Ucraina, accordo Kiev e Washington su terre rare: la bozza dell’intesa

Kiev e Washington hanno raggiunto un accordo per sfruttare le ricchezze minerarie dell’Ucraina, dopo la situazione di stallo tra Donald Trump e Volodymyr Zelensky. Ma che si tratti degli importi in gioco o delle garanzie di sicurezza richieste dalla parte ucraina, i contorni del testo restano vaghi. Ecco cosa sappiamo dell’accordo, che potrebbe essere firmato a Washington venerdì in occasione della visita del presidente ucraino alla Casa Bianca.

UN FONDO COMUNE. Il presidente americano aveva insistito nel volere un risarcimento per gli aiuti erogati negli ultimi tre anni a sostegno dell’Ucraina. Secondo il Kiel Institute for the World Economy (IfW Kiel), Washington avrebbe visto un impegno di 500 miliardi di dollari, circa quattro volte superiore agli aiuti erogati finora, ovvero circa 120 miliardi di dollari. Il presidente ucraino ha poi respinto l’accordo, rifiutandosi di firmare un testo che “dieci generazioni di ucraini” dovranno pagare. Secondo una fonte ucraina informata del contenuto del compromesso questa richiesta finanziaria americana non figura più nel documento siglato ieri, 25 febbraio. Il documento, tuttavia, prevede che americani e ucraini sfrutteranno congiuntamente le risorse minerarie e che i proventi derivanti da ciò confluiranno in un fondo “congiunto tra Ucraina e America“. Secondo l’alto funzionario, gli americani hanno accettato di eliminare “tutte le clausole che non ci andavano a genio, in particolare quella da 500 miliardi di dollari”.

NESSUNA GARANZIA CONCRETA SULLA SICUREZZA. Per Kiev, una condizione fondamentale per garantire l’accesso alle proprie risorse agli alleati è l’ottenimento di garanzie di sicurezza, un meccanismo politico-militare per dissuadere la Russia da una nuova invasione dopo un eventuale accordo di cessazione delle ostilità. Il presidente Zelensky ha sollevato la possibilità di un simile scambio di ricchezze in cambio di garanzie di sicurezza già a ottobre, quando aveva delineato il suo “piano per la vittoria”. L’Ucraina ritiene che la migliore garanzia sarebbe l’adesione alla Nato, uno scenario respinto da Washington perché renderebbe impossibile qualsiasi tregua o pace, e Mosca lo vede come una linea rossa. Un’altra richiesta ucraina: forze di peacekeeping, in caso di cessate il fuoco. Ma gli Stati Uniti avevano già respinto questa opzione, pur essendo favorevoli all’impiego di truppe europee. Alla fine, il testo dell’accordo sui minerali conterrebbe un riferimento alla sicurezza dell’Ucraina, ma nessuna garanzia concreta. Secondo un alto funzionario ucraino su questo punto le discussioni sono ancora in corso. “Si tratta di una clausola generale che afferma che l’America investirà in un’Ucraina sovrana, stabile e prospera, che si adopererà per una pace duratura e che sosterrà gli sforzi volti a garantire la sicurezza“, ha spiegato la fonte.

QUALI GIACIMENTI COINVOLTI? QUALI MINERALI? Si dice che l’Ucraina contenga circa il 5% delle risorse minerarie mondiali, ma quelle ambite da Donald Trump sono per lo più inutilizzate, difficili da estrarre o di fatto sotto il controllo russo, perché si trovano in territori occupati. L‘Ucraina produce in particolare tre minerali essenziali: il manganese (8° produttore al mondo secondo World Mining Data), il titanio (11°) e la grafite (14°), essenziale per le batterie elettriche. Di quest’ultimo minerale, l’Ucraina concentra “il 20% delle risorse mondiali stimate“, sottolinea l’Ufficio francese per la ricerca geologica e mineraria (BRGM). La nazione è inoltre, secondo questa fonte, “uno dei principali Paesi in Europa per potenzialità” nello sfruttamento del litio, essenziale anche per le batterie. L’Ucraina sostiene di avere sul suo territorio “una delle più grandi risorse” di litio in Europa, ma secondo il governo, “finora” non viene estratto. Lo sfruttamento di questi giacimenti richiede investimenti considerevoli. Secondo l’ammissione dello stesso governo ucraino, solo lo sviluppo del deposito di Novopoltavske nella regione di Zaporizhzhia richiederebbe un investimento di 300 milioni di dollari. Il sito, che si dice contenga apatite, tantalio, niobio, stronzio, terre rare e persino uranio, si trova in territorio occupato dall’esercito russo. E il Cremlino ha escluso la cessione di aree sotto il suo controllo. Vladimir Putin, d’altro canto, si è detto favorevole agli investimenti americani in queste regioni occupate. Un altro esempio è il giacimento di Chevtchenkivske (in particolare minerali di litio, tantalio, niobio e berillio) che si trova a meno di 10 chilometri dal fronte, in un settore, quello di Pokrovsk, dove l’esercito russo sta ancora guadagnando terreno rispetto alle forze ucraine, meno numerose e meno armate.

Se dalla casa al terziario la crescita Usa perde tutto il suo slancio

I recenti dati economici provenienti dagli Stati Uniti mostrano segnali di rallentamento della crescita, suggerendo che l’economia americana stia perdendo slancio dopo mesi di performance positive. A febbraio, l’indice dell’attività manifatturiera della Fed di Dallas ha subito un netto calo, scendendo di 22 punti a -8,3, rispetto al picco di 14,1 di gennaio. Un altro indicatore chiave, l’indice delle prospettive aziendali, è diminuito di 24 punti, registrando un valore di -5,2, mentre l’incertezza sulle prospettive future ha toccato il massimo dei sette mesi, salendo a 29,2. Il settore manifatturiero continua a mostrare debolezza, con l’indice di produzione che è sceso a -9,1, un segno evidente di difficoltà nella produzione statunitense. Tuttavia, i prezzi delle materie prime e dei prodotti finiti sono aumentati, suggerendo una certa pressione sui costi.

A livello nazionale, il Chicago Fed National Activity Index è sceso a -0,03 a gennaio, in calo rispetto al dato rivisitato di dicembre (0,18), indicando una contrazione nell’attività economica complessiva. In particolare, la categoria dei consumi personali e abitazioni ha contribuito negativamente con -0,14, un ulteriore segno di rallentamento nei consumi.

Un altro dato significativo è arrivato la scorsa settimana dall’indice Pmi dei servizi, che a febbraio è sceso sotto la soglia di espansione, registrando 49,7 rispetto ai 52,9 di gennaio. Questa è la prima contrazione dell’attività del settore dei servizi in oltre due anni, un indicatore che evidenzia una perdita di slancio in un settore chiave per l’economia statunitense.

Anche le vendite di case esistenti hanno subito una flessione del 4,9% a gennaio, il calo più marcato in sette mesi, scendendo a un tasso annualizzato di 4,08 milioni. Questo segna un indebolimento nel mercato immobiliare, con un prezzo medio di vendita sceso dell’1,9% rispetto al mese precedente. L’aumento delle scorte di case invendute, che sono passate a 3,9 mesi di fornitura, aggiunge ulteriori preoccupazioni.

Il rallentamento però non sembra andare di pari passo con una discesa dei prezzi. Infatti anche l’inflazione preoccupa, con le aspettative dei consumatori riguardo all’andamento dei prezzi aumentate al 4,3% per il 2025, il valore più alto dal novembre 2023. A lungo termine, le aspettative di inflazione sono salite al 3,5%, il più grande aumento mese su mese dal maggio 2021. E questi rialzi hanno avuto impatti negativi sul sentiment dei consumatori, con un crollo del 19% nelle condizioni di acquisto di beni durevoli, in parte dovuto ai timori legati all’innalzamento dei prezzi causato dai dazi.

In mezzo a questo scenario incerto, il presidente della Fed di Atlanta, Raphael Bostic, ha sottolineato nel suo blog come la politica economica degli Stati Uniti sia sempre più influenzata da un clima di incertezza. Le preoccupazioni per le politiche fiscali, commerciali e di immigrazione, insieme alle fluttuazioni dei mercati, stanno creando un ambiente di decisioni difficili per i responsabili politici. Un ritornello simile a quello degli altri banchieri centrali della Fed, i quali pur rimanendo ottimisti sulla posizione economica, hanno espresso cautela, facendo riferimento alla difficoltà di prevedere gli effetti di eventuali cambiamenti nelle politiche economiche. Il termine “incertezza” è ormai ricorrente nelle dichiarazioni ufficiali, e i verbali dell’ultimo incontro della Fed evidenziano preoccupazioni sulla portata e sull’impatto dei cambiamenti nelle politiche commerciali e fiscali.

La Fed dunque sembra voler stare ferma sui tassi in attesa di capire l’effetto che avranno le politiche di Donald Trump, a partire dai dazi. Wall Street ha capito l’antifona e da tre sedute zoppica.

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Dazi, Ue risponderà ma è aperta a dialogo con Usa. Tajani: “Noi buoni ambasciatori”

L’Unione europea risponderà ai dazi del presidente Usa, Donald Trump. Da giorni e a più livelli, Bruxelles sta sostenendo la stessa posizione e l’ultima a puntellarla è stata la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, che da Monaco, dal palco della Conferenza sulla Sicurezza, ha scandito: “Le guerre commerciali e tariffe punitive non hanno senso”. Un concetto ribadito anche dal vice premier, Antonio Tajani. In partenza per Monaco, il ministro degli Affari esteri ha evidenziato che “le guerre commerciali non portano vantaggio a nessuno” e che l’Italia, “in cui il 40% del Pil viene dall’export”, non ha “alcun interesse che ci siano”. Anzi, “dobbiamo scongiurarle”, ha aggiunto. “Vedremo il da farsi” e “tutte le decisioni le prenderemo come Unione europea”. Ma rimanendo aperti al dialogo con Washington e, qui, l’Italia può fare da ponte tra le due sponde dell’Atlantico: “È ovvio che bisogna trattare come Europa. Noi possiamo essere dei buoni ambasciatori dell’Ue”, ha affermato.

La volontà di dialogo c’è. A Monaco, von der Leyen ha osservato che “le tariffe agiscono come una tassa, stimolano l’inflazione” e “i più colpiti sono inevitabilmente i lavoratori, le aziende, i redditi bassi e le classi medie su entrambe le sponde dell’Atlantico”. Inoltre, “le tariffe possono rapidamente influenzare le catene di fornitura transatlantiche essenziali”. A tutto ciò, che per l’Ue “non è un buon affare”, Bruxelles risponderà. Siamo uno dei mercati più grandi del mondo. Useremo i nostri strumenti per salvaguardare la nostra sicurezza economica e i nostri interessi e proteggeremo i nostri lavoratori, le nostre aziende e i consumatori a ogni svolta”, ha dichiarato la presidente della Commissione. Ma, “naturalmente, siamo pronti a trovare accordi che funzionino per tutti per lavorare insieme per renderci reciprocamente più prosperi e sicuri”, ha evidenziato.

E sul piano del dialogo si registra qualche movimento. Nella conferenza stampa quotidiana dell’esecutivo Ue, il portavoce al Commercio, Olof Gill, ha precisato che, “senza entrare nei dettagli di ciò che sarà o meno incluso nell’ambito dei colloqui tra l’Ue e gli Usa per trovare soluzioni ad alcune delle questioni commerciali”, ciò che si può dire è che “i contatti sono in corso: ci sono stati questa settimana a livello di responsabili politici e l’intenzione è di continuare a farlo nei giorni e nelle settimane a venire per trovare soluzioni reciprocamente vantaggiose”.

Un dialogo che appare complesso. L’Ue – che “mantiene alcune delle tariffe più basse al mondo” e ha “oltre il 70% delle importazioni che entrano a tariffa zero” nel suo mercato unico – considera la politica di Trump “un passo nella direzione sbagliata” e “non vede alcuna giustificazione per l’aumento delle tariffe statunitensi alle esportazioni” europee. Nella dichiarazione ufficiale di venerdì mattina l’esecutivo Ue ricorda che “per decenni l’Ue ha lavorato con partner commerciali come gli Stati Uniti per ridurre le tariffe e altre barriere commerciali in tutto il mondo, rafforzando questa apertura attraverso impegni vincolanti nel sistema commerciale basato su regole, impegni che gli Stati Uniti stanno ora minando”. Nelle righe ufficiali, Palazzo Berlaymont non fa accenno al dialogo, ma piuttosto specifica che “l’Ue reagirà fermamente e immediatamente”. Ma, prima ancora che ai dazi, sembra che Bruxelles si trovi a dover rispondere a una pratica politica ed economica che dice di non comprendere. Ed è da questo punto di partenza che dovrà dialogare.

Cannucce, lampadine e soffioni della doccia: la crociata di Trump per tornare al passato

Fornelli a gas, manopole per doccia, lampadine a incandescenza, cannucce di plastica… Da quando è tornato alla Casa Bianca, Donald Trump ha nel mirino le norme ambientali che riguardano molti oggetti di uso quotidiano, con il leitmotiv: “Era meglio prima”. Martedì, ad esempio, ha ordinato al suo governo di “tornare immediatamente” alle norme del suo primo mandato su “lavandini, docce, servizi igienici, lavatrici, lavastoviglie”. Il miliardario 78enne si lamenta da molti anni dei soffioni doccia che, secondo lui, hanno una portata d’acqua troppo bassa. “Se siete come me, non potete lavare bene i vostri bei capelli”, aveva detto nel 2020.

Durante il suo primo mandato, la sua amministrazione aveva emanato norme per consentire ai soffioni doccia di utilizzare più acqua, poi revocate dal suo successore Joe Biden. Negli ultimi anni, Donald Trump ha anche fatto campagna sull’idea che i democratici volessero vietare i fornelli a gas o le auto a combustione interna, e ne aveva fatto una questione di libertà di scelta per gli americani. Si oppone spesso anche alle lampadine a LED, che hanno gradualmente sostituito quelle a incandescenza nell’ultimo decennio. “Non sono una persona vanitosa”, aveva dichiarato nel 2019, “ma ho un aspetto migliore sotto una lampada a incandescenza invece che sotto queste luci da pazzi”. Con le nuove lampadine, “sembro sempre arancione”, aveva scherzato il presidente americano. Da qui l’annuncio di martedì di voler firmare un decreto per tornare agli “standard di buon senso sulle lampadine”.

Per Andrew deLaski dell’associazione Asap, le preoccupazioni di Donald Trump “sembrano obsolete”. “Oggi esiste una vasta gamma di prodotti moderni ed efficienti che sono tra quelli che funzionano meglio”, ha dichiarato il responsabile esecutivo di questa organizzazione che si batte per gli standard di efficienza energetica dei prodotti di uso quotidiano. Asap sottolinea, ad esempio, che le lampadine a LED “limitano i costi energetici per le famiglie e le imprese e riducono l’inquinamento”. Allo stesso modo, “gli standard sui soffioni doccia fanno risparmiare denaro ai consumatori sulle bollette dell’acqua e dell’elettricità e aiutano a proteggere l’ambiente”.

Ma la crociata del settantenne presidente, noto scettico del clima, sembra meno legata a ragionamenti ecologici o economici che a un attaccamento malinconico agli oggetti del passato. Dal suo clamoroso ingresso sulla scena politica americana nel 2015, il miliardario usa la nostalgia come una potente arma elettorale. “Donald Trump sembra capire – e forse è lui stesso sensibile a – queste spinte nostalgiche”, ritiene Spencer Goidel, professore di scienze politiche all’Università di Auburn (Alabama). Il ricercatore, che ha studiato la questione della nostalgia in politica, fa un parallelo con i gusti musicali. “La maggior parte degli americani pensa che il periodo migliore nella musica sia stato quello in cui erano giovani adulti”, dice, ricordando le canzoni migliori e dimenticando quelle cattive. “Nella società è la stessa cosa: i grandi uomini e le grandi donne della storia sono immortalati; gli uomini e le donne mediocri (a volte corrotti o incompetenti) sono dimenticati”. Non sorprende quindi che i responsabili politici si approprino del sentimento nostalgico, perché “elaborare un messaggio orientato al futuro è difficile”, sottolinea Spencer Goidel. “È molto più facile invocare un ritorno” alle cose di un tempo, aggiunge il ricercatore.

Lo slogan preferito di Donald Trump, “Make America Great Again”, vuole essere un richiamo al passato, volendo “restituire la grandezza all’America”. Se, secondo Spencer Goidel, “la nostalgia non è intrinsecamente democratica o repubblicana”, il suo lavoro condotto con altri ricercatori mostra che il sentimento è più “associato ad atteggiamenti razzisti e sessisti, a uno stato d’animo autoritario e a un voto repubblicano”. E secondo la sua ricerca, le persone che mostrano forti sentimenti nostalgici tendono maggiormente a “sostenere un uomo forte che infrange le leggi e disgrega le istituzioni”.

Avanti con la guerra dei dazi: dal 12 marzo imposte Usa su acciaio e alluminio. Ue: “Reagiremo”

Nuova tappa della guerra commerciale di Donald Trump: il presidente degli Stati Uniti ha firmato un ordine esecutivo che fissa al 12 marzo la data di entrata in vigore delle nuove tariffe del 25% su acciaio e alluminio, “senza eccezioni o esenzioni”, quindi “per tutti i Paesi”. Parlando con i giornalisti alla Casa Bianca, Trump ha giustificato la misura parlando di rischi per la “sicurezza nazionale”.

I dazi sulle importazioni di prodotti in acciaio e di articoli derivati si applicano ad Argentina, Australia, Brasile, Canada, Paesi dell’Unione Europea, Giappone, Messico, Corea del Sud e Regno Unito. Le imposte sulle importazioni di alluminio e derivati, invece, riguardano Argentina, Australia, Canada, Messico, Paesi dell’Unione Europea e Regno Unito. “Non vogliamo che questo danneggi altri Paesi, ma loro si sono approfittati di noi per anni e anni”, ha accusato Trump nello Studio Ovale.

Da Parigi, dove si trova per il vertice sull’intelligenza artificiale, è arrivata la risposta dell’Europa. “Mi rammarico profondamente della decisione degli Stati Uniti – ha detto la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen – di imporre tariffe sulle esportazioni europee di acciaio e alluminio. Le tariffe sono tasse: dannose per le aziende, peggio per i consumatori. Le tariffe ingiustificate sull’Ue non rimarranno senza risposta: innescheranno contromisure ferme e proporzionate. L’Ue agirà per salvaguardare i propri interessi economici. Proteggeremo i nostri lavoratori, le nostre aziende e i nostri consumatori”.

Durante il suo primo mandato (2017-21), aveva già imposto tariffe del 25% sull’acciaio e del 10% sull’alluminio. Molte di queste misure erano state successivamente revocate da lui stesso o dal suo successore democratico, Joe Biden. I dazi sono la leva principale della politica economica di Donald Trump, che mira a ridurre il deficit commerciale degli Stati Uniti facendo pressione sui suoi partner economici.

Le misure colpiranno in particolare il Canada, principale fornitore di acciaio e alluminio degli Stati Uniti. I dazi doganali “sarebbero totalmente ingiustificati”, ha reagito in serata François-Philippe Champagne, ministro canadese dell’Industria, promettendo una risposta “chiara e misurata”, senza fornire ulteriori dettagli. Anche Brasile, Messico e Corea del Sud sono importanti fornitori di acciaio. La federazione britannica dell’acciaio, UK Steel, ha espresso preoccupazione per un “colpo devastante” a un settore già in declino.

E l’annuncio potrebbe avere un effetto deleterio anche su alcuni settori di attività negli Stati Uniti. “L’acciaio e l’alluminio sono materie prime fondamentali per i produttori statunitensi, compresi gli esportatori”, ha avvertito Maurice Obstfeld, esperto del Peterson Institute for International Economics. I dazi potrebbero causare “un forte shock dell’offerta” da parte americana, ha dichiarato all’AFP.

Il ministro degli Esteri francese Jean-Noël Barrot ha assicurato che l’Unione europea “si vendicherà” come ha fatto durante il primo mandato del presidente statunitense. All’epoca, l’Ue aveva preso di mira prodotti emblematici come il bourbon e le moto Harley-Davidson. In Germania, la più grande economia europea, il ministro dell’Economia e del Clima, Robert Habeck, ha chiesto di “continuare a cooperare con gli Stati Uniti”. E la Commissione europea ha annunciato lunedì di non aver ricevuto “alcuna notifica” di nuovi dazi doganali.

Finora Donald Trump ha esercitato più pressione sui partner degli Stati Uniti che sulla grande rivale Cina, che da martedì è soggetta a dazi doganali del 10% in aggiunta a quelli già in vigore. Le misure di ritorsione, basate su sovrattasse mirate su alcuni prodotti americani, sono entrate in vigore lunedì. Si applicano a 14 miliardi di dollari di merci statunitensi, mentre i dazi annunciati dal Presidente degli Stati Uniti si applicano a 525 miliardi di dollari di merci cinesi.

Usa&Cina: dacci oggi il nostro dazio quotidiano

Dacci oggi il nostro dazio quotidiano. La Cina ha annunciato che dal 10 febbraio imporrà una tariffa aggiuntiva del 15% sul carbone e sul gas naturale liquefatto provenienti dagli Stati Uniti, oltre a un ulteriore 10% sulle importazioni di petrolio statunitense. La misura arriva come risposta ai dazi aggiuntivi del 10% imposti dal presidente americano, Donald Trump, su una serie di prodotti cinesi e che sono entrati entrati in vigore oggi. Proprio mentre il Tycoon aveva sospeso una minaccia che prevedeva l’imposizione di una tariffa del 25% su tutte le importazioni dal Messico e una tariffa del 10% sulle importazioni energetiche dal Canada, decidendo invece una pausa di 30 giorni in cambio di concessioni sui temi della criminalità e della sicurezza ai confini. Nessuno stop invece per Pechino, che ha già definito i dazi imposti dagli Stati Uniti come una grave violazione delle normative dell‘Organizzazione Mondiale del Commercio (il Wto), annunciando di essere pronta a presentare una causa contro gli Stati Uniti presso il Wti. Tra i beni statunitensi che saranno soggetti ai nuovi dazi di ritorsione, si trovano anche l’antracite, la lignite e una serie di macchinari agricoli, veicoli di grandi dimensioni e pick-up, che saranno colpiti da tariffe aggiuntive.

I contro-dazi cinesi segnano l’ennesimo capitolo di un conflitto commerciale che va avanti dal 2018 tra le due maggiori economie mondiali, con effetti che potrebbero sconvolgere ulteriormente i mercati energetici globali, in particolare le forniture di Gnl e petrolio. Alcuni analisti hanno avvertito che, se dovesse ripetersi una situazione simile alla guerra commerciale del 2018, gli importatori cinesi di gas liquefatto potrebbero essere costretti a sostituire le forniture statunitensi con carichi provenienti da altri mercati, come avvenne in passato. Di che numeri parliamo? Nel 2024 la Cina ha importato beni per un valore di 163 miliardi di dollari dagli Stati Uniti, tra cui 3,25 miliardi per il petrolio, 651,65 milioni per il Gnl e 520,99 milioni per il carbone, secondo i dati delle dogane cinesi. A fronte di questi scambi, l’inasprimento delle misure tariffarie da parte di Pechino potrebbe dunque accelerare gli sforzi cinesi di diversificare le proprie importazioni energetiche, con un maggiore ricorso a partner come la Russia e il Qatar.

Per quanto riguarda invece il greggio, nonostante sia il quarto produttore mondiale di petrolio, la Cina dipende per circa il 70% dalle importazioni e le recenti sanzioni statunitensi hanno interrotto una parte delle forniture provenienti dalla Russia e dall’Iran. Tanto che le importazioni di greggio statunitense da parte della Cina sono diminuite del 33% nel 2024, passando a 193.000 barili al giorno. In caso di un nuovo conflitto commerciale, alcuni analisti sentiti da S&P Global Commodity Insights suggeriscono che i principali acquirenti asiatici di greggio Wti potrebbero approfittare della situazione, procurandosi carichi spot aggiuntivi di greggio statunitense, come accaduto in passato. Da sottolineare inoltre che la Cina, parallelamente ai nuovi dazi verso gli Usa, ha anche deciso di rafforzare il controllo sulle esportazioni di cinque minerali critici, tra cui molibdeno, tungsteno e tellurio. Tutti essenziali per diverse industrie, tra cui quella aerospaziale, solare e militare. E la decisione di limitare le esportazioni di questi materiali è stata proprio giustificata dalla necessità di salvaguardare la sicurezza e gli interessi nazionali.

Detto questo “le misure sono piuttosto modeste, almeno rispetto alle mosse degli Stati Uniti, e sono state chiaramente calibrate per cercare di inviare un messaggio agli Stati Uniti (e al pubblico nazionale) senza infliggere troppi danni”, ha affermato in una nota Julian Evans-Pritchard, responsabile di China Economics presso la società di analisi finanziaria Capital Economics. I dazi cinesi colpiscono al massimo 20 miliardi di dollari delle importazioni annuali del Paese dagli Stati Uniti, circa il 12% del totale, una cifra “ben lontana” dagli oltre 450 miliardi di dollari di beni cinesi presi di mira dagli Stati Uniti, ha aggiunto, secondo quanto riportato dalla Cnn.
Di fronte a queste cifre e con un previsto calo della domanda cinese, i prezzi del petrolio e del gas – specie in Europa – hanno messo la retromarcia. Soprattutto il Ttf scambiato ad Amsterdam è in calo di oltre il 3% a 52 euro per megawattora. Discorso diverso per il greggio. Dopo essere sceso del 3% a 70,5 dollari al barile, il Wti texano rimbalza fino alla parità perché crescono le voci per un inasprimento delle sanzioni all’Iran con l’obiettivo di tagliare completamente le sue esportazioni di petrolio, aumentando di fatto la domanda di greggi tradizionali come appunto il Wti e il Brent europeo, scambiato attorno a quota 76 dollari al barile.

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Prendiamo a prestito il ‘Make Europa great again’ ma per rispondere a Trump

‘Make Europe great again’ è lo slogan che  coniato da Elon Musk – scimmiottando il Make America great again – e lanciato su X per sostenere la salita al governo dell’estrema destra tedesca ma  già usato a suo tempo dal premier ungherese Victor Orban. Noi lo prendiamo a prestito come stimolo -invece – per rispondere al decisionismo estremo del presidente Donald Trump. In particolare e senza dubbi sul tema dei dazi. Chi pensava che il tycoon non avrebbe messo a terra ciò che aveva promesso ai suoi concittadini durante la campagna elettorale è stato smentito. E non solo riguardo alle misure difensive/offensive in tema di economia. Ad esempio, Trump aveva aveva anticipato che sarebbe uscito dall’Accordo di Parigi e lo ha fatto; aveva garantito una politica durissima contro gli immigrati irregolari e non ha perso tempo al confine tra Usa e Messico; aveva profilato una politica energetica di assalto e infatti ha subito lanciato il ‘drill, baby, drill’.

Insomma, Trump non si sta tirando indietro soprattutto con i dazi. Prima mossa contro Canada e Messico, poi toccherà alla Cina e infine all’Europa. “che ci ha trattato male”, ha ripetuto più volte. Di qui sarebbe bello e utile che facessero davvero  ‘l’Europe great again’, nella speranza che questo slogan preso a prestito e a presa rapida come l’attaccatutto possa diventare  il vademecum per un cambio di passo da parte del vecchio Continente. Ormai ineludibile.

Di fronte alla minaccia trumpiana, solo un’Europa coesa in tutte le sue 27 componenti può resistere e provare a ricostruirsi una dignità. Se, al contrario, prevarranno gli interessi dei singoli Paesi sul bene comune, è probabile che il presidente americano stravinca questa sfida e l‘Europa diventi ancora più marginale nel contesto mondiale. Anche perché, va detto, i dazi non fanno bene a nessuno, né a chi li impone né a chi li subisce. E di dazi si può anche morire. Giusto per farsi un’idea, le esportazioni americane verso Cina, Europa, Canada e Messico valgono il 4% del Pil degli Stati Uniti, mentre le esportazioni della Cina o dell’Unione europea verso l’America valgono meno del 3% del Pil di ciascuna delle due aree. Si tratta di cifre, riscontri che devono portare a riflessioni allargate e che devono elidere l’immobilismo e la burocratizzazione. A Strasburgo e Bruxelles devono fare in fretta e bene.

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Petrolio, gas, difesa e commercio: ecco perché l’Artico fa gola al mondo

Il ghiaccio marino si scioglie e la voglia di Artico esplode. L’America di Donald Trump, i Paesi nordici, la Russia di Vladimir Putin e anche la Cina sono impegnati in una competizione per l’influenza su questo territorio, mentre si rivela il potenziale economico e il valore strategico della regione polare. “Si dice che l’Artico nel suo complesso contenga il 25% delle riserve mondiali non scoperte di idrocarburi convenzionali”, spiega Mikaa Blugeon-Mered, docente di geopolitica a Sciences Po, riferendosi a un rapporto del Servizio geologico statunitense (USGS). Ed è, quindi, facile intuire il perché delle ambizioni geopolitiche ed economiche sul territorio da parte del resto del mondo.

Il riscaldamento globale sta causando un rapido scioglimento dei ghiacci polari nell’Artico, che sta stimolando l’attività economica, compreso il turismo, nonostante l’ambiente inospitale. Secondo l’osservatorio Copernicus, l’Artico europeo è la regione che si riscalda più rapidamente al mondo.

I Paesi confinanti cercano di accedere al petrolio, al gas e ai minerali che abbondano sotto la superficie, oltre che alle vaste riserve ittiche della zona. Per quanto riguarda il Passaggio a Nord-Est, una rotta marittima al largo delle coste della Siberia che è diventata gradualmente praticabile a causa del riscaldamento globale, promette di far risparmiare tempo – da una a due settimane – e carburante per collegare l’Europa e l’Asia rispetto alla rotta tradizionale attraverso il Canale di Suez.

Ma l’Artico ha anche implicazioni militari. “Da un punto di vista geopolitico, la regione è centrale. Per gli aerei e i missili, la via più breve tra (…) la Russia e gli Stati Uniti passa attraverso l’Oceano Artico. È anche un’area dove ci sono molti sottomarini che pattugliano e dove i russi hanno le loro più grandi basi militari”, spiega Njord Wegge, professore dell’Accademia militare norvegese.

Una “linea di faglia” che sta stuzzicando l’appetito del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, il quale ha espresso a gran voce il suo progetto di annettere l’enorme isola artica della Groenlandia. Sabato ha promesso che gli Stati Uniti “prenderanno” il territorio autonomo danese. Come, però, non è ancora chiaro.

La fine della Guerra Fredda ha inaugurato un’era di cooperazione tra gli otto Stati costieri: Norvegia, Danimarca (attraverso il territorio autonomo della Groenlandia), Svezia, Finlandia, Russia, Stati Uniti, Canada e Islanda. Ma il Consiglio Artico, che riunisce questi Paesi dal 1996, ha perso la sua capacità di azione, soprattutto dopo l’invasione russa dell’Ucraina nel 2022.

“La linea di demarcazione è di tipo militare, poiché sette degli otto Paesi della regione artica sono membri della NATO”, sottolinea Blugeon-Mered. Oltre il 50% delle coste artiche è russo e Mosca sfrutta l’area da decenni. Secondo una raccolta di dati compilata da questo ricercatore, oltre l’80% del gas russo e il 60% del petrolio sono prodotti nell’Artico. Per Max Bergmann, del think tank americano CSIS, è la Russia a rappresentare la più grande minaccia per gli Stati Uniti. “La minaccia è rappresentata dalla continua militarizzazione dell’Artico da parte della Russia e dalla nostra scarsa presenza”, dice l’esperto. Tuttavia, il ricercatore non approva l’espansionismo di Donald Trump, che considera “inutile”. A suo avviso, “prendere la Groenlandia (…) sovrastima la minaccia alla sicurezza nazionale”. “L’unico motivo per possedere la Groenlandia sarebbe quello di avere accesso a minerali” come le terre rare utilizzate nella transizione energetica e presenti in grandi quantità sull’isola danese, ritiene, ma il presidente “ha firmato decreti per fermare la transizione”.

L’Unione europea non è indifferente ai piani di Trump per la Groenlandia. Diversi leader hanno espresso le loro preoccupazioni negli ultimi giorni. Ad aggravare le tensioni regionali, la Cina, un altro attore importante ma non rivierasco nell’Artico, sta avanzando la sua posizione nella regione. “I russi non hanno altra scelta che collaborare con la Cina (…) il principale acquirente a lungo termine delle risorse dell’Artico russo”, analizza Blugeon-Mered, riferendosi alle perdite commerciali di Mosca in Europa dall’inizio della guerra in Ucraina.

Washington non vede di buon occhio il crescente potere di Pechino nell’Artico. A luglio, il Pentagono ha messo in guardia contro una maggiore cooperazione sino-russa nella regione. Mentre la Russia ha rafforzato la sua presenza militare nell’Artico riaprendo e modernizzando diverse basi e campi d’aviazione abbandonati dalla fine dell’era sovietica, la Cina ha iniettato fondi nell’esplorazione e nella ricerca polare. “Mentre i russi cedono spazio alla Cina, la Cina penetra di fatto. E per gli americani, siano essi repubblicani o gran parte dei democratici, questo è percepito come un rischio”, spiega Blugeon-Mered.

Meloni chiude accordi nel Golfo con spettro dazi Usa: “Scontro non conviene a nessuno”

Giorgia Meloni chiude la visita nel Golfo portando a casa accordi su energia, difesa, archeologia per 10 miliardi. Ma continua a guardare Oltre-Atlantico, dove parte la minaccia dei dazi sui prodotti europei. La premier, recentemente oggetto di lusinghe da parte di Donald Trump, ricorda in Arabia Saudita che la questione del surplus commerciale degli Stati Uniti “non nasce con Trump“: “Nel 2023 tra Europa e Stati Uniti nel commercio di beni c’era un surplus a favore dell’Europa di oltre 150 miliardi, è un dato importante“, osserva, ammettendo di comprendere le ragioni degli Stati Uniti, “la stessa questione che noi poniamo nei confronti della Cina“. Ma si tratta di economie complementari, interconnesse e lo scontro, avverte, “non conviene a nessuno“. La soluzione, secondo la premier italiana, passa dal “dialogo” e da un punto di caduta “equilibrato“.

In due giorni Meloni visita l’Arabia Saudita e il Barhein, nell’ambito degli sforzi del governo di Roma per rafforzare la collaborazione con i Paesi del Golfo su temi di interesse comune.

Ad Al-Ula Meloni incontra il principe ereditario e primo ministro dell’Arabia Saudita, Mohamed bin Salman Al Saud, con cui firma una dichiarazione congiunta che “eleva i rapporti bilaterali a un partenariato strategico, avviando una cooperazione strutturata“, viene spiegato. Tra le iniziative concordate, l’organizzazione nei prossimi mesi di un business forum settoriale e l’avvio di un processo per definire un piano d’azione con priorità condivise. I due leader si confrontano su diverse questioni globali e regionali di rilievo, anche nel contesto delle relazioni tra Unione europea e Consiglio di Cooperazione del Golfo. Al centro Ucraina, Gaza, Libano. Ma anche l’approccio alla transizione energetica che entrambi concordano debba essere basato sulla neutralità tecnologica e sulle interconnessioni tra reti e lo sviluppo di data center e iniziative comuni per il progresso sostenibile in Africa. Gli accordi sono stati siglati nel corso di una tavola rotonda con rappresentanti pubblici e privati di entrambi i Paesi. Tra questi, intese dal settore privato per collaborazioni in Africa, in linea con il Piano Mattei.

Nel Barhein, prima visita di un presidente del Consiglio italiano nel Regno, Meloni incontra il Re Hamad bin Isa Al Khalifa e il Principe Ereditario e primo ministro Salman bin Hamad Al Khalifa, che al momento guidano la presidenza di turno della Lega Araba. Dialogo interreligioso, migrazioni e sviluppo al centro di colloqui nei quali vengono approfondite le relazioni bilaterali e in particolare la promozione degli investimenti reciproci per, spiega Palazzo Chigi, “creare nuovi strumenti che possano aumentare il flusso economico finanziario“.

Entrambe le visite non sono “di cortesia“, precisa la premier. “C’è un focus del Governo italiano che va avanti ormai da oltre due anni, particolarmente incentrato sul Mediterraneo allargato“, mette in chiaro facendo un bilancio del viaggio. Parla di occasioni per lavorare su “risultati concreti per l’Italia”. Nel dettaglio, la scelta in Arabia Saudita è stata quella di elevare il livello della collaborazione a partenariato strategico. Ovvero, la creazione di un Consiglio che si riunisce periodicamente e monitora lo stato degli avanzamenti del lavoro comune sulle materie che vengono individuate: nello specifico energia, difesa, investimenti, archeologia. Sulle critiche sollevate dall’opposizione a proposito di un passato in cui Meloni si era detta molto critica nei confronti del regime saudita, la presidente del Consiglio minimizza: “L’opposizione mi rinfaccia qualsiasi cosa, ma non c’è contraddizione tra quello che io dicevo ieri e quello che faccio oggi“, chiosa, spiegando che i due Paesi hanno interesse a stringere accordi strategici in materie come quelle individuate. Diverso, si difende, è il tema posto in passato: “La questione, eventualmente, di chi dovesse favorire attività di proselitismo in Europa. Su questo io non ho cambiato idea, ma non mi pare che ci sia nulla di tutto questo nel lavoro che abbiamo fatto in questi giorni“.

Effetto Trump su petrolio e Gnl: il greggio cala, il gas ritorna a 50 euro

Il giorno il giuramento di Trump e il giorno dopo le promesse del neo presidente degli Stati Uniti su petrolio e gas – “trivelleremo, baby, trivelleremo” e “esporteremo il nostro gas in tutto il mondo” – i mercati navigano a vista. Greggio e gas prendono direzioni opposte, ma il sottofondo non è dei più accomodanti. C’è come la sensazione che tutto possa succedere.

I contratti futures sul petrolio Brent hanno registrato oscillazioni intorno ai 79 dollari al barile, in calo dell’1% dopo la discesa di ieri, a seguito dell’annuncio di Trump riguardo l’intenzione di aumentare la produzione di petrolio e gas negli Stati Uniti, dichiarando un’emergenza nazionale. Un’importante misura proposta da Trump prevede l’introduzione di tariffe del 25% sulle importazioni provenienti da Canada e Messico, che entreranno in vigore il 1° febbraio. Questa proposta ha contribuito a smorzare le aspettative di un rallentamento nelle politiche commerciali, ma la decisione di rimandare l’introduzione di imposte sulle importazioni cinesi ha mantenuto i mercati in un’incertezza relativa. Oltre alle tariffe commerciali, gli investitori seguono con attenzione anche la possibilità che l’amministrazione Trump imponga nuove sanzioni contro importanti esportatori di petrolio come Russia, Iran e Venezuela. Parallelamente, comunque, un calo del rischio geopolitico ha contribuito a contenere le oscillazioni dei prezzi, soprattutto dopo il cessate il fuoco tra Israele e Hamas, che ha portato a un accordo sul rilascio degli ostaggi.

Sul fronte del gas naturale, i prezzi in Europa sono tornati con un balzo di quasi il 3% fino a 50 euro per megawattora. I flussi di gas naturale russo attraverso l’Ucraina sono stati interrotti all’inizio dell’anno, dopo che i due governi non sono riusciti a raggiungere un accordo, ma sebbene l’International Energy Agency abbia osservato che questa interruzione non rappresenti un rischio immediato per la sicurezza dell’approvvigionamento dell’Ue, si prevede un aumento delle importazioni di Gnl in Europa, con stime che indicano un incremento di oltre il 15% nel 2025. Attualmente, i livelli di stoccaggio del gas dell’Ue si aggirano intorno al 60% della capacità totale, con gli esperti che suggeriscono che la situazione potrebbe comportare una maggiore dipendenza dalle importazioni di Gnl nei prossimi anni. Anche perché, come ha riportato Bloomberg, Trump ha invitato l’Europa ad acquistare il suo gas, o saranno dazi.
Sul fronte americano, va infine specificato, che per i trader la revoca della moratoria sulle nuove licenze per le esportazioni di gas naturale liquefatto potrebbe aprire la strada a nuovi permessi, con un impatto potenzialmente positivo sulla domanda di Gnl da parte dell’Europa e dell’Asia. Magari a prezzi più bassi.