti di quanto chiunque abbia mai visto prima. È stato concordato, molto tempo fa, e nonostante tutta la falsa retorica contraria: nessuna arma nucleare e lo Stretto di Hormuz sarà aperto e sicuro”. Ma Trump guarda già oltre: “Le nostre grandi forze armate si stanno rifornendo e riposando, guardando avanti, in realtà, alla loro prossima conquista. L’America è tornata!”.

Durante l’incontro con il segretario generale della Nato, Mark Rutte, Trump ha ribadito la propria “delusione” per la posizione assunta dagli alleati. L’alleanza, dice, “non c’era quando ne avevamo bisogno e non ci sarà se ne avremo bisogno di nuovo. Ricordate la Groenlandia, quel grande pezzo di ghiaccio gestito malissimo”. Secondo il Wall Street Journal la Casa Bianca sta valutando un piano per ‘punire’ alcuni membri della Nato che, secondo il presidente Trump, non hanno aiutato gli Stati Uniti e Israele durante la guerra con l’Iran. La proposta prevede il trasferimento delle truppe statunitensi dai paesi membri della Nato ritenuti poco collaborativi nella guerra contro l’Iran, verso paesi che si sono dimostrati più favorevoli. Durante il faccia a faccia Rutte spiega di aver sottolineato il fatto che “la grande maggioranza delle nazioni europee si è dimostrata disponibile per quanto riguarda le basi, la logistica, i sorvoli, assicurandosi di rispettare gli impegni”. 

Il Libano resta lo scenario più preoccupante, dal momento che l’esercito israeliano non ha cessato gli attacchi. L’Iran “garantirà la sicurezza del passaggio sicuro” attraverso lo Stretto di Hormuz, ma la riapertura avverrà solo “dopo che gli Stati Uniti avranno effettivamente ritirato questa aggressione”, contro il Libano, dice alla Bbc il viceministro degli Esteri iraniano, Saeed Khatibzadeh. Gli Usa, spiega, “devono scegliere” se vogliono la guerra o la pace. “Non possono avere entrambe allo stesso tempo. Sono incompatibili, è chiarissimo”. L’accordo raggiunto, assicura, include il Libano e l’Iran e i suoi alleati erano disposti ad “accettare il cessate il fuoco”. Il traffico navale nello Stretto rimane trascurabile. Secondo i dati di Marine Traffic, registrati questa mattina numerosi gruppi di navi erano ancora ancorati nel Golfo Persico. Nella regione si trovavano ancora oltre 400 petroliere, 34 navi cisterna per GPL e 19 navi metaniere. Prima della guerra, secondo i dati di Lloyd’s List, una media di 107 navi mercantili transitavano quotidianamente nello Stretto di Hormuz.

Intanto i ministri degli Esteri di Iran e Arabia Saudita hanno avuto oggi un colloquio telefonico , in quello che, secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa AFP, rappresenta il primo contatto ufficiale tra i due Paesi dall’inizio della guerra. Il ministero degli affari esteri saudita ha dichiarato in un comunicato stampa che il ministro degli esteri del Paese, il principe Faisal bin Farhan, ha ricevuto una telefonata dal suo omologo iraniano, Abbas Araghchi. Nella nota si legge che “durante la telefonata, hanno esaminato gli ultimi sviluppi e discusso le modalità per ridurre le tensioni al fine di ripristinare la sicurezza e la stabilità nella regione”. 

Colpito convoglio italiano in Libano. Meloni: “Inaccettabile”. Tajani convoca ambasciatore Israele

Giorgia Meloni si prepara a parlare davanti al Parlamento. La tregua dà respiro, ma il contesto resta fragile ed estremamente complesso. La crisi si ripercuote sui mercati e sull’energia anche in Italia. Non solo: se la pausa dal conflitto vale per l’Iran, non si fermano gli attacchi israeliani in Libano, dove viene colpito un convoglio italiano. Non ci sono feriti, ma la situazione diplomatica con Tel Aviv (e di conseguenza con Washington) si complica. In serata, fonti della Farnesina fanno sapere che l’ambasciatore di Israele in Italia, Jonathan Peled, è stato convocato su richiesta del ministro degli Esteri, Antonio Tajani.

“È del tutto inaccettabile che il personale che agisce sotto la bandiera dell’Onu sia messo a rischio con azioni irresponsabili come quelle odierne, che sono in palese violazione della risoluzione 1701 delle Nazioni Unite”, chiarisce la premier, intimando in attesa degli esiti della convocazione dell’ambasciatore: “Israele dovrà chiarire quanto accaduto”. La presidente del Consiglio esprime la sua “ferma condanna” per quanto accaduto, sottolineando che il cessate il fuoco concordato tra Iran, Stati Uniti ed Israele è “un’opportunità da cogliere per porre fine anche alla guerra in Libano”. Meloni addita però anche Hezbollah, per aver “trascinato” il Paese in questo conflitto in maniera “irresponsabile”, chiedendo anche che i continui attacchi israeliani in Libano, “che hanno già provocato troppi morti e un’inaccettabile numero di sfollati” cessino “immediatamente”. “L’Italia ribadisce ancora una volta con fermezza la necessità di garantire la sicurezza dei soldati italiani e dell’intero contingente UNIFIL”, insiste.

Anche Tajani, nell’aula della Camera, avverte: “I soldati italiani non si toccano. Le forze armate israeliane non hanno alcuna autorità per toccare i nostri militari”. Purtroppo, ammette, “la tregua in Libano non esiste, siamo profondamente preoccupati per le ripercussioni di tutta la crisi in tutto il contesto regionale”.

A pochi minuti di distanza, Guido Crosetto esprime la sua “più ferma e indignata protesta” per quanto accaduto nel settore di responsabilità di Unifil nel Sud del Paese. Il convoglio logistico del contingente italiano, in movimento da Shama verso Beirut, è stato attaccato con colpi di avvertimento esplosi dalle Idf a circa due chilometri dalla base di partenza. La colonna ha interrotto il movimento e ha fatto rientro in base. Ci sono stati danni lievi ai veicoli e non si registrano feriti, ribadisce il ministro della Difesa, ma chiede: “Fino a quando?”. “È inaccettabile che militari italiani impegnati sotto bandiera delle Nazioni Unite, con compiti esclusivamente di garanzia della pace e della stabilità – insiste Crosetto -, vengano esposti a situazioni di rischio da parte dell’esercito israeliano”. Il titolare della Difesa ricorda che il personale di UNIFIL opera in Libano in attuazione delle risoluzioni delle Nazioni Unite, per contribuire alla sicurezza e alla de-escalation: “La messa in pericolo di convogli chiaramente identificati con la bandiera dell’ONU non può essere tollerata – tuona -. Si tratta di un comportamento grave che rischia di compromettere la sicurezza dei peacekeeper e la credibilità stessa della missione”. All’Onu Crosetto domanda di intervenire presso le Autorità Israeliane “con la massima urgenza” per chiarire l’accaduto, adottare tutte le misure necessarie a garantire la sicurezza del contingente italiano e di tutto il personale, e ribadire “con fermezza” il rispetto del mandato e della protezione dovuta ai caschi blu. “L’Italia continuerà a sostenere la missione di pace, ma pretende il pieno rispetto del ruolo di UNIFIL e la tutela dei propri militari. Episodi come questo sono intollerabili e non devono ripetersi”, mette in chiaro il ministro.

Intanto, la premier sigla una dichiarazione congiunta con il presidente francese Emmanuel Macron, il cancelliere tedesco Friedrich Merz, il primo ministro britannico Keir Starmer, il primo ministro canadese Mark Carney, la prima ministra danese Mette Frederiksen, il primo ministro dei Paesi Bassi Rob Jetten, il primo ministro spagnolo Pedro Sánchez, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen e il presidente del Consiglio europeo Antonio Costa: “Accogliamo con favore il cessate il fuoco di due settimane concordato oggi tra gli Stati Uniti e l’Iran. Ringraziamo il Pakistan e tutti i partner coinvolti per aver facilitato questo importante accordo. L’obiettivo deve ora essere quello di negoziare una fine rapida e duratura della guerra nei prossimi giorni. Ciò può essere raggiunto solo con mezzi diplomatici”, si legge nel documento. I leader incoraggiano “rapidi progressi” verso una soluzione negoziata “sostanziale”. Condizione cruciale per proteggere la popolazione civile dell’Iran e garantire la sicurezza nella regione, ma anche, sottolineano, per “scongiurare una grave crisi energetica globale”. I dieci chiedono a tutte le parti di attuare il cessate il fuoco, anche in Libano: “I nostri governi – garantiscono – contribuiranno a garantire la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz”.