investimenti

Investimenti green: obbligatorio in Ue questionario per i risparmiatori

Volete fare investimenti verdi o sociali?“. Chiedere ai risparmiatori informazioni sugli investimenti sostenibili diventerà obbligatorio nell’Ue a partire da martedì (2 agosto), ma tenere conto delle risposte sarà un bel grattacapo per le banche. “La sostenibilità è un obiettivo d’investimento importante per voi?”. D’ora in poi, i clienti che desiderano investire parte dei loro risparmi nei prodotti finanziari de La Banque Postale dovranno rispondere a questa domanda, come già accadeva per il grado di assunzione del rischio. Se la risposta sarà negativa, le domande non andranno oltre. Se la risposta sarà invece positiva, la seconda domanda sarà se il cliente desidera definire da solo le proprie preferenze o lasciare che sia il suo consulente a farlo. Se il cliente avrà il controllo, dovrà dare una proporzione, con una cifra o un grado di intensità che il consulente dovrà rispettare per stabilire vari criteri sostenibili. Il compito sembra semplice, ma il settore finanziario non si sente attrezzato per affrontare questi nuovi requisiti, imposti dalle normative europee. Tanto che l’Autorità francese per i mercati finanziari ha chiesto un rinvio dell’applicazione per i consulenti in investimenti finanziari (FIA) al 1° gennaio 2023, anche se la normativa si applicherà da martedì per i consulenti bancari.

RITARDI

Abbiamo messo il carro davanti ai buoi“, ha sintetizzato Laurence Caron-Habib, responsabile degli affari pubblici di BNP Paribas AM, durante una presentazione all’inizio di luglio. In effetti, il nuovo questionario viene messo in atto anche se non si conoscono ancora del tutto i criteri per definire cosa esattamente costituisca un investimento sostenibile. Mentre i criteri per due dei sei obiettivi ambientali (mitigazione e adattamento ai cambiamenti climatici) sono stati definiti da Bruxelles come parte della sua tassonomia verde, ne restano quattro da specificare su acqua, inquinamento, economia circolare e biodiversità. E non sono previsti prima dell’autunno. Inoltre, l’obbligo per le aziende di pubblicare i dati ambientali non scatterà prima del gennaio 2023. Un altro simbolo di questa falsa partenza: l’Autorità europea degli strumenti finanziari e dei mercati (ESMA) ha condotto una consultazione con gli operatori finanziari per stabilire regole di buona pratica sulla presa in considerazione delle preferenze. Ma le conclusioni non sono attese prima della fine dell’anno. Deplorando questo calendario, l’associazione europea dei gestori patrimoniali (Efama) ha chiesto all’Esma una maggiore “flessibilità” nell’attuazione. “Sarà frequente che nessun prodotto di finanza sostenibile corrisponda pienamente alle preferenze iniziali del cliente“, teme l’associazione. Secondo BNP Paribas AM, meno del 2% degli investimenti in società del CAC 40 è allineato alla tassonomia. Per evitare di aspettare il “prodotto perfetto” per iniziare a investire nella finanza sostenibile, Efama ha proposto di lasciare spazio per riorientare le aspettative verso “le migliori alternative possibili.

CONCORRENZA E GREENWASHING

Oltre alla tassonomia verde europea, i distributori di fondi, che vengono offerti agli investitori, possono fare riferimento alla nozione di “investimento sostenibile, secondo il regolamento europeo sulla pubblicazione di informazioni sulla sostenibilità per i prodotti finanziari. Ma questa nozione è meno ben definita dall’Unione Europea. Si tratta solo di “un investimento in un’attività economica che contribuisce a un obiettivo ambientale” o “sociale“, senza causare “danni significativi” ad altri obiettivi. Spetta ai gestori dei fondi stabilire, in base alla loro metodologia, se ciascuno dei loro investimenti rientra in questa definizione per calcolare la loro percentuale di investimenti sostenibili. La percentuale sostenibile di un determinato fondo può quindi variare” a seconda della “flessibilità del gestore, ha dichiarato all’AFP Léonard Pirollet, membro del team SRI Solutions di Banque Postale AM. Ciò evidenzia il timore di una concorrenza distorta tra i gestori, o addirittura di “greenwashing“. Tuttavia, questa nuova normativa ha permesso di ripensare l’offerta di fondi sostenibili e ha stimolato uno sforzo di formazione. I team delle diverse linee di business “hanno parlato molto di questo argomento. E non sarà l’ultima volta“, anticipa Pierre-Alexis Binet, direttore degli affari istituzionali della Banque Postale.

gas

I ritardi dell’Ue sugli acquisti congiunti di gas

Non c’è data ancora per il primo acquisto congiunto di energia da parte dell’Unione europea. Anche se una piattaforma energetica comune, oggi, è più importante che mai di fronte alle minacce della Russia, che è pronta a tagliare completamente le forniture all’Europa.

Sulla scia dell’acquisto comune dei vaccini durante la pandemia Covid-19, di fronte alla crisi energetica connessa alla guerra in Ucraina, Bruxelles ha lanciato lo scorso 7 aprile una piattaforma energetica a cui gli Stati membri possono aderire su base volontaria per negoziare e cercare approvvigionamenti di gas (e poi anche idrogeno e gas naturale liquefatto) prima del prossimo inverno per mantenere anche i prezzi più contenuti potendo gestire la domanda a livello comunitario e non nazionale.

La realtà è anche che, proprio come è stato per l’acquisto congiunto di vaccini, la Commissione europea cerca attraverso la piattaforma comune anche di evitare che ci sia concorrenza tra i Paesi membri dell’Ue nell’acquisto di forniture, data la necessità di accelerare con la diversificazione dei fornitori e riempire le riserve. La Russia è il più grande fornitore di gas all’Europa. Fino allo scorso anno, Bruxelles ha importato da Mosca il 40% delle sue forniture di gas. Con l’inizio della guerra di Russia in Ucraina e l’impegno dei leader Ue a porre fine alla dipendenza dai combustibili fossili russi entro il 2027 (nel piano RePowerEu), la percentuale si è già ridotta a meno del 30%, che però richiede uno sforzo ulteriore di compensazione.

La piattaforma è stata lanciata e il lavoro organizzato attraverso una serie di task force che saranno istituite su base regionale: la prima è nata a Sofia, in Bulgaria, per monitorare il fabbisogno di gas ed elettricità, i prezzi e i flussi del gas in Bulgaria e con i vicini dell’Europa sudorientale; la seconda è stata creata all’inizio del mese per occuparsi dei Paesi dell’Europa centro-orientale (Italia, Austria, Germania, Repubblica ceca, Ungheria, Polonia, Slovenia, Croazia e Slovacchia) insieme a Ucraina e Moldavia. Ora però mancano gli acquisti comuni e la Commissione Ue, interpellata, sceglie di non commentare.

Fonti europee spiegano che in questo momento si stanno studiando ancora varie formule per rendere operativa la piattaforma, che sta richiedendo più lavoro giuridico e tecnico di quanto la Commissione si sarebbe aspettata. Questo perché gli acquisti comuni non sono in capo ai governi ma agli operatori privati, quindi “occorre trovare un veicolo giuridico che consenta loro di agire”.

Martedì scorso, gli Stati membri dell’Ue hanno dato via libera al piano per una riduzione volontaria del 15% della domanda di gas (sulla media dei consumi degli ultimi cinque anni) tra agosto e marzo, per prepararsi a possibili interruzioni dell’approvvigionamento questo inverno da parte di Mosca. Nel testo dell’accordo raggiunto al Consiglio energia, i governi hanno aggiunto l’esortazione ad accelerare sugli acquisti comuni di gas, anche perché serviranno ad aiutarli a riempire le riserve come richiesto da Bruxelles all’80% della capacità entro il primo novembre (la media europea è poco sopra il 66%, mentre l’Italia è sopra il 71%), mentre Mosca continua a centellinare il gas all’Europa continuando a ridurre i flussi dal gasdotto Nord Stream 1, che collega la Russia direttamente alla Germania settentrionale attraverso il Mar Baltico.

Draghi

La crisi italiana spaventa Bruxelles. Quale futuro per Pnrr e sostenibilità?

Se Roma è nella bufera, Bruxelles trema. È sempre stato così, per le crisi politiche in Italia e nei Paesi chiave dell’Unione, ma questa volta c’è qualche preoccupazione in più. Se, come ci spiegava un membro di un gabinetto di vertice della Commissione europea “che ci sia una crisi di governo in Italia, in sé, non ci sorprende più di tanto, ci siano abituati da decenni”, ora, di fronte al più grande intervento finanziario mai organizzato dall’Unione europea e disegnato proprio attorno alle esigenze dell’Italia “siamo davvero preoccupati, e tanto”. Perché il piano Next Generation Eu, all’interno del quale è il Pnrr italiano, riguarda tutta l’Unione ma non può funzionare senza l’Italia, alla quale sono andate ben la metà delle risorse messe a disposizione dei 27.

Il pacchetto di interventi è stato pensato per dare a Roma la possibilità di agganciarsi al carro delle economie più forti dell’Unione, ammodernando il suo sistema produttivo in chiave sostenibile. Non è un progetto come tanti altri, e parole come “rivoluzionario”, “storico”, “epocale” si sono sprecate per descriverne l’importanza. All’inizio il piano era stato affidato nelle mani del governo Pd/5 Stelle ma poi, con grande sollievo, chiaramente percepito qui a Bruxelles, era passato alle cure di Mario Draghi, considerato in Europa e nel Mondo una delle persone più esperte e affidabili. Insomma, a Bruxelles ci si sentiva relativamente tranquilli che questa volta l’Italia avrebbe in primo luogo speso i soldi (cosa che non avviene regolarmente con i fondi Ue) e che li avrebbe spesi bene, sostenendo con la sua crescita quella del resto dell’Unione.

Nel frattempo era arrivata la pandemia, e poi la guerra, e il comportamento lineare, chiaramente europeista, del governo Draghi ha permesso all’Italia di giocare un ruolo da protagonista negli ultimi mesi, che sempre più avrebbe potuto crescere viste le incertezze del governo tedesco e le obiettive difficoltà parlamentari di quello francese.

Eppure, come ha sintetizzato senza celare la rabbia il commissario all’Economia Paolo Gentiloni, il balletto degli irresponsabili contro Draghi può provocare una tempesta perfetta“. L’ex presidente del Consiglio ha poi invitato a “voler bene all’Italia” nei “mesi difficili” che arriveranno, con i timori all’orizzonte per l’attuazione del Piano nazionale per la ripresa e la resilienza (Pnrr) e gli investimenti necessari per la transizione verde. Essendo italiano Gentiloni ha potuto dirlo, il bon ton brussellese impedisce ai commissari di esprimere giudizi su Paesi che non siano il loro, ma il sentimento espresso è con ogni probabilità condiviso da molti.

Anche per l’incertezza di quel che seguirà. L’Unione europea un po’ per interesse, un po’ perché ama evitare i rischi, ama la stabilità, la continuità. Così come ha apprezzato che Giuseppe Conte, anche se non particolarmente stimato, rimanesse alla guida anche nel secondo governo della legislatura che sta per chiudersi, così ha imparato che storicamente, seppur con alcuni forti strattoni, di solito i governi italiani che si sono succeduti hanno conservato un atteggiamento per lo meno tendenzialmente collaborativo ed europeista.

Ora invece l’Italia pare muoversi verso qualcosa di radicalmente nuovo, con la possibilità di avere una presidente del Consiglio strettissimamente legata al premier ungherese Victor Orban, la bestia nera per l’Unione, quello che mette regolarmente i bastoni tra le ruote dei meccanismi dell’Ue, quello che ammicca a Vladimir Putin. Giorgia Meloni da mesi gira l’Europa (è la leader dei Conservatori europei) spiegando la sua idea sul futuro del 27, che è pieno di paletti e di punti ancora non espressi.

Per Bruxelles sarebbe un vero salto nel buio, e non può non tremare.

ue

Via alla legge sui mercati digitali. Sarà in vigore dal 2023 in tutta Ue

Ora è ufficiale. Dal gennaio del 2023 entrerà in vigore su tutto il territorio comunitario il Digital Markets Act, la legge dell’Ue sui mercati digitali. Con l’approvazione in via definitiva da parte del Consiglio dell’Unione europea – che segue al voto favorevole della sessione plenaria del Parlamento Ue del 5 luglio – l’intesa raggiunta tra i co-legislatori lo scorso 24 marzo per porre i primi paletti ai comportamenti abusivi delle Big Tech nella sfera online è pronta per essere pubblicata nella Gazzetta ufficiale dell’Unione europea, per essere applicata in sei mesi. Il regolamento (legge Ue che deve essere applicata integralmente da tutti i Paesi membri) sui mercati digitali si pone di rafforzare lo Stato di diritto e tutelare lo spazio dell’informazione, insieme con la legge gemella del Digital Services Act.

Partendo dalla proposta dell’esecutivo Ue del dicembre 2020, la legge sui mercati digitali specifica con precisione le caratteristiche per identificare i ‘controllori’ dell’accesso al mercato digitale: fatturato annuo di almeno 7,5 miliardi di euro all’interno dell’Ue negli ultimi tre anni, valutazione di mercato di almeno 75 miliardi di euro, almeno 45 milioni di utenti finali mensili, almeno 10 mila utenti aziendali stabiliti nell’Ue, controllo di uno o più servizi di piattaforma di base (marketplace, app store, motori di ricerca, social network, servizi cloud, servizi pubblicitari, e anche assistenti vocali e browser web, come da richiesta dell’Eurocamera) in almeno tre Paesi membri. Appare abbastanza evidente che a essere prese di mira sono soprattutto le Big Tech statunitensi, come Google, Amazon, Facebook, Apple e Microsoft, mentre la soglia quantitativa fissata dovrebbe lasciare tranquille le grandi aziende europee come Booking e Zalando. Toccate solo parzialmente le piccole e medie imprese, esentate da obblighi a meno che non diventino ‘gatekeeper emergenti’ (con una posizione competitiva “comprovata ma non ancora sostenibile”).

Per quanto riguarda gli obblighi dei gatekeeper, dovrà essere essere garantito il diritto degli utenti di disdire l’abbonamento ai servizi della piattaforma principale e l’interoperabilità delle funzionalità di base dei servizi di messaggistica istantanea. In altre parole, i più grandi servizi di messaggistica (Whatsapp, Facebook Messenger o iMessage) dovranno aprirsi all’interoperabilità con le piattaforme più piccole, dando agli utenti più scelta nello scambiarsi messaggi, inviare file o fare videochiamate attraverso le app di messaggistica. Dovrà poi essere garantito un accesso equo alle funzionalità degli smartphone agli sviluppatori di app e i venditori dovranno poter aver accesso ai propri dati sul marketing nelle piattaforme online. Ma soprattutto, la Commissione Ue dovrà essere sempre informata sulle fusioni, per evitare le cosiddette ‘killer acquisition’, ovvero le acquisizioni di società emergenti da parte delle aziende che dominano il mercato digitale.

Quello che la legge sui mercati digitali vieta è pre-installare sul dispositivo determinate applicazioni software o richiedere agli sviluppatori di app di utilizzare determinati servizi per comparire negli app store, classificare più in alto i propri prodotti e servizi e riutilizzare i dati privati raccolti ai fini di un altro servizio. Dure le sanzioni in caso di violazione delle regole stabilite dal Dma: multa fino al 10 per cento del fatturato globale e 20 per cento in caso di recidiva. Con una violazione della legge per almeno tre volte in otto anni, l’esecutivo Ue potrà aprire un’indagine di mercato. L’unica responsabile per l’applicazione del regolamento sarà proprio la Commissione Europea, con la possibilità affidata agli Stati membri di autorizzare le autorità nazionali della concorrenza ad avviare indagini su possibili infrazioni e a trasmettere le loro conclusioni all’esecutivo Ue.

Digital Markets Act

inquinamento

Chi inquina di più? Un quinto delle emissioni CO2 causate dai trasporti

Viaggiare inquina. Secondo i dati pubblicati dall’Emissions Database for Global Atmospheric Research (EDGAR), nel 2020 il mondo dei trasporti è stato responsabile di circa un quinto del totale delle emissioni di CO2 a livello globale, arrivate a sfiorare i 36 miliardi di tonnellate. Dai numeri emerge anche il peso preponderante dei trasporti su strada in termini di inquinamento: auto, mezzi pesanti, autobus, veicoli commerciali e moto/scooter arrivano assieme al 78% delle emissioni generate dal settore. A seguire ci sono i mezzi marittimi (11%), gli aerei (8%) e i mezzi su rotaia (appena il 3%).

Il quadro si conferma simile, se non peggiore, restringendo l’analisi alla sola Unione europea. Secondo l’Agenzia europea per l’ambiente (Eea), attualmente i trasporti sono la fonte di circa un quarto delle emissioni di CO2 e la quota legata a veicoli su strada arriva a toccare il 71,7%, precedendo la navigazione (14,1%) e l’aviazione (13,4%). Non solo: a preoccupare è il trend legato al comparto mobilità, opposto a quello di tutti gli altri principali macrosettori. L’Eea, nel suo Transport and environment report 2021 evidenzia come le politiche in materia di clima ed energia nell’Ue hanno portato, tra il 2000 e il 2019, a riduzioni significative delle emissioni di gas serra in campi come la produzione di energia, l’industria manifatturiera, l’edilizia e l’agricoltura. Nei trasporti invece le emissioni totali di gas serra sono aumentate di oltre un terzo nello stesso lasso di tempo, mentre considerando soltanto i veicoli su strada il balzo è del 28%.

La situazione è senza dubbio destinata a migliorare nei prossimi anni, anche se con un ritmo quasi certamente non sufficiente per raggiungere i target di decarbonizzazione fissati da Bruxelles. In particolare, secondo la Commissione Ue le emissioni di CO2 dei trasporti saranno ancora superiori del 3,5% nel 2030 rispetto al 1990 e diminuiranno solo del 22% entro il 2050 rispetto ai livelli del 1990. Cifre ben lontane da quanto previsto nel Green Deal europeo dove, pur non essendo fissati obiettivi specifici per settore, si parlava della necessità di una riduzione del 90% delle emissioni di gas a effetto serra dai trasporti entro il 2050 (rispetto al 1990) per arrivare al traguardo complessivo della neutralità climatica nell’Ue. Non stupisce quindi che si stia accelerando su misure quali lo stop alla vendita di autoveicoli con motori diesel e a benzina nel 2035. Anche perché, sempre secondo i dati dell’Eea riferiti al 2019, le automobili sono il mezzo di mobilità meno pulito, arrivando a produrre il 60,6% di tutte le emissioni del comparto trasporti.

La situazione italiana collima solo in parte con quella comunitaria, mostrando alcune peculiarità significativa del nostro paese. La quota dei trasporti sul totale di emissioni di gas serra si è attestata nel 2019 (dati dell’Ispra) al 25,2%, in linea quindi con il contesto complessivo dell’Ue. In Italia però si nota l’ancora più netta preponderanza del trasporto su strada dal quale deriva addirittura il 92,6% dell’inquinamento. Decisamente ridotto l’impatto della navigazione (4,3%) e dell’aviazione (2,3%), praticamente inesistente quello dei mezzi su rotaia (0,1%). Numeri che fotografano perfettamente l’eccessiva dipendenza dell’Italia nei confronti del trasporto su gomma e l’attuale arretratezza in tema di intermodalità gomma-ferro. Con un problema in più: il peso preponderante, rispetto a altri Paesi, dei carburanti fossili, con i consumi di gasolio e benzina che rappresentano circa l’88% del consumo totale su strada.

Per quanto riguarda il trend, le emissioni di gas serra dei trasporti in Italia sono aumentate del 3,2% tra il 1990 e il 2019, mentre quelle del trasporto su strada sono salite leggermente di più (+3,9%). Anche nel nostro Paese però sono attesi miglioramenti significativi, favoriti sia dalle politiche più green in tema di trasporti sia dall’evoluzione tecnologica. Secondo Ispra, nel 2030 le emissioni di CO2 da trasporto su strada diminuiranno del 39% rispetto al 1990, passando da circa 97 a 59 milioni di tonnellate: una tendenza, questa, nettamente migliore rispetto a quella complessiva dell’Ue. Entro il 2050 il calo proseguirà fino a raggiungere i 22 milioni di tonnellate.

aereo

ReFuelEu Aviation, il piano dell’Europa per decarbonizzare l’aviazione

Mettere a disposizione degli aeroporti dell’Ue una quota di almeno l’85% di combustibili sostenibili entro il 2050, includere anche idrogeno ed elettricità nei mix di biocarburanti e dar vita a un fondo per l’aviazione sostenibile per incoraggiare gli investimenti in tecnologie a zero emissioni. Sono solo alcuni dei punti del mandato negoziale che il Parlamento europeo ha adottato lo scorso 7 luglio in sessione plenaria a Strasburgo sull’iniziativa ReFuelEU Aviation, la proposta di regolamento per un trasporto aereo sostenibile, parte del pacchetto sul ‘Fit for 55’ presentato a luglio scorso dalla Commissione europea.

Nell’idea dell’Esecutivo, ReFuelEU Aviation punta a promuovere l’uso di carburanti sostenibili per l’aviazione (Saf) negli aeroporti di tutta Europa, attraverso obiettivi in percentuale da applicare progressivamente negli aeroporti dell’UE. La proposta deve inoltre definire nello specifico di cosa parliamo quando facciamo riferimento ai “carburanti sostenibili in fatto di aerei”.

Aviazione più pulita, verde e dunque più sostenibile. I settori dell’aviazione e del trasporto marittimo non sono tra i più inquinanti dell’Ue (circa il 4% delle emissioni totali di gas serra dell’UE), ma sono quelli che secondo le stime sono in più rapida ascesa. Nel mandato negoziale approvato in plenaria, i deputati chiedono un aumento per gli obblighi di carburanti sostenibili (Saf) a disposizione degli aeroporti. Rispetto alla proposta della Commissione europea, la quota minima di un carburante sostenibile per l’aviazione che dovrebbe essere messo a disposizione negli aeroporti dovrebbe essere al 2% a partire dal 2025, aumentando al 37% nel 2040 e all’85% entro metà del secondo, tenendo conto del potenziale di elettricità e idrogeno nel mix complessivo di combustibili (la Commissione ha proposto il 32% per il 2040 e il 63% per il 2050).

Alla Commissione europea si chiede di sviluppare entro il 2024 un sistema di etichettatura a livello europeo sulle prestazioni ambientali per i voli commerciali. I deputati si sono soffermati sull’estensione della definizione di carburanti sostenibili, che comprende carburanti sintetici o alcuni biocarburanti prodotti da residui agricoli o forestali, alghe, rifiuti organici o olio da cucina usato. Nella definizione andrebbero inclusi anche i carburanti derivanti dal carbonio riciclato, prodotti dal trattamento dei rifiuti e dal gas di scarico del processo di produzione negli impianti industriali. Inoltre, per un periodo limitato (fino al 2034), anche alcuni biocarburanti prodotti da grassi animali o distillati potrebbero essere inclusi nel mix di carburanti per l’aviazione. Non è passata invece la proposta di includere anche derivati dall’olio di palma e dalla soia.

Per l’Europarlamento nei mix di carburanti devono rientrare però l’idrogeno pulito (o rinnovabile, derivato dal processo di elettrolisi dall’acqua) e l’energia elettrica rinnovabile, “poiché entrambe sono tecnologie promettenti che potrebbero contribuire progressivamente alla decarbonizzazione del settore aereo”, spiega l’Eurocamera. In ultimo, i deputati spingeranno nei negoziati con gli Stati per dare vita a un nuovo fondo per l’aviazione sostenibile dal 2023 al 2050, così da finanziare gli investimenti in combustibili aeronautici sostenibili, tecnologie innovative di propulsione degli aeromobili e ricerca di nuovi motori.

Una normativa più chiara e rigorosa in materia di sostenibilità, secondo la Commissione europea è necessaria per attrarre investitori nel settore. “Creando un quadro normativo affidabile attireremo anche gli investimenti”, spiega la commissaria europea per l’Energia, Kadri Simson. L’Ue deve ora lavorare per creare un vero mercato per il carburante sostenibile destinato all’aviazione per mettere anche il settore “sulla strada giusta della decarbonizzazione entro il 2050“. “I carburanti sostenibili sono parte centrale nella decarbonizzazione dell’aviazione in particolare per le tratte (di voli) lunghe e medie”, dove si prevede che i combustibili liquidi rimarranno predominanti almeno fino al 2050. Per la commissaria “dispiegati su larga scala hanno il potenziale per abbattere le emissioni di CO2 del settore, consentendo ai cittadini di spostarsi con gli aerei in maniera più responsabile“.

auto elettrica

Stop ai motori termici nel 2035, la battaglia in Europa

L’Unione europea si prepara a rendere obbligatoria entro il 2035 l’immissione sul mercato Ue di auto e furgoni nuovi a zero emissioni, con lo stop alla vendita dei veicoli a combustione interna, come benzina e diesel, entro tredici anni.

Prima la plenaria dell’Europarlamento a Strasburgo, poi gli Stati membri al Consiglio ambiente: entrambi i co-legislatori dell’Ue hanno finalizzato a giugno, durante la presidenza francese di turno dell’Ue, la rispettiva posizione negoziale su una delle principali proposte avanzate dalla Commissione europea a luglio di un anno fa, nel pacchetto sul clima ‘Fit for 55’. La proposta prevede l’introduzione graduale di standard più rigorosi sulle emissioni di CO2 per auto e furgoni per accelerare la transizione verso una mobilità a emissioni zero richiedendo che le emissioni medie delle auto nuove scendano del 55% a partire dal 2030 e del 100% dal 2035 rispetto ai livelli del 2021. Di conseguenza, tutte le nuove auto immatricolate a partire dal 2035 saranno a emissioni zero.

Il ‘Fit for 55’ è il pacchetto sul clima pensato per abbattere le emissioni del 55% entro il 2030 (rispetto ai livelli del 1990), come tappa intermedia per la neutralità climatica entro metà secolo. L’Ue stima che i trasporti sono l’unico settore in cui le emissioni di gas serra sono in aumento e quelle del trasporto su strada non fanno eccezione: rappresentano quasi il 20% delle emissioni totali di gas serra nell’Unione Europea e sono aumentate in modo significativo dal 1990, con un aumento del traffico che continua a influenzare negativamente la qualità dell’aria.

Nella sua proposta, Bruxelles ricorda che l’industria automobilistica è oltre il 7% del Pil dell’Unione, impegnando direttamente o indirettamente, 14,6 milioni di europei nei settori della produzione, vendita, manutenzione e trasporto. L’iniziativa di Bruxelles sui motori a combustione è stata particolarmente sentita in Italia, che insieme a Bulgaria, Portogallo, Romania e Slovacchia, si era mossa nelle scorse settimane a livello di Consiglio proponendo di posticipare l’eliminazione dei motori a combustione di cinque anni, dal 2035 al 2040 e di ridurre quindi le emissioni di CO2 del 90% nel 2035 (invece del 100% come proposto dalla Commissione europea), lasciando, nei fatti, sul mercato una quota del 10% di veicoli con motori a combustione interna.

Nonostante le pressioni dei governi, la linea non è passata. Nella sostanza, lo stesso tentativo lo aveva fatto all’Eurocamera il Partito popolare europeo (PPE) con l’appoggio della destra conservatrice, presentando due emendamenti con la richiesta di applicare l’obbligo di emissione zero al 90% (non il 100%) nel 2035. Anche a Strasburgo la linea meno ambiziosa non è passata. Il nucleo duro della proposta avanzata un anno fa da Bruxelles, lo stop a benzina e diesel per auto e furgoni nuovi nel 2035, resta quindi invariata ed è un buon punto di partenza per avviare a settembre i negoziati a tre (il cosiddetto trilogo) tra Parlamento e Consiglio, mediati dalla Commissione europea.

Von der Leyen domani in Azerbaigian, l’Ue cerca l’intesa sul gas

Se all’inizio dell’invasione dell’Ucraina un’interruzione “grave” delle forniture di gas russo all’Europa era solo possibile, oggi l’Unione europea è sempre più certa che ci sarà e dunque accelera il lavoro per diversificare i fornitori di energia. Lunedì 18 luglio, ha confermato venerdì (15 luglio) l’esecutivo comunitario, la presidente Ursula von der Leyen e la sua commissaria per l’energia, Kadri Simson, voleranno in Azerbaigian per “rafforzare ulteriormente la cooperazione esistente” tra i due partner. Cooperazione sopratutto energetica, di fronte a un possibile taglio alle forniture di gas dal principale fornitore all’Europa, la Russia.

Del viaggio a Baku dell’esecutivo comunitario aveva parlato per la prima volta lo scorso 27 giugno la commissaria Simson, al termine di un Consiglio dei ministri europei dell’energia in cui si era mostrata preoccupata della possibilità concreta di vedersi tagliare completamente il gas dalla Russia. Bruxelles si prepara dunque a siglare un memorandum d’intesa con l’Azerbaigian per aumentare le importazioni di gas provenienti dalla regione. “Il corridoio meridionale del gas ha un ruolo centrale da svolgere nell’approvvigionamento di gas naturale dell’Ue, in particolare per l’Europa sudorientale“, si legge in una nota dell’esecutivo comunitario in cui è stata comunicata la traversata.

Il memorandum dovrebbe spianare la strada al raddoppio della capacità del Trans Adriatic Pipeline, il gasdotto TAP che trasporta in Europa il gas naturale proveniente dal giacimento gigante di Shah Deniz nel settore azero del Mar Caspio. Il gasdotto è lungo 878 km e si collega con il Trans Anatolian Pipeline (TANAP) al confine turco-greco a Kipoi, attraversa la Grecia e l’Albania e il Mar Adriatico, prima di approdare in Italia, a San Foca (in Puglia). A gennaio 2022 ha erogato circa 8 miliardi di metri cubi standard, con la previsione di raggiungere i 10 miliardi di metri cubi nell’estate 2022. Le trattative con Baku sono iniziate già lo scorso febbraio – nell’ottica di diminuire la dipendenza delle forniture dalla Russia, da cui provengono il 40% delle importazioni di gas all’Europa – per aumentare la capacità di erogazione massima da 10 miliardi di metri cubi l’anno a circa 20, raddoppiandone quindi la capacità.

A metà giugno Bruxelles aveva già siglato un memorandum d’intesa con cui Egitto e Israele si sono impegnati a incrementare le esportazioni di gas naturale verso il Continente. L’insicurezza per ulteriori tagli alla fornitura di gas russo è aumentata questa settimana quando è iniziata la manutenzione programmata del gasdotto Nord Stream 1 che porta gas russo in Germania attraverso il Mar Baltico. Impianti fermi almeno fino al 21 luglio, ma si teme un prolungamento del fermo anche oltre. A quanto riferito da Bruxelles, l’Ue e l’Azerbaigian stanno anche lavorando insieme per costruire un partenariato a lungo termine sull’energia pulita e l’efficienza energetica e negoziando un nuovo accordo globale, che consentirà una cooperazione rafforzata in un’ampia gamma di settori, tra cui la diversificazione economica, gli investimenti e il commercio.

Draghi

L’Ue alla finestra: si guarda con preoccupazione alla crisi governo Draghi

Bruxelles guarda “con interesse” agli sviluppi della crisi di governo in Italia. Nessun commento dalla Commissione europea, ma traspare preoccupazione per la possibilità che con una – ancora non scritta – fine del governo Draghi siano arrivate al capolinea anche le ambizioni italiane sul Piano nazionale di ripresa e resilienza e sulla transizione verde. “La Commissione non commenta mai gli sviluppi politici negli Stati membri“, aveva specificato a poche ore dallo scoppio della crisi il portavoce capo, Eric Mamer, e all’alba del giorno dopo la situazione non è diversa. La portavoce Dana Spinant non si è sbilanciata (“molte cose possono succedere“), ma ha precisato che la presidente Ursula von der Leyen ha condiviso con il premier dimissionario “molti progetti, come il Global Health Summit a Roma” e che “lavora molto bene” con Draghi.

È soprattutto dal Parlamento europeo che emergono con più chiarezza gli umori di Bruxelles. “Una notizia terribile per l’Italia e l’Europa, nel bel mezzo di una guerra e di una crisi energetica“, commenta l’eurodeputata portoghese del Partito Popolare Europeo, Maria Da Graça Carvalho. Una visione che si sposa con quella dei colleghi italiani di Forza Italia, come Salvatore De Meo: “L’Italia non può permettersi di perdere Draghi in questo momento storico e dopo il lavoro fatto per ridare al Paese la credibilità e la fiducia in Europa e nel mondo“. A seguire “con preoccupazione” le notizie da Roma sono anche i Socialisti e Democratici Europei, che per voce della presidente all’Eurocamera, Iratxe García Peres, sottolineano il bisogno di stabilità” per l’Italia e di “un governo forte e pro-europeo, in particolare “con la guerra in Ucraina, l’aumento dei prezzi e il difficile contesto geopolitico“. Sulla stessa linea d’onda anche i liberali di Renew Europe. Se l’italiano Nicola Danti (Italia Viva) chiede di “andare avanti” e “non darla vinta al populismo“, lo spagnolo José Ramón Bauza Diaz lancia un grido d’allarme per l’eventualità che questo sia solo il primo governo europeo a crollare, “e presto vedremo altre rivolte in Europa“.

Ma a sorprendere è il gruppo dei Verdi, per i commenti diametralmente opposti dei membri italiani e tedeschi. Damian Boeselager avverte che una crisi in questo momento “non è un bene, mentre meno criptico è il collega di partito Rasmus Andresen: “Abbiamo bisogno di un governo stabile nei prossimi mesi, l’instabilità politica in Italia è una minaccia per l’Ue e l’Eurozona“. Di ben altro tenore sono le prese di posizione delle due ex-eurodeputate M5S, Rosa D’Amato ed Eleonora Evi. “Il Movimento 5 Stelle fuori dal governo? Meglio tardi che mai“, dichiara senza mezzi giri di parole la prima, che si oppone alle “politiche energetica ed estera e soprattutto all’idea di fondo che, tutto sommato, l’Italia sta tenendo“. Anche per l’eurodeputata approdata in Europa Verde, “è chiaro che la maggioranza di governo non esiste più” e che la genesi di questa crisi” risiede nelle larghe intese, che “non possono dare risposte alla crisi sociale, economica e ambientale. In una nota congiunta con Angelo Bonelli, co-portavoce nazionale di Europa Verde, e Nicola Fratoianni, segretario nazionale di Sinistra Italiana, Evi attacca in modo frontale il ministro per la Transizione ecologica, Roberto Cingolani, colpevole di aver definito la transizione ecologica “un bagno di sangue“. In vista delle prossime elezioni “serve un’alleanza che non consenta tentennamenti” sulla politica energetica, “che deve puntare sulle rinnovabili e certamente non sul nucleare“, è l’ultimo affondo al governo Draghi.

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Uniti nella biodiversità, Praga rilancia l’Ue ‘green’ in Consiglio

‘Uniti nella diversità’, e perché no?, ‘uniti nella biodiversità’. La Repubblica ceca rivisita il motto dell’Unione europea e lo coniuga in chiave ambientale, con una installazione floreale a richiamare la ricchezza naturale del club dei Ventisette in un chiaro invito a rispettare, preservare e sfruttare quanto offre l’ambiente. Dodici tappeti a forma di fiore, tutti diversi, tutti raffiguranti diverse varietà di steli, corolle e petali, sistemati nell’atrio del Justus Lipsius, l’edificio consacrato alle riunioni tecniche e politiche degli Stati membri dell’Ue. La presidenza di turno arricchisce e orna la sede del Consiglio dell’Unione europea con questa opera simbolica e politica.

È ormai prassi consolidata che ogni governo, in occasione dei sei mesi di presidenza di turno, porti a Bruxelles contributi artistico-culturali volti a promuovere il proprio Paese, la propria agenda, e accrescere il senso di appartenenza al progetto comune. Praga sceglie la via ‘green’. Dodici fiori quante le stelle nella bandiera dell’Unione, dodici tappeti realizzati con materiale recuperato e riciclato, chiara espressione dell’impegno per la lotta a sprechi e alla realizzazione di quell’economia circolare che vuole un sistema produttivo incapace di produrre rifiuti e scarti.

Una margherita, un girasole, una gerbera, stelle alpine. Tanti esempi di patrimonio naturale tipico di ogni Stato membro a tappezzare la casa degli Stati in un voluto riferimento e omaggio a bellezza, diversità e interconnessione della natura, in cui gli artisti vedono parallelismi con la cooperazione degli Stati dell’Ue. “Anche gli stati differiscono l’uno dall’altro, ma crescono dallo stesso terreno e insieme formano un’unione intrecciata, e la loro identità locale non preclude la loro unità complessiva e sono più forti grazie alla loro alleanza nell’Ue”, spiega la presidenza ceca.

Flower Union’, ovvero l’unione dei fiori, è il titolo del contributo artistico e non solo che Praga, alla seconda presidenza di turno da quanto ha avuto accesso all’Ue, ha deciso di organizzare per richiamare l’attenzione su diverse tematiche, tutte diverse e trasversali ma interconnesse, a cominciare dall’attenzione per ambiente, natura e biodiversità.