Meloni rivendica il ‘pit stop’ Ue sul blocco alle auto a diesel e benzina dal 2035: “Successo italiano”

L’Europa fa un ‘pit stop’ di riflessione sul blocco alla produzione di motori endotermici dal 2035. La notizia fa tirare un sospiro di sollievo all’Italia, che in queste settimane ha messo in campo un’azione politica importante per chiedere flessibilità per evitare contraccolpi pericolosi al sistema industriale nazionale (e continentale), che sarebbe poi inevitabilmente ricaduto sul tessuto sociale del nostro Paese. “Il rinvio, a data da destinarsi, del voto alla riunione degli ambasciatori Ue sul Regolamento che prevede lo stop dal 2035 alla vendita di Auto nuove diesel e benzina è un successo italiano”, rivendica la premier, Giorgia Meloni.

Che sui suoi canali social sottolinea: “La posizione del nostro governo è chiara: una transizione sostenibile ed equa deve essere pianificata e condotta con attenzione, per evitare ripercussioni negative sotto l’aspetto produttivo e occupazionale”. Ecco perché “la decisione del Coreper di tornare sulla questione a tempo debito va esattamente nella direzione di neutralità tecnologica da noi indicata”. La presidente del Consiglio pianta anche un altro paletto quando scrive che è “giusto puntare a zero emissioni di Co2 nel minor tempo possibile, ma deve essere lasciata la libertà agli Stati di percorrere la strada che reputano più efficace e sostenibile”. A suo modo di vedere “questo vuol dire non chiudere a priori il percorso verso tecnologie pulite diverse dall’elettrico”. E la linea dell’Italia, specifica Meloni, ha “trovato largo consenso in Europa.

Soddisfatto anche il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, Gilberto Pichetto, secondo cui il rinvio “tiene giustamente conto di una forte resistenza di alcuni Paesi europei, con l’Italia in prima fila, a un’impostazione del Regolamento troppo ideologica e poco concreta”. Per il responsabile del Mase la posizione di Roma è “molto chiara: l’elettrico non può essere l’unica soluzione del futuro, tanto più se continuerà, come è oggi, ad essere una filiera per pochi”. Meglio “puntare inoltre sui carburanti rinnovabili – argomenta Pichetto – è una soluzione strategica e altrettanto pulita, che consente di raggiungere importanti risultati ambientali evitando pesanti ripercussioni negative in chiave occupazionale e produttiva”. La decarbonizzazione dei trasporti, comunque, “resta obiettivo prioritario – aggiunge il responsabile del Mise – e deve tenere conto delle peculiarità nazionali e di tempistiche compatibili con lo sviluppo del settore dell’automotive”. Ma “una transizione sostenibile non è compatibile con la fissazione di una data secca al 2035”.

Esulta su Twitter il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso: “L’Italia ha svegliato l’Europa. Mi auguro che ora ci sia una riflessione comune per una competitività sostenibile anche nel settore automotive”. Anche perché nel passaggio all’elettrico tout court il rischio è quello di trovarci in “una peggiore e più grave subordinazione alle materie critiche, che sono appannaggio della Cina e dei suoi alleati”. Una preoccupazione, dice, condivisa anche dal ministro dell’Economia francese, Bruno Le Maire, in visita venerdì a Roma.

Sul piano politico chi rivendica con forza questo risultato è la Lega, con il suo segretario, nonché vicepremier, Matteo Salvini. “E’ stata ascoltata la voce di milioni di italiani e il nostro governo ha dimostrato di offrire argomenti di buonsenso sui tavoli internazionali, a difesa della nostra storia e del nostro lavoro – afferma -. La strada è ancora lunga ma non ci svenderemo alla Cina”. Il ministro delle Infrastrutture e dei trasporti, intanto, continua “l’azione diplomatica a difesa dei lavoratori e delle imprese italiane ed europee”, riferisce una nota del Mit. Informando di una telefonata con il collega della Repubblica Ceca, Martin Kupka: “Praga condivide le preoccupazioni italiane sui Regolamenti Co2 auto, veicoli pesanti e direttiva Euro7 e intende promuovere un’iniziativa di Paesi ‘like-minded’ in difesa della neutralità tecnologica”.

Posizione netta è anche quella degli industriali. Per Carlo Bonomi, infatti, lo stop alle auto a motore endotermico dal 2035 “non mi convince, viene meno lo spirito iniziale dell’Europa sulla transizione che era quello della neutralità tecnologica“. Secondo il presidente di Confindustria “portava ad uno spiazzamento delle industrie europee a favore di quelle asiatiche“. Dunque, “saremmo diventati importatori netti lasciando un’Asia monopolista e a decidere i prezzi: si chiama effetto Cuba, quando le classi medie non hanno soldi per comprare una tecnologia che costa molto e non c’è ricambio del parco auto“.

A Bruxelles di nuovo rinviato il voto su auto a benzina e diesel

Rinviato a data da destinarsi. Perché anche oggi  il comitato dei rappresentanti permanenti presso l’Ue (Coreper) ha deciso, pochi minuti dopo essersi riunito in sessione, di rinviare di nuovo il voto sul regolamento sulle emissioni di auto e furgoni, che prevede anche lo stop all’immatricolazione di auto e furgoni con motore a combustione, diesel e benzina, a partire dal 2035. Per ora il punto è slittato come si diceva “a data da destinarsi”, precisano fonti diplomatiche. Dopo il via libera al Coreper, il testo del compromesso raggiunto a fine ottobre da Parlamento e Consiglio sarebbe finito sul tavolo del Consiglio Ue dell’Istruzione, gioventù, cultura, sport in programma martedì 7 marzo per il via libera formale, ma essendo slittato il voto di oggi tra gli ambasciatori le stesse fonti precisano che il punto sulle auto è stato rimosso anche dall’ordine del giorno del Consiglio Ue di prossima settimana.  La posizione italiana sulla vicenda è nota: il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, ha confermato che, quando ci sarà l’opportunità, voterà contro l’accordo con il Parlamento europeo sullo stop alla vendita dei motori a combustione, diesel e benzina, a partire dal 2035. Una revisione del regolamento sulle emissioni di nuove auto e furgoni parte dell’ambizioso pacchetto sul clima ‘Fit for 55’, presentato a luglio 2021 come strategia per abbattere le emissioni del 55% entro il 2030 come tappa intermedia per la neutralità climatica.

La transizione passa anche per le auto e per la mobilità, ma per l’attuale governo italiano il futuro non può essere solo elettrico. I Ventisette sono chiamati a dare il via libera a un accordo politico raggiunto con l’Eurocamera nella notte tra il 27 e il 28 ottobre scorso. L’Eurocamera ha confermato l’accordo con gli Stati nella scorsa plenaria di febbraio, mancava ora il passaggio formale tra gli ambasciatori al Coreper (comitato dei rappresentanti permanenti presso l’Ue) e poi in Consiglio dove è richiesta una maggioranza qualificata. L’Italia ha annunciato che voterà contro insieme alla Polonia, mentre la Bulgaria si asterrà. Questi tre Paesi da soli non bastano a formare una minoranza di blocco, è la Germania che ha sollevato alcune perplessità pur avendo sostenuto in passato l’accordo (come anche l’Italia). Urso rivendica il merito all’Italia di aver rilanciato il dibattito, di aver aperto una riflessione su un capitolo che sembrava chiuso.

Un “segnale d’allarme, una sveglia a tutta l’Europa a non dare nulla per scontato”, ha spiegato il ministro. “A dire che l’Italia c’è, è presente e lo saremo in ogni consesso in maniera qualificata e autorevole. Questa battaglia non è del governo di Giorgia Meloni, ma del Paese e dell’Italia“. Sul fronte dell’automotive, i dossier aperti su cui l’Italia punta ad alzare la voce sono quelli delle norme Euro 7 – su cui Roma rivendica il principio di neutralità tecnologica – e quelle relative ai veicoli pesanti. Ma, sintomo che anche il governo italiano è convinto che il provvedimento passerà, sul fascicolo al voto del Coreper, invece, Urso assicura che l’Italia non mette in dubbio le date del 2035 o del 2050, “ma chiediamo che ci sia una riflessione sulla base dei dati concreti che sono sotto gli occhi di tutti e che hanno portato le associazioni di imprese europee e i lavoratori europei a chiedere un cambio di passo alla Commissione”. L’appuntamento per l’Italia è un altro ed è il 2026 quando, se l’accordo otterrà il via libera, “con la clausola di revisione potremmo rimettere in discussione questo percorso in un clima molto diverso, con un nuovo Parlamento europeo in cui aumenta la consapevolezza che occorre cambiare e in una nuova Commissione che uscirà appunto il prossimo anno come indicazione dei diversi governi dell’Ue”.

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Voto su stop ai motori termici slitta a venerdì. L’Italia si schiera contro

La presidenza svedese dell’Ue ha rinviato alla riunione di venerdì il voto degli ambasciatori sul regolamento sulle emissioni di CO2 di auto e furgoni, che prevede anche lo stop alla vendita di motori a combustione, diesel e benzina, entro il 2035. Il voto sull’accordo raggiunto con il Parlamento europeo in ottobre era il primo punto all’ordine del giorno alla riunione degli ambasciatori in programma mercoledì a Bruxelles. In sede di Coreper, il voto sarà a maggioranza qualificata, che si raggiunge quando il 55% degli Stati membri vota a favore (in pratica ciò equivale a 15 paesi su 27) e quando gli Stati membri che appoggiano la proposta rappresentano almeno il 65% della popolazione totale dell’Ue.

Il governo italiano a ottobre ha votato a favore dell’accordo, ma martedì ha chiarito l’intenzione di votare contro alla riunione degli ambasciatori Ue. Ma anche in caso del cambiamento di posizione da parte dell’Italia, è inverosimile che sposti l’equilibrio dei voti in sede di voto. Pur condividendo gli obiettivi di decarbonizzazione, l’Italia sostiene che i target ambientali vadano perseguiti attraverso “una transizione economicamente sostenibile e socialmente equa”, pianificata e guidata con grande attenzione, per evitare ripercussioni negative per il paese sia sotto l’aspetto occupazionale che produttivo. L’Italia ritiene inoltre – questa la posizione che verrà espressa – che la scelta dell’elettrico non debba rappresentare, nella fase di transizione, l’unica via per arrivare a zero emissioni. Il successo delle auto elettriche dipenderà molto da come diventeranno accessibili a prezzi concorrenziali, è il ragionamento. Secondo il ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica una razionale scelta di neutralità tecnologica a fronte di obiettivi ambientali condivisi deve consentire agli Stati membri di avvalersi di tutte le soluzioni per decarbonizzare il settore dei trasporti, tenendo conto delle diverse realtà nazionali, e con una più graduale pianificazione dei tempi. “L’utilizzo di carburanti rinnovabili, compatibili con i motori termici – afferma il ministro Pichetto contribuirà ad una riduzione delle emissioni senza richiedere inattuabili sacrifici economici ai cittadini”. In una dichiarazione inviata alla presidenza svedese dell’Ue e agli altri Stati membri per motivare la decisione del voto contrario, l’Italia precisa che “l’elettrificazione richiede cambiamenti significativi nell’intero settore automobilistico che devono essere pianificati e guidati con la dovuta attenzione, al fine di evitare effetti economici, industriali e sociali indesiderati. Le Auto con motore termico sono di proprietà di cittadini a basso reddito e rimarranno in circolazione oltre il 2035″. E, siccome non prevedealcun incentivo per l’uso di carburanti rinnovabili, il regolamento proposto non è in linea con il principio di neutralità tecnologica. Pertanto, l’Italia non può sostenerlo“.

Nella dichiarazione italiana sono poi ricordate alcune condizioni prioritarie che devono essere assicurate per permettere il raggiungimento di un obiettivo di riduzione delle emissioni del 100%, tra cui: lo sviluppo di una catena di valore dei motori e delle batterie elettriche nell’Unione; un approvvigionamento sostenibile e diversificato delle materie prime necessarie; adeguate infrastrutture di ricarica e rifornimento; un miglioramento della rete elettrica, in modo che possa far fronte all’aumento della domanda; un adeguamento dell’intero settore automobilistico, anche attraverso la fornitura delle competenze necessarie; l’accettazione da parte del mercato dei nuovi veicoli, che dovrebbero essere disponibili a un prezzo accessibile, in particolare per le famiglie e i consumatori più vulnerabili. Sono quindi elencate una serie di iniziative che dal punto di vista italiano dovrebbero essere adottate dalla Commissione europea: sostenere con tutti i mezzi disponibili, legislativi e finanziari, la transizione del settore automobilistico, in particolare delle PMI; monitorare e riferire in modo tempestivo ed esaustivo sui progressi verso una mobilità stradale a zero emissioni, considerando tutti i fattori che contribuiscono a una transizione equa ed efficiente dal punto di vista dei costi, compresa una valutazione delle possibili carenze di finanziamento; garantire, sulla base di tale monitoraggio, una revisione rigorosa e credibile degli obiettivi nel 2026; dare seguito alla disposizione che prevede l’immatricolazione, dopo il 2035, di veicoli alimentati esclusivamente con carburanti a zero emissioni di CO2; presentare una proposta per includere nel Regolamento meccanismi di contabilizzazione dei benefici, in termini di riduzione delle emissioni di CO2, dei carburanti rinnovabili.

Secondo fonti diplomatiche, la decisione del rinvio del punto al prossimo Coreper di venerdì potrebbe essere legata al voto a maggioranza qualificata che si preannunciava incerto nella riunione di oggi. Oltre all’Italia, la Polonia aveva già annunciato il voto contrario e la Bulgaria la propria astensione. Anche la Germania – sebbene senza confermare una possibile astensione o un voto contrario – ha mostrato di avere una posizione incerta, con le dichiarazioni del ministro dei Trasporti Volker Wissing, che ha incalzato la Commissione europea a presentare una proposta per cui i motori a combustione saranno venduti dopo il 2035 se si potrà dimostrare che sono alimentati con carburanti sintetici (e-fuel).

gas Russia

Da oggi è in vigore il price cap europeo. Ma il prezzo del gas resta sotto la soglia prevista

E’ in vigore da oggi (15 febbraio) e per i prossimi dodici mesi il regolamento sul meccanismo di correzione del mercato in caso di picchi di prezzo del gas, il ‘cosiddetto price cap’ tanto richiesto dai governi Ue quanto divisivo e a lungo rimandato. I ministri dell’energia dei Ventisette hanno trovato lo scorso 19 dicembre un’intesa politica per attivare automaticamente il ‘price cap’ di fronte a due condizioni che si presentano contemporaneamente: quando il prezzo del gas sul mercato olandese TTF supera i 180 euro per Megawattora per 3 giorni lavorativi e quando il prezzo TTF mensile è superiore di 35 euro rispetto al prezzo di riferimento del GNL sui mercati globali per gli stessi tre giorni lavorativi. Queste le due condizioni (i ‘trigger’) per attivare il meccanismo vero e proprio di correzione del mercato, che si attiverà in automatico con solo un “avviso di correzione del mercato” da parte dell’agenzia Acer, che avrà invece una componente dinamica, come richiesto da alcuni Paesi come l’Italia.

Una volta attivato, il limite dell’offerta dinamico sarà applicato per almeno 20 giorni lavorativi, ma con la possibilità di disattivarlo o sospenderlo in ogni momento attraverso due procedure diverse. Quando il limite di offerta dinamica è inferiore a 180 euro/MWh per tre giorni lavorativi consecutivi, verrà automaticamente disattivato, così come di fronte a un’emergenza regionale o dell’intera Ue dichiarata dalla Commissione europea (ad esempio, in caso di razionamento del gas). Di fronte a rischi per la sicurezza dell’approvvigionamento energetico, la stabilità finanziaria, i flussi di gas all’interno dell’UE o rischi di aumento della domanda di gas, invece alla Commissione europea resta il potere di adottare un decisione di esecuzione e sospendere il meccanismo di correzione del mercato nell’immediato. Da quando l’accordo è stato raggiunto dai governi Ue lo scorso dicembre, i prezzi del gas sono rimasti sempre sotto la soglia prevista per l’attivazione del meccanismo di correzione del mercato, confermando l’idea della Commissione europea di poter usare la misura solo come deterrente per frenare la speculazione sul mercato. Ieri, ad esempio, alla vigilia dell’entrata in vigore, il prezzo del gas ha chiuso sul mercato Ttf di Amsterdam a 52,39 euro al MWh.

Nella sua proposta iniziale la Commissione europea aveva previsto soglie di attivazione molto più alte, quando i prezzi raggiungono i 275 euro per MegaWattora per due settimane e quando i prezzi sono superiori di oltre 58 euro per MWh rispetto a quelli del gas naturale liquefatto (GNL) sul mercato globale. Il regolamento entra in vigore da oggi dopo una prima valutazione preliminare sui suoi rischi e benefici pubblicata il 23 gennaio dall’Autorità europea degli strumenti finanziari e dei mercati (Esma) e l’Agenzia per la cooperazione fra i regolatori nazionali dell’energia (Acer): le agenzie hanno concluso di non aver individuato per ora impatti significativi (positivi o negativi) sul mercato che possono essere direttamente attribuiti all’adozione del regolamento. Tuttavia, per entrambe le agenzie questo non esclude che non possa esserci “alcun impatto futuro sui mercati finanziari ed energetici” e dunque hanno proposto una serie di indicatori per continuare a monitorare gli sviluppi del mercato e aiutare a rilevare i potenziali impatti futuri del meccanismo.

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Meloni soddisfatta del Vertice Ue: “Grande vittoria per l’Italia”

Sostegno all’Ucraina, risposta all’Ira americana e migrazioni. Sono i tre temi affrontati durante il Vertice Ue straordinario che si è tenuto ieri a Bruxelles, di cui la presidente del Consiglio Giorgia Meloni si dice “estremamente soddisfatta” per il “protagonismo dell’Italia” a causa dei passi avanti fatti su materie così delicate. Anzi, addirittura parla di “una grande vittoria per l’Italia, che dimostra che quando c’è la volontà politica si ottengono risultati”.

Soprattutto per quanto riguarda i temi economici, sui quali l’Italia ha incassato dei successi, perché la sua posizione “è entrata pienamente nelle conclusioni del Consiglio europeo”. Sul tema degli aiuti di Stato, spiega la premier, “abbiamo ottenuto che l’allentamento delle regole sugli aiuti di Stato sia temporaneo, mirato e proporzionato, perché la risposta sia europea e non nazionale”. In materia di sostegno “abbiamo chiesto un fondo sovrano, consapevoli che una scelta del genere richiede tempo, e noi non abbiamo tempo”. “Ci sono Paesi europei che sono chiusi rispetto all’idea di un fondo sovrano europeo, ma bisogna cercare soluzioni condivise”, precisa Meloni, sottolineando che l’allentamento delle norme “sugli aiuti di Stato, la flessibilità dei fondi esistenti rischia” di non creare un equilibrio. “E’ una verifica che va fatta a breve. Se non sarà sufficiente inevitabilmente si andrà verso un fondo sovrano“, dice, “anche se non sarà facile”.

L’Italia ha inoltre posto il tema delle catene di approvvigionamento: “La crisi energetica e ancora prima la crisi pandemica ci hanno insegnato che l’Europa per riappropriarsi della propria indipendenza ha bisogno delle catene di approvvigionamento”, afferma Meloni. “Siamo soddisfatti perché il dibattito è entrato nel dibattito del Consiglio europeo”.

E sulla revisione del patto di stabilità l’Italia ha chiesto “che si tenga conto delle scelte fatte”. “E’ evidente che tutte le discussioni che stiamo facendo rischiano di non essere efficaci se non consideriamo gli investimenti che vanno fatti, nel discorso sul patto di stabilità”, spiega Meloni. “Quindi – aggiunge – nel calcolo della sostenibilità dei conti va tenuto presente l’impatto dell’effetto moltiplicatore sulla spesa corrente“.

Meloni contro Macron: “Inopportuno invito a Zelensky. Nostra forza dovrebbe essere unità”

Arrivata a Bruxelles per il Consiglio europeo straordinario la premier Giorgia Meloni ha chiarito subito la sua posizione: la presidente del Consiglio italiana non ha infatti gradito l’esclusione dalla cena con Volodymyr Zelensky all’Eliseo, a cui ha partecipato anche il cancelliere tedesco Olaf Scholz. “Mi è sembrato più inopportuno l’invito” di Macron “al (presidente ucraino, Volodymr) Zelensky – ha detto – La nostra forza in questa vicenda è la nostra compattezza e la nostra unità. Capisco le questioni di politica interna, ma ci sono dei momenti in cui privilegiare la propria opinione pubblica interna rischia di andare a scapito della causa“.

Al vertice Ue straordinario di giovedì e venerdì, per tamponare le ricadute dell’Inflation Reduction Act statunitense sull’Europa, Meloni vuole portare la sua ricetta: prudenza sulla modifica del regime degli aiuti di Stato, perseveranza nel dialogo transatlantico e flessibilità sull’uso delle risorse esistenti. L’attenzione di Roma è a evitare che si creino fratture e divari all’interno del mercato unico. Perché, ha spiegato arrivando a Bruxelles, “dobbiamo difendere la competitività del nostro sistema imprenditoriale, ma non in contrasto con l’Inflation reduction act degli Stati Uniti, ma è un momento in cui riflettere sulle nostre scelte, dobbiamo tornare a controllare le catene di approvvigionamento, dobbiamo aiutare il sistema produttivo ma farlo senza creare disparità all’interno del mercato unico”.

La premier italiana ha preparato il terreno nei giorni scorsi, con la visita, il 3 febbraio, a Stoccolma, che ha Presidenza di turno a partire da questo Consiglio, e nello stesso giorno a Berlino per parlare personalmente con il cancelliere tedesco, Olaf Scholz. Quindi, ha avuto una fitta serie di telefonate: con il presidente francese, Emmanuel Macron, il primo ministro olandese, Mark Rutte, il cancelliere austriaco, Karl Nehammer, il primo ministro greco, Kyriakos Mitsotakis e con il presidente del governo spagnolo, Pedro Sanchez. Con tutti, oltre all’impegno per il sostegno alle imprese europee, filtra comunione d’intenti sull’appoggio all’Ucraina, con Meloni che domani avrà a margine del Consiglio un un incontro bilaterale con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, e per una gestione condivisa dei flussi migratori, incentrata sulla dimensione esterna e sul controllo dei confini.

L’urgenza delle questioni sul tavolo fa la straordinarietà di questo Consiglio: “Mi auguro possa essere risolutivo o comunque un passaggio importante”, ha auspicato ieri il ministro per gli Affari europei, il Sud, le Politiche di Coesione e il Pnrr, Raffaele Fitto. E’ lui, non essendo un Consiglio ordinario, a riferire prima della partenza e non all’intero Parlamento, ma alle commissioni riunite Esteri e Politiche Ue di Camera e Senato. Il lavoro preliminare della premier, con gli incontri e le telefonate dei giorni scorsi, è stato fondamentale, spiega, per “comprendere i punti di contatto e le differenze, per cercare di superarle e trovare una sintesi”.

Su Kiev la posizione dell’Italia è “netta e chiara”, ha assicurato: “Pieno sostegno senza esitazioni con una forte condanna dell’invasione russa”. Quanto alle ricadute economiche, soprattutto dopo l’Ira statunitense, è stato proposto alla Commissione di mettere in campo modifiche alle regole sugli aiuti di Stato. E’ un’operazione che Roma considera “pericolosa“, perché “altera la tenuta del mercato interno e non dà una risposta unitaria né agli Stati Uniti né all’interno dell’Unione”, ribadisce Fitto. Sarà istituita una commissione per il dialogo tra le due sponde dell’Oceano che, sottolinea, “riteniamo sia fondamentale”. Le modifiche vanno valutate con la massima prudenza, per l’esecutivo, la posizione è cauta e non favorevole a una procedura accelerata.

Serve insomma un quadro chiaro. Nel caso in cui si inizi a ragionare di modificare gli aiuti, l’Italia sposa la proposta che ci sia “una disponibilità forte a una flessibilità nell’uso delle risorse esistenti”. Il tema, ha puntualizzato Fitto, “non è marginale: l’utilizzo flessibile può essere coerente rispetto allo scenario in cui ci troviamo. D’altronde sarebbe singolare che nel cambio complessivo di paradigma si mantenga la rigidità sull’uso delle risorse esistenti”, afferma. Qualcuno, per sostenere le economie, ipotizza la possibilità di mettere in campo un’iniziativa “simile al programma Sure”: “Per noi va bene, ma non raccoglierà ampi consensi”, prevede Fitto.

Infine, l’ipotesi di un fondo sovrano, per la quale c’è una “sollecitazione forte” perché la Commissione presenti una proposta entro l’estate: “Il tema tempo è decisivo e interconnesso con la flessibilità”, avverte il ministro. E’ un’ipotesi che quindi Roma sostiene.
Sull’uso flessibile delle risorse esistenti, l’Italia lavora all’attivazione del RePowerEu all’interno del Pnrr. Il piano è stato pensato all’indomani del Covid, ma prima della guerra in Ucraina, per far fronte alle nuove esigenze, va modificato. “Il governo ha iniziato la fase di consultazione e confronto degli stakeholder per predisporre un programma che implementerà il Pnrr e inevitabilmente è collegato alla coesione. L’obiettivo è un riallineamento dei programmi con una strategia chiara e un confronto costante con la Commissione europea. Stiamo proseguendo con un lavoro proficuo”, informa Fitto.

Le risorse serviranno anche per accelerare il Piano Mattei, che nelle intenzioni del governo farà dell’Italia l’hub energetico d’Europa, grazie agli scambi con il Nord Africa. “La collocazione naturale del Paese nel Mediterraneo fa sì che ci possa essere un nuovo protagonismo per l’Italia, che vada oltre i confini nazionali”, ricorda il ministro. In questa prospettiva, insiste, “l’utilizzo intelligente delle risorse rappresenta un’opportunità”.

Von der leyen

Fondo sovrano e materie prime, il piano di Ursula von der Leyen per l’industria green europea

Un contesto normativo aggiornato per lo sviluppo dell’industria a zero emissioni, finanziamenti a breve e lungo termine per finanziarli, sviluppo di competenze e accordi commerciali per non perdere la corsa all’approvvigionamento di materie prime considerate critiche per la doppia transizione. Quattro pilastri e un solo obiettivo: lo sviluppo di una industria europea verde, a prova di dipendenze esterne.

Ha preso forma oggi nelle parole di Ursula von der Leyen il Piano industriale per il Green Deal, annunciato a Davos nelle scorse settimane come la “forte risposta” che l’Unione europea vuole dare al piano Usa contro l’inflazione, l’Inflation Reduction Act (Ira). Un piano di investimenti per le tecnologie verdi da quasi 370 miliardi di dollari varato dal governo statunitense in agosto, che fa preoccupare l’Ue perché potrebbe svantaggiare le imprese europee dal momento che prevede sgravi fiscali per acquistare prodotti americani tra cui automobili, batterie ed energie rinnovabili.
La presidente della Commissione europea è scesa in conferenza stampa dopo l’adozione della comunicazione (che non ha valore legislativo) messa a punto per contribuire al dibattito che si terrà la prossima settimana al Consiglio europeo del 9 e 10 febbraio, in cui la risposta dell’Ue all’Ira statunitense sarà tema centrale in agenda, insieme alla gestione comune dei flussi migratori. Sulla base del dibattito che si terrà tra i capi di stato e governo, la Commissione Ue dovrebbe presentare “entro metà marzo” le proposte legislative vere e proprie, così da arrivare a una discussione più articolata al Consiglio ordinario del 23 marzo.

Come anticipato nei giorni scorsi, il piano si fonderà su quattro pilastri. Sul piano normativo, von der Leyen conferma che il nucleo duro di questo piano per l’industria verde sarà il ‘Net-Zero Industry Act’, una Legge europea per l’industria a zero emissioni, sulla scia del ‘Chips Act’ varato da Bruxelles per i semiconduttori. L’atto normativo dovrebbe fissare degli obiettivi produttivi vincolanti entro il 2030, in base ad analisi settoriali specifiche, per quelle tecnologie che vengono considerate chiave per il passaggio allo zero netto, tra cui nella comunicazione vengono menzionate batterie, mulini a vento, pompe di calore, solare, elettrolizzatori (per la produzione di idrogeno rinnovabile) e tecnologie per la cattura e lo stoccaggio del carbonio.

Un aumento massiccio dello sviluppo tecnologico verde va di pari passo con l’approvvigionamento delle materie prime critiche, utili per la realizzazione delle tecnologie pulite (vedi il litio per le batterie), di cui ora l’Ue dipende per il 98% dalla Cina. Per questo, la comunicazione conferma che a marzo sarà presentato anche il ‘Raw Material Critical Act’ (per ora calendarizzato all’8 marzo), un atto europeo sulle materie prime critiche che dovrebbe concentrarsi sull’estrazione, la lavorazione ma anche il riciclaggio delle materie prime critiche nell’Unione Europea, e sulla ricerca di sostituti. Terza novità legislativa sarà la riforma del mercato elettrico dell’Ue, anche questa attesa nel mese di marzo, che da quanto si legge nella comunicazione si concentrerà sui “contratti di prezzo a lungo termine per consentire a tutti gli utenti di energia elettrica di beneficiare di servizi più prevedibili e minori costi dell’energia rinnovabile“.

Il secondo pilastro, quello che rischia di creare maggiori fratture tra gli Stati membri, e riguarda i finanziamenti a breve, medio e lungo termine per lo sviluppo delle tecnologie pulite. Da una parte, Bruxelles ha proposto ai governi una revisione del quadro attuale sugli aiuti di stato per semplificare gli aiuti per la diffusione delle energie rinnovabili e la decarbonizzazione dei processi industriali. La Commissione vuole che la flessibilità degli aiuti di Stato entrata in vigore per un periodo di tempo limitato a causa delle crisi della pandemia nel 2020, sia prorogata e rivista fino al 2025.

Consapevole che allentare le regole sugli aiuti rischia di creare una frammentazione del mercato unico e una frattura tra gli Stati che hanno lo spazio fiscale per gli aiuti pubblici (di cui la gran parte sono notificati da Germania e Francia) e quelli che non ce l’hanno, come l’Italia, la presidente ha confermato che proporrà un Fondo sovrano europeo per rilanciare l’industria, sfruttando la revisione intermedia del quadro finanziario pluriennale in programma prima dell’estate 2023. Sulle tempistiche e su come il Fondo sarà finanziato in concreto non c’è nulla di sicuro. “Le discussioni andranno avanti in estate”, ha chiarito von der Leyen, senza sbilanciarsi. In attesa di un Fondo sovrano, Bruxelles evoca soluzioni finanziarie ‘ponte’ sfruttando risorse esistenti da redistribuire, come il piano ‘REPowerEU’ (che secondo von der Leyen avrebbe a disposizione almeno 250 miliardi di euro da poter redistribuire verso l’industria a zero emissioni), il programma InvestEU e il Fondo europeo per l’innovazione.

Il terzo e il quarto pilastro del piano riguardano rispettivamente lo sviluppo delle competenze e gli accordi commerciali per non perdere la corsa alle materie prime. Sul piano delle competenze di manodopera ‘verde’, Commissione promette ad esempio di avviare un partenariato di competenze su larga scala per le energie rinnovabili onshore nel quadro del Patto per le competenze entro febbraio 2023 ed entro la fine di quest’anno dar vita a un partenariato per le competenze sulle pompe di calore, portandone avanti un terzo sull’efficienza energetica.

L’ultima parte del piano riguarda l’accelerazione degli accordi commerciali, che la Commissione europea ritiene strategici per l’approvvigionamento di materie critiche. “Lavoreremo sulla nostra agenda commerciale”, ha confermato von der Leyen, precisando che l’esecutivo comunitario è al lavoro per concludere accordi con Messico, Cile, Nuova Zelanda e Australia. Il Cile è il secondo produttore al mondo di litio, impiegato per le batterie, e anche l’Australia è uno dei maggiori produttori al mondo. Al vaglio anche un accordo con il Messico e la ripresa delle trattative con il blocco del Mercosur (Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay) sospese dal 2019.

Luca de Meo

Auto, Acea boccia Euro7: Costi troppo elevati per guadagni ambientali minimi

Una lettera aperta, rivolta ai leader europei in vista della presentazione del piano industriale Green, per chiedere di mettere in atto una politica ambiziosa e strutturata per il settore automobilistico, in grado di competere con quelle di altre regioni del mondo. A pubblicarla Luca de Meo, presidente dell’Associazione Europea dei Costruttori di Automobili (Acea) e amministratore delegato del Gruppo Renault, preoccupato per l’erosione della competitività dell’industria europea sulla scena mondiale. “La nostra industria ha goduto a lungo di un vantaggio competitivo lungo tutta la catena del valore dei veicoli con motore a combustione interna“, spiega de Meo. “Questo non sarà più il caso dei veicoli elettrici, almeno nel breve periodo. I nostri concorrenti hanno molte carte in mano che noi non abbiamo ancora, in particolare a monte della catena di fornitura dei veicoli elettrici a batteria. Inoltre, il loro sostegno da parte delle autorità nazionali e locali è stato massiccio e sta ancora aumentando in Cina e negli Stati Uniti“, aggiunge.

Ma il tema che sta maggiormente a cuore all’Acea, che chiede che il regolatore parli “con una voce coordinata, tenendo conto dei ritmi specifici dell’industria, della ricerca e degli investimenti”, è la proposta Euro 7 sulle emissioni inquinanti. Secondo l’Acea, questa “impone vincoli irrealistici all’industria e rallenterebbe persino la spinta alla decarbonizzazione”. Si tratterebbe di una misura, in sintesi, che costringerebbe i costruttori a investire miliardi di euro in tecnologie a fronte di guadagni ambientali minimi. “La conformità all’Euro 7 comporterebbe un aumento dei costi che potrebbe dissuadere i clienti dall’acquistare queste nuove auto“, ammonisce de Meo. “Questo potrebbe allungare la vita del parco auto: le auto più vecchie, con emissioni più elevate, rimarrebbero più a lungo sulle strade“, aggiunge. “Noi sosteniamo che potremmo ottenere un rapporto costi-benefici di gran lunga migliore se riorientassimo gli ingenti investimenti che l’Euro 7 richiederebbe verso l’elettrificazione, rendendo i veicoli elettrici più accessibili e sviluppando tecnologie a zero emissioni per migliorare il parco auto“. Senza contare il “dannoso impatto industriale, economico, politico e sociale”, con, secondo i calcoli di de Meo, “il rischio significativo di mettere a repentaglio i posti di lavoro di 300.000 persone se la transizione non viene gestita in modo corretto”.

Considerata la risposta dell’Ue all’Inflaction Reduction Act Usa, l’Acea ritiene che il piano industriale Green europeo – se attuato con successo – potrebbe essere un primo passo per contribuire a mantenere gli investimenti nell’Ue, salvaguardando il libero scambio in tutto il mondo. Il settore spera inoltre che la legge sulle materie prime critiche rafforzi la capacità nazionale di estrarre, raffinare e lavorare le materie prime, oltre a migliorarne la sicurezza dell’approvvigionamento. In caso contrario, i produttori di autoveicoli dell’Ue continueranno ad essere notevolmente svantaggiati rispetto alle loro controparti di altre regioni, avverte l’Acea.

Il Nutriscore, l’etichettatura ‘francese’ nutrizionale a colori

Cinque lettere per cinque bollini colorati. Si chiama ‘NutriScore’ il sistema francese di etichettatura nutrizionale a colori da apporre sulla parte anteriore della confezione dei prodotti (Front-of-pack) che da anni ormai divide l’Unione europea e i suoi stati membri. Inventato in Francia, dove è stato adottato dal 2017 su base volontaria insieme al Belgio, la Germania, il Lussemburgo e i Paesi Bassi.

L’etichetta è composta da colori e da lettere, in una combinazione generata da un algoritmo sviluppato da un team di ricerca francese sull’epidemiologia nutrizionale che mette in relazione le proprietà positive dei cibi o dei prodotti (contenuto di proteine, fibre e frutta, verdura, noci) e le proprietà negative (contenuto di energia, zuccheri, grassi saturi, sodio (parte del sale da cucina) per arrivare a un punteggio compreso tra -15 (scelta migliore) e +40 (il peggior malsano).

Il ‘bollino’ colorato francese sulla qualità nutrizionale dei prodotti si basa su una scala di 5 colori dal verde scuro all’arancione scuro e viene associato a lettere che vanno dalla A alla E per facilitarne la comprensione da parte del consumatore. Il colore e la lettera vengono assegnati sulla base di un punteggio che tiene conto, per 100 g o 100 ml di prodotto, del contenuto: in nutrienti e alimenti da favorire (fibre, proteine, frutta, verdura, legumi, noci, colza, noci e olio d’oliva), e nutrienti da limitare (energia, acidi grassi saturi, zuccheri, sale).

Il nutriscore e il packaging saranno peraltro gli argomenti oggetto del focus di uno dei quattro panel del convegno “L’evoluzione dell’agroalimentare italiano ed europeo tra sostenibilità e benessere”, organizzato da Gea, Eunews – testate di Withub – e Fondazione Art. 49 in collaborazione con il Parlamento europeo e con il patrocinio della Commissione europea. L’appuntamento del 9 marzo a Roma, presso Europa Experience, darà la stura al ciclo di sei eventi Withub previsti per il 2023: un momento di scambio e confronto tra esponenti di primo piano delle istituzioni nazionali ed europee con esperti, operatori di settore, organizzazioni di categoria e portatori di interesse. Gli altri argomenti che saranno affrontati durante i panel del convegno saranno gli insetti e le carne sintetiche, le avvertenze sanitarie sulle etichette degli alcolici; l’innovazione e il PNRR per l’agricoltura sostenibile.

Nel quadro della sua politica agroalimentare, la strategia ‘Farm to Fork’ (Dal campo alla tavola) pubblicata a maggio 2020, la Commissione europea ha promesso di rivedere tutta la legislazione europea relativa alla cosiddetta ‘Informazione alimentare ai consumatori’ con una proposta legislativa al Parlamento europeo e agli Stati membri che coprirà tutte e quattro le tipologie di etichette alimentari: le etichette nutrizionali, etichette d’origine, indicazione della data ed etichette per le bevande alcoliche.

La parte più discussa in Unione Europea su questa iniziativa di riforma è quella sull’etichetta nutrizionale da apporre sulla parte anteriore della confezione dei prodotti, che l’Esecutivo vuole armonizzare a livello comunitario scegliendo un modello che sia uguale per tutti.

Bruxelles aveva promesso di avanzare entro fine 2022 la proposta legislativa, ma per ora sembra rimandata a data da destinarsi. Un funzionario dell’Ue precisa che come per tutte le proposte legislative, è in corso al momento una valutazione d’impatto che si basa “sulle prove scientifiche fornite dall’Autorità europea per la sicurezza alimentare e dal Centro comune di ricerca e sulle consultazioni con i cittadini, le parti interessate e le indagini mirate con gli Stati membri, le imprese, le PMI e le organizzazioni dei consumatori e della salute”. In questa fase, “sono in corso lavori tecnici per raccogliere ulteriori prove” e dunque non c’è data certa per la presentazione da parte dell’Ue, che potrebbe addirittura non arrivare durante l’attuale legislatura che si concluderà nel 2024.

api

Il nuovo piano dell’Ue per salvare api e farfalle: meno pesticidi e ripristino habitat

Affrontare “l’allarmante declino” degli insetti impollinatori selvatici in Europa, come api e farfalle. E’ l’obiettivo del ‘Nuovo accordo per gli impollinatori’, presentato oggi dalla Commissione europea, che definisce le azioni che le istituzioni comunitarie e gli Stati membri devono intraprendere per invertire il declino degli impollinatori entro il 2030, dal momento in cui a oggi sul continente europeo sta scomparendo una specie di api, farfalle e sirfidi su tre.

L’iniziativa stabilisce obiettivi per il 2030 e azioni nell’ambito di tre priorità, la più importante delle quali è il miglioramento della conservazione degli impollinatori e la riduzione delle cause del loro declino. L’obiettivo di invertire il declino delle popolazioni di impollinatori entro il 2030 è giuridicamente vincolante e il gabinetto von der Leyen ha invitato i co-legislatori del Parlamento e del Consiglio dell’Ue a “impegnarsi attivamente” nell’attuazione delle nuove azioni, che integreranno i Piani nazionali di ripristino dei Ventisette.

Tra le azioni proposte dalla Commissione europea per la tutela degli insetti impollinatori compare il progetto di una rete di corridoi ecologici per gli impollinatori (le cosiddette ‘Buzz Lines’) e l’identificazione degli impollinatori tipici degli habitat protetti dalla Direttiva Habitat che gli Stati membri dovrebbero salvaguardare. Ma per l’esecutivo comunitario è anche prioritaria la riduzione del rischio e la mitigazione dell’impatto dei pesticidi sugli impollinatori, considerato il fatto che l’uso eccessivo di pesticidi è un fattore chiave della perdita di impollinatori“. Per esempio si potrebbe imporre per legge l’attuazione di una “gestione integrata dei parassiti” o l’introduzione di “ulteriori metodi di test per determinare la tossicità dei pesticidi per gli impollinatori, compresi gli effetti sub-letali e cronici“. L’esecutivo comunitario indica anche la necessità di ripristinare gli habitat nei paesaggi agricoli, in particolare attraverso un maggiore sostegno all’agricoltura favorevole agli impollinatori nell’ambito della Politica agricola comune, ma anche nelle aree urbane. Da affrontare anche l’impatto dei cambiamenti climatici, delle specie esotiche invasive, dei biocidi e dell’inquinamento luminoso sugli insetti impollinatori.