Stellantis entra in AI4I e Fondazione Chips-IT: adesione ufficializzata al Mimit

“Costruire un ecosistema dell’innovazione nazionale solido e competitivo, fatto di infrastrutture, capitale umano e ricerca avanzata”. E’ questo l’obiettivo che ha spinto Stellantis ad aderire all’Istituto italiano di intelligenza artificiale (AI4I) – il primo nazionale – nato su iniziativa del governo con sede a Torino, interamente dedicato all’applicazione dell’AI all’economia reale e alla Fondazione Chips-IT, primo polo nazionale di ricerca industriale e innovazione su chip e semiconduttori, che si trova a Pavia e che punta a rafforzare l’autonomia strategica dell’Italia e dell’Europa nella progettazione dei circuiti integrati. L’adesione del gruppo è stata ufficializzata oggi nel corso di una cerimonia che si è svolta a Palazzo Piacentini, sede del Mimit.

L’ingresso di Stellantis nei due progetti, ha spiegato il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, “rafforza la competitività del sistema produttivo e promuove l’innovazione tecnologica del settore automotive”. Per il titolare del Mimit “si tratta di un segnale chiaro, perché il potenziamento delle capacità del Paese nei settori dell’intelligenza artificiale e dei semiconduttori è prioritario per la politica industriale”. La collaborazione virtuosa tra pubblico e privato “diventa così una leva strategica per accelerare ricerca e sviluppo e consolidare la sovranità tecnologica italiana ed europea”.

Per Stellantis, “la sinergia tra industria, università e centri di ricerca è fondamentale”, come ha ricordato Emanuele Cappellano, Chief Operating Officer per Enlarged Europe e European Brands, ed è per questo motivo che con il Mimit “abbiamo deciso di rendere l’adesione a queste realtà di ricerca altamente qualificate come parte integrante del nostro Piano di impegni per l’Italia”. “Sono certo – ha aggiunto – che grazie alla collaborazione con AI4I e Chips-IT rafforzeremo ulteriormente la leadership di Stellantis nell’innovazione tecnologica e insieme potremo valorizzare ancor di più le competenze della comunità scientifica e produttiva del nostro Paese, a beneficio di tutti i nostri clienti e delle società in cui operiamo”.

L’intesa rientra nel Piano d’azione per l’Italia concordato il 17 dicembre 2024 tra il gruppo automobilistico e il Mimit, al termine del Tavolo dedicato, e rappresenta un nuovo passo nella collaborazione tra pubblico e privato sul fronte della ricerca e dello sviluppo tecnologico.

AI4I si propone come hub nazionale e internazionale di ricerca, innovazione e trasferimento tecnologico, in grado, ha spiegato il suo presidente, Fabio Pammolli, “di attrarre giovani talenti e leader scientifici, creare strumenti e servizi AI per le imprese, sostenere la nascita di nuove iniziative imprenditoriali e contribuire alla sovranità tecnologica italiana ed europea”.

Fondazione Chips-IT intende rafforzare la posizione dell’Italia e dell’Europa in un settore oggi fondamentale per la trasformazione digitale e la competitività industriale. “Stiamo crescendo rapidamente: oggi abbiamo più di quaranta dipendenti e contiamo di arrivare a circa 100 entro la fine del 2026. Sono attive tre linee di ricerca, a cui se ne aggiungeranno altre due nei prossimi mesi, tutte accomunate da concrete applicazioni, che vanno dalle telecomunicazioni alla produzione di energia, dal biomedicale ai sistemi radar”, ha sottolineato il presidente Alberto Sangiovanni-Vincentelli.

Ex Ilva, attese entro oggi offerte vincolanti. Urso: “Realistico intervento soggetto pubblico”

Per l’ex Ilva di Taranto è arrivato il giorno X, quello delle offerte vincolanti. I commissari dell’amministrazione straordinaria attendono entro mezzanotte i piani industriali e le proposte economiche dei due soggetti che hanno formalizzato il loro interesse. Si tratta del fondo statunitense Bedrock Industries, candidatosi a rilevare l’intero gruppo siderurgico in amministrazione controllata, e la cordata Flacks Group–Steel Business Europe.

E’ l’ultimo passaggio di una procedura iniziata a settembre, quando alla chiusura del bando erano arrivate dieci offerte. Ma solo due – per l’appunto quelle di Bedrock Industries e Flacks Group–Steel Business Europe – riguardavano l’intero perimetro industriale. Altri operatori italiani si erano detti interessati invece solo agli stabilimenti del Nord Italia. I due gruppi dovranno ora devono trasformare le manifestazioni d’interesse in offerte vincolanti con un piano industriale dettagliato, in ballo c’è un sito industriale considerato strategico per la siderurgia italiana.

Bedrock Industries è un investitore specializzato in grandi complessi siderurgici in crisi. La cordata è invece composta dalla statunitense Flacks Group e da Steel Business Europe, società slovacca del settore.

Questa mattina il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso è stato audito in Commissione Industria del Senato proprio sul nuovo decreto ex Ilva varato in Cdm il primo di dicembre, pensato per garantire la continuità produttiva degli stabilimenti ex Ilva e sostenere l’amministrazione straordinaria in questa fase di transizione. “Dobbiamo aspettare la giornata e soprattutto le offerte che arrivano ai commissari, che devono poi eventualmente valutarle”, ha spiegato a margine. Lo stesso Urso ritiene però ormai realistico l’intervento di un soggetto pubblico “che rafforzi un eventuale piano di investimenti o realizzi con altri una proposta all’interno della procedura di gara, perché si tratta di una gara internazionale che così come è stata concepita sin dall’inizio, a differenza della precedente, prevede sempre la possibilità di un soggetto che si presenti. Purché abbia una proposta migliorativa rispetto a quella in campo”.

Secondo il ministro, “l’attuale piano di transizione è un piano di rilancio produttivo, perché nessuno investirebbe risorse per riattivare gli altoforni per poi chiuderli, sarebbe folle”. Per il futuro, ha assicurato, il governo non si tirerà indietro. E a chi gli ha chiesto se sarà necessario un nuovo intervento nella fase tra la conclusione della procedura negoziale e il nuovo ingresso operativo, ha ribadito: “Come ha dimostrato questo decreto e come ha dimostrato la storia in questi tre anni, il governo non si è mai tirato indietro”. Parole che non hanno soddisfatto il M5s. Il ministro Urso “scarica tutto e non risolve nulla, urge un piano salva-Taranto”, sostengono il vicepresidente al Senato Mario Turco, coordinatore comitato Economia, Lavoro-Impresa, e la capogruppo in Commissione Industria Sabrina Licheri. “In audizione sull’ex Ilva – ribadiscono – abbiamo assistito all’ennesima autoassoluzione del ministro, impegnato a scaricare responsabilità su governi precedenti, Procura, enti locali e Mittal, senza riconoscere che in tre anni il Governo Meloni non ha risolto nulla”.

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Ex Ilva, è sciopero a oltranza. Sindacati scrivono a Meloni: “Ci convochi subito”

I sindacati metalmeccanici non accettano il “Piano a ciclo corto” presentato dal governo per l’ex Ilva l’11 novembre scorso e proclamano lo sciopero a oltranza fino a nuova comunicazione. Chiedono un incontro per un tavolo permanente a Palazzo Chigi per ottenere il ritiro del piano e avviare un “confronto serio e costruttivo” sui diritti, la sicurezza e il futuro del lavoratori.

A Taranto lo sciopero è partito dalla Direzione aziendale, con presidi all’interno e all’esterno del sito, ed è proseguito con il blocco dei binari nella zona tra l’area ghisa e l’area acciaieria, con il fermo produttivo dell’Afo 4. A Genova, i lavoratori di Corigliano con quelli di Ansaldo Energia hanno bloccato l’ingresso dell’area partenze dell’aeroporto ‘Cristoforo Colombo’. “Questo atto di protesta – fanno sapere Fim, Fiom e Uilm – rappresenta un momento fondamentale per difendere i diritti di tutti i lavoratori e garantire un futuro di stabilità e dignità nel mondo del lavoro”.

Le sigle scrivono una lettera indirizzata alla presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, al sottosegretario Alfredo Mantovano, ai ministri Giancarlo Giorgetti, Adolfo Urso e Maria Elvira Calderone, parlando di una situazione “estremamente grave”, segnata da “conflitti e forti tensioni sociali nei territori, con il rischio di un “effetto domino”. Secondo i sindacati, la decisione di interrompere ulteriori attività produttive avrebbe “pesanti e irreversibili ripercussioni” sulle prospettive future degli stabilimenti. I lavoratori temono che si vada verso una vera e propria operazione di dismissione delle attività produttive.

Intanto, Urso convoca una serie di riunioni con i territori per, spiega il Mimit, “definire le migliori condizioni per il rilancio del gruppo siderurgico e a valutare ulteriori investimenti produttivi nelle aree disponibili, in particolare a Taranto e Genova”. Gli incontri con i rappresentanti delle Regioni, dei Comuni e dei ministeri competenti si terranno giovedì 4 dicembre, alle 9, con le istituzioni piemontesi (Regione, Comuni di Novi Ligure e Racconigi); venerdì 5 dicembre, alle 10, con quelle liguri (Regione e Comune di Genova); lo stesso giorno alle ore 12, con quelle pugliesi (Regione, Comuni di Taranto e Statte). A conclusione di questo ciclo di confronti è previsto, per la settimana successiva, un momento di confronto unitario alla presenza dei rappresentanti di tutte le istituzioni locali coinvolte.

“Ai lavoratori dell’ex Ilva, in occupazione a Genova e a quelli in mobilitazione a Novi Ligure e Racconigi, Palazzo Chigi deve dare ora una risposta urgente”, tuona Michele De Palma, segretario generale Fiom-Cgil, giudicando “inaccettabile” il piano per “chiudere l’ex Ilva”: “Noi non chiediamo cassa integrazione, ma un piano per il lavoro“, spiega. La situazione negli stabilimenti ex Ilva rischia di degenerare per Rocco Palombella, Segretario generale Uilm. Prima di tutto, sostiene, il Governo “deve eliminare il piano di morte che ci è stato presentato e fare tutto ciò che è necessario per salvare la produzione di acciaio in Italia“. Quello che i sindacati non vogliono, riferisce, è “dividere cittadini e lavoratori”, perché “tutti vogliamo una fabbrica green con una vera decarbonizzazione, è l’unico modo per salvaguardare ambiente, salute e occupazione”. Giorgia Meloni, domanda Palombella, “ci metta la faccia, questa vertenza è arrivata a un punto di non ritorno ed è per questo che serve la massima responsabilità di tutti”.

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Idrogeno, imprese: Urge tavolo contro criticità. Pichetto: Volàno, ma abbassare costi

L’Associazione Italiana Idrogeno (H2IT) chiede di avviare un tavolo di lavoro interministeriale sull’idrogeno, “pilastro fondamentale nella strategia complessiva della decarbonizzazione”. La richiesta arriva durante l’Italian Hydrogen Summit ospitato questo pomeriggio dalla Camera dei Deputati, appuntamento che ha riunito rappresentanti delle istituzioni, del mondo produttivo, esperti e stakeholder del settore.

Obiettivo del tavolo – sostengono le imprese – è affrontare lo sviluppo della filiera industriale, superare le attuali criticità esistenti e creare strumenti efficaci nel tempo. A un anno dalla pubblicazione della Strategia Nazionale Idrogeno, infatti, le imprese chiedono una visione di lungo periodo e strumenti per pianificare investimenti strutturali, nella consapevolezza che occorre rafforzare la filiera industriale e la capacità manifatturiera. Molte imprese stanno completando i progetti finanziati dal PNRR in scadenza nel 2026 e avviando l’implementazione delle iniziative IPCEI (Importanti Progetti di Interesse Comune Europeo). Parallelamente, si moltiplicano gli investimenti privati per la produzione di idrogeno rinnovabile destinato all’industria e alla mobilità. “Oggi l’Italia sta costruendo un ecosistema dell’idrogeno solido e competitivo – ammette Alberto Dossi, Presidente di H2IT – ma ora servono strumenti chiari e continui”. Le imprese lamentano infatti la mancanza di tempistiche definite e il rallentamento nell’attuazione del Decreto Tariffe, volto a incentivare la produzione di idrogeno rinnovabile tramite contratti per differenza. Queste criticità – insistono – rischiano di compromettere lo sviluppo del settore e la competitività del sistema nazionale. A livello europeo rimane la necessità di una semplificazione regolatoria che consenta di accelerare gli investimenti e rendere il mercato più attrattivo. Poi c’è la questione dei costi. “L’Italia ha messo in campo la Strategia Nazionale per l’idrogeno in favore di una filiera che ha bisogno di un mercato solido – ricorda Gilberto Pichetto Fratin, ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica – ora bisogna lavorare anche per ridurre i costi di produzione, dobbiamo passare a dei prezzi che siano compatibili con il mercato, siamo ancora due, tre, quattro volte superiori”. Al tempo stesso, continua Pichetto, l’idrogeno “deve diventare un volàno per la valorizzazione dell’industria nazionale ed europea”, cercando di aumentare la produzione a livello di continente europeo e nelle importazioni: “la previsione del 2030 di 10 milioni di tonnellate prodotte in Ue e 10 milioni di importazione è un obiettivo sfidante”.

Sull’idrogeno ora, sostiene Adolfo Urso, Ministro delle Imprese e del Made in Italy, bisogna “valorizzare l’ecosistema industriale nazionale e rafforzare la competitività europea tramite scelte rapide e pragmatiche. L’Italia è pronta a guidare questa sfida, promuovendo innovazione, nuovi impianti produttivi e partnership tra imprese e ricerca”. Idrogeno “al centro dell’agenda energetica e industriale” anche secondo Raffaele Fitto, Vicepresidente Esecutivo della Commissione Europea e Commissario Europeo per la Politica Regionale e di Coesione, che sottolinea “gli attuali programmi con cui investiamo complessivamente 5 miliardi di euro nei sistemi energetici intelligenti, incluso l’idrogeno: risorse che sostengono progetti concreti e in grado di generare un impatto reale”. “Il nostro faro d’azione – conclude Francesco Battistoni, Segretario di Presidenza della Camera – è quello di arrivare progressivamente ad avere un mix di vettori energetici green a costi sostenibili che possano aiutare il mondo produttivo italiano e europeo a crescere e a rimanere competitivo”.

Stellantis lancia 500 ibrida a Mirafiori. Filosa ed Elkann: “Avanti con governo per rivedere regole Ue”

La produzione è iniziata a metà novembre, con l’obiettivo di raggiungere oltre 6.000 unità entro fine 2025 – con un impatto annuale, a regime, di 100mila – e garantire le prime consegne a gennaio 2026, ma soprattutto la nuova Fiat 500 ibrida è un’auto “pratica, ecologica, sicura, confortevole, versatile e accessibile”, che “risponde alla richiesta del mercato”, non ancora “pronto” a un futuro tutto elettrico. John Elkann, presidente di Stellantis, in occasione di un evento a Mirafiori per il lancio della storica vettura Fiat – ma con motore ibrido – torna a chiarire la posizione del gruppo, che è la stessa dell’intero comparto del Vecchio Continente: le regole europee “sono sbagliate”, cioè “non sono adeguate allo scopo per cui sono state scritte: una transizione efficace e sostenibile da un punto di vista sociale ed economico che i cittadini europei possano abbracciare”. Ecco allora che la city car può rappresentare il rilancio, non solo del gruppo, ma anche di un intero settore, perché la 500 ibrida, spiega il ceo di Stellantis, Antonio Filosa, è “il prodotto di cui l’Europa ha bisogno per ringiovanire il suo parco auto, fatto da 150 milioni di autovetture (quasi il 60% del totale), che hanno più di 10 anni, quindi più inquinanti”.

Perché il nuovo modello ha chiaramente ambizioni continentali e, come dice Elkann, è il segnale “del nostro impegno come Stellantis nei confronti dell’Europa produttrice”. Il 10 dicembre la Commissione europea deciderà sulla revisione degli standard sulle emissioni di CO2 nel settore dell’automotive. E su questo punto, come ricorda a margine dell’evento di Mirafiori, il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, c’è una “forte convergenza” tra tutti gli attori sociali, dall’Acea all’associazione della componentistica, dai concessionari ai sindacati, fino ai produttori, Stellantis in primis. “Mi auguro che questa posizione forte e significativa riformista trovi riscontro nella Commissione europea”, spiega il titolare del Mimit, che incassa i ringraziamenti di Elkann e Filosa. Il governo italiano “è stato ed è in prima linea nel sollecitare l’Europa a trovare modi sensati e pragmatici per raggiungere gli obiettivi di decarbonizzazione che tutti concordiamo essere importanti, ma allo stesso tempo sostenere un ritorno alla crescita di cui l’Europa ha tanto bisogno. Ci è voluto coraggio per farlo, e vi siamo grati per la leadership che avete dimostrato”, dice il ceo del gruppo.

La risalita del gruppo a livello europeo sta dando segnali positivi: a ottobre Stellantis ha immatricolato in Europa (Unione Europea, Regno Unito e Paesi Efta) 157.350 auto, il 4,6% in più dello stesso mese del 2024.

La nuova 500 ibrida rappresenta anche il rilancio di Torino. Per far fronte alle necessità di produzione, da marzo 2026 sarà introdotto un secondo turno. Le assunzioni sono già state 400, come parte di un’iniziativa di ricambio generazionale che il gruppo sta portando avanti in Italia: altri 120 nuovi ingressi nel polo ingegneristico, sempre a Mirafiori, e 120 ad Atessa, dove vengono prodotti veicoli commerciali. “Naturalmente si tratta di un primo passo, ma è un esempio tangibile del nostro impegno qui in Italia”, assicura Filosa, secondo il quale “il rilancio di Mirafiori e la produzione della 500 Hybrid sono la dimostrazione concreta della volontà di Stellantis di investire in Italia e nelle sue eccellenze”. Insomma, avanti con il Piano Italia, “dando priorità alla competitività e alla sostenibilità industriale”.

Piano che, per Urso, sta andando nella giusta direzione, secondo le tempistiche concordate nel tavolo costituito dal ministero. Tanto che la 500 ibrida, “è un segnale di netta inversione di tendenza nei confronti di un’Italia che torna a innovare, a essere competitiva, a guardare con fiducia al futuro, a produrre e ad assumere, quindi a tutelare anche il lavoro”.

Soddisfatto anche il presidente della Regione Piemonte, Alberto Cirio, secondo cui “quello di oggi è anche un punto d’arrivo perché non è che tutto questo è arrivato gratis: è arrivato grazie all’ impegno, grazie al rischio, grazie al lavoro, grazie a un confronto serrato con l’azienda e con i sindacati”.

Più prudenti i sindacati. “Chiediamo” che questa “sia l’occasione per superare la cassa integrazione, garantendo una piena ricollocazione di tutti i lavoratori ancora interessati da ammortizzatori sociali”, dicono Gianluca Ficco, segretario nazionale Uilm responsabile del settore auto, e Luigi Paone, segretario generale della Uilm Torino. Per Antonio Spera, segretario nazionale Ugl Metalmeccanici, “partendo da questo modello, è fondamentale ampliare la gamma di auto prodotte in Italia e incrementare i volumi produttivi anche negli altri stabilimenti italiani, sia di carrozzeria sia di meccanica. Solo così si potrà garantire una reale prospettiva di sviluppo e occupazione per tutto il comparto”.

Lear Corporation, Newco rilancerà sito Grugliasco. Urso: “Basi per risolvere crisi”

Si riaccendono le speranze per il futuro del sito Lear Corporation di Grugliasco (Torino), storico fornitore auto di Stellantis. L’azienda americana, leader nella tecnologia e nella produzione di sistemi elettrici per auto, ha annunciato durante il tavolo di aggiornamento al Mimit di aver raggiunto dopo due anni di trattative un’intesa con il gruppo italo-cinese ITB Auto. Obiettivo è la reindustrializzazione dello stabilimento piemontese.

L’operazione sarà guidata da una Newco appositamente costituita, la Fabbrica Italiana Produzioni Auto (Fipa), nata dalla collaborazione tra ITB Auto, Gruppo Fassina e l’imprenditore Gan Tou. L’obiettivo dichiarato è rilanciare il sito con un piano di investimenti da 100 milioni di euro e una nuova produzione focalizzata sull’assemblaggio di 20mila quadricicli L6 e L7 all’anno. Soddisfatto il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso: “Oggi poniamo le basi per avviare un’altra crisi sui binari del rilancio”. La notizia giunge ventiquatt’ore dopo l’incontro avuto dal ministro con l’ad di Stellantis, Antonio Filosa, per discutere le nuove regole europee sull’auto elettrica e rassicurare sul mantenimento degli stabilimenti italiani, secondo un Piano per l’automotive che metterà l’Italia al centro delle strategie di Stellantis.

Il progetto industriale per il rilancio del sito torinese illustrato oggi prevede anche un impatto occupazionale significativo: Fipa ha infatti comunicato l’intenzione di riassorbire 200-250 lavoratori dei 376 attualmente impiegati nello stabilimento, con l’impegno a garantire continuità produttiva e nuove prospettive di sviluppo. La produzione dovrebbe partire entro il primo trimestre del 2026, una volta conclusa la trattativa prevista entro la fine di quest’anno. Il quadro permetterebbe una rinascita industriale del sito torinese, destinata a rafforzare la filiera dell’automotive in Piemonte e a offrire nuove prospettive a centinaia di lavoratori. Urso conferma la volontà dell’esecutivo, deciso a puntare su una strategia di “reindustrializzazione e di rafforzamento della filiera dell’automotive, importante soprattutto in una fase di grande trasformazione del settore”.

Il governo continuerà a monitorare la salvaguardia dei posti di lavoro e il reale rilancio del sito, in dialogo costante con azienda, istituzioni locali e sindacati. Il Mimit ha quindi proposto di avviare una serie di incontri territoriali dedicati agli aspetti produttivi e sociali legati al nuovo piano industriale. Ulteriori dettagli operativi saranno diffusi in nuovo appuntamento con le parti, fissato per il 9 ottobre. “Oggi possiamo guardare al futuro con soddisfazione e speranza – dice Elena Chiorino, vicepresidente e assessore al Lavoro della Regione Piemonte – la Regione continuerà a seguire e a monitorare passo passo tutto il processo di acquisizione, assicurandosi che l’operazione tuteli pienamente l’occupazione”. Parla di “svolta positiva” la consigliera regionale Pd in Piemonte, Laura Pompeo: “Ma ora serve un impegno attento e costante da parte di tutti per trasformare questa opportunità in una vera rinascita industriale. Bisogna garantire che il piano industriale sia solido, sostenibile e capace di valorizzare le competenze presenti nel sito”.

Ex Ilva, sì Genova a forno elettrico. Urso: “Alternativa preridotto è Gioia Tauro”

Il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, ottiene il sì di Genova per mantenere la siderurgia e il forno elettrico dell’ex Ilva. Al termine di una serie di incontri svolti questa mattina nella prefettura del capoluogo ligure con enti locali, sindacati cittadini, imprese e comitati, il ministro annuncia il “sì unitario” alla possibilità di un forno elettrico nell’acciaieria ex Ilva di Cornigliano, “come previsto nel nostro piano di decarbonizzazione”.

Un piano che prevede, “ove ci fosse l’interesse del player industriale”, di realizzare anche un forno elettrico nella città di Genova per l’area nord. Secondo Urso si tratta di “un’opportunità che può essere data agli investitori, a fronte del fatto che a Taranto sono previsti al massimo tre forni elettrici, per una capacità complessiva che non può superare i sei milioni di tonnellate all’anno. Il problema vero però è dove localizzare gli impianti di Dri, strutture che, ricorda Urso, “producono la materia prima”, cioè il preridotto che serve ad alimentare i forni elettrici per realizzare acciaio di qualità per auto, elettrodomestici, rotaie ad alta velocità, tubi, industria della difesa. Poi c’è quello per lo spazio, che “deve essere un acciaio pulito, che si realizza attraverso i forni a caldo, oppure si può realizzare attraverso i forni elettrici, ma solo se alimentati con questa materia prima chiamata preridotto”. Ove fossero alimentati, come accade nei 34 forni elettrici che oggi sono in produzione in 29 località italiane, alcune ad alta densità abitative, non produrrebbero un acciaio utile se fossero alimentati dal rottame ferroso”. Per questo, il ministro ha ipotizzato che il polo del preridotto sia localizzato a Taranto, “sia perché sono immediatamente corrispondenti dei forni elettrici, sia perché assorbirebbero gran parte dell’occupazione che non potrebbe essere assorbita dagli stabilimenti siderurgici”. Se poi Taranto non desse l’autorizzazione all’approdo temporaneo di una nave rigassificatrice “dovremmo trarne le conseguenze e realizzarlo altrove”. Urso chiederà nelle prossime ore al Comune pugliese se intende o meno far approdare una nave rigassificatrice. L’alternativa “sarà Gioia Tauro”, anticipa Urso, dove già governo regionale e Comune hanno manifestato interesse. Un incontro è previsto giovedì prossimo. Proprio su questo punto insiste Ilaria Cavo, presidente del consiglio nazionale di Noi Moderati. “Genova oggi si è presa le proprie responsabilità”, sottolinea chiedendo a Taranto di fare lo stesso. Se il cronoprogramma dovesse essere rispettato, ipotizza ancora Urso, “si potranno assegnare gli impianti ai nuovi investitori privati già nella prima parte del prossimo anno. A quel punto potremmo passare alla fase degli accordi di programma con gli investitori e gli enti locali. Sarà fatto anche con un confronto con le organizzazioni sindacali”.

Apertura anche della sindaca di Genova, Silvia Salis: “Sarebbe un errore perdere la filiera dell’acciaio in Italia, non solo per la ricaduta occupazionale: un Paese che perde industria è un Paese che perde potere e posizionamento internazionale”. Disponibilità per il quadrante Nord-Ovest anche del vicepresidente della Regione Piemonte Elena Chiorino, in rappresentanza del presidente Cirio: “Il Piemonte ha ribadito la disponibilità ad assumere un ruolo di protagonista nel rilancio industriale e del settore siderurgico italiano. Siamo a fianco dei lavoratori degli stabilimenti di Novi Ligure, Racconigi e Gattinara, determinati, insieme Governo, a lavorare per la realizzazione di un polo dell’acciaio sostenibile, che valorizzi i nostri stabilimenti e il know-how unico dei nostri lavoratori”. Il senatore di Fratelli d’Italia, Gianni Berrino, esulta per “l’ottima notizia. Genova ha detto sì alla possibilità di un forno elettrico all’ex Ilva di Cornigliano. Grazie al governo Meloni e al lavoro del ministro Urso si è raggiunto un importante risultato. Siamo sulla strada giusta”. Italia Viva invece incalza ancora il ministro, con la capogruppo al Senato Raffaella Paita e la senatrice Annamaria Furlan: “Se il governo crede davvero in questo progetto di rilancio che noi sosteniamo – chiedono – perché non accetta di prevedere la presenza dello Stato nella società, almeno per la prima fase?”.

Dazi, Urso: “15% ostacolo superabile”. Draghi: “Ci siamo rassegnati agli Usa”

Il 15% è un “ostacolo superabile per le nostre imprese”. Da Rimini, dove partecipa al Meeting per l’amicizia fra i popoli, Adolfo Urso non si dice preoccupato dall’esito dell’accordo sui dazi tra Stati Uniti e Unione europea e assicura che si continuerà a lavorare per tutelare il settore agroalimentare.

Le imprese italiane, a differenza di altre, osserva, hanno già saputo reagire meglio alla crisi internazionale in atto: “Sono più resilienti di altre, non hanno mai perso la speranza, e nel contempo hanno saputo evidenziare la principale caratteristica di questo Paese, della nostra nazione italiana, la creatività”, rivendica.

L’intesa va quindi “perfezionata”, ma intanto garantisce un “quadro di certezze all’impresa” importante. Perché, spiega l’inquilino di Palazzo Piacentini, “senza certezze le imprese non investono, non si muovono”.

Urso vede un ruolo dell’Italia e di Giorgia Meloni nello specifico “decisivo” nell’incanalare il confronto sui binari dell’accordo: “Quando nessuno ci credeva e anzi molti pronosticavano o auspicavano una guerra commerciale tra l’Europa e gli Stati Uniti, che sarebbe stata devastante per tutti, è stato il governo italiano, è stata Giorgia Meloni a incanalare il confronto sui binari giusti tra le due metà dell’Occidente”, rivendica.

Per il ministro, l’intesa è stata fondamentale sull’automotive, soprattutto per le componenti italiane nelle auto europee, sui semiconduttori e sull’industria farmaceutica. Il tragitto sull’industria alimentare, è convinto, “si completerà”.

Nel frattempo, andranno finalizzati altri accordi di libero scambio con nuovi mercati. Come, insiste Urso, il governo italiano ha chiesto di fare alla Commissione europea sul Mercosur, “salvaguardando però la produzione agricola”, precisa. Fondamentale è ora raggiungere nuove intese con i Paesi nei confronti dei quali le nostre imprese e i nostri prodotti crescono di più. Secondo l’Istat, per l’Italia, mercati promettenti sono gli Emirati, il Golfo, l’India, il sud-est asiatico, la Malesia, l’Indonesia, le Filippine. “Le nostre imprese più delle altre sanno come sventare le crisi o i rischi e come cogliere le nuove opportunità. Abbiamo fiducia nelle nostre imprese, diamo loro fiducia con la nuova legge di bilancio, su questo saremo determinati”.

Dal Meeting arriva anche la stoccata dell’ex premier Mario Draghi. “Abbiamo dovuto rassegnarci ai dazi imposti dal nostro più grande partner commerciale e alleato di antica data – dice dal palco – gli Stati Uniti. Siamo stati spinti dallo stesso alleato ad aumentare la spesa militare, una decisione che forse avremmo comunque dovuto prendere, ma in forme e modi che probabilmente non riflettono l’interesse dell’Europa”.

E, ancora, da Rimini parte l’appello delle parti sociali, con la leader della Cisl Daniela Fumarola: “Dazi al 15% sono meglio che dazi al 50%. Ma noi continuiamo a dire che c’è bisogno che si continui ad intervenire sull’Europa e che bisogna assolutamente proteggere le imprese, bisogna proteggere il lavoro e bisogna trovare nuovi sbocchi commerciali per non dipendere da situazioni di questo tipo”.

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In arrivo norma per tracciare sostenibilità nella moda

Il comparto moda è nel caos, travolto ogni mese da un nuovo scandalo ambientale o di sfruttamento del lavoro. Per tentare di porre un argine, Adolfo Urso annuncia una norma per certificare la sostenibilità e la legalità delle imprese del settore. “La moda è il volto dell’Italia nel mondo e, in quanto tale, va tutelata e valorizzata”, spiega il ministro al Tavolo nazionale per il settore, convocato al Mimit. Non permetterà, insiste, che “i comportamenti illeciti di pochi compromettano la reputazione dell’intero comparto, penalizzando tante aziende virtuose e, di conseguenza, il nostro Made in Italy, simbolo di eccellenza e qualità”.

Il provvedimento avrà l’obiettivo di certificare l’intera filiera che fa capo al titolare del brand, sulla base di verifiche preventive, in modo da escludere che quest’ultimo debba rispondere per comportamenti illeciti o opachi riconducibili ai fornitori o ai sub-fornitori lungo la catena.

Lo strumento dei protocolli contro il caporalato è sicuramente importante e necessario, ma non sufficiente”, ammette il ministro, precisando che la nuova norma offrirà una “soluzione strutturale che tuteli tutti”.

Il ministero ha già messo a punto il Piano Italia Moda, per consolidare la filiera delle Pmi e degli artigiani: “E’ il frutto di un percorso di ascolto con tutte le rappresentanze del comparto, nella convinzione che occorra sostenere la crescita e l’aggregazione per rafforzarne competitività, coesione e continuità”, sostiene Urso. Nella prossima Legge di Bilancio, verrà proposta una nuova misura a sostegno del design e della realizzazione dei nuovi campionari: un’edizione aggiornata del Credito d’Imposta, con una dotazione prevista di 250 milioni di euro. Tutto per tutelare un comparto che risentirà inevitabilmente del peso dei dazi annunciati da Donald Trump a partire dal primo agosto. Il governo promette di non abbandonare le trattative fino alla fine: “Occorre negoziare a oltranza, fino a trovare una soluzione davvero equa e sostenibile”, garantisce Urso, evidenziando come una mancata intesa “avrebbe gravi ripercussioni anche sul settore, simbolo di un Made in Italy a cui i consumatori americani non vogliono assolutamente rinunciare”. Sono ore decisive: “Noi non ci arrendiamo a chi già evoca misure di ritorsione – promette -. Occorre scongiurare la guerra commerciale”.

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Dazi, Italia continua a chiedere dialogo. Fitto si dice ottimista: “Troveremo sintesi”

Sui dazi si tratta a oltranza, ma non è ancora il momento del bazooka. Il governo italiano continua a chiedere all’Europa di tenere la via del dialogo con gli Stati Uniti, nella speranza di trovare un accordo con Donald Trump prima dell’1 agosto. “Dobbiamo insistere sul negoziato per una soluzione equa e sostenibile e al contempo indirizzare insieme la Commissione ad aprire nuovi mercati, finalizzando accordi di libero scambio con i Paesi del Golfo, l’India, la Malesia, le Filippine e l’Australia. E ovviamente con il Mercosur”, spiega il ministro delle Imprese Adolfo Urso, per cui il Bazooka è “l’ultima ratio”, perché innescherebbe un’escalation dagli effetti devastanti.

Di dialogo “forte” con gli Stati Uniti parla il ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida, che confida in un “compromesso di qualità”. Si tratta insomma di “fare meno astrologia e più cose concrete”, nell’ottica di un accordo che “conviene a entrambi”. Intanto, assicura, l’Italia fa la sua parte e tra qualche giorno presenterà un collegato annunciato durante la legge finanziaria, “perché mentre gli altri chiacchieravano noi siamo qui con le associazioni e il presidente Prandini”.

Il mondo dell’agricoltura intanto si dice deluso dall’Unione europea: “Ci aspettavamo di più coraggio da parte dell’Ue sul sostegno a tutti i settori produttivi ma si è presa la strada opposta, con il 20% del taglio al comparto agricolo”, denuncia il presidente di Coldiretti Ettore Prandini, che chiede di modificare l’impianto della misura finanziaria proposta da Von der Leyen e di semplificare la burocrazia dell’Ue, con un costo che, osserva, “non ha eguali”. Anche perché l’impatto de dazi sarà “particolarmente rilevante”, il rischio per i coltivatori diretti è di perdere 2,3 miliardi di mercato negli Usa.

Si dice ottimista il vicepresidente esecutivo della Commissione Ue, Raffaele Fitto. Non si riuscisse a trovare un’intesa, la Commissione Europea “metterà in campo le proprie contromisure”, garantisce, sperando però sempre che si possa trovare un punto di sintesi, “sapendo che è un interesse reciproco”.

E a chi accusa il governo di scarsa intraprendenza e troppo servilismo nei confronti degli Stati Uniti, Lollobrigida risponde:”Vogliamo aprire un conflitto? Chi chiede un braccio di ferro probabilmente non ha mai parlato con un imprenditore italiano, non si può dire un’amenità simile”.