Ucraina, Mosca non cede su Donbass e truppe Nato. E smentisce Trump: “Non ha sentito Putin”

Nuovo incontro, forse a Miami, nel fine settimane tra Usa e Ucraina, “con gruppi di lavoro e personale militare che esamineranno le mappe”. Ad anticiparlo è Axios citando alcune fonti americane. Le parti hanno fatto progressi sulle garanzie di sicurezza per Kiev ma il nodo dei territori non è stato sciolto. Secondo Axios, i funzionari ucraini e europei sono rimasti “sorpresi” dalla disponibilità degli Stati Uniti a offrire molte garanzie in materia di sicurezza.

Dal canto suo la Russia respinge le richieste di una tregua natalizia, chiude alla presenza di truppe Nato in Ucraina e rifiuta qualsiasi tipo di compromesso sul Donbass. Il giorno dopo il vertice di Berlino che aveva alimentato speranze di pace, cala il gelo da Mosca. “Siamo aperti a discutere possibili soluzioni. Tuttavia, in nessuna circostanza siamo disposti a sostenere, approvare o addirittura tollerare la presenza di truppe Nato sul territorio ucraino”, ha affermato il viceministro degli Esteri russo Sergei Ryabkov in un’intervista ad ABC News . Alla domanda se la Russia sarebbe disposta a schierare forze europee in Ucraina al di fuori del quadro Nato, Ryabkov ha risposto: “No, no, e ancora no”. “Una ‘coalizione dei volenterosi’ è essenzialmente la stessa cosa. Anzi, potrebbe essere anche peggio, poiché tali accordi potrebbero essere stipulati aggirando le consuete procedure della Nato, che, nonostante tutte le loro carenze, rimangono più o meno stabili”, ha spiegato il viceministro russo.

Intanto, da Berlino, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, ha lasciato intendere che le proposte negoziate con gli statunitensi su un accordo di pace potrebbero essere finalizzate entro pochi giorni, dopodiché gli inviati americani le presenteranno al Cremlino. Di fatto, il Congresso Usa deve votare sulle garanzie di sicurezza e che si aspettava che una serie di documenti definitivi fosse preparata “oggi o domani”. Dopodiché, ha spiegato Zelensky, gli Usa dovrebbero tenere consultazioni con i russi, seguite da incontri ad alto livello che potrebbero aver luogo già questo fine settimana.

Domenica e lunedì, il presidente ucraino ha negoziato a Berlino con gli inviati statunitensi Steve Witkoff e Jared Kushner, genero Trump, nel tentativo di raggiungere un compromesso su un piano per porre fine ai combattimenti. Al centro delle discussioni c’era la protezione che l’Ucraina avrebbe ricevuto dagli americani dopo un potenziale cessate il fuoco, volto a dissuadere Mosca dal lanciare un’altra invasione. Zelensky ha parlato di “progresso”, mentre il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha elogiato le “notevoli” proposte americane. Gli Stati Uniti hanno dichiarato di offrire garanzie di sicurezza “molto solide”, ritenute accettabili dalla Russia. Queste garanzie sarebbero simili a quelle dell’articolo 5 del trattato Nato, che prevede l’assistenza militare degli alleati. Tuttavia, l’Ucraina non aderirebbe all’Alleanza, in linea con quanto Mosca chiede da anni.

Il documento firmato dalla la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, il presidente del Consiglio Ue, Antonio Costa, il cancelliere tedesco Friedrich Merz, il presidente francese, Emmanuel Macron e i premier di Danimarca, Mette Frederiksen, Finlandia, Alexander Stubb, Paesi Bassi, Dick Schoof, Polonia, Donald Tusk, Svezia, Ulf Kristersson e Regno Unito, Keir Starmer, e dalla premier italiana Giorgia Meloni menziona poi “un meccanismo di monitoraggio e verifica del cessate il fuoco guidato dagli Stati Uniti” e sottolinea che “ora spetta alla Russia dimostrare la propria volontà di lavorare per una pace duratura”. Questo formato Ucraina-Usa-Europa è il primo dalla presentazione del piano statunitense a novembre, ritenuto troppo favorevole a Mosca nel continente europeo. Rimane tuttavia un disaccordo fondamentale: il tema delle concessioni territoriali all’Ucraina richieste dalla Russia. “Ci sono questioni complesse, in particolare quelle riguardanti i territori (…). Ad essere sinceri, abbiamo ancora posizioni diverse” con gli Stati Uniti, ha affermato Zelensky.

Nel frattempo, l’Ue sta cercando di raggiungere finalmente un accordo sull’utilizzo di decine di miliardi di euro di beni russi congelati, principalmente detenuti in Belgio, per sostenere l’esercito ucraino e gli sforzi di ricostruzione. Dal Consiglio europeo di giovedì e venerdì prossimi “ci si aspetta una decisione” sull’uso degli asset russi per finanziare il prestito all’Ucraina, ha dichiarato un funzionario Ue. “Spetta ai leader decidere, ma tutti sono pienamente consapevoli della sproporzionata posta in gioco per il Belgio al prestito di riparazione e questo viene ampiamente preso in considerazione”, ha aggiunto. Inoltre, “il negoziato sul prestito di riparazione si è incentrato sulla condivisione di qualsiasi rischio o costo che potrebbe derivare per il Belgio”, ha evidenziato”. La decisione avrà bisogno della maggioranza qualificata. “Sappiamo che a 27 non sarà possibile. Speriamo di rimanere il più vicino possibile a 26”, ha osservato

A Berlino colloqui per Ucraina. Usa: Garanzie forti ma Mosca le accetterà, risolto 90% nodi

“Ci sono progressi concreti”. Così l’Ucraina sintetizza la due giorni di colloqui con gli Stati Uniti a Berlino. Per gli Stati Uniti le garanzie di sicurezza offerte a Kiev sono “molto forti” ma comunque accettabili per la Russia. Ci sono progressi anche sulle difficili questioni territoriali, sebbene il presidente ucraino Volodymyr Zelensky parli di ”posizioni diverse” sul tema. Questo fine settimana ci saranno delle riunioni negli Stati Uniti, probabilmente a Miami, con gruppi di lavoro e militari, per esaminare le mappe. “Probabilmente abbiamo risolto il 90% delle controversie tra Ucraina e Russia, ma ci sono ancora alcune questioni sul tavolo”, precisa un negoziatore americano.

Intanto, a Bruxelles, i leader dei paesi dell’Unione Europea sono sotto pressione per decidere se utilizzare o meno le decine di miliardi di euro di beni russi congelati per garantire il loro sostegno all’Ucraina. Per il cancelliere tedesco Friedrich Merz, senza l’accordo sugli asset l’Ue rischia di essere screditata in modo duraturo: “Se non riusciremo a farlo, la capacità di azione dell’Unione europea sarà gravemente compromessa per anni, e anche più a lungo, e dimostreremo al mondo che siamo incapaci di unirci e agire in un momento così cruciale della nostra storia”, spiega.

Sul fronte delle sanzioni, oggi l’Ue ha annunciato di aver deciso nuove sanzioni contro entità e individui accusati di sostenere Mosca nella sua guerra contro Kiev, aggiungendo 40 navi alla lista delle sanzioni contro la “flotta fantasma” russa. Cinque persone e quattro entità sono state sanzionate per aver favorito l’esportazione di petrolio dalla Russia, anche aiutando la sua “flotta fantasma” di navi che aiutano Mosca ad aggirare le sanzioni occidentali, ha precisato un comunicato del Consiglio dell’Ue, che rappresenta i 27 Stati membri. Le persone sanzionate sono uomini d’affari legati, direttamente o indirettamente, alle grandi compagnie petrolifere statali russe Rosneft e Lukoil, sanzionate dagli Stati Uniti. Le entità interessate sono società di trasporto marittimo con sede negli Emirati Arabi Uniti, in Vietnam e in Russia, proprietarie o gestrici di petroliere sanzionate dall’UE o da altri paesi, secondo il testo. L’UE ha già preso di mira centinaia di petroliere della “flotta fantasma” russa e ha deciso di aggiungere ogni mese nuove navi per essere più efficace. Ma Bruxelles ha anche deciso di sanzionare 12 persone accusate di disinformazione o diffusione di notizie false.

Bene, per Zelensky, i negoziati sulle garanzie di sicurezza americane: “Abbiamo fatto progressi in questo campo”, dichiara durante una conferenza stampa con Merz. “Ho visto i dettagli” e “sembrano piuttosto buoni, anche se si tratta solo di una prima bozza”, ammette. I colloqui tra Washington-Kiev di Berlino offrono una “vera opportunità per un processo di pace” con la Russia, perché gli Stati Uniti hanno presentato una serie “notevole” di garanzie di sicurezza per Kiev, riferisce il cancelliere tedesco. Dopo due giorni di negoziati, gli inviati americani Steve Witkoff e Jared Kushner, genero di Donald Trump, partecipano questa sera alla riunione dei leader europei con Zelensky. Gli Stati Uniti hanno offerto “garanzie di sicurezza molto forti” all’Ucraina, simili a quelle dell’articolo 5 del trattato Nato, afferma un alto funzionario americano. “Tutto ciò di cui gli ucraini hanno bisogno, secondo noi, per sentirsi al sicuro è incluso” nella parte relativa alla sicurezza del progetto di accordo, insiste durante un colloquio con la stampa. Un negoziatore americano che ha partecipato alla conversazione telefonica avverte tuttavia che queste garanzie di sicurezza “non saranno sul tavolo a tempo indeterminato”.

Secondo queste due fonti, oggi il presidente americano Trump dovrebbe chiamare il suo omologo ucraino e i leader europei durante la cena a cui parteciperanno nella capitale tedesca. L’alto funzionario, che ha chiesto di rimanere anonimo come il negoziatore, ritiene che la Russia “accetterà” queste garanzie. La questione delle garanzie di sicurezza è un punto estremamente delicato per Mosca, che ha sempre categoricamente rifiutato l’adesione dell’Ucraina alla Nato. Le discussioni condotte con l’Ucraina domenica e lunedì sono state “davvero, davvero positive”, assicura l’alto funzionario americano, che riferisce che Witkoff e Kushner hanno avuto in totale quasi otto ore di discussioni in due giorni con Zelensky. “Abbiamo la speranza di essere sulla strada della pace”, ribadisce. Secondo queste due fonti americane, i colloqui con gli ucraini avrebbero anche permesso di avvicinare le posizioni sulla centrale nucleare di Zaporijjia, occupata da Mosca nel sud dell’Ucraina. Per quanto riguarda le questioni territoriali, gli americani propongono a Zelensky quelle che l’alto funzionario definisce “proposte intellettualmente stimolanti”. “Deve tornare da noi (su questo argomento). Una volta che sarà tornato da noi, avremo l’obbligo, prima o poi, di parlarne con i russi e con i nostri partner europei”, dichiara, aggiungendo: “Siamo molto soddisfatti dei progressi che abbiamo compiuto, anche sui territori”.

Ucraina, al via settimana decisiva. Oggi nuovi colloqui di pace a Berlino

Si apre oggi una “settimana decisiva” per la questione Ucraina, sia sul fronte dei finanziamenti europei a Kiev – su cui i leader dell’Ue dovranno prendere una decisione durante il vertice di giovedì e venerdì – sia per quanto riguarda i negoziati di pace. Arrivando al Consiglio Esteri e Bruxelles, l’Alta rappresentante dell’Ue per la Politica estera, Kaja Kallas, ha ricordato che sull’uso degli asset russi il confronto “è sempre più difficile”, ma “l’opzione più credibile è il prestito di riparazione”.

Oggi il presidente ucraino Volodymyr Zelensky e i negoziatori americani si incontrano a Berlino, dopo cinque ore di colloqui domenica, con Kiev che spera di convincere Washington che in Ucraina deve essere raggiunto un cessate il fuoco senza concessioni territoriali preliminari alla Russia. L’inviato americano Steve Witkoff è stato avaro di dettagli, ma ha assicurato su X che sono stati compiuti “molti progressi” durante “le discussioni approfondite sul piano in 20 punti per la pace, i programmi economici e altro ancora”. Un nuovo round è previsto questa mattina.

Il serata è previsto anche un incontro al vertice tra Volodymyr Zelensky e alcuni leader europei, tra cui il cancelliere tedesco Friedrich Merz, il presidente francese Emmanuel Macron e il primo ministro britannico Keir Starmer, nonché la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen e il segretario generale della Nato Mark Rutte. Come Kiev, molti leader europei si oppongono all’idea di cedere alle richieste massimaliste del Cremlino. Temono che il presidente americano Donald Trump abbandoni l’Ucraina e che l’Europa venga esclusa dai dibattiti sulla sicurezza del continente, proprio mentre Mosca viene percepita come una grave minaccia.

Volodymyr Zelensky è stato accolto domenica pomeriggio a Berlino alla Cancelleria dal padrone di casa, Friedrich Merz. Per l’occasione sono state esposte bandiere americane, ucraine ed europee. Le foto diffuse dalla presidenza ucraina mostrano i due leader in compagnia di Steve Witkoff e Jared Kushner, genero di Donald Trump. Zelensky e Witkoff si abbracciano sorridendo.

Su X, Merz ha affermato che erano in discussione “questioni difficili” e che “gli interessi ucraini (erano) anche gli interessi europei”. Prima dell’incontro, Zelensky ha dichiarato di voler convincere gli Stati Uniti a sostenere un cessate il fuoco che preveda il congelamento della linea del fronte e non la cessione dell’intero Donbass (est), come richiesto dal Cremlino e proposto da Washington: “Mi piacerebbe che gli americani ci sostenessero su questo punto”. Kiev e l’Europa hanno sempre rifiutato questa concessione, che premerebbe l’aggressore. Zelensky ha anche dichiarato domenica, prima dei negoziati, che Washington non aveva ancora risposto alla versione del piano per porre fine al conflitto, emendata da Kiev e dagli europei.

Intervistato dalla televisione di Stato russa, il consigliere di Vladimir Putin, Yuri Ushakov, ha respinto questi emendamenti, prevedendo “forti obiezioni”. Zelensky ha anche ribadito di volere garanzie di sicurezza europee e americane per scoraggiare qualsiasi nuovo attacco. Si tratterebbe di un meccanismo ispirato all’articolo 5 della Nato che prevede la protezione reciproca dei paesi membri, senza l’adesione dell’Ucraina all’Alleanza Atlantica, come richiesto in precedenza da Kiev. “È già un compromesso da parte nostra”, ha affermato Zelensky.

Mentre le ostilità continuano, Donald Trump ha mostrato questa settimana la sua impazienza di fronte alla lentezza delle discussioni sul suo piano di risoluzione del conflitto scatenato dall’invasione russa del febbraio 2022. L’Ucraina è sotto pressione da parte di Washington e Mosca affinché ceda la parte del Donbass che controlla. Si tratterebbe di creare una “zona economica libera” o una “zona smilitarizzata”. In cambio, l’esercito russo si ritirerebbe dalla parte occupata delle regioni di Sumy, Kharkiv e Dnipropetrovsk (nord, nord-est e centro-est), ma rimarrebbe in quelle di Kherson e Zaporizhia (sud), di cui Mosca rivendica l’annessione.

L’Ucraina è particolarmente sotto pressione: la presidenza è indebolita da uno scandalo di corruzione, l’esercito è in ritirata e la popolazione è soggetta a interruzioni di corrente a causa degli attacchi russi.

auto elettriche

Intesa con Ford: Renault costruirà due auto elettriche in Francia

I costruttori Renault e Ford hanno stretto una partnership per lo sviluppo e la produzione, in uno stabilimento del gruppo francese nel nord della Francia, di due auto elettriche Ford destinate al mercato europeo. L’accordo include anche una lettera di intenti per cooperare nel settore dei veicoli commerciali leggeri in Europa, con l’obiettivo di “sviluppare e produrre insieme alcuni Lcv Renault e Ford”, secondo un comunicato pubblicato martedì.

Questa “partnership strategica storica” mira ad “ampliare l’offerta di veicoli elettrici Ford destinati ai clienti europei” e a rafforzare “in modo significativo la competitività delle due aziende in un panorama automobilistico europeo in piena trasformazione”, aggiungono.

I due veicoli Ford, il primo dei quali è atteso nelle concessionarie all’inizio del 2028, saranno “progettati da Ford e sviluppati con il Gruppo Renault”. Saranno “basati sulla piattaforma Ampère”, filiale elettrica di Renault, e prodotti dal costruttore nel nord della Francia, beneficiando così dei “punti di forza e della competitività del Gruppo Renault nel settore dei veicoli elettrici”. Si tratta della “prima tappa di una nuova ambiziosa offensiva di Ford in Europa”.

“Siamo molto orgogliosi che un costruttore così iconico ci abbia scelto. Questo ci conferma che la nostra visione di uno sviluppo su larga scala di veicoli elettrici competitivi in Europa è sulla strada giusta”, ha dichiarato François Provost, direttore generale del costruttore francese, durante una conferenza stampa.

Ford ha scelto Renault perché il gruppo francese “ha una lunga esperienza” in termini di competitività e costi nel segmento delle vetture di segmento B (le auto compatte), “un segmento specifico dell’Europa”, secondo Jim Farley, Ceo del gruppo americano. “A differenza dei nostri concorrenti, siamo impegnati in Europa e riteniamo che Renault abbia dimostrato le sue capacità in termini di scala e costi”, ha sottolineato. E “entrambi siamo fiduciosi nella nostra capacità di differenziare i nostri marchi”.

Questi due veicoli saranno “inevitabilmente Ford” e “lavoreremo con i team di Ampère per renderli compatibili con la piattaforma” su cui saranno prodotti, ha precisato Jim Baumbick, a capo di Ford Europa.

I dirigenti di Ford e Renault lo hanno ribadito: cooperare e condividere le risorse è l’unico modo per ridurre i costi di questo settore ad alta intensità di capitale e affrontare la concorrenza cinese. “La minaccia della concorrenza cinese in Europa è significativa”, ci “obbliga a investire in modo efficiente” e a conoscere “i livelli di costo da raggiungere per produrre veicoli accessibili”, ha sottolineato Jim Baumbick, di Ford Europa.

Jim Farley ha evocato le tensioni che attualmente attraversano il mercato automobilistico europeo, diviso tra le richieste di salvaguardare la produzione sul suolo europeo, le normative di Bruxelles in materia di decarbonizzazione e gli acquisti dei clienti. “Non abbiamo una configurazione che possa continuare così”, secondo lui.

A 10 anni dall’obiettivo fissato dall’Unione Europea per la fine delle vendite di auto nuove con motore termico, l’elettrificazione procede a un ritmo più lento del previsto, in un mercato europeo che non ha ancora recuperato i livelli pre-Covid e vede emergere la concorrenza cinese.

In ogni caso, questa partnership non è in alcun modo un prerequisito per una fusione, hanno precisato all’unisono i dirigenti delle due case automobilistiche. “Siamo un gruppo profondamente indipendente” e “non c’è alcuna discussione su questo argomento”, ha dichiarato il capo del gruppo americano fondato nel 1903 e con sede nella periferia di Detroit (Michigan). “Si possono fare molte cose senza necessariamente pensare a un futuro comune. E noi non abbiamo un progetto del genere”, ha aggiunto Provost.

Auto, Meloni e altri leader a Ue: “Riconoscere ibride e biocarburanti dopo 2035”

L’Unione europea dovrebbe riconoscere le auto ibride e i biocarburanti nel settore automotive anche dopo il 2035. È quanto chiede la premier Giorgia Meloni, insieme ai primi ministri di Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia, in una lettera indirizzata alla presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, e ai presidenti del Consiglio europeo, Antonio, Costa, Parlamento europeo, Roberta Metsola, e alla prima ministra danese, Mette Frederiksen, in qualità di presidente di turno del Consiglio dell’Ue. La richiesta arriva a pochi giorni dalla data cruciale del 10 dicembre, quando la Commissione europea sarà chiamata a decidere – tra le altre cose – sulla revisione delle norme che impongono lo stop dei motori endotermici dal 2035. La lettera segue quella inviata venerdì scorso dal cancelliere tedesco Friedrich Merz a von der Leyen, nel quale ribadiva sostanzialmente la stessa richiesta presentata oggi. Proposte ribadite più volte anche dall’Acea, l’associazione europea dei costruttori di automobili.

I leader sottolineano “la necessità per l’Unione europea di abbandonare, una volta per tutte, il dogmatismo ideologico che ha messo in ginocchio interi settori produttivi, peraltro con scarsi o quasi nessun beneficio tangibile in termini di emissioni globali“. Ecco perché, dicono, “applicare pienamente il principio di neutralità tecnologica è fondamentale: è evidente che non esiste una soluzione magica sulla strada della decarbonizzazione e imporre un’unica soluzione tecnologica frena la ricerca, l’innovazione e la concorrenza virtuosa”. E questo è “particolarmente vero e urgente per l’industria automobilistica europea” che “sta drammaticamente soffrendo le attuali politiche dell’Ue e che necessita di risposte immediate”.

Fondamentale, dicono Meloni e gli altri firmatari, che la prossima revisione del regolamento europeo “confermi, anche dopo il 2035, il ruolo dei veicoli elettrici ibridi plug-in (Phev), della tecnologia delle celle a combustibile e introduca il riconoscimento dei veicoli elettrici con estensori di autonomia (Erv), nonché di altre tecnologie future che potrebbero contribuire all’obiettivo di riduzione delle emissioni”.

In particolare, “la proposta dovrebbe riconoscere il ruolo dei carburanti a zero, basse emissioni di carbonio e rinnovabili nella decarbonizzazione dei trasporti, incluso il trasporto su strada, classificando anche i biocarburanti (carburanti rinnovabili) come carburanti a zero emissioni di carbonio”.

Il Regolamento europeo sulle emissioni di Co2 per le autovetture e i veicoli leggeri, scrivono i firmatari della lettera, “fornisce già uno strumento efficace per la decarbonizzazione del settore automobilistico”. Pertanto, la proposta della Commissione “dovrebbe concentrarsi principalmente su buone pratiche, incentivi fiscali e programmi di sostegno e riflettere un approccio tecnologicamente neutrale nel promuovere la transizione verso veicoli a basse e zero emissioni”, dettagliano.

Inoltre, “limitare le flotte aziendali esclusivamente ai veicoli a zero emissioni comprometterebbe la competitività delle imprese, in particolare delle piccole e medie imprese, e introdurrebbe nuovi oneri economici e amministrativi. Includere i veicoli pesanti nell’ambito di applicazione del Regolamento sarebbe dirompente anche per l’intero sistema dei trasporti”, sottolineano. Per i leader, “siamo a un punto di svolta sia per l’industria automobilistica e dei componenti per auto dell’Unione europea, sia per l’azione europea per il clima. Possiamo e dobbiamo perseguire il nostro obiettivo climatico in modo efficace, senza nel frattempo compromettere la nostra competitività, poiché non c’è nulla di verde in un deserto industriale”.

Trump avverte l’Europa: “Rischia la cancellazione della sua civiltà”

“Se le tendenze attuali continueranno” il Vecchio Continente “sarà irriconoscibile tra 20 anni o meno” perché c’è il rischio di una “scomparsa della civiltà” in Europa. Lo scrive il presidente Usa, Donald Trump, nella prefazione della ‘Strategia di difesa nazionale’, un documento di 33 pagine in cui, tra le altre cose, invita a “ripristinare la supremazia americana” in America Latina e annuncia un “riassetto” della presenza militare americana nel mondo, “per rispondere alle minacce urgenti sul nostro continente e un allontanamento dai teatri la cui importanza relativa per la sicurezza nazionale americana è diminuita negli ultimi anni o decenni”.

La strategia presentata da Trump è chiaramente e dichiaratamente nazionalista. “In tutto ciò che facciamo, mettiamo l’America al primo posto”, riassume il presidente Usa, che promette di “proteggere il Paese dalle invasioni”, punta a porre fine all’“epoca in cui gli Stati Uniti sostenevano l’intero ordine mondiale, come Atlante” e rivendica di voltare pagina rispetto ai decenni del dopoguerra.

Il testo conferma le linee guida della politica estera americana dal ritorno di Trump alla Casa Bianca a gennaio. I presidenti americani diffondono generalmente una presentazione strategica di questo tipo ad ogni mandato. L’ultima, pubblicata da Joe Biden nel 2022, aveva posto l’accento sull’acquisizione di un vantaggio competitivo sulla Cina, limitando al contempo una Russia considerata “pericolosa”.

Il nuovo documento, disponibile sul sito della Casa Bianca, anticipa forti cambiamenti all’interno dell’Alleanza Atlantica. “È più che plausibile che, entro pochi decenni al massimo, i membri della Nato diventeranno in maggioranza non europei”, afferma il testo. “È legittimo chiedersi se percepiranno il loro posto nel mondo, o la loro alleanza con gli Stati Uniti, allo stesso modo di coloro che hanno firmato la carta” dell’organizzazione.

Washington denuncia in modo confuso le decisioni europee che “minano la libertà politica e la sovranità, le politiche migratorie che trasformano il continente e creano tensioni, la censura della libertà di espressione e la repressione dell’opposizione politica, il calo dei tassi di natalità e la perdita delle identità nazionali (…)”. Trump esprime anche l’auspicio che “l’Europa rimanga europea, ritrovi la fiducia in se stessa sul piano civile e abbandoni la sua ossessione infruttuosa per l’asfissia normativa”.

Parole, quelle del repubblicano, che hanno immediatamente scatenato le reazioni europee. Il ministro degli Esteri tedesco, Johann Wadephul, ricorda che la Germania non ha bisogno di “consigli dall’esterno”. “Argomenti come la libertà di espressione o l’organizzazione delle nostre società libere” non possono essere discussi da Washington, puntualizza Berlino.

Il documento, che riassume in pochi paragrafi anche la strategia sull’Africa e il Medio Oriente, mira a riorientare la politica diplomatica e militare americana alla luce degli sviluppi geopolitici globali, ma soprattutto dei nuovi interessi di Washington. Sottolineando gli sforzi per aumentare l’approvvigionamento energetico americano, il testo ritiene che “il motivo storico per cui l’America si concentra sul Medio Oriente diminuirà”. Trump chiede di “ristabilire la supremazia americana” in America Latina e annuncia un ‘riassetto’ della presenza militare americana nel mondo, “per rispondere alle minacce urgenti sul nostro continente”. Raccomanda inoltre “un allontanamento dai teatri la cui importanza relativa per la sicurezza nazionale americana è diminuita negli ultimi anni o decenni”.

Per quanto riguarda la Cina, la strategia ribadisce gli appelli per una regione Asia-Pacifico “libera e aperta”, ma pone maggiormente l’accento sulla concorrenza economica. Il Giappone e la Corea del Sud sono chiamati a fare di più per sostenere Taiwan di fronte a Pechino. “Dobbiamo incoraggiare questi paesi ad aumentare le loro spese per la difesa, ponendo l’accento sulle capacità necessarie per dissuadere gli avversari” dall’attaccare l’isola, afferma il documento. Inoltre, “l’era delle migrazioni di massa deve finire. La sicurezza delle frontiere è l’elemento principale della sicurezza nazionale“, afferma il documento, in linea con la sua stretta contro l’immigrazione.

“Dobbiamo proteggere il nostro Paese dalle invasioni, non solo dalle migrazioni incontrollate, ma anche dalle minacce transfrontaliere come il terrorismo, la droga, lo spionaggio e la tratta di esseri umani”, continua. Ultime decisioni in ordine di tempo della politica anti-immigrazione di Donald Trump, i servizi americani per la cittadinanza e l’immigrazione (Uscis) hanno annunciato la sospensione delle richieste di “carta verde” di residenza permanente o di naturalizzazione provenienti da cittadini di 19 paesi. Hanno anche ridotto la durata dei permessi di lavoro di numerose categorie di immigrati.

Ucraina, Macron a Xi: “Lavoriamo insieme”. Pechino: “Non abbiamo responsabilità nella guerra”

Lavorare insieme per porre fine alla guerra in Ucraina e correggere gli squilibri commerciali. E’ la richiesta avanzata dal presidente francese, Emmanuel Macron, al suo omologo cinese, Xi Jinping, in occasione della sua visita in Cina. Ma la risposta non è stata quella attesa. “La Cina sostiene tutti gli sforzi per la pace” e “continuerà a svolgere un ruolo costruttivo per una soluzione alla crisi” ucraina, ha assicurato Xi, ma “allo stesso tempo, si oppone fermamente a qualsiasi tentativo irresponsabile di attribuire la colpa o diffamare chiunque”.

Durante una conferenza stampa congiunta, Macron ha affermato di aver “discusso a lungo” con il suo omologo del conflitto in Ucraina, “una minaccia vitale per la sicurezza europea”. “Spero che la Cina possa unirsi al nostro appello e ai nostri sforzi per raggiungere al più presto almeno un cessate il fuoco”, ha affermato. Poco prima ha definito la cooperazione con Pechino “determinante” per l’Ucraina.

Il presidente cinese, accompagnato dalla moglie Peng Liyuan, ha ricevuto Macron e sua moglie Brigitte nella cornice monumentale del Palazzo del Popolo, sede dei congressi del Partito Comunista Cinese. Il capo di Stato francese, arrivato mercoledì sera, accompagnato anche da 35 dirigenti di grandi gruppi (Airbus, Edf, Danone…) e di aziende familiari, dal settore del lusso a quello agroalimentare, ha assistito alla firma di una serie di accordi. Si tratta della sua quarta visita di Stato in Cina da quando è stato eletto presidente nel 2017. Tuttavia, le divergenze con la Francia e, più in generale, con l’Europa sono profonde.

Il Vecchio Continente vorrebbe che la Cina usasse la sua influenza per porre fine alla guerra in Ucraina, ma Pechino non ha mai condannato l’invasione di Kiev da parte della Russia nel febbraio 2022. Partner economico e politico fondamentale, la Cina, infatti, è il primo acquirente mondiale di combustibili fossili russi, compresi i prodotti petroliferi, alimentando così la macchina da guerra. E gli europei la accusano di fornire componenti militari a Mosca, anche se Pechino ha sempre negato. Il presidente cinese, inoltre, ha riservato un trattamento privilegiato al suo omologo russo Vladimir Putin a settembre, invitandolo, insieme al leader nordcoreano Kim Jong Un, a una gigantesca parata militare per celebrare gli 80 anni dalla fine della seconda guerra mondiale.

Gli squilibri commerciali costituiscono un’altra grave controversia, con le pratiche commerciali cinesi giudicate sleali, dalle auto elettriche all’acciaio. Il rapporto tra la Cina e l’Ue è caratterizzato da un massiccio deficit commerciale (357 miliardi di dollari) a sfavore dei 27. “Vogliamo accogliere un maggior numero di progetti cinesi nel campo delle batterie, della mobilità decarbonizzata, della robotica industriale, del fotovoltaico e dell’eolico”, ha affermato Macron. È stata firmata una lettera di intenti in questa direzione. “Le due parti si sono impegnate a promuovere lo sviluppo equilibrato delle relazioni economiche e commerciali bilaterali, ad aumentare gli investimenti reciproci e ad offrire un ambiente commerciale equo”, ha affermato Xi, il cui Paese nel 2025 ha intrapreso un’intensa guerra commerciale con gli Stati Uniti con ripercussioni a livello mondiale. “L’interdipendenza non è un rischio e la convergenza di interessi non è una minaccia”, ha affermato.

Stellantis lancia 500 ibrida a Mirafiori. Filosa ed Elkann: “Avanti con governo per rivedere regole Ue”

La produzione è iniziata a metà novembre, con l’obiettivo di raggiungere oltre 6.000 unità entro fine 2025 – con un impatto annuale, a regime, di 100mila – e garantire le prime consegne a gennaio 2026, ma soprattutto la nuova Fiat 500 ibrida è un’auto “pratica, ecologica, sicura, confortevole, versatile e accessibile”, che “risponde alla richiesta del mercato”, non ancora “pronto” a un futuro tutto elettrico. John Elkann, presidente di Stellantis, in occasione di un evento a Mirafiori per il lancio della storica vettura Fiat – ma con motore ibrido – torna a chiarire la posizione del gruppo, che è la stessa dell’intero comparto del Vecchio Continente: le regole europee “sono sbagliate”, cioè “non sono adeguate allo scopo per cui sono state scritte: una transizione efficace e sostenibile da un punto di vista sociale ed economico che i cittadini europei possano abbracciare”. Ecco allora che la city car può rappresentare il rilancio, non solo del gruppo, ma anche di un intero settore, perché la 500 ibrida, spiega il ceo di Stellantis, Antonio Filosa, è “il prodotto di cui l’Europa ha bisogno per ringiovanire il suo parco auto, fatto da 150 milioni di autovetture (quasi il 60% del totale), che hanno più di 10 anni, quindi più inquinanti”.

Perché il nuovo modello ha chiaramente ambizioni continentali e, come dice Elkann, è il segnale “del nostro impegno come Stellantis nei confronti dell’Europa produttrice”. Il 10 dicembre la Commissione europea deciderà sulla revisione degli standard sulle emissioni di CO2 nel settore dell’automotive. E su questo punto, come ricorda a margine dell’evento di Mirafiori, il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, c’è una “forte convergenza” tra tutti gli attori sociali, dall’Acea all’associazione della componentistica, dai concessionari ai sindacati, fino ai produttori, Stellantis in primis. “Mi auguro che questa posizione forte e significativa riformista trovi riscontro nella Commissione europea”, spiega il titolare del Mimit, che incassa i ringraziamenti di Elkann e Filosa. Il governo italiano “è stato ed è in prima linea nel sollecitare l’Europa a trovare modi sensati e pragmatici per raggiungere gli obiettivi di decarbonizzazione che tutti concordiamo essere importanti, ma allo stesso tempo sostenere un ritorno alla crescita di cui l’Europa ha tanto bisogno. Ci è voluto coraggio per farlo, e vi siamo grati per la leadership che avete dimostrato”, dice il ceo del gruppo.

La risalita del gruppo a livello europeo sta dando segnali positivi: a ottobre Stellantis ha immatricolato in Europa (Unione Europea, Regno Unito e Paesi Efta) 157.350 auto, il 4,6% in più dello stesso mese del 2024.

La nuova 500 ibrida rappresenta anche il rilancio di Torino. Per far fronte alle necessità di produzione, da marzo 2026 sarà introdotto un secondo turno. Le assunzioni sono già state 400, come parte di un’iniziativa di ricambio generazionale che il gruppo sta portando avanti in Italia: altri 120 nuovi ingressi nel polo ingegneristico, sempre a Mirafiori, e 120 ad Atessa, dove vengono prodotti veicoli commerciali. “Naturalmente si tratta di un primo passo, ma è un esempio tangibile del nostro impegno qui in Italia”, assicura Filosa, secondo il quale “il rilancio di Mirafiori e la produzione della 500 Hybrid sono la dimostrazione concreta della volontà di Stellantis di investire in Italia e nelle sue eccellenze”. Insomma, avanti con il Piano Italia, “dando priorità alla competitività e alla sostenibilità industriale”.

Piano che, per Urso, sta andando nella giusta direzione, secondo le tempistiche concordate nel tavolo costituito dal ministero. Tanto che la 500 ibrida, “è un segnale di netta inversione di tendenza nei confronti di un’Italia che torna a innovare, a essere competitiva, a guardare con fiducia al futuro, a produrre e ad assumere, quindi a tutelare anche il lavoro”.

Soddisfatto anche il presidente della Regione Piemonte, Alberto Cirio, secondo cui “quello di oggi è anche un punto d’arrivo perché non è che tutto questo è arrivato gratis: è arrivato grazie all’ impegno, grazie al rischio, grazie al lavoro, grazie a un confronto serrato con l’azienda e con i sindacati”.

Più prudenti i sindacati. “Chiediamo” che questa “sia l’occasione per superare la cassa integrazione, garantendo una piena ricollocazione di tutti i lavoratori ancora interessati da ammortizzatori sociali”, dicono Gianluca Ficco, segretario nazionale Uilm responsabile del settore auto, e Luigi Paone, segretario generale della Uilm Torino. Per Antonio Spera, segretario nazionale Ugl Metalmeccanici, “partendo da questo modello, è fondamentale ampliare la gamma di auto prodotte in Italia e incrementare i volumi produttivi anche negli altri stabilimenti italiani, sia di carrozzeria sia di meccanica. Solo così si potrà garantire una reale prospettiva di sviluppo e occupazione per tutto il comparto”.

Ucraina, commercio e terre rare: al via summit Ue-Africa in Angola. C’è anche Meloni

(Photo copyright: Palazzo Chigi)

I leader africani ed europei si riuniscono da oggi in Angola per approfondire le loro relazioni commerciali, discutere di migrazioni e minerali strategici, in occasione di un vertice in cui il piano americano per l’Ucraina sarà oggetto di nuove consultazioni tra gli europei. A margine del vertice e sulla scia di quello delle grandi economie del G20 tenutosi questo fine settimana in Sudafrica, infatti, i leader – tra cui la premier Giorgia Meloni – proseguiranno le loro consultazioni sul piano Usa.
Questa mattina è previsto un incontro sull’argomento a Luanda, su invito del presidente del Consiglio europeo Antonio Costa, per fare il punto sui colloqui in corso a Ginevra tra i responsabili americani, ucraini ed europei. Il vertice, settimo incontro di questo tipo, segna i 25 anni di relazioni tra l’Unione africana e l’Ue.

L’Europa rimane il principale partner commerciale dell’Africa: secondo Bruxelles, gli scambi di beni e servizi hanno raggiunto i 467 miliardi di euro nel 2023. Ma gli europei hanno subito delle battute d’arresto, talvolta alimentate dal risentimento verso il sanguinoso passato delle ex potenze coloniali e dalla concorrenza della Cina, i cui grandi progetti infrastrutturali sono ben accetti nel continente. La Russia, dal canto suo, ha approfittato della perdita di influenza della Francia nel suo ex feudo per diventare il partner di sicurezza di diversi paesi.

Anche gli Stati del Golfo e la Turchia hanno ampliato la loro presenza, offrendo alle nazioni africane maggiori opportunità commerciali e, di conseguenza, un maggiore potere negoziale nei confronti dell’Ue, spiega Geert Laporte dell’Ecdpm, un gruppo di riflessione europeo. “Non siamo più nella situazione in cui l’Europa era l’unico partner”, osserva. Le capitali dell’Ue devono ora proporre un’offerta “sufficientemente allettante da battere” la concorrenza.

Questo richiede investimenti in infrastrutture, energia e progetti industriali che generino occupazione e crescita economica in Africa, lontano dalla percezione talvolta negativa lasciata sul continente dai precedenti vertici: belle intenzioni ma pochi fatti concreti. E il Piano Mattei italiano, sposato dall’Ue, dovrebbe andare proprio in questa direzione.

“L’Africa non cerca nuove dichiarazioni, ma impegni credibili e realizzabili”, riassume il portavoce dell’UA, Nuur Mohamud Sheekh. I capi di Stato e di governo discuteranno dei mezzi per frenare l’immigrazione illegale verso l’Europa, un tema che negli ultimi anni ha alimentato il discorso e i guadagni elettorali di molti partiti di estrema destra nel Vecchio Continente.

All’ordine del giorno ci saranno anche le questioni di sicurezza e un’iniziativa diplomatica per dare all’Africa una voce più forte negli organismi di governance globale come il Consiglio di sicurezza dell’Onu e la Banca mondiale. Si discuterà anche del rafforzamento degli scambi commerciali, in un contesto di dazi doganali imposti dagli Stati Uniti ai membri dei due blocchi. L’Ue dovrebbe offrire la propria esperienza per aiutare a sviluppare il commercio intracontinentale africano, che attualmente rappresenta solo un modesto 15% del commercio continentale totale, secondo i diplomatici intervistati dall’AFP. Cercherà inoltre di garantire l’approvvigionamento di minerali strategici necessari alla sua transizione ecologica e di ridurre la sua dipendenza dalla Cina per le terre rare essenziali per le tecnologie e i prodotti elettronici. Alcuni progetti saranno inclusi nel Global Gateway, un vasto piano infrastrutturale volto a contrastare la crescente influenza della Cina a livello mondiale. “La credibilità dell’Europa dipende ora dalla sua capacità di sostenere la realizzazione di progetti che creano valore in Africa, e non solo dalla visibilità per Bruxelles”, analizza Ikemesit Effiong, della società di consulenza SBM Intelligence in Nigeria.

 

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Oggi Connact Industry & Market 2025: nuova rotta su sostenibilità e competitività industriale

Sostenibilità e competitività industriale sono le parole chiave per lo sviluppo e il rafforzamento del mercato interno in Italia e nell’Ue, in un contesto globale caratterizzato da incertezze, conflitti e tensioni commerciali. Si discuterà di questo e delle linee guida tracciate dal Clean Industrial Deal e dalla Single Market Strategy della Commissione Europea durante il nuovo evento di Connact, la piattaforma di eventi che favorisce il confronto tra soggetti privati e istituzioni attraverso momenti di incontro e networking.

L’evento, organizzato in collaborazione con il Parlamento europeo e sostenuto dai più alti patrocini istituzionali, si terrà a Roma mercoledì 19 novembre presso lo spazio Europa Experience. A Connact Industry & Market 2025 autorevoli rappresentanti delle istituzioni chiamate a dare concretezza normativa ai documenti strategici europei si confronteranno con le più rappresentative aziende e organizzazioni di categoria sulle problematiche da risolvere e le soluzioni da adottare la risposta UE alle sfide globali, con il rafforzamento del Mercato Unito e del commercio estero.

Dopo i saluti istituzionali di Carlo Corazza, Direttore dell’Ufficio del Parlamento europeo in Italia e Claudio Casini, Direttore della Rappresentanza in Italia della Commissione UE, interverranno alla tavola rotonda l’Eurodeputato Brando Benifei, membro della Commissione per il Commercio Internazionale (INTA), della Commissione per gli Affari Costituzionali (AFCO), della Commissione per il mercato interno e la protezione dei consumatori (IMCO), e della Commissione giuridica (JURI); l’Eurodeputato Stefano Cavedagna, Vicepresidente della Commissione speciale sullo scudo europeo per la democrazia (EUDS) e membro della IMCO e della Commissione per l’ambiente, il clima e la sicurezza alimentare (ENVI); l’Eurodeputata Isabella Tovaglieri, membro della Commissione per l’industria, la ricerca e l’energia ITRE), della INTA, della Commissione per l’agricoltura e lo sviluppo rurale (AGRI) e della Commissione speciale sulla crisi degli alloggi nell’Unione europea (HOUS); Luca Squeri, Deputato e Segretario della Commissione Attività produttive; Gianfrancesco Romeo, Dirigente generale Consumatori e Mercato del Ministero delle Imprese e del Made in Italy (MIMIT); Gabriele Scabbia, membro del Dipartimento Politiche per le Imprese del MIMIT; Salvatore D’Acunto, Capo unità della Direzione generale del Mercato interno, dell’industria, dell’imprenditoria e delle PMI GROW E.2 della Commissione UE; Marco Granelli, Presidente di Confartigianato Imprese; Carmelo Di Marco, Vice Presidente del Consiglio Nazionale del Notariato; e infine Paolo Fantoni, Vicepresidente Vicario di FederlegnoArredo e Presidente di Assopannelli.

Modera l’incontro Vittorio Oreggia, Direttore di GEA – Green Economy Agency. L’evento è realizzato da Connact in collaborazione con l’Ufficio in Italia del Parlamento europeo. Tra i promotori dell’iniziativa ci sono Confartigianato Imprese, Consiglio Nazionale del Notariato e FederlegnoArredo.