Meloni: “Dazi sono un errore, serve libero scambio”. Merz martedì da Trump con posizione Ue

I dazi di Donald Trump “sono un errore“. Se nei primi mesi la posizione di Giorgia Meloni nei confronti della politica commerciale del presidente degli Stati Uniti era molto più sfumata e diplomatica, con il nuovo aumento delle tariffe la premier italiana non lascia spazio a interpretazioni.

In una intervista a Bloomberg, la presidente del Consiglio sposta però il piano della discussione sull’Europa: “Penso che dovremmo andare nella direzione diametralmente opposta“, spiega, tornando a parlare della necessità di un’area di libero scambio tra Stati Uniti ed Europa. La situazione non è drammatica pome sarebbe potuta essere, “abbiamo cercato di tamponare il più possibile”, precisa Meloni, ricordando che è stato cercato un accordo che fosse “sostenibile e ragionevole“, a partire dal comparto agroalimentare.

Per il momento, l’Europa non si espone: “Non ho aggiornamenti da fornire“, risponde, sollecitato durante il briefing quotidiano con la stampa il portavoce per il Commercio della Commissione Olof Gill. Ma, martedì 3 marzo, il cancelliere tedesco Friedrich Merz incontrerà per la seconda volta il presidente degli Stati Uniti Donald Trump alla Casa Bianca per un colloquio nello Studio Ovale.

Secondo il vice portavoce del governo, Sebastian Hille, il cancelliere porterà sul tavolo una posizione coordinata dell’Unione europea.Per il governo tedesco i dazi sono un danno per tutti. Siamo a favore di una politica programmatica basata sulle regole del commercio“, precisa il portavoce, sottolineando che “la posizione unita all’interno dell’Unione Europea è importante“.

La disputa doganale tra gli Stati Uniti e l’Unione europea si è inasprita dopo il divieto della Corte Suprema americana di imporre dazi sulle importazioni di merci da molti paesi. Trump ha poi annunciato che avrebbe utilizzato altri mezzi per continuare ad applicare le tariffe e il Parlamento europeo ha reagito congelando formalmente l’attuazione dell’accordo doganale tra le due sponde dell’Atlantico.

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Meloni in collegamento con i Volenterosi a Kiev: “Mantenere integrità territoriale”

Montecitorio, Palazzo Chigi, il Colosseo. A quattro anni dall’invasione russa dell’Ucraina, Roma si illumina di giallo e di blu, i colori della bandiera del Paese aggredito. Giorgia Meloni partecipa in videocollegamento alla riunione della Coalizione dei volenterosi e ribadisce che l’Italia “sostiene e accompagna il processo negoziale promosso dagli Stati Uniti“. Chiede poi garanzie di sicurezza solide per Kiev un lavoro per “creare le condizioni affinché la popolazione ucraina possa vivere in pace nel pieno rispetto della sovranità e dell’integrità territoriale“.

In questi quattro anni di “lotta del popolo ucraino per la difesa della propria libertà e indipendenza, l’Italia ha sempre assicurato il proprio costante e convinto sostegno insieme ai propri alleati europei e occidentali“, precisa in una nota Palazzo Chigi, sottolineando che il governo concorre “con determinazione” agli sforzi internazionali per promuovere una pace giusta e duratura. Per Meloni, la risoluzione del conflitto rappresenta un “interesse strategico europeo prioritario“, essenziale per garantire la sicurezza del Continente e quindi dell’Italia.

L’Italia sta lavorando in particolare sulle esigenze umanitarie della popolazione ucraina. Al momento è in corso un programma di fornitura di generatori e caldaie a sostegno del sistema energetico ucraino. Parallelamente, è stata avviata un’iniziativa per la fornitura di apparecchiature sanitarie destinate ai reparti materno-infantili degli ospedali situati nelle aree più colpite dagli attacchi. “Questo impegno umanitario costituisce il presupposto per la futura opera di ricostruzione della nazione, alla quale l’Italia partecipa con un ruolo di primo piano, come testimoniato dall’organizzazione della Conferenza per la ricostruzione dell’Ucraina nel luglio 2025“, ribadisce il governo.

Intanto, a Kiev, una delegazione di Fratelli d’Italia, composta dalla vicecapogruppo alla Camera Elisabetta Gardini e dalla senatrice Cinzia Pellegrino, capogruppo in Commissione Diritti Umani, celebra il quarto anniversario della guerra nella missione organizzata da U4U, rete che raccoglie i parlamentari di diversi Paesi europei. In questi due giorni la delegazione tiene una serie di incontri istituzionali e, come spiegano le due rappresentanti di FdI, “sarà l’occasione per ribadire e rappresentare vicinanza e sostegno al popolo ucraino“. Una presenza significativa, spiegano, anche per ribadire che “qui è in gioco la stabilità e il futuro dell’intera Europa“. In Ucraina ci sono anche Carlo Calenda con Ettore Rosato e Federica Onori. Intervistato dall’Aria che Tira su La7, il leader di Azione lamenta l’assenza dei segretari delle opposizioni: “Non so cosa di meglio avessero da fare. Non c’era nessuno“, accusa, innescando una polemica con il presidente del M5S Giuseppe Conte. “Io non sono andato neppure a Gaza – commenta il pentastellato -, perché non andate anche a Gaza? Perché non andate in Cisgiordania dove ci sono insediamenti abusivi? Cerchiamo di non essere provocatori inutilmente. Applicare un doppio standard non è da Movimento Cinque Stelle, noi abbiamo condannato l’aggressione di Putin però non siamo stati silenziosi davanti al genocidio“.

Via libera al dl Energia: sale a 315 euro il bonus per le famiglie a basso reddito. Meloni: “Impatto rilevante”

Cinque miliardi di euro per tagliare le bollette di luce e gas: è questa la dote del nuovo decreto Energia uscito oggi da Palazzo Chigi. Non solo un salvagente per le famiglie in difficoltà ma una vera e propria sfida a Bruxelles sul costo delle emissioni inquinanti. “La priorità che c’eravamo dati fin dall’inizio era fare il possibile per ridurre il peso delle bollette su famiglie e imprese“, rivendica la premier Giorgia Meloni nel presentare un provvedimento che promette risparmi strutturali. Il cuore del decreto è relativo ai 2,7 milioni di nuclei vulnerabili. Per loro il sostegno sale complessivamente a 315 euro l’anno. “Interveniamo ancora sul bonus sociale che oggi raggiunge le famiglie vulnerabili“, spiega la premier, precisando che allo sconto già previsto di 200 euro “se ne aggiunge un altro di 115 euro“. Chi ha un Isee fino a 25.000 euro e resta fuori dal bonus potrà contare su uno sconto “volontario” delle aziende di almeno 60 euro, una sorta di bollino di visibilità per i fornitori che decideranno di aderire.

Per le imprese la partita è più complessa. Il governo alza l’Irap del 2% sui colossi dell’energia per finanziare il taglio degli oneri di sistema, ovvero la voce che gonfia i costi fissi. “Utilizziamo le risorse ricavate per abbattere gli oneri che gravano sulle bollette di oltre 4 milioni di imprese“, assicura la Meloni. Secondo le stime governative, un artigiano risparmierà 700 euro l’anno tra luce e gas, mentre le grandi industrie gasivore potranno arrivare a tagli di oltre 220.000 euro.

Il testo definitivo è arrivato dopo giornate ricche di tensioni. I nodi principali riguardavano proprio la soglia del bonus sociale e i crediti Ets, ovvero la ‘tassa europea’ sulla CO2. Il ministro dell’Ambiente, Gilberto Pichetto Fratin, ha insistito per un pacchetto da oltre 3 miliardi che puntasse sulla concretezza: “Il governo ha scelto la strada della crescita per garantire energia a prezzi più bassi”. Sulla stessa linea il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, che ha messo nel mirino le regole di Bruxelles: “Ci batteremo sul tema delicato dell’Ets che riguarda le imprese. Abbiamo deciso di imprimere una svolta“. L’idea del governo è scorporare questo costo dal prezzo delle energie rinnovabili. “È una scelta coraggiosa“, la definisce la premier, “perché oggi si tiene conto degli Ets anche per determinare il prezzo del solare o dell’idroelettrico, che quella tassa non la pagano“.

Fuori dai palazzi l’accoglienza è gelida. L’Unione Nazionale Consumatori vede un “miglioramento” nei 315 euro di bonus, ma “resta il giudizio fortemente negativo per il taglio dell’Isee“. Anche il mondo dell’industria è in rivolta. Paolo Barberis Canonico (Uib) avverte che il divario dei costi con l’estero è del 30%: “È in gioco la sopravvivenza stessa delle imprese”. Durissimo il giudizio del think tank ECCO, secondo cui il rimborso dei costi ETS alle centrali a gas finirà paradossalmente per pesare sulle bollette dei cittadini: “Si fatica a vedere il vantaggio per i consumatori, lo Stato rischia solo l’ennesimo scontro con l’Europa difendendo gli interessi dei produttori di gas“.

In Parlamento lo scontro è aperto. Se per la maggioranza Riccardo Zucconi (FdI) esulta per “una risposta concreta che abbassa i costi alla fonte“, le opposizioni demoliscono il decreto. Per il Movimento 5 Stelle, Sergio Costa denuncia un “cortocircuito“: il governo stanzia fondi per il maltempo al Sud ma continua a finanziare il gas che causa la crisi climatica. Raffaella Paita (Iv) è tranchant: “Per le imprese non c’è niente di niente, solo questioni che attendono risposte dall’Unione“. Chiude il cerchio Angelo Bonelli (Avs), che accusa la premier di regalare “briciole a pensionati e famiglie” mentre le grandi società energetiche accumulano profitti record.

Dl Niscemi in arrivo mercoledì. Meloni: “150 mln al Comune, Ciciliano commissario”

Il decreto per Niscemi approderà in consiglio dei ministri mercoledì e da giovedì i fondi per la cittadina siciliana inghiottita dalla frana saranno disponibili: 150 milioni solo al Comune nisseno, con un commissario straordinario che curerà il dossier, il capo della protezione civile Fabio Ciciliano.

Dopo la prima visita del 28 gennaio, Giorgia Meloni torna in Sicilia, per un sopralluogo delle aree colpite dal ciclone Harry. Accompagnata da Ciciliano, la presidente del Consiglio incontra alcuni cittadini sfollati, insieme al sindaco Massimiliano Conti, e annuncia le novità per Niscemi. Non dà tempistiche però, tantomeno quelle per stabilire la fascia di rispetto, il fronte di frana. Sarebbe “irresponsabile”, spiega. “Non posso e non voglio dare oggi una tempistica della quale non sono certa“, insiste la premier, assicurando però che l’allerta resta alta: “Credo che Niscemi sia il comune più monitorato d’Europa, perché ci sono tutte le migliori eccellenze, il genio militare, la protezione civile stessa, i vigili del fuoco. Stanno lavorando tutti, perché puntiamo a dare risposte su quale sia la fascia che bisognerebbe considerare non sicura e quale invece quella che si può recuperare. Per fare questo c’è bisogno del tempo che è necessario e non è una decisione che secondo me si può forzare”.

Al netto dello stanziamento di 150 milioni di euro al Comune per la demolizione, la ricostruzione, il governo lavora sulla viabilità, sulle scuole e sulla sistemazione temporanea dei cittadini che poi dovranno cercare un’altra casa e che “verranno indennizzati per poter comprare un’altra casa”.

Sarà prevista anche la sospensione dei tributi (come per tutti i territori che sono stati coinvolti dal ciclone in Sicilia, Calabria e Sardegna), fino ad aprile, “vuol dire rimandare il pagamento almeno ad ottobre”, spiega Meloni. Sia per i lavoratori dipendenti sia per i lavoratori autonomi, il ministero del Lavoro lavora poi ad ammortizzatori sociali per chi non può lavorare a causa degli eventi climatici. Il confronto sarà “partecipato” e porterà dare vita alle ordinanze. Il lavoro a Niscemi è “molto complesso”, ma “vorremmo che andasse in velocità”, precisa: “Per me qui è molto importante che non accada quello che è accaduto con la frana della fine degli anni 90“.

Nell’occhio del ciclone per la catastrofe, da Roma il ministro della Protezione civile ed ex governatore della Sicilia, Nello Musumeci, prova a difendersi dalle accuse di inadempienza: “I nostri avversari vorrebbero demolire una delle persone perbene che la politica italiana abbia avuto negli ultimi anni. Per questi detrattori, io sarei il responsabile numero uno di quello che non si è fatto in 28 anni”, lamenta, derubricando le accuse a “strumentalizzazioni“. “Quando tua nipote ti dice ‘nonno, ma io continuo a credere in te?’ questa è una domanda che non avrei mai voluto ricevere – racconta il ministro -. Faccio un’analisi comparativa fra l’attività politica e l’attività del navigante. Quando ti imbarchi non sai che mare trovi, puoi trovare il mare calmo o i marosi con i quali devi necessariamente combattere. L’importante è tenere ferma la rotta e non smarrire la serenità”.

‘Un’Europa, un mercato’: i leader Ue accelerano sulla competitività

(Photo credit: Palazzo Chigi)

Serve fare di più, aumentare gli investimenti, semplificare, ridurre la burocrazia e i costi dell’energia, per un’Europa più competitiva e capace di affrontare la concorrenza “sleale”, i dazi imposti dagli Usa e il nuovo ordine globale. Al castello di Alden Biesen, in Belgio, i leader dei 27 Paesi dell’Unione europea si sono seduti attorno a un tavolo, guidati da Mario Draghi ed Enrico Letta, pronti a definire un’agenda comune di interventi o, almeno, a provarci.

Il quadro di partenza non è dei migliori. Proprio l’ex premier Draghi, che a settembre 2024 aveva presentato il suo Rapporto sulla competitività, ai leader ha ricordato “il deterioramento del panorama economico” dopo la presentazione della sua relazione e “l’urgenza di affrontare tutte le questioni sollevate in quella sede”. Sul piatto i dossier più caldi: la necessità di ridurre le barriere nel Mercato Unico, la frammentazione dei mercati azionari e gli sforzi per mobilitare i risparmi europei, il costo dell’energia, la possibilità di una preferenza europea mirata in alcuni settori. E, ancora, “la possibilità di cooperazioni rafforzate per procedere più rapidamente in alcuni di questi argomenti, se necessario, come previsto dai trattati”. Una nuova ‘strigliata’ che sottolinea “l’urgenza” di agire.

Al vertice l’Italia è arrivata a braccetto con Berlino. Il motore italo-tedesco c’è, ha detto la premier Giorgia Meloni al termine del prevertice del mattino, ma non è “contro qualcuno”. Ecco allora che il presidente francese, Emmanuel Macron e il cancelliere tedesco Friedrich Merz si sono presentati insieme davanti alla stampa, come a voler fugare ogni dubbio sulla tenuta dei rapporti tra le due maggiori economie dell’Ue. “Siamo quasi sempre d’accordo“, ha ricordato Merz.

E al termine della giornata sono la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen e il presidente del Consiglio Ue, Antonio Costa, a riassumere decisioni, progetti e volontà. “Vorrei essere chiaro: nel 2026 l’Europa manterrà le promesse. Lo abbiamo fatto l’anno scorso in materia di difesa. Lo faremo quest’anno in materia di competitività”, ha detto Costa.

L’ambizione è ‘One Europe, one market’ “e vogliamo raggiungerlo entro la fine del 2027”, ha ricordato von der Leyen, che al prossimo Consiglio europeo di marzo presenterà una tabella di marcia che mostrerà “in modo molto dettagliato: cosa faremo, le tempistiche, gli obiettivi e un chiaro limite di tempo anche per la realizzazione. L’ambizione è che questo documento sia approvato e concordato non solo dalla Commissione, ma anche dai due colegislatori, ovvero il Consiglio europeo e il Parlamento”.

La prossima tappa è proprio il Consiglio di marzo, al quale i 27 dovranno arrivare con una scelta ben precisa, cioè la definizione dei settori di ‘preferenza’. sulla base di “una solida analisi economica”, ha detto von der Leyen. L’obiettivo è quello di avere dei “campioni europei” e di rafforzare la produzione e le imprese del Vecchio Continente. Ed ecco perché, entro aprile, saranno presentate “le linee guida sulle fusioni” che saranno seguite “dalla consultazione con gli Stati membri”.

La roadmap delineata dai vertici Ue prevede anche di portare a termine entro giugno “la fase 1 dell’Unione del Risparmio e degli Investimenti, che comprende l’integrazione del mercato, la vigilanza e la cartolarizzazione, entro giugno”. Se entro tale data non ci saranno progressi sufficienti, “valuteremo l’introduzione di una cooperazione rafforzata”, ha spiegato von der Leyen. “Il punto fondamentale è che dobbiamo passare da 27 a 1. L’unica risposta efficace a ciò che Trump sta facendo contro l’Europa è passare a un mercato unico”, ha commentato Enrico Letta al termine del vertice.

Prima del prossimo vertice dei leader, la Commissione intende inoltre presentare l’Industrial Accellerator Act’, il progetto di legge europea per permettere la creazione di imprese in tempi più rapidi, con regole uguali ovunque e riconosciute in ogni Stato membro dell’Ue. Sempre prima del 19 marzo “presenteremo il 28esimo regime”, il quadro normativo per poter fare impresa in modo digitale, ha detto la presidente von der Leyen.

Asse Roma-Berlino in Ue. Ma Macron gioca la carta del debito comune europeo

L’Italia gioca una partita cruciale negli equilibri interni all’Unione europea. Da un documento preparato a sei mani prende forma un asse che parte a Roma, raggiunge Berlino e arriva fino a Bruxelles, ma sponda governo belga. Di quello discuteranno Giorgia Meloni, Friedrich Merz e Bart De Wever, nel pre-vertice di domani al castello di Alden Biesen, prima di prendere parte, assieme agli altri capi di Stato e di governo Ue, al vertice informale voluto da Antonio Costa, cui parteciperanno anche Mario Draghi e Enrico Letta, autori dei due Report su cui da almeno un anno l’establishment continentale si interroga.

Con l’intensificarsi del braccio di ferro tra Usa e Cina, però, diventa urgente passare dalle parole ai fatti. Ecco perché Italia, Germania e Belgio provano il ‘sorpasso’ con un testo che ha alcuni capisaldi precisi: “Rafforzare la competitività dell’Europa in tutti i settori, concentrandosi sull’integrazione del mercato unico, sulla semplificazione normativa e sulla riduzione dei prezzi dell’energia, nonché su una politica commerciale ambiziosa”. Per essere più precisi, la proposta è: “Per ogni nuova norma se ne cancellino due”, spiega al question time della Camera il vicepremier, Antonio Tajani. L’obiettivo del documento, messo nero su bianco, è quello di “raggiungere un accordo in occasione del Consiglio europeo di marzo e inserire questa Agenda nelle conclusioni”.

A colpo d’occhio manca un nome in calce al documento, quello di Emmanuel Macron. Non è una scelta casuale. Il ritrovato slancio delle relazioni tra Meloni e Merz sta mettendo un po’ in secondo ordine lo storico asse franco-tedesco, sebbene sia presto per darlo per sepolto. Da Anversa, infatti, il presidente della Repubblica francese rilancia con il debito comune Ue, che è uno dei pallini della politica europea di Meloni, ma non del cancelliere tedesco.

Domani, dunque, ci saranno due linee parallele ma non distanti. Toccherà capire se intrecciabili o se si tratta di due rette. Da un lato Italia, Germania e Belgio che chiedono, tra le altre cose, “un 28esimo regime giuridico entro la fine dell’anno per superare la frammentazione dei sistemi nazionali e sostenere l’espansione delle imprese innovative”, oltre a “un’ulteriore semplificazione normativa, poiché gli oneri amministrativi eccessivi continuano a ostacolare l’espansione delle imprese, l’innovazione e la competitività”, in particolare nel pacchetto sull’automotive “la revisione del Cbam e la futura revisione dell’Ets dovranno concentrarsi sull’eliminazione di tutti gli oneri non necessari per l’industria e sulla piena applicazione del principio di neutralità tecnologica”. Allo stesso tempo “la rapida conclusione di accordi di libero scambio ambiziosi, negoziati più rapidi, accordi esclusivamente Ue e azioni decisive per contrastare le pratiche sleali e salvaguardare la parità di condizioni e i nostri interessi in materia di politica commerciale”. Dall’altro ci sarà la Francia, con un’idea ben precisa per competere contro le politiche di Donald Trump e quelle di Pechino: “Se vogliamo investire a sufficienza in difesa e sicurezza spaziale, tecnologie pulite, intelligenza artificiale e informatica quantistica e trasformare la nostra produttività e competitività, l’unica soluzione è emettere debito comune”.

Osservatori interessati sono gli industriali. Dall’Italia arriva, infatti, il monito di Confindustria: “In qualità di seconda potenza industriale ed esportatrice d’Europa, chiediamo all’Unione europea di sospendere temporaneamente il Sistema di Scambio delle Emissioni (ETS) per il settore manifatturiero, la produzione termoelettrica a gas, il trasporto marittimo, gli edifici e la mobilità”, dice il presidente, Emanuele Orsini. Spiegando che “in un contesto geopolitico profondamente cambiato, l’Ets, nella sua attuale configurazione, ha mostrato tutti i suoi limiti, trasformandosi da strumento di decarbonizzazione a veicolo di speculazione finanziaria”.

Maltempo, Meloni in Sicilia: “Dispiaciuta da polemiche per i 100 mln, al lavoro sul decreto”

Il sorvolo in elicottero sui luoghi della catastrofe in Sicilia, poi un sopralluogo a Niscemi, la città che crolla. Quindi, un vertice a Catania con il Ministro per la Protezione Civile Nello Musumeci, il presidente della Regione Sicilia, Renato Schifani, il Capo Dipartimento della Protezione Civile, Fabio Ciciliano, sindaci e prefetti di Catania, Messina e Siracusa. La premier Giorgia Meloni trascorre la giornata a fare il punto sugli strascichi del ciclone Harry e si confessa “dispiaciuta” dalle polemiche: “Abbiamo accompagnato lo stato d’emergenza con un primo stanziamento di 100 milioni di euro, devo dire che sono dispiaciuta per le polemiche, soprattutto qui in Sicilia. Nelle riunioni fatte con i presidenti prima dello stanziamento abbiamo ampiamente chiarito che si è trattato di un primissimo stanziamento emergenziale, per dare intanto un contributo immediato a cittadini e imprese”, scandisce durante il vertice di Catania.

La presidente del Consiglio ribadisce la “massima attenzione” del Governo per l’emergenza e ricorda che l’esecutivo sta lavorando alla definizione del decreto-legge di assegnazione delle risorse necessarie. A Niscemi, promette, non si verificherà quello che è successo con la frana del 1997, quando gli interventi arrivarono anni dopo: “Il Governo agirà velocemente con gli indennizzi”, dice al sindaco Massimiliano Conti e si impegna a fissare un nuovo incontro tra circa due settimane per prendere decisioni più dettagliate, alla luce delle necessarie informazioni.

La frana nel paese nisseno che ha portato all’evacuazione di 1500 persone è ancora attiva. La premier conferma l’impegno per assistere gli sfollati, a favore dei quali è stato già previsto un contributo per la sistemazione, per ripristinare la viabilità, la ripresa dell’attività scolastica e la funzionalità della rete di forniture di gas ed energia elettrica. A rendere complesso il quadro è l’impossibilità, finché la frana rimarrà attiva, di identificare con esattezza l’area su cui intervenire e stabilire di conseguenza le modalità di intervento.

Intanto con un ordine del giorno la Regione guidata da Renato Schifani vota (a scrutinio segreto) per utilizzare per l’emergenza i fondi destinati al Ponte sullo Stretto di Messina. La stessa proposta avanzata dal Pd: “Mettiamo questi fondi a servizio dei territori che stanno soffrendo. Chiediamo risorse, di sospendere i tributi per i cittadini colpiti, chiediamo pure di fare un grande piano di prevenzione del dissesto idrogeologico perché il nostro Paese è troppo fragile. Questo è l’effetto del cambiamento climatico, che rende più frequenti e intensi gli eventi estremi”, afferma la segretaria, Elly Schlein, in conferenza stampa. Il Movimento 5 Stelle invece stanzia un milione di euro dai tagli degli stipendi degli eletti “Noi possiamo agire come sempre abbiamo fatto”, spiega il leader, Giuseppe Conte. “Ovviamente la parte da leone la deve fare il governo con grande speditezza. I soldi ci sono e si possono prendere sicuramente da quel progetto faraonico del Ponte sullo Stretto, ricordiamo che in quei 13 miliardi ci sono anche i soldi dei fondi di coesione della Sicilia e della Calabria”.

Per Musumeci a Niscemi si è trattato di una sciagura “annunciata”. Che quel terreno fosse franoso “lo sapevano anche i bambini. Le esperienze passate purtroppo non hanno insegnato nulla”. E sui soldi del ponte: “Non sono iscritto al partito del Benaltrismo – replica a Schlein e Conte -. Il ponte è necessario, come le infrastrutture idriche. I soldi ci sono stati in passato, ma destinati altrove. Abbiamo costituito una struttura nazionale che si occupa solo di siccità”. La pioggia “è solo una concausa. Ma non la sola. La pianificazione urbanistica di quell’area non ha tenuto conto della fragilità del suolo. Troppa pressione antropica, lì non si doveva costruire”.

Passo indietro di Trump: niente dazi per la Groenlandia. Meloni: “Scelta positiva”

Un passo in avanti e due indietro. Dopo lo show sul palco di Davos, nella serata di mercoledì il presidente Usa, Donald Trump, prova a distendere i toni e sul suo social Truth annuncia la sospensione dei dazi – che avrebbero dovuto entrare in vigore il 1° febbraio – per i Paesi europei che hanno inviato truppe in Groenlandia. La decisione, dice, è stata presa “sulla base di un incontro molto produttivo che ho avuto con il segretario generale della Nato, Mark Rutte”, con il quale è stato definito “il quadro di un futuro accordo relativo alla Groenlandia e, di fatto, all’intera regione artica. Questa soluzione, se portata a termine, sarà ottima per gli Stati Uniti d’America e per tutti i paesi della Nato”. I dettagli di questo “quadro” non vengono esplicitati, ma lo stop alle nuove tariffe di ritorsione ha il merito di distendere la tensione.

“Accolgo con favore l’annuncio del presidente Trump di sospendere l’imposizione dei dazi prevista per il 1° febbraio nei confronti di alcuni Stati europei. Come l’Italia ha sempre sostenuto, è fondamentale continuare a favorire il dialogo tra nazioni alleate”, commenta in serata la premier Giorgia Meloni, che già durante la registrazione di ‘Porta a porta’ definisce “un errore” l’imposizione di nuove tariffe. L’invio di truppe, dice a Bruno Vespa, è stato visto da Washington “come un attacco nei confronti degli Usa. Io credo che invece fosse il tentativo di rispondere a un’esigenza che anche gli americani pongono ed è la ragione per la quale ho chiamato Donald Trump e gli ho detto ‘Credo che non sia un errore la previsione o la minaccia di aggiungere dazi a quelle nazioni che avevano fatto questa scelta’. Ma una parte di questi problemi è dovuta a un’assenza di comunicazione che bisogna ripristinare”.

E se la partita commerciale è ora a un punto fermo, resta da capire quanto ci sia di vero nel fiume di parole di Trump sul palco di Davos. Quasi un’ora e 20 minuti di discorso mescolando politica interna, difesa, energia, sicurezza nazionale, insulti più o meno velati agli altri Paesi. E, ancora dazi, Ucraina, Iran. Dal palco del World Economic Forum il tycon sembrava voler tirare dritto sulla Groenlandia. “Un blocco di ghiaccio”, così l’ha definito più volte, “molto vasto, poco sviluppato, quasi totalmente disabitato, quasi totalmente non difeso, in una posizione strategica tra Stati Uniti, Cina e Russia”, che solo gli Usa “sono capaci di mettere in sicurezza”. Nessun altro. Tanto meno la Danimarca, “un piccolo e bel Paese” che, però, “non ha mai fatto nulla”. La stessa premier Meloni considera “reale” il tema della sicurezza, ma “irrealistica” l’invasione militare da parte degli Stati Uniti.

La richiesta di Tump è comunque chiara: “Vogliamo la Groenlandia e se dite di no ce lo ricorderemo”, quindi servono “negoziati immediati” per l’acquisizione dell’isola. Il repubblicano ha chiesto proprio “un atto di proprietà” perché “legalmente non è difendibile adesso e poi dal punto di vista psicologico è importante avere un accordo, un titolo di proprietà”. Nella sua visione, l’annessione – di fatto – della Groenlandia può diventare “positiva, un driver per l’economia” non solo per gli stessi Usa, ma anche per l’Europa e questo, assicura, “non sarà mai una minaccia alla Nato”. Alleanza verso cui, però, avanza più di una stoccata. “Non ha mai fatto niente per noi – dice Trump – noi ci siamo stati e ci saremo al 100 ma non so se la Nato ci sarà per noi, è una sorta di sveglia”.

Poi, con un numero di giocoleria dialettica, il monito: “Non abbiamo mai chiesto niente e non abbiamo mai avuto niente a meno che io non decida di utilizzare una forza eccessiva, ma sarebbe inarrestabile, e io non lo farò”.

Nuove rotte e ricerca, Italia lancia piano Artico. Meloni: Ue e Nato colgano opportunità

Non più solo una frontiera geografica distante e remota ma un quadrante fondamentale e nevralgico del Pianeta in cui si giocano i futuri equilibri della sicurezza globale, dell’energia e del commercio marittimo.

Con queste premesse il governo ha presentato oggi a Villa Madama il documento strategico ‘La Politica Artica Italiana’, una roadmap tricolore per avvicinarsi ad una regione in rapidissima trasformazione. All’evento hanno partecipato tre ministri (Esteri, Difesa, Ricerca), come a sottolineare la trasversalità di una sfida che unisce diplomazia, forze armate e scienza. Pur non essendo un Paese artico, infatti, l’Italia rivendica il proprio ruolo di partner strategico, mossa dalla necessità di tutelare i propri interessi nazionali.

La strategia prevede infatti il monitoraggio dell’inquinamento globale e dell‘impatto dello scioglimento dei ghiacci sul livello dei mari, il consolidamento del ruolo italiano come “osservatore permanente” nel Consiglio Artico, supporto alle imprese italiane nei settori della sensoristica, della navigazione satellitare e delle infrastrutture resilienti.

Anche la premier Giorgia Meloni, in un messaggio letto ad inizio evento, ha voluto delineare la strategia italiana: “Siamo convinti che l’Artico debba essere sempre una priorità dell’Ue e della Nato e che l’alleanza atlantica debba cogliere l’opportunità di sviluppare nella regione una presenza coordinata e capace di prevenire tensioni e rispondere alle ingerenza di altri attori”. Per queste ragione l’Italia intende “preservare l’Artico come area di pace, cooperazione e prosperità”. La nuova strategia italiana per l’Artico mira proprio “a rafforzare il ruolo dell’Italia come partner affidabile, capace di promuovere cooperazione, sostenibilità e innovazione”.

Il vicepremier e Ministro degli Esteri Antonio Tajani, padrone di casa a Villa Madama, ha annunciato poi un’iniziativa concreta, ovvero una prossima missione imprenditoriale italiana nell’area: “Stiamo preparando insieme alla nostra ambasciata a Copenaghen una missione imprenditoriale dedicata al tema Artico. Siamo osservatori del Consiglio Artico ma siamo anche parte attiva, vuol dire lavorare in maniera costruttiva a livello industriale”.

Anche per il ministro della Difesa, Guido Crosetto, l’Artico “è destinato a diventare una delle aree più strategiche del pianeta nei prossimi anni, soprattutto sul piano della sicurezza e della competizione geopolitica”. Per questo motivo servono regole “che non creino altre fratture, in un mondo che ne ha già troppe“. Il pericolo numero uno resta la Russia, “con gran parte delle sue risorse che saranno spostate nell’Artico” al termine del conflitto in Ucraina. Anche perché il “cambiamento climatico creerà in Artico linee di comunicazione nuove”, come la Northern Sea Route, “che incideranno sul 40-50% dei passaggi a Suez“. Crosetto rifiuta quindi contributi simbolici. “Quindici soldati in Groenlandia sono una gita”, spiega invocando una partecipazione strutturata comandata dalla Nato.

Investire sull’Artico non vuol dire cominciare da zero, aggiunge la ministra dell’Università e della Ricerca, Anna Maria Bernini.La nostra strategia – ricorda – mette insieme opportunità ed esperienze sedimentate nel tempo. Abbiamo iniziato a investire cinquant’anni fa con capitale umano e infrastrutture”. A testimonianza del ruolo italiano, inoltre, Il 3-4 marzo il mondo Artico verrà nel nostro Paese per l’Arctic Circle Forum Polar Dialogue. “Riuniremo rappresentanti governativi, imprenditori e ricercatori per parlare di questa regione”, assicura la ministra.

Da domani missione di Meloni in Oman, Giappone e Corea del Sud

Giorgia Meloni si prepara a partire per una missione che attraverserà l’Asia e toccherà l‘Oman, il Giappone, la Corea del Sud.

Prima tappa il Sultanato dove domani, 14 gennaio, la premier sarà rivedrà Haitham bin Tariq Al Said a poco più di un mese, dopo l’ultimo bilaterale di Manama il 3 dicembre, in occasione del Vertice del Consiglio di Cooperazione del Golfo, ospiti del Re del Bahrein. Dialogo politico ed economico al centro e cooperazione bilaterale in campo di difesa, giustizia, cultura, istruzione, ricerca, sport e politiche sociali. Senza trascurare i nodi regionali, a cominciare dalla situazione in Medio Oriente, in Yemen e Iran.

Quindi, la presidente del Consiglio volerà a Tokyo, dove il 16 gennaio è previsto un incontro bilaterale con la premier Sanae Takaichi, prima donna nella storia a guidare il governo nipponico. Si tratta della terza missione di Meloni in Giappone e la prima visita di un capo di governo europeo dall’insediamento di Takaichi, avvenuto a ottobre scorso. Le due premier si sono però già incontrate a novembre scorso a Johannesburg, in occasione del G20. Nel 2026 si celebra il 160° anniversario dei rapporti diplomatici tra Italia e Giappone: dialogo politico e cooperazione economica, industriale e tecnologica saranno il focus dell’incontro.

Il Giappone è il terzo partner commerciale italiano in Asia. Tra gennaio e ottobre 2025, il commercio bilaterale è stato pari a 10,4 miliardi, con esportazioni in crescita a 7 miliardi (+2,6%), trainato dai beni di consumo di alta gamma. In crescita anche la presenza imprenditoriale italiana in Giappone, con circa 170 aziende attive soprattutto nei settori della moda, del lusso e della meccanica di precisione. La visita arriva a poche settimane dalla conclusione dell’Expo Universale di Osaka 2025, nell’ambito del quale il Padiglione Italia ha riscosso grande successo di visitatori e di pubblico, ottenendo anche il Premio più prestigioso del BIE. All’orizzonte, c’è anche una Dichiarazione congiunta che eleva i rapporti bilaterali tra Italia e Giappone al livello di Partenariato Strategico Speciale e contiene una serie di impegni concreti per accelerare l’attuazione del Piano d’Azione Italia-Giappone 2024-2027. Una scelta in continuità con il rilancio delle relazioni bilaterali portato avanti negli ultimi anni tra Roma e Tokyo: nel 2023, infatti, Meloni e Fumio Kishida avevano elevato i rapporti tra le Nazioni a Parteneriato Strategico. Imprescindibile sarà affrontare le principali questioni di politica estera: la sicurezza e la stabilità dell’Indo-Pacifico, la guerra in Ucraina, il Medio Oriente, la cooperazione in Africa (dove Italia e Giappone hanno messo in pratica due modelli di sviluppo che definiscono “inclusivi e su base paritaria”, Roma con il Piano Mattei e Tokyo con l’iniziativa Ticad).

Sabato 17 gennaio la prima ministra incontrerà nell’ambasciata italiana i vertici delle principali aziende giapponesi: gruppi economici e industriali, che complessivamente hanno un fatturato di oltre mille miliardi di euro e con i quali la premier avrà uno scambio di vedute per incoraggiare nuovi partenariati industriali e ulteriori investimenti in Italia.

Il 19 gennaio, Meloni sarà a Seul, dove sarà ricevuta dal Presidente della Repubblica di Corea, Lee Jae-myung. Anche in questo caso si tratta della prima visita di un leader europeo dall’insediamento del Presidente Lee, ma anche la prima missione bilaterale di un presidente del Consiglio italiano negli ultimi 19 anni. L’incontro — il secondo dopo il colloquio tenutosi a New York nel settembre scorso a margine dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite — sarà incentrato, oltre che sui rapporti politici, economici, industriali e culturali tra Italia e Corea del Sud, anche sulla situazione in Asia orientale. Al termine dell’incontro, Meloni e Lee assisteranno alla firma di una serie di intese, tra cui un accordo volto a potenziare la cooperazione industriale in materia di semiconduttori; un memorandum d’intesa sulla prevenzione e gestione dei disastri naturali, nel quale la Protezione Civile italiana condividerà parte della propria esperienza operativa; e un accordo relativo alla tutela del patrimonio culturale. La Corea è il quarto partner commerciale italiano in Asia, ma a livello pro capite Seul è il primo mercato asiatico per l’export italiano. Significativa la presenza imprenditoriale italiana, con circa 120 aziende che operano nei settori dell’industria manifatturiera, trasporti, logistica e commercio, con un fatturato complessivo di 3,2 miliardi di euro. Anche in questo caso, sarà adottata una Dichiarazione congiunta per individuare le priorità strategiche e dare impulso alla cooperazione bilaterale, con l’obiettivo di rafforzare gli scambi commerciali, accrescere gli investimenti reciproci e promuovere partenariati industriali nei settori ad alta tecnologia, in particolare nei comparti delle tecnologie avanzate e dei semiconduttori.