Scoppia la guerra dello champagne: Trump minaccia dazi del 200% alla Francia

Un dazio del 200% su vini e champagne francesi. E’ l’annuncio fatto dal presidente Usa, Donald Trump, dopo il “no” del suo omologo francese, Emmanuel Macron, ad aderire al ‘Board of peace’ per Gaza. “Applicherò una tariffa del 200% sui suoi vini e champagne. E lui accetterà. Ma non è obbligato a farlo”, ha detto il capo della Casa Bianca parlando con i giornalisti in Florida. Nel 2024 la Francia ha esportato negli Usa vino per 2,4 miliardi di euro e 1,5 miliardi di alcolici, pari a circa un quarto delle suo export.

La tensione tra i due leader è sempre più forte. In mattinata, sul social network Truth, Trump ha postato lo screenshot di un messaggio – la cui autenticità è stata confermata dall’Eliseo – nel quale Macron, dopo aver spiegato di essere “totalmente in linea sulla Siria” e convinto che “insieme faremo grandi cose in Iran”, dice di non capire “cosa stai facendo in Groenlandia”. “Posso organizzare – scrive il presidente francese nella nota mostrata da Trump – una riunione del G7 dopo Davos a Parigi giovedì pomeriggio. Posso invitare ucraini, danesi, siriani e russi”. Infine, scrive Macron, “ceniamo insieme a Parigi giovedì prima che torni negli Stati Uniti”.

Nessun accenno ai dazi, ma la pubblicazione di una comunicazione riservata viene vista da Parigi come uno sgarbo istituzionale. Anche se non è la prima volta che Trump rende noti i messaggi ricevuti dai leader Ue o dai responsabili di organizzazioni internazionali.

E da Davos, in occasione del suo intervento al World Economic Forum, è arrivata la replica del presidente francese che, però, non ha mai citato per nome il suo omologo Usa. “Il mondo pende verso l’autocrazia, nel 2024 ci sono state oltre sessanta guerre anche se mi dicono che alcune sono state risolte”, ha ironizzato riferendosi, naturalmente, a Trump.

Ma la questione dazi ora si fa più stringente. Quella americana, ha detto Macron a Davos, è una concorrenza che si basa su accordi commerciali “che minano i nostri interessi di esportazione, esigono concessioni massime e mirano apertamente a indebolire e subordinare l’Europa, combinata con un accumulo infinito di nuove tariffe che sono fondamentalmente inaccettabili. Ancora di più quando vengono utilizzate come leva contro la sovranità territoriale”. L’attacco è frontale e a 360 gradi: in questo periodo storico stiamo assistendo a “un passaggio verso un mondo senza regole, dove il diritto internazionale viene calpestato e dove le uniche leggi che sembrano contare sono quelle del più forte e le ambizioni imperiali stanno riemergendo”.

E l’annuncio di tariffe record sui vini francesi va proprio in questa direzione. Per il ministro francese delegato all’Industria, Sébastien Martin, questo atteggiamento “incoraggia ulteriormente l’Europa a reagire”, mentre per la titolare dell’Agricoltura, Annie Genevard, si tratta di “uno strumento di ricatto”. “Abbiamo gli strumenti” commerciali “per resistergli; spetta agli europei assumersi la responsabilità”, ha spiegato.

E proprio la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, a Davos ha ribadito che “l’Ue e gli Stati Uniti hanno concordato un accordo commerciale lo scorso luglio. E in politica come negli affari, un accordo è un accordo. E quando gli amici si stringono la mano, deve pur significare qualcosa”. Ma per il presidente del Partito popolare europeo (Ppe), Manfred Weber, “è inaccettabile” per l’Europa sopportare ancora le “minacce Usa”. Ecco perché “il Parlamento europeo ha deciso, insieme ai tre grandi gruppi, di sospendere l’accordo commerciale”. In ogni caso, ha rimarcato a Strasburgo, “raccomanderei a tutti di rimanere calmi in questi negoziati commerciali, per evitare un’ulteriore escalation, per evitare lo stile trumpiano, facciamolo con lo stile europeo: questa è una settimana di dialoghi”.

Trump valuta acquisto Groenlandia. Macron: “No a nuovo colonialismo”. Ue: “Usa restano partner strategici”

L’Unione europea e i governi dei Ventisette iniziano a percepire come reale la minaccia degli Stati Uniti d’America e del loro presidente, Donald Trump – che si dice pronto ad acquistarla – sulla Groenlandia e provano a reagire. Anche se in modi diversi. Tra i toni più duri ci sono quelli del presidente francese Emmanuel Macron, secondo cui gli Stati Uniti “si stanno gradualmente allontanando” da alcuni loro alleati e “si stanno liberando dalle regole internazionali”, affermando “un nuovo imperialismo e un nuovo colonialismo“, che si delinea dalla Groenlandia, al Venezuela passando per la Colombia e l’Iran. Nel suo discorso annuale davanti agli ambasciatori francesi, il capo dell’Eliseo ha parlato di “un’aggressività neocoloniale” da parte di Washington sempre più presente nelle relazioni diplomatiche. E ha aggiunto che “le istituzioni multilaterali funzionano sempre meno bene”, anche se “viviamo in un mondo di grandi potenze con una forte tentazione di spartirsi il mondo”.

Anche l’Alta rappresentante dell’Ue per la Politica estera e di Sicurezza, Kaja Kallas, ha manifestato allarme per le mosse di Washington. “I messaggi che sentiamo riguardo alla Groenlandia sono estremamente preoccupanti”, ha detto durante la conferenza stampa al Cairo con il ministro degli Esteri egiziano, Badr Abdelatty. L’ex premier estone ha spiegato che il tema è stato “discusso anche tra gli Stati europei”, soprattutto per valutare se “rappresenti una minaccia reale e, se sì, quale sarebbe la nostra risposta” europea. “La Danimarca è stata una buona alleata degli Stati Uniti e direi che tutte queste dichiarazioni non stanno realmente contribuendo alla stabilità mondiale. Il diritto internazionale è molto chiaro e dobbiamo rispettarlo”, ha precisato.

Più cautela, invece, da parte della Commissione europea che, nel briefing quotidiano con la stampa, ha sottolineato “che gli Stati Uniti rimangono un partner strategico” dell’Ue. “Con loro, come con tutti gli altri partner, lavoriamo attivamente nelle aree in cui ci sono interessi comuni. E continueremo a farlo”, ha affermato la portavoce della Commissione europea, Arianna Podestà. “Gli Stati Uniti storicamente sono un partner strategico dell’Unione europea. Lo sono sempre stati e continuano a esserlo. Non significa che la dobbiamo vedere esattamente allo stesso modo su tutti gli argomenti, ma ci sono molti, molti ambiti in cui condividiamo visioni e interessi comuni e su questo lavoriamo attivamente. Dalla geopolitica all’economia, ci sono molti ambiti in cui possiamo cooperare e in cui cooperiamo”, ha dettagliato.

Intanto, secondo una ricostruzione fatta dal Corriere della Sera, la Groenlandia ‘vale’ quasi 2800 miliardi di dollari e gli Stati Uniti hanno già tentato altre volte di acquistarla. Dopo aver comprato l’Alaska dalla Russia, nel 1868 il segretario di Stato William Seward valutò di rilevare anche la Groenlandia e l’Islanda per 5,5 milioni di dollari, ma non arrivò mai ad avanzare una proposta formale. A presentarla fu invece nel 1946 il presidente Harry Truman che offrì 100 milioni in oro per convincere la Danimarca a vendere, ma senza riuscirci. In generale, si stima che l’isola ospiti risorse minerarie per 4.400 miliardi: circa 1.700 miliardi di petrolio e gas — la cui estrazione è dal 2021 proibita per ragioni ambientali — e 2.700 miliardi di metalli, fra cui le preziosissime terre rare. Estrarre queste riserve non è semplice per le condizioni climatiche, la scarsità di manodopera e la carenza di infrastrutture, ma secondo il think tank American Action Forum (Aaf), il valore dei giacimenti attualmente sfruttabili dell’isola è attorno ai 186 miliardi. E, basandosi sui valori dell’Islanda — Paese simile alla Groenlandia per posizionamento geostrategico — l’Aaf stima un prezzo al chilometro quadro di 1,38 milioni che, applicato all’intero territorio groenlandese, porterebbe a un prezzo complessivo di 2.760 miliardi, circa il 9% del Pil americano e il 7% del suo debito pubblico.

La questione potrebbe essere affrontata a giorni dagli attori principali. Ieri il Segretario di Stato americano Marco Rubio ha annunciato un incontro con i funzionari danesi la prossima settimana, ma senza specificare luogo o modalità. A partecipare sarà anche il governo di Nuuk. “Niente sulla Groenlandia senza la Groenlandia. Ovviamente parteciperemo. Siamo noi che abbiamo richiesto l’incontro”, ha scandito all’emittente pubblica danese DR la ministra degli Esteri della Groenlandia, Vivian Motzfeldt. Ieri, durante la cerimonia di apertura della presidenza cipriota del Consiglio dell’Ue, a Nicosia, sia Ursula von der Leyen che Antonio Costa hanno concentrato l’attenzione dei loro discorsi sulla questione groenlandese. “La cooperazione è più forte del confronto, la legge è più forte della forza. Questi sono principi che valgono non solo per la nostra Unione europea, ma anche per la Groenlandia”, ha affermato la presidente della Commissione. “L’Europa rimarrà una difensore fedele e incondizionato del diritto internazionale e del multilateralismo”, ha aggiunto Costa ricordando che gli europei hanno imparato dalla storia che “l’unilateralismo porta direttamente al conflitto, alla violenza e all’instabilità”. Mentre la premier danese, Mette Frederiksen, nei giorni scorsi ha evidenziato che un attacco Usa contro un altro alleato Nato significherebbe la fine dell’Alleanza Atlantica.

Nel frattempo, si può ricordare quanto già rispolverato con l’aggressione russa all’Ucraina e il timore di una sua espansione ai Paesi Ue, in particolare a quelli che nel 2022 non erano aderenti alla Nato, Svezia e Finlandia. E cioè che l’articolo 42 del Trattato sull’Unione europea prevede la mutua assistenza tra gli Stati membri. “Qualora uno Stato membro subisca un’aggressione armata nel suo territorio, gli altri Stati membri sono tenuti a prestargli aiuto e assistenza con tutti i mezzi in loro possesso, in conformità dell’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite. Ciò non pregiudica il carattere specifico della politica di sicurezza e di difesa di taluni Stati membri”, si legge. Infine, nel ventaglio di proposte di reazione, arriva anche quella del deputato europeo danese del gruppo The Left, Per Clausen, che ha scritto una lettera alla presidente del Parlamento, Roberta Metsola, e ai capigruppo per chiedere uno stop dell’esame dell’accordo sui dazi. Il Parlamento dovrebbe votare a febbraio l’accordo trovato l’estate scorsa tra von der Leyen e Trump. Ma “se approvassimo un accordo che Trump considera una vittoria personale, mentre egli avanza pretese sulla Groenlandia e non esclude alcun modo per raggiungerle, sarebbe facilmente percepito come un premio per lui e le sue azioni”, ha spiegato nella missiva.

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Trump punta ancora alla Groenlandia: “Ci serve per la sicurezza nazionale”

A un anno dal suo insediamento alla Casa Bianca e a pochi giorni dall’attacco al Venezuela – e dall’arresto del presidente Nicolas Maduro e della moglie Cilia Flores – il presidente Usa, Donald Trump, è tornato a ripeterlo: la Groenlandia “ci serve per questioni di sicurezza nazionale”, anche perché “è circondata da navi russe e cinesi”. A bordo dell’Air Force One, il repubblicano ha accusato la Danimarca di non essere capace “di garantire” questa sicurezza e ha ironizzato: per farlo, “ha aggiunto una slitta trainata da cani”.

Già due giorni fa la premier danese, Mette Frederiksen, ha ricordato a Trump che gli Usa “non hanno alcun diritto di annettere nessuno dei tre paesi del Commonwealth”, anche perché il Regno di Danimarca – e quindi la Groenlandia – fa parte della Nato “ed è quindi coperto dalla garanzia di sicurezza dell’alleanza”. “Vorrei quindi esortare con forza gli Stati Uniti a porre fine alle minacce contro un alleato storicamente stretto e contro un altro Paese e un altro popolo che hanno affermato molto chiaramente di non essere in vendita”, ha ribadito Frederiksen.

L’operazione militare americana in Venezuela, che ha messo in evidenza l’interesse di Donald Trump per le vaste risorse petrolifere del Paese, ha riacceso i timori per la Groenlandia, ambita dal presidente americano per le sue importanti risorse minerarie e la sua posizione strategica. Tra una ventina di giorni, ha detto Trump, “ce ne occuperemo”.

Nel fine settimana è stata Katie Miller, moglie del vice capo di gabinetto della Casa Bianca, Stephen Miller, a rilanciare la questione. In un post su X ha pubblicato una mappa della Groenlandia con i colori della bandiera americana, accompagnata dalla scritta “Presto”. La Danimarca è un alleato storico e tradizionale degli Stati Uniti, che le forniscono gran parte delle sue armi. Ma il primo ministro della Groenlandia, Jens-Frederik Nielsen, su Facebook ha giudicato “irrispettoso” il post di Miller. “Le relazioni tra i paesi e i popoli si basano sul rispetto e sul diritto internazionale, e non su simboli che ignorano il nostro status e i nostri diritti”, ha scritto.

Poco prima di Natale Trump aveva nominato il governatore della Louisiana Jeff Landry, repubblicano, come inviato speciale degli Usa in Groenlandia, scatenando una bufera internazionale. La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen e il presidente del Consiglio europeo Antonio Costa avevano espresso la loro “piena solidarietà con la Danimarca e il popolo della Groenlandia”. “L’integrità territoriale e la sovranità sono principi fondamentali del diritto internazionale”, avevano ribadito.

Dazi, Usa abbassano pretese su pasta italiana: sospiro di sollievo per il settore

Se allo scoccare della mezzanotte del 31 dicembre qualcuno ha espresso il desiderio di vedere abbassare i dazi, allora è stato esaudito. Il dipartimento americano del Commercio ha deciso, infatti, di abbassare le aliquote delle tariffe antidumping sulla pasta italiana, portando un po’ di serenità in un settore che da qualche mese se la stava vedendo davvero brutta a causa di un calcolo (statunitense) apparso subito abbastanza ‘astruso’, per usare un eufemismo.

La buona notizia che arriva dagli Stati Uniti dimostra come il lavoro serio, senza inutili allarmismi, porti i suoi frutti”, ha commentato il ministro dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste, Francesco Lollobrigida, che da mesi è dietro al dossier. “Abbiamo seguito sin da subito la vicenda, ad ottobre a Chicago insieme all’ambasciatore Marco Peronaci avevamo dato un segnale importante: le istituzioni italiane non avrebbero abbandonato i produttori di pasta italiani. Oggi sappiamo di aver scelto la strada giusta e le tariffe sono fortemente ridimensionate. Ancora una volta abbiamo dimostrato che il lavoro di squadra paga e l’Italia è forte e rispettata nel mondo”.

Non sono solo le istituzioni a esultare. Coldiretti e Filiera Italia che con “Filiera Pasta” rappresenta oggi le aziende premium più rappresentative del settore, esprimono infatti soddisfazione per l’azione del governo italiano ed in particolare dei ministri Antonio Tajani e Francesco Lollobrigida e della nostra struttura diplomatica, che ha portato a una prima temporanea riduzione dei dazi Usa sulla pasta italiana. Il Dipartimento del Commercio degli Stati Uniti, infatti, ha reso noto alcune valutazioni nella notte – in anticipo rispetto alla conclusione dell’indagine attesa per l’11 marzo – in relazione ai dazi antidumping su alcuni marchi di pasta italiani che Coldiretti e Filiera Italia avevano immediatamente denunciato come inaccettabili chiedendo l’intervento del Governo Italiano che si è subito attivato. L’analisi post-preliminare fatta dalle amministrazioni Usa competenti ha rideterminato in misura significativamente più bassa le aliquote fissate in via provvisoria lo scorso 4 settembre: dal 91,74%, i dazi passano al 2,26% per La Molisana, al 13,98% per Garofalo e al 9,09% per gli altri 11 produttori di cui molti aderenti a Filiera Italia – sottolinea la nota di Coldirtetti -. La decisione Usa è un primo riconoscimento della fattiva volontà di collaborare delle nostre aziende da parte delle autorità statunitensi. Così come annunciato il sostegno assicurato dalla Farnesina e dal Governo continuerà in attesa delle decisioni definitive. Così come continuerà l’azione di Coldiretti e Filiera Italia a difesa della nostra pasta premium esportata sul mercato USA che abbiamo sostenuto anche con una forte azione sui media internazionali.

Secondo le stime di Coldiretti e Filiera Italia, un dazio come quello preannunciato e che ora sembrerebbe scongiurato, avrebbe raddoppiato il costo di un piatto di pasta per le famiglie americane, spalancando le porte ai prodotti Italian sounding e penalizzando la qualità autentica del Made in Italy. Nel 2024 l’export di pasta italiana verso gli Usa ha raggiunto un valore di 671 milioni di euro, confermando il mercato statunitense come uno dei più strategici per il settore.

Come Unione Italiana Food esprimiamo grande soddisfazione per questo risultato, che premia il lavoro costante svolto al fianco delle nostre imprese associate, fra cui La Molisana, Garofalo e Barilla, che hanno affrontato con serietà, trasparenza e spirito di collaborazione un percorso complesso e delicato”, è stato il commento entusiastico anche della presidente dei pastai di Unione italiana food, Margherita Mastromauro. “Questo esito dimostra che il ruolo di Unione Italiana Food è centrale nel rappresentare, tutelare e accompagnare le aziende italiane nelle battaglie giuste, soprattutto quando si tratta di difendere la qualità, la correttezza e la competitività del Made in Italy sui mercati internazionali. Quando il sistema Paese fa squadra (imprese, associazioni e istituzioni) i risultati arrivano”, ha aggiunto. Riconoscendo la “decisiva collaborazione del ministro Lollobrogida, del ministro Tajani e del commissario europeo Sefkovic”. Per i pastai “la decisione delle autorità statunitensi conferma inoltre che gli Stati Uniti sono un Paese attento all’Italia e alle sorti della nostra economia, capace di riconoscere il valore delle nostre imprese e il contributo strategico del comparto agroalimentare italiano”.

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A Berlino colloqui per Ucraina. Usa: Garanzie forti ma Mosca le accetterà, risolto 90% nodi

“Ci sono progressi concreti”. Così l’Ucraina sintetizza la due giorni di colloqui con gli Stati Uniti a Berlino. Per gli Stati Uniti le garanzie di sicurezza offerte a Kiev sono “molto forti” ma comunque accettabili per la Russia. Ci sono progressi anche sulle difficili questioni territoriali, sebbene il presidente ucraino Volodymyr Zelensky parli di ”posizioni diverse” sul tema. Questo fine settimana ci saranno delle riunioni negli Stati Uniti, probabilmente a Miami, con gruppi di lavoro e militari, per esaminare le mappe. “Probabilmente abbiamo risolto il 90% delle controversie tra Ucraina e Russia, ma ci sono ancora alcune questioni sul tavolo”, precisa un negoziatore americano.

Intanto, a Bruxelles, i leader dei paesi dell’Unione Europea sono sotto pressione per decidere se utilizzare o meno le decine di miliardi di euro di beni russi congelati per garantire il loro sostegno all’Ucraina. Per il cancelliere tedesco Friedrich Merz, senza l’accordo sugli asset l’Ue rischia di essere screditata in modo duraturo: “Se non riusciremo a farlo, la capacità di azione dell’Unione europea sarà gravemente compromessa per anni, e anche più a lungo, e dimostreremo al mondo che siamo incapaci di unirci e agire in un momento così cruciale della nostra storia”, spiega.

Sul fronte delle sanzioni, oggi l’Ue ha annunciato di aver deciso nuove sanzioni contro entità e individui accusati di sostenere Mosca nella sua guerra contro Kiev, aggiungendo 40 navi alla lista delle sanzioni contro la “flotta fantasma” russa. Cinque persone e quattro entità sono state sanzionate per aver favorito l’esportazione di petrolio dalla Russia, anche aiutando la sua “flotta fantasma” di navi che aiutano Mosca ad aggirare le sanzioni occidentali, ha precisato un comunicato del Consiglio dell’Ue, che rappresenta i 27 Stati membri. Le persone sanzionate sono uomini d’affari legati, direttamente o indirettamente, alle grandi compagnie petrolifere statali russe Rosneft e Lukoil, sanzionate dagli Stati Uniti. Le entità interessate sono società di trasporto marittimo con sede negli Emirati Arabi Uniti, in Vietnam e in Russia, proprietarie o gestrici di petroliere sanzionate dall’UE o da altri paesi, secondo il testo. L’UE ha già preso di mira centinaia di petroliere della “flotta fantasma” russa e ha deciso di aggiungere ogni mese nuove navi per essere più efficace. Ma Bruxelles ha anche deciso di sanzionare 12 persone accusate di disinformazione o diffusione di notizie false.

Bene, per Zelensky, i negoziati sulle garanzie di sicurezza americane: “Abbiamo fatto progressi in questo campo”, dichiara durante una conferenza stampa con Merz. “Ho visto i dettagli” e “sembrano piuttosto buoni, anche se si tratta solo di una prima bozza”, ammette. I colloqui tra Washington-Kiev di Berlino offrono una “vera opportunità per un processo di pace” con la Russia, perché gli Stati Uniti hanno presentato una serie “notevole” di garanzie di sicurezza per Kiev, riferisce il cancelliere tedesco. Dopo due giorni di negoziati, gli inviati americani Steve Witkoff e Jared Kushner, genero di Donald Trump, partecipano questa sera alla riunione dei leader europei con Zelensky. Gli Stati Uniti hanno offerto “garanzie di sicurezza molto forti” all’Ucraina, simili a quelle dell’articolo 5 del trattato Nato, afferma un alto funzionario americano. “Tutto ciò di cui gli ucraini hanno bisogno, secondo noi, per sentirsi al sicuro è incluso” nella parte relativa alla sicurezza del progetto di accordo, insiste durante un colloquio con la stampa. Un negoziatore americano che ha partecipato alla conversazione telefonica avverte tuttavia che queste garanzie di sicurezza “non saranno sul tavolo a tempo indeterminato”.

Secondo queste due fonti, oggi il presidente americano Trump dovrebbe chiamare il suo omologo ucraino e i leader europei durante la cena a cui parteciperanno nella capitale tedesca. L’alto funzionario, che ha chiesto di rimanere anonimo come il negoziatore, ritiene che la Russia “accetterà” queste garanzie. La questione delle garanzie di sicurezza è un punto estremamente delicato per Mosca, che ha sempre categoricamente rifiutato l’adesione dell’Ucraina alla Nato. Le discussioni condotte con l’Ucraina domenica e lunedì sono state “davvero, davvero positive”, assicura l’alto funzionario americano, che riferisce che Witkoff e Kushner hanno avuto in totale quasi otto ore di discussioni in due giorni con Zelensky. “Abbiamo la speranza di essere sulla strada della pace”, ribadisce. Secondo queste due fonti americane, i colloqui con gli ucraini avrebbero anche permesso di avvicinare le posizioni sulla centrale nucleare di Zaporijjia, occupata da Mosca nel sud dell’Ucraina. Per quanto riguarda le questioni territoriali, gli americani propongono a Zelensky quelle che l’alto funzionario definisce “proposte intellettualmente stimolanti”. “Deve tornare da noi (su questo argomento). Una volta che sarà tornato da noi, avremo l’obbligo, prima o poi, di parlarne con i russi e con i nostri partner europei”, dichiara, aggiungendo: “Siamo molto soddisfatti dei progressi che abbiamo compiuto, anche sui territori”.

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La Fed allenta la presa sui tassi di interesse: taglio di un quarto di punto percentuale

Come da previsioni, la banca centrale degli Stati Uniti (Fed) ha concluso la sua ultima riunione dell’anno con un taglio dei tassi di interesse, senza raggiungere l’unanimità al suo interno né fornire indicazioni chiare per il futuro. Per la terza volta in tre riunioni consecutive, la Federal Reserve ha abbassato di un quarto di punto percentuale i tassi di riferimento, che guidano i costi di finanziamento. Ora si collocano in un intervallo compreso tra il 3,50% e il 3,75%.

Tre dei dodici votanti hanno manifestato la loro opposizione: due non volevano alcun taglio e uno voleva una riduzione più consistente, di mezzo punto. Il presidente della Fed di Kansas City, Jeffrey Schmid, si era già espresso contro il precedente taglio, alla fine di ottobre ed è stato raggiunto dal presidente della Fed di Chicago, Austan Goolsbee. Entrambi hanno dichiarato pubblicamente di essere attualmente più preoccupati per il livello dell’inflazione che per la salute del mercato del lavoro americano. Il responsabile favorevole a una riduzione di mezzo punto è, senza sorpresa, il governatore Stephen Miran, recentemente nominato dal presidente Donald Trump.

In conferenza stampa, il presidente della Fed Jerome Powell ha affermato che la decisione di mercoledì non era scontata. Gli Stati Uniti stanno registrando sia un’accelerazione dell’inflazione (al 2,8%) sia un aumento della disoccupazione (al 4,4%), scenari che in teoria implicano azioni opposte da parte della banca centrale. “La discussione è stata serrata, ma dobbiamo prendere una decisione. Speriamo sempre che i dati ci consentano di vedere più chiaramente”, ha dichiarato Powell.

La banca centrale è stata privata di alcuni importanti indicatori economici a causa del recente blocco del bilancio (“shutdown”) che ha messo in cassa integrazione i servizi statistici degli Stati Uniti per 43 giorni. “È un periodo frustrante per la classe media e confuso per la Fed”, ritiene Heather Long, economista della banca Navy Federal Credit Union.

Interrogato sulla questione del costo della vita, tornata al centro del dibattito pubblico, Jerome Powell ha stimato che i salari dovranno aumentare per “diversi anni” più rapidamente dell’inflazione “affinché le persone inizino a sentirsi bene in termini di potere d’acquisto”.
Donald Trump, dal canto suo, ha ribadito martedì che i prezzi stanno diminuendo “enormemente”.

Jerome Powell ha dato poche indicazioni sul futuro, senza chiudere la porta a un ulteriore calo alla fine di gennaio e questo ha risollevato il morale della Borsa di New York, che ha chiuso in rialzo. “Non mi sorprende che ci sia ottimismo sui mercati a breve termine, dato che la Fed continua ad abbassare i tassi mentre l’economia è in crescita”, osserva Chris Zaccarelli, responsabile degli investimenti presso Northlight Asset Management. L’esperto avverte tuttavia che gli investitori rischiano di rimanere delusi, poiché ulteriori allentamenti potrebbero richiedere tempo per arrivare, “o addirittura non arrivare”.

I responsabili della Fed ritengono che, in base alle loro proiezioni aggiornate, nel 2026 sarà necessario un altro taglio dei tassi. Ma alcuni di loro non saranno più in grado di votare. Infatti, tra le dodici persone che fissano i tassi americani, quattro cambiano ogni anno secondo un sistema di rotazione che coinvolge le banche centrali regionali. I nuovi arrivati sono noti per essere ancora più preoccupati del livello di inflazione rispetto ai loro predecessori. Al contrario, Donald Trump vuole che la persona che sostituirà Jerome Powell in primavera si impegni a ridurre i tassi. Ha presentato il suo consigliere economico Kevin Hassett come favorito, ma mantiene ancora un certo suspense sulla sua scelta finale. Il capo dello Stato intende inoltre destituire una governatrice dell’istituzione, Lisa Cook. La Corte Suprema esaminerà il caso a gennaio.

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Trump avverte l’Europa: “Rischia la cancellazione della sua civiltà”

“Se le tendenze attuali continueranno” il Vecchio Continente “sarà irriconoscibile tra 20 anni o meno” perché c’è il rischio di una “scomparsa della civiltà” in Europa. Lo scrive il presidente Usa, Donald Trump, nella prefazione della ‘Strategia di difesa nazionale’, un documento di 33 pagine in cui, tra le altre cose, invita a “ripristinare la supremazia americana” in America Latina e annuncia un “riassetto” della presenza militare americana nel mondo, “per rispondere alle minacce urgenti sul nostro continente e un allontanamento dai teatri la cui importanza relativa per la sicurezza nazionale americana è diminuita negli ultimi anni o decenni”.

La strategia presentata da Trump è chiaramente e dichiaratamente nazionalista. “In tutto ciò che facciamo, mettiamo l’America al primo posto”, riassume il presidente Usa, che promette di “proteggere il Paese dalle invasioni”, punta a porre fine all’“epoca in cui gli Stati Uniti sostenevano l’intero ordine mondiale, come Atlante” e rivendica di voltare pagina rispetto ai decenni del dopoguerra.

Il testo conferma le linee guida della politica estera americana dal ritorno di Trump alla Casa Bianca a gennaio. I presidenti americani diffondono generalmente una presentazione strategica di questo tipo ad ogni mandato. L’ultima, pubblicata da Joe Biden nel 2022, aveva posto l’accento sull’acquisizione di un vantaggio competitivo sulla Cina, limitando al contempo una Russia considerata “pericolosa”.

Il nuovo documento, disponibile sul sito della Casa Bianca, anticipa forti cambiamenti all’interno dell’Alleanza Atlantica. “È più che plausibile che, entro pochi decenni al massimo, i membri della Nato diventeranno in maggioranza non europei”, afferma il testo. “È legittimo chiedersi se percepiranno il loro posto nel mondo, o la loro alleanza con gli Stati Uniti, allo stesso modo di coloro che hanno firmato la carta” dell’organizzazione.

Washington denuncia in modo confuso le decisioni europee che “minano la libertà politica e la sovranità, le politiche migratorie che trasformano il continente e creano tensioni, la censura della libertà di espressione e la repressione dell’opposizione politica, il calo dei tassi di natalità e la perdita delle identità nazionali (…)”. Trump esprime anche l’auspicio che “l’Europa rimanga europea, ritrovi la fiducia in se stessa sul piano civile e abbandoni la sua ossessione infruttuosa per l’asfissia normativa”.

Parole, quelle del repubblicano, che hanno immediatamente scatenato le reazioni europee. Il ministro degli Esteri tedesco, Johann Wadephul, ricorda che la Germania non ha bisogno di “consigli dall’esterno”. “Argomenti come la libertà di espressione o l’organizzazione delle nostre società libere” non possono essere discussi da Washington, puntualizza Berlino.

Il documento, che riassume in pochi paragrafi anche la strategia sull’Africa e il Medio Oriente, mira a riorientare la politica diplomatica e militare americana alla luce degli sviluppi geopolitici globali, ma soprattutto dei nuovi interessi di Washington. Sottolineando gli sforzi per aumentare l’approvvigionamento energetico americano, il testo ritiene che “il motivo storico per cui l’America si concentra sul Medio Oriente diminuirà”. Trump chiede di “ristabilire la supremazia americana” in America Latina e annuncia un ‘riassetto’ della presenza militare americana nel mondo, “per rispondere alle minacce urgenti sul nostro continente”. Raccomanda inoltre “un allontanamento dai teatri la cui importanza relativa per la sicurezza nazionale americana è diminuita negli ultimi anni o decenni”.

Per quanto riguarda la Cina, la strategia ribadisce gli appelli per una regione Asia-Pacifico “libera e aperta”, ma pone maggiormente l’accento sulla concorrenza economica. Il Giappone e la Corea del Sud sono chiamati a fare di più per sostenere Taiwan di fronte a Pechino. “Dobbiamo incoraggiare questi paesi ad aumentare le loro spese per la difesa, ponendo l’accento sulle capacità necessarie per dissuadere gli avversari” dall’attaccare l’isola, afferma il documento. Inoltre, “l’era delle migrazioni di massa deve finire. La sicurezza delle frontiere è l’elemento principale della sicurezza nazionale“, afferma il documento, in linea con la sua stretta contro l’immigrazione.

“Dobbiamo proteggere il nostro Paese dalle invasioni, non solo dalle migrazioni incontrollate, ma anche dalle minacce transfrontaliere come il terrorismo, la droga, lo spionaggio e la tratta di esseri umani”, continua. Ultime decisioni in ordine di tempo della politica anti-immigrazione di Donald Trump, i servizi americani per la cittadinanza e l’immigrazione (Uscis) hanno annunciato la sospensione delle richieste di “carta verde” di residenza permanente o di naturalizzazione provenienti da cittadini di 19 paesi. Hanno anche ridotto la durata dei permessi di lavoro di numerose categorie di immigrati.

Se i big dei trasporti chiedono aiuto a un’Europa diversa

All’assemblea generale di Alis il messaggio che è emerso, forte e chiaro, dai tre ministri presenti (Tajani, Salvini e Lollobrigida), dal viceministro Rixi, dal presidente di Ita e dall’armatore Grimaldi è quello che si sente ripetere almeno da un anno abbondante. Ovvero: l’Europa deve fare di più e meglio, soprattutto deve rimodulare pesantemente il green deal pena una crisi senza precedenti che andrà solo a vantaggio di Usa, Cina e, persino, India.

Insomma, nulla di inedito, nulla che non abbia giù riempito le nostre orecchie fino a trasformare questi messaggi-denuncia nel ritornello di un tormentone musicale. Il punto, in fondo, ormai è sufficientemente chiaro ma non abbastanza condiviso: bisogna mettere mano alle normative verdi per correggere le storture della precedente Commissione senza venire meno agli obblighi ambientali e di sostenibilità indispensabili per mantenere in salute il nostro pianeta. Ma se l’Unione europea deve darsi una mossa, nulla può accadere se i grandi inquinatori del mondo non pongono un freno a se stessi. Fino a quando la Cina userà il carbone senza scrupoli, l’India non farà qualcosa per limitare le proprie emissioni, gli Stati Uniti non si rimetteranno in liena con gli Accordi di Parigi, ancorché rivisitati, niente di ciò che viene stabilito a Bruxelles o a Strasburgo potrà servire. Saranno sforzi inutili, che porranno solo a repentaglio lo stato di salute dell’industria.

Perché il passo successivo – pericolosissimo – sarebbe uniformarsi agli altri, del tipo: loro inquinano e se ne infischiano? Allora riprendiamo a farlo anche noi. Ed è proprio l’esito incerto della recente Cop 30, a Belem, a sollevare perplessità. Là dove si poteva costruire qualcosa di buono e di buonsenso per la Terra, si è arrivati alla solita intesa stiracchiatissima che non sposta di un millimetro il problema. Ed è qui che la riflessione può scivolare sul piano inclinato del pessimismo o, a voler essere positivi, di un grigissimo realismo.

Antonio Tajani, nelle sue chiacchiere ad Alis, ha giustamente sottolineato che alla transizione verde va associata una transizione sociale. Le misure sulle auto a motore endotermico – bannate dal 2035 – costeranno all’Italia 70 mila posti di lavoro, ha detto. Ce lo possiamo permettere? Evidentemente no, ma non possiamo neppure innestare la retromarcia adesso, dopo che l’automotive si è attrezzata per elettrificare la propria offerta di veicoli. E si ritorna al buonsenso di cui sopra. Dalle auto agli Ets in passo è breve e il ministro Salvini in settimana sarà a Bruxelles per chiederne l’abolizione. Una gabella, ha sentenziato davanti a una platea ovviamente interessata. Armatori e grandi trasportatori, ma anche piccoli imprenditori della mobilità, che dell’Europa così com’è adesso ne hanno le tasche piene.

Domanda: quanto ci metteranno a capirlo e a cambiare a Bruxelles?

Commercio e terre rare: ecco perché la Cina è in vantaggio sugli Usa e sul resto del mondo

Frutto di una strategia a lungo termine, il controllo della Cina sulle terre rare, dall’estrazione all’innovazione, le conferisce un vantaggio competitivo rispetto agli Stati Uniti e al resto del mondo, che ha saputo sfruttare a proprio favore nel 2025. Questi 17 elementi metallici indispensabili per il digitale, l’automobile, l’energia o gli armamenti svolgeranno un ruolo economico e geopolitico cruciale nei prossimi anni. Tuttavia, secondo gli esperti, i concorrenti della Cina potrebbero impiegare anni per garantire catene di approvvigionamento alternative.

Il fermento osservato a novembre nella regione mineraria di Ganzhou (sud-est), specializzata in terre rare cosiddette pesanti come l’ittrio e il terbio, offre un assaggio dello sforzo compiuto dalla Cina per mantenere la sua supremazia. Pechino controlla rigorosamente l’accesso a questo settore. A Ganzhou è in costruzione una nuova sede tentacolare per il China Rare Earth Group, una delle due più grandi aziende statali del settore. L’acutizzarsi del confronto tra le potenze mondiali nel 2025 ha “spinto un numero maggiore di paesi a cercare di sviluppare la propria produzione e trasformazione di terre rare”, afferma Heron Lim, docente di economia presso la Essec Business School. “Questo investimento potrebbe rivelarsi redditizio nel lungo termine”, aggiunge.

In piena guerra commerciale con gli Stati Uniti dal ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca a gennaio, la Cina ha provocato un’onda d’urto nel settore manifatturiero mondiale limitando drasticamente le esportazioni legate alle terre rare nel 2025. La revoca parziale e per ora temporanea di queste restrizioni è stata uno dei punti salienti della tregua conclusa da Trump con il suo omologo cinese Xi Jinping durante un vertice in Corea del Sud il 30 ottobre. L’accordo è stato ampiamente percepito come una vittoria per Pechino.

“Le terre rare rimarranno probabilmente al centro dei futuri negoziati economici sino-americani, nonostante gli accordi provvisori conclusi finora”, anticipa Heron Lim. “La Cina ha dimostrato la sua volontà di utilizzare maggiormente le leve commerciali per mantenere gli Stati Uniti al tavolo dei negoziati”, afferma. Durante la Guerra Fredda, gli Stati Uniti hanno svolto un ruolo di primo piano nello sviluppo delle capacità di estrazione e lavorazione delle terre rare, con la miniera di Mountain Pass, in California, che forniva la maggior parte dell’approvvigionamento mondiale.

Gli Stati Uniti hanno progressivamente delocalizzato la loro produzione negli anni ’80 e ’90, con l’attenuarsi delle tensioni con Mosca e l’aumentare della sensibilità all’impatto ambientale di questo settore. Secondo la maggior parte delle stime, oggi la Cina controllerebbe circa i due terzi dell’estrazione mondiale di terre rare. La seconda potenza mondiale possiede le più importanti riserve naturali di questi elementi sul pianeta, secondo studi geologici. Detiene un quasi monopolio sulla separazione e la raffinazione. Un notevole vantaggio in materia di brevetti e un rigoroso controllo sull’esportazione delle tecnologie contribuiscono a preservare il dominio cinese.

Questa dipendenza globale non è una novità. Nel 2010 la Cina aveva sospeso le esportazioni di terre rare verso il Giappone a seguito di una disputa territoriale marittima, primo esempio delle ripercussioni della prevalenza cinese. L’anno scorso è stata evidente l’urgenza per gli Stati Uniti e i loro alleati di sviluppare alternative alle forniture cinesi. “Gli Stati Uniti e l’Unione Europea dipendono fortemente dalle importazioni di terre rare, il che evidenzia i rischi significativi che gravano sulle industrie critiche”, dice Amelia Haines, analista specializzata in materie prime presso Bmi. “Questo rischio persistente potrebbe accelerare e ampliare la transizione verso una maggiore sicurezza nel settore delle terre rare”, prevede.

Negli ultimi anni, le autorità della difesa statunitensi hanno investito massicciamente nel rafforzamento della produzione nazionale, con l’obiettivo di creare una catena di approvvigionamento “dalla miniera al magnete” entro il 2027. Gli Stati Uniti hanno appena firmato con l’Australia, che possiede importanti riserve di terre rare, un accordo che promette 8,5 miliardi di dollari di investimenti in progetti legati ai minerali critici. Il mese scorso il presidente americano ha anche firmato accordi di cooperazione nel settore dei minerali critici con Giappone, Malesia e Thailandia.

C’è la firma di Trump: fine del più lungo shutdown nella storia negli Stati Uniti

Il presidente Usa, Donald Trump, ha promulgato la legge che pone fine alla più lunga paralisi di bilancio degli Stati Uniti, cogliendo l’occasione per criticare aspramente l’opposizione democratica e vantare ancora una volta la sua politica economica. “Non cederemo mai al ricatto”, ha dichiarato il presidente americano firmando il testo approvato poco prima dal Congresso americano, dopo 43 giorni che hanno sconvolto diversi settori dell’economia americana.

Cercando di uscire vittorioso da questo interminabile braccio di ferro, ha attaccato gli “estremisti dell’altro partito”, accusandoli di aver bloccato il governo per “motivi puramente politici”. Ma ora “il Paese non è mai stato così in forma”, ha aggiunto, anche se i sondaggi segnalano un crescente malcontento degli americani sull’economia.

Dopo l’adozione lunedì da parte del Senato, la Camera dei Rappresentanti ha approvato la proposta di legge di bilancio con 222 voti a favore e 209 contrari. Solo sei deputati democratici si sono uniti alla maggioranza presidenziale, mentre due repubblicani hanno espresso il loro dissenso.

Dopo oltre 40 giorni di stallo sul bilancio, lunedì una manciata di senatori democratici ha finito per arrendersi, approvando insieme ai colleghi repubblicani una nuova proposta di legge che proroga il bilancio precedente fino alla fine di gennaio. Il testo lascia invece in sospeso la proroga dei sussidi per l’“Obamacare”, l’assicurazione sanitaria per le famiglie a basso reddito, con grande disappunto della base e di molti deputati democratici. Donald Trump non ha fatto mistero delle sue intenzioni, definendo questo dispositivo un “disastro” e un “incubo” che dovrebbe essere abolito. Ritiene che, invece di sovvenzionare un sistema collettivo, sarebbe necessario ridistribuire i finanziamenti “direttamente” agli americani affinché questi ultimi possano scegliere individualmente le loro assicurazioni sanitarie.

Tra le uniche concessioni all’opposizione, il testo prevede la reintegrazione dei funzionari licenziati dall’inizio dello shutdown. Comprende anche fondi per il programma di aiuti alimentari Snap fino a settembre, evitando così che questi sostegni, di cui beneficiano oltre 42 milioni di americani, vengano congelati in caso di una nuova paralisi di bilancio alla fine di gennaio, come è avvenuto durante l’attuale blocco.

A causa delle regole di consenso politico del Senato, che il presidente americano ha nuovamente invitato mercoledì ad abbandonare, per approvare il testo erano necessari otto voti dell’opposizione. E gli otto in questione si sono attirati le ire di molti membri del campo democratico, che denunciano scarse concessioni e false promesse repubblicane. Il governatore della California, Gavin Newsom, ha lamentato su X una “capitolazione”. Molti democratici si sono anche chiesti perché questi senatori abbiano ceduto solo pochi giorni dopo le ampie vittorie del loro partito in importanti elezioni in tutto il paese, che secondo loro confermavano la loro strategia al Congresso.

Mercoledì sera il leader della minoranza democratica, Hakeem Jeffries, ha nuovamente invitato i repubblicani a mantenere la promessa di organizzare presto una votazione sull’Obamacare. “Riteniamo che gli americani della classe operaia, gli americani della classe media e gli americani comuni meritino lo stesso livello di certezza che i repubblicani forniscono sempre ai ricchi, ai più abbienti e ai donatori influenti”, ha dichiarato in un discorso dall’emiciclo. “Non è troppo tardi” per prorogare questi sussidi, ha aggiunto il leader democratico.

La questione di questi sussidi è al centro della controversia che ha portato allo shutdown. Senza la loro proroga, secondo il KFF, un think tank specializzato in questioni sanitarie, i costi dell’assicurazione sanitaria dovrebbero più che raddoppiare nel 2026 per 24 milioni di americani che utilizzano Obamacare. Dal 1° ottobre, più di un milione di dipendenti pubblici non sono stati pagati. Il versamento di alcuni aiuti è stato fortemente perturbato e decine di migliaia di voli sono stati cancellati negli ultimi giorni a causa della carenza di controllori di volo, poiché alcuni hanno preferito darsi malati piuttosto che lavorare senza stipendio.

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