Epitaffio di Draghi per l’Europa di Ursula che ora deve cambiare

“Grazie Mario”, ha ripetuto con enfasi Ursula von der Leyen. Grazie per tutto quello che hai detto e costruito per l’Europa. Insomma, grazie di esistere. Poi, però, Mario, nella fattispecie Draghi, ex presidente della Bce, ex premier, una luce nel buio di questi tempi, ha smontato pezzo dopo pezzo tutto quello che l’Unione europea ha fatto, anzi non ha fatto, (proprio) durante la gestione passata e presente della presidente tedesca. Perché il discorso di Draghi sullo stato di salute malandatissimo del vecchio Continente è stato molto crudo e diretto, partendo dal presupposto che “a distanza di un anno, l’Europa si trova quindi in una situazione più difficile” e che “l’inazione non minaccia solo la nostra competitività ma anche la nostra sovranità”. Liofilizzando il concetto: vi avevo avvertito ma le mie parole sono cadute nel vuoto. E adesso sono grane.

In un (per niente tranquillo) martedì di metà settembre, Draghi ha messo a nudo i difetti della Ue targata Ursula: lenta, avvitata su se stessa, incapace di decidere, imbolsita dalla burocrazia e dalla smania regolamentare, non ancora del tutto convinta che il green deal come era stato pensato da Frans Timmermans debba essere profondamente rivisitato. Giusto un anno fa l’ex premier aveva presentato il suo rapporto, un’istantanea che riscosse consensi ma che in concreto non ha spostato di un millimetro il baricentro della Ue, ormai bersaglio di critiche diffuse proprio da parte dei più europeisti tra gli europeisti. Antonio Tajani, ad esempio, ministro degli Esteri ed ex presidente del Parlamento, pochi minuti prima che Draghi si prendesse la scena aveva assestato un paio di ceffoni a Bruxelles, parlando della necessità urgente di cambiare registro, del bisogno di dire basta all’unanimità del voto, dell’imperativo di arrivare a una Difesa europea. Non proprio peanuts.

Il paragone di Draghi è quello con gli Stati Uniti e la Cina. Che sono giganti ma che agiscono velocemente, mentre l’Europa sta deludendo i cittadini per “la lentezza e la sua incapacità di muoversi con la stessa rapidità”. Il punto, ancora più grave, è che i governi che compongono l’Europa non sono consapevoli – stigmatizza l’ex commissario – della gravità della situazione. Intanto che si discute e ci si accapiglia, il “modello di crescita sta svanendo”, “la vulnerabilità sta aumentando” e “non esiste un percorso chiaro per finanziare gli investimenti di cui abbiamo bisogno”.

Una pietra tombale, un epitaffio su ‘questa’ Europa, quella di von der Leyen. Che ha incassato la scarica di cazzotti senza (quasi) fare una piega e promesso un cambio di passo su energia (nucleare), Difesa e intelligenza artificiale. Ecco: conviene che, rispetto alla prima volta, ‘questa’ volta Ursula faccia sul serio, ritrovi l’Unione (U rigorosamente maiuscola) e metta a terra promesse e sogni. A Strasburgo, una settimana fa, il suo discorso è stato coniugato sempre e solo al tempo futuro, conviene che viri sul presente oppure tra un anno saranno inutili anche le scosse di Mario.

Draghi bacchetta l’Europa: “La crescita perde slancio. L’inazione minaccia competitività e sovranità”

“A distanza di un anno, l’Europa si trova quindi in una situazione più difficile. Il nostro modello di crescita sta perdendo slancio. Le vulnerabilità aumentano. E non esiste un percorso chiaro per finanziare gli investimenti di cui abbiamo bisogno. Ci è stato dolorosamente ricordato che l’inazione minaccia non solo la nostra competitività, ma anche la nostra stessa sovranità”. A dodici mesi dalla presentazione del rapporto che metteva in guardia dal “ritardo” economico del Vecchio Continente rispetto agli Stati Uniti e alla Cina, Mario Draghi, ex presidente della Banca centrale europea ed ex presidente del Consiglio, ha esortato martedì l’Europa a uscire dalla sua “lentezza” e a condurre riforme per ripristinare la sua competitività. Invitato dalla Commissione europea a tracciare un primo bilancio – alla presenza di Ursula von der Leyen – dodici mesi dopo la presentazione delle sue raccomandazioni, l’economista è stato, come sempre, molto schietto.

Pur lodando la determinazione ad agire della Commissione, che aveva fatto propria la sua diagnosi e da allora ha lanciato molteplici iniziative ispirate alle sue raccomandazioni, Draghi ha ritenuto che “le imprese e i cittadini” sono delusi “dalla lentezza dell’Europa e dalla sua incapacità di muoversi con la stessa rapidità” degli Stati Uniti o della Cina. “L’inazione minaccia non solo la nostra competitività, ma anche la nostra sovranità”, ha avvertito, rammaricandosi che “i governi non siano consapevoli della gravità della situazione”.

Secondo i calcoli del centro di riflessione EPIC di Bruxelles, solo l’11% delle 383 raccomandazioni formulate da Draghi nella sua relazione sul “futuro della competitività europea” sono state attuate completamente e circa il 20% in modo parziale. Anche gli economisti della Deutsche Bank Marion Muehlberger e Ursula Walther ritengono in una nota che “i progressi nel complesso siano contrastanti”, con “riforme sostanziali” attuate o avviate, ma senza che vi sia nulla che possa cambiare radicalmente la situazione in questa fase.

Tra i principali progressi, c’è la ripresa dell’industria della difesa. L’urgenza di riarmare l’Europa di fronte alla minaccia russa ha spinto i 27 Stati membri a lanciarsi in uno sforzo collettivo di reindustrializzazione, con notevole agilità. La settimana scorsa, la Commissione ha annunciato di aver stanziato 150 miliardi di euro di prestiti a 19 paesi, nell’ambito di una serie di misure volte a mobilitare fino a 800 miliardi di euro. L’Europa si è anche dotata di una piattaforma comune per garantire l’approvvigionamento di materie prime “critiche” e ha moltiplicato le iniziative nel campo dell’intelligenza artificiale. Tutti risultati sottolineati von der Leyen, che, ricevendo Mario Draghi, ha riconosciuto la necessità di accelerare i tempi per raddrizzare la barra.

La Commissione, ha detto, “manterrà senza sosta la rotta fino a quando tutto sarà completato” e ha esortato le altre istituzioni europee a unirsi al movimento, in particolare il Parlamento, che non ha ancora adottato una serie di leggi di semplificazione normativa denominate Omnibus. “Abbiamo bisogno di un’azione urgente per far fronte a esigenze urgenti, perché le nostre imprese e i nostri lavoratori non possono più aspettare”, ha detto von der Leyen.

Secondo la Deutsche Bank, queste misure di semplificazione potrebbero far risparmiare alle imprese europee circa 9 miliardi di euro all’anno. La presidente dell’esecutivo europeo ha invitato inoltre ad attuare “con senso di urgenza”  il completamento del mercato unico, un vasto progetto che consiste nell’eliminare entro il 2028 molteplici barriere interne che continuano a frenare l’attività economica in numerosi settori. Secondo il Fondo monetario internazionale, tali ostacoli rappresentano l’equivalente del 45% dei dazi doganali sui beni e del 110% sui servizi. Per Simone Tagliapietra, esperto dell’istituto Bruegel, “il messaggio di Draghi è molto chiaro: o l’Europa cambia modello economico, o è destinata a scomparire”. E questo messaggio è rivolto in primo luogo agli Stati membri, dove secondo lui risiede il principale ostacolo alle riforme.

Clima, in Ue non c’è l’accordo dei 27 sugli obiettivi al 2040. Decisione attesa per fine anno

L’Europa sta perdendo la sua leadership in materia di clima? Il blocco tra i 27 paesi membri sull’obiettivo di riduzione delle emissioni di gas serra nel 2040 persiste e rischia di non essere risolto prima della conferenza delle Nazioni Unite sul clima che si terrà a novembre in Brasile.
Venerdì a Bruxelles, un incontro tra diplomatici ha messo nuovamente in luce le divisioni tra gli europei. A questo punto, non esiste una chiara maggioranza all’interno dell’Unione europea a sostegno dell’obiettivo di riduzione del 90% delle emissioni di gas serra nel 2040 rispetto al 1990 proposto dalla Commissione.

Diversi paesi, tra cui Francia, Germania, Italia e Polonia, hanno chiesto di rinviare la discussione a un vertice tra capi di Stato e di governo nel mese di ottobre. La Danimarca, che detiene la presidenza di turno dell’Unione europea, sperava di raggiungere un compromesso già il 18 settembre durante una riunione dei ministri dell’ambiente. Ma i diplomatici danesi hanno dovuto fare marcia indietro, contro la loro volontà, e ora puntano a un accordo “entro la fine dell’anno”. La grande conferenza delle Nazioni Unite sul clima (COP30) è prevista dal 10 al 21 novembre a Belem, in Brasile. E martedì la Commissione europea si diceva ancora convinta che l’Unione avrebbe avuto entro quella data un “obiettivo ambizioso” da “portare sulla scena internazionale”. Questo calendario è ora a rischio.

Nei corridoi di Bruxelles, alcuni diplomatici evocano la possibilità che l’Unione europea si presenti a Belém con una forbice di riduzione delle emissioni di gas serra, ma senza una cifra definitiva. In nome della difesa della loro industria, Stati come l’Ungheria, la Polonia e la Repubblica Ceca hanno ripetutamente ribadito la loro opposizione alla riduzione del 90% raccomandata dalla Commissione. All’inizio di luglio Bruxelles ha introdotto delle “flessibilità” nel metodo di calcolo: la possibilità di acquisire crediti di carbonio internazionali, pari al 3% del totale, che finanzierebbero progetti al di fuori dell’Europa. Ma questa concessione non è stata sufficiente a convincerli.

Da parte sua, la Francia ha mantenuto una posizione ambigua, criticando il metodo della Commissione e chiedendo garanzie sulla difesa del nucleare o sul finanziamento delle “industrie pulite”. Dal punto di vista dei suoi obblighi internazionali, Parigi sottolinea che l’Ue deve solo presentare un percorso per il 2035 – e non per il 2040 – alla COP30 e chiede di separare le due discussioni.

Se l’obiettivo climatico 2040 fosse sottoposto a votazione a livello di capi di Stato e di governo, sarebbe necessaria l’unanimità, molto difficile da raggiungere. Una votazione a livello di ministri dell’ambiente richiede invece solo una maggioranza qualificata. Alle Nazioni Unite si teme che l’Ue perda l’effetto trainante che ha avuto finora sulle questioni ambientali. “Tutti sanno perfettamente che rimaniamo tra i più ambiziosi in materia di azione per il clima”, ha risposto all’AFP il commissario europeo Wopke Hoekstra.

Cina impone dazi provvisori su import carne suina da Ue. Bruxelles: “Non ci risulta dumping”

La Cina ha annunciato l’imposizione di dazi antidumping provvisori sulle importazioni di carne suina dall’Unione Europea come ultimo atto delle tensioni commerciali e politiche tra le due potenze economiche. In risposta, la Commissione Europea adotterà “tutte le misure necessarie per difendere i suoi produttori e fabbricanti”, ha fatto sapere un portavoce. Le relazioni diplomatiche tra Pechino e Bruxelles sono difficili da anni, aggravate dall’invasione russa dell’Ucraina nel 2022, dato che il gigante asiatico è un partner economico e diplomatico chiave di Mosca.

Con grande irritazione degli europei, infatti, Pechino non ha mai condannato la guerra in Ucraina, nonostante la Cina si presenta ufficialmente come parte neutrale e potenziale mediatore nel conflitto. Ma gli alleati di Kiev accusano Pechino di aiutare Mosca ad aggirare le sanzioni occidentali, in particolare consentendole di acquisire i componenti tecnologici necessari per la sua produzione di armi. La controversia commerciale tra Pechino e Bruxelles è scoppiata la scorsa estate, quando l’Ue ha imposto pesanti dazi sui veicoli elettrici di fabbricazione cinese, accusando i sussidi statali cinesi di distorcere la concorrenza. La Cina ha respinto queste accuse e, in risposta, nel giugno 2024 ha avviato indagini, ampiamente considerate misure di ritorsione, contro carne di maiale, cognac e prodotti lattiero-caseari importati dall’Ue. “L’autorità inquirente ha stabilito in via preliminare che le importazioni di carne suina e derivati ​​dall’Unione Europea sono oggetto di dumping”, ha annunciato oggi il Ministero del Commercio cinese. L’industria cinese “ha subito un danno significativo”, ha aggiunto. Le autorità di Pechino hanno quindi deciso di attuare “misure antidumping provvisorie sotto forma di cauzioni” da depositare presso la dogana.

Questi dazi, che vanno dal 15,6% al 62,4%, entreranno in vigore il 10 settembre. Tuttavia, le misure annunciate rimangono “provvisorie” perché si prevede che l’indagine del Ministero del Commercio continui fino a dicembre. Per quella data si attendono i risultati definitivi. “Prendiamo atto di questa decisione della Cina. Come sempre, dovremo esaminare i dettagli in modo analitico prima di decidere i prossimi passi”, ha dichiarato Olof Gill, portavoce della Commissione europea. La Commissione, ha spiegato, ha seguito questi procedimenti “in modo completo e molto attento in tutte le fasi, in piena collaborazione con i nostri produttori esportatori dell’Ue e le autorità dei nostri Stati membri. Secondo la nostra valutazione, questa indagine si basava su accuse discutibili e prove insufficienti e quindi non era in linea con le norme dell’Organizzazione mondiale del commercio per l’avvio di un’indagine”. Quindi, ora, “studieremo i dettagli, decideremo i prossimi passi, ma posso assicurarvi categoricamente che adotteremo tutte le misure necessarie per difendere i nostri produttori e la nostra industria“. La Cina è il maggiore consumatore mondiale di carne di maiale, una carne ampiamente utilizzata nella cucina locale. Ad esempio, lo scorso anno ha importato prodotti a base di carne di maiale dalla Spagna, uno dei principali produttori europei, secondo dati diffusi dalla dogana cinese. “Questa è una pessima notizia per l’industria suina nel suo complesso, e non solo per le esportazioni, perché avrà sicuramente un impatto al ribasso sui prezzi alla produzione in Europa”, ha dichiarato Thierry Meyer, vicepresidente di Inaporc, l’associazione francese dell’industria suinicola. “Non si sono mai verificate pratiche di dumping europee in Cina, perché se vengono vendute lì è perché i prezzi sono buoni. Questa indagine è nata in seguito alla questione delle tasse sulle auto elettriche“, ha aggiunto.

Ucraina, Macron: “Sostegno militare da 26 Paesi, anche Italia”. Meloni: “Non invieremo truppe”

Ventisei Paesi si impegnano a sostenere militarmente l’Ucraina, “via terra, mare o aria“, dopo un cessate il fuoco con la Russia. Ma ognuno con modalità proprie: “Il loro contributo andrà dalla rigenerazione dell’esercito ucraino, al dispiegamento di truppe o la messa a disposizione di basi”, spiega Emmanuel Macron dopo il vertice dei volenterosi di Parigi.

L’inquilino dell’Eliseo non entra nei dettagli per non dare vantaggi a Mosca, ma precisa che Italia, Polonia e Germania sono tra i 26. “L’Italia è indisponibile a inviare soldati in Ucraina“, si affretta a precisare Giorgia Meloni in una nota, confermando però l’apertura a supportare un eventuale cessate il fuoco con “iniziative di monitoraggio e formazione al di fuori dei confini ucraini”. La premier, collegata con Parigi in videoconferenza, rilancia la proposta di un meccanismo difensivo di sicurezza collettiva ispirato all’articolo 5 del Trattato di Washington, come “elemento qualificante” della componente politica delle garanzie di sicurezza. Per Meloni una pace giusta e duratura può essere solo raggiunta con un approccio che unisca il continuo sostegno all’Ucraina, il perseguimento di una cessazione e il “mantenimento della pressione collettiva sulla Russia“. Anche attraverso le sanzioni, e “solide e credibili garanzie di sicurezza”, da definire in “uno spirito di condivisione tra le due sponde dell’Atlantico“, mette in chiaro.

Il nodo resta infatti il contributo degli Stati Uniti alle garanzie. Che ci sarà, assicura Macron, ma verrà definito nei prossimi giorni. Del sostegno o “backstop” americano si è parlato nella videoconferenza con Trump dopo il vertice, alla quale ha partecipato in parte anche il suo inviato speciale Steve Witkoff, presente all’Eliseo. La speranza degli europei è che Washington contribuisca in “modo sostanziale”, riferisce il portavoce del cancelliere tedesco Friedrich Merz. Di certo, Trump spinge l’Europa a interrompere l’acquisto di petrolio russo, che a suo dire aiuterebbe Mosca a proseguire la guerra. E’ “molto scontento che l’Europa acquisti petrolio russo”, ribadisce in conferenza stampa il presidente ucraino Volodomyr Zelensky, dopo il collegamento del Tycoon con il vertice, citando in particolare Slovacchia e Ungheria

. In base ai piani dei volenterosi, di cui Macron rifiuta di specificare i contributi paese per paese, il giorno in cui il conflitto cesserà “saranno messe in atto le garanzie di sicurezza”, fa sapere il presidente, sia attraverso un “cessate il fuoco”, un “armistizio” o un “trattato di pace”. Intanto, se Mosca non accetterà la pace, l’Europa adotterà nuove sanzioni “in collaborazione con gli Stati Uniti” e misure punitive contro i paesi che “sostengono” l’economia russa o aiutano la Russia ad “aggirare le sanzioni”. La Cina è nel mirino.

Gli europei chiedono sanzioni americane da mesi, finora senza successo. Trump, dicendosi “molto deluso” da Putin, aveva avvertito nei giorni scorsi che “succederà qualcosa” se Mosca non risponderà alle sue aspettative di pace. La Russia ribadisce che non accetterà alcun “intervento straniero di qualsiasi tipo”, con la portavoce della diplomazia russa Maria Zakharova che definisce le protezioni richieste da Kiev “garanzie di pericolo per il continente europeo”. “Non spetta a loro decidere”, replica Mark Rutte a nome della Nato. Quella di oggi è stata una “riunione cruciale“, rimarca la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, che sull’importanza del dossier non ha dubbi: “Sappiamo tutti che la posta in gioco è il futuro e la sicurezza dell’intero continente”.

Via libera dell’Ue all’accordo con il Mercosur: rafforzate clausole di salvaguardia

Via libera da parte della Commissione europea all’accordo di partenariato Ue-Mercosur e all’accordo globale modernizzato Ue-Messico. Ora, dopo l’adozione da parte del collegio dei commissari, il trattato di libero scambio dovrà essere sottoposto agli Stati membri e ai deputati europei. L’obiettivo, come spiega il commissario al Commercio, Maros Sefcovic, è quello di arrivare a un accordo tra i 27 entro la fine dell’anno, cioè finché il presidente brasiliano Lula ricoprirà la presidenza di turno del Mercosur.

L’intesa (“La più grande zona di libero scambio al mondo, che coprirà un mercato di oltre 700 milioni di consumatori”, per l’esecutivo Ue) rappresenta per Bruxelles un’opportunità per l’export e per l’occupazione. Il commercio bilaterale Ue-Mercosur oggi vale 112 miliardi di euro e oltre 30mila piccole e medie imprese europee esportano verso Argentina, Brasile, Uruguay e Paraguay. Con l’entrata in vigore dell’accordo, dice Sefcovic, “prevediamo che le esportazioni cresceranno del 39% arrivando a 50 miliardi di euro e un guadagno in termini di Pil di 77,6 miliardi di euro entro il 2040 per l’Ue”. Oltre 440mila i posti di lavoro che dovrebbero essere garantiti.

Notevoli i risparmi anche sul fronte delle imposte doganali. Per la Commissione, l’accordo ridurrà i dazi “spesso proibitivi” del Mercosur sulle esportazioni dell’Ue, compresi quelli sui prodotti industriali chiave, come le automobili (attualmente al 35%), i macchinari (14-20%) e i prodotti farmaceutici (fino al 14%). E con il Mercosur si punta anche ad aumentare del 50% le esportazioni agroalimentari europee, dal momento che si riducono “le elevate tariffe sui principali prodotti”, in particolare vino e alcolici (fino al 35%), cioccolato (20%) e olio d’oliva (10%)”. Le imprese europee e il settore agroalimentare dell’Unione “trarranno immediatamente vantaggio dalla riduzione delle tariffe doganali e dei costi, contribuendo alla crescita economica e alla creazione di posti di lavoro”, precisa la presidente della Commissione, Ursula von der Leyen. Anche l’accordo modernizzato tra l’Ue e il Messico punta a “cancellare i dazi proibitivi” ancora in vigore sull’export europeo. Complessivamente, spiega Sefcovic, saranno eliminate imposte doganali per un valore di 100 milioni di euro all’anno.

Uno dei punti più contestati nei mesi scorsi e sul quale ancora oggi persistono delle riserve – a cominciare dalla Polonia – è quello relativo alle clausole di salvaguardia, sulle quali la Francia ha guidato una ‘rivolta’ all’interno dei Ventisette. Il timore era che facilitare l’ingresso in Ue di prodotti come carne bovina, pollame, zucchero, etanolo, riso o miele potesse indebolire alcuni settori agricoli europei. Ecco perché Parigi – e molti altri Stati membri – hanno chiesto alla Commissione di rafforzare le tutele e, dopo mesi di negoziati, Bruxelles ha annunciato misure di protezione aggiuntive su “prodotti agricoli sensibili”.

In primo luogo, spiega l’esecutivo europeo, l’intesa limita le importazioni preferenziali di prodotti agroalimentari dal Mercosur a una frazione della produzione dell’Ue (ad esempio, l’1,5% per le carni bovine e l’1,3% per il pollame). In secondo luogo, “istituisce solide misure di salvaguardia che proteggono i prodotti europei sensibili da qualsiasi aumento dannoso delle importazioni dal Mercosur”. In questo senso, la Commissione propone di integrare l’accordo con un atto giuridico che renda operativo il capitolo sulle misure di salvaguardia bilaterali del partenariato. Questo atto, che dovrà essere adottato dal Parlamento europeo e dal Consiglio, “mira in particolare a proteggere i settori agricoli cruciali e più sensibili dell’Ue, riconoscendo le preoccupazioni degli agricoltori europei”.

“So che sussistono delle preoccupazioni, soprattutto dal mondo degli agricoltori, ma abbiamo prestato ascolto a tutti”, assicura Sefcovic. L’accordo, dice il vicepresidente esecutivo della Commissione, Raffaele Fitto “sarà accompagnato da misure concrete: controlli e verifiche rafforzati nei Paesi partner, standard di sicurezza alimentare più rigorosi e ulteriori strumenti a tutela dei nostri standard ambientali e sociali”. Ma non solo. “Se ci fossero delle turbolenze nel mercato, proponiamo 6,3 miliardi di euro provenienti dalla rete di sicurezza nell’ambito del prossimo quadro finanziario pluriennale che sosterrà il settore agricolo”, precisa Sefcovic.

Difesa, nel 2024 spesa a 343 miliardi di euro in Ue: è record. E nel 2025 crescerà ancora

Nel 2024, la spesa totale per la Difesa dei 27 Stati membri dell’Ue ha raggiunto i 343 miliardi di euro, con un aumento del 19% rispetto al 2023, portandola all’1,9% del Pil. E’ quanto emerge dal report ‘Defence data 2024-2025’ della European Defence Agency (Eda). I dati stimati suggeriscono che nel 2025 gli Stati membri potrebbero superare la soglia del 2% fissata dalla Nato, raggiungendo i 392 miliardi di euro (a prezzi correnti, 381 miliardi di euro a prezzi costanti del 2024) o il 2,1% del Pil. Gli investimenti, spiega l’agenzia, hanno raggiunto un livello “record” nel 2024, superando per la prima volta la soglia dei 100 miliardi di euro e raggiungendo i 106 miliardi di euro. Hanno rappresentato il 31% della spesa totale per la difesa, la quota più elevata registrata dall’Eda dall’inizio della raccolta dei dati. Si prevede che la tendenza continuerà nel 2025, portando la spesa per gli investimenti nella Difesa a circa 130 miliardi di euro. “L’Europa sta spendendo somme record per la sua difesa, per garantire la sicurezza dei nostri cittadini, e non ci fermeremo qui”, spiega la responsabile della diplomazia dell’Unione europea Kaja Kallas, che presiede l’Eda.

I paesi europei hanno aumentato notevolmente le loro spese militari dall’annessione della Crimea da parte della Russia nel 2014 e, ancora di più, dopo l’invasione dell’Ucraina lanciata dal Cremlino nel febbraio 2022. I paesi della Nato, di cui fanno parte anche 23 Stati dell’Ue, hanno inoltre deciso di intensificare ulteriormente i loro sforzi, destinando almeno il 5% del loro prodotto interno lordo alla sicurezza nei prossimi dieci anni, di cui il 3,5% a spese strettamente militari. Per raggiungere quest’ultimo obiettivo “sarà necessario raddoppiare gli sforzi e spendere in totale più di 630 miliardi di euro all’anno” nell’Ue, dice André Denk, direttore dell’Eda.

Come negli anni precedenti, anche nel 2024 la spesa per l’acquisto di attrezzature di difesa è stata il principale motore dell’aumento degli investimenti complessivi nel settore, con 88 miliardi di euro, registrando una crescita record del 39% rispetto al 2023.  La spesa per la ricerca e lo sviluppo (R&S) è aumentata del 20% e ha raggiunto i 13 miliardi di euro nel 2024, segnando un forte aumento della crescita. Nel 2025 si prevede un ulteriore aumento della spesa, che raggiungerà i 17 miliardi di euro.

Le spese per la ricerca e la tecnologia sono salite a 5 miliardi di euro nel 2024. Si tratta di un forte aumento del 27% rispetto al 2023 e rappresenta il terzo più consistente registrato dall’Agenzia, dopo una crescita del 46% nel 2020 e del 41% nel 2021. Si prevede che questa tendenza porterà la spesa per la R&T a 6 miliardi di euro nel 2025. L’Eda osserva che l’aumento della spesa per la Difesa, insieme alla quota relativamente modesta degli sforzi di collaborazione nella spesa degli Stati membri, “evidenzia l’opportunità unica di sfruttare appieno le possibilità di collaborazione, avvalendosi delle possibilità di finanziamento dell’UE e migliorando così l’efficienza della spesa e l’interoperabilità dei sistemi d’arma nei paesi europei”.

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Metsola sprona Ue: “Siamo leader, non follower. Cambiamo o saremo irrilevanti”

Essere leader e non follower. Dal palco del Meeting di Rimini, Roberta Metsola sprona l’Europa a essere protagonista in un mondo che è in continua evoluzione. Gli Stati Uniti sono “più complicati di un tempo”, osserva, e la guerra in Ucraina ha messo in luce la dipendenza del Vecchio continente dalla Russia. La “terribile situazione” a Gaza ha mostrato a una nuova generazione “quanto abbiamo bisogno di un’Europa più forte che promuove la pace”.

La presidente dell’europarlamento cita Mario Draghi per ricordare che la forza economica e il soft power non bastano più a garantire che l’Europa resti un leader globale. “Lo status quo significa arrendersi, significa lasciare l’Europa ai margini“, ribadisce, invitando ad avere il coraggio di “prendere le decisioni”, per non cadere in una “lenta e dolorosa spirale verso l’irrilevanza“.

Bisogna quindi porsi domande difficili: “Vogliamo essere in grado di difenderci? Vogliamo davvero integrare i nostri mercati e sbloccare il grande potenziale che conosciamo? Vogliamo sostenere le nostre imprese e nostri imprenditori? Vogliamo garantire il nostro modello di libera impresa e di reti di protezioni sociali?”.

Il primo passo per non essere irrilevanti è creare le condizioni per una crescita stabile e sostenibile, “semplificando le regole, rafforzando il mercato unico e sviluppando il commercio”, la ricetta della presidente. Sulla semplificazione, Bruxelles fa progressi, ma ammette: “Sappiamo che approvare 13.000 provvedimenti legislativi nella scorsa legislatura contro i solo 3.000 negli Stati Uniti frenerebbe chiunque dal poter guidare la strada verso il futuro”.

Meno moralismo e più azione è il suggerimento: “In Europa le industrie sostengono milioni di posti di lavoro”, ricorda Metsola, rimarcando che bisogna “sostenerle, non ostacolarle”. In definitiva il principio è semplice: “Dove possiamo semplificare dobbiamo farlo, dove occorre correggerci e adattarci alle nuove realtà dobbiamo farlo. Questa è la direzione che stiamo dando al nostro lavoro”.

Sul lavoro fatto finora in Ucraina, la presidente non ha dubbi: “Kiev non sarebbe libera senza il sostegno europeo“. Ringrazia Meloni e Tajani per il “contributo determinante dell’Italia nel difendere i valori europei” e insiste: “Abbiamo sempre spinto per la pace, una vera pace che nasce dalla capacità dell’Ucraina di restare forte, dobbiamo continuare a spiegare perché il nostro sostegno all’Ucraina è così determinato e questo perché non è solo altruismo, è l’aspirazione dell’Europa a vivere libera, un principio che non dimenticheremo mai“.

Avanti quindi sulle “vere” garanzie di sicurezza: “Vogliamo una pace duratura, che mantenga tutti noi al sicuro, che si fondi sul principio del ‘niente sull’Ucraina senza l’Ucraina‘”. E perché ciò accada, scandisce, “nulla sull’Europa può essere deciso senza l’Europa”.

Dazi, definita intesa Usa-Ue: 15% su auto e farmaci. Nessuna esenzione sul vino

Oltre 10 viaggi transatlantici, 120-130 ore di colloqui, per “l’accordo migliore che potevamo sperare”. Il commissario Ue al Commercio, Maros Sefcovic, annuncia in conferenza stampa la pubblicazione della dichiarazione congiunta Ue-Usa sugli accordi commerciali reciproci, a meno di un mese dall’intesa raggiunta in Scozia il 27 luglio tra la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, e il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump.

Un documento che definisce un quadro “equo, equilibrato e reciprocamente vantaggioso”. L’obiettivo è chiaro: consolidare le relazioni “e contribuire – dice Sefcovic – alla reindustrializzazione su entrambe le sponde dell’Atlantico. Vogliamo liberare appieno il potenziale della nostra forza economica combinata”. Von der Leyen ricorda che “di fronte a una situazione difficile, abbiamo mantenuto gli impegni assunti nei confronti dei nostri Stati membri e dell’industria e abbiamo ripristinato la chiarezza e la coerenza nel commercio transatlantico”.

Per Bruxelles, insomma, il risultato è positivo perché il limite tariffario globale del 15% per l’Unione europea è “l’accordo commerciale più favorevole che gli Stati Uniti abbiano mai concesso a un partner”, dice il Commissario, anche perché “l’alternativa, una guerra commerciale con dazi altissimi e un’escalation politica, non giova a nessuno. Danneggia l’occupazione, la crescita e le imprese sia nell’Ue che negli Stati Uniti. E non si tratta di una teoria, poiché sarebbero a rischio quasi 5 milioni di posti di lavoro in Europa, molti dei quali nelle Pmi. Questo accordo evita questa strada”. Soddisfatta anche la controparte. Per il segretario Usa al Commercio, Howard Lutnick, l’accordo ha permesso all’agenda commerciale statunitense di ottenere “una vittoria importante per i lavoratori americani, le industrie statunitensi e la nostra sicurezza nazionale. “Dazi” dovrebbe essere una delle parole preferite dell’America”, aggiunge.

Per il governo italiano anche se “non si tratta ancora di un punto di arrivo ideale o finale”, l’intesa ha permesso di raggiungere “alcuni punti fermi importanti a partire dall’aver evitato una guerra commerciale e dall’aver posto le basi per relazioni commerciali mutualmente vantaggiose”.

E un’ampia gamma di settori, tra cui industrie strategiche come l’automobile, i prodotti farmaceutici, i semiconduttori e il legname, beneficeranno di questo limite massimo. Ma per Business Europe, l’associazione imprenditoriale europea, questo non dovrebbe essere il risultato finale, perché l’impatto sulla competitività delle imprese Ue “sarà comunque negativo” e per questo bisogna “raddoppiare gli sforzi” riducendo “gli oneri normativi e il costo dell’energia e portando avanti il ​​suo programma di diversificazione commerciale”. Per quanto riguarda le auto – ora soggette a un dazio del 27,5% – la nuova imposta dovrebbe entrare in vigore retroattivamente dal 1° agosto perché, spiega Sefcovic.

Nessuna esenzione, invece, per il vino, i distillati e la birra su cui “stiamo lavorando da quando abbiamo avviato i negoziati”, con gli Usa, cioè da febbraio. Purtroppo, ammette Sefcovic, “non siamo riusciti” a inserirli nell’accordo, “ma le porte non sono chiuse, perché entrambe le parti hanno concordato di valutare altri settori in futuro, e questi sono una nostra priorità”. Per l’Unione Italiana Vini, si tratta sostanzialmente di una sconfitta perché il danno stimato per le imprese è di circa 317 milioni di euro cumulati nei prossimi 12 mesi, mentre per i partner commerciali d’oltreoceano il mancato guadagno salirà fino a quasi 1,7 miliardi di dollari.

Numerosi gli impegni presi dall’Ue. L’accordo prevede anche una forte cooperazione energetica, nell’ambito della quale l’Ue acquisterà gas naturale liquefatto, petrolio e prodotti energetici nucleari dagli Stati Uniti, con un volume di acquisti previsto di 750 miliardi di dollari entro il 2028. Bruxelles, inoltre, acquisterà chip di intelligenza artificiale statunitensi per un valore di almeno 40 miliardi di dollari per i suoi centri di calcolo. Ma non solo. Le aziende europee investiranno ulteriori 600 miliardi di dollari in settori strategici negli Stati Uniti entro il 2028.

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Ue, accordo tecnico Italia-Germania: No solo elettrico per decarbonizzare flotte aziende

Un “punto di svolta” in Europa. Così il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, saluta l’intesa tra il Mimit e il Bmwe, il ministero tedesco per gli Affari Economici e l’Energia, sull’iniziativa della Commissione Europea per la decarbonizzazione delle flotte aziendali. Si tratta, per Palazzo Piacentini, di un “passo avanti decisivo“, successivo all’incontro che si è svolto a Berlino lo scorso 21 luglio tra Urso e l’omologa tedesca Katherina Reiche.

I due Paesi chiedono all’Europa una linea d’azione flessibile ed equilibrata, fondata sulla neutralità tecnologica, insieme a incentivi e strumenti che facilitino il processo di transizione.

“Con questa intesa ribadiamo il nostro impegno per una transizione sostenibile che favorisca l’innovazione e la competitività dell’industria europea. Si tratta di una svolta storica in Europa: abbiamo il dovere di sostenere misure efficaci e flessibili, capaci di accompagnare le imprese nel percorso verso la decarbonizzazione, senza gravare con regolamentazioni rigide e penalizzanti. Con il Bmwe lavoriamo insieme per guidare questa trasformazione, ponendo la neutralità tecnologica e la sostenibilità al centro del futuro della mobilità europea”, spiega Urso. Qualsiasi misura o strumento proposto dovrebbe, sulla base dell’approccio condiviso tra i due Ministeri, promuovere o sostenere la transizione verso veicoli a basse emissioni nelle flotte aziendali, non limitandosi solo ai veicoli elettrici. Occorre quindi un approccio tecnologicamente neutrale nel computare l’intensità delle emissioni di CO2, che consideri la resilienza e la competitività dell’UE, garantendo che l’efficienza economica, la concorrenza e la trasparenza rimangano obiettivi centrali. I Ministeri dei due Paesi, inoltre, suggeriscono che tale approccio possa essere preso in considerazione per tutti i tipi di flotte: autovetture, veicoli commerciali leggeri e veicoli pesanti.

Per il senatore di Fratelli d’Italia Gianpietro Maffoni, della commissione Industria, quello siglato tra Italia e Germania non è solo un accordo tecnico, ma un “chiaro segnale politico”: “Con questa intesa si afferma una visione comune che rimette al centro la sovranità industriale europea e la necessità di una transizione green sostenibile anche dal punto di vista economico”, afferma, definendolo un “passo avanti che potrebbe segnare una nuova fase nei rapporti di forza all’interno dell’Unione, dove l’interesse strategico dell’Europa deve prevalere sulle forzature ideologiche di Bruxelles”.

Di “svolta strategica che può cambiare gli equilibri a Bruxelles e restituire all’Europa una politica industriale all’altezza delle sue ambizioni” parla Silvio Giovine, deputato di Fratelli d’Italia in commissione Attività Produttive alla Camera. “Finalmente due grandi potenze industriali come Italia e Germania parlano con una voce sola, chiedendo all’Unione Europea una transizione ecologica realistica, che non distrugga il tessuto produttivo ma lo accompagni verso il futuro”, commenta Giovine, per cui neutralità tecnologica e flessibilità normativa sono “le chiavi per difendere la competitività del nostro sistema industriale, evitando imposizioni ideologiche che avvantaggiano solo alcuni player globali a scapito delle nostre imprese”.