Trump punta ancora alla Groenlandia: “Ci serve per la sicurezza nazionale”

A un anno dal suo insediamento alla Casa Bianca e a pochi giorni dall’attacco al Venezuela – e dall’arresto del presidente Nicolas Maduro e della moglie Cilia Flores – il presidente Usa, Donald Trump, è tornato a ripeterlo: la Groenlandia “ci serve per questioni di sicurezza nazionale”, anche perché “è circondata da navi russe e cinesi”. A bordo dell’Air Force One, il repubblicano ha accusato la Danimarca di non essere capace “di garantire” questa sicurezza e ha ironizzato: per farlo, “ha aggiunto una slitta trainata da cani”.

Già due giorni fa la premier danese, Mette Frederiksen, ha ricordato a Trump che gli Usa “non hanno alcun diritto di annettere nessuno dei tre paesi del Commonwealth”, anche perché il Regno di Danimarca – e quindi la Groenlandia – fa parte della Nato “ed è quindi coperto dalla garanzia di sicurezza dell’alleanza”. “Vorrei quindi esortare con forza gli Stati Uniti a porre fine alle minacce contro un alleato storicamente stretto e contro un altro Paese e un altro popolo che hanno affermato molto chiaramente di non essere in vendita”, ha ribadito Frederiksen.

L’operazione militare americana in Venezuela, che ha messo in evidenza l’interesse di Donald Trump per le vaste risorse petrolifere del Paese, ha riacceso i timori per la Groenlandia, ambita dal presidente americano per le sue importanti risorse minerarie e la sua posizione strategica. Tra una ventina di giorni, ha detto Trump, “ce ne occuperemo”.

Nel fine settimana è stata Katie Miller, moglie del vice capo di gabinetto della Casa Bianca, Stephen Miller, a rilanciare la questione. In un post su X ha pubblicato una mappa della Groenlandia con i colori della bandiera americana, accompagnata dalla scritta “Presto”. La Danimarca è un alleato storico e tradizionale degli Stati Uniti, che le forniscono gran parte delle sue armi. Ma il primo ministro della Groenlandia, Jens-Frederik Nielsen, su Facebook ha giudicato “irrispettoso” il post di Miller. “Le relazioni tra i paesi e i popoli si basano sul rispetto e sul diritto internazionale, e non su simboli che ignorano il nostro status e i nostri diritti”, ha scritto.

Poco prima di Natale Trump aveva nominato il governatore della Louisiana Jeff Landry, repubblicano, come inviato speciale degli Usa in Groenlandia, scatenando una bufera internazionale. La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen e il presidente del Consiglio europeo Antonio Costa avevano espresso la loro “piena solidarietà con la Danimarca e il popolo della Groenlandia”. “L’integrità territoriale e la sovranità sono principi fondamentali del diritto internazionale”, avevano ribadito.

Dazi, Usa abbassano pretese su pasta italiana: sospiro di sollievo per il settore

Se allo scoccare della mezzanotte del 31 dicembre qualcuno ha espresso il desiderio di vedere abbassare i dazi, allora è stato esaudito. Il dipartimento americano del Commercio ha deciso, infatti, di abbassare le aliquote delle tariffe antidumping sulla pasta italiana, portando un po’ di serenità in un settore che da qualche mese se la stava vedendo davvero brutta a causa di un calcolo (statunitense) apparso subito abbastanza ‘astruso’, per usare un eufemismo.

La buona notizia che arriva dagli Stati Uniti dimostra come il lavoro serio, senza inutili allarmismi, porti i suoi frutti”, ha commentato il ministro dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste, Francesco Lollobrigida, che da mesi è dietro al dossier. “Abbiamo seguito sin da subito la vicenda, ad ottobre a Chicago insieme all’ambasciatore Marco Peronaci avevamo dato un segnale importante: le istituzioni italiane non avrebbero abbandonato i produttori di pasta italiani. Oggi sappiamo di aver scelto la strada giusta e le tariffe sono fortemente ridimensionate. Ancora una volta abbiamo dimostrato che il lavoro di squadra paga e l’Italia è forte e rispettata nel mondo”.

Non sono solo le istituzioni a esultare. Coldiretti e Filiera Italia che con “Filiera Pasta” rappresenta oggi le aziende premium più rappresentative del settore, esprimono infatti soddisfazione per l’azione del governo italiano ed in particolare dei ministri Antonio Tajani e Francesco Lollobrigida e della nostra struttura diplomatica, che ha portato a una prima temporanea riduzione dei dazi Usa sulla pasta italiana. Il Dipartimento del Commercio degli Stati Uniti, infatti, ha reso noto alcune valutazioni nella notte – in anticipo rispetto alla conclusione dell’indagine attesa per l’11 marzo – in relazione ai dazi antidumping su alcuni marchi di pasta italiani che Coldiretti e Filiera Italia avevano immediatamente denunciato come inaccettabili chiedendo l’intervento del Governo Italiano che si è subito attivato. L’analisi post-preliminare fatta dalle amministrazioni Usa competenti ha rideterminato in misura significativamente più bassa le aliquote fissate in via provvisoria lo scorso 4 settembre: dal 91,74%, i dazi passano al 2,26% per La Molisana, al 13,98% per Garofalo e al 9,09% per gli altri 11 produttori di cui molti aderenti a Filiera Italia – sottolinea la nota di Coldirtetti -. La decisione Usa è un primo riconoscimento della fattiva volontà di collaborare delle nostre aziende da parte delle autorità statunitensi. Così come annunciato il sostegno assicurato dalla Farnesina e dal Governo continuerà in attesa delle decisioni definitive. Così come continuerà l’azione di Coldiretti e Filiera Italia a difesa della nostra pasta premium esportata sul mercato USA che abbiamo sostenuto anche con una forte azione sui media internazionali.

Secondo le stime di Coldiretti e Filiera Italia, un dazio come quello preannunciato e che ora sembrerebbe scongiurato, avrebbe raddoppiato il costo di un piatto di pasta per le famiglie americane, spalancando le porte ai prodotti Italian sounding e penalizzando la qualità autentica del Made in Italy. Nel 2024 l’export di pasta italiana verso gli Usa ha raggiunto un valore di 671 milioni di euro, confermando il mercato statunitense come uno dei più strategici per il settore.

Come Unione Italiana Food esprimiamo grande soddisfazione per questo risultato, che premia il lavoro costante svolto al fianco delle nostre imprese associate, fra cui La Molisana, Garofalo e Barilla, che hanno affrontato con serietà, trasparenza e spirito di collaborazione un percorso complesso e delicato”, è stato il commento entusiastico anche della presidente dei pastai di Unione italiana food, Margherita Mastromauro. “Questo esito dimostra che il ruolo di Unione Italiana Food è centrale nel rappresentare, tutelare e accompagnare le aziende italiane nelle battaglie giuste, soprattutto quando si tratta di difendere la qualità, la correttezza e la competitività del Made in Italy sui mercati internazionali. Quando il sistema Paese fa squadra (imprese, associazioni e istituzioni) i risultati arrivano”, ha aggiunto. Riconoscendo la “decisiva collaborazione del ministro Lollobrogida, del ministro Tajani e del commissario europeo Sefkovic”. Per i pastai “la decisione delle autorità statunitensi conferma inoltre che gli Stati Uniti sono un Paese attento all’Italia e alle sorti della nostra economia, capace di riconoscere il valore delle nostre imprese e il contributo strategico del comparto agroalimentare italiano”.

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A Berlino colloqui per Ucraina. Usa: Garanzie forti ma Mosca le accetterà, risolto 90% nodi

“Ci sono progressi concreti”. Così l’Ucraina sintetizza la due giorni di colloqui con gli Stati Uniti a Berlino. Per gli Stati Uniti le garanzie di sicurezza offerte a Kiev sono “molto forti” ma comunque accettabili per la Russia. Ci sono progressi anche sulle difficili questioni territoriali, sebbene il presidente ucraino Volodymyr Zelensky parli di ”posizioni diverse” sul tema. Questo fine settimana ci saranno delle riunioni negli Stati Uniti, probabilmente a Miami, con gruppi di lavoro e militari, per esaminare le mappe. “Probabilmente abbiamo risolto il 90% delle controversie tra Ucraina e Russia, ma ci sono ancora alcune questioni sul tavolo”, precisa un negoziatore americano.

Intanto, a Bruxelles, i leader dei paesi dell’Unione Europea sono sotto pressione per decidere se utilizzare o meno le decine di miliardi di euro di beni russi congelati per garantire il loro sostegno all’Ucraina. Per il cancelliere tedesco Friedrich Merz, senza l’accordo sugli asset l’Ue rischia di essere screditata in modo duraturo: “Se non riusciremo a farlo, la capacità di azione dell’Unione europea sarà gravemente compromessa per anni, e anche più a lungo, e dimostreremo al mondo che siamo incapaci di unirci e agire in un momento così cruciale della nostra storia”, spiega.

Sul fronte delle sanzioni, oggi l’Ue ha annunciato di aver deciso nuove sanzioni contro entità e individui accusati di sostenere Mosca nella sua guerra contro Kiev, aggiungendo 40 navi alla lista delle sanzioni contro la “flotta fantasma” russa. Cinque persone e quattro entità sono state sanzionate per aver favorito l’esportazione di petrolio dalla Russia, anche aiutando la sua “flotta fantasma” di navi che aiutano Mosca ad aggirare le sanzioni occidentali, ha precisato un comunicato del Consiglio dell’Ue, che rappresenta i 27 Stati membri. Le persone sanzionate sono uomini d’affari legati, direttamente o indirettamente, alle grandi compagnie petrolifere statali russe Rosneft e Lukoil, sanzionate dagli Stati Uniti. Le entità interessate sono società di trasporto marittimo con sede negli Emirati Arabi Uniti, in Vietnam e in Russia, proprietarie o gestrici di petroliere sanzionate dall’UE o da altri paesi, secondo il testo. L’UE ha già preso di mira centinaia di petroliere della “flotta fantasma” russa e ha deciso di aggiungere ogni mese nuove navi per essere più efficace. Ma Bruxelles ha anche deciso di sanzionare 12 persone accusate di disinformazione o diffusione di notizie false.

Bene, per Zelensky, i negoziati sulle garanzie di sicurezza americane: “Abbiamo fatto progressi in questo campo”, dichiara durante una conferenza stampa con Merz. “Ho visto i dettagli” e “sembrano piuttosto buoni, anche se si tratta solo di una prima bozza”, ammette. I colloqui tra Washington-Kiev di Berlino offrono una “vera opportunità per un processo di pace” con la Russia, perché gli Stati Uniti hanno presentato una serie “notevole” di garanzie di sicurezza per Kiev, riferisce il cancelliere tedesco. Dopo due giorni di negoziati, gli inviati americani Steve Witkoff e Jared Kushner, genero di Donald Trump, partecipano questa sera alla riunione dei leader europei con Zelensky. Gli Stati Uniti hanno offerto “garanzie di sicurezza molto forti” all’Ucraina, simili a quelle dell’articolo 5 del trattato Nato, afferma un alto funzionario americano. “Tutto ciò di cui gli ucraini hanno bisogno, secondo noi, per sentirsi al sicuro è incluso” nella parte relativa alla sicurezza del progetto di accordo, insiste durante un colloquio con la stampa. Un negoziatore americano che ha partecipato alla conversazione telefonica avverte tuttavia che queste garanzie di sicurezza “non saranno sul tavolo a tempo indeterminato”.

Secondo queste due fonti, oggi il presidente americano Trump dovrebbe chiamare il suo omologo ucraino e i leader europei durante la cena a cui parteciperanno nella capitale tedesca. L’alto funzionario, che ha chiesto di rimanere anonimo come il negoziatore, ritiene che la Russia “accetterà” queste garanzie. La questione delle garanzie di sicurezza è un punto estremamente delicato per Mosca, che ha sempre categoricamente rifiutato l’adesione dell’Ucraina alla Nato. Le discussioni condotte con l’Ucraina domenica e lunedì sono state “davvero, davvero positive”, assicura l’alto funzionario americano, che riferisce che Witkoff e Kushner hanno avuto in totale quasi otto ore di discussioni in due giorni con Zelensky. “Abbiamo la speranza di essere sulla strada della pace”, ribadisce. Secondo queste due fonti americane, i colloqui con gli ucraini avrebbero anche permesso di avvicinare le posizioni sulla centrale nucleare di Zaporijjia, occupata da Mosca nel sud dell’Ucraina. Per quanto riguarda le questioni territoriali, gli americani propongono a Zelensky quelle che l’alto funzionario definisce “proposte intellettualmente stimolanti”. “Deve tornare da noi (su questo argomento). Una volta che sarà tornato da noi, avremo l’obbligo, prima o poi, di parlarne con i russi e con i nostri partner europei”, dichiara, aggiungendo: “Siamo molto soddisfatti dei progressi che abbiamo compiuto, anche sui territori”.

La Fed allenta la presa sui tassi di interesse: taglio di un quarto di punto percentuale

Come da previsioni, la banca centrale degli Stati Uniti (Fed) ha concluso la sua ultima riunione dell’anno con un taglio dei tassi di interesse, senza raggiungere l’unanimità al suo interno né fornire indicazioni chiare per il futuro. Per la terza volta in tre riunioni consecutive, la Federal Reserve ha abbassato di un quarto di punto percentuale i tassi di riferimento, che guidano i costi di finanziamento. Ora si collocano in un intervallo compreso tra il 3,50% e il 3,75%.

Tre dei dodici votanti hanno manifestato la loro opposizione: due non volevano alcun taglio e uno voleva una riduzione più consistente, di mezzo punto. Il presidente della Fed di Kansas City, Jeffrey Schmid, si era già espresso contro il precedente taglio, alla fine di ottobre ed è stato raggiunto dal presidente della Fed di Chicago, Austan Goolsbee. Entrambi hanno dichiarato pubblicamente di essere attualmente più preoccupati per il livello dell’inflazione che per la salute del mercato del lavoro americano. Il responsabile favorevole a una riduzione di mezzo punto è, senza sorpresa, il governatore Stephen Miran, recentemente nominato dal presidente Donald Trump.

In conferenza stampa, il presidente della Fed Jerome Powell ha affermato che la decisione di mercoledì non era scontata. Gli Stati Uniti stanno registrando sia un’accelerazione dell’inflazione (al 2,8%) sia un aumento della disoccupazione (al 4,4%), scenari che in teoria implicano azioni opposte da parte della banca centrale. “La discussione è stata serrata, ma dobbiamo prendere una decisione. Speriamo sempre che i dati ci consentano di vedere più chiaramente”, ha dichiarato Powell.

La banca centrale è stata privata di alcuni importanti indicatori economici a causa del recente blocco del bilancio (“shutdown”) che ha messo in cassa integrazione i servizi statistici degli Stati Uniti per 43 giorni. “È un periodo frustrante per la classe media e confuso per la Fed”, ritiene Heather Long, economista della banca Navy Federal Credit Union.

Interrogato sulla questione del costo della vita, tornata al centro del dibattito pubblico, Jerome Powell ha stimato che i salari dovranno aumentare per “diversi anni” più rapidamente dell’inflazione “affinché le persone inizino a sentirsi bene in termini di potere d’acquisto”.
Donald Trump, dal canto suo, ha ribadito martedì che i prezzi stanno diminuendo “enormemente”.

Jerome Powell ha dato poche indicazioni sul futuro, senza chiudere la porta a un ulteriore calo alla fine di gennaio e questo ha risollevato il morale della Borsa di New York, che ha chiuso in rialzo. “Non mi sorprende che ci sia ottimismo sui mercati a breve termine, dato che la Fed continua ad abbassare i tassi mentre l’economia è in crescita”, osserva Chris Zaccarelli, responsabile degli investimenti presso Northlight Asset Management. L’esperto avverte tuttavia che gli investitori rischiano di rimanere delusi, poiché ulteriori allentamenti potrebbero richiedere tempo per arrivare, “o addirittura non arrivare”.

I responsabili della Fed ritengono che, in base alle loro proiezioni aggiornate, nel 2026 sarà necessario un altro taglio dei tassi. Ma alcuni di loro non saranno più in grado di votare. Infatti, tra le dodici persone che fissano i tassi americani, quattro cambiano ogni anno secondo un sistema di rotazione che coinvolge le banche centrali regionali. I nuovi arrivati sono noti per essere ancora più preoccupati del livello di inflazione rispetto ai loro predecessori. Al contrario, Donald Trump vuole che la persona che sostituirà Jerome Powell in primavera si impegni a ridurre i tassi. Ha presentato il suo consigliere economico Kevin Hassett come favorito, ma mantiene ancora un certo suspense sulla sua scelta finale. Il capo dello Stato intende inoltre destituire una governatrice dell’istituzione, Lisa Cook. La Corte Suprema esaminerà il caso a gennaio.

Trump avverte l’Europa: “Rischia la cancellazione della sua civiltà”

“Se le tendenze attuali continueranno” il Vecchio Continente “sarà irriconoscibile tra 20 anni o meno” perché c’è il rischio di una “scomparsa della civiltà” in Europa. Lo scrive il presidente Usa, Donald Trump, nella prefazione della ‘Strategia di difesa nazionale’, un documento di 33 pagine in cui, tra le altre cose, invita a “ripristinare la supremazia americana” in America Latina e annuncia un “riassetto” della presenza militare americana nel mondo, “per rispondere alle minacce urgenti sul nostro continente e un allontanamento dai teatri la cui importanza relativa per la sicurezza nazionale americana è diminuita negli ultimi anni o decenni”.

La strategia presentata da Trump è chiaramente e dichiaratamente nazionalista. “In tutto ciò che facciamo, mettiamo l’America al primo posto”, riassume il presidente Usa, che promette di “proteggere il Paese dalle invasioni”, punta a porre fine all’“epoca in cui gli Stati Uniti sostenevano l’intero ordine mondiale, come Atlante” e rivendica di voltare pagina rispetto ai decenni del dopoguerra.

Il testo conferma le linee guida della politica estera americana dal ritorno di Trump alla Casa Bianca a gennaio. I presidenti americani diffondono generalmente una presentazione strategica di questo tipo ad ogni mandato. L’ultima, pubblicata da Joe Biden nel 2022, aveva posto l’accento sull’acquisizione di un vantaggio competitivo sulla Cina, limitando al contempo una Russia considerata “pericolosa”.

Il nuovo documento, disponibile sul sito della Casa Bianca, anticipa forti cambiamenti all’interno dell’Alleanza Atlantica. “È più che plausibile che, entro pochi decenni al massimo, i membri della Nato diventeranno in maggioranza non europei”, afferma il testo. “È legittimo chiedersi se percepiranno il loro posto nel mondo, o la loro alleanza con gli Stati Uniti, allo stesso modo di coloro che hanno firmato la carta” dell’organizzazione.

Washington denuncia in modo confuso le decisioni europee che “minano la libertà politica e la sovranità, le politiche migratorie che trasformano il continente e creano tensioni, la censura della libertà di espressione e la repressione dell’opposizione politica, il calo dei tassi di natalità e la perdita delle identità nazionali (…)”. Trump esprime anche l’auspicio che “l’Europa rimanga europea, ritrovi la fiducia in se stessa sul piano civile e abbandoni la sua ossessione infruttuosa per l’asfissia normativa”.

Parole, quelle del repubblicano, che hanno immediatamente scatenato le reazioni europee. Il ministro degli Esteri tedesco, Johann Wadephul, ricorda che la Germania non ha bisogno di “consigli dall’esterno”. “Argomenti come la libertà di espressione o l’organizzazione delle nostre società libere” non possono essere discussi da Washington, puntualizza Berlino.

Il documento, che riassume in pochi paragrafi anche la strategia sull’Africa e il Medio Oriente, mira a riorientare la politica diplomatica e militare americana alla luce degli sviluppi geopolitici globali, ma soprattutto dei nuovi interessi di Washington. Sottolineando gli sforzi per aumentare l’approvvigionamento energetico americano, il testo ritiene che “il motivo storico per cui l’America si concentra sul Medio Oriente diminuirà”. Trump chiede di “ristabilire la supremazia americana” in America Latina e annuncia un ‘riassetto’ della presenza militare americana nel mondo, “per rispondere alle minacce urgenti sul nostro continente”. Raccomanda inoltre “un allontanamento dai teatri la cui importanza relativa per la sicurezza nazionale americana è diminuita negli ultimi anni o decenni”.

Per quanto riguarda la Cina, la strategia ribadisce gli appelli per una regione Asia-Pacifico “libera e aperta”, ma pone maggiormente l’accento sulla concorrenza economica. Il Giappone e la Corea del Sud sono chiamati a fare di più per sostenere Taiwan di fronte a Pechino. “Dobbiamo incoraggiare questi paesi ad aumentare le loro spese per la difesa, ponendo l’accento sulle capacità necessarie per dissuadere gli avversari” dall’attaccare l’isola, afferma il documento. Inoltre, “l’era delle migrazioni di massa deve finire. La sicurezza delle frontiere è l’elemento principale della sicurezza nazionale“, afferma il documento, in linea con la sua stretta contro l’immigrazione.

“Dobbiamo proteggere il nostro Paese dalle invasioni, non solo dalle migrazioni incontrollate, ma anche dalle minacce transfrontaliere come il terrorismo, la droga, lo spionaggio e la tratta di esseri umani”, continua. Ultime decisioni in ordine di tempo della politica anti-immigrazione di Donald Trump, i servizi americani per la cittadinanza e l’immigrazione (Uscis) hanno annunciato la sospensione delle richieste di “carta verde” di residenza permanente o di naturalizzazione provenienti da cittadini di 19 paesi. Hanno anche ridotto la durata dei permessi di lavoro di numerose categorie di immigrati.

Se i big dei trasporti chiedono aiuto a un’Europa diversa

All’assemblea generale di Alis il messaggio che è emerso, forte e chiaro, dai tre ministri presenti (Tajani, Salvini e Lollobrigida), dal viceministro Rixi, dal presidente di Ita e dall’armatore Grimaldi è quello che si sente ripetere almeno da un anno abbondante. Ovvero: l’Europa deve fare di più e meglio, soprattutto deve rimodulare pesantemente il green deal pena una crisi senza precedenti che andrà solo a vantaggio di Usa, Cina e, persino, India.

Insomma, nulla di inedito, nulla che non abbia giù riempito le nostre orecchie fino a trasformare questi messaggi-denuncia nel ritornello di un tormentone musicale. Il punto, in fondo, ormai è sufficientemente chiaro ma non abbastanza condiviso: bisogna mettere mano alle normative verdi per correggere le storture della precedente Commissione senza venire meno agli obblighi ambientali e di sostenibilità indispensabili per mantenere in salute il nostro pianeta. Ma se l’Unione europea deve darsi una mossa, nulla può accadere se i grandi inquinatori del mondo non pongono un freno a se stessi. Fino a quando la Cina userà il carbone senza scrupoli, l’India non farà qualcosa per limitare le proprie emissioni, gli Stati Uniti non si rimetteranno in liena con gli Accordi di Parigi, ancorché rivisitati, niente di ciò che viene stabilito a Bruxelles o a Strasburgo potrà servire. Saranno sforzi inutili, che porranno solo a repentaglio lo stato di salute dell’industria.

Perché il passo successivo – pericolosissimo – sarebbe uniformarsi agli altri, del tipo: loro inquinano e se ne infischiano? Allora riprendiamo a farlo anche noi. Ed è proprio l’esito incerto della recente Cop 30, a Belem, a sollevare perplessità. Là dove si poteva costruire qualcosa di buono e di buonsenso per la Terra, si è arrivati alla solita intesa stiracchiatissima che non sposta di un millimetro il problema. Ed è qui che la riflessione può scivolare sul piano inclinato del pessimismo o, a voler essere positivi, di un grigissimo realismo.

Antonio Tajani, nelle sue chiacchiere ad Alis, ha giustamente sottolineato che alla transizione verde va associata una transizione sociale. Le misure sulle auto a motore endotermico – bannate dal 2035 – costeranno all’Italia 70 mila posti di lavoro, ha detto. Ce lo possiamo permettere? Evidentemente no, ma non possiamo neppure innestare la retromarcia adesso, dopo che l’automotive si è attrezzata per elettrificare la propria offerta di veicoli. E si ritorna al buonsenso di cui sopra. Dalle auto agli Ets in passo è breve e il ministro Salvini in settimana sarà a Bruxelles per chiederne l’abolizione. Una gabella, ha sentenziato davanti a una platea ovviamente interessata. Armatori e grandi trasportatori, ma anche piccoli imprenditori della mobilità, che dell’Europa così com’è adesso ne hanno le tasche piene.

Domanda: quanto ci metteranno a capirlo e a cambiare a Bruxelles?

Commercio e terre rare: ecco perché la Cina è in vantaggio sugli Usa e sul resto del mondo

Frutto di una strategia a lungo termine, il controllo della Cina sulle terre rare, dall’estrazione all’innovazione, le conferisce un vantaggio competitivo rispetto agli Stati Uniti e al resto del mondo, che ha saputo sfruttare a proprio favore nel 2025. Questi 17 elementi metallici indispensabili per il digitale, l’automobile, l’energia o gli armamenti svolgeranno un ruolo economico e geopolitico cruciale nei prossimi anni. Tuttavia, secondo gli esperti, i concorrenti della Cina potrebbero impiegare anni per garantire catene di approvvigionamento alternative.

Il fermento osservato a novembre nella regione mineraria di Ganzhou (sud-est), specializzata in terre rare cosiddette pesanti come l’ittrio e il terbio, offre un assaggio dello sforzo compiuto dalla Cina per mantenere la sua supremazia. Pechino controlla rigorosamente l’accesso a questo settore. A Ganzhou è in costruzione una nuova sede tentacolare per il China Rare Earth Group, una delle due più grandi aziende statali del settore. L’acutizzarsi del confronto tra le potenze mondiali nel 2025 ha “spinto un numero maggiore di paesi a cercare di sviluppare la propria produzione e trasformazione di terre rare”, afferma Heron Lim, docente di economia presso la Essec Business School. “Questo investimento potrebbe rivelarsi redditizio nel lungo termine”, aggiunge.

In piena guerra commerciale con gli Stati Uniti dal ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca a gennaio, la Cina ha provocato un’onda d’urto nel settore manifatturiero mondiale limitando drasticamente le esportazioni legate alle terre rare nel 2025. La revoca parziale e per ora temporanea di queste restrizioni è stata uno dei punti salienti della tregua conclusa da Trump con il suo omologo cinese Xi Jinping durante un vertice in Corea del Sud il 30 ottobre. L’accordo è stato ampiamente percepito come una vittoria per Pechino.

“Le terre rare rimarranno probabilmente al centro dei futuri negoziati economici sino-americani, nonostante gli accordi provvisori conclusi finora”, anticipa Heron Lim. “La Cina ha dimostrato la sua volontà di utilizzare maggiormente le leve commerciali per mantenere gli Stati Uniti al tavolo dei negoziati”, afferma. Durante la Guerra Fredda, gli Stati Uniti hanno svolto un ruolo di primo piano nello sviluppo delle capacità di estrazione e lavorazione delle terre rare, con la miniera di Mountain Pass, in California, che forniva la maggior parte dell’approvvigionamento mondiale.

Gli Stati Uniti hanno progressivamente delocalizzato la loro produzione negli anni ’80 e ’90, con l’attenuarsi delle tensioni con Mosca e l’aumentare della sensibilità all’impatto ambientale di questo settore. Secondo la maggior parte delle stime, oggi la Cina controllerebbe circa i due terzi dell’estrazione mondiale di terre rare. La seconda potenza mondiale possiede le più importanti riserve naturali di questi elementi sul pianeta, secondo studi geologici. Detiene un quasi monopolio sulla separazione e la raffinazione. Un notevole vantaggio in materia di brevetti e un rigoroso controllo sull’esportazione delle tecnologie contribuiscono a preservare il dominio cinese.

Questa dipendenza globale non è una novità. Nel 2010 la Cina aveva sospeso le esportazioni di terre rare verso il Giappone a seguito di una disputa territoriale marittima, primo esempio delle ripercussioni della prevalenza cinese. L’anno scorso è stata evidente l’urgenza per gli Stati Uniti e i loro alleati di sviluppare alternative alle forniture cinesi. “Gli Stati Uniti e l’Unione Europea dipendono fortemente dalle importazioni di terre rare, il che evidenzia i rischi significativi che gravano sulle industrie critiche”, dice Amelia Haines, analista specializzata in materie prime presso Bmi. “Questo rischio persistente potrebbe accelerare e ampliare la transizione verso una maggiore sicurezza nel settore delle terre rare”, prevede.

Negli ultimi anni, le autorità della difesa statunitensi hanno investito massicciamente nel rafforzamento della produzione nazionale, con l’obiettivo di creare una catena di approvvigionamento “dalla miniera al magnete” entro il 2027. Gli Stati Uniti hanno appena firmato con l’Australia, che possiede importanti riserve di terre rare, un accordo che promette 8,5 miliardi di dollari di investimenti in progetti legati ai minerali critici. Il mese scorso il presidente americano ha anche firmato accordi di cooperazione nel settore dei minerali critici con Giappone, Malesia e Thailandia.

C’è la firma di Trump: fine del più lungo shutdown nella storia negli Stati Uniti

Il presidente Usa, Donald Trump, ha promulgato la legge che pone fine alla più lunga paralisi di bilancio degli Stati Uniti, cogliendo l’occasione per criticare aspramente l’opposizione democratica e vantare ancora una volta la sua politica economica. “Non cederemo mai al ricatto”, ha dichiarato il presidente americano firmando il testo approvato poco prima dal Congresso americano, dopo 43 giorni che hanno sconvolto diversi settori dell’economia americana.

Cercando di uscire vittorioso da questo interminabile braccio di ferro, ha attaccato gli “estremisti dell’altro partito”, accusandoli di aver bloccato il governo per “motivi puramente politici”. Ma ora “il Paese non è mai stato così in forma”, ha aggiunto, anche se i sondaggi segnalano un crescente malcontento degli americani sull’economia.

Dopo l’adozione lunedì da parte del Senato, la Camera dei Rappresentanti ha approvato la proposta di legge di bilancio con 222 voti a favore e 209 contrari. Solo sei deputati democratici si sono uniti alla maggioranza presidenziale, mentre due repubblicani hanno espresso il loro dissenso.

Dopo oltre 40 giorni di stallo sul bilancio, lunedì una manciata di senatori democratici ha finito per arrendersi, approvando insieme ai colleghi repubblicani una nuova proposta di legge che proroga il bilancio precedente fino alla fine di gennaio. Il testo lascia invece in sospeso la proroga dei sussidi per l’“Obamacare”, l’assicurazione sanitaria per le famiglie a basso reddito, con grande disappunto della base e di molti deputati democratici. Donald Trump non ha fatto mistero delle sue intenzioni, definendo questo dispositivo un “disastro” e un “incubo” che dovrebbe essere abolito. Ritiene che, invece di sovvenzionare un sistema collettivo, sarebbe necessario ridistribuire i finanziamenti “direttamente” agli americani affinché questi ultimi possano scegliere individualmente le loro assicurazioni sanitarie.

Tra le uniche concessioni all’opposizione, il testo prevede la reintegrazione dei funzionari licenziati dall’inizio dello shutdown. Comprende anche fondi per il programma di aiuti alimentari Snap fino a settembre, evitando così che questi sostegni, di cui beneficiano oltre 42 milioni di americani, vengano congelati in caso di una nuova paralisi di bilancio alla fine di gennaio, come è avvenuto durante l’attuale blocco.

A causa delle regole di consenso politico del Senato, che il presidente americano ha nuovamente invitato mercoledì ad abbandonare, per approvare il testo erano necessari otto voti dell’opposizione. E gli otto in questione si sono attirati le ire di molti membri del campo democratico, che denunciano scarse concessioni e false promesse repubblicane. Il governatore della California, Gavin Newsom, ha lamentato su X una “capitolazione”. Molti democratici si sono anche chiesti perché questi senatori abbiano ceduto solo pochi giorni dopo le ampie vittorie del loro partito in importanti elezioni in tutto il paese, che secondo loro confermavano la loro strategia al Congresso.

Mercoledì sera il leader della minoranza democratica, Hakeem Jeffries, ha nuovamente invitato i repubblicani a mantenere la promessa di organizzare presto una votazione sull’Obamacare. “Riteniamo che gli americani della classe operaia, gli americani della classe media e gli americani comuni meritino lo stesso livello di certezza che i repubblicani forniscono sempre ai ricchi, ai più abbienti e ai donatori influenti”, ha dichiarato in un discorso dall’emiciclo. “Non è troppo tardi” per prorogare questi sussidi, ha aggiunto il leader democratico.

La questione di questi sussidi è al centro della controversia che ha portato allo shutdown. Senza la loro proroga, secondo il KFF, un think tank specializzato in questioni sanitarie, i costi dell’assicurazione sanitaria dovrebbero più che raddoppiare nel 2026 per 24 milioni di americani che utilizzano Obamacare. Dal 1° ottobre, più di un milione di dipendenti pubblici non sono stati pagati. Il versamento di alcuni aiuti è stato fortemente perturbato e decine di migliaia di voli sono stati cancellati negli ultimi giorni a causa della carenza di controllori di volo, poiché alcuni hanno preferito darsi malati piuttosto che lavorare senza stipendio.

Cop30, oggi pre vertice a Belem ma senza Usa e Cina grandi assenti

I leader di parte del mondo si riuniscono oggi a Belém, in Brasile, per tentare di salvare la lotta per il clima, minacciata da divisioni, tensioni internazionali e dal ritiro degli Stati Uniti dall’Accordo di Parigi. Una cinquantina di capi di Stato e di governo hanno risposto all’invito del presidente brasiliano Luiz Inacio Lula da Silva a recarsi in questa città fluviale dell’Amazzonia in vista della 30a conferenza delle Nazioni Unite sul clima, la Cop30 (10-21 novembre).

La scelta di Belém, capitale dello Stato del Pará, ha suscitato polemiche a causa delle sue infrastrutture limitate, che hanno reso più costoso l’arrivo delle piccole delegazioni e delle Ong. Al punto che il Brasile ha dovuto trovare i fondi per ospitare gratuitamente i delegati dei paesi più poveri su due navi da crociera noleggiate. La città, che conta circa 1,4 milioni di abitanti, metà dei quali vivono nelle favelas, non aveva mai ospitato un evento internazionale di questa portata, e le autorità federali e dello Stato del Pará hanno investito nella ristrutturazione e nella costruzione di infrastrutture. Mercoledì il sito del vertice, il Parque da Cidade, era ancora un grande cantiere, pieno di operai che segavano, avvitavano, montavano pareti divisorie… E gli ingorghi di Belém peggiorano con la chiusura di alcune arterie stradali. “Non ho nulla contro la Cop in sé, ma Belém non ha le infrastrutture necessarie per ospitare un evento del genere”, protesta Agildo Cardoso, autista di taxi privato.

Sono stati mobilitati circa 10.000 agenti delle forze dell’ordine, ai quali si aggiungono 7.500 militari dispiegati appositamente. Per la presidenza brasiliana, l’obiettivo è quello di salvare la cooperazione internazionale a dieci anni dall’accordo di Parigi, di cui l’Onu ammette ormai ufficialmente che l’obiettivo di un riscaldamento di 1,5 °C rispetto al periodo preindustriale sarà superato nei prossimi anni. Il Brasile non cercherà nuove decisioni emblematiche a Belem, ma vuole che la Cop30 fissi impegni concreti e organizzi un follow-up delle promesse del passato, ad esempio sullo sviluppo delle energie rinnovabili. “Basta parlare, ora è il momento di attuare ciò che abbiamo concordato”, ha dichiarato Lula in un’intervista alle agenzie di stampa.

Giovedì il Brasile lancerà un fondo dedicato alla protezione delle foreste (Tfff) e si impegnerà a quadruplicare la produzione di carburanti “sostenibili”. Diversi paesi vogliono anche ampliare gli impegni per ridurre le emissioni di metano, un gas molto riscaldante. Centosettanta paesi partecipano alla Cop30, ma gli Stati Uniti, secondo inquinatore mondiale, non invieranno una delegazione, con grande sollievo di coloro che temevano che l’amministrazione Trump potesse ostacolare i lavori, come ha fatto recentemente per affossare un piano globale di riduzione delle emissioni di gas serra prodotte dal trasporto marittimo. Non ci sarà nemmeno il cinese Xi Jinping, altro responsabile dell’inquinamento globale.

Da parte europea, il presidente francese Emmanuel Macron, il cancelliere tedesco Friedrich Merz, il primo ministro britannico Keir Starmer e il principe William interverranno giovedì e venerdì. Per l’Italia ci sarà il ministro degli Esteri Antonio Tajani. Il presidente austriaco ha invece rinunciato a causa dei prezzi degli hotel. La maggior parte dei leader del G20, tra cui Cina e India, sarà assente. Una parte del mondo in via di sviluppo rimane insoddisfatta dopo l’accordo raggiunto con fatica lo scorso anno a Baku sul finanziamento del clima e vuole rimettere la questione sul tavolo. “Non si tratta di carità, ma di una necessità”, ha dichiarato all’AFP Evans Njewa, il diplomatico del Malawi che presiede il gruppo dei paesi meno sviluppati.

L’Unione Europea e i piccoli Stati insulari (Aosis) vogliono soprattutto andare oltre nella riduzione delle emissioni di gas serra, affrontando il problema delle energie fossili. “Molti dei nostri paesi non riusciranno ad adattarsi a un riscaldamento superiore ai 2 °C”, ha dichiarato Ilana Seid, diplomatica dell’arcipelago pacifico delle Palau e presidente dell’Aosis. “Alcuni dei nostri paesi atollici non esisterebbero più”. Il Brasile, che vuole essere un ponte tra Nord e Sud, non è esente da paradossi, dopo aver dato il via libera all’esplorazione petrolifera al largo dell’Amazzonia. “È molto contraddittorio”, afferma Angela Kaxuyana, della Coordinazione delle organizzazioni indigene dell’Amazzonia brasiliana. “Gli stessi governi che si impegnano per il clima negoziano l’esplorazione petrolifera” della più grande foresta tropicale del pianeta, ha deplorato a Belem

Trump interrompe i negoziati commerciali con il Canada per ‘colpa’ di uno spot contro i dazi

Stop a ogni trattativa, addio a ogni tentativo di accordo. Il presidente americano Donald Trump ha deciso di interrompere immediatamente i negoziati commerciali con il Canada, accusando le autorità canadesi di aver distorto le parole dell’ex presidente repubblicano Ronald Reagan in una campagna pubblicitaria contro l’aumento dei dazi doganali tra i due paesi.

Si tratta di un improvviso cambiamento di rotta, proprio mentre sembrava vicino un accordo commerciale tra Ottawa e Washington su acciaio, alluminio ed energia prima dell’incontro previsto tra il premier canadese Mark Carney e Donald Trump in occasione del vertice dell’Asia-Pacific Economic Cooperation (APEC) alla fine del mese in Corea del Sud. Il Canada è il secondo partner commerciale degli Stati Uniti ed è un importante fornitore di acciaio e alluminio per le aziende americane.

“In considerazione del loro comportamento scandaloso, tutti i negoziati commerciali con il Canada sono interrotti”, ha scritto Trump su Truth. “La Fondazione Ronald Reagan ha appena annunciato che il Canada ha utilizzato in modo fraudolento una pubblicità, che è falsa, in cui Ronald Reagan si esprime negativamente sui dazi doganali”, ha riferito il presidente nel suo messaggio.

Donald Trump ha accusato le autorità canadesi di aver “agito in questo modo solo per influenzare la decisione della Corte Suprema degli Stati Uniti e di altri tribunali”, dinanzi ai quali è contestata la legalità dei decreti del presidente americano che hanno dato il via a questi aumenti doganali. La Fondazione Ronald Reagan ha dichiarato da parte sua su X che la campagna pubblicitaria canadese aveva utilizzato “in modo selettivo estratti audio e video” di un discorso radiofonico sul commercio dell’ex presidente repubblicano nell’aprile 1987. Secondo la Fondazione, la pubblicità “distorceva” le parole di Ronald Reagan, aggiungendo che stava “esaminando le sue opzioni legali in questa vicenda”.

Prodotta dalla provincia canadese dell’Ontario, la campagna pubblicitaria, del valore di circa 75 milioni di dollari, che ha indignato il presidente americano, è stata trasmessa su diverse emittenti televisive americane. La pubblicità utilizzava citazioni dal discorso di Reagan, in cui metteva in guardia contro alcune delle conseguenze che tariffe elevate sulle importazioni straniere potrebbero avere sull’economia americana. Nella campagna si affermava che “tariffe elevate portano inevitabilmente a ritorsioni da parte dei paesi stranieri e allo scoppio di feroci guerre commerciali”. Si tratta di una citazione che corrisponde alla trascrizione del suo discorso sul sito della biblioteca presidenziale Ronald Reagan.

“I dazi doganali sono molto importanti per la sicurezza nazionale e l’economia degli Stati Uniti”, ha insistito il repubblicano sul suo social network. Prima di questa uscita inaspettata, secondo il Globe and Mail sembrava possibile concludere un accordo commerciale tra Ottawa e Washington. Interrogato al riguardo martedì, lo stesso Carney non aveva né negato né confermato l’imminenza di questo possibile accordo. “Vedremo”, aveva detto ai giornalisti. “In questo momento siamo in fase di intense trattative”. Il premier canadese aveva incontrato il presidente Trump alla Casa Bianca all’inizio di ottobre per cercare di trovare una soluzione al conflitto, ma non aveva ottenuto alcuna concessione pubblica. Circa l’85% degli scambi transfrontalieri rimane esente da dazi doganali, poiché gli Stati Uniti e il Canada continuano ad aderire al trattato di libero scambio nordamericano (Aceum). Tuttavia, le imposte settoriali globali imposti da Trump, in particolare su acciaio, alluminio e automobili, hanno colpito duramente il Canada, causando perdite di posti di lavoro e mettendo sotto pressione le imprese