Cop30, oggi pre vertice a Belem ma senza Usa e Cina grandi assenti

I leader di parte del mondo si riuniscono oggi a Belém, in Brasile, per tentare di salvare la lotta per il clima, minacciata da divisioni, tensioni internazionali e dal ritiro degli Stati Uniti dall’Accordo di Parigi. Una cinquantina di capi di Stato e di governo hanno risposto all’invito del presidente brasiliano Luiz Inacio Lula da Silva a recarsi in questa città fluviale dell’Amazzonia in vista della 30a conferenza delle Nazioni Unite sul clima, la Cop30 (10-21 novembre).

La scelta di Belém, capitale dello Stato del Pará, ha suscitato polemiche a causa delle sue infrastrutture limitate, che hanno reso più costoso l’arrivo delle piccole delegazioni e delle Ong. Al punto che il Brasile ha dovuto trovare i fondi per ospitare gratuitamente i delegati dei paesi più poveri su due navi da crociera noleggiate. La città, che conta circa 1,4 milioni di abitanti, metà dei quali vivono nelle favelas, non aveva mai ospitato un evento internazionale di questa portata, e le autorità federali e dello Stato del Pará hanno investito nella ristrutturazione e nella costruzione di infrastrutture. Mercoledì il sito del vertice, il Parque da Cidade, era ancora un grande cantiere, pieno di operai che segavano, avvitavano, montavano pareti divisorie… E gli ingorghi di Belém peggiorano con la chiusura di alcune arterie stradali. “Non ho nulla contro la Cop in sé, ma Belém non ha le infrastrutture necessarie per ospitare un evento del genere”, protesta Agildo Cardoso, autista di taxi privato.

Sono stati mobilitati circa 10.000 agenti delle forze dell’ordine, ai quali si aggiungono 7.500 militari dispiegati appositamente. Per la presidenza brasiliana, l’obiettivo è quello di salvare la cooperazione internazionale a dieci anni dall’accordo di Parigi, di cui l’Onu ammette ormai ufficialmente che l’obiettivo di un riscaldamento di 1,5 °C rispetto al periodo preindustriale sarà superato nei prossimi anni. Il Brasile non cercherà nuove decisioni emblematiche a Belem, ma vuole che la Cop30 fissi impegni concreti e organizzi un follow-up delle promesse del passato, ad esempio sullo sviluppo delle energie rinnovabili. “Basta parlare, ora è il momento di attuare ciò che abbiamo concordato”, ha dichiarato Lula in un’intervista alle agenzie di stampa.

Giovedì il Brasile lancerà un fondo dedicato alla protezione delle foreste (Tfff) e si impegnerà a quadruplicare la produzione di carburanti “sostenibili”. Diversi paesi vogliono anche ampliare gli impegni per ridurre le emissioni di metano, un gas molto riscaldante. Centosettanta paesi partecipano alla Cop30, ma gli Stati Uniti, secondo inquinatore mondiale, non invieranno una delegazione, con grande sollievo di coloro che temevano che l’amministrazione Trump potesse ostacolare i lavori, come ha fatto recentemente per affossare un piano globale di riduzione delle emissioni di gas serra prodotte dal trasporto marittimo. Non ci sarà nemmeno il cinese Xi Jinping, altro responsabile dell’inquinamento globale.

Da parte europea, il presidente francese Emmanuel Macron, il cancelliere tedesco Friedrich Merz, il primo ministro britannico Keir Starmer e il principe William interverranno giovedì e venerdì. Per l’Italia ci sarà il ministro degli Esteri Antonio Tajani. Il presidente austriaco ha invece rinunciato a causa dei prezzi degli hotel. La maggior parte dei leader del G20, tra cui Cina e India, sarà assente. Una parte del mondo in via di sviluppo rimane insoddisfatta dopo l’accordo raggiunto con fatica lo scorso anno a Baku sul finanziamento del clima e vuole rimettere la questione sul tavolo. “Non si tratta di carità, ma di una necessità”, ha dichiarato all’AFP Evans Njewa, il diplomatico del Malawi che presiede il gruppo dei paesi meno sviluppati.

L’Unione Europea e i piccoli Stati insulari (Aosis) vogliono soprattutto andare oltre nella riduzione delle emissioni di gas serra, affrontando il problema delle energie fossili. “Molti dei nostri paesi non riusciranno ad adattarsi a un riscaldamento superiore ai 2 °C”, ha dichiarato Ilana Seid, diplomatica dell’arcipelago pacifico delle Palau e presidente dell’Aosis. “Alcuni dei nostri paesi atollici non esisterebbero più”. Il Brasile, che vuole essere un ponte tra Nord e Sud, non è esente da paradossi, dopo aver dato il via libera all’esplorazione petrolifera al largo dell’Amazzonia. “È molto contraddittorio”, afferma Angela Kaxuyana, della Coordinazione delle organizzazioni indigene dell’Amazzonia brasiliana. “Gli stessi governi che si impegnano per il clima negoziano l’esplorazione petrolifera” della più grande foresta tropicale del pianeta, ha deplorato a Belem

Leone XIV e Mattarella agli 80 anni della Fao. Il Papa: “Fame come arma è crimine di guerra”

Dalla miseria non si esce “con gli slogan” e l’obiettivo Fame Zero dell’Agenda 2030 dell’Onu si potrà raggiungere solo con una reale volontà e non con “solenni dichiarazioni“. Nella sua prima volta alla Fao, Papa Leone XIV richiama la comunità internazionale intera all’azione perché, denuncia, la fame nel mondo è “il segno evidente di una insensibilità imperante, di un’economia senz’anima, di un modello di sviluppo discutibile e di un sistema di distribuzione delle risorse ingiusto e insostenibile” e “in un tempo in cui la scienza ha prolungato la speranza di vita, la tecnologia ha avvicinato continenti e la conoscenza ha aperto orizzonti un tempo inimmaginabili, permettere che milioni di esseri umani vivano – e muoiano – vittime della fame è un fallimento collettivo, un’aberrazione etica, una colpa storica”.

Al centro della sua riflessione c’è lo scenario globale in cui, sempre più spesso, la fame viene usata come arma di guerra, contraddicendo, osserva il Papa nel suo intervento pronunciato in spagnolo, tutta l’opera di sensibilizzazione portata avanti dalla Fao in questi otto decenni: “Sembra allontanarsi sempre più quel consenso espresso dagli Stati che considera un crimine di guerra la fame deliberata, come pure l’impedire intenzionalmente l’accesso al cibo a comunità o interi popoli”, segnala il Pontefice, ricordando che il diritto internazionale umanitario vieta senza eccezioni di attaccare civili e beni essenziali per la sopravvivenza delle popolazioni. “Qualche anno fa, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha condannato all’unanimità questa pratica, riconoscendo il nesso esistente tra conflitti armati e insicurezza alimentare, e stigmatizzando l’uso della fame inflitta ai civili come metodo di guerra”, sottolinea.

Per la Giornata mondiale dell’alimentazione e l’80esimo anniversario della Fao, arrivano anche il Capo dello Stato, Sergio Mattarella, la premier Giorgia Meloni, insieme ad altri leader e dignitari internazionali. Il presidente cinese Xi Jinping invia un messaggio di congratulazioni, consegnato da Han Jun, Segretario del Gruppo di leadership del Partito del Ministero dell’Agricoltura e degli Affari rurali della Cina.

La vostra presenza qui oggi è un chiaro segno che la fame non conosce confini e che la sfida della sicurezza alimentare richiede l’unità tra le nazioni”, saluta il direttore generale Qu Dongyu nel suo discorso di apertura. “I leader mondiali e i popoli di tutto il mondo devono unirsi nella convinzione comune che il diritto al cibo è un diritto umano fondamentale e che la pace è un prerequisito per la sicurezza alimentare”.

È un triste paradosso che proprio mentre crescono le conoscenze, le risorse e le potenzialità tecnologiche, anche con applicazioni rilevanti al settore agricolo, assistiamo a nuovi scenari di carestia, a inaccettabili sperequazioni e a un regresso di quel sistema multilaterale, unico paradigma in grado di dare vere risposte a questi bisogni“, riflette Mattarella, che parla di una “inversione di rotta incomprensibile e inaccettabile”. Le istituzioni multilaterali, insiste il capo dello Stato inaugurando il Food and Agriculture Museum & Network (Fao MuNe), “sono strumenti preziosi ed esprimono consapevolezza della indivisibilità dei destini umani”.

Aperto al pubblico, il Fao MuNe è una piattaforma educativa che riunisce il patrimonio e le tradizioni agricole, la scienza e l’innovazione. Il suo slogan ‘Explore. Learn. Act.’ trasforma la missione di porre fine alla fame e alla malnutrizione in un invito all’azione.

L’Italia “ha sempre creduto nel diritto umano universale all’alimentazione“, ricorda sui social Meloni, che si dice “fiera di confermare e sottolineare l’impegno dell’Italia nel rafforzare la sovranità alimentare del continente africano tramite il Piano Mattei che coniuga lo sforzo pubblico con investimenti privati in partenariati paritari con le Nazioni africane”.

“La lotta contro la fame deve essere sempre più una priorità: dobbiamo accendere riflettori su quelle parti del mondo dove noi Paesi ricchi, nonostante i nostri problemi, le nostre difficoltà, possiamo e dobbiamo fare”, fa eco dal palco il ministro degli Esteri Antonio Tajani. “Lo spreco alimentare, gli errori, gli errori anche di vecchie colonizzazioni, il cambiamento climatico – aggiunge -: sono tanti i motivi che non permettono a miliardi di persone di vivere come potrebbero e dovrebbero, come sarebbe loro diritto. Il diritto a mangiare, il diritto alla vita”.

Nell’ambito delle celebrazioni, Poste Italiane e il ministero delle Imprese e del Made in Italy hanno presentato un francobollo commemorativo in onore dell’80° anniversario della FAO, celebrando la sua partnership di lunga data con l’Italia.

Scontro Italia-Francia su dumping fiscale. Tajani: “Sbalordito, accuse infondate”

E ‘ ancora scontro aperto tra Parigi e Roma. Questa volta, il primo ministro Francois Bayrou accusa l’Italia di fare dumping fiscale, penalizzando la Francia. Affermazioni che “stupiscono” Palazzo Chigi, che le ritiene “totalmente infondate” e “sbalordiscono” il ministro degli Esteri Antonio Tajani.E’ un’accusa frutto di un ragionamento totalmente sbagliato”, spiega il vicepremier che non commenta la situazione politica ed economica in Francia, ma, osserva, “se l’Italia procede su un percorso economico positivo e mantiene una solidità politica rilevante questo non è perché pratica dumping fiscale e non cospira contro altri paesi europei”. I paradisi fiscali in Europa, scandisce, “sono altri”.

Le parole di Bayrou per il vicepremier Matteo Salvini sono “gravi e inaccettabili”. Il ministro delle Infrastrutture accusa il governo francese di essere “ormai in piena crisi”: “Lasciamo a loro nervosismo e polemiche, noi preferiamo lavorare”, sostiene. L’affermazione di Bayrou sull’Italia è avvenuta infatti nel corso di un’intervista televisiva sulla situazione politica francese, pochi giorni prima del voto in Parlamento a Parigi, l’8 settembre, quando si verificherà se il governo ha una maggioranza per andare avanti. Palazzo Chigi ricorda che l’Italia non applica politiche di “immotivato favore fiscale per attrarre aziende europee e, con questo Governo, ha addirittura raddoppiato l’onere fiscale forfettario in vigore dal 2016 a carico delle persone fisiche che trasferiscono la residenza in Italia”. Al contrario, viene rilevato, “L’Italia è da molti anni, penalizzata dai cosiddetti paradisi fiscali europei, che sottraggono alle nostre casse pubbliche ingenti risorse”.

Le parole del primo ministro francese Francois Bayrou sono “assolutamente inopportune nei modi e sbagliate nel contenuto” anche per il leader di Noi Moderati, Maurizio Lupi, che rimarca come l’Italia sia diventata più attrattiva proprio perché “più stabile e credibile” sullo scenario internazionale, anche grazie al lavoro del governo e della maggioranza di Centrodestra. “E soffre, come peraltro la Francia, della concorrenza sleale di altri Paesi”, fa presente: “Più che attaccare l’Italia, Bayrou dovrebbe scusarsi e lavorare con noi in sede europea per difendere insieme le imprese e i lavoratori, promuovendo una vera politica fiscale ed industriale comune e regole eque per tutti”.

In questi anni di governo Meloni, non sono stati pochi i momenti di crisi tra i due Paesi. A partire da quelle sul dossier ucraino, sull’invio di truppe, sulla mancata partecipazione dell’Italia alle riunioni dei volenterosi con Trump. E ancora, tra alti e bassi, lo scontro tra Salvini e Macron, il richiamo dell’ambasciatrice. La Premier Giorgia Meloni chiede alla Francia di dare battaglia in sede europea, insieme all’Italia, contro questi paradisi fiscali. In questo quadro, difficilmente la Presidente del Consiglio parteciperà in presenza alla nuova riunione dei volenterosi prevista per giovedì a Parigi, probabilmente parteciperà in videocollegamento.

Filtra ottimismo sui dazi. Tajani: Parole Trump concilianti, ok al 15% se flat

Filtra ottimismo sui dazi dopo la visita negli Usa del commissario europeo al Commercio, Maros Sefcovic, volato a Washington per mitigare l’annuncio del presidente Donald Trump di tariffe al 30% verso l’Unione europea. A vedere una luce in fondo al tunnel è Antonio Tajani. Il ministro degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale nel parla sul palco del Congresso Cisl a Roma, dicendosi fiducioso sull’esito delle trattative: “Sono abbastanza ottimista, credo si troverà un accordo entro il primo agosto” e invita a “non essere arrendevoli o arroganti: schiena dritta”, anche perché “le dichiarazioni di Trump sono concilianti, mi lasciano ben sperare”.

Due i giorni trascorsi negli Usa da Sefcovic, oggi tornato a Bruxelles per aggiornare gli Stati membri sulle trattative. Una possibilità per centrare l’intesa, secondo Tajani, esiste. Malgrado le ragioni degli Usa: “Chiedono un riequilibrio della bilancia commerciale, è vero che oggi siamo in una posizione di vantaggio ma questo non deve tradursi in una condizione di svantaggio”. La Commissione Ue sta quindi spingendo “per un accordo equo”, che non si ottiene con “minacce, ritorsioni o frasi roboanti”. Quindi niente contro-dazi. E toni bassi.

Per l’Europa, azzarda il vicepremier, l’accordo sarebbe equo se le tariffe fossero flat. “Dazi al 15%? Se ne può discutere se è flat – sottolinea – sopra il 15% sarebbe inaccettabile”, ma non sono importanti tanto le percentuali “quanto i settori” coinvolti dalle tariffe. Il 15% andrebbe anche bene, secondo Tajani, purché poi “non si metta il 70% al farmaceutico”. Ovvero uno dei tanti settori chiave dell’export italiano. Tajani lo chiarisce quando sgrava l’Ue dalle responsabilità attuali: “Sia chiaro, non è colpa dell’Europa se ci sono i dazi. Quindi dobbiamo trattare il più possibile e impedire che ci siano danni su settori come farmaceutico, automotive, agroalimentare”.

Eppure gli italiani sono spaventati dai dazi. Secondo uno studio Bocconi-Swg, l’83% teme una guerra commerciale con gli Usa. Ipotesi a cui Tajani non vuole proprio pensare: “Spero si arrivi ad una conclusione positiva e che non sia l’inizio di una guerra commerciale che non farebbe bene a nessuno. Abbiamo bisogno degli Usa e gli Usa hanno bisogno dell’Europa, questo è quel che ho detto nella mia visita negli Usa”. Perché alla fine, lascia intendere il titolare della Farnesina, la trattativa “è competenza esclusiva” della Commissione Ue, ma l’Italia “sta aiutando” in prima linea. L’import-export con l’altra sponda dell’Atlantico “è fondamentale – ribadisce Tajani – come dimostra il recente accordo sul gas”.

Dal G7 di Durban anche il ministro dell’economia e finanze Giancarlo Giorgetti ha sfiorato l’argomento: “Siamo preoccupati per l’impatto dell’incertezza economica e delle persistenti tensioni commerciali sulle nostre economie. L’indebolimento del tasso di cambio del dollaro USA si sta accumulando all’effetto dell’aumento dei dazi commerciali”. Raffaele Fitto, Vicepresidente Esecutivo della Commissione Europea per la Coesione e le Riforme, non entra nel merito della vicenda visto il ruolo ricoperto ma auspica una veloce intesa: “Sarebbe un punto di caduta positivo. Non entro nel merito perché c’è una trattativa molto serrata e i commenti servono a poco”. Chi invece gradirebbe un intervento a gamba tesa dell’Europa è Romano Prodi: “Una forte risposta europea è possibile, come hanno dimostrato Cina e Canada, purché si adotti una politica unitaria e la si applichi senza alcun complesso di inferiorità, con la coscienza che anche fra amici non solo è legittimo ma è doveroso difendere i propri interessi”.

Dazi, Industriali: “Accettabile è solo portarli a zero”. Tajani: “Difficile entro l’1 agosto”

Sui dazi si tratta ancora, fino alla fine. Il governo italiano rifiuta di usare la linea dura e continua a chiedere agli alleati il dialogo. Senza “colpi di testa” o “frenesie“, ma solo con “sano realismo“, come spiega il ministro per gli Affari europei, Tommaso Foti.

E se anche le trattative dovessero naufragare, per Foti “l’Europa non è impreparata. Ha già individuato gli strumenti“. Il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, si dice “ottimista di natura”: “Penso che ogni partita si possa vincere“, sostiene, assicurando che l’impegno è massimo, e la preoccupazione principale ora è cercare di rispondere all’incertezza delle imprese.

Che però sembrano tutto fuorché tranquille. Non c’è una percentuale accettabile per chiudere un accordo, secondo il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini. “Se lo chiedete a me è zero“, ribadisce, ricordando che il cambio euro-dollaro è già un dazio. La svalutazione è al 13%, la più importante al mondo, perché la media è del 2%. “Oggi avremmo il 30% di dazi e un costo del cambio del 13%, andremmo così al 43%“, lamenta. Se i dazi Usa per i prodotti europei fossero davvero del 30%, l’impatto solo in Italia sarebbe di 35,6 miliardi. Gli industriali puntano il dito soprattutto contro l’Europa: “Dopo la lettera di Trump, mi aspettavo che l’Ue facesse almeno la convocazione del voto sul Mercosur“, confessa Orsini, chiedendo a Bruxelles di “darsi una mossa, perché non c’è più tempo“. Sburocratizzare e aprirsi “velocissimamente” a nuovi mercati è la chiave.

Su questo, gli industriali trovano sponda nel ministro delle Imprese, Adolfo Urso, che insiste per concludere l’accordo con il Mercosur (“preservando però la nostra produzione agricola“), ma anche con quello con gli Emirati, che è, riferisce, “una delle aree che ci sta dando maggiore soddisfazione“. Con il Piano Mattei, poi, l’Italia si apre molto di più anche all’Africa.

Dal governo, l’auspicio è che si arrivi a chiudere al 15%. Ma Tajani non entra nel merito della trattativa in corso: “Difficile dire come andrà a finire, abbiamo ancora una quindicina di giorni“, ricorda, aggiungendo che l’Indonesia ha chiuso al 19%: “Sono sicuro che noi saremo più bassi del 19%”. Le trattative sono in corso, e con realismo il ministro degli Esteri confessa: “L’obiettivo zero-zero non credo sia possibile da realizzare entro il primo di agosto“.

La strategia italiana sarà anche quella di investire di più negli Stati Uniti, dove il Paese è già presente in modo massiccio, con 300mila posti di lavoro offerti da aziende italiane negli States. Ma “possiamo fare ancora di più“, è sicuro il vicepremier. L’accordo sull’acquisto di gas americano nei prossimi 20 anni è per lui un “messaggio chiaro“.

Dazi, Tajani vola a Washington: Evitare guerra commerciale, trattativa a testa alta

Mentre l’Europa prepara le contromisure per rispondere ai Dazi annunciati da Donald Trump, a Roma il governo studia una strategia per il Paese per evitare una guerra commerciale che “non conviene a nessuno“.

Antonio Tajani vola a Washington per incontrare il segretario di Stato Marco Rubio e il rappresentante commerciale Jamieson Greer. L’obiettivo è trovare un compromesso rispetto a quel 30% di Dazi annunciati da Trump per le importazioni provenienti dai Paesi dell’ Ue a partire dal 1° agosto.

Il Governo italiano continua a lavorare per il raggiungimento di un accordo tra Unione Europea e Stati Uniti che salvaguardi le rispettive economie e che assicuri un quadro chiaro entro il quale le nostre imprese, possano operare e continuare a produrre crescita, occupazione e benessere“, spiega la Farnesina. “Siamo in stretto contatto col commissario Sefcovic, l’ho informato della mia azione negli Usa che sarà soprattutto politica“, riferisce Tajani, ribadendo la linea italiana del “dialogo a testa alta, sapendo che ci sono possibili contromisure”. La trattativa concede ancora venti giorni: “L’Europa deve trattare tutelando gli interessi dell’industria”, ribadisce, ricordando che le guerre commerciali “non fanno bene a nessuno”.

Al suo posto al consiglio Commercio di Bruxelles c’è la sottosegretaria Maria Tripodi.L’Italia sostiene fortemente la Commissione nell’attuale complessa fase del negoziato con gli Usa, al fine di raggiungere una soluzione alle questioni commerciali aperte che consenta di rafforzare l’unità dell’Occidente”, assicura la sottosegretaria, evidenziando la necessità di perseguire un’intesa che garantisca alle imprese la necessaria stabilità per continuare a esportare, investire, produrre ricchezza e generare occupazione. L’ampliamento della rete di accordi di libero scambio è un obiettivo strategico per l’Italia. “In questo contesto – sottolinea la sottosegretaria – la conclusione di ulteriori accordi garantisce alle nostre imprese uno spazio all’interno del quale crescere e diventare competitive a livello globale, diversificando i mercati di sbocco per le proprie merci e assicurando catene di approvvigionamento sicure per le necessarie materie prime”. In questa chiave, Tripodi ricorda l’importanza strategica del Vertice UE-Cina previsto a fine luglio, in cui sarà necessario un dialogo “franco, mirato e costruttivo con Pechino”, in un’ottica che privilegi soluzioni collaborative.

Sul tavolo di Tajani a Washington, precisa il vicepremier, non c’è solo la situazione commerciale. Tajani vedrà anche il presidente della Commissione Esteri del Senato, Jim Risch. Al centro della missione, le relazioni bilaterali e transatlantiche e le “principali sfide internazionali”, a partire dal sostegno all’Ucraina nei confronti dell’aggressione russa. “Grazie anche alla partecipazione statunitense, la Conferenza sull’Ucraina di Roma ha permesso la mobilitazione di 10 miliardi di euro di nuovi fondi e la firma di oltre 200 accordi ed intese a favore della ricostruzione dell’Ucraina”, ricorda il ministero.

Verrà discussa anche la situazione a Gaza, confermando la necessità di un immediato cessate il fuoco, la liberazione degli ostaggi, il ripristino di una piena assistenza umanitaria nella Striscia, “cui l’Italia è pronta a contribuire con l’iniziativa Food for Gaza“, si fa presente. La stabilità del Medio Oriente dipende inoltre da una soluzione pacifica della questione nucleare iraniana, rispetto alla quale il ministro degli Esteri ribadirà l’importanza di perseguire il dialogo e la diplomazia, così come la disponibilità dell’Italia a favorire il confronto tra Stati Uniti e Iran. Sulla Libia Tajani avrà un confronto con Rubio per sottolineare la necessità di un intervento politico rinnovato per stabilizzare il paese, per evitare una nuova deriva che porti a nuovi scontri militari e favorisca altre flussi di immigrazione irregolare e per contrastare il rafforzamento di organizzazioni dedite al traffico di migranti. Il tema della stabilizzazione del Libano vede invece l’Italia sostenere la necessità di non abbandonare il sostegno alla missione Unifil: secondo Tajani le capacità e la presenza delle Nazioni Unite nel Sud Libano vanno sostenute e migliorate.

Israele-Iran, Farnesina lavora a rientro italiani. Tajani: G7 compatto, no atomica a Teheran

La priorità in queste ore, per il governo, è la sicurezza dei cittadini italiani che si trovano in Israele e in Iran. “Siamo in costante contatto tutti”, assicura il ministro degli Esteri, Antonio Tajani. “La situazione è quella che è, andiamo avanti preoccupandoci di garantire il più possibile la sicurezza dei nostri connazionali“, insiste.

Non ci saranno evacuazioni perché gli spazi aerei sono chiusi, ma la Farnesina sta “agevolando l’uscita dall’Iran e da Israele dei connazionali che vogliono uscire da questi paesi, quindi vediamo. In questo momento è la priorità numero uno”. Sui social, il vicepremier informa che l’Italia sta organizzando per i prossimi giorni voli commerciali da Amman per permettere ai connazionali di rientrare in Italia da Israele. Gli italiani dall’Iran cercano di rientrare in bus attraverso l’Azerbaigian.

Quanto al rischio sempre più concreto di un intervento armato degli Stati Uniti, Tajani non si esprime. “Chiamate Washington e chiedete“, dice parlando con i cronisti alla Camera, aggiungendo che “si possono commentare solo le decisioni, non le indiscrezioni di stampa o le anticipazioni. Tocca agli Stati Uniti decidere cosa fare”. Il ministro nega qualsiasi spaccamento del fronte europeo. Nel documento del G7 canadese, ricorda, “è stata ribadita l’unità”. Compattezza è stata confermata anche nella riunione dei ministri degli Esteri dell’Unione Europea di ieri, “anche sul no all’arma atomica nelle mani dell’Iran e questo mi pare è l’elemento chiave“, spiega.

Al termine del vertice “complesso” di Kananaskis, Giorgia Meloni rientra in Italia dopo aver giudicato l’Iran come “la principale fonte di instabilità della regione”. Tutti, riferisce, sono d’accordo che l’Iran non possa avere la bomba atomica. I Paesi del G7, garantisce, “di fronte a una minaccia che è reale concordano sul fatto che Israele abbia il diritto di difendersi, ma l’obiettivo al quale tutti lavoriamo è arrivare a negoziazioni che consentano davvero di impedire che l’Iran diventi una potenza nucleare”, anche perché l’arma atomica “sarebbe una minaccia anche per tutti noi”.

Non ci sarà ancora un vertice di governo nelle prossime ore. Il ministro degli Esteri è impegnato oggi e domani in trasferta a Messina e Taormina, per il settantesimo anniversario del trattato. L’esecutivo si rivedrà venerdì 20, per il Consiglio dei Ministri. Prima, in mattinata la premier sarà impegnata a co-presiedere, con Ursula von der Leyen, a Roma un vertice sul Piano Mattei. Le due leader accoglieranno i rappresentanti di Angola, Zambia, Congo e Tanzania, con i vertici delle istituzioni finanziarie multilaterali, dal Fondo Monetario Internazionale alla Banca Mondiale, alla Banca Africana di Sviluppo e l’Africa Finance Corporation. Un passaggio per consolidare la sinergia tra il Piano Mattei per l’Africa promosso dall’Italia e il Global Gateway avviato dall’Unione europea e approfondire la rotta operativa per l’avanzamento delle iniziative comuni.

Difesa, Nato in pressing per 5% Pil. Tajani cauto: 3% a spese militari e 2% a sicurezza

La Nato punta a un aumento delle spese militari e per la sicurezza ambizioso. Un impegno chiesto con insistenza dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump, sostenuto da Parigi e Berlino, al quale alla fine si apre anche l’Italia.

Adesso inizia una nuova fase, per arrivare al 5%” del Pil, conferma ai cronisti il ministro degli Esteri Antonio Tajani. Non si tratta di essere guerrafondai, la sicurezza è qualche cosa di molto più ampio e si deve spiegare ai cittadini”, dice a margine della riunione informale dei ministri esteri Nato ad Antalya, in Turchia. “Vedremo quali saranno le richieste, si parla del 5% da raggiungere nel giro di alcuni anni. Vedremo quanti, vedremo quali saranno i criteri, come saranno divisi, parteciperemo alla discussione e vedremo“, ripete. Il vicepremier preferisce parlare di sicurezza piuttosto che di difesa, perché è un “concetto più ampio” e “più rispondente alla verità”, chiosa. In generale, propone, “l’Italia giudica “più equilibrato dedicare il 3% in spesa militare classica e il 2% alla sicurezza“.

Venerdì a Roma il ministro della Difesa, Guido Crosetto, ospiterà il vertice E5 al quale parteciperanno anche i suoi omologhi di Francia, Germania, Polonia e Regno Unito per discutere delle principali questioni strategiche, delle sfide in materia di sicurezza, del rafforzamento della difesa europea e del sostegno coordinato all’Ucraina.

C’è una sostanziale unità all’interno della Nato”, assicura Tajani, parlando anche di una “forte unità” all’interno del Quint, il gruppo decisionale informale composto dagli Stati Uniti e dal G4 (Francia, Germania, Italia e Regno Unito). In questo incontro ristretto, si è parlato soprattutto di Ucraina: “Tutti sosteniamo gli sforzi degli Usa per il cessate il fuoco, siamo orientati ad imporre sanzioni per costringere Putin ad affrontare il tema economico”, fa sapere, sostenendo che se il presidente russo “non avrà strumenti per pagare stipendi ricchi ai militari, dovrà per forza ridurne il numero e non potrà continuare ad avere una posizione così dura, cercheremo di accelerare i tempi per un cessate il fuoco”. “Sono convinto che all’Aia ci impegneremo a raggiungere un obiettivo ambizioso in materia di spesa”, riferisce il segretario generale della Nato Mark Rutte, al termine di un incontro dei ministri degli Esteri dell’Alleanza.

I 32 paesi della Nato si riuniranno alla fine di giugno all’Aia per decidere l’aumento, sotto la pressione degli Stati Uniti di Donald Trump. La Germania, prima potenza europea, si è dichiarata pronta a “seguire” il presidente americano. Lo sforzo è significativo. “L’1% del Pil rappresenta attualmente circa 45 miliardi di euro per la Repubblica federale di Germania”, ha ricordato venerdì scorso a Bruxelles il cancelliere Friedrich Merz. Secondo alcuni diplomatici, il capo della Nato vorrebbe che i paesi membri destinassero almeno il 3,5% del loro Pil alle spese militari in senso stretto entro il 2032, ma anche l’1,5% a spese di sicurezza più ampie, come le infrastrutture. Quest’ultimo obiettivo è più facilmente raggiungibile, in particolare per i paesi più in ritardo. “Potrebbe trattarsi di un obiettivo relativo alla spesa di base per la difesa, ma anche di un chiaro impegno sugli investimenti legati alla difesa”, come le infrastrutture, la mobilità militare, la sicurezza informatica, afferma Rutte.

Il ministro francese Jean-Noël Barrot lascia intendere che anche Parigi potrebbe allinearsi al 5%, a causa della minaccia russa ma anche delle richieste americane di una migliore ripartizione degli oneri di spesa. “L’obiettivo del 3,5% è l’importo giusto per le spese di base in materia di difesa”, sostiene. “Ma questo va accompagnato da spese che contribuiranno ad aumentare la nostra capacità di difesa, che non sono spese dirette per la difesa, ma che devono essere realizzate”, come la sicurezza informatica o la mobilità militare, osserva. Per altri paesi, invece, la strada da percorrere è ancora lunga. Alla fine del 2024, solo 22 paesi della Nato su 32 avevano raggiunto l’obiettivo del 2% di spesa militare fissato nel 2014 in occasione di un precedente vertice dell’Alleanza. Diversi Paesi, tra cui Spagna, Slovenia e Belgio, sono ancora molto al di sotto, ma hanno comunque promesso di raggiungerlo quest’anno. La Francia e la Germania hanno raggiunto l’obiettivo del 2% lo scorso anno. Solo la Polonia si avvicina al 5%, con una spesa militare del 4,7%.

In Italia 18.400 imprese a controllo estero. Tajani: “Valore export a 700 mld per fine legislatura”

Aumentare l’export italiano, una delle sfide più importanti intraprese dal governo italiano. Obiettivo: portarlo a 700 miliardi entro la fine di questa legislatura. Il ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale Antonio Tajani lo spiega intervenendo a Roma alla presentazione del settimo Rapporto dell’Osservatorio imprese estere (Oie), svolto da Confindustria e Luiss. Occasione per sottolineare come l’esecutivo abbia “lanciato una vera e propria offensiva con una strategia per l’export”, con l’obiettivo “di rimanere negli Stati Uniti e rafforzare il mercato interno europeo”.

I numeri in fondo parlano chiaro. Tra il 2018 e il 2022 – si legge nel Rapporto – le imprese a controllo estero in Italia (oltre 18.400) hanno consolidato il loro ruolo nel sistema economico del Paese, registrando una crescita significativa e progressiva della loro presenza, aumentando l’incidenza sul valore aggiunto dal 15,5% del 2018 al 17,4% nel 2022, pari a circa 173 miliardi di euro. Sempre nello stesso periodo, l’export merci delle imprese a controllo estero in Italia è salito dal 29,4% al 35,1% nel 2022, pari a circa 200 miliardi di euro.

Le imprese estere nel nostro Paese si distinguono per il loro contributo alla transizione digitale e ai processi di innovazione. Nel triennio 2020-2022, il 71,2% delle imprese a controllo estero ha introdotto innovazioni, rispetto a una media nazionale di poco inferiore al 60%. In tutto, sono oltre 18.400 le imprese a controllo estero nel nostro Paese. Un universo che gioca un ruolo sempre più rilevante nello sviluppo economico dell’Italia: generano 173 miliardi di euro di valore aggiunto, pari al 17,4% del totale nazionale, dando lavoro a 1,7 milioni di persone, il 9,7% degli occupati in Italia. Secondo Emanuele Orsini, presidente Confindustria, il nostro Paese “ha potenzialità enormi, il made in Italy ha una grande capacità di riuscire a performare nel mondo”. Bisogna però costruire “un percorso virtuoso di competitività, oggi il tema dell’attrattività è fondamentale, riuscire ad essere attrattivi per un’impresa che arriva dall’estero è fondamentale, se si impiega 17 mesi per ottenere una concessione non si è attrattivi”, “attrarre persone nel Paese vuol dire generare Pil”. Sulle imprese estere pesa però la minaccia dei dazi. Si tratta di segmenti limitati in termini di numerosità, ma rilevanti all’interno del complesso delle vendite di merci dall’Italia agli Stati Uniti soprattutto in alcuni settori come l’industria delle bevande, la fabbricazione degli altri mezzi di trasporto, l’industria farmaceutica e la fabbricazione di autoveicoli.

Complessivamente, la quota di export nazionale verso gli Stati Uniti si attesta al 10,3%. Nel triennio 2022-2024 il 43,6% delle imprese estere esportatrici mostra flussi di export verso gli Usa in quota superiore al valore medio (29,7%), ma inferiore a quella registrata per le multinazionali italiane (51,4%). “Mi auguro si giunga ad un accordo con tariffe zero e mercato unico Usa-Europa-Canada”, confessa Tajani, in contatto col commissario UE per il commercio Maros Sefcovic. “L’ho sentito qualche giorno fa e mi sembrava più ottimista di qualche settimana fa”. Orsini è ancora più chiaro: “La guerra dei dazi per noi che esportiamo 626 miliardi di prodotto e generiamo 100 miliardi di surplus è ovviamente una follia. Non dobbiamo dimenticarci che gli Usa sono il secondo nostro mercato di esportazione, ma bisogna correre a trovare nuovi mercati”.

Tajani in Egitto per energia, Mar Rosso e imprese: “Difenderemo commercio Suez”

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Tra le tensioni internazionali, continuano le missioni del governo sul Piano Mattei per l’Africa. Il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani vola in Egitto, Paese pilota del Piano, per incontrare il presidente della Repubblica, Abdel Fattah al-Sisi, e il suo omologo, Badr Abdelatty.

E’ la sua quinta visita nel Paese; l’ultima era stata il 2 dicembre, in occasione della Conferenza umanitaria internazionale per Gaza. “E’ una missione di pace per sostenere tutte le iniziative egiziane e arrivare a un cessate il fuoco duraturo”, fa sapere Tajani, ricordando che l’Italia appoggia anche la proposta egiziana e degli altri Paesi arabi di ricostruzione di Gaza ed è impegnata per tutelare il traffico marittimo attraverso Suez e il Mar Rosso. Il Cairo chiede a Teheran di esercitare un’influenza moderatrice sugli Houthi, preoccupato per gli attacchi contro le navi mercantili, che hanno conseguenze economiche pesanti: il mancato passaggio da Suez ha comportato perdite per 8 miliardi di dollari nel 2024. “Siamo un popolo di commercianti, abituato a esportare, il nostro export corrisponde al 40% del Pil, e siamo sempre e comunque portatori di pace, perché dove passano le merci non passano le armi”, scandisce il ministro.

Tajani propone di coinvolgere il Cairo nel progetto Imec, il corridoio economico India-Medio Oriente-Europa, che attraverso infrastrutture dovrebbe dar vita a una via commerciale che si concluderà a Trieste: “Siamo convinti che l’Egitto debba essere parte integrante di questo progetto che deve portare benessere, in questa iniziativa che vogliamo realizzare in tempi rapidi”, afferma.

Tra le intese siglate tra Roma e il Cairo, c’è anche un memorandum per la creazione di un Centro italo-egiziano per l’impiego, per facilitare l’integrazione dei giovani, formati nelle scuole tecnico-professionali italiane in Egitto, sia nel mercato del lavoro locale che in quello italiano. Un’iniziativa strumentale, precisa la Farnesina, per “rispondere alle pressanti richieste di manodopera qualificata delle imprese italiane”, e che favorirà flussi migratori regolari e ordinati verso l’Italia. Il Centro, nell’ambito delle iniziative del Piano Mattei, sarà finanziato dal nuovo programma dell’Ue ‘Partenariato dei talenti’.

Per il ministero degli Esteri, l’Egitto è un partner con cui lavorare a livello regionale per affrontare le principali crisi in corso e favorire la stabilità nel Mediterraneo e nel Medio Oriente. Tajani conferma l’impegno italiano a favore delle nuove autorità libanesi e il sostegno alla missione Unifil, esprimendo quindi soddisfazione per l’avvio dei negoziati tra Stati Uniti e Iran sul dossier nucleare.

Con la missione, vengono approfondite ulteriormente le relazioni bilaterali, a partire dal rafforzamento della cooperazione economica e nei settori dell’energia, delle infrastrutture, dell’agroalimentare e della chimica nel quadro del Piano d’azione per l’export italiano nei mercati extra-Ue voluto dal vicepremier. L’interscambio si è attestato a poco meno di 6 miliardi nel 2023 e nel 2024 si è registrato un calo a 5,2 miliardi (-12%), con esportazioni pari a 2,8 miliardi (-17%) e importazioni pari a 2,4 miliardi (-6,6%). Il saldo commerciale è stato positivo per 341 milioni. Nei primi undici mesi del 2024, l’Italia è stata settimo fornitore e primo cliente dell’Egitto, partner strategico per la diversificazione delle forniture energetiche, grazie anche alle scoperte di Eni che ha firmato un accordo per lo sfruttamento del gas a largo di Cipro, che sarà trattato da impianti in Egitto. “Ho ribadito l’intenzione dell’Italia di voler continuare ad investire in Egitto, rafforzare la nostra presenza economica con una crescente presenza di imprese“, assicura il ministro degli Esteri, annunciando la presentazione di un documento, un volume dell’ambasciata d’Italia dove si indicheranno tutte le opportunità per le imprese italiane nel Paese.