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Non solo petrolio: crisi Golfo mette a rischio mercati Gpl, nafta e cherosene

Il peggioramento della crisi in Medio Oriente mette sotto pressione le rotte energetiche globali, minacciando 14 milioni di barili di petrolio al giorno, ovvero circa un terzo del greggio trasportato via mare, che passa dallo Stretto di Hormuz. Anche i prodotti raffinati rischiano gravi ripercussioni: si stima che fino al 16% del commercio mondiale di Gpl e nafta possa essere colpito da eventuali interruzioni.

Lo stima l’ultima analisi di Bloomberg Nef, secondo cui attualmente attraverso lo Stretto transitano circa 1,5 milioni di barili al giorno di Gpl e 1,2 milioni di barili di nafta, con una particolare esposizione della nafta destinata agli impianti di raffinazione dell’Asia orientale: più di un terzo del traffico globale passa per Hormuz.

I mercati del Gpl sono già sotto stress dopo i problemi all’impianto Juaymah di Saudi Aramco, creando un rischio immediato per l’India, fortemente dipendente dalle forniture mediorientali. Sostituire queste spedizioni con carichi provenienti dagli Stati Uniti richiederebbe tempi più lunghi e complesse operazioni logistiche. Anche i distillati medi sono sotto osservazione: i flussi di diesel attraverso lo stretto superano quelli del carburante per aerei, ma quest’ultimo resta più vulnerabile sul mercato globale.

L’Europa, che importa oltre metà del suo cherosene per aviazione attraverso Hormuz, dovrebbe rivolgersi rapidamente a fornitori alternativi come India, Corea del Sud, Stati Uniti o la nuova raffineria Dangote in Nigeria in caso di blocco prolungato. La pressione si estende anche al diesel, aggravata dalle sanzioni europee contro i prodotti russi. Con l’Europa che aumenta l’uso di forniture non russe, alcuni paesi africani potrebbero ricorrere al diesel russo. La capacità produttiva russa è scesa a 5,15 milioni di barili al giorno nei primi 18 giorni di febbraio 2026 a causa dei continui attacchi dei droni ucraini, con un calo delle esportazioni di prodotti raffinati pari a 270.000 barili al giorno, soprattutto olio combustibile e diesel.

Iran, Meloni sente Starmer, Macron e Merz: “Diplomazia e stretto coordinamento militare”

Photo credit: governo.it

 

Per gestire in maniera coordinata la crisi in Medio Oriente, Giorgia Meloni sente il premier britannico Keir Starmer, con il presidente francese Emmanuel Macron e il cancelliere tedesco Friedrich Merz.

Nelle prossime ore e nei prossimi giorni saranno fondamentali un’intensa attività diplomatica e uno stretto coordinamento militare“, fa sapere in una nota il numero 10 di Downing Street. I leader condannano gli attacchi dell’Iran, accolgono con favore la “competenza di primo piano nel campo dell’intercettazione dei droni che il presidente Zelensky ha offerto ai partner nella regione” e sottolineano “l’importanza di garantire che il sostegno all’Ucraina continui su larga scala“.

Continuiamo a seguire con la massima attenzione gli sviluppi della crisi in Medio Oriente“, conferma sui social la premier italiana, assicurando che il Governo è al lavoro “senza sosta”, in contatto con gli alleati e con i partner della regione, per monitorare la situazione e tutelare la sicurezza dei concittadini.

Stiamo vigilando su tutti i fronti, dalla sicurezza agli effetti economici della crisi, valutando ogni possibile azione di mitigazione in questi ambiti“, scrive Meloni, ribadendo che l’Italia “continuerà a fare la sua parte con responsabilità e determinazione“. L’11 marzo, la presidente del Consiglio sarà in Parlamento per le comunicazioni sulla situazione internazionale.

Per il momento, insiste la premier, la priorità è “proteggere i nostri connazionali e lavorare, insieme ai nostri principali partner e alleati, per sostenere ogni iniziativa che possa condurre a un ritorno alla diplomazia e al dialogo tra le parti“.

Il ministro degli Esteri Antonio Tajani riunisce in videoconferenza le ambasciate italiane, incontra alla Farnesina l’ambasciatrice in Iran Paola Amadei, rientrata da Baku per fare il punto con il ministro sulla situazione, e riceve gli ambasciatori in Italia dei Paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo, Lega Araba, Azerbaijan e Turchia.

Dagli Emirati oggi, venerdì 6 marzo, partiranno 2.500 italiani complessivamente. Il ministero lavora anche al rientro di altri cittadini da Israele, che partiranno dall’Egitto. Per quanto riguarda le Maldive, è partito un primo volo NEOS, ma nelle isole sono rimasti bloccati circa 3.300 turisti: “Ci vorrà qualche giorno, perché stiamo dando priorità alle aree di guerra”, spiega Tajani.

Nella serata del 5 marzo sono usciti dall’Iran, e sono arrivati in Azerbaijan, tutti i cittadini italiani che volevano lasciare il paese e con loro anche gli ultimi diplomatici e tutto il personale dell’ambasciata italiana.

L’ambasciata resta temporaneamente chiusa a Teheran, ma aperta a Baku, chiarisce il vicepremier: “Continuiamo a avere un’ambasciata presso l’Iran che opererà però dalla capitale dell’Azerbaigian, quindi non c’è assolutamente un’interruzione delle relazioni diplomatiche, perché in questo momento noi crediamo che si debba continuare a parlare, il dialogo deve rimanere sempre aperto, il nostro obiettivo è quello di raggiungere nel tempo più rapido possibile la fine delle ostilità”.

Iran, Meloni convoca ministri e intelligence. Tajani e Crosetto in Parlamento

Il governo continua a monitorare gli impatti della crisi in Iran e nel Golfo. La premier Giorgia Meloni presiede un nuovo vertice a Palazzo Chigi con i ministri e l’intelligence. Per l’esecutivo, al tavolo siedono i vice Antonio Tajani (Esteri) e in collegamento Matteo Salvini (Infrastrutture e Trasporti), con Guido Crosetto (Difesa), Giancarlo Giorgetti (Economia) e i sottosegretari Alfredo Mantovano e Giovanbattista Fazzolari.

Dopo aver riferito due giorni fa in Senato davanti alle commissioni Esteri e Difesa, Tajani e Crosetto torneranno a riferire dell’evoluzione del quadro internazionale alle Camere.

L’attenzione è soprattutto rivolta agli italiani bloccati nelle aree coinvolte negli scontri. Questa mattina sono partiti altri due voli della Oman Air da Mascate in direzione di Roma con a bordo 249 cittadini, assistito dalla Farnesina. Si aggiungono i circa 2500 italiani rientrati nelle ultime ore da Abu Dhabi, Riad e Mascate, utilizzando voli commerciali facilitati dalla Farnesina e voli prenotati privatamente. Nei prossimi giorni altri voli, facilitati dal ministero degli Esteri con l’aiuto delle sedi diplomatico-consolari nella regione, partiranno da Abu Dhabi, Dubai, Mascate, Riad, Malè e Colombo verso l’Italia.

Intanto, a fronte delle turbolenze sui mercati internazionali dell’energia e dei carburanti, il Garante per la sorveglianza dei prezzi presso il Mimit, su indicazione di Adolfo Urso, ha convocato per venerdì 6 marzo due riunioni della Commissione di allerta rapida. La prima si terrà alle 9.30 e sarà dedicata all’andamento dei mercati energetici, con particolare riferimento ai prodotti petroliferi e ai carburanti. La seconda, alle 11.30, sarà focalizzata sulle possibili ricadute sull’inflazione, con specifico riguardo al carrello della spesa e al settore agroalimentare. Già da lunedì, su indicazione di Urso, era stato potenziato il monitoraggio del Garante dei prezzi lungo tutta la filiera dei carburanti, in particolare sui listini consigliati dalle compagnie, ai margini di distribuzione e ai prezzi alla pompa: i primi esiti sono stati trasmessi, ieri, alla Guardia di Finanza. Il Garante chiede alle principali compagnie petrolifere chiarimenti sulle variazioni dei prezzi, sul rapido adeguamento al rialzo dei listini di benzina e gasolio. Elementi che saranno approfonditi nel corso delle due riunioni della Commissione di allerta rapida in programma.

Quanto agli approvvigionamenti di energia, Gilberto Pichetto Fratin, dopo aver fatto un punto con Eni e Snam a Palazzo Chigi, rassicura: “Siamo il Paese che ha lo stoccaggio più alto d’Europa, abbiamo diversificato, quindi possiamo dire che non c’è una situazione di estrema gravità sui quantitativi di risorse”. L’Italia è in migliori condizioni di altri Paesi, “siamo a oltre il 50%, il più alto livello in Ue”, fa eco Urso rispondendo al Question Time della Camera. In piena emergenza, il ministro dell’Ambiente rivendica la scelta di non aver smantellato le centrali a carbone di Brindisi e Civitavecchia: “In questo momento, le tengo in riserva a freddo”, riferisce, precisando che non saranno riattivate, se non necessario, “a tutela dell’interesse del Paese”.

Iran, Gozzi (Federacciai): “Ue sospenda subito Ets, solo così fermerà i rincari”

Dopo l’attacco di Usa e Israele all’Iran i prezzi di petrolio e gas sono schizzati in alto. Rincari che colpiscono direttamente famiglie e imprese e su cui servono soluzioni immediate e efficaci. Conversando con GEA, è il presidente di Federacciai, Antonio Gozzi, a lanciare un appello: “L’Unione europea sospensione temporaneamente le Ets, anche con un provvedimento emergenziale: è l’unico modo per abbassare i prezzi di colpo”.

Il ragionamento parte dal fatto che la tassa europea sulle emissioni di Co2 dell’industria “vale dai 25 ai 30 euro, sospenderla momentaneamente significa far abbassare il prezzo dell’energia elettrica di 25-30 euro. E’ il solo strumento immediato che l’Europa ha in mano” tamponare l’emergenza. Poi, ovvio, si proseguirà la riflessione generale sulla revisione definitiva, anche se “sarà una discussione difficile – continua Gozzi – perché ci sono sono paesi che seguono la posizione italiana, come Belgio, Polonia o Slovacchia, e altri invece, in particolare quelli del Nord, che non ne vogliono sentir parlare perché non hanno industria e quindi non se ne importano”.

La parola d’ordine è contenere le ricadute delle tensioni in Medio Oriente, sebbene la visione dello Special Advisor per l’Autonomia Strategica Europea, Piano Mattei e Competitività di Confindustria sia legata soprattutto “alla durata del conflitto, su cui c’è incertezza”. Se si protraesse, infatti, le ricadute ci sarebbero eccome: sull’economia, il petrolio, ma soprattutto sul gas. “Dal Qatar esce il 20% del gas liquido mondiale. Venendo a mancare sul mercato globale una quantità di gas così elevata, le ripercussioni sarebbero molto forti e gravi sui prezzi”.

Anche l’export vive giorni incerti, dopo la reazione di Teheran che ha attaccato, di fatto, gli alleati americani dell’area, che sono partner commerciali di primo piano per l’Europa. “I Paesi del Golfo, gli Emirati Arabi Uniti e l’Arabia Saudita stanno diventando mercati molto importanti. Quindi, confidiamo nel fatto che l’economia di questi Paesi non si blocchi”, sottolinea Gozzi. Nel frattempo, nel dibattito politico, si discute della possibilità di frenare (o bloccare, come chiedono alcune categorie produttive) il percorso parlamentare del decreto Energia, temendo che le misure siano superate dagli eventi degli ultimi giorni. Non la pensa così il numero uno di Federacciai: “Chi dice che bisogna bloccare l’iter del decreto Energia, i rinnovabilisti? Al contrario: siccome il cuore di quel decreto è rimettere in discussione il sistema degli Ets, io credo che questo provvedimento sia quanto mai opportuno”. Del resto “l’ho detto in diverse, anche in sede di Consiglio generale di Confindustria: sulla valutazione economica degli effetti di questo decreto si discute molto, ma pure se provocasse poco o nessun risparmio il solo fatto che il governo del secondo paese più industriale d’Europa rimetta in discussione questo sistema è epocale, rispetto a un’Europa per cui le ETS fino a qualche giorno erano un tabù, qualcosa di cui nessuno poteva parlare perché era il ‘trittico religioso’ Greta Thunberg, Green Deal e ETS. Una sorta di ‘Spirito Santo’… e come si fa, quindi, a parlare male dello Spirito Santo?”.

Iran, costo energia preoccupa governo. Meloni convoca a Chigi vertici di Eni e Snam

Il costo dell’energia con la crisi in Medio Oriente è una delle priorità sul tavolo del governo, che valuta dei provvedimenti d’urgenza per le imprese. A Palazzo Chigi, Giorgia Meloni convoca i vertici di Eni e Snam.

Nel dettaglio, la premier presiede due riunioni. La prima (con il vicepresidente e ministro degli Esteri Antonio Tajani, il ministro della Difesa Guido Crosetto, il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica Gilberto Pichetto Fratin e i sottosegretari alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano e Giovanbattista Fazzolari) sugli ultimi sviluppi, con attenzione alle misure per garantire la sicurezza dei cittadini italiani presenti nelle aree coinvolte. Nel secondo incontro, agli esponenti dell’esecutivo si aggiungono gli amministratori delegati di Eni, Claudio Descalzi, e di Snam, Agostino Scornajenchi, per affrontare il tema della sicurezza energetica, con un’analisi dell’impatto attuale e potenziale delle ostilità sui mercati dell’energia e sull’economia, delle possibili azioni di mitigazione che il Governo potrebbe adottare nel breve e medio periodo.

Il governo sta valutando l’impatto che può avere il nuovo conflitto che dall’Iran viene propagato anche nei paesi vicini“, conferma in conferenza stampa il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso. “Ovviamente siamo preoccupati delle conseguenze che si possono avere sul costo dell’energia, a prescindere dall’approvvigionamento”, spiega rassicurando sulle forniture, perché, ricorda, “abbiamo i depositi di stoccaggio e comunque altri canali di approvvigionamento”. Il problema è il costo, che avverte: “Potrebbe crescere anche ulteriormente”. Molto dipenderà dal proseguo degli avvenimenti, “se e quando il conflitto sarà concluso“.

A livello europeo, per l’inquilino di Palazzo Piacentini, il conflitto in Iran deve spingere l’Unione a lavorare sull’affrancamento da Paesi terzi: “L’Europa deve ridurre la propria dipendenza dall’estero, nella prospettiva di medio e lungo termine per raggiungere un’autonomia strategica, sia nella produzione di energia – osserva Urso -, sia nell’approvvigionamento di materie prime critiche, minerali preziosi, terre rare e tutto quello che serve al nostro sistema produttivo, tanto più nella duplice sfida digitale e ambientale”. A breve, annuncia, si terrà un confronto tra il governo e il sistema produttivo del Paese per poi “realizzare le misure che possono meglio supportare il nostro sistema produttivo in questa fase così difficile come quella che si è determinata anche da questo nuovo conflitto”.

“Stiamo valutando se si possano avviare dei provvedimenti, soprattutto per le imprese che si occupano di commercio con l’estero“, rende noto Tajani, dopo aver parlato con Simest, Ice e Sace, per valutare “gli aiuti che si possono dare”. Ci sarà una “decisione complessiva del governo”, conferma, per sostenere le imprese che esportano, perché “il mercato dell’area del Golfo è un in forte crescita per le nostre esportazioni, quindi stiamo lavorando anche su questo”.

La premier sarà in Parlamento il 18 marzo per le comunicazioni in vista del Consiglio europeo, che saranno l’occasione per riferire anche sugli indirizzi di governo a proposito della crisi internazionale.

Israele lancia attacco di terra in Libano. Trump: “Siamo pieni di munizioni”

Si aggrava la situazione in Medioriente e il numero di vittime è salito a 787. L’esercito israeliano ha lanciato un’offensiva di terra in Libano, colpendo “il quartier generale e i depositi di armi dell’organizzazione terroristica Hezbollah a Beirut”.  “Netanyahu e io – fa sapere il ministro della Difesa israeliano Israel Katz – abbiamo approvato l’avanzata dell’esercito e la conquista di ulteriori aree di controllo in Libano per impedire il fuoco sugli insediamenti al confine con Israele”. Secondo quanto riferiscono i media locali, la Forza di Interposizione in Libano delle Nazioni Unite (UNIFIL) ha chiesto al suo personale non essenziale di evacuare le sue posizioni nel Libano meridionale. “Questa non è una guerra senza fine. È anzi qualcosa che inaugurerà un’era di pace che non abbiamo mai nemmeno sognato”, ha detto il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu intervistato da Fox News. “Questa – ha aggiunto – sarà un’azione rapida e decisiva. E creeremo prima le condizioni affinché il popolo iraniano prenda il controllo del proprio destino, per formare un proprio governo democraticamente eletto, che renderà l’Iran completamente diverso”.

TRUMP: SIAMO PIENI DI MUNIZIONI. “Le scorte di munizioni degli Stati Uniti, di livello medio e medio-alto, non sono mai state così elevate o migliori. Come mi è stato detto oggi, abbiamo una scorta praticamente illimitata di queste armi”, scrive su Truth il presidente degli Usa, Donald Trump. “Le guerre – aggiunge – possono essere combattute “per sempre”, e con grande successo, usando solo queste scorte (che sono migliori delle migliori armi di altri paesi!). Al massimo livello, abbiamo una buona scorta, ma non siamo dove vorremmo essere. Molte altre armi di alto livello sono immagazzinate per noi nei paesi periferici”. Ieri, parlando con i giornalisti alla Casa Bianca, il repubblicano aveva annunciato che “la grande onda” deve ancora arrivare, ma intanto “li stiamo massacrando”, lasciando intendere di avere le capacità di proseguire anche altre le 4-5 settimane inizialmente previste.

COLPITA AMBASCIATA USA A RIAD.  L’ambasciata statunitense a Riad, in Arabia Saudita, ha annunciato che annullerà tutti gli appuntamenti consolari di martedì “a causa di un attacco alla struttura”, che è stata colpita da presunti droni iraniani nelle prime ore della mattinata. Il ministero della Difesa saudita aveva precedentemente confermato l’attacco, affermando che aveva causato “incendi limitati e lievi danni materiali”. Una fonte vicina alla vicenda ha dichiarato alla CNN che inizialmente non ci sono state segnalazioni di feriti.

EVACUATI RESIDENTI VICINI A BASE RAF A CIPRO. Quasi tutti i residenti sono stati evacuati questa notte dal villaggio di Akrotiri, a Cipro, nei pressi della base della RAF britannica, presa di mira dai droni da combattimento. “Tutti se ne sono andati, tranne una ventina di persone che si sono rifiutate di andarsene”, ha dichiarato al Guardian il vicesindaco della zona, Giorgos Konstantinos. “Si è trattato di un’evacuazione di massa, date le circostanze e la paura”. Nella serata di ieri le forze di polizia sono state rafforzate attorno alla base militare, dopo che sono stati intercettati alcuni droni.

DANNI A SITO NUCLEARE DI NATANZ. Sulla base delle ultime immagini satellitari disponibili, l’Agenzia internazionale dell’energia atomica (Aiea) conferma danni agli edifici di ingresso dell’impianto sotterraneo di arricchimento del combustibile di Natanz (FEP) in Iran. “Non sono previste conseguenze radiologiche e non sono stati rilevati ulteriori impatti presso l’impianto stesso, gravemente danneggiato durante il conflitto di giugno”, scrive l’agenzia su X.

IN ARRIVO STUDENTI ITALIANI BLOCCATI A DUBAI. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha annunciato che sono in partenza da Abu Dhabi i circa 200 studenti che partecipavano a un corso a Dubai: verranno trasferiti in aereo a Linate. Sul volo viaggiano anche alcuni cittadini italiani in particolari condizioni di salute. Altri bus sono disponibili per il trasferimento dagli Emirati verso l’Oman, e altri voli charter messi a disposizione dalla compagnia Oman Air vengono organizzati in queste ore per i passeggeri diretti in Italia. A Mascate, intanto, dalle 4,30 del mattino è già operativo il primo gruppo di funzionari di rinforzo alle sedi diplomatiche. Tajani, in accordo con la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, ha chiesto alla Farnesina di creare un’unità di supporto di diplomatici, carabinieri, finanzieri. “Stiamo lavorando senza sosta per assistere i nostri connazionali rimasti bloccati in Medio Oriente. Per rispondere all’emergenza in corso, stiamo facilitando, insieme alle Ambasciate italiane nella regione e in collaborazione con le Autorità locali, alcuni voli di rientro dei connazionali dalla regione del Medio Oriente”, spiega Tajani.

Meloni: “Iran non può avere missili a lungo raggio”. Tajani-Crosetto: “Si aprono scenari mai considerati”

Il diritto internazionale vacilla e l’Italia non può restare a guardare. Per Giorgia Meloni, “non possiamo permetterci che l’attuale regime iraniano abbia missili a lungo raggio con testate atomiche”. I droni di Teheran hanno raggiunto anche Cipro. D’altra parte, sottolinea la premier intervistata dal Tg5, “sarebbe stupido ritenere che quello che accade anche lontano dai nostri confini non ci coinvolga“. E’ la ragione per la quale l’Italia, ricorda, “si era molto spesa perché si arrivasse a un accordo serio sul nucleare iraniano”. La presidente del Consiglio si dice preoccupata da una crisi del diritto internazionale che è “inevitabilmente figlia della guerra in Ucraina, quando un membro del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha deliberatamente attaccato un suo vicino era inevitabile che avrebbe portato a una stagione di caos”.

La crisi in Iran apre scenari “finora mai considerati” e “incide direttamente sulla nostra sicurezza nazionale”, fanno eco in Parlamento i ministri degli Esteri e della Difesa, chiamati a riferire a meno di 48 ore dall’attacco di Stati Uniti e Israele su Teheran, seguito dalle rappresaglie iraniane su tutto il Golfo.

Quanto alle accuse sull'”irrilevanza” dell’Italia, che non era a conoscenza dell’attacco, i ministri si smarcano. “Stati Uniti e Israele hanno deciso in autonomia e nella riservatezza quando intervenire. Germania e Francia hanno detto di non essere stati avvisati, noi siamo stati informati a iniziativa in corso“, chiarisce Antonio Tajani. “Nessun Paese europeo ha ricevuto alcuna informazione se non quando gli aerei erano in volo“, fa eco Guido Crosetto, spiegando che gli Stati Uniti non sono partiti quando avevano programmato, cioè questa settimana (“come sapevano tutti gli alleati”), ma “quando hanno avuto la certezza di colpire l’obiettivo principale“.

“Sono ore difficili, cariche di tensioni” per l’intero scacchiere internazionale, commenta Tajani. La priorità in queste ore, assicura, è quella di tutelare gli italiani. Sono circa 70mila quelli che insistono sulle aree colpite, tra presenze stabili e temporanee. Trentamila sono solo a Dubai e Abu Dhabi. In Israele vivono circa ventimila residenti con passaporto italiano. Negli Emirati Arabi Uniti, in Arabia Saudita, in Kuwait, in Oman e in Bahrein sono presenti “comunità numerose”, riferisce il vicepremier. In Iran si trovano poco meno di cinquecento connazionali, quasi tutti residenti. “Nessuno di loro è stato coinvolto negli attacchi”, tranquillizza Tajani. Per tutelarli, una Task Force Golfo composta da cinquanta persone lavora 24 ore su 24: “Ad oggi abbiamo gestito oltre 7.000 chiamate e diverse migliaia di contatti email”, riferisce.

La crisi non è passeggera. Potrebbe anzi essere lunga, durare “giorni, forse settimane”, secondo il titolare della Farnesina. “Molto dipenderà dalle decisioni che verranno prese da Teheran e dalle dinamiche interne al regime“, spiega assicurando che il Governo italiano continuerà a fare la sua parte “Con lucidità, con determinazione, con senso di responsabilità”. La via suggerita resta quella della diplomazia, “anche quando sembra difficile. Anche quando sembra lontana. Ogni crisi richiede il ricorso al dialogo e al negoziato”, scandisce. Però, Guido Crosetto ammette che l’offensiva israelo-statunitense e la risposta di Teheran aprono scenari “finora mai considerati, con attacchi diretti contro assetti occidentali nel Golfo e un rischio di escalation controllata, ma estensiva”: “Si prospettano scenari finora mai considerati e minacciano sia Israele sia tutti gli assetti occidentali nella regione“, insite.

Nei prossimi giorni, il ministro della Difesa porterà in Parlamento la richiesta di aiuto dei Paesi del Golfo. “Non si tratta di un intervento militare”, chiarisce, rispondendo a chi chiedeva se l’Italia entrerà in guerra, “ma di sistemi di difesa aerea, anti-missilistica, anti-droni”. Questa è una scelta che è “una valutazione politica, economica e personalmente mi vede totalmente a favore”, conferma.

In mattinata, Tajani e il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, Gilberto Pichetto Fratin, hanno convocato una riunione per aggiornare associazioni di categoria e imprese italiane, con un focus sulle possibili conseguenze economiche del conflitto. Il vicepremier conferma che l’Italia si mantiene in raccordo con i partner europei e internazionali per “limitare e gestire possibili conseguenze” della chiusura dello Stretto di Hormuz per il commercio internazionale. L’obiettivo è scongiurare blocchi prolungati ed evitare effetti sui prezzi, in particolare di energia e materie prime. “L’Italia e i suoi partner – fa sapere il ministro degli Esteri – sono al lavoro per garantire la libertà dei traffici commerciali in un’area cruciale per il nostro export, e per sostenere ogni iniziativa diplomatica per contribuire alla pace e stabilità del Medio Oriente“.

In casa, l’allerta è massima. Sono oltre 28mila gli obiettivi sensibili vigilati in Italia, secondo il Viminale. Per molti di essi, in particolare quelli riconducibili ai Paesi coinvolti nel conflitto, è stato disposto il “rafforzamento immediato dei dispositivi di vigilanza”, fa sapere il ministero dell’Interno, dopo che il ministro Matteo Piantedosi ha presieduto il Comitato nazionale per l’ordine e la sicurezza pubblica, con i vertici delle forze di polizia e dell’intelligence. Nel corso della riunione, è stata inoltre decisa un’implementazione delle riunioni del comitato strategico antiterrorismo. E’ stato innalzato anche il dispositivo di sicurezza su tutto il territorio, in vista delle manifestazioni e degli eventi più significativi in programma nelle prossime settimane.

La Guerra del Golfo è la guerra dell’energia: in ballo c’è la tenuta della nostra economia

Dopo i dazi, la guerra. L’ennesima guerra. Questa volta in Medio Oriente, con il coinvolgimento non solo dell’Iran ma di tutti i Paesi del Golfo. Non ce n’era bisogno, verrebbe da dire, dopo i 4 anni di combattimenti tra Ucraina e Russia. Scontro, questo, che pare non trovare un punto di incontro tra le parti, nonostante sforzi, briefing e mediazioni.

Al centro dei conflitti c’è sempre l’energia perché le nazioni coinvolte sono produttrici di fossili: petrolio e gas, nonostante tutto ancora determinanti per la sussistenza del mondo in attesa che le rinnovabili prendano piede e il nucleare faccia la sua parte. Nucleare, però, che proprio in queste ore è a rischio di attacchi, perché le centrali fanno gola nelle guerre del Terzo Millennio. E il presidente dell’Aiea, Rafael Grossi, ha subito lanciato l’allarme: dopo Zaporizhzhia adesso il batticuore è per alcuni siti iraniani, colpiti dalla rappresaglia usa-Israele.

Il gas costa il 50% in più rispetto a tre giorni fa, cioè prima che Usa e Israele decidessero di attaccare l’Iran ed eliminare la Guida suprema Khamenei; il petrolio viaggia a circa l’8% in più in una pericolosa gara al rialzo.

Secondo gli analisti si tratterebbe – o si tratterà – di aumenti fisiologici con la chiusura dello stretto di Hormuz, là dove transitano oltre 20 milioni di barili al giorno e tutte le esportazioni di Gnl dal Qatar e dagli Emirati Arabi. Aumenti destinati – sempre ad ascoltare gli esperti – ad esaurirsi in fretta se la guerra sarà breve come sostiene Donald Trump. Il presidente Usa ha parlato di quattro settimane per ‘regolare’ la Regione. Nel caso avesse sbagliato i calcoli, Trump, il petrolio farà in fretta a toccare i 100 dollari al barile e chissà quali vette raggiungerà il gas, proprio ora che cominciano gli stoccaggi per il prossimo inverno. Stoccaggi europei, ricordiamo, che non sono mai stati così vuoti. Sempre secondo gli esperti, i ‘danni’ maggiori dovrebbero patirli in Cina, la direzione che prende la maggio parte delle navi attualmente in ‘parcheggio’ distanti da Hormuz. Però…

Mentre le Borse mondiali crollano, come era abbastanza preventivabile, alla paura per l’allargarsi del conflitto si aggiunge l’umanissimo timore che tutto questo vada poi a incidere sulle bollette che si dovranno pagare e sul pieno alla pompa di benzina. Altro che dl Bollette partorito dal governo, gli scenari sono poco rosei e molto inquietanti. Riguardano la tenuta della nostra economia e la sopravvivenza delle famiglie.

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Marsiglia: “Senza Stretto Hormuz scompare greggio, preoccupa gas”

La guerra in Iran ha fatto precipitare il mondo in un vortice di incertezza che si riflette anche sull’economia globale. Nodo centrale lo Stretto di Hormuz, arteria vitale per il transito marittimo, ormai paralizzato dal timore di ritorsioni belliche. Con il prezzo del petrolio in ostaggio della speculazione e le forniture di gas che registrano impennate preoccupanti già in apertura di mercato, l’ombra di uno shock energetico senza precedenti si allunga sull’Europa.

In questo scenario di estrema tensione, Michele Marsiglia, presidente di FederPetroli Italia, analizza con GEA i rischi di un isolamento che potrebbe cambiare definitivamente le rotte dell’approvvigionamento. “Purtroppo, conoscendo bene l’Iran sin dal 2008, prevale il pessimismo“, afferma. Concentrarsi su previsioni numeriche è un errore di prospettiva, “parlare di un barile a 130 o 150 dollari è concettualmente sbagliato: nel momento in cui lo Stretto di Hormuz dovesse essere chiuso definitivamente secondo il diritto internazionale, impedendo entrate e uscite, il problema non sarebbe più il prezzo, ma la totale assenza di greggio sul mercato“.

In una simile eventualità, il petrolio americano rimarrebbe l’unica alternativa, pur risultando insufficiente e soggetto a costi fuori controllo. A differenza della crisi russa, dove il flusso era una scelta politica, la chiusura di Hormuz rappresenterebbe un blocco fisico e totale. La situazione operativa è già critica; circa 200 petroliere sono ferme nei porti poiché nessun armatore intende correre rischi. Marsiglia sottolinea come “QatarEnergy ha già sospeso la produzione di GNL, a dimostrazione di quanto le ripercussioni siano ampie“.

Oltre al mercato fisico, la speculazione finanziaria spinge al rialzo WTI e Brent, ma è il gas a destare l’allarme maggiore. “Abbiamo una criticità sugli stoccaggi a livello italiano ed europeo”, “il fatto che il gas abbia guadagnato sette punti già in apertura di mercato avrà un impatto diretto e pesante sulla bolletta energetica delle famiglie”. Nonostante l’Italia goda di una posizione favorevole grazie alla diversificazione attuata con l’Africa, il coinvolgimento del Qatar compromette l’intero indotto del GNL. Marsiglia chiarisce che il problema non riguarda solo le forniture dirette ma la redistribuzione delle quote globali. “Meno risorsa c’è, più la ‘torta’ deve essere divisa, ed è questo il grande problema di ogni conflitto bellico”. L’Italia, dipendente per oltre il 95% dall’estero, resta vulnerabile; “ad ogni minimo sussulto geopolitico rischiamo il default o ci troviamo a tremare per la tenuta del sistema”.

L’asse con gli Stati Uniti e il Venezuela, mediato dagli accordi tra Trump e von der Leyen, rappresenta una via d’uscita, ma a caro prezzo. “Acquistare dagli Stati Uniti – aggiunge Marsiglia – comporta costi completamente diversi rispetto al vantaggio economico garantito dal Medio Oriente o dall’Africa, aree geograficamente molto più vicine a noi”. Attualmente, l’industria si trova in una fase di attesa simile alla guerra dei dazi. Il nodo cruciale dei prossimi giorni sarà la tenuta delle raffinerie e la disponibilità di greggio nei depositi per garantire la continuità del ciclo produttivo. Infine il presidente punta il dito contro i mercati finanziari, attribuendo il 50% dei rincari alla pura speculazione: “In questa fase il mercato si sposterà quasi esclusivamente sull’acquisto di carichi spot: petroliere già in transito nel Mediterraneo che venderanno a prezzi esorbitanti per massimizzare il profitto”. Molti operatori, pur di non fermare gli impianti, saranno quindi costretti ad acquistare a qualsiasi cifra.

L’Iran annuncia la fine della guerra dei 12 giorni. Israele: “Ora ci concentriamo su Gaza”

La guerra è finita, andate in pace. Da un lato Donald Trump, per il quale “è stato un grande onore distruggere tutti i siti nucleari” iraniani “e poi fermare la guerra!”. Dall’altro, il presidente iraniano, Massoud Pezeshkian, che ha annunciato “la fine della guerra dei 12 giorni imposta a Teheran” da Israele e si è detto pronto a tornare “al tavolo dei negoziati”. Nel mezzo, una giornata difficile, fatta di tregue violate e poi confermate, di telefonate da un capo all’altro del mondo e di tensioni che si sono accese e spente a intermittenza.

Nel dodicesimo giorno di guerra tra Israele e Iran comincia a vedersi la luce in fondo al tunnel, anche se “la campagna contro” il programma nucleare iraniano “non è finita. Stiamo iniziando un nuovo capitolo basato sui progressi compiuti nella campagna attuale”, come ha dichiarato il capo di Stato maggiore dell’esercito israeliano, Eyal Zamir. Pezeshkian ha assicurato che il suo Paese non sta perseguendo armi nucleari, ma continuerà a difendere i propri “diritti legittimi”.

E l’annuncio della fine del conflitto apre uno spiraglio alla pace, ma non su tutti i fronti. Zamir, infatti, ha fatto sapere che ora l’esercito “torna a concentrarsi su Gaza, per riportare a casa gli ostaggi e smantellare il regime di Hamas”. Tel Aviv ha anche annunciato la revoca delle restrizioni imposte alla popolazione durante la guerra con l’Iran, mentre le autorità aeroportuali hanno comunicato il “ritorno alla normalità” del traffico aereo. Le scuole e i negozi potranno riaprire e viene annullato il divieto di assembramenti pubblici.

Il presidente Usa, che è volato all’Aia per il vertice Nato, getta acqua sul fuoco, pur continuando ad alimentare le fiamme. Nella notte italiana il repubblicano aveva annunciato la tregua, ma sono continuati gli attacchi iraniani e quelli israeliani, con accuse reciproche di violazione dello stop ai combattimenti. Israele in mattinata ha confermato di aver accettato l’offerta di Trump e che “tutti gli obiettivi” della guerra, scatenata con l’obiettivo dichiarato di neutralizzare il programma nucleare iraniano, erano stati raggiunti. Teheran ha invece gridato “vittoria”, vantandosi di aver costretto il nemico a “cessare unilateralmente” la guerra. Nel mezzo, Trump ha accusato i due Paesi di aver violato la tregua e il Qatar – finito nel mezzo dello scontro con il lancio di missili sulle basi Usa nel suo territorio – ha fatto sapere di aver “persuaso l’Iran” ad accettare il cessate il fuoco e ha esortato Washington e Teheran a riprendere i colloqui sul nucleare.

L’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) ha giudicato impossibile, in questa fase, valutare i danni inflitti ai siti iraniani, ai quali ha chiesto di poter accedere. Gli esperti ritengono che l’Iran potrebbe aver evacuato il materiale nucleare dai siti colpiti e Teheran ha affermato di possedere ancora scorte di uranio arricchito. L’Aiea ha tuttavia dichiarato di non aver rilevato finora alcuna indicazione di un “programma sistematico” per la fabbricazione di una bomba atomica.