Idrogeno, imprese: Urge tavolo contro criticità. Pichetto: Volàno, ma abbassare costi

L’Associazione Italiana Idrogeno (H2IT) chiede di avviare un tavolo di lavoro interministeriale sull’idrogeno, “pilastro fondamentale nella strategia complessiva della decarbonizzazione”. La richiesta arriva durante l’Italian Hydrogen Summit ospitato questo pomeriggio dalla Camera dei Deputati, appuntamento che ha riunito rappresentanti delle istituzioni, del mondo produttivo, esperti e stakeholder del settore.

Obiettivo del tavolo – sostengono le imprese – è affrontare lo sviluppo della filiera industriale, superare le attuali criticità esistenti e creare strumenti efficaci nel tempo. A un anno dalla pubblicazione della Strategia Nazionale Idrogeno, infatti, le imprese chiedono una visione di lungo periodo e strumenti per pianificare investimenti strutturali, nella consapevolezza che occorre rafforzare la filiera industriale e la capacità manifatturiera. Molte imprese stanno completando i progetti finanziati dal PNRR in scadenza nel 2026 e avviando l’implementazione delle iniziative IPCEI (Importanti Progetti di Interesse Comune Europeo). Parallelamente, si moltiplicano gli investimenti privati per la produzione di idrogeno rinnovabile destinato all’industria e alla mobilità. “Oggi l’Italia sta costruendo un ecosistema dell’idrogeno solido e competitivo – ammette Alberto Dossi, Presidente di H2IT – ma ora servono strumenti chiari e continui”. Le imprese lamentano infatti la mancanza di tempistiche definite e il rallentamento nell’attuazione del Decreto Tariffe, volto a incentivare la produzione di idrogeno rinnovabile tramite contratti per differenza. Queste criticità – insistono – rischiano di compromettere lo sviluppo del settore e la competitività del sistema nazionale. A livello europeo rimane la necessità di una semplificazione regolatoria che consenta di accelerare gli investimenti e rendere il mercato più attrattivo. Poi c’è la questione dei costi. “L’Italia ha messo in campo la Strategia Nazionale per l’idrogeno in favore di una filiera che ha bisogno di un mercato solido – ricorda Gilberto Pichetto Fratin, ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica – ora bisogna lavorare anche per ridurre i costi di produzione, dobbiamo passare a dei prezzi che siano compatibili con il mercato, siamo ancora due, tre, quattro volte superiori”. Al tempo stesso, continua Pichetto, l’idrogeno “deve diventare un volàno per la valorizzazione dell’industria nazionale ed europea”, cercando di aumentare la produzione a livello di continente europeo e nelle importazioni: “la previsione del 2030 di 10 milioni di tonnellate prodotte in Ue e 10 milioni di importazione è un obiettivo sfidante”.

Sull’idrogeno ora, sostiene Adolfo Urso, Ministro delle Imprese e del Made in Italy, bisogna “valorizzare l’ecosistema industriale nazionale e rafforzare la competitività europea tramite scelte rapide e pragmatiche. L’Italia è pronta a guidare questa sfida, promuovendo innovazione, nuovi impianti produttivi e partnership tra imprese e ricerca”. Idrogeno “al centro dell’agenda energetica e industriale” anche secondo Raffaele Fitto, Vicepresidente Esecutivo della Commissione Europea e Commissario Europeo per la Politica Regionale e di Coesione, che sottolinea “gli attuali programmi con cui investiamo complessivamente 5 miliardi di euro nei sistemi energetici intelligenti, incluso l’idrogeno: risorse che sostengono progetti concreti e in grado di generare un impatto reale”. “Il nostro faro d’azione – conclude Francesco Battistoni, Segretario di Presidenza della Camera – è quello di arrivare progressivamente ad avere un mix di vettori energetici green a costi sostenibili che possano aiutare il mondo produttivo italiano e europeo a crescere e a rimanere competitivo”.

Stellantis lancia 500 ibrida a Mirafiori. Filosa ed Elkann: “Avanti con governo per rivedere regole Ue”

La produzione è iniziata a metà novembre, con l’obiettivo di raggiungere oltre 6.000 unità entro fine 2025 – con un impatto annuale, a regime, di 100mila – e garantire le prime consegne a gennaio 2026, ma soprattutto la nuova Fiat 500 ibrida è un’auto “pratica, ecologica, sicura, confortevole, versatile e accessibile”, che “risponde alla richiesta del mercato”, non ancora “pronto” a un futuro tutto elettrico. John Elkann, presidente di Stellantis, in occasione di un evento a Mirafiori per il lancio della storica vettura Fiat – ma con motore ibrido – torna a chiarire la posizione del gruppo, che è la stessa dell’intero comparto del Vecchio Continente: le regole europee “sono sbagliate”, cioè “non sono adeguate allo scopo per cui sono state scritte: una transizione efficace e sostenibile da un punto di vista sociale ed economico che i cittadini europei possano abbracciare”. Ecco allora che la city car può rappresentare il rilancio, non solo del gruppo, ma anche di un intero settore, perché la 500 ibrida, spiega il ceo di Stellantis, Antonio Filosa, è “il prodotto di cui l’Europa ha bisogno per ringiovanire il suo parco auto, fatto da 150 milioni di autovetture (quasi il 60% del totale), che hanno più di 10 anni, quindi più inquinanti”.

Perché il nuovo modello ha chiaramente ambizioni continentali e, come dice Elkann, è il segnale “del nostro impegno come Stellantis nei confronti dell’Europa produttrice”. Il 10 dicembre la Commissione europea deciderà sulla revisione degli standard sulle emissioni di CO2 nel settore dell’automotive. E su questo punto, come ricorda a margine dell’evento di Mirafiori, il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, c’è una “forte convergenza” tra tutti gli attori sociali, dall’Acea all’associazione della componentistica, dai concessionari ai sindacati, fino ai produttori, Stellantis in primis. “Mi auguro che questa posizione forte e significativa riformista trovi riscontro nella Commissione europea”, spiega il titolare del Mimit, che incassa i ringraziamenti di Elkann e Filosa. Il governo italiano “è stato ed è in prima linea nel sollecitare l’Europa a trovare modi sensati e pragmatici per raggiungere gli obiettivi di decarbonizzazione che tutti concordiamo essere importanti, ma allo stesso tempo sostenere un ritorno alla crescita di cui l’Europa ha tanto bisogno. Ci è voluto coraggio per farlo, e vi siamo grati per la leadership che avete dimostrato”, dice il ceo del gruppo.

La risalita del gruppo a livello europeo sta dando segnali positivi: a ottobre Stellantis ha immatricolato in Europa (Unione Europea, Regno Unito e Paesi Efta) 157.350 auto, il 4,6% in più dello stesso mese del 2024.

La nuova 500 ibrida rappresenta anche il rilancio di Torino. Per far fronte alle necessità di produzione, da marzo 2026 sarà introdotto un secondo turno. Le assunzioni sono già state 400, come parte di un’iniziativa di ricambio generazionale che il gruppo sta portando avanti in Italia: altri 120 nuovi ingressi nel polo ingegneristico, sempre a Mirafiori, e 120 ad Atessa, dove vengono prodotti veicoli commerciali. “Naturalmente si tratta di un primo passo, ma è un esempio tangibile del nostro impegno qui in Italia”, assicura Filosa, secondo il quale “il rilancio di Mirafiori e la produzione della 500 Hybrid sono la dimostrazione concreta della volontà di Stellantis di investire in Italia e nelle sue eccellenze”. Insomma, avanti con il Piano Italia, “dando priorità alla competitività e alla sostenibilità industriale”.

Piano che, per Urso, sta andando nella giusta direzione, secondo le tempistiche concordate nel tavolo costituito dal ministero. Tanto che la 500 ibrida, “è un segnale di netta inversione di tendenza nei confronti di un’Italia che torna a innovare, a essere competitiva, a guardare con fiducia al futuro, a produrre e ad assumere, quindi a tutelare anche il lavoro”.

Soddisfatto anche il presidente della Regione Piemonte, Alberto Cirio, secondo cui “quello di oggi è anche un punto d’arrivo perché non è che tutto questo è arrivato gratis: è arrivato grazie all’ impegno, grazie al rischio, grazie al lavoro, grazie a un confronto serrato con l’azienda e con i sindacati”.

Più prudenti i sindacati. “Chiediamo” che questa “sia l’occasione per superare la cassa integrazione, garantendo una piena ricollocazione di tutti i lavoratori ancora interessati da ammortizzatori sociali”, dicono Gianluca Ficco, segretario nazionale Uilm responsabile del settore auto, e Luigi Paone, segretario generale della Uilm Torino. Per Antonio Spera, segretario nazionale Ugl Metalmeccanici, “partendo da questo modello, è fondamentale ampliare la gamma di auto prodotte in Italia e incrementare i volumi produttivi anche negli altri stabilimenti italiani, sia di carrozzeria sia di meccanica. Solo così si potrà garantire una reale prospettiva di sviluppo e occupazione per tutto il comparto”.

Lear Corporation, Newco rilancerà sito Grugliasco. Urso: “Basi per risolvere crisi”

Si riaccendono le speranze per il futuro del sito Lear Corporation di Grugliasco (Torino), storico fornitore auto di Stellantis. L’azienda americana, leader nella tecnologia e nella produzione di sistemi elettrici per auto, ha annunciato durante il tavolo di aggiornamento al Mimit di aver raggiunto dopo due anni di trattative un’intesa con il gruppo italo-cinese ITB Auto. Obiettivo è la reindustrializzazione dello stabilimento piemontese.

L’operazione sarà guidata da una Newco appositamente costituita, la Fabbrica Italiana Produzioni Auto (Fipa), nata dalla collaborazione tra ITB Auto, Gruppo Fassina e l’imprenditore Gan Tou. L’obiettivo dichiarato è rilanciare il sito con un piano di investimenti da 100 milioni di euro e una nuova produzione focalizzata sull’assemblaggio di 20mila quadricicli L6 e L7 all’anno. Soddisfatto il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso: “Oggi poniamo le basi per avviare un’altra crisi sui binari del rilancio”. La notizia giunge ventiquatt’ore dopo l’incontro avuto dal ministro con l’ad di Stellantis, Antonio Filosa, per discutere le nuove regole europee sull’auto elettrica e rassicurare sul mantenimento degli stabilimenti italiani, secondo un Piano per l’automotive che metterà l’Italia al centro delle strategie di Stellantis.

Il progetto industriale per il rilancio del sito torinese illustrato oggi prevede anche un impatto occupazionale significativo: Fipa ha infatti comunicato l’intenzione di riassorbire 200-250 lavoratori dei 376 attualmente impiegati nello stabilimento, con l’impegno a garantire continuità produttiva e nuove prospettive di sviluppo. La produzione dovrebbe partire entro il primo trimestre del 2026, una volta conclusa la trattativa prevista entro la fine di quest’anno. Il quadro permetterebbe una rinascita industriale del sito torinese, destinata a rafforzare la filiera dell’automotive in Piemonte e a offrire nuove prospettive a centinaia di lavoratori. Urso conferma la volontà dell’esecutivo, deciso a puntare su una strategia di “reindustrializzazione e di rafforzamento della filiera dell’automotive, importante soprattutto in una fase di grande trasformazione del settore”.

Il governo continuerà a monitorare la salvaguardia dei posti di lavoro e il reale rilancio del sito, in dialogo costante con azienda, istituzioni locali e sindacati. Il Mimit ha quindi proposto di avviare una serie di incontri territoriali dedicati agli aspetti produttivi e sociali legati al nuovo piano industriale. Ulteriori dettagli operativi saranno diffusi in nuovo appuntamento con le parti, fissato per il 9 ottobre. “Oggi possiamo guardare al futuro con soddisfazione e speranza – dice Elena Chiorino, vicepresidente e assessore al Lavoro della Regione Piemonte – la Regione continuerà a seguire e a monitorare passo passo tutto il processo di acquisizione, assicurandosi che l’operazione tuteli pienamente l’occupazione”. Parla di “svolta positiva” la consigliera regionale Pd in Piemonte, Laura Pompeo: “Ma ora serve un impegno attento e costante da parte di tutti per trasformare questa opportunità in una vera rinascita industriale. Bisogna garantire che il piano industriale sia solido, sostenibile e capace di valorizzare le competenze presenti nel sito”.

Ex Ilva, sì Genova a forno elettrico. Urso: “Alternativa preridotto è Gioia Tauro”

Il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, ottiene il sì di Genova per mantenere la siderurgia e il forno elettrico dell’ex Ilva. Al termine di una serie di incontri svolti questa mattina nella prefettura del capoluogo ligure con enti locali, sindacati cittadini, imprese e comitati, il ministro annuncia il “sì unitario” alla possibilità di un forno elettrico nell’acciaieria ex Ilva di Cornigliano, “come previsto nel nostro piano di decarbonizzazione”.

Un piano che prevede, “ove ci fosse l’interesse del player industriale”, di realizzare anche un forno elettrico nella città di Genova per l’area nord. Secondo Urso si tratta di “un’opportunità che può essere data agli investitori, a fronte del fatto che a Taranto sono previsti al massimo tre forni elettrici, per una capacità complessiva che non può superare i sei milioni di tonnellate all’anno. Il problema vero però è dove localizzare gli impianti di Dri, strutture che, ricorda Urso, “producono la materia prima”, cioè il preridotto che serve ad alimentare i forni elettrici per realizzare acciaio di qualità per auto, elettrodomestici, rotaie ad alta velocità, tubi, industria della difesa. Poi c’è quello per lo spazio, che “deve essere un acciaio pulito, che si realizza attraverso i forni a caldo, oppure si può realizzare attraverso i forni elettrici, ma solo se alimentati con questa materia prima chiamata preridotto”. Ove fossero alimentati, come accade nei 34 forni elettrici che oggi sono in produzione in 29 località italiane, alcune ad alta densità abitative, non produrrebbero un acciaio utile se fossero alimentati dal rottame ferroso”. Per questo, il ministro ha ipotizzato che il polo del preridotto sia localizzato a Taranto, “sia perché sono immediatamente corrispondenti dei forni elettrici, sia perché assorbirebbero gran parte dell’occupazione che non potrebbe essere assorbita dagli stabilimenti siderurgici”. Se poi Taranto non desse l’autorizzazione all’approdo temporaneo di una nave rigassificatrice “dovremmo trarne le conseguenze e realizzarlo altrove”. Urso chiederà nelle prossime ore al Comune pugliese se intende o meno far approdare una nave rigassificatrice. L’alternativa “sarà Gioia Tauro”, anticipa Urso, dove già governo regionale e Comune hanno manifestato interesse. Un incontro è previsto giovedì prossimo. Proprio su questo punto insiste Ilaria Cavo, presidente del consiglio nazionale di Noi Moderati. “Genova oggi si è presa le proprie responsabilità”, sottolinea chiedendo a Taranto di fare lo stesso. Se il cronoprogramma dovesse essere rispettato, ipotizza ancora Urso, “si potranno assegnare gli impianti ai nuovi investitori privati già nella prima parte del prossimo anno. A quel punto potremmo passare alla fase degli accordi di programma con gli investitori e gli enti locali. Sarà fatto anche con un confronto con le organizzazioni sindacali”.

Apertura anche della sindaca di Genova, Silvia Salis: “Sarebbe un errore perdere la filiera dell’acciaio in Italia, non solo per la ricaduta occupazionale: un Paese che perde industria è un Paese che perde potere e posizionamento internazionale”. Disponibilità per il quadrante Nord-Ovest anche del vicepresidente della Regione Piemonte Elena Chiorino, in rappresentanza del presidente Cirio: “Il Piemonte ha ribadito la disponibilità ad assumere un ruolo di protagonista nel rilancio industriale e del settore siderurgico italiano. Siamo a fianco dei lavoratori degli stabilimenti di Novi Ligure, Racconigi e Gattinara, determinati, insieme Governo, a lavorare per la realizzazione di un polo dell’acciaio sostenibile, che valorizzi i nostri stabilimenti e il know-how unico dei nostri lavoratori”. Il senatore di Fratelli d’Italia, Gianni Berrino, esulta per “l’ottima notizia. Genova ha detto sì alla possibilità di un forno elettrico all’ex Ilva di Cornigliano. Grazie al governo Meloni e al lavoro del ministro Urso si è raggiunto un importante risultato. Siamo sulla strada giusta”. Italia Viva invece incalza ancora il ministro, con la capogruppo al Senato Raffaella Paita e la senatrice Annamaria Furlan: “Se il governo crede davvero in questo progetto di rilancio che noi sosteniamo – chiedono – perché non accetta di prevedere la presenza dello Stato nella società, almeno per la prima fase?”.

Dazi, Urso: “15% ostacolo superabile”. Draghi: “Ci siamo rassegnati agli Usa”

Il 15% è un “ostacolo superabile per le nostre imprese”. Da Rimini, dove partecipa al Meeting per l’amicizia fra i popoli, Adolfo Urso non si dice preoccupato dall’esito dell’accordo sui dazi tra Stati Uniti e Unione europea e assicura che si continuerà a lavorare per tutelare il settore agroalimentare.

Le imprese italiane, a differenza di altre, osserva, hanno già saputo reagire meglio alla crisi internazionale in atto: “Sono più resilienti di altre, non hanno mai perso la speranza, e nel contempo hanno saputo evidenziare la principale caratteristica di questo Paese, della nostra nazione italiana, la creatività”, rivendica.

L’intesa va quindi “perfezionata”, ma intanto garantisce un “quadro di certezze all’impresa” importante. Perché, spiega l’inquilino di Palazzo Piacentini, “senza certezze le imprese non investono, non si muovono”.

Urso vede un ruolo dell’Italia e di Giorgia Meloni nello specifico “decisivo” nell’incanalare il confronto sui binari dell’accordo: “Quando nessuno ci credeva e anzi molti pronosticavano o auspicavano una guerra commerciale tra l’Europa e gli Stati Uniti, che sarebbe stata devastante per tutti, è stato il governo italiano, è stata Giorgia Meloni a incanalare il confronto sui binari giusti tra le due metà dell’Occidente”, rivendica.

Per il ministro, l’intesa è stata fondamentale sull’automotive, soprattutto per le componenti italiane nelle auto europee, sui semiconduttori e sull’industria farmaceutica. Il tragitto sull’industria alimentare, è convinto, “si completerà”.

Nel frattempo, andranno finalizzati altri accordi di libero scambio con nuovi mercati. Come, insiste Urso, il governo italiano ha chiesto di fare alla Commissione europea sul Mercosur, “salvaguardando però la produzione agricola”, precisa. Fondamentale è ora raggiungere nuove intese con i Paesi nei confronti dei quali le nostre imprese e i nostri prodotti crescono di più. Secondo l’Istat, per l’Italia, mercati promettenti sono gli Emirati, il Golfo, l’India, il sud-est asiatico, la Malesia, l’Indonesia, le Filippine. “Le nostre imprese più delle altre sanno come sventare le crisi o i rischi e come cogliere le nuove opportunità. Abbiamo fiducia nelle nostre imprese, diamo loro fiducia con la nuova legge di bilancio, su questo saremo determinati”.

Dal Meeting arriva anche la stoccata dell’ex premier Mario Draghi. “Abbiamo dovuto rassegnarci ai dazi imposti dal nostro più grande partner commerciale e alleato di antica data – dice dal palco – gli Stati Uniti. Siamo stati spinti dallo stesso alleato ad aumentare la spesa militare, una decisione che forse avremmo comunque dovuto prendere, ma in forme e modi che probabilmente non riflettono l’interesse dell’Europa”.

E, ancora, da Rimini parte l’appello delle parti sociali, con la leader della Cisl Daniela Fumarola: “Dazi al 15% sono meglio che dazi al 50%. Ma noi continuiamo a dire che c’è bisogno che si continui ad intervenire sull’Europa e che bisogna assolutamente proteggere le imprese, bisogna proteggere il lavoro e bisogna trovare nuovi sbocchi commerciali per non dipendere da situazioni di questo tipo”.

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In arrivo norma per tracciare sostenibilità nella moda

Il comparto moda è nel caos, travolto ogni mese da un nuovo scandalo ambientale o di sfruttamento del lavoro. Per tentare di porre un argine, Adolfo Urso annuncia una norma per certificare la sostenibilità e la legalità delle imprese del settore. “La moda è il volto dell’Italia nel mondo e, in quanto tale, va tutelata e valorizzata”, spiega il ministro al Tavolo nazionale per il settore, convocato al Mimit. Non permetterà, insiste, che “i comportamenti illeciti di pochi compromettano la reputazione dell’intero comparto, penalizzando tante aziende virtuose e, di conseguenza, il nostro Made in Italy, simbolo di eccellenza e qualità”.

Il provvedimento avrà l’obiettivo di certificare l’intera filiera che fa capo al titolare del brand, sulla base di verifiche preventive, in modo da escludere che quest’ultimo debba rispondere per comportamenti illeciti o opachi riconducibili ai fornitori o ai sub-fornitori lungo la catena.

Lo strumento dei protocolli contro il caporalato è sicuramente importante e necessario, ma non sufficiente”, ammette il ministro, precisando che la nuova norma offrirà una “soluzione strutturale che tuteli tutti”.

Il ministero ha già messo a punto il Piano Italia Moda, per consolidare la filiera delle Pmi e degli artigiani: “E’ il frutto di un percorso di ascolto con tutte le rappresentanze del comparto, nella convinzione che occorra sostenere la crescita e l’aggregazione per rafforzarne competitività, coesione e continuità”, sostiene Urso. Nella prossima Legge di Bilancio, verrà proposta una nuova misura a sostegno del design e della realizzazione dei nuovi campionari: un’edizione aggiornata del Credito d’Imposta, con una dotazione prevista di 250 milioni di euro. Tutto per tutelare un comparto che risentirà inevitabilmente del peso dei dazi annunciati da Donald Trump a partire dal primo agosto. Il governo promette di non abbandonare le trattative fino alla fine: “Occorre negoziare a oltranza, fino a trovare una soluzione davvero equa e sostenibile”, garantisce Urso, evidenziando come una mancata intesa “avrebbe gravi ripercussioni anche sul settore, simbolo di un Made in Italy a cui i consumatori americani non vogliono assolutamente rinunciare”. Sono ore decisive: “Noi non ci arrendiamo a chi già evoca misure di ritorsione – promette -. Occorre scongiurare la guerra commerciale”.

Dazi, Italia continua a chiedere dialogo. Fitto si dice ottimista: “Troveremo sintesi”

Sui dazi si tratta a oltranza, ma non è ancora il momento del bazooka. Il governo italiano continua a chiedere all’Europa di tenere la via del dialogo con gli Stati Uniti, nella speranza di trovare un accordo con Donald Trump prima dell’1 agosto. “Dobbiamo insistere sul negoziato per una soluzione equa e sostenibile e al contempo indirizzare insieme la Commissione ad aprire nuovi mercati, finalizzando accordi di libero scambio con i Paesi del Golfo, l’India, la Malesia, le Filippine e l’Australia. E ovviamente con il Mercosur”, spiega il ministro delle Imprese Adolfo Urso, per cui il Bazooka è “l’ultima ratio”, perché innescherebbe un’escalation dagli effetti devastanti.

Di dialogo “forte” con gli Stati Uniti parla il ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida, che confida in un “compromesso di qualità”. Si tratta insomma di “fare meno astrologia e più cose concrete”, nell’ottica di un accordo che “conviene a entrambi”. Intanto, assicura, l’Italia fa la sua parte e tra qualche giorno presenterà un collegato annunciato durante la legge finanziaria, “perché mentre gli altri chiacchieravano noi siamo qui con le associazioni e il presidente Prandini”.

Il mondo dell’agricoltura intanto si dice deluso dall’Unione europea: “Ci aspettavamo di più coraggio da parte dell’Ue sul sostegno a tutti i settori produttivi ma si è presa la strada opposta, con il 20% del taglio al comparto agricolo”, denuncia il presidente di Coldiretti Ettore Prandini, che chiede di modificare l’impianto della misura finanziaria proposta da Von der Leyen e di semplificare la burocrazia dell’Ue, con un costo che, osserva, “non ha eguali”. Anche perché l’impatto de dazi sarà “particolarmente rilevante”, il rischio per i coltivatori diretti è di perdere 2,3 miliardi di mercato negli Usa.

Si dice ottimista il vicepresidente esecutivo della Commissione Ue, Raffaele Fitto. Non si riuscisse a trovare un’intesa, la Commissione Europea “metterà in campo le proprie contromisure”, garantisce, sperando però sempre che si possa trovare un punto di sintesi, “sapendo che è un interesse reciproco”.

E a chi accusa il governo di scarsa intraprendenza e troppo servilismo nei confronti degli Stati Uniti, Lollobrigida risponde:”Vogliamo aprire un conflitto? Chi chiede un braccio di ferro probabilmente non ha mai parlato con un imprenditore italiano, non si può dire un’amenità simile”.

Dazi, Meloni: “Al lavoro per scongiurare guerra commerciale”. Urso: “Intesa con Usa vicina”

Scongiurare una guerra commerciale con gli Stati Uniti. E’ il mantra della presidente del Consiglio Giorgia Meloni e, a cascata, di tutti i ministri coinvolti nell’infinita trattativa con gli Stati Uniti dopo la minaccia di tariffe al 30% verso l’Europa e la successiva missione a Washington del capo negoziatore europeo Maros Sefcovic. La premier lo ribadisce sul palco del congresso della Cisl all’Eur, sottolineando il lavoro assiduo e costante dell’esecutivo: “Tutti i nostri sforzi sono rivolti a questo, chiaramente in collaborazione con gli altri leader, con la Commissione Europea”. La guerra commerciale “non avrebbe alcun senso”, “impatterebbe soprattutto sui lavoratori”, precisa. A maggior ragione perché il caos scoppia “in un periodo complesso, segnato da tensioni geopolitiche che rendono il contesto internazionale molto incerto e instabile, con conseguenze inevitabili su economia reale, tenuta dei livelli occupazionali e produzione”.

L’intesa “è in procinto” di essere raggiunta, azzarda poco dopo sullo stesso palco Adolfo Urso. Il ministro delle Imprese e del Made in Italy fornisce informazioni in suo possesso che arrivano dagli Stati Uniti: “Da quel che apprendiamo ci siamo, l’intesa sta per essere raggiunta. Ci auguriamo che sia equa, costruttiva, positiva e sostenibile”. Il presidente Usa, Donald Trump, infatti, in un’intervista a Real America’s Voice, ha spiegato che un accordo con l’Ue è vicino, anche se “sono molto indifferente al riguardo”. Il governo italiano, secondo Urso, ha fatto tutto il necessario operando “in modo costruttivo e collaborativo, affinché ci fosse un negoziato sia in termini bilaterali che con le istituzioni europee, in modo specifico con la Commissione Europea”.

Le opposizioni non ci stanno e incalzano l’esecutivo. Per il leader dei Verdi, Angelo Bonelli, la premier deve “svegliarsi dal torpore. La guerra commerciale con gli Stati Uniti non è un rischio ipotetico: è già iniziata, ed è stata innescata da Donald Trump, non certo dall’Europa”. I dazi al 30% dal primo agosto, secondo Bonelli, “sono un’estorsione, un atto di violenza economica che rischia di causare una crisi gravissima”, solo l’Italia “potrebbe perdere 35 miliardi di export e oltre 180.000 posti di lavoro”. Piero De Luca, deputato Pd e capogruppo in commissione Affari europei, giusto negoziare “ma a schiena dritta. Serve un’intesa, non una resa”, portando al tavolo delle trattative “una posizione unitaria Ue, evitando azioni bilaterali che rischiano di indebolire Italia ed Europa stessa”. Preoccupazioni anche sulla tutela dell’agroalimentare. Coi dazi al 30%, denuncia Antonella Forattini, capogruppo Pd in commissione Agricoltura alla Camera, verrebbero colpiti “prodotti simbolo del Made in Italy, dai formaggi alla pasta, fino al vino, in un contesto già segnato dalla svalutazione del dollaro”. Per Simona Bonafè, vicepresidente vicaria del Gruppo Pd alla Camera, i dazi avrebbero un impatto gravissimo su alcuni dei settori più competitivi del nostro export, come “moda e farmaceutica, colonne portanti del Made in Italy”.

Dazi, Industriali: “Accettabile è solo portarli a zero”. Tajani: “Difficile entro l’1 agosto”

Sui dazi si tratta ancora, fino alla fine. Il governo italiano rifiuta di usare la linea dura e continua a chiedere agli alleati il dialogo. Senza “colpi di testa” o “frenesie“, ma solo con “sano realismo“, come spiega il ministro per gli Affari europei, Tommaso Foti.

E se anche le trattative dovessero naufragare, per Foti “l’Europa non è impreparata. Ha già individuato gli strumenti“. Il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, si dice “ottimista di natura”: “Penso che ogni partita si possa vincere“, sostiene, assicurando che l’impegno è massimo, e la preoccupazione principale ora è cercare di rispondere all’incertezza delle imprese.

Che però sembrano tutto fuorché tranquille. Non c’è una percentuale accettabile per chiudere un accordo, secondo il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini. “Se lo chiedete a me è zero“, ribadisce, ricordando che il cambio euro-dollaro è già un dazio. La svalutazione è al 13%, la più importante al mondo, perché la media è del 2%. “Oggi avremmo il 30% di dazi e un costo del cambio del 13%, andremmo così al 43%“, lamenta. Se i dazi Usa per i prodotti europei fossero davvero del 30%, l’impatto solo in Italia sarebbe di 35,6 miliardi. Gli industriali puntano il dito soprattutto contro l’Europa: “Dopo la lettera di Trump, mi aspettavo che l’Ue facesse almeno la convocazione del voto sul Mercosur“, confessa Orsini, chiedendo a Bruxelles di “darsi una mossa, perché non c’è più tempo“. Sburocratizzare e aprirsi “velocissimamente” a nuovi mercati è la chiave.

Su questo, gli industriali trovano sponda nel ministro delle Imprese, Adolfo Urso, che insiste per concludere l’accordo con il Mercosur (“preservando però la nostra produzione agricola“), ma anche con quello con gli Emirati, che è, riferisce, “una delle aree che ci sta dando maggiore soddisfazione“. Con il Piano Mattei, poi, l’Italia si apre molto di più anche all’Africa.

Dal governo, l’auspicio è che si arrivi a chiudere al 15%. Ma Tajani non entra nel merito della trattativa in corso: “Difficile dire come andrà a finire, abbiamo ancora una quindicina di giorni“, ricorda, aggiungendo che l’Indonesia ha chiuso al 19%: “Sono sicuro che noi saremo più bassi del 19%”. Le trattative sono in corso, e con realismo il ministro degli Esteri confessa: “L’obiettivo zero-zero non credo sia possibile da realizzare entro il primo di agosto“.

La strategia italiana sarà anche quella di investire di più negli Stati Uniti, dove il Paese è già presente in modo massiccio, con 300mila posti di lavoro offerti da aziende italiane negli States. Ma “possiamo fare ancora di più“, è sicuro il vicepremier. L’accordo sull’acquisto di gas americano nei prossimi 20 anni è per lui un “messaggio chiaro“.

Ex Ilva, Avs: “Governo nasconde relazione Iss su rischi”. Urso: “Martedì tavolo finale”

Nuovo scontro sull’ex Ilva di Taranto. A ventiquattr’ore di distanza della riunione fiume al Mimit tra il ministro Adolfo Urso e gli enti locali, conclusa con una fumata grigia e lo slittamento della firma dell’accordo di programma a martedì prossimo, l’Alleanza Verdi Sinistra annuncia un’interrogazione parlamentare. L’Istituto superiore di sanità (Iss) – sostengono i rossoverdi – ha segnalato “lacune” nella Valutazione di impatto sanitario (Vis) presentata da Acciaierie d’Italia per ottenere la nuova Autorizzazione integrata ambientale (Aia) dell’ex Ilva, ma il governo “ha nascosto la relazione” da cui emerge una sottovalutazione dell’impatto degli effetti delle emissioni prodotte dallo stabilimento tarantino. Il leader dei Verdi, Angelo Bonelli, tuona: “Da mesi chiedevo, in qualità di parlamentare, la relazione dell’Iss che mette nero su bianco come rimangano non completate le stime di impatto e rischio per la salute”. Da qui la domanda: “Perché Urso, anche ieri, non ha comunicato agli enti locali, a partire dal Comune di Taranto, la dura critica dell’Iss sulla valutazione del danno sanitario?”. Anche il vicepresidente e responsabile del Comitato Economia, Lavoro e Imprese M5s, Mario Turco, parla di “denuncia chiara, scientifica e inequivocabile” dell’Iss, “non esistono le condizioni per autorizzare la prosecuzione della produzione senza compromettere gravemente la salute pubblica. È inaccettabile che il Governo continui a ignorare questi rilievi e ad autorizzare, di fatto, l’inquinamento sistematico di un’intera città”. Pronta la replica del ministero, che bolla come “fuorvianti e strumentali” le ricostruzioni delle ultime ore, “basate su presupposti errati e superati, volte solo a ostacolare un percorso condiviso e responsabile”. L’Iss, sostiene il Mimit, “non ha mai ‘bocciato’ la Vis presentata dal gestore, ma si è limitato a richiedere integrazioni, successivamente presentate, grazie alle quali il parere finale ha concluso per l’accettabilità del rischio”.

Il governo tira quindi dritto. Urso ha convocato ufficialmente il tavolo per definire l’accordo di programma interistituzionale. Martedì prossimo, alle 9, d’intesa con il Presidente della Regione Puglia e con i Sindaci di Taranto e Statte, sono attese le organizzazioni sindacali nazionali e di categoria per un aggiornamento sulla situazione dell’Ex Ilva che avverrà alla presenza di governo ed enti locali. Alle 10.30, poi, riunione con tutte le amministrazioni nazionali e locali della Puglia coinvolte per definire l’accordo. Sul tavolo ci sono due opzioni. La prima prevede il mantenimento del ruolo strategico dell’impianto con un percorso di decarbonizzazione di 8 anni, la seconda è invece subordinata all’eventuale indisponibilità della nave rigassificatrice che impedirebbe di garantire l’approvvigionamento di gas necessario ai forni Dri. Così la decarbonizzazione si completerebbe in 7 anni.

A meno di una settimana dall’incontro, il presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano chiede un indirizzo politico: “Non credo sia normale che le autorità locali decidano di vicende su una installazione strategica per la Repubblica. Conoscere il punto di vista del Parlamento su una vicenda così complessa è di vitale importanza per noi. Siamo di fronte ad una scelta sicuramente complessa, non ci spaventa ma non possiamo sottovalutare”. La fumata grigia nell’incontro di ieri ha infine generato il rinvio di una settimana – dal 10 al 17 luglio – della Conferenza dei Servizi propedeutica al rinnovo dell’Aia. Lo slittamento è stato disposto dal Mase, d’intesa col Mimit, raccogliendo così le esigenze condivise da amministrazioni nazionali e locali pugliesi. Nel frattempo, parallelamente alla vicenda generale, c’è il decreto legge Ilva in fase di conversione. “E’ centrale e va coordinato nei tempi con la trattativa”, chiede Emiliano