INFOGRAFICA INTERATTIVA Stoccaggio gas, Italia aumenta a 56,96% e media Ue stabile a 59,67%

Nell’infografica INTERATTIVA di GEA viene mostrato l’aggiornamento degli stoccaggi di gas nei Paesi dell’Ue. Secondo la piattaforma Gie Agsi-Aggregated Gas Storage Inventory (aggiornata al 17 marzo), l’Italia aumenta la propria quota e si porta a 56,96%, mentre la media Ue è stabile a 59,67%. Francia e Croazia restano nelle ultime posizioni, mentre in testa c’è sempre il Portogallo, stabile a 98,87%.

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Il Piano Mattei muove i primi passi dal Cairo

I primi atti ufficiali del Piano Mattei partono dall’Egitto. Giorgia Meloni domenica scorsa è volata al Cairo con la presidentessa della Commissione europea, Ursula von der Leyen, il presidente della Repubblica di Cipro, Nikos Christodoulidis, e i primi ministri di Belgio, Alexander De Croo, Grecia, Kyriakos Mitsotakis, e Austria, Karl Nehammer, con l’obiettivo (europeo) di rafforzare il partenariato strategico Ue-Egitto. Ma anche per raggiungere altri obiettivi, stavolta però solo italiani.

Con il presidente egiziano al-Sisi, la premier parla di produzione agricola e sicurezza alimentare, concordando sulla necessità di stabilire un partenariato strategico tra i due Paesi per la realizzazione di “grandi progetti agricoli e di bonifica“: una ‘model farm‘ viene definita da Palazzo Chigi, che consenta anche di trasferire le più innovative tecnologie italiane nel settore per contribuire alla sicurezza alimentare. Un primo passo parallelo (e propedeutico) alla firma di una serie di accordi bilaterali che riguardano prettamente il Piano Mattei, con cui il governo vuole trasformare l’Italia nell’hub europeo dell’energia, con progetti di cooperazione in Africa che dovrebbero portare sviluppo e benessere, ponendo anche un freno ai flussi migratori irregolari. I protocolli riguardano diverse materie: dal supporto tecnico ai distretti industriali della pelle, marmo e mobile alla promozione dei diritti e della inclusione sociale delle persone con disabilità, una convenzione finanziaria tra Cdp e il governatore della Banca centrale egiziana per un credito agevolato di 45 milioni di euro alle pmi locali e un’intesa, sempre di Cassa depositi e prestiti, con Afreximbank da 100 milioni per progetti di sviluppo sostenibile nel campo della sicurezza alimentare per le piccole e medie imprese africane.

Sace, invece, ha sottoscritto due memorandum, con Orascom Contruction e Bank of Alexandria, per il supporto finanziario alla filiera italiana nei progetti di sviluppo infrastrutturale in Egitto e l’interscambio commerciale. Simest e National Service Project Organisation, poi, realizzazeranno un investimento nel settore minerario, delle sabbie silicee. Mer Mec e il presidente dell’Autorità Ferroviaria egiziana collaboreranno per la fornitura di un treno di misura per il monitoraggio delle linee convenzionali delle Ferrovie egiziane per il valore di circa 7 milioni di euro e la realizzazione di un progetto di segnalamento per un valore di circa 100 milioni. E ancora Arsenale Spa fornirà all’Autorità Ferroviaria egiziana un treno turistico. Infine, il memorandum d’intesa tra il direttore della Scuola Italiana di Ospitalità e il presidente del partner egiziano Pickalbatros Group servirà ad attivare un programma di formazione professionale nel campo dell’ospitalità e turismo, con l’obiettivo ulteriore di aprire una scuola di formazione nel servizio di gestione alberghiera e del turismo a Hurgada, nel Mar Rosso.

Per rafforzare i rapporti tra i due Paesi, la visita al Cairo è stata anche l’occasione per inaugurare gli uffici del ‘Sistema Italia’, che comprende l’Ambasciata d’Italia, le sedi di Ita/Ice, Cassa depositi e prestiti, Sace e Simest. Per la buona riuscita del Piano Mattei, infatti, servirà il massimo livello di relazioni con tutti i Paesi partner della sponda sud del Mediterraneo.

La ‘questione energetica‘, però, resta nella lista delle priorità a tutte le latitudini. Il ministro dell’Ambiente e della sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, infatti, oggi, 19 marzo, parteciperà al Berlin Energy Transition Dialogue, nella capitale tedesca. L’edizione 2024 ha numeri davvero importanti: 2mila partecipanti da più di 90 paesi, circa 50 ministri degli Esteri e dell’Energia e segretari di Stato, oltre ai 100 relatori di alto livello. Il titolo del vertice è ‘Accelerating the Global Energy Transition‘, ovvero ‘accelerare la transizione energetica globale‘, perché l’obiettivo è concordare misure specifiche attraverso le quali gli Stati si prefiggono di raggiungere gli obiettivi climatici concordati a livello internazionale. Si discuterà di phase out dal carbone, ma anche di riduzione delle emissioni in settori chiave come mobilità, infrastrutture, edilizia e industria.

A Berlino, inoltre, Pichetto firmerà con il vice cancelliere e ministro dell’Economia e della Protezione climatica tedesco, Robert Habeck, un accordo intergovernativo bilaterale di solidarietà in materia di gas. Che sarà il tema anche di un addendum trilaterale che coinvolgerà anche la Svizzera, oltre ovviamente a Italia e Germania.

INFOGRAFICA INTERATTIVA Stoccaggio gas, Italia cala a 56,47% e media Ue scende a 60,09%

Nell’infografica INTERATTIVA di GEA viene mostrato l’aggiornamento degli stoccaggi di gas nei Paesi dell’Ue. Secondo la piattaforma Gie Agsi-Aggregated Gas Storage Inventory (aggiornata al 12 marzo), l’Italia diminuisce la propria quota fino a 56,47%, mentre la media Ue cala a 60,09%. Francia e Croazia restano nelle ultime posizioni, mentre in testa c’è sempre il Portogallo, in calo a 98,87%.

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Il Parlamento Ue approva i nuovi standard Euro 7 poco ambiziosi

Via libera senza troppi entusiasmi, dopo un anno di controversie politiche e spaccature della maggioranza parlamentare. Il Regolamento sui nuovi standard Euro 7 per ridurre le emissioni inquinanti e fissare requisiti di durata delle batterie per autovetture, furgoni, autobus e camion ha incassato l’appoggio degli eurodeputati, che con 297 voti a favore, 190 contrari e 37 astenuti hanno appoggiato un compromesso con il Consiglio che già aveva spento le ambizioni iniziali della Commissione.

Il Regolamento Euro 7 riunisce sotto la stessa legislazione le norme precedentemente separate per auto e furgoni (Euro 6) e camion e autobus (Euro VI). Secondo quanto previsto dall’accordo confermato dagli eurodeputati rimangono gli attuali standard di emissione di gas di scarico Euro 6 per auto e furgoni, circoscrivendo la stretta alle particelle inquinanti derivate da batterie e pneumatici. Viene così limitata l’emissione di particelle solide con un diametro a partire da 10 nm (PN10) invece di 23 nm come in Euro 6. Più severa la stretta sugli inquinanti – compresi quelli che non erano regolamentati nell’Euro VI, come il protossido di azoto (N2O) – per autobus e autocarri pesanti. Per quanto riguarda i limiti per le emissioni in frenata il testo definisce un limite specifico di 3 mg/km nel ciclo di guida standard per i veicoli elettrici puri e di 7 mg/km per tutti gli altri gruppi propulsori, con limiti specifici per i furgoni pesanti (5 mg/km per i veicoli elettrici puri e 11 mg/km per gli altri motopropulsori).

Introdotti requisiti di durata più severi per tutti i veicoli – sia in termini di chilometraggio sia di vita – che ora passa a 200 mila chilometri o 10 anni per auto e furgoni. In base a quanto concordato a fine 2023 dai co-legislatori, si allungano le tempistiche per le date di applicazione dopo l’entrata in vigore del Regolamento Euro 7. Entro 30 mesi per i nuovi tipi di auto e furgoni (42 mesi per i nuovi veicoli), 48 mesi per i nuovi tipi di autobus, camion e rimorchi (60 mesi per i nuovi veicoli), 30 mesi per i nuovi sistemi, componenti o entità tecniche da montare su automobili e furgoni e 48 mesi per quelli da montare su autobus, camion e rimorchi. “I tempi di attuazione consentiranno all’industria dell’automobile di adeguarsi, non divorando i presupposti su cui negli anni ha costruito la propria innovazione e capacità di innovamento”, ha messo in chiaro l’eurodeputato di Forza Italia Massimiliano Salini nel suo intervento in plenaria.

Il relatore per il Parlamento Ue sul Regolamento Euro 7, Alexandr Vondra (Ecr), ha definito il voto “una pietra miliare per il settore automobilistico”, anche se ha voluto ricordare che “mi sono opposto alla proposta iniziale della Commissione per le preoccupazioni sull’impatto potenziale sull’industria e sui consumatori, avrebbe aumentato i prezzi di produzione e delle auto di piccola cilindrata”. È così che – come accaduto nel novembre 2023 per l’approvazione del mandato negoziale – il sostegno al testo finale è stato garantito dalla maggioranza alternativa di destra (rispetto a quella cosiddetta ‘Ursula’) composta dai gruppi del Partito Popolare Europeo, Renew Europe, Conservatori e Riformisti Europei e Identità e Democrazia (anche se la Lega si è schierata contro per principio all’introduzione di nuovi standard).

Allineati i partiti italiani di governo (Fratelli d’Italia, Lega, Forza Italia) su un altro tema: quello del riconoscimento dei biocarburanti e dello stop ai motori termici dal 2035, anche se va ricordato che il Regolamento Euro 7 non riguarda direttamente le emissioni prodotte dai carburanti di auto e furgoni, se si tratta di provvedimenti distinti che considerano inquinanti diversi. “È un peccato il mancato riconoscimento della definizione di carburante neutro, pilastro della battaglia che stiamo conducendo per la neutralità tecnologica”, ha aggiunto nel suo intervento l’eurodeputato forzista Salini: “Non si è mai visto in Europa che l’innovazione e la sostenibilità fossero garantiti da una sola tecnologia, imposta dall’alto per legge”. Ancora più esplicito il capo-delegazione della Lega al Parlamento Europeo, Marco Campomenosi: “Non abbiamo avuto il coraggio o i numeri, spero che nella prossima legislatura si possa aprire ai biocarburanti, perché qui il grande tema è la scelta di rinunciare alla neutralità tecnologica e andare verso l’elettrificazione forzata”.

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INFOGRAFICA INTERATTIVA Stoccaggio gas, Italia cala a 56,61% e media Ue scende a 60,59%

Nell’infografica INTERATTIVA di GEA viene mostrato l’aggiornamento degli stoccaggi di gas nei Paesi dell’Ue. Secondo la piattaforma Gie Agsi-Aggregated Gas Storage Inventory (aggiornata al 10 marzo), l’Italia diminuisce la propria quota fino a 56,61%, mentre la media Ue cala a 60,59%. Francia e Croazia restano nelle ultime posizioni, mentre in testa c’è sempre il Portogallo, in crescita a 100,24%.

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Case green, Santomauro (Cnpr): Costi potrebbero arrivare a 50mila euro a famiglia

L’Ue riaccende i riflettori sulla direttiva EPBD (Energy Performance of Buildings Directive) che ha l’obiettivo di riqualificare milioni di edifici residenziali europei migliorandone l’efficienza energetica attraverso due step: portarli entro il 2030 in classe E ed entro il 2033 in classe D. “L’Italia, secondo l’art.9 della direttiva – spiega Fedele Santomauro, consigliere d’amministrazione della Cassa di previdenza dei ragionieri e degli esperti contabili – ha come obiettivo ridurre del 16% il consumo medio di energia entro il 2030, del 20,22% entro il 2035, per arrivare nel 2050 alle zero emissioni previste per l’intero stock abitativo”. Per raggiungere l’obiettivo sarà necessario intervenire su circa 1,8 milioni di edifici, la maggior parte dei quali, costruiti prima del 1945, concentrate soprattutto nelle classi energetiche F e G. “Anche se è impossibile calcolare precisamente l’importo di ogni singola riqualificazione – conclude Santomauro – secondo i calcoli stimati da Scenari Immobiliari per Il Sole 24Ore, la spesa potrebbe oscillare tra 20 e 55mila euro a famiglia”.

Clima, l’Europa deve fare di più per evitare conseguenze catastrofiche

L’Europa deve fare di più per il clima per evitare conseguenze catastrofiche. E’ l’avvertimento lanciato dall’Agenzia Europea dell’Ambiente (Aea), secondo la quale l’Europa potrebbe trovarsi di fronte a situazioni “catastrofiche” se non prenderà le misure dei rischi climatici che deve affrontare, molti dei quali hanno già raggiunto un livello critico. “Il caldo estremo, la siccità, gli incendi boschivi e le inondazioni che abbiamo sperimentato negli ultimi anni in Europa peggioreranno, anche in scenari ottimistici di riscaldamento globale, e influenzeranno le condizioni di vita in tutto il continente“, ha scritto l’agenzia in un comunicato di presentazione del suo primo rapporto sulla valutazione dei rischi climatici in Europa. “Questi eventi rappresentano la nuova normalità“, ha insistito il direttore dell’Aea Leena Ylä-Mononen durante un incontro con la stampa. “Dovrebbero anche essere un campanello d’allarme“.

Lo studio elenca 36 grandi rischi climatici per l’Europa. Di questi, 21 richiedono un’azione più immediata e otto una risposta di emergenza. Tra questi, i principali sono i rischi per gli ecosistemi, soprattutto marini e costieri. Ad esempio, gli effetti combinati delle ondate di calore marine, dell’acidificazione e dell’esaurimento dell’ossigeno nei mari e di altri fattori antropici (inquinamento, pesca, ecc.) stanno minacciando il funzionamento degli ecosistemi marini, si legge nel rapporto. “Il risultato può essere una perdita sostanziale di biodiversità, compresi eventi di mortalità di massa“, aggiunge il rapporto.

Per l’Aea, la priorità è che i governi e le popolazioni europee riconoscano unanimemente i rischi e decidano di fare di più e più rapidamente. “Dobbiamo fare di più e avere politiche più forti“, ha insistito Ylä-Mononen. Tuttavia, l’agenzia ha riconosciuto i “notevoli progressi” compiuti “nella comprensione dei rischi climatici (…) e nella preparazione ad essi“. Per l’Aea, le aree più a rischio sono l’Europa meridionale (incendi, scarsità d’acqua e relativi effetti sulla produzione agricola, impatto del caldo sul lavoro all’aperto e sulla salute) e le regioni costiere a bassa quota (inondazioni, erosione, intrusione di acqua salata). L’Europa settentrionale non è comunque risparmiata, come dimostrano le recenti inondazioni in Germania e gli incendi boschivi in Svezia.

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INFOGRAFICA INTERATTIVA Stoccaggio gas, Italia cala a 56,8% e media Ue scende a 61,3%

Nell’infografica INTERATTIVA di GEA viene mostrato l’aggiornamento degli stoccaggi di gas nei Paesi dell’Ue. Secondo la piattaforma Gie Agsi-Aggregated Gas Storage Inventory (aggiornata al 6 marzo), l’Italia diminuisce la propria quota fino a 56,8%, mentre la media Ue cala a 61,3%. Francia e Croazia restano nelle ultime posizioni, mentre in testa c’è sempre il Portogallo, stabile a 99,91%.

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Von der Leyen candidata Ppe alle elezioni europee: “Noi per un Green Deal pragmatico”

La strada verso la rielezione ora è ufficiale. Ursula von der Leyen, l’attuale presidente della Commissione Europea, è in corsa per succedere a se stessa per altri 5 anni anni alla guida dell’esecutivo dell’Unione, dopo la nomina arrivata al Congresso di Bucarest della sua famiglia politica europea – il Partito Popolare Europeo (Ppe) – come candidata comune alle elezioni di giugno. E la partita si gioca non solo sul piano delle alleanze post-elettorali a Bruxelles, ma anche sulla nuova visione di uno dei pilastri fondanti della Commissione da lei stessa guidata dal 2019 a oggi: il Green Deal europeo.

A differenza di altri, noi siamo per soluzioni pragmatiche e non ideologiche sul Green Deal“, ha rivendicato la ‘Spitzenkadidatin’ (candidata comune) del Ppe nel suo intervento di investitura. Nessuna sorpresa sulla nomina con 400 voti a favore e 89 contrari – considerato il fatto che von der Leyen era l’unica candidata in lizza e supportata dalla pressoché totalità dei leader dei partiti nazionali – ma ciò che ha più colpito a Bucarest è stata la veemenza e il vigore con cui la politica tedesca ha elencato le priorità della campagna elettorale del Ppe verso l’appuntamento alle urne di giugno.

Se da una parte von der Leyen si è implicitamente rifatta a una retorica ormai rodata dalla destra europea contro il suo stesso ex-braccio destro responsabile per l’Azione per il clima – il vicepresidente socialista della Commissione Ue fino ad agosto 2023, Frans Timmermans – dall’altra ha voluto rilanciare l’obiettivo dei popolari europei per la prossima legislatura: “Noi del Ppe sappiamo che non c’è economia competitiva senza protezione del clima e non c’è protezione del clima senza economia competitiva“, e allo stesso tempo “siamo stati i primi a progettare il Green Deal in modo sociale, industriale ed economico“.

Ad appoggiarla anche il vicepresidente del Ppe e vicepremier italiano, Antonio Tajani: “Dobbiamo proteggere le industrie e l’agricoltura, perché senza non abbiamo lavori per le giovani generazioni. Questo è il nostro impegno contro il cambiamento climatico“. Tajani si è definito “pragmatico” e “non un seguace della religione di Greta Thunberg e del commissario Timmermans“, calcando la mano sul fatto che “è possibile tracciare la strada per un futuro migliore e supportare allo stesso tempo industrie e agricoltura“. Parole simili a quelle scelte dal presidente dei popolari europei, Manfred Weber: “Come Ppe mostreremo che potremo portare insieme successo economico e responsabilità ambientale, siamo il partito dei protettori del clima“.

A proposito di economia e ambiente, inevitabile dopo l’ondata di proteste degli agricoltori che ha travolto i Paesi membri e l’Unione nel suo insieme il forte focus di von der Leyen sull’agricoltura europea: “Voglio essere molto chiara, il Ppe sarà sempre dalla parte dei nostri agricoltori“. Proprio i rappresentanti della categoria produttiva nel corso dell’ultimo mese “mi stanno spiegando le enormi sfide che stanno affrontando“, ha continuato la candidata dei popolari europei: “Si svegliano presto la mattina, lavorano duro per il cibo di qualità che noi mangiamo“, ma “i costi si alzano, i prezzi che ottengono per latte, carne e grano sono volatili e spesso imposti da altri nella catena alimentare” e “a volte sono costretti a venderli sotto i costi di produzione“. Tutto questo “è totalmente inaccettabile“, ha messo in chiaro con forza la presidente della Commissione Ue: “La nostra sicurezza alimentare dipende dalla sicurezza delle condizioni di vita dei nostri agricoltori, per questo dobbiamo riportare sostenibilità” al sistema alimentare. Da qui parte una campagna elettorale lunga 90 giorni, in vista delle europee del 6-9 giugno.

Ue, Del Rio (Cese): “Sbloccare due diligence, rischiano morte Pmi delle filiere”

Qualcuno la chiama “bolla europea”. È quella in cui si prendono le decisioni che contano, in cui si può avere sguardo ampio e grandi obiettivi. Questa bolla, però, spesso si scontra con la realtà. Così succede che il green deal venga visto come un ostacolo allo sviluppo e in alcuni casi anche solo al lavoro. La sfida è trovare un compromesso.

L’addio al carbone nella Polonia di Tusk, ad esempio, è stato visto a Varsavia come una scure su migliaia di operai. “Anche i nostri sindacalisti polacchi ci chiedono come fare con tutti i lavoratori”, racconta Cinzia Del Rio, presidente della sezione Occupazione, affari sociali e cittadinanza del Cese e responsabile delle politiche europee della Uil, intervistata a margine della Civil Social Week in corso a Bruxelles.

Come sostenere i lavoratori senza indietreggiare sul Green Deal?

“La questione non è rivedere gli obiettivi ambientali, perché gli obiettivi l’Europa li ha già discussi e condivisi. Il problema è come noi accompagniamo questo processo di transizione. Si tratta di fare scelte politiche e di risorse. Per la riconversione, accompagnare le persone con salari, con supporto al reddito, ma anche con l’aggiornamento delle professioni”.

Per le imprese, l’accordo sulla Due Diligence sembrava chiuso, poi è saltato, ma si discute ancora. Cosa è successo?

“Si comincia a percepire che troppa regolamentazione sociale porti a un danno per le imprese. Vale anche per il platform, per il diritto alla disconnessione, ci sono una serie di provvedimenti che dovevano essere adottati nel precedente mandato rimasti fermi per una serie di veti incrociati. I governi francese e tedesco hanno spinto molto sulla due diligence, perché hanno legislazioni nazionali con standard e criteri stringenti, vorrebbero che gli altri si adeguassero. L’Italia era d’accordo, ma quest’anno si è astenuta e ha fatto mancare la maggioranza. C’è ancora speranza”.

Qual è il rischio per le imprese?

“La morte delle Pmi delle filiere. Perché le grandi imprese vanno dove le norme non sono stringenti, non si pagano i contributi, ci sono meno tutele. È una questione su cui avevamo lavorato molto e c’era consenso, ricordo che parliamo di diritti minimi. Non di salario, non di salute e sicurezza, ma di diritti minimi a cui attenersi quando le imprese vanno nei paesi terzi. Quando ci diamo obiettivi ambiziosi in Europa, non si capisce perché poi possiamo andare in un paese terzo e sfruttare il territorio, non tenendo conto di standard ambientali minimi”.

Gli agricoltori scendono in piazza, parlano di scelte ambientali ideologiche e chiedono ascolto sulla nuova Pac.

“Sull’agricoltura, non possiamo rimettere in discussione il green deal. Quello che dobbiamo rivedere sono le politiche di accompagnamento. Non possiamo pensare che l’80% dei sussidi della Pac vada a finire al 20% delle imprese. Questo non è accettabile, deve essere ripartito in modo equo a tutta la filiera. Tutti siamo rimasti colpiti dai trattori nelle strade, la questione è: è necessario rallentare sulla transizione? Non si tratta di rallentare, ma di accompagnare il processo”.

Le presidenze del Consiglio dell’Ue spagnola e belga sono state pro-social. Le prossime, soprattutto quella ungherese, potrebbero non avere agende sociali ambiziose. È preoccupata?

“Noi siamo molto preoccupati dal punto di vista sindacale. E torno sulla due diligence: sotto il profilo de lavoro, non è solo una questione etica, ma di sopravvivenza stessa delle imprese. Pensiamo che col nuovo Parlamento si blocchi tutto? È un rischio”.

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