Auto, la mappa interattiva del numero di veicoli Euro5 nelle province italiane

Nella mappa interattiva di GEA il numero delle auto Euro 5 nelle province italiane e la percentuale sul totale del parco auto circolante. A partire dall’1 ottobre e fino al 15 aprile 2026 – nei giorni feriali dalle 8.30 alle 18.30 – i veicoli diesel con standard di emissioni Euro5 non potranno più circolare liberamente nei comuni con popolazione superiore ai 30mila abitanti in Lombardia, Piemonte, Veneto ed Emilia-Romagna. La decisione fa seguito alla procedura d’infrazione europea per il superamento dei valori di inquinamento atmosferico nella Pianura Padana. La Lega ha depositato un emendamento al decreto Infrastrutture per rinviare l’entrata in vigore delle restrizioni.

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L’industria automobilistica in sospeso per le restrizioni cinesi sulle terre rare

Tensioni sulle scorte, carenze, interruzioni della produzione: l’industria automobilistica mondiale è in sospeso a causa delle restrizioni imposte dalla Cina sulle esportazioni di terre rare, di cui detiene il quasi monopolio, arma cruciale nella sua battaglia commerciale con Washington.

Secondo l’Agenzia internazionale per l’energia, la Cina domina oltre il 60% dell’estrazione mineraria dei metalli denominati “terre rare” e il 92% della loro produzione raffinata a livello mondiale, grazie a sovvenzioni pubbliche e normative ambientali accomodanti. In piena guerra commerciale con Washington, dall’inizio di aprile Pechino impone alle aziende cinesi l’obbligo di richiedere una licenza prima di esportare in qualsiasi paese questi materiali, tra cui i “magneti di terre rare” indispensabili al settore automobilistico. Si attendeva un allentamento dopo i colloqui ad alto livello tra Cina e Stati Uniti tenutisi in Svizzera a maggio, ma secondo gli industriali, le autorizzazioni all’esportazione non sono riprese in misura sufficiente, il che ha portato Washington a denunciare il mancato rispetto dell’accordo di Ginevra.

“Dall’inizio di aprile sono state presentate alle autorità cinesi centinaia di domande di licenze di esportazione, ma solo un quarto circa sembra essere stato approvato”, ha denunciato l’Associazione europea dei fornitori di componenti automobilistici (Clepa). “Le procedure sono opache e incoerenti da una provincia all’altra, con alcune licenze rifiutate per motivi procedurali mentre altre richiedono la divulgazione di informazioni sensibili di proprietà intellettuale”, si spiega.

Alcune terre rare (neodimio, disprosio…) consentono di produrre potenti magneti, di cui la Cina assicura il 90% della produzione mondiale. Questi magneti hanno “un ruolo essenziale nei motori elettrici, nei sensori di servosterzo, nei sistemi di frenata rigenerativa, tra le altre funzionalità avanzate dei veicoli”, spiegano gli esperti della società Bmi. La situazione mette in luce la forte dipendenza del resto del mondo: secondo Bmi, l’Europa importa dalla Cina il 98% dei suoi magneti a terre rare. Inoltre, osserva, se l’Ue cerca di aumentare la produzione di terre rare, “queste attività in Europa faticano a competere con i produttori cinesi in termini di costi” e sono ben lontane dal poter soddisfare la domanda del settore automobilistico. Gli sforzi compiuti in Europa per diversificare le forniture (…) non offrono alcuna soluzione a breve termine“, insiste la Clepa.

Una soluzione sarebbe quella di produrre i motori per automobili in Cina prima di esportarli, ”ma i produttori di componenti dovrebbero riallineare le loro catene di approvvigionamento e ciò potrebbe richiedere nuove omologazioni”, avvertono gli esperti di Jefferies. L’industria sta già soffrendo. “Con una catena di approvvigionamento globale profondamente interconnessa, queste restrizioni stanno già paralizzando la produzione dei fornitori europei”, insiste Benjamin Krieger, segretario generale della Clepa. La federazione riferisce di “gravi perturbazioni” in Europa, dove queste restrizioni “hanno portato alla chiusura di diverse linee di produzione e stabilimenti”. “Si prevedono ulteriori ripercussioni nelle prossime settimane con l’esaurimento delle scorte”, avverte.

“La lentezza delle formalità doganali (in Cina) costituisce un problema. Se la situazione non evolve rapidamente, non si possono escludere ritardi o addirittura perdite di produzione“, conferma all’AFP Hildegard Müller, presidente della federazione automobilistica tedesca Vda. Il costruttore Mercedes-Benz, senza fare riferimento a ”restrizioni dirette“, assicura di essere in ”stretto contatto“ con i suoi fornitori in una situazione di ”grande volatilità”. In Giappone, Suzuki ha annunciato giovedì “di aver interrotto la produzione di alcuni modelli a causa di una carenza di componenti”, di terre rare secondo il quotidiano Nikkei.

Negli Stati Uniti, Ford ha dovuto chiudere per una settimana lo stabilimento di Chicago che produce il Suv ‘Explorer’ a causa delle carenze, riferisce Bloomberg. Interrogata dall’AFP, Ford ha rifiutato di “commentare i problemi di approvvigionamento”. In India, il produttore di scooter Bajaj Auto ha avvertito che le restrizioni cinesi potrebbero influire sulla sua produzione nel mese di luglio. “La lentezza nell’elaborazione delle richieste (di esportazione) sembra causare gravi carenze”, afferma Cornelius Bähr, dell’Istituto economico IW, invitando a “prendere sul serio” il rischio di esaurimento delle scorte entro la fine di giugno nelle aziende tedesche.

Anche l’elettronica, grande consumatrice di terre rare, potrebbe risentirne: “La preoccupazione cresce a vista d’occhio, molte aziende dispongono solo di risorse per poche settimane o mesi”, spiega Wolfgang Weber, presidente della federazione tedesca del settore (Zvei). Tuttavia, la telefonata avvenuta giovedì tra Donald Trump e il suo omologo cinese Xi Jinping sembra aver aperto la strada a un allentamento. “Non dovrebbero più esserci questioni relative alla complessità (per l’esportazione) dei prodotti contenenti terre rare”, ha dichiarato Trump. Sebbene una rapida risoluzione del conflitto commerciale rimanga incerta, i resoconti del colloquio indicano che “è stato raggiunto un accordo per superare gli ostacoli immediati, in particolare sui minerali critici”, osserva Wendy Cutler dell’Asia Society Policy Institute.

Vendite di Tesla in Europa dimezzate ad aprile. Volano case cinesi

Aprile nero per le vendite di Tesla in Europa, dove le immatricolazioni si sono più che dimezzate. Buoni risultati, invece, per i costruttori cinesi nel Vecchio Continente. E’ quanto emerge dai dati diffusi dall’Acea, l’associazione europea dei costruttori di automobili. Frenata dalla reputazione del suo amministratore delegato Elon Musk e da una gamma ormai obsoleta, il marchio americano ha visto le immatricolazioni nell’Unione Europea diminuire del 52,6% ad aprile e del 46,1% dall’inizio dell’anno. Tesla è scesa all’1,1% di quota di mercato nei primi quattro mesi del 2025, con 41.677 veicoli venduti contro i 77.314 dello stesso periodo dell’anno scorso.

Leader nelle vendite di auto elettriche fino al 2024, Tesla è stata superata in questa categoria in Europa nel mese di aprile da un totale di dieci marchi, tra cui Volkswagen (che recupera così il suo ritardo nel settore elettrico), Bmw, Renault ma anche la cinese Byd, secondo la società Jato Dynamics. Il nuovo piccolo Suv elettrico di Skoda (gruppo Volkswagen), l’Elroq, si è posizionato in testa alle vendite. La Tesla Model Y, ex regina del mercato, è nona.

Le auto elettriche continuano tuttavia la loro conquista del mercato europeo (+26,4% su base annua), raggiungendo il 15,3% delle vendite ad aprile, secondo l’Acea. In questo settore l’andamento è molto contrastante nei vari paesi europei, in particolare a seconda dei bonus e dei vantaggi fiscali distribuiti dai governi. Germania, Belgio, Italia e Spagna hanno visto esplodere le vendite di auto elettriche, mentre la Francia è in leggero calo. “Le vendite di veicoli elettrici stanno lentamente prendendo piede, ma la crescita rimane molto graduale e disomogenea tra i paesi dell’Ue”, dice Sigrid de Vries, direttore generale dell’Acea. “Affinché i veicoli elettrici diventino una scelta comune – sottolinea – è essenziale che i governi continuino a creare le condizioni necessarie, come incentivi all’acquisto e fiscali, infrastrutture di ricarica e prezzi (bassi) dell’elettricità”, ha sottolineato Sigrid de Vries.

In questo contesto, con i prezzi di vendita più accessibili, le auto ibride (con una piccola batteria elettrica che si ricarica durante la guida) continuano a dominare il mercato europeo (+20,8% dall’inizio dell’anno), conquistando quote di mercato finora riservate alle auto a benzina (-20,6%). Il gruppo Volkswagen continua a dominare il mercato europeo (+2,9% ad aprile) e il numero 2 Stellantis inizia a limitare i danni dopo mesi difficili (-1,1%), spinto dai suoi marchi Peugeot, Jeep e Alfa Romeo. “I risultati di aprile in Europa – spiega un portavoce di Stellantis – confermano che il gruppo è sulla strada giusta per recuperare il terreno perduto”.

Le auto ibride ricaricabili (con motore a benzina e batteria elettrica che si ricarica collegandola alla rete elettrica) hanno registrato una ripresa (+7,8%), in particolare in Germania e Spagna, e rappresentano il 7,9% del mercato. Secondo l’analisi di Jato, le auto cinesi hanno contribuito “in modo significativo” al successo delle auto elettriche e ibride ricaricabili. I marchi come Byd, MG, Xpeng o Leapmotor hanno registrato un aumento del 59% in un anno in queste categorie, contro il 26% degli altri marchi. “Resta da vedere se l’Unione Europea risponderà al boom delle ibride ricaricabili cinesi imponendo dazi doganali”, come ha fatto per le auto elettriche, osserva Felipe Munoz della società Jato.

Stellantis aumenta quota mercato in Ue30 ad aprile: è prima volta nel 2025

Per la prima volta dall’inizio dell’anno, Stellantis aumenta la sua quota sul mercato totale Ue30 raggiungendo il 17,3% delle vendite in aprile, in crescita dello 0,1% rispetto allo stesso mese del 2024. Non solo. Due modelli del gruppo sono entrati nella top ten delle vendite, cioè Citroën C3 e Peugeot 208, mentre la Citroën ë-C3 si guadagna il podio del segmento B-Bev. Procede inoltre il trend positivo della raccolta ordini, che a metà maggio ha superato 1.000.000 di unità, grazie anche al grande contributo di Citroën C3/Aircross che sfiora le 100.000 unità e Peugeot 3008 (circa 50mila). Risultati che per Luca Napolitano, Commercial Operations Officer per Stellantis, rappresentano “un segnale estremamente promettente per il futuro e ci indicano che siamo sulla strada giusta per recuperare il terreno perduto”.

Ad aprile Stellantis conferma anche la leadership nelle vendite di vetture ibride con una quota del 15,1%, in crescita di 4,7 punti percentuali rispetto allo stesso mese dello scorso anni. Peugeot è il marchio che cresce più di tutti su questo mercato e raggiunge il quarto posto in classifica. Sul mercato totale dei veicoli commerciali, Stellantis Pro One in aprile si conferma prima col 31,1% di quota (+2.3 punti percentuali nei confronti di aprile 2024) e prima in 8 dei 10 mercati maggiori. Per Napolitano, i dati sono ancora più positivi se guardati nell’ottica di tutte le azioni del gruppo “atte ad agevolare la transizione alla mobilità elettrica”.

Sul totale anno, in Francia, Italia e Portogallo Stellantis mantiene saldamente la leadership sul mercato totale e su quello dei veicoli elettrici. In Italia Jeep Avenger è il Suv più venduto, mentre in Germania Stellantis registra una crescita dei volumi del 9.9% nel segmento dei veicoli passeggeri e del 6% sul mercato totale, mentre la Opel Corsa si conferma la prima city car sia in aprile sia sul totale anno. Ancora la Corsa sugli scudi nel Regno Unito, dove è la city car più venduta. Bene anche in Spagna, dove ad aprile Stellantis è prima nel segmento dei Bev, grazie soprattutto alla performance di Citroën ë-C3 e Peugeot e-2008 che sono tra i 10 best seller del mercato Progressi, dice Napolitano, “ottenuti su mercati particolarmente difficili e competitivi come Germania e Uk che hanno conseguito risultati importanti in termini sia di volumi che di quota mercato. A questo aggiungerei le brillanti prestazioni della Citroën C3: lanciata a fine anno scorso, ha velocemente scalato la classifica dei best seller del mercato totale UE30, sia nella sua versione termica che quella elettrica, fino a raggiungere la quinta posizione nel segmento B e la sesta sul mercato veicoli passeggeri in aprile”. Da evidenziare infine la performance di Alfa Romeo in Italia (miglior mese degli ultimi 5 anni, + 43% rispetto ad aprile 2024) e Francia, dove si è affermata tra i brand premium con i migliori risultati.

Dazi, case automobilistiche americane deluse da accordo Londra-Washington

L’Associazione dei costruttori automobilistici americani (AAPC), che rappresenta i tre gruppi storici Ford, General Motors e Stellantis (Chrysler, Jeep, ecc.), ha espresso la propria delusione per l’accordo commerciale annunciato ieri tra Londra e Washington.

L’industria automobilistica americana è strettamente legata al Canada e al Messico, cosa che non avviene tra gli Stati Uniti e il Regno Unito”, osserva Matt Blunt, presidente dell’AAPC, in un comunicato. “Siamo delusi che l’amministrazione abbia dato la priorità al Regno Unito piuttosto che ai partner”, ovvero il Canada e il Messico con cui Washington ha un accordo di libero scambio (ACEUM), ha proseguito.

L’ACEUM, concluso nel 2018 da Donald Trump durante il suo primo mandato presidenziale, è in vigore dal luglio 2020. Ieri Londra e Washington hanno presentato un accordo commerciale definito “storico”. Consente al Regno Unito di sfuggire alla maggior parte dei dazi americani sulle automobili e apre maggiormente il mercato britannico ai prodotti agricoli americani.

Le esportazioni britanniche erano state prese di mira dall’offensiva protezionistica di Donald Trump (+25% su acciaio, alluminio e automobili, +10% sul resto dei prodotti), come gli altri paesi (ad eccezione della Cina, soggetta a tasse più pesanti). I dazi doganali sulle automobili britanniche sono stati “immediatamente” ridotti, passando dal 27,5% – somma del dazio aggiuntivo del 25% e dei dazi doganali precedenti – al 10% per una quota annuale di 100.000 automobili. Secondo Downing Street, ciò corrisponde “quasi” al numero di veicoli esportati nel 2024 dal Regno Unito agli Stati Uniti. “In virtù di questo accordo, sarà ora meno costoso importare un veicolo britannico contenente pochissimi componenti americani rispetto a un veicolo fabbricato in Canada o in Messico nell’ambito del CUSMA con metà dei pezzi di ricambio americani”, afferma Blunt. Questa situazione “danneggerà le case automobilistiche americane, i fornitori e i dipendenti dell’industria automobilistica”, sottolinea, auspicando che questo “accesso preferenziale a scapito dei veicoli nordamericani non costituisca un precedente per i negoziati con i concorrenti asiatici ed europei”.

Trump allenta la pressione dei dazi sulle auto, ma la misura è temporanea

Il presidente americano Donald Trump ha alleggerito il carico dei dazi doganali per i costruttori automobilistici che producono negli Stati Uniti con componenti importati, evitando in particolare un accumulo delle imposte che sono in vigore dall’inizio di aprile. L’annuncio è arrivato in occasione dei primi 100 giorni del repubblicano alla Casa Bianca durante un comizio a Warren, vicino a Detroit, il cuore dell’industria automobilistica americana. “Vogliamo semplicemente aiutarli in questo periodo di transizione, ma a breve termine”, ha dichiarato il presidente prima di partire per il Michigan. “Se non potevano avere pezzi di ricambio, non volevamo penalizzarli”, ha aggiunto.

Dal 3 aprile, tutti i veicoli importati sul territorio americano sono tassati al 25%. Il decreto presidenziale firmato martedì esenta i costruttori automobilistici dal pagamento di altri dazi doganali, come quelli sull’acciaio o sull’alluminio, per evitare un cumulo. Pagheranno l’importo “più elevato”, ha precisato un responsabile del ministero del Commercio, affermando che queste nuove disposizioni avranno effetto retroattivo al 3 aprile.

I costruttori americani sono tra i più colpiti perché hanno stabilito fabbriche in Messico e Canada. Questi due paesi hanno un accordo di libero scambio con gli Stati Uniti, ma ciò non ha impedito a Donald Trump di includerli nella sua guerra commerciale mondiale. Il loro processo di produzione spesso comporta spostamenti tra i tre paesi. I pezzi di ricambio dovrebbero essere interessati al più tardi il 3 maggio. Alla chiusura della Borsa di New York, le azioni Ford erano in rialzo dell’1,30% e quelle di General Motors in calo dello 0,64%.

La Casa Bianca, inoltre, ha pubblicato sul suo sito web un decreto che istituisce un dispositivo di riduzione per due anni dei dazi doganali per i costruttori. Per tutti i veicoli fabbricati e venduti negli Stati Uniti con parti di ricambio importate, i costruttori americani e stranieri potranno così dedurre il 15% del prezzo di vendita raccomandato il primo anno – e il 10% il secondo – dai dazi doganali del 25% sulle importazioni successive. Questo corrisponderà, secondo quanto specificato nella dichiarazione, a una detrazione del 3,75% del prezzo consigliato nel primo anno (dal 3 aprile 2025 al 30 aprile 2026) e del 2,50% nel secondo (dal 1° maggio 2026 al 30 aprile 2027). Si tratta di “una riduzione e non di un rimborso”, ha precisato Trump, affermando che questo periodo di due anni è stato ritenuto sufficiente dagli industriali per installare una catena di approvvigionamento negli Stati Uniti. Non sono state fornite precisazioni sulle importazioni dalla Cina, che possono essere tassate fino al 245% (ad esempio i veicoli elettrici).

“Ford accoglie con favore e apprezza queste decisioni del presidente Trump, che contribuiranno ad alleggerire l’impatto dei dazi doganali sui costruttori automobilistici, i fornitori e i consumatori”, ha commentato Jim Farley, amministratore delegato del costruttore americano, prima dell’annuncio presidenziale, il cui contenuto era trapelato sui media già lunedì sera. Il costruttore “ritiene essenziali le politiche che incoraggiano le esportazioni e garantiscono una catena di approvvigionamento a costi accessibili per promuovere una maggiore crescita nazionale”, ha aggiunto. Da parte sua, l’amministratrice delegata di General Motors, Mary Barra, ha apprezzato “il sostegno del presidente Trump all’industria automobilistica e ai milioni di americani che dipendono da noi”. Stellantis, che oggi ha presentato i risultati del primo trimestre 2025 “si sta impegnando a fondo con le autorità politiche in materia di tariffe doganali, adottando al contempo misure per ridurne gli impatti”. “Proteggere l’azienda e al tempo stesso dialogare con le istituzioni governative competenti per facilitare l’implementazione e l’evoluzione informata dei provvedimenti” sono gli obiettivi indicati dal gruppo. Allo stesso tempo, “il management si sta attivando per adeguare i piani di produzione e individuare opportunità per migliorare gli approvvigionamenti”.

Dopo l’annuncio presidenziale, l’Associazione dei costruttori americani (AAPC), che rappresenta i tre storici costruttori Ford, GM e Stellantis (Chrysler, Jeep, Dodge, ecc.), ha accolto con favore queste decisioni. “L’applicazione di dazi multipli sullo stesso prodotto o sullo stesso pezzo di ricambio rappresentava una preoccupazione importante per i costruttori americani e siamo lieti che la questione sia stata risolta”, ha commentato Matt Blut, presidente dell’associazione, salutando anche il dispositivo di deduzione. Ha precisato che il decreto presidenziale sarà “esaminato attentamente” per valutarne l’“efficacia” nell’alleggerire il conto doganale.

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Stellantis sospende le previsioni per il 2025: “Troppe incertezze legate ai dazi, ma bene misure riduzione”

Stop alla guidance finanziaria per il 2025 a causa delle incertezze legate alle tariffe doganali, alla loro evoluzione e alla “difficoltà di prevederne i possibili impatti sui volumi di mercato e sul panorama competitivo”. In sostanza, l’alleggerimento dei dazi sul settore automotive annunciato dal presidente Usa, Donald Trump non è sufficiente a rassicurare le aziende che ora puntano tutto sulla prudenza. In primis Stellantis, che nel giorno in cui annuncia i risultati del primo trimestre – non troppo lusinghieri – spiega che “non è possibile al momento garantire una previsione con un grado di accuratezza adeguato”. Ma, assicura il Cfo, Doug Ostermann, “l’azienda si impegna a ripristinare le previsioni finanziarie quando sarà in grado di farlo in modo attendibile”. Il contesto, insomma, è ancora troppo “turbolento”, anche perché il quadro politico sui dazi “è cambiato rispetto a quando abbiamo fissato le nostre previsioni per il 2025 e continua ad evolversi”. In ogni caso il gruppo apprezza naturalmente le misure di alleggerimento dei dazi” decise da Trump e valutando “l’impatto della nuova politica sulle nostre attività in Nord America. Ciononostante, permangono forti incertezze”.

Su questo fronte l’obiettivo del gruppo non cambia: “proteggere l’azienda e al tempo stesso dialogare con le istituzioni governative competenti per facilitare l’implementazione e l’evoluzione informata dei provvedimenti”. Allo stesso tempo, “il management si sta attivando per adeguare i piani di produzione e individuare opportunità per migliorare gli approvvigionamenti”.

Stellantis produce al di fuori degli Stati Uniti (in Messico e Canada) i due quinti delle auto che vende nel Paese. Sebbene abbia annunciato un aumento della produzione americana, ha già dovuto sospendere l’attività in alcuni stabilimenti per adeguarsi al nuovo costo dei componenti legato ai dazi doganali e al rallentamento del mercato americano.

In questo contesto, risultati del primo trimestre non sono eccezionali. I ricavi sono stati pari a 35,8 miliardi di euro, in calo del 14% rispetto al 1° trimestre 2024, principalmente, “a causa dei minori volumi di consegne, nonché di un mix e di prezzi sfavorevoli”. Nello stesso periodo dello scorso anno i ricavi netti erano stati pari a 41,7 miliardi di euro. Diminuiscono anche le consegne consolidate, che da gennaio a marzo sono state pari a 1.217 mila unità (118.000 in meno), in calo del 9%. Il dato, spiega il gruppo, “riflette la minore produzione in Nord America, conseguenza del prolungamento di inattività festiva in gennaio, l’impatto della transizione del portafoglio prodotti e i minori volumi di LCV nell’Europa allargata”.

Ecco perché, di fronte a una performance “difficile e non all’altezza delle nostre aspettative”, ha spiegato Ostermann, “ora ci concentriamo sull’esecuzione della strategia, cioè sulle cose che possiamo controllare in un contesto molto turbolento”. Allo stesso tempo, ha ricordato, “stiamo assistendo a importanti progressi grazie alle nostre azioni di ripresa commerciale. Inoltre, stiamo procedendo bene con il lancio della nuova ondata di prodotti per il 2025, colmando le lacune di prodotto e ampliando le nostre opportunità”.

In Europa, la quota di mercato del primo trimestre 2025, pari al 17,3%, è stata superiore di 190 punti base rispetto al quarto trimestre 2024 e in Sud America, il cosiddetto ‘Terzo motore’, l’azienda ha mantenuto la sua posizione di leader, con una quota di mercato del 23,8%, in aumento di 1,5 punti percentuali. “La ripresa commerciale” negli Usa “è in una fase iniziale”, ha detto il Cfo, e “stiamo assistendo a progressi incoraggianti”.

 

Stellantis, Elkann: “2024 anno difficile”. E sui dazi mostra fiducia: “Intesa Ue-Usa è possibile”

Il 2024 “non è stato un buon anno per Stellantis. I motivi sono stati in parte di nostra competenza, il che ha reso il risultato ancora più deludente”. John Elkann, aprendo l’Assemblea degli azionisti, rimarca quanto annunciato già a fine febbraio, cioè che lo scorso anno non è sicuramente da ricordare in positivo per le performance economiche. L’utile netto, infatti, è sceso a 5,5 miliardi di euro, in calo del 70%, quello operativo rettificato di a 8,6 miliardi di euro (-64% con un margine AOI del 5,5%). Calano anche i ricavi, pari a 156,9 miliardi di euro, segnando -17% rispetto al 2023. Le consegne sono diminuite del 12% a livello globale (sono state 5,4 milioni). L’Assemblea ha dato il via libera al bilancio.

A pesare, ricorda Elkann, è stato anche “il disallineamento tra il Consiglio di amministrazione e il nostro ceo Carlos Tavares”, situazione che lo ha portato “a lasciare l’azienda all’inizio di dicembre del 2024”. Da allora, dice il presidente di Stellantis, il Comitato esecutivo ad interim, “che il Consiglio mi ha chiesto di presiedere, ha lavorato con tutti i nostri team nella gestione quotidiana dell’azienda” e “sono state intraprese azioni importanti e decisive per garantire” che il gruppo “sia nella posizione più forte possibile quando verrà nominato il nostro nuovo Ceo”, entro la prima metà del 2025. E proprio quest’anno, spiega agli azionisti il presidente, “siamo concentrati sul lancio di nuovi prodotti e sul miglioramento delle nostre attività in un contesto molto difficile nei nostri due principali mercati”.

Già, e i motivi per cui il settore “è sotto pressione” e l’industria automobilistica “è a rischio”, non sono pochi e viaggiano tra le due sponde dell’Atlantico. Colpa, dice Elkann, di “scelte politiche e normative” dell’Europa e degli Stati Uniti, di un “percorso di tariffe dolorose e regolamenti troppo rigidi”. A cominciare dai dazi imposti dall’inquilino della Casa Bianca, Donald Trump, che lo stesso presidente di Stellantis ha incontrato all’inizio di aprile a Washington. In quella occasione aveva chiesto maggiore chiarezza per poter lavorare sulla competitività. Il tema, infatti, è che “oltre al dazio del 25% imposto sui veicoli, siamo colpiti da una serie di dazi aggiuntivi, tra cui quelli su alluminio, acciaio e componenti”, dice Elkann. Uno spiraglio, però, forse c’è e “non è troppo tardi” se Usa e Ue intraprendono “le azioni urgenti necessarie per promuovere una transizione ordinata. Siamo incoraggiati da quanto indicato ieri dal presidente Trump sulle tariffe per l’industria automobilistica”. Il repubblicano, infatti, sta valutando di esentare temporaneamente le case automobilistiche dalle nuove imposte.

In Europa, invece, a pesare sono le normative sulle emissioni di CO2 che “hanno imposto un percorso irrealistico di elettrificazione, scollegato dalla realtà del mercato”. In effetti, precisa Elkann “i governi europei hanno ritirato, a volte bruscamente, gli incentivi all’acquisto e l’infrastruttura di ricarica rimane inadeguata. Di conseguenza, i consumatori tardano a passare ai veicoli elettrici”. Serve, quindi, un’inversione di rotta, è il ragionamento del presidente di Stellantis, altrimenti “sarebbe una tragedia, perché l’industria automobilistica è fonte di posti di lavoro, innovazione e comunità forte”.

Un terzo degli azionisti di Stellantis (il 33,07%), intanto, nel corso dell’Assemblea ha votato contro il Remuneration Report 2024, che include i compensi per i manager e la buonuscita dell’ex amministratore delegato Carlos Tavares, che riceverà 23,085 milioni di euro di compensi complessivi relativi al 2024 e una buonuscita totale di 12 milioni di euro, che sarà pagata nel 2025. Sul piede di guerra la Fiom: “Ancora una volta – dice il segretario generale Michele De Palma – vengono premiati i manager e gli azionisti di Stellantis mentre i lavoratori continuano ad essere in cassa integrazione”. 

 

 

Dazi, Ue pronta a rispondere al ‘fuoco amico’ Usa sulle auto. Ma negoziato va avanti

Ferma, proporzionata, solida, ben calibrata e tempestiva. Così il portavoce della Commissione europea per il Commercio, Olof Gill, descive la risposta che l’Unione europea darà ai dazi del 25% annunciati dal presidente Usa, Donald Trump, sulle importazioni oltre Oceano di automobili. Una reazione dai tempi di dispiegamento ancora incerti – “non posso parlare di tempistiche perché non sappiamo quali saranno queste misure future”  – ma a cui l’Ue si sta preparando: “Posso assicurare che sarà ferma, proporzionata, tempestiva, solida, ben calibrata e che otterrà l’impatto previsto”, scandisce Gill nella conferenza stampa quotidiana dell’esecutivo Ue.

La presidente Ursula von der Leyen si è detta “rammaricata” della decisione Usa, ricordando che l’industria automobilistica “è un motore di innovazione, competitività e posti di lavoro di alta qualità, attraverso catene di fornitura profondamente integrate su entrambe le sponde dell’Atlantico”. Le tariffe, ha ricordato, “sono dannose per le imprese e per i consumatori, sia negli Stati Uniti che nell’Unione Europea“. La strategia, ha spiegato von der Leyen, è quella di “continuare a cercare soluzioni negoziate, salvaguardando al contempo i propri interessi economici” e, allo stesso tempo, “proteggere i nostri lavoratori, le nostre imprese e i nostri consumatori in tutta l’Unione europea”.

La postura che Bruxelles vuole tenere è sulla preparazione al peggio, da un lato, e sulla ricerca di una soluzione negoziata dall’altro. “Il punto non è se siamo sorpresi o meno“, ma “se siamo preparati o meno, e qui la risposta è sempre sì: siamo preparati a salvaguardare i nostri interessi economici” contro “qualsiasi misura ingiusta e controproducente da parte degli Stati Uniti”. In tale contesto, però, la “priorità è trovare una soluzione negoziata, che funzioni per entrambe le parti”, nonostante il fatto che Bruxelles debba certificare che la spedizione di questa settimana a Washington del commissario al Commercio, Maros Sefcovic, “non ha prodotto alcun risultato negoziato che volevamo”, ma “ha offerto un’opportunità molto importante per noi di rafforzare i rapporti con la nuova Amministrazione statunitense”. Quindi, “i contatti tra l’Unione europea e l’amministrazione statunitense continuano e speriamo certamente che portino al tipo di risultati di cui stiamo parlando piuttosto che il contrario”, spiega Gill.

E, nel frattempo, l’Unione si guarda attorno: “Ovviamente stiamo parlando con alleati e partner globali in tutto il mondo di queste tariffe radicali e dannose annunciate dagli Stati Uniti perché danneggiano tutti, non solo Ue e Usa”. Oltre a non sbilanciarsi sui tempi, per ora Palazzo Berlaymont è riservato anche sulla lista dei prodotti su cui imporre contromisure da proporre agli Stati membri. “Prima di tutto posso dire che non vogliamo dover imporre contromisure sulle importazioni statunitensi nell’Ue” perché “crediamo sia un atto di autolesionismo economico da parte degli Stati Uniti”. Ma “ci prepariamo” e “l’elenco finale dei prodotti su cui proporre ai nostri Stati membri di imporre contromisure sarà ben selezionato per creare il massimo impatto nei confronti degli Stati Uniti e per ridurre al minimo l’impatto qui sulla nostra economia europea”.

Di fatto, la priorità dell’Ue resta, ancora, il dialogo. “Il primo aprile non accadrà nulla, perché la Commissione ha preso la decisione di allineare i tempi delle nostre due serie di contromisure”, ricorda Gill. Dal primo aprile avrebbero dovuto tornare in funzione le contromisure Ue del 2018 e del 2020 che erano state sospese. Ma “abbiamo sostanzialmente esteso quella sospensione affinché sia allineata con il nostro secondo elenco di contromisure su cui ci siamo consultati con le principali parti interessate” e che “presto useremo come base per l’elenco da proporre ai nostri Paesi”, illustra. “Abbiamo allineato le tempistiche per trovare in modo più efficiente il giusto equilibrio di prodotti” e per avere “più tempo per negoziare con gli americani”, perché “questa è la nostra massima priorità“, ricorda Gill. E in più, se il negoziato dovesse andare a vuoto, “questo approccio ricalibrato massimizza la nostra capacità di fornire la risposta più ferma e proporzionata possibile ai dazi americani”.

Se va in tilt l’auto in Cina e trequarti dei produttori rischiano la scomparsa

Il settore cinese dei veicoli a nuova energia è coinvolto in una feroce guerra dei prezzi che, secondo gli esperti, porterà a una brutale “gara di eliminazione” che durerà tre anni. In questo scenario, è improbabile che più di tre quarti delle aziende sopravvivano, come evidenziato in un’analisi pubblicata dal ‘South China Morning Post’.

La rapida evoluzione del mercato delle auto elettriche in Cina è ormai una realtà consolidata, con un numero di produttori che si è drasticamente ridotto. Verso la fine del decennio 2010, più di 400 produttori operavano nel paese, ma oggi quella cifra è scesa a circa 40, e la tendenza alla riduzione sembra destinata a proseguire. “Ce n’è uno che va offline ogni due mesi”, ha dichiarato He Xiaopeng, fondatore e Ceo di Xpeng Motors, uno dei principali produttori di auto elettriche cinesi. Questa continua onda di fusioni e acquisizioni, che sta riducendo il panorama competitivo, è descritta come un fenomeno estremamente rapido.

Solo negli ultimi due anni, importanti marchi come WM Motor e HiPhi hanno dichiarato bancarotta, mentre altri, come Jiyue, supportato da Baidu, sono stati costretti a ridimensionare le loro attività. Secondo He, l’ondata di chiusure continuerà per molti anni, e “probabilmente sopravviveranno meno di sette marchi”. La pressione sulla concorrenza del settore è tale che, durante l’incontro annuale delle “due sessioni” a Pechino, il premier Li Qiang ha annunciato l’intenzione del governo cinese di avviare una “repressione completa” del neijuan, il termine che descrive la concorrenza eccessiva e dannosa tra le aziende.

Il nuovo settore energetico cinese, che include produttori di auto elettriche e pannelli solari, è visto come una delle principali vittime di questa spirale competitiva, con molte aziende costrette a vendere a prezzi insostenibili per sopravvivere. Li Changdong, Ceo dell’azienda Guangdong Brunp Recycling Technology, ha cercato di minimizzare la situazione, sottolineando che l’eccessiva concorrenza è un problema temporaneo. “È come un problema localizzato che si vede nei primi 100 o 200 metri di una maratona”, ha dichiarato Li, prevedendo che la domanda nel settore crescerà in modo significativo nei prossimi cinque o dieci anni. Ma per far fronte alle difficoltà nei prossimi anni – si legge nell’analisi del ‘South China Morning Post’ – le aziende di veicoli elettrici cinesi dovranno concentrarsi sull’innovazione tecnologica e sulla globalizzazione.

Il settore dovrà cercare di adattarsi a una mentalità a lungo termine, puntando alla qualità e alla tecnologia piuttosto che alla competizione sui prezzi. “Se nell’ultimo decennio il tasso di penetrazione dei nuovi veicoli energetici in Cina è cresciuto dallo 0,5% a oltre il 50%, credo che nel prossimo decennio il tasso di adozione dei veicoli alimentati dall’intelligenza artificiale aumenterà dall’attuale meno del 5% a una cifra compresa tra il 50 e il 90%”, hanno dichiarato gli esperti del settore.

Tuttavia, le sfide non mancano, soprattutto a livello internazionale. I veicoli elettrici cinesi stanno affrontando crescenti barriere commerciali, in particolare in Occidente, dove i politici accusano la Cina di esportare la sua sovracapacità industriale e di danneggiare i settori manifatturieri locali. L’Unione Europea ha imposto dazi fino al 35,3% sulle auto elettriche cinesi, mentre Stati Uniti e Canada hanno raddoppiato i dazi del 100%. “Non ci preoccupa la presenza di dazi”, ha commentato He Xiaopeng. “Piuttosto, ci preoccupa l’assenza di politiche o rapidi cambiamenti improvvisi… Finché le politiche tariffarie saranno stabili e prevedibili, avremo la capacità di affrontare queste sfide attraverso la tecnologia e il miglioramento della qualità”. Infatti, nonostante le difficoltà, Xpeng Motors potrebbe espandere la sua presenza nei mercati occidentali, con He che ha affermato che l’azienda potrebbe annunciare il suo primo sito di produzione all’estero entro la fine dell’anno.