Ue, Bei: Nel 2025 quadruplicati a 4 miliardi i fondi per la difesa

Record di 11,6 miliardi di euro dedicati alle reti europee; un terzo degli investimenti totali per la transizione energetica; risorse quadruplicate per la difesa. Sono i dati della relazione sui risultati annuali del gruppo Banca europea per gli investimenti (Bei) per il 2025 da cui emerge che è stato rispettato l’obiettivo di mantenere il 60% di finanziamenti in sostenibilità e che alla difesa sono andati quattro miliardi di euro: pari al 5% delle attività annuali del Gruppo Bei nell’Ue e a quattro volte le risorse messe in campo nel 2024. Questo è da ricondurre anche al fatto che, a metà dell’anno scorso, la Banca europea per gli investimenti aveva deciso di espandere il proprio raggio d’azione nel comparto grazie ad un aumento complessivo di spesa fino a 100 miliardi di euro. Al di là di ciò “abbiamo fatto meglio del previsto, avendo già raggiunto lo scorso anno l’obiettivo che ci eravamo prefissati per il 2026”, ha sottolineato la presidente della Bei, Nadia Calviño. Che si è detta “fiduciosa di poterlo confermare anche alla fine di quest’anno” dal momento che “non c’è dubbio che l’Unione europea debba accrescere la propria capacità di difesa”.

Dai dati della relazione emerge che quasi il 60% dei finanziamenti totali del Gruppo Bei nel 2025 è stato destinato a progetti verdi, dalle grandi reti e interconnessioni energetiche alla realizzazione di sistemi di stoccaggio e di energie rinnovabili, alle tecnologie pulite per la decarbonizzazione dell’industria pesante, nonché agli investimenti per l’adattamento, come le infrastrutture idriche, rafforzando la resilienza delle economie e delle società ai cambiamenti climatici e al loro impatto. Un importo “record” di 11,6 miliardi di euro è stato destinato a progetti di reti e stoccaggio, a sostegno della sicurezza dell’approvvigionamento elettrico. E si stima che il finanziamento firmato lo scorso anno contribuirà alla costruzione o all’ammodernamento di 56 mila km di linee elettriche, dall’interconnessione storica del Golfo di Biscaglia tra la Penisola Iberica e la Francia, passando per un cavo sottomarino che collega due regioni dell’Italia centrale, fino alle reti locali e alle infrastrutture elettriche municipali in Germania. I finanziamenti del Gruppo Bei hanno sostenuto un quinto di tutta la nuova capacità solare installata, un progetto eolico onshore su tre, e la stragrande maggioranza di tutti i progetti eolici offshore nel 2025.

Nel campo della salute, dell’intelligenza artificiale e delle biotecnologie, l’anno scorso si è avuto il lancio di TechEU, “il più grande programma di finanziamento per l’innovazione di sempre”, con cui il Gruppo Bei prevede di mobilitare almeno 250 miliardi di euro di investimenti entro il 2027, puntando a trattenere in Europa le idee, le aziende e le tecnologie. I calcoli prevedono che i finanziamenti erogati solo lo scorso anno mobiliteranno oltre 100 miliardi di euro di investimenti, dalle reti 6G basate sull’intelligenza artificiale alla produzione di semiconduttori. Mentre, in qualità di finanziatore fondamentale dell’innovazione, il Fondo europeo per gli investimenti (Fei), la filiale della Bei dedicata al finanziamento del rischio, ha erogato quasi 16 miliardi di euro in garanzie e finanziamenti azionari per piccole imprese e startup in tutta l’Ue.

Infine, il Piano per un’edilizia abitativa accessibile e sostenibile del Gruppo Bei, lanciato nel 2025 insieme alla Commissione europea, ha portato i finanziamenti per l’innovazione, le ristrutturazioni e le nuove costruzioni a oltre 5 miliardi di euro, con un aumento di quasi il 50% su base annua, con un ulteriore incremento previsto per il 2026. Mentre i finanziamenti per l’agricoltura e la bioeconomia hanno raggiunto la cifra record di quasi 8 miliardi di euro e quelli per l’Ucraina hanno toccato “un nuovo record e ora superano i 4 miliardi di euro dall’inizio dell’invasione russa, con un nuovo progetto firmato o inaugurato ogni due settimane, da scuole, ospedali e strutture comunitarie al teleriscaldamento e alla fornitura di energia elettrica”.

Si parlerà anche di questi temi nell’edizione 2026 di Connact Annual Meetingorganizzato dalla Fondazione Articolo 49 con l’Ufficio di Collegamento del Parlamento europeo in Italia, che si svolgerà a Bruxelles il 4 febbraio.

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Ue-India, c’è l’accordo di libero scambio. Von der Leyen: “E’ un segnale al mondo”

L’Unione europea e l’India hanno concluso i negoziati per un accordo di libero scambio (Als). Bruxelles lo definisce “storico, ambizioso e commercialmente significativo, il più grande accordo di questo tipo mai concluso da entrambe le parti”. L’intesa, infatti, “rafforzerà i legami economici e politici tra la seconda e la quarta economia mondiale, in un momento di crescenti tensioni geopolitiche e sfide economiche globali, evidenziando il loro impegno comune per l’apertura economica e il commercio basato su regole”, aggiunge Palazzo Berlaymont.

L’Ue e l’India scambiano già beni e servizi per un valore di oltre 180 miliardi di euro all’anno, sostenendo quasi 800 mila posti di lavoro nell’Ue. Si prevede che questo accordo raddoppierà le esportazioni di merci dell’Ue verso l’India entro il 2032, eliminando o riducendo i dazi doganali sul valore del 96,6% delle esportazioni di merci dell’Ue verso l’India. Complessivamente, le riduzioni tariffarie consentiranno di risparmiare circa 4 miliardi di euro all’anno in dazi sui prodotti europei.

In base all’accordo, l’India concederà all’Ue riduzioni tariffarie “che nessun altro suo partner commerciale ha ricevuto”. Ad esempio, i dazi sulle auto stanno gradualmente scendendo dal 110% a un minimo del 10%, mentre saranno completamente aboliti per i ricambi auto dopo cinque-dieci anni. Saranno inoltre in gran parte eliminati i dazi doganali che arrivano fino al 44% sui macchinari, al 22% sui prodotti chimici e all’11% sui prodotti farmaceutici.

“L’Europa e l’India – ha detto la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen – stanno scrivendo la storia oggi, approfondendo il partenariato tra le più grandi democrazie del mondo. Abbiamo concluso la madre di tutti gli accordi. Abbiamo creato una zona di libero scambio di due miliardi di persone, da cui entrambe le parti trarranno beneficio. Questo è solo l’inizio. Rafforzeremo ulteriormente la nostra relazione strategica”. “Abbiamo inviato un segnale al mondo – ha aggiunto – che la cooperazione basata su regole produce ancora grandi risultati. E, soprattutto, questo è solo l’inizio: costruiremo su questo successo e rafforzeremo ulteriormente le nostre relazioni”.

Per quanto riguarda il settore agricolo, l’accordo elimina o riduce i dazi (in media oltre il 36%) sulle esportazioni di prodotti agroalimentari dell’Ue. Ad esempio, le tariffe indiane sui vini saranno ridotti dal 150% al 75% all’entrata in vigore e, in seguito, fino a livelli del 20%; i dazi sull’olio d’oliva scenderanno dal 45% allo 0% in cinque anni, mentre i prodotti agricoli trasformati come pane e dolciumi vedranno l’eliminazione di dazi fino al 50%.

L’intesa siglata prevede anche un capitolo dedicato al commercio e allo sviluppo sostenibile, che rafforza la tutela ambientale e affronta il cambiamento climatico, tutela i diritti dei lavoratori, sostiene l’emancipazione femminile, fornisce una piattaforma per il dialogo e la cooperazione sulle questioni ambientali e climatiche legate al commercio e ne garantisce un’attuazione efficace.

Per quanto riguarda l’Ue, le bozze di testo negoziate saranno pubblicate a breve. I testi saranno sottoposti a revisione giuridica e traduzione in tutte le lingue ufficiali dell’Ue. La Commissione presenterà quindi la sua proposta al Consiglio per la firma e la conclusione dell’accordo. Una volta adottati dal Consiglio, l’Ue e l’India potranno firmare gli accordi. Dopo la firma, l’accordo richiederà l’approvazione del Parlamento europeo e la decisione del Consiglio sulla conclusione affinché entri in vigore. Una volta che anche l’India avrà ratificato l’accordo, quest’ultimo potrà entrare in vigore.

Trump show a Davos: “Se non ci date la Groenlandia ce ne ricorderemo”

Quasi un’ora e 20 minuti di discorso mescolando politica interna, difesa, energia, sicurezza nazionale, insulti più o meno velati agli altri Paesi. E, ancora dazi, Ucraina, Iran. Dal palco del World Economic Forum di Davos il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, attacca tutto e tutti ma non sorprende. E, soprattutto, tira dritto, anzi drittissimo, sulla Groenlandia. “Un blocco di ghiaccio”, così come lo definisce più volte, “molto vasto, poco sviluppato, quasi totalmente disabitato, quasi totalmente non difeso, in una posizione strategica tra Stati Uniti, Cina e Russia”, che solo gli Usa “sono capaci di mettere in sicurezza”. Nessun altro. Tanto meno la Danimarca, “un piccolo e bel Paese” che, però, “non ha mai fatto nulla”. Le minacce, ricorda Trump, sono rappresentate da “missili, testate nucleari e armi”, quindi “ci serve uno sforzo internazionale di sicurezza”.

A sostegno della sua tesi snocciola tutto ciò che rende gli Stati Uniti “una grande potenza molto più grande rispetto a quello che potete pensare”, dall’attacco in Venezuela e alle azioni durante la Seconda Guerra Mondiale, fino al rinnovato esercito che “con il mio mandato è diventato 100 volte più forte” di 80 anni fa.

La richiesta è chiara: “Vogliamo la Groenlandia e se dite di no ce lo ricorderemo”, quindi servono “negoziati immediati” per l’acquisizione dell’isola. Il repubblicano chiede proprio “un atto di proprietà” perché “legalmente non è difendibile adesso e poi dal punto di vista psicologico è importante avere un accordo, un titolo di proprietà”. Nella sua visione, l’annessione – di fatto – della Groenlandia può diventare “positiva, un driver per l’economia” non solo per gli stessi Usa, ma anche per l’Europa e questo, assicura, “non sarà mai una minaccia alla Nato”. Alleanza verso cui, però, avanza più di una stoccata. “Non ha mai fatto niente per noi – dice Trump – noi ci siamo stati e ci saremo al 100 ma non so se la Nato ci sarà per noi, è una sorta di sveglia”.

Poi, con un numero di giocoleria dialettica, il monito: “Non abbiamo mai chiesto niente e non abbiamo mai avuto niente a meno che io non decida di utilizzare una forza eccessiva, ma sarebbe inarrestabile, e io non lo farò”.

Lato europeo la situazione è tesa. Il tema sarà al centro del Consiglio Ue straordinario di giovedì e la posizione di Bruxelles è quella ribadita dalla presidente della Commissione, Ursula von der Leyen: la Groenlandia “è una nazione con la sua sovranità e il suo diritto all’integrità territoriale”, ma contestualmente si lavora a “un pacchetto per la sicurezza dell’Artico” in particolare con “l’aumento della spesa per la difesa per equipaggiamenti pronti” per questo territorio. Il Parlamento europeo, invece, invita ancora il Vecchio Continente “a rispondere in modo fermo, collettivo e deciso e a contrastare qualsiasi tentativo di coercizione”.

Dall’altro capo del mondo, proprio sull’isola di ghiaccio, prevale il pragmatismo. Il governo ha diffuso un opuscolo dal titolo ‘Preparati alle crisi – sopravvivi per cinque giorni’ con consigli semplici e pratici su come “le famiglie possono prepararsi a cavarsela da sole per un massimo di cinque giorni in caso di crisi”. Ufficialmente si tratta di un’iniziativa avviata lo scorso anno a seguito di una serie di interruzioni di corrente di breve e lunga durata, spiega Nuuk, ma è oggi quanto mai attuale.

Scoppia la guerra dello champagne: Trump minaccia dazi del 200% alla Francia

Un dazio del 200% su vini e champagne francesi. E’ l’annuncio fatto dal presidente Usa, Donald Trump, dopo il “no” del suo omologo francese, Emmanuel Macron, ad aderire al ‘Board of peace’ per Gaza. “Applicherò una tariffa del 200% sui suoi vini e champagne. E lui accetterà. Ma non è obbligato a farlo”, ha detto il capo della Casa Bianca parlando con i giornalisti in Florida. Nel 2024 la Francia ha esportato negli Usa vino per 2,4 miliardi di euro e 1,5 miliardi di alcolici, pari a circa un quarto delle suo export.

La tensione tra i due leader è sempre più forte. In mattinata, sul social network Truth, Trump ha postato lo screenshot di un messaggio – la cui autenticità è stata confermata dall’Eliseo – nel quale Macron, dopo aver spiegato di essere “totalmente in linea sulla Siria” e convinto che “insieme faremo grandi cose in Iran”, dice di non capire “cosa stai facendo in Groenlandia”. “Posso organizzare – scrive il presidente francese nella nota mostrata da Trump – una riunione del G7 dopo Davos a Parigi giovedì pomeriggio. Posso invitare ucraini, danesi, siriani e russi”. Infine, scrive Macron, “ceniamo insieme a Parigi giovedì prima che torni negli Stati Uniti”.

Nessun accenno ai dazi, ma la pubblicazione di una comunicazione riservata viene vista da Parigi come uno sgarbo istituzionale. Anche se non è la prima volta che Trump rende noti i messaggi ricevuti dai leader Ue o dai responsabili di organizzazioni internazionali.

E da Davos, in occasione del suo intervento al World Economic Forum, è arrivata la replica del presidente francese che, però, non ha mai citato per nome il suo omologo Usa. “Il mondo pende verso l’autocrazia, nel 2024 ci sono state oltre sessanta guerre anche se mi dicono che alcune sono state risolte”, ha ironizzato riferendosi, naturalmente, a Trump.

Ma la questione dazi ora si fa più stringente. Quella americana, ha detto Macron a Davos, è una concorrenza che si basa su accordi commerciali “che minano i nostri interessi di esportazione, esigono concessioni massime e mirano apertamente a indebolire e subordinare l’Europa, combinata con un accumulo infinito di nuove tariffe che sono fondamentalmente inaccettabili. Ancora di più quando vengono utilizzate come leva contro la sovranità territoriale”. L’attacco è frontale e a 360 gradi: in questo periodo storico stiamo assistendo a “un passaggio verso un mondo senza regole, dove il diritto internazionale viene calpestato e dove le uniche leggi che sembrano contare sono quelle del più forte e le ambizioni imperiali stanno riemergendo”.

E l’annuncio di tariffe record sui vini francesi va proprio in questa direzione. Per il ministro francese delegato all’Industria, Sébastien Martin, questo atteggiamento “incoraggia ulteriormente l’Europa a reagire”, mentre per la titolare dell’Agricoltura, Annie Genevard, si tratta di “uno strumento di ricatto”. “Abbiamo gli strumenti” commerciali “per resistergli; spetta agli europei assumersi la responsabilità”, ha spiegato.

E proprio la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, a Davos ha ribadito che “l’Ue e gli Stati Uniti hanno concordato un accordo commerciale lo scorso luglio. E in politica come negli affari, un accordo è un accordo. E quando gli amici si stringono la mano, deve pur significare qualcosa”. Ma per il presidente del Partito popolare europeo (Ppe), Manfred Weber, “è inaccettabile” per l’Europa sopportare ancora le “minacce Usa”. Ecco perché “il Parlamento europeo ha deciso, insieme ai tre grandi gruppi, di sospendere l’accordo commerciale”. In ogni caso, ha rimarcato a Strasburgo, “raccomanderei a tutti di rimanere calmi in questi negoziati commerciali, per evitare un’ulteriore escalation, per evitare lo stile trumpiano, facciamolo con lo stile europeo: questa è una settimana di dialoghi”.

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Alluminio, allarme Face: “Ue azzeri dazi sul primario e protegga rottami per salvare Pmi”

​L’industria europea dell’alluminio vive una fase complessa, stretta tra una geopolitica commerciale sempre più aggressiva e costi strutturali che rischiano di soffocare il comparto a valle. A spiegare le urgenze del settore è Mario Conserva, segretario generale della Federazione Europea Consumatori Alluminio (Face), che in un’intervista a GEA invita Bruxelles a intervenire con una strategia più pragmatica e meno difensiva.

​Secondo Conserva, poiché i dazi statunitensi su alluminio e derivati sono “ormai un dato di fatto consolidato”, l’Unione europea dovrebbe cambiare approccio agendo sulle leve che sono sotto il suo diretto controllo. La priorità assoluta è “l’azzeramento dei dazi sull’importazione di alluminio primario”. Mantenere barriere tariffarie interne sull’import di metallo grezzo, infatti, “significa solo limitare la competitività dei trasformatori europei, senza reali benefici industriali o geopolitici”.

La misura, inoltre, grava pesantemente sulle Pmi, ovvero il cuore pulsante del settore: il segmento a valle rappresenta oltre l’80% della forza lavoro e il 70% del fatturato dell’intera filiera. Senza una riduzione dei dazi sul grezzo da Paesi terzi, avverte l’esperto, le Pmi resterebbero schiacciate “tra l’aumento dei costi della materia prima e una concorrenza extra-Ue che gode di condizioni d’accesso decisamente più vantaggiose”.

Un altro problema riguarda la carenza di materia prima secondaria. Ogni anno, sostiene Conserva, l’Europa esporta circa 1,2 milioni di tonnellate di rottami di alluminio, una fuga di risorse che il segretario generale definisce come una “reale sottrazione” all’industria locale. La proposta di Face a Bruxelles è quindi di riconoscere ufficialmente i rottami di alluminio come materia prima critica. “È essenziale che si valutino opportuni vincoli regolatori all’export”, avverte Conserva. In caso contrario, l’Europa rischia di perdere uno dei suoi pochi vantaggi competitivi rimasti, disperdendo non solo il metallo ma anche il lungo patrimonio di competenze tecniche accumulato negli anni.

​Infine c’è il tema della transizione ecologica. Nonostante la sostenibilità sia l’obiettivo dichiarato dell’Ue, infatti, il contesto attuale rischia di renderla insostenibile economicamente. Con la produzione di alluminio primario in Europa ai minimi storici e i costi energetici fuori controllo, l’alluminio “green” rischia di trasformarsi in un “lusso industriale” per pochi, sostiene Conserva. ​Il futuro dell’alluminio in Europa, sostiene Face, non può quindi prescindere da una visione d’insieme che tuteli l’intera catena del valore. La sfida per la Commissione europea è ora chiara: azzerare i dazi sul primario, blindare le riserve di rottame e calmierare i costi energetici per evitare che il settore europeo venga definitivamente tagliato fuori dai mercati globali.

Boland (Cese) in udienza dal Papa: “Lotta a povertà ed emergenza casa sono priorità Ue”

Lotta alla povertà, soluzioni alle crisi abitative e per una transizione ecologica che non aumenti le diseguaglianze tra le persone. E ancora: incentivi a programmi di benessere mentale per le nuove generazioni. Sono solo alcuni dei punti cardine per il mandato 2025-2028 di Séamus Boland, il nuovo presidente – in carica dallo scorso ottobre – del Comitato Economico e Sociale Europeo (Cese), l’organo Ue che rappresenta la società civile organizzata. Boland, irlandese di 69 anni, ne ha parlato in Vaticano, ricevuto questa mattina in udienza da Papa Leone XIV. Al centro proprio i temi di giustizia sociale, protezione dei più vulnerabili, azioni per il clima, salute mentale dei giovani ed emergenza dei senzatetto.

La nuova strategia anti povertà europea – spiega Boland a GEA – deve finalmente iniziare a combattere l’esclusione delle persone, riconoscendola come emergenza”. Ci sono grosse fette di popolazione infatti dimenticate, spesso a causa dei luoghi in cui vivono. “Queste persone devono essere raggiunte, ascoltate e portate all’interno delle politiche europee. E’ parte fondamentale del mio mandato portare chi è più in difficoltà al centro delle politiche dell’Unione. Ci sono oltre 90 milioni di europei a rischio esclusione”, ricorda il presidente Cese.

Il 2026 – come annunciato lo scorso dicembre dalla Commissione europea – sarà poi l’anno del primo Vertice Ue sulla casa, contestualmente sarà presentato il primo Piano europeo per l’edilizia abitativa accessibile. Obiettivo dei prossimi mesi sarà dunque affrontare l’emergenza abitativa in tutta l’Unione, con l’obiettivo di costruire o ristrutturare circa 650mila abitazioni all’anno. Previsti dei target specifici, con un’attenzione particolare ai gruppi più colpiti dalla crisi come le famiglie monogenitoriali, gli anziani, i giovani e le persone senza fissa dimora.

Si discuterà poi di una nuova Alleanza europea per l’edilizia abitativa per semplificare le norme sugli aiuti di Stato per l’housing sociale e adottare strategie di contrasto alla speculazione e al peso degli affitti brevi nelle città. “Il Vertice – commenta Boland – dovrà stabilire che ogni strategia includa regole e aiuti che assicurino un’abitazione per queste categorie di persone. Molte di loro ora vivono in strada, nelle macchine, negli ostelli, negli ospedali, dove non dovrebbero stare”. Secondo il presidente “è un problema cronico, più serio del Covid. E come furono trovate allora delle soluzioni di emergenza per fronteggiare il Covid, lo stesso dobbiamo fare ora con la casa”.

La transizione ecologica è un altro tema a cuore del presidente Cese. L’Europa ha infatti sposato la transizione ecologica ma il rischio è che i costi ricadano sui più poveri, bisogna quindi evitare che il passaggio alimenti nuove forme di disuguaglianza. “Vengo da una comunità rurale in Irlanda – ricorda Boland – e la mia organizzazione ha lavorato spesso con gli agricoltori per portare avanti una serie di misure per il clima”. Il problema delle tassazioni green è però che “spesso sono lievitate più duramente per le persone che vivono in aree rurali”, bisogna quindi “cambiare il sistema, rendendolo più equo e giusto. Non si deve punire le persone a basso reddito, a cui va dato supporto. Altrimenti le persone a rischio povertà non potranno affrontare le misure per il cambiamento climatico”.

Infine la salute mentale dei più giovani, problema spesso legato alla precarietà lavorativa. “E’ un altro problema cronico”, precisa Boland che sottolinea come pure questo fenomeno sia divampato durante il covid, “coi giovani che hanno dovuto fare quanto di più innaturale, ovvero evitare la socialità. Questo ha sviluppato in loro un senso di solitudine enorme”. E’ uno spazio che va riconquistato. “I giovani possono cambiare il mondo – precisa – ma hanno bisogno dei supporti per poterlo fare. Questo vuol dire che devono essere coinvolti attivamente, in organizzazioni di vita sociale, civile e sportiva”. Boland è certo: “L’unica maniera di aiutare la salute mentale è l’interazione sociale e umana”.

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Ue-Mercosur, via libera all’accordo. La firma il 17 gennaio in Paraguay

Dopo oltre un quarto di secolo di negoziati, l’area di libero più scambio al mondo, che coprirà 700 milioni di persone tra l’Unione europea e i Paesi del Mercosur – Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay – arriva alla firma definitiva e si avvicina alla sua effettiva realizzazione. Prima gli ambasciatori Ue e, a seguire, formalmente i Ventisette, oggi hanno adottato due decisioni che autorizzano la firma dell’Accordo di partenariato Ue-Mercosur (Empa) e dell’Accordo commerciale interinale (iTa) tra le due parti. L’Empa ha registrato il voto contrario di Francia, Polonia, Austria, Irlanda, Ungheria e l’astensione del Belgio. L’iTa ha avuto Budapest contraria e astenute Vienna e Bruxelles. Ora, la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha il sostegno per volare in Paraguay – che ha da poco preso la presidenza di turno del Mercosur, succedendo al Brasile – per firmare l’accordo. La data che si sta prospettando al momento è quella del 17 gennaio.

In un momento in cui il commercio e le dipendenze vengono trasformati in armi e la natura pericolosa e transazionale della realtà in cui viviamo diventa sempre più evidente, questo storico accordo commerciale è un’ulteriore prova che l’Europa traccia la propria rotta e si propone come un partner affidabile”, ha commentato la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen. “Non vedo l’ora di partire per il Paraguay per iniziare insieme questa nuova era”, ha aggiunto.

Soddisfatto anche il presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa, secondo cui l’accordo è “positivo per l’Europa” perché “apporta benefici concreti ai consumatori e alle imprese europee; è importante per la sovranità e l’autonomia strategica dell’Ue: con questo accordo l’Ue sta plasmando l’economia globale; rafforza i diritti dei lavoratori, la tutela dell’ambiente e le garanzie per gli agricoltori europei; dimostra che le partnership commerciali basate su regole sono vantaggiose per tutte le parti”. In sostanza, per Costa, “oggi è una buona giornata per l’Europa e per i nostri partner del Mercosur”.

A sostegno delle due decisioni è andato il voto di Roma. “Abbiamo migliorato un accordo che portava indubbi vantaggi per il sistema italiano industriale e agricolo ma che per alcuni settori rappresentava criticità”, ha commentato il ministro dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste, Francesco Lollobrigida che ha celebrato il risultato ottenuto oggi “di abbassare la soglia del meccanismo di salvaguardia dall’8% al 5%, e il rafforzamento del sistema dei controlli per le merci all’ingresso nell’Unione europea”. Dunque, “gli agricoltori avranno un meccanismo di protezione più efficace qualora vi fossero perturbazioni sui prezzi dei prodotti agricoli e potranno contare su una applicazione effettiva del principio di reciprocità”, ha precisato.

Quello a cui fa riferimento il ministro è il cosiddetto freno d’emergenza. La misura prevede che per i prodotti sensibili – come la carne bovina, pollame, riso, miele, uova, aglio, etanolo, zucchero – la Commissione faccia una indagine nel caso di aumento del 5% delle importazioni o di un calo del 5% dei prezzi all’importazione. Se dall’indagine emergesse un rischio per il mercato Ue, la Commissione potrà revocare l’annullamento dei dazi e reimpostare i precedenti. Inizialmente la soglia era stata fissata all’8% da Paesi membri e Parlamento, ma è stata abbassata oggi su richiesta dell’Italia.

L’accordo permetterà alle aziende europee di accedere a un mercato di 270 milioni di persone e rimuoverà circa il 91% degli attuali dazi – attualmente sono al 35% sui ricambi di auto, al 20% sui macchinari, al 18% sulla chimica, al 18% sulla farmaceutica, ad esempio – e il 92% di quelli sull’export del Mercosur nel mercato unico (tra cui carne bovina, pollame e zucchero), portando a un risparmio stimato di 4 miliardi annui per gli esportatori europei. “Rafforzerà inoltre la nostra sicurezza economica proteggendo e diversificando le nostre catene di approvvigionamento, anche nel settore delle materie prime essenziali. Creerà enormi opportunità commerciali, aprendo opportunità di esportazione per miliardi di euro non solo per le 30 mila Pmi” sulle 60 mila aziende europee “che già esportano nella regione, ma anche per le numerose aziende per le quali l’accordo aprirà nuovi mercati di esportazione, sostenendo così centinaia di migliaia di posti di lavoro in Europa”, ha commentato un portavoce della Commissione.

L’accordo ha portato i trattori e il settore agricolo in piazza. Su questo punto, la Commissione, attraverso un suo portavoce, è tornata a sottolineare che “l’accordo offre nuove opportunità, con un potenziale aumento del 50% delle esportazioni agroalimentari dell’Ue verso la regione e la protezione dei prodotti alimentari e delle bevande tradizionali (IG) di alta qualità dell’UE dalle imitazioni”. Tra queste anche 58 IG italiane: dall’Aceto balsamico di Modena al Gorgonzola, dalla Mozzarella di Bufala Campana al Parmigiano Reggiano, passando per il Pecorino Romano al pomodoro S. Marzano, fino al Prosciutto di Parma, il San Daniele, la Grappa e oltre 30 vini: dal Barolo al Chianti, dal Lambrusco al Prosecco.

Il percorso non si conclude, però, oggi. Gli accordi richiederanno l’approvazione del Parlamento europeo prima di poter essere formalmente conclusi dal Consiglio e sarà, inoltre, necessaria la ratifica di tutti gli Stati membri dell’Ue affinché l’Empa entri in vigore, andando a sostituire l’iTa che sarà effettivo nel frattempo.

Trump valuta acquisto Groenlandia. Macron: “No a nuovo colonialismo”. Ue: “Usa restano partner strategici”

L’Unione europea e i governi dei Ventisette iniziano a percepire come reale la minaccia degli Stati Uniti d’America e del loro presidente, Donald Trump – che si dice pronto ad acquistarla – sulla Groenlandia e provano a reagire. Anche se in modi diversi. Tra i toni più duri ci sono quelli del presidente francese Emmanuel Macron, secondo cui gli Stati Uniti “si stanno gradualmente allontanando” da alcuni loro alleati e “si stanno liberando dalle regole internazionali”, affermando “un nuovo imperialismo e un nuovo colonialismo“, che si delinea dalla Groenlandia, al Venezuela passando per la Colombia e l’Iran. Nel suo discorso annuale davanti agli ambasciatori francesi, il capo dell’Eliseo ha parlato di “un’aggressività neocoloniale” da parte di Washington sempre più presente nelle relazioni diplomatiche. E ha aggiunto che “le istituzioni multilaterali funzionano sempre meno bene”, anche se “viviamo in un mondo di grandi potenze con una forte tentazione di spartirsi il mondo”.

Anche l’Alta rappresentante dell’Ue per la Politica estera e di Sicurezza, Kaja Kallas, ha manifestato allarme per le mosse di Washington. “I messaggi che sentiamo riguardo alla Groenlandia sono estremamente preoccupanti”, ha detto durante la conferenza stampa al Cairo con il ministro degli Esteri egiziano, Badr Abdelatty. L’ex premier estone ha spiegato che il tema è stato “discusso anche tra gli Stati europei”, soprattutto per valutare se “rappresenti una minaccia reale e, se sì, quale sarebbe la nostra risposta” europea. “La Danimarca è stata una buona alleata degli Stati Uniti e direi che tutte queste dichiarazioni non stanno realmente contribuendo alla stabilità mondiale. Il diritto internazionale è molto chiaro e dobbiamo rispettarlo”, ha precisato.

Più cautela, invece, da parte della Commissione europea che, nel briefing quotidiano con la stampa, ha sottolineato “che gli Stati Uniti rimangono un partner strategico” dell’Ue. “Con loro, come con tutti gli altri partner, lavoriamo attivamente nelle aree in cui ci sono interessi comuni. E continueremo a farlo”, ha affermato la portavoce della Commissione europea, Arianna Podestà. “Gli Stati Uniti storicamente sono un partner strategico dell’Unione europea. Lo sono sempre stati e continuano a esserlo. Non significa che la dobbiamo vedere esattamente allo stesso modo su tutti gli argomenti, ma ci sono molti, molti ambiti in cui condividiamo visioni e interessi comuni e su questo lavoriamo attivamente. Dalla geopolitica all’economia, ci sono molti ambiti in cui possiamo cooperare e in cui cooperiamo”, ha dettagliato.

Intanto, secondo una ricostruzione fatta dal Corriere della Sera, la Groenlandia ‘vale’ quasi 2800 miliardi di dollari e gli Stati Uniti hanno già tentato altre volte di acquistarla. Dopo aver comprato l’Alaska dalla Russia, nel 1868 il segretario di Stato William Seward valutò di rilevare anche la Groenlandia e l’Islanda per 5,5 milioni di dollari, ma non arrivò mai ad avanzare una proposta formale. A presentarla fu invece nel 1946 il presidente Harry Truman che offrì 100 milioni in oro per convincere la Danimarca a vendere, ma senza riuscirci. In generale, si stima che l’isola ospiti risorse minerarie per 4.400 miliardi: circa 1.700 miliardi di petrolio e gas — la cui estrazione è dal 2021 proibita per ragioni ambientali — e 2.700 miliardi di metalli, fra cui le preziosissime terre rare. Estrarre queste riserve non è semplice per le condizioni climatiche, la scarsità di manodopera e la carenza di infrastrutture, ma secondo il think tank American Action Forum (Aaf), il valore dei giacimenti attualmente sfruttabili dell’isola è attorno ai 186 miliardi. E, basandosi sui valori dell’Islanda — Paese simile alla Groenlandia per posizionamento geostrategico — l’Aaf stima un prezzo al chilometro quadro di 1,38 milioni che, applicato all’intero territorio groenlandese, porterebbe a un prezzo complessivo di 2.760 miliardi, circa il 9% del Pil americano e il 7% del suo debito pubblico.

La questione potrebbe essere affrontata a giorni dagli attori principali. Ieri il Segretario di Stato americano Marco Rubio ha annunciato un incontro con i funzionari danesi la prossima settimana, ma senza specificare luogo o modalità. A partecipare sarà anche il governo di Nuuk. “Niente sulla Groenlandia senza la Groenlandia. Ovviamente parteciperemo. Siamo noi che abbiamo richiesto l’incontro”, ha scandito all’emittente pubblica danese DR la ministra degli Esteri della Groenlandia, Vivian Motzfeldt. Ieri, durante la cerimonia di apertura della presidenza cipriota del Consiglio dell’Ue, a Nicosia, sia Ursula von der Leyen che Antonio Costa hanno concentrato l’attenzione dei loro discorsi sulla questione groenlandese. “La cooperazione è più forte del confronto, la legge è più forte della forza. Questi sono principi che valgono non solo per la nostra Unione europea, ma anche per la Groenlandia”, ha affermato la presidente della Commissione. “L’Europa rimarrà una difensore fedele e incondizionato del diritto internazionale e del multilateralismo”, ha aggiunto Costa ricordando che gli europei hanno imparato dalla storia che “l’unilateralismo porta direttamente al conflitto, alla violenza e all’instabilità”. Mentre la premier danese, Mette Frederiksen, nei giorni scorsi ha evidenziato che un attacco Usa contro un altro alleato Nato significherebbe la fine dell’Alleanza Atlantica.

Nel frattempo, si può ricordare quanto già rispolverato con l’aggressione russa all’Ucraina e il timore di una sua espansione ai Paesi Ue, in particolare a quelli che nel 2022 non erano aderenti alla Nato, Svezia e Finlandia. E cioè che l’articolo 42 del Trattato sull’Unione europea prevede la mutua assistenza tra gli Stati membri. “Qualora uno Stato membro subisca un’aggressione armata nel suo territorio, gli altri Stati membri sono tenuti a prestargli aiuto e assistenza con tutti i mezzi in loro possesso, in conformità dell’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite. Ciò non pregiudica il carattere specifico della politica di sicurezza e di difesa di taluni Stati membri”, si legge. Infine, nel ventaglio di proposte di reazione, arriva anche quella del deputato europeo danese del gruppo The Left, Per Clausen, che ha scritto una lettera alla presidente del Parlamento, Roberta Metsola, e ai capigruppo per chiedere uno stop dell’esame dell’accordo sui dazi. Il Parlamento dovrebbe votare a febbraio l’accordo trovato l’estate scorsa tra von der Leyen e Trump. Ma “se approvassimo un accordo che Trump considera una vittoria personale, mentre egli avanza pretese sulla Groenlandia e non esclude alcun modo per raggiungerle, sarebbe facilmente percepito come un premio per lui e le sue azioni”, ha spiegato nella missiva.

Ucraina, promessa mantenuta: Ue sblocca 90 miliardi per Kiev. Ma salta uso asset russi

E’ arrivato nella notte l’accordo dell’Unione europea per il finanziamento degli sforzi bellici dell’Ucraina per almeno due anni attraverso un prestito comune di 90 miliardi di euro, ma senza ricorrere agli asset russi, in merito ai quali l’intesa è saltata. I leader dei 27 Stati membri dovevano trovare a tutti i costi una soluzione duratura per Kiev, che rischiava di rimanere senza fondi già nel primo trimestre del 2026. Si erano impegnati a garantire il sostegno finanziario e militare essenziale dopo la chiusura del rubinetto americano decisa dal presidente Donald Trump.

“È un messaggio decisivo per porre fine alla guerra, perché (Vladimir) Putin farà concessioni solo quando capirà che la sua guerra non gli porterà alcun vantaggio”, ha assicurato il cancelliere tedesco Friedrich Merz al termine dell’accordo raggiunto nel cuore della notte a Bruxelles. Il leader tedesco ha sempre spinto per l’utilizzo dei beni russi congelati in Europa per finanziare il prestito e ha lasciato Bruxelles senza aver ottenuto ciò che voleva, oltre ad essere stato costretto ad accettare un rinvio della firma di un accordo di libero scambio con i paesi sudamericani del Mercosur, ottenuto dalla Francia e dall’Italia.

“Si tratta di un sostegno importante che rafforza davvero la nostra resilienza”, ha commentato il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, che si era recato a Bruxelles per ribadire con forza il suo messaggio, ringraziando i leader europei. “È importante che i beni russi rimangano congelati e che l’Ucraina abbia ricevuto una garanzia di sicurezza finanziaria per gli anni a venire”, ha scritto sul social network X. Anche senza gli asset, l’Ucraina ha comunque la certezza di disporre dei fondi necessari, mentre i combattimenti continuano nonostante le intense trattative in corso.

In mancanza di un accordo sul ricorso ai beni della banca centrale russa, totalmente inedito e ad alto rischio, i 27 si sono accordati su un prestito comune. “Ci siamo impegnati e abbiamo mantenuto la promessa”, ha dichiarato alla stampa il presidente del Consiglio europeo Antonio Costa, che ha guidato i lavori del vertice.

“Garantire 90 miliardi di euro a un altro Paese per i prossimi due anni, non credo che sia mai successo nella nostra storia”, ha affermato il primo ministro danese Mette Frederiksen, il cui Paese detiene la presidenza del Consiglio dell’UE fino alla fine dell’anno. Ora “tornerà utile parlare con Vladimir Putin”, ha affermato il presidente francese Emmanuel Macron. Soddisfatta la premier Giorgia Meloni per essere arrivati a “una soluzione sostenibile sul piano giuridico e su quello finanziario. Sono contenta che abbia prevalso il buon senso, che si sia riusciti a garantire le risorse che sono necessarie, ma con una soluzione che ha una base solida sul piano giuridico e sul piano finanziario”.

Il fabbisogno finanziario di Kiev è stato stimato in 137 miliardi di euro, di cui l’Ue si impegna a coprire i due terzi, ovvero 90 miliardi. Il resto dovrà essere garantito dagli altri alleati dell’Ucraina, come la Norvegia o il Canada. I 27 concederanno a Kiev un prestito a tasso zero, finanziato dal bilancio dell’Unione europea, che l’Ucraina dovrà rimborsare solo se la Russia le pagherà i risarcimenti, ha precisato alla stampa la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen. “Dopo lunghe discussioni”, è chiaro che il ricorso ai beni russi “richiede ulteriore lavoro”, ha riconosciuto nella notte tra giovedì e venerdì un funzionario europeo, sotto copertura di anonimato.

Da settimane l’accordo era bloccato dalla forte riluttanza del Belgio, dove si trova la maggior parte di questi beni congelati, pari a circa 210 miliardi di euro. L’idea era quella di utilizzarli per finanziare un “prestito di risarcimento” di 90 miliardi a favore dell’Ucraina. Ore di trattative, prima tra diplomatici e poi a livello di leader europei, riuniti giovedì sera in conclave, non hanno permesso di raggiungere un compromesso.

Già in ottobre il primo ministro belga Bart De Wever aveva chiesto ai suoi partner garanzie quasi illimitate per scongiurare il rischio di un rimborso anticipato o di ritorsioni russe. E se gli altri paesi dell’Ue si sono detti pronti a dare prova di solidarietà, per loro era comunque fuori discussione firmare un assegno in bianco al Belgio. “I giochi sono fatti, tutti sono sollevati”, ha dichiarato il capo del governo belga al termine del vertice.

“La legge e il buon senso hanno ottenuto una vittoria per il momento”, ha scritto su Telegram Kirill Dmitriev, emissario del Cremlino per le questioni economiche. E’ fallito, aggiunge, un “un uso illegittimo dei beni russi per finanziare l’Ucraina”.

L’accordo sul prestito è stato raggiunto dai 27, ma l’operazione sarà realizzata solo dai 24, con l’esclusione di Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca, tre paesi riluttanti a sostenere finanziariamente l’Ucraina. Giovedì il presidente americano ha nuovamente mostrato impazienza, invitando l’Ucraina ad “agire rapidamente”, prima che la Russia “cambi idea”.

Ue-Mercosur, Pe approva salvaguardie agricole. Weber: “Facciamo il massimo”. FI, FdI e Lega divise

Possibilità di sospendere le preferenze tariffarie per prodotti agricoli sensibili come pollame e carne bovina; soglie più rigorose per attivare le misure di salvaguardia e tempi di indagine più brevi; monitoraggio del mercato da parte della Commissione e analisi ogni tre mesi. I deputati del Parlamento europeo hanno adottato, in plenaria, l’introduzione di una clausola di salvaguardia per l’accordo commerciale Ue-Mercosur. L’obiettivo è evitare che le importazioni dai Paesi del Mercosur (Argentina, Brasile, Paraguay, Uruguay) danneggino il settore agricolo europeo. A sostenere la posizione, è stata un’ampia maggioranza – con 431 voti favorevoli, 161 contrari e 70 astensioni. Tra i partiti italiani, si registra l’ordine sparso delle forze di maggioranza: a sostenere il documento sono stati Partito democratico, Forza Italia e Verdi; a bocciarlo, Lega e Movimento 5 stelle; ad astenersi Fratelli d’Italia.

Nel dettaglio, il progetto di regolamento definisce le modalità con cui l’Ue potrebbe sospendere temporaneamente le preferenze tariffarie sulle importazioni di alcuni prodotti agricoli considerati sensibili – come pollame o carne bovina – provenienti da Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay nel caso in cui creassero un danno ai produttori dell’Ue. Di fatto, Bruxelles metterebbe in pausa i vantaggi concessi nell’ambito dell’accordo e riscatterebbero i dazi all’importazione. Per farlo, la Commissione dovrebbe avviare un’indagine sulla necessità di attivare queste misure di protezione. E, per il Parlamento, tali azioni vanno adottate quando le importazioni di prodotti agricoli sensibili aumentano in media del 5% su un periodo di tre anni, ritoccando al ribasso la soglia di allarme proposta dalla Commissione del 10% annuo. I deputati chiedono, inoltre, indagini più rapide, da sei a tre mesi in generale e da quattro a due mesi nel caso di prodotti sensibili, affinché le misure di salvaguardia possano essere introdotte più rapidamente. In aggiunta, i deputati propongono anche l’introduzione di un meccanismo di reciprocità in base al quale la Commissione avvierà un’indagine e adotterà misure di salvaguardia nel caso ci siano prove credibili che le importazioni che beneficiano di preferenze tariffarie non rispettino requisiti equivalenti in materia di ambiente, benessere animale, salute, sicurezza alimentare o tutela del lavoro applicabili ai produttori dell’Ue.

Questa mattina presto, in conferenza stampa, il presidente del Partito popolare europeo (Ppe), Manfred Weber, ha sottolineato che “è la prima volta nella storia dell’Unione europea in cui facciamo una legislazione specifica per le garanzie nell’applicazione di un accordo commerciale” ed “è una grande prova del fatto che facciamo il massimo per proteggere il settore agricolo”. Per la Lega al Parlamento europeo, invece, si tratta di “misure cosmetiche, senza soluzioni concrete”. Inoltre, “non ci sono tutele adeguate per il settore agricolo e i nostri produttori, italiani ed europei. In particolare, mancano garanzie sulla reciprocità degli standard, nonché un meccanismo per l’attivazione automatica della clausola”. Mentre il M5s, oltre a rilevare che “Forza Italia ha votato a favore e Fratelli d’Italia si è astenuta sulle strampalate clausole di salvaguardia dell’accordo Mercosur approvate oggi dal Parlamento europeo”, ha sottolineato che “le clausole di salvaguardia, approvate oggi, non bastano a tutelare i settori più colpiti – zucchero, miele, ortofrutta, quello della carne e del riso – e l’esperienza passata dimostra che vengono attivate troppo tardi quando si è già fatta tabula rasa di interi settori produttivi”.

Di tutt’altro avviso il Pd: “Grazie al nostro lavoro, come Parlamento abbiamo proposto di rafforzare il sistema di monitoraggio e di intervento, intensificando la cooperazione e lo scambio di dati tra Stati membri e riducendo la frequenza delle relazioni a cadenza trimestrale. Allo stesso tempo, il Parlamento chiede maggiore attenzione alla qualità dei prodotti importati tramite un criterio di reciprocità per quanto riguarda i prodotti e le norme di produzione, si dimezzando le soglie per avviare indagini e si accelerano tempi e procedure, consentendo di attivare più rapidamente indagini e misure di salvaguardia provvisorie a tutela dei settori sensibili”, ha specificato il Pd in una nota.

Anche i Verdi, seppur critici, hanno per ora sostenuto il regolamento sulle clausole di salvaguardia. “Come Verdi, abbiamo votato a favore per poter difendere la nostra posizione nel trilogo che si apre già domani, ma sia chiaro: rimaniamo contrari al trattato, queste clausole sono nient’altro che una foglia di fico dietro cui si nascondono la Commissione e i governi che vogliono imporre il Mercosur. Sono difficilissime da attivare e non garantiscono davvero né agricoltori né consumatori europei. Clausola o non clausola, il Mercosur fa male all’Europa e va respinto”, ha affermato Cristina Guarda, eurodeputata dei Verdi eletta nelle liste di Alleanza Verdi Sinistra. Ora si attende la posizione del governo italiano. “Chiediamo che l’Italia faccia come la Francia, ascolti gli agricoltori e dica chiaramente ‘no’ al trattato. La destra deve uscire dall’ambiguità: Fratelli d’Italia e Lega si dichiarano contrari al Mercosur, ma il governo Meloni non ha ancora adottato una posizione ufficiale. Eppure, l’Italia è l’ago della bilancia e può ancora bloccare il trattato”, ha concluso Guarda.

Il voto sulle clausole di salvaguardia bilaterale sono la prima tappa per l’Ue in una settimana delicata per il dossier. La presidente della Commissione europea punta a volare in Brasile sabato prossimo, 20 dicembre, per firmare l’accordo. Ma il sostegno dei Paesi membri è ancora incerto, soprattutto dopo la richiesta di Parigi di posticipare ad anno nuovo la decisione perché al momento mancherebbero le condizioni di tutela dei produttori francesi. È tutto da vedere, quindi, se il voto sulle clausole – e l’introduzione del meccanismo di reciprocità caro, ad esempio, all’Italia e alla Francia – possano smussare alcune posizioni delle capitali. Intanto, tra due giorni, in concomitanza con il Consiglio europeo, gli agricoltori torneranno a Bruxelles, con i trattori, per protestare contro l’impostazione data alla proposta del prossimo bilancio pluriennale dell’Unione europea per il periodo 2028-2034 e al taglio dei fondi per la Politica agricola comune (Pac), ma anche contro l’accordo commerciale Ue-Mercosur. Un accordo che a Bruxelles viene visto come di “massima importanza per l’Unione europea: economicamente, diplomaticamente, geopoliticamente”, ha dichiarato ieri il portavoce della Commissione europea per il Commercio, Olof Gill. “Ma anche in termini di credibilità sulla scena globale. E su questa base la nostra aspettativa rimane di portarlo a termine prima della fine di quest’anno”, ha evidenziato.