Inondazioni, 335 vittime e caldo record: 2024 anno nero per il clima europeo

Il Danubio impetuoso che devasta tutto ciò che incontra sul suo cammino, centinaia di morti a Valencia travolti da torrenti di acqua e fango: nel 2024, l’Europa ha vissuto un caldo record ma anche le peggiori alluvioni degli ultimi dieci anni, rivelando il duplice volto estremo del cambiamento climatico. Quasi un terzo della rete fluviale europea ha registrato inondazioni l’anno scorso, uno dei 10 anni più umidi del continente dal 1950, colpendo circa 413.000 persone e causando 335 vittime, oltre a 18 miliardi di euro di danni. E’ quanto emerge dal rapporto ‘Stato Europeo del Clima 2024’ pubblicato oggi dal Servizio per il Cambiamento Climatico di Copernicus (Copernicus Climate Change Service – C3S) e dall’Organizzazione Meteorologica Mondiale (Omm), che ha coinvolto circa 100 collaboratori scientifici. Si tratta delle “inondazioni più estese” che l’Europa abbia sperimentato “dal 2013”, ha sottolineato durante una conferenza stampa Samantha Burgess del Centro europeo per le previsioni meteorologiche a medio termine (ECMWF), che fornisce il servizio climatico Copernicus.

Questi disastri si sono verificati durante l’anno più caldo mai registrato a livello globale e dimostrano che un pianeta più caldo, assorbendo più acqua dall’atmosfera, provoca precipitazioni e inondazioni più violente, una minaccia che grava in particolar modo sull’Europa. A settembre, in soli cinque giorni, la tempesta Boris ha scaricato a terra la pioggia di tre mesi, provocando inondazioni e danni massicci in otto Paesi dell’Europa centrale e orientale. Un mese dopo, potenti tempeste, alimentate dall’aria calda e umida proveniente dal Mediterraneo, hanno causato piogge torrenziali sulla Spagna, provocando inondazioni che hanno devastato la provincia orientale di Valencia, uccidendo 232 persone.

Secondo il rapporto, all’inizio del 2024 si sono verificate inondazioni di notevole entità in tutto il continente ogni mese: gennaio nel Regno Unito, febbraio nella Spagna settentrionale, marzo e maggio nella Francia settentrionale e giugno in Germania e Svizzera. E le portate dei fiumi sono state particolarmente elevate: in alcuni, come il Tamigi nel Regno Unito e la Loira in Francia, si sono registrati i livelli più alti degli ultimi 33 anni in primavera e in autunno. La causa? Piogge particolarmente intense nella parte occidentale dell’Europa, mentre le regioni orientali sono state, al contrario, mediamente più secche e calde. Secondo Burgess, questo “straordinario contrasto” non è direttamente correlato al cambiamento climatico, bensì ai sistemi di pressione opposti che influenzano la copertura nuvolosa e il trasporto dell’umidità. Ma le tempeste del 2024 sono state “probabilmente più violente a causa di un’atmosfera più calda e umida”, ha spiegato. “Con il riscaldamento globale, stiamo assistendo a eventi estremi sempre più frequenti”.

Questo conferma le proiezioni degli esperti climatici dell’Ipcc, secondo cui l’Europa sarà una delle regioni in cui si prevede un maggiore aumento del rischio di inondazioni a causa del riscaldamento globale. A partire dagli anni ’80, l’Europa si è riscaldata a un ritmo doppio rispetto alla media mondiale. È il “continente che si sta riscaldando di più” ed è diventato uno dei “punti caldi” del cambiamento climatico, sottolinea Florence Rabier, direttrice dell’ECMWF. Nel 2024 la temperatura sulla superficie del continente non è mai stata così elevata. Questo ha contribuito al riscaldamento dei mari e degli oceani, che lo scorso anno ha raggiunto livelli record, e allo scioglimento dei ghiacciai europei a un ritmo senza precedenti. “È necessario intervenire con urgenza, poiché si prevede che la gravità del rischio raggiungerà livelli critici o catastrofici entro la metà o la fine di questo secolo”, ha affermato Andrew Ferrone, coordinatore scientifico dell’Ue presso l’Ufficio delle Nazioni Unite per i cambiamenti climatici, sottolineando che ogni decimo di grado evitato è importante.

Solo la metà delle città europee dispone di piani di adattamento per far fronte a eventi climatici estremi, come alluvioni e caldo estremo. “Si tratta di un progresso incoraggiante rispetto al 26% del 2018”, si legge nel rapporto. “Ma alcuni Paesi dell’Europa sudorientale e del Caucaso meridionale sono in ritardo. Dobbiamo quindi procedere più rapidamente, più lontano e insieme”, ha sottolineato Celeste Saulo, segretaria generale dell’Omm.

Baci & abbracci di Trump aspettando l’incontro con Meloni

Baci & abbracci, firmato Donald Trump. Baci al suo fondoschiena e abbracci mortali a chi gli si avvicina troppo o troppo poco, dipende dallo stato emozionale del giorno. L’ultima deriva della guerra dei dazi che sta sconvolgendo il mondo è tracimata anche nel lessico dei ‘peggiori bar di Caracas’ e avvicina, sotto il profilo della lucidità, l’attuale presidente al suo predecessore. Non che ci stupisca il turpiloquio, perché la new society si sta abituando anche a molto di peggio, piuttosto sorprende che al di là dell’Oceano, nella lussuosa stanza dello Studio Ovale, si sia smarrito un certo standing istituzionale da parte dell’uomo più potente del Pianeta che guida la nazione più potente del Pianeta, eccetera eccetera. Là dove si sono accomodati George Washington e Thomas Jefferson, Abramo Lincoln e Theodore Roosevelt, fino Ronald Reagan e Barack Obama, ora è domiciliato il Tycoon che si diverte a capovolge le regole del bon ton dopo aver sconvolto quelle commerciali. Insomma, un comportamento più da fast food della Georgia che da inquilino della Casa Bianca.

La prossima settimana, il 17 (alla faccia della scaramanzia), la premier Giorgia Meloni sarà a colloquio bilaterale con il presidente americano, nel delicato tentativo di strappare qualcosa di diverso per l’Europa e per l’Italia, investita del carico di responsabilità da Ursula von der Leyen e da una parte della Ue. Non tutta, infatti, solo una parte. Perché l’Ungheria si è defilata proprio oggi dall’avvio delle contromisure, confermando che ‘questa’ Europa così come è strutturata non ha ragione di esistere perché non esiste nemmeno in una situazione di massima allerta.

L’appuntamento di Washington sarà nodale ma non sarà un giudizio universale, cioè un dentro o fuori, proprio perché tra i 27 c’è una parcellizzazione di posizioni che non giova alla tenuta del Vecchio Continente, anche se ieri – sempre in tema di nuovo lessico – qualcuno in Commissione ha parlato di “bazooka sul tavolo”. Ma minacciare un americano – o gli americani – con le armi è abbastanza rischioso, là dove persino i bambini girano con la pistola di ordinanza in ‘saccoccia’. Però da questo meeting in terra statunitense, che anticipa di poche ore quello del vice presidente JD Vance a Roma, qualcosa deve emergere, anche perché il crollo dei mercati azionari e il tracollo di gas e petrolio, stanno facendo alzare il livello di tensione internazionale.

La premier sa che ci si aspetta molto dalla sua missione americana, anche in chiave nazionale, dove la maggioranza non sempre è stata allineata sulla strategia da adottare e dove l’opposizione sta pronta a impallinarla, non proprio con un bazooka ma per lo meno con un fucile da caccia.

Nelle varie letture di questa congiuntura squassante a livello mondiale c’è chi si è spinto come Arthur Leffer, stratega di Ronald Reagan, a ipotizzare lo scoppio di una guerra se i dazi saranno mantenuti per un anno. Dazi Usa e controdazi europei e controdazi cinesi. E chissà chi altro. Trump assicura di non essere matto e di riportare l’America allo splendore di una volta, mentre il suo (ex?) amico Elon Musk bolla come ‘cretino’ Navarro, lo stratega dei dazi, e comincia a prendere le distanze. Lui come altri. Perché qualche fessurina comincia a comparire qua e là. Vedremo come si comporterà The Donald, giovedì prossimo. Ogni previsione rischia di essere sballata ma che almeno i saluti con la nostra presidente del Consiglio si limitino a una stretta di mano. Tuttalpiù a un bacio. Sulla guancia.

Oggi è il giorno dei dazi di Trump, l’annuncio alle 22. L’Ue si prepara a “risposta forte”

E’ il giorno dei dazi commerciali del 25%, che saranno formalmente annunciati dal presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, questa sera alle 22. Le imposte riguarderanno alcuni beni Made in Europe importati nell’altra sponda dell’Atlantico. Per ora, acciaio, alluminio, automobili e componenti per auto, ma Bruxelles si aspetta che anche i semiconduttori, i prodotti farmaceutici e il legname finiscano sotto la scure del tycoon. Che, quasi ad aggiungere la beffa al danno, ha affermato: “Saremo molto gentili“, promettendo una “rinascita” dell’America e definendo, ancora una volta, il 2 aprile come “il giorno della liberazione” per gli Usa.

Intanto, però, nel Vecchio Continente, l’Unione europea non sembra vedere segnali di gentilezza dall’alleato storico e prova, piuttosto, a prepararsi a rispondere ai colpi. “Pensiamo che questo confronto non sia nell’interesse di nessuno“, ha detto la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, nell’aula plenaria dell’Eurocamera a Strasburgo. “Staremmo tutti meglio se potessimo trovare una soluzione costruttiva”, ma “allo stesso tempo, devo essere chiara: l’Europa non ha iniziato questo confronto. Non vogliamo necessariamente reagire, ma abbiamo un piano forte per farlo se necessario“, ha scandito. La risposta Ue si affila su tre pilastri: il negoziato con Washington, l’apertura ad accordi commerciali con altri Paesi, il potenziamento del Mercato unico. “Affronteremo questi negoziati da una posizione di forza – dal commercio alla tecnologia alle dimensioni del nostro mercato -, ma questa forza si basa anche sulla nostra prontezza ad adottare contromisure ferme, se necessarie. Tutti gli strumenti sono sul tavolo“, ha precisato la presidente.

E a tal proposito, nel dibattito, ha alzato il tiro il tedesco Manfred Weber, capo del Partito popolare europeo (Ppe) – famiglia politica di cui von der Leyen fa parte – sottolineando che se l’Ue ha “un surplus sui prodotti”, “gli Usa ne hanno uno sui servizi digitali” e “quindi se Trump si concentra sui beni europei, noi dobbiamo concentrarci sui servizi americani” dato che “i giganti digitali pagano poco alla nostra infrastruttura digitale, da cui traggono così tanto vantaggio“.

Bruxelles sa anche, come le ha insegnato la crisi energetica scatenata dalla guerra di aggressione della Russia all’Ucraina, che è preferibile guardarsi attorno e non fermarsi a una sola relazione economica. “Continueremo a diversificare il nostro commercio con altri partner“, ha specificato von der Leyen. “L’Europa ha già accordi commerciali in essere con 76 Paesi. E ora stiamo ampliando questa rete”, ha affermato citando quelli con Mercosur, Messico e Svizzera, la prima Clean Trade and Investment Partnership con il Sudafrica, l’obiettivo di chiudere con l’India entro l’anno e l’impegno in trattative con Indonesia e Thailandia. E, infine, “raddoppieremo gli sforzi sul nostro Mercato unico” perché “ci sono troppi ostacoli che bloccano le nostre imprese” e l’ex premier italiano “Mario Draghi ha ragione quando dice: ‘Le alte barriere interne sono molto più dannose per la crescita di qualsiasi tariffa’”. L’Unione cerca ancora un dialogo con gli Usa per una “soluzione negoziata” e si prepara a rispondere. Così come altri Paesi hanno già annunciato di fare. “Non ha iniziato l’Europa questo confronto”, ha ripetuto due volte von der Leyen. E forse anche un altro elemento inizia a essere più sentito: il pianeta è grande. “La crescita arriva dal Mercato Unico, ma anche dagli accordi commerciali. Dunque finalizziamoli”, ha ricordato Weber. “Quello con il Mercosur sta diventando un simbolo della nostra preparazione ad impegnarci con il resto del mondo”, “sta diventando un accordo anti-Trump”, ha sottolineato.

Meloni si schiera: su critiche a Ue ha ragione Vance. E Salvini vara missione in Usa

In uno dei momenti più tesi tra le due sponde dell’Atlantico, Giorgia Meloni rilascia la sua prima intervista a una testata straniera, il Financial Times, e si schiera. Non apertamente, ma confessa di condividere l’attacco del vicepresidente degli Stati Uniti JD Vance all’Unione, per aver abbandonato il suo impegno a favore della libertà di parola e della democrazia: “Lo dico da anni, l’Europa si è un po’ persa“, commenta.

Torna a difendere, tra gli ultimi in Ue, Donald Trump. Le critiche del tycoon al vecchio continente non sono rivolte al popolo, spiega, ma alla sua “classe dirigente e all’idea che invece di leggere la realtà e trovare il modo di dare risposte alle persone, si possa imporre la propria ideologia alle persone“. L’Italia, per la presidente del Consiglio, non deve essere obbligata a “scegliere” tra Stati Uniti ed Europa, sarebbe “infantile” e “superficiale“. Non solo Trump non è un avversario, chiosa, ma è il “primo alleato” dell’Italia.

Mentre la Commissione europea si prepara a reagire ai dazi imposti dal presidente americano, Meloni invita l’unione alla calma. “A volte ho l’impressione che rispondiamo semplicemente d’istinto. Su questi argomenti devi dire, ‘State calmi, ragazzi. Pensiamoci’“, spiega, ricordando che “ci sono grandi differenze sui singoli beni” e chiedendo di “lavorare per trovare una buona soluzione comune“.

“Tra Trump che lavora per la pace e l’asse Macron-Von der Leyen che parlano di guerra e armi, non abbiamo dubbi da che parte stare“, le fa eco Matteo Salvini, che torna però a ‘scavalcare’ presidente del Consiglio e ministro degli Esteri, annunciando una missione con le imprese italiane per rafforzare la partnership con gli Stati Uniti, “come da dialogo con J.D. Vance“, che gli è già costato un round di scontri con Antonio Tajani.

“Il chiarimento tra i tre, Meloni-Tajani e Salvini, si è rotto dopo 48 ore”, osserva il leader di Avs, Angelo Bonelli: “Salvini scommette sull’esenzione dai dazi per l’Italia da parte di Trump e su questo vuole arrivare prima della Meloni per commissariare Tajani“, afferma, denunciando di aver “venduto la dignità del popolo italiano e quindi europeo a chi ci ha definiti parassiti. È un governo in cui ognuno va per conto proprio“.

Per il Partito democratico, la presidente del Consiglio ha la “sindrome di Stoccolma“: “Sembra prigioniera, incapace di distinguere tra chi attacca e chi si difende”, scrive il capogruppo democratico nella commissione Bilancio della Camera, Ubaldo Pagano. “Ha scelto di indossare il cappellino Maga, ammainando di fatto da palazzo Chigi la bandiera italiana e quella europea“, denuncia la segretaria Elly Schlein. E’ agli italiani, sostiene Schlein, che Giorgia Meloni “dovrà spiegare perché ha scelto Trump come ‘primo alleato’, quando il prossimo 2 aprile entreranno in vigore i dazi Usa del 25% sulle nostre merci, sulle nostre eccellenze, che pagheranno le imprese, i lavoratori e le famiglie italiane. Giorgia Meloni vada dire a loro ‘state calmi, ragazzi, ragioniamoci‘”.

Meloni “doveva e poteva diventare la Merkel europea, trasformandosi in leader conservatrice moderna, ma rompe con l’Europa sul tema fondamentale della difesa europea e si ritrova ad essere una modesta Orban al femminile“, scrive sui social il vicepresidente di Italia Viva Enrico Borghi. A questo punto, insiste, “va detto con chiarezza che l’Italia non può sottrarsi da una iniziativa europea nel campo della sicurezza, della pace e della stabilità internazionale“.

Pesca a strascico dannosa non solo per l’ambiente: 11 mld di costi economici in Ue

La pesca a strascico, una tecnica di pesca contestata per il suo impatto ecologico distruttivo, rappresenta anche un costo economico elevato che potrebbe raggiungere fino a 11 miliardi di euro all’anno in Europa.

Per stabilire questa valutazione, alcuni ricercatori hanno esaminato e stimato i costi e i ricavi associati a questa pratica, che consiste nel trascinare reti zavorrate per raschiare il fondale marino, nelle acque europee, tenendo conto dei 27 Stati membri dell’Unione Europea, dell’Islanda, della Norvegia e del Regno Unito.

Lo studio è stato citato in un comunicato stampa del programma Pristine Seas, un programma di protezione degli oceani della ONG National Geographic Society che unisce ricerca, esplorazione e produzione di documentar Nella loro modellizzazione sono state prese in considerazione stime relative ai profitti dei pescatori, ai posti di lavoro creati, al valore del pesce consumato, al costo delle catture accidentali rigettate in mare, ma anche all’entità degli aiuti pubblici e al costo delle emissioni di CO2, legate sia al carburante consumato sia al rilascio del carbonio contenuto nei sedimenti marini. Risultato: nelle acque europee, per il periodo 2016-2021, il valore netto medio della pesca a strascico è negativo, con un costo che va da 330 milioni di euro a 10,77 miliardi di euro.

La pesca a strascico, anch’essa dannosa per la biodiversità, “non è solo un’aberrazione ambientale, ma anche un fallimento economico“, osserva Enric Sala, uno degli autori di questo studio. Interrompere l’uso di questa forma di pesca potrebbe quindi tradursi in un notevole beneficio economico netto, osservano gli autori dello studio.

“Vietare la pesca a strascico nelle aree marine protette porterebbe benefici alla fauna marina, al clima e persino all’industria della pesca stessa”, afferma Enric Sala. L’Unione Europea prevede di eliminare gradualmente la pesca a strascico in acque profonde nelle aree marine protette entro il 2030, ma le ONG ambientaliste chiedono che questa pratica venga vietata immediatamente.

De Lotto (Cese): Blue Deal straordinaria opportunità per le imprese

Il Blue Deal proposto dal Comitato Economico e Sociale Europeo (Cese) può essere una straordinaria opportunità per le imprese. Lo sostiene Pietro De Lotto, consigliere del Cese e a partire da ottobre presidente della sezione Ten (Trasporti, energia, infrastrutture e società dell’informazione) del Comitato, in un’intervista a GEA, aggiungendo che la Commissione non si può limitare a trattare il tema come una sola questione ambientale.

Consigliere De Lotto, come ritiene vada trattato il tema dell’acqua?

“Per il Cese il Blue Deal è stato un risultato eclatante, anche se siamo all’inizio di una maratona. Per noi il tema dell’acqua, che sappiamo tutti essere argomento del futuro, non va affrontato in un modo penalizzante e negativo, come per esempio è percepito oggi il Green Deal. Serve una politica orizzontale, che tocchi tutti gli aspetti: a partire dalla promozione delle prassi e delle tecnologie che hanno lo scopo di salvaguardare una risorsa scarsa e non sostituibile. Questo significa anche promuovere una filiera industriale europea, quella delle clean technologies, di cui siamo leader del mondo”.

Come ritiene si stia muovendo la Commissione?

“La Commissione sta facendo un ottimo lavoro sul tema della qualità dell’acqua, ma non ha competenze su quello della quantità, che da trattato è competenza degli Stati membri. Un mese dopo il nostro appello, la presidente von der Leyen ha lanciato la Water Resilience Strategy. Inoltre per la prima volta, come abbiamo chiesto insieme al Parlamento europeo e al Comitato delle Regioni, abbiamo una commissaria per l’acqua (la svedese Jessika Roswall, ndr)”.

Cosa invece continuate a chiedere?

“La grande carenza è che l’acqua viene vista da un punto di vista squisitamente ambientale. Capisco che la Commissione ce l’abbia come perno, ma non è sufficiente. È infatti solo una delle questioni: abbiamo 10 milioni di europei che non hanno accesso all’acqua pulita, quindi c’è un tema di infrastrutture, di governance e di planning. Per questo motivo abbiamo lanciato l’idea di avere un ‘Blue transition fund’: uno strumento attorno a cui mobilitare capitali privati e pubblici. Ad oggi infatti non esiste un singolo entry point per conoscere quanti investimenti vengono fatti con fondi europei sul tema della risorsa idrica. Abbiamo poi chiesto a tutti i Paesi di avere una strategia nazionale di medio-lungo termine per l’acqua, ma sono pochissimi i Paesi che ce l’hanno non parcellizzata tra i vari aspetti. Altrettanto pochi sono quelli che hanno un vero coordinamento tra le varie autorità del settore”.

Qual è il vostro obiettivo principale?

“L’attuale situazione può essere una straordinaria opportunità di opportunità per le imprese. Abbiamo bisogno di un approccio positivo che possa convincere il mondo dell’agricoltura (che consuma circa il 60% dell’acqua in Europa) e dell’industria (circa il 30%). Noi non intendiamo perdere nessun singolo agricoltore e non vogliamo assistere a nessun tipo di delocalizzazione, perché un approccio penalizzante su questo tema potrebbe spingere le imprese a spostarsi verso zone in cui la risorsa è più disponibile. Si tratta anche una questione di autonomia strategica”.

Quali sono i Paesi più a rischio?

I Paesi coinvolti non sono più solo quelli del Mediterraneo. Il tema dell’acqua è sentito in modo crescente in Polonia, in larghe parti della Francia, in Olanda, in Ungheria, addirittura in Austria. Tuttavia esso non è legato alla siccità o alla scarsità. Serve un approccio strutturale, non caratterizzato dall’emergenza”.

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Meloni cambia cliché: meno passionaria e più ‘istituzionale’ per mettere insieme Ue e Trump

Nel suo passaggio al Senato dopo due mesi e rotti di silenzio, in attesa di presentarsi alla Camera, Giorgia Meloni ha in qualche modo cambiato il suo cliché. Non ha usato toni perentori, non ha quasi mai alzato la voce, è stata molto dialogante, si è prodigata per far capire “ai colleghi” che sbarcherà a Bruxelles per trovare un punto di caduta che non trasformi gli Stati Uniti in nemici e non riduca l’Europa a una comparsa. Il feeling con Trump e i buoni rapporti con von der Leyen, lei nel mezzo la ‘semplificatrice’ di una situazione complessa e delicassima.

Insomma, una premier assolutamente ‘istituzionale’, che non ha parlato solo di Ucraina (“Non è immaginabile costruire garanzie di sicurezza efficaci e durature dividendo l’Europa e gli Usa. E’ giusto che l’Europa si attrezzi per svolgere la propria parte, ma è folle pensare che oggi possa fare da sola senza la Nato”) e di Difesa (“L’Italia non intende distogliere un solo euro dal fondo di Coesione, spero che almeno su questo saremo tutti d’accordo”) ma ha cominciato dalla competitività (“Non è una parola astratta”) per lanciarsi sulla desertificazione industriale, per planare successivamente sulla decarbonizzazione (che deve essere sostenibile per imprese e cittadini), per sfiorare il costo fuori controllo dell’energia elettrica fino ad atterrare sui dazi (ai quali non bisogna rispondere con altri dazi, serve reciproco rispetto) e sull’Europa che a rischio di regole e regolamenti rischia di non farcela. Argomenti prevedibili, così come i contenuti.

Meloni ha espresso le posizioni del suo governo mentre Ursula von der Leyen raccontava in Danimarca come la sua Ue debba attrezzarsi per non finire schiacciata stile sandwich da Stati Uniti e Russia e poco dopo che Mario Draghi, sempre in Senato, aveva toccato gli stessi temi con l’autorevolezza che lo accompagnala. In sintesi, l’ex presidente del Consiglio ha detto che la Difesa comune è un passaggio obbligato, che gli 800 miliardi previsti per riarmare l’Europa non basteranno, che il Rapporto sulla competitività non è obsoleto e va attuato con urgenza, che la questione energetica è prioritaria, dal disaccoppiamento di gas fino al costo delle bollette. In fondo, si finisce per andare sbattere sempre lì e da lì bisogna trovare la migliore via d’uscita.

La premier non ha cercato una sponda in Senato, questo no, ma è stata abbastanza accondiscendente quando ha sostenuto che l’etichetta di Rearm al piano di von der Leyen è inaccettabile e dunque va cambiata perché è necessaria la Difesa comune ma “senza tagliare sanità e sociale”. Un refrain già sentito su un’altra sponda.

Energia, Pichetto a Consiglio Ue: “Servono misure urgenti per ridurre costi”

I prezzi alti e la sicurezza dell’approvvigionamento sono stati i temi in cima all’agenda del Consiglio dell’Energia dell’Unione europea che si è svolto lunedì a Bruxelles. Per i ministri dei Ventisette Paesi Ue è stata la prima occasione per confrontarsi sul Piano d’azione per l’energia a prezzi accessibili presentato dalla Commissione europea lo scorso 26 febbraio insieme al Clean Industrial Deal. Due testi che hanno riscontrato il favore del ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, sebbene con alcune sottolineature. “Gli alti prezzi dell’energia sono per noi la priorità” e “guardiamo con preoccupazione ai differenziali di prezzo con altri Paesi dell’Unione europea e della stessa Unione rispetto ai Paesi terzi e agli effetti che essi hanno sulla competitività delle nostre imprese, sui nostri cittadini e famiglie”, ha detto Pichetto nel dibattito in sala ai suoi colleghi europei. “Le misure del Clean Industrial Deal e dell’Action Plan for Affordable Energy sono positive, ma risultano nel medio e nel lungo periodo. Servono interventi in grado di abbassare i prezzi nel breve periodo”, ha osservato.

Su questo piano, “l’Italia è pronta a dare il proprio contributo” e ha già qualche idea. Ad esempio, “riteniamo importante agire tempestivamente nel negoziato sulla proposta dei revisione del regolamento stoccaggi”. Si tratta, cioè, del regolamento che è stato adottato nel 2022 e terminerà al 31 dicembre di quest’anno e che prevede che almeno il 90% delle capacità di stoccaggio sotterraneo del gas nel territorio degli Stati membri venga raggiunto entro il primo novembre di ogni anno. Nella proposta di revisione, l’Italia chiede di “introdurre maggiore flessibilità nell’attuazione degli obblighi di riempimento” degli stoccaggi “ed evitare speculazioni che hanno generato alti valori dello spread tra i prezzi invernali e di prezzi estivi”. Inoltre, l’Italia sostiene “con forza l’obiettivo affermato dalla Commissione di favorire il decoupling dei prezzi dell’energia elettrica dal mercato del gas naturale attraverso la diffusione dei contratti a lungo termine, Ppa e i contatti per differenza. Ma anche questi non sono immediati”, ha sottolineato Pichetto.

Rispetto alla sicurezza dell’approvvigionamento, per il ministro “il mutato e incerto contesto geopolitico, con i flussi di gas che oggi in Europa si dirigono da ovest verso est e non più nel senso opposto, ci impone di rivedere l’attuale dimensione regionale della sicurezza e garantire un adeguato livello di preparazione al rischio in caso di interruzione delle forniture di gas”. Per Pichetto, “sarebbe auspicabile la riduzione dell’onere amministrativo per gli Stati membri in termini di obblighi di rendicontazione e risultati, sia per il settore elettrico che per il settore del gas”. Più in generale, poi, a emergere è “l’opportunità di affrontare un tema di grande interesse come la revisione dell’architettura della sicurezza energetica dell’Ue” e qui, secondo Pichetto, “sarebbe opportuno lavorare su una revisione congiunta di entrambi i Regolamenti, sia del settore del gas che del settore elettrico, anche allo scopo di prevenire la mancanza di coordinamento in caso di necessità”. Infine, una “particolare attenzione” devono avere i rischi di sicurezza informatica associati all’ulteriore digitalizzazione delle reti e delle infrastrutture energetiche, mentre sulla sicurezza delle infrastrutture energetiche critiche europee per Pichetto “il ruolo dell’Ue nel coordinamento delle azioni necessarie in caso di incidenti o sabotaggi costituirebbe senz’altro un valore aggiunto”.

Trump minaccia l’Europa: “Dazi del 200% su alcolici e vino”. Ue: “Al via negoziati”

“Siamo stati derubati per anni e ora smetteremo di esserlo. No, non mi piegherò affatto, né sull’alluminio, né sull’acciaio, né sulle auto”. E, forse, nemmeno sul vino e sui superalcolici europei. Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, annuncia che sui dazi non farà marcia indietro e torna a minacciare il Vecchio Continente, all’indomani dell’entrata in vigore delle imposte del 25% su acciaio e alluminio, a cui l’Ue ha risposto con ulteriori tasse su alcuni prodotti statunitensi. Insomma, giorno dopo giorno l’asticella è sempre più alta.

L’ultima minaccia, in ordine di tempo, è relativa a una tariffa del 200% “su tutti i vini, champagne, e prodotti alcolici in produzione in Francia e in altri Paesi dell’Ue”, ha annunciato Trump. La ‘colpa’ dell’Europa – “una delle autorità fiscali e tariffarie più ostili e abusive al mondo” – è quella di aver introdotto una tassa “sgradevole” del 50% sul whisky Usa. Un’imposta che, “se non verrà rimossa immediatamente” farà scattare la rappresaglia statunitense.

“Non cederemo alle minacce e proteggeremo sempre le nostre industrie”, ha affermato il ministro del Commercio estero francese, Laurent Saint-Martin, deplorando la “prepotenza” di Trump nella “guerra commerciale che ha scelto di scatenare”.

E da Città del Capo, in Sudafrica, dove si trova in visita istituzionale, è arrivata la replica della presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen. “Non ci piacciono i dazi – ha detto – perché pensiamo che siano tasse e che siano un male per gli affari e per i consumatori. Abbiamo sempre detto che allo stesso tempo difenderemo i nostri interessi, lo abbiamo stabilito e dimostrato. Ma allo stesso tempo voglio anche sottolineare che siamo aperti ai negoziati”. Venerdì, infatti, il commissario per il Commercio, Maroš Šefčovič, “avrà una telefonata” con la sua controparte negli Stati Uniti “esattamente su questo tema”.

Intanto, lato italiano, una delegazione tecnica, in stretto collegamento con la Commissione europea, è al lavoro a Washington sul tema dei dazi. Il 21 marzo, ha ricordato il vicepremier Antonio Tajani “presenteremo a Roma le idee del governo per sostenere le imprese sul piano del commercio internazionale, visto che siamo la quarta potenza commerciale mondiale”. Per tutte le associazioni di categoria, i dazi al 200% su vino e alcolici metterebbero a rischio un export del settore pari a quasi 2 miliardi – circa 4,9 miliardi in Europa – ma l’invito è alla prudenza. Confagricoltura auspica che la mossa di Trump sia “una provocazione”, mentre per Cia-Agricoltori Italiani si rischia “un salto nel buio”.

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L’Ue risponde agli Usa: dazi sui prodotti per 26 miliardi. Trump: “Vinceremo noi”

Bruxelles risponde di primo mattino a Washington. Nel giorno di entrata in vigore dei dazi Usa del 25% su acciaio e alluminio, la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, annuncia “misure pesanti ma proporzionate”. Da oggi rientrano non solo in vigore le tariffe imposte dalla prima amministrazione Trump nel 2018, su diversi tipi di prodotti semilavorati e finiti, come tubi in acciaio, filo metallico e fogli di stagno, ma anche su altri prodotti derivati come articoli per la casa, pentole o infissi e diversi macchinari, alcuni elettrodomestici o mobili. Interesseranno un totale di 26 miliardi di euro delle esportazioni europee, circa il 5% del totale dell’export Ue negli Usa.

La Commissione Ue, intanto, calcola che gli importatori americani pagheranno fino a 6 miliardi di euro la mossa di Trump. E per fonti Ue, i dazi Usa “non sono intelligenti” perché “danneggeranno davvero la loro economia”.

Due gli elementi di risposta, duque: la reimposizione delle misure di riequilibrio del 2018 e del 2020 – che erano state sospese fino al 31 marzo prossimo e che ora rientreranno automaticamente in vigore dal primo aprile – e un nuovo pacchetto di misure aggiuntive che colpiranno circa 18 miliardi di euro di beni e che saranno poi applicate con le misure reimposte dal 2018. Per il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, però, “non basta difendersi sul piano commerciale, occorre una nuova politica industriale che restituisca competitività alle nostre imprese. Occorre agire, non solo reagire”. Per definire i prodotti del nuovo pacchetto, la Commissione ha avviato oggi le consultazioni di due settimane con le parti interessate dell’Ue.

Si mira a beni industriali e agricoli: da quelli in acciaio e alluminio ai tessili, dalla pelletteria agli elettrodomestici, dagli utensili per la casa alle materie plastiche e i prodotti in legno; dal pollame al manzo, da alcuni frutti di mare alle noci, dalle uova ai latticini, dallo zucchero alle verdure. Come spiegato da fonti Ue, la Commissione sta “cercando di colpire gli Stati Uniti in settori importanti per loro – ma che non costeranno tanto all’Ue” – e in particolare i beni rilevanti per gli Stati a maggioranza repubblicana. I Paesi Ue saranno invitati, poi, ad approvare le misure proposte prima della loro adozione e partenza previste per metà aprile. Ma se Bruxelles, da un lato, restituisce il favore all’alleato d’oltreoceano, allo stesso tempo prova a tenere aperto il dialogo. Precisa che “le misure possono essere revocate in ogni momento qualora si trovi una soluzione” e von der Leyen conferma al commissario europeo per il Commercio, Maros Sefcovic, l’incarico di “riprendere i colloqui” e aggiunge: “Rimarremo sempre aperti al negoziato”. Stesso messaggio del presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa, secondo cui si deve “evitare un’escalation” e la situazione richiede “dialogo e negoziazione“. Non la pensa allo stesso modo Washington, secondo cui l’Ue è “fuori contatto con la realtà” e le sue “azioni punitive non tengono conto degli imperativi di sicurezza nazionale degli Stati Uniti e internazionale”. Non solo. In un incontro con il premier irlandese, Micheal Martin, Donald Trump dichiara: “Vinceremo noi questa battaglia finanziaria”. Lo scorso 10 febbraio, Washington aveva annunciato l’aumento dei dazi sulle importazioni di acciaio, alluminio e prodotti derivati dall’Ue. Da quel giorno, è partito il dialogo tra le due parti che ha visto anche Sefcovic volare negli Usa per provare a “evitare il dolore inutile” della guerra commerciale. Ma, proprio lunedì scorso, Sefcovic aveva annunciato che l’amministrazione Usa “non sembra impegnata a trovare un accordo” con l’Ue.