Tra luci e ombre l’ultimo atto del Parlamento Ue è sul Green Deal

Il Parlamento europeo il 25 aprile saluta baracca e burattini dopo cinque anni di lavoro non proprio facili. Al netto degli errori che sono stati commessi, va dato atto a Ursula von der Leyen a Roberta Metsola (e prima di lei al compianto David Sassoli) e a Charles Michel di essere incappati nel periodo peggiore degli ultimi decenni: una pandemia, due guerre e mezza non sono poca roba da gestire e, soprattutto, sono ostacoli lungo la via di una ricostruzione dell’Europa.

Si poteva fare meglio? Sì. Si poteva fare peggio? Anche. L’accusa che viene rivolta con maggiore insistenza a Commissione e Parlamento è di aver radicalizzato la lotta al cambiamento climatico e il contrasto al riscaldamento del pianeta. Il Green Deal, partito da presupposti nobilissimi, è andato in crisi quando è diventato la summa di provvedimenti estremi, poco in linea con la realtà di un’economia in crisi. Fatto salvo il concetto che la transizione ecologica è ineludibile, accettata la conseguenza che abbia costi molto alti da sostenere, il tutto si è inceppato quando da Frans Timmermans in giù è diventata una questione ideologica. E si è acceso lo scontro con governi e aziende: l’auto elettrica, le case green, il packaging, fino alla nuova Pac sono diventati motivi di scontro e non più di confronto. La marcia dei trattori su Bruxelles è un po’ il simbolo di un disagio latente, che ha finito per coinvolgere la pancia del popolo.

Uno studio di Copernicus racconta che l’Europa si è ‘inquinata’ più degli altri continenti. Persino più di Cina e India, che non sono proprio sensibilissime sull’argomento: e le varie Cop di questi anni ne sono la prova provata. Sarà per questo che gli ultimi atti dell’attuale Parlamento Ue saranno dedicati alla votazioni di quattro provvedimenti legati al Green Deal, per fare in modo che chi subentrerà ( o continuerà) dopo le elezioni dell’8-9 giugno abbia una base dalla quale partire. Si tratta del regolamento Ecodesign (Espr) e delle direttive Corporate social due diligence (Csddd), Ambient air quality and cleaner air for Europe e Packaging and packaging waste. Vedremo cosa ne uscirà, nella speranza che a vincere sia sempre il buonsenso.

Ue, Procaccini (Fdi): “Indipendenza politica strettamente legata a transizione ecologica”

Sul Green Deal “ci vuole il contrario di quello che è stato fatto. Non è semplice, mi rendo conto. Mi rendo altresì conto che l’obiettivo sia certamente quello. Credo che si debba prendere coscienza del fatto che c’è anche un tema di indipendenza politica che è strettamente collegato alla transizione ecologica. Attenzione, perché la transizione ecologica se la facciamo soltanto noi e non siamo in grado di condizionare gli altri, rischiamo di avere risultati velleitari in termini di protezione dell’ambiente e nello stesso tempo rischiamo di condizionare pesantemente non soltanto la produzione economica, ma anche le ricadute sociali e le ricadute sull’ambiente stesso”. Così Nicola Procaccini, presidente del gruppo dei Conservatori riformisti europei e responsabile del dipartimento Ambiente e energia di Fratelli d’Italia, durante #GeaTalk.

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Procaccini: “Serve una nuova Europa. Draghi? Meglio presidente del Consiglio”

Io ho la sensazione che saranno le elezioni europee più partecipate di sempre”. Nicola Procaccini, presidente dei Conservatori e Riformisti europei, responsabile del dipartimento Ambiente ed energia di Fratelli d’Italia, motiva la sua convinzione con una ragione di “politica domestica, perché si tratta di una sorta di tagliando per il governo” e una di natura “contenutistica, perché c’è sempre più una presa di coscienza di quanto possano contare le decisioni di Bruxelles sulle nostre vite”. Fatta questa premessa, Procaccini – ospite di GeaTalk, il format video di GEA, – smonta nella sua veste di eurodeputato quanto è stato fatto nell’ultimo quinquennio, pur riconoscendo l’impatto tremendo della pandemia e di due guerre: “Sicuramente non mancano le giustificazioni ma il giudizio resta critico proprio per la gestione di queste guerre e per il Green Deal, condizionato da un furore ideologico che si è rivelato dannoso”. L’esempio è quello delle materie prime per la transizione energetica, ma anche della gestione dei migranti: “Se ci fosse stato un po’ più di realismo, un po’ più di pragmatismo nei lavori della Commissione europea in questi cinque anni, diversi problemi che oggi abbiamo di fronte sarebbero meno paurosi e meno gravi di quanto lo siano”.

Bocciata quindi Ursula von der Leyen, che però è in sintonia con la premier Giorgia Meloni, il futuro potrebbe esse Mario Draghi. Il nome è molto in voga in queste settimane anche se pare raccolga consensi unanimi in Italia: “Non è stato detto che siamo contrari, è stato detto che al momento è prematuro parlarne e che al netto dell’autorevolezza di Draghi bisogna vedere quale sarà il ruolo. Perché ci sono ruoli più o meno politici”, il distinguo di Procaccini. Che si concretizza in una poltrona diversa da quella immaginata di successore di von der Leyen: “La mia sensazione è che la sua figura sia più collocabile nel Consiglio europeo che non nella Commissione europea, francamente non riesco a pensarlo in quel ruolo”.

Il 10 giugno l’Europa potrebbe avere connotazioni profondamente diverse da oggi. “Il mio pensiero desideroso è chiaramente che si sposti un po’ più a destra il punto di equilibrio, che si possa tornare all’Europa confederale che era stata immaginata quando è nata l’Unione Europea – confessa l’esponente di FdI -. Quindi tutto il contrario del super Stato federalista che invece altri sostengono legittimamente. Noi questo non lo condividiamo e quindi speriamo che possa emergere una una posizione politica che torni a essere quella di un’alleanza di nazioni. Che fanno poche cose insieme, ma serie e importanti”. Il traino è quello della presidente del Consiglio: “Giorgia Meloni è probabilmente l’unica capace di parlare con tutti al Consiglio Europeo, perché non ha la puzza sotto il naso che hanno altri, non dà le patenti ai governi democraticamente eletti, ragiona con tutti in maniera serena, aperta e paritaria e questo le consente sicuramente di avere una influenza certificata anche oggi dal Time, che la la definisce una delle persone più più influenti del pianeta”.

Sul tema ‘verde’ e sulla gestione economica di questo passaggio ormai ineludibile, Procaccini calca la mano, per il futuro ci vuole “il contrario di quanto è stato fatto” e sottolinea che “se la transizione ecologica la facciamo soltanto noi e non siamo in grado di condizionare gli altri, rischiamo di avere risultati velleitari in termini di protezione dell’ambiente e nello stesso tempo rischiamo di condizionare pesantemente non soltanto la produzione economica, ma anche le ricadute sociali e le ricadute sull’ambiente stesso”. Per le case green auspica “buon senso” e lo motiva, l’eurodeputato di Fratelli d’Italia: “Sono obiettivi così utopistici che lasciano un po’ il tempo che trovano. Noi portiamo – e chissà per quanti anni porteremo – sulla pelle i segni del Superbonus 110% che ci ha consentito di ristrutturare e quindi rendere più performanti in termini energetici meno del 10% del numero di abitazioni che si dovrebbe adeguare secondo la Direttiva Case Green. Questo l’abbiamo fatto ad un costo che graverà sui nostri figli e sui figli dei nostri figli”. Più o meno è lo stesso disagio creato dalla nuova Pac, che ha provocato la protesta dei trattori e ha messo a ferro e fuoco Bruxelles: “Da questo radicalismo ideologico di cui Timmermans è stato forse il massimo rappresentante ne sono derivate regolamenti e direttive che più o meno con cadenza trimestrale-quadrimestrale avevano come obiettivo quello di colpire i lavoratori della natura, quindi agricoltori, allevatori, pescatori. È un atroce paradosso”, denuncia Procaccini.

Paradossale, dice, è anche quanto successo alla National Conservative Conference, fermata a Bruxelles da un intervento della polizia. “E’ stata una scena surreale“, confessa Procaccini. “E’ arrivata la polizia ha cercato di sgomberare una sala dove c’erano peraltro cardinali, intellettuali. Questo racconta di un clima bruttarello che spero non non degeneri ulteriormente perché anche in Italia ci sono più o meno quelle stesse sensazioni. Mi riferisco agli scontri all’università, che ci sia un estremismo a sinistra che stia sempre più montando e secondo me dovrebbe preoccuparci“.

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Bruxelles accende i riflettori sul Superbonus

Bruxelles accende i riflettori sul Superbonus.

Se da una parte il ministro dell’Economia Giorgetti è impegnato ad affrontare le sfide che il vasto investimento sulla misura ha prodotto, creando una sorta di ‘voragine’ finanziaria, con la conseguente scelta di eliminare ogni forma di sconto in fattura e cessione del credito (seguita da un dietrofront per avere dimenticato di esonerare le zone colpite dai terremoti), dall’altra l’Europa ha deciso di intervenire avviando una serie di controlli, coinvolgendo ben quattro istituzioni comunitarie: Corte dei Conti UE, Procura UE, Direzione Generale Affari Economici e finanziari della Commissione UE e l’ufficio UE per la lotta antifrode.

“Le Istituzioni europee, insieme a Guardia di Finanza, Enea, Ministero dell’Ambiente e Ragioneria Generale dello Stato – sostiene Rosa Santoriello, consigliera d’amministrazione della Cassa dei ragionieri e degli esperti contabili – stanno avviando un rigoroso piano di controllo sul Superbonus 110% italiano, concentrato sulle spese e sui risultati ottenuti attraverso ispezioni dirette su quasi 60mila cantieri”.

La Commissione europea con il nuovo decreto PNRR, ha deciso di far luce sui 14 miliardi stanziati dall’Enea per l’efficientamento energetico e sui 4 miliardi del Fondo complementare. Controlli finalizzati a garantire la trasparenza e l’efficace impiego dei finanziamenti.

“Il PNRR prevede di finanziare interventi di efficientamento energetico – conclude Santoriello – su edifici residenziali per un totale di 13,9 miliardi di euro, con l’obiettivo di ristrutturare e riqualificare energeticamente 35,8 milioni di metri quadrati entro la fine del 2025”.

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Il Parlamento Ue approva le riforme del mercato elettrico e del gas

Un voto a larghissima maggioranza, che sancisce il via libera definitivo del Parlamento Europeo a un pacchetto di riforme cruciali per il futuro energetico a medio e lungo termine dell’Unione Europea. Gli eurodeputati hanno approvato in sessione plenaria quattro file del pacchetto per la riforma del mercato elettrico e dell’energia (ciascuno con oltre 400 voti a favore), confermando le intese raggiunte a dicembre 2023 con il Consiglio dell’Ue sul mercato elettrico e sulla decarbonizzazione del mercato del gas. Ora si attende solo il timbro finale dei 27 governi Ue, prima dell’entrata in vigore di tutta la legislazione.

L’elemento centrale della riforma del mercato elettrico è l’introduzione di strumenti di finanziamento per le energie rinnovabili e a zero emissioni di carbonio, compreso il nucleare, rendendo i prezzi dell’elettricità meno dipendenti dalla volatilità di quelli dei combustibili fossili. Il sostegno pubblico diretto alla produzione di energia elettrica rinnovabile (eolica, solare, idroelettrica senza serbatorio, geotermica) e da nucleare avverrà attraverso un contratto per differenza a due vie, in cui ai produttori viene pagato un prezzo di esercizio fisso per la loro elettricità, indipendentemente dal prezzo nei mercati dell’energia a breve termine. Il Consiglio avrà il potere di dichiarare una crisi dei prezzi (su proposta della Commissione), in base al prezzo medio dell’elettricità all’ingrosso o a un forte aumento dei prezzi al dettaglio dell’elettricità: in caso di crisi i prezzi possono essere fissati fino al 70 per cento del consumo di elettricità per le piccole e medie imprese e fino all’80 per cento per le famiglie.

Sui meccanismi di capacità (strumenti di incentivi alla generazione a disposizione degli Stati membri per contrastare potenziali carenze di elettricità) gli Stati membri possono sostenere finanziariamente le strutture per la fornitura di capacità, trasformandoli da una soluzione di emergenza a una componente strutturale dell’approvvigionamento energetico. Rimane fino alla fine del 2028 l’eccezione del finanziamento alle centrali elettriche a carbone o a gas già in funzione che emettono emissioni superiori allo standard di emissione (più di 550 g di CO2 per KWh). Sul fronte dei consumatori, ci sarà libera scelta di stipulare contratti a prezzo fisso (con durata minima di un anno) o contratti a prezzo flessibile, e soprattutto viene introdotto il divieto di interruzione della corrente per le persone colpite dalla povertà energetica.

Per quanto riguarda la decarbonizzazione del mercato del gas, il punto centrale riguarda la creazione di un modello di mercato per l’idrogeno in Europa con regole per l’accesso alle infrastrutture, la separazione della produzione e delle attività di trasporto e la fissazione delle tariffe. È prevista a partire da quest’anno – ma pienamente operativa dal 2027 – una nuova entità europea indipendente che riunirà gli operatori delle reti a idrogeno (Ennoh) accanto alle altre due strutture esistenti per il gas (Entsog) e l’elettricità (Entsoe). Diventerà permanente, ma su base volontaria, il meccanismo di acquisti congiunti di gas introdotto durante la crisi energetica, mentre l’idrogeno sarà incluso sotto forma di progetto pilota quinquennale per riunire la domanda e l’offerta e per garantire trasparenza di mercato nell’ambito della Banca europea dell’idrogeno.

È il 2049 la data per lo stop ai contratti a lungo termine per il gas fossile non abbattuto, ovvero le cui emissioni di gas serra non sono state lavorate per essere eliminate attraverso tecnologie di cattura e stoccaggio del carbonio, in vista degli obiettivi di emissioni nette zero emissioni nell’Ue alla metà del secolo. Resta la possibilità di contratti fornitura a breve termine (inferiori a un anno) perché sono considerati importanti per la sicurezza dell’approvvigionamento e per ragioni di liquidità del mercato. In linea con l’obiettivo di ridurre la dipendenza dai combustibili fossili russi, sarà introdotto un meccanismo che consente agli Stati membri di limitare le offerte anticipate per la capacità di accesso alla rete e ai terminali per il gas naturale e il Gnl provenienti da Russia e Bielorussia.

Gentiloni

Sostenibilità, Gentiloni: Non riportare indietro transizione, in gioco competitività

“Proseguire a pieno ritmo con la transizione verde e non riportarla indietro come alcuni suggeriscono”. Paolo Gentiloni detta la linea, e cerca di rimodellare una campagna elettorale costruita attorno alle elezioni europee che fin qui ha visto da più parti rimettere in discussione quel Green Deal, o quanto meno alcune sue componenti, mai così indispensabili. Il commissario per l’Economia evita scontri frontali contro specifichi gruppi, né tira in ballo partiti, anche se il riferimento è mirato.

Al Delphi Economic Forum il commissario per l’Economia ricorda quanto ci sia in gioco per l’Unione europea e i suoi Stati membri, Italia compresa. Dopo lo scoppio della guerra russo-ucraina e lo shock energetico che ne è derivato “siamo riusciti a dissociarci ampiamente dal gas russo ed evitare una recessione a livello dell’Ue”, rivendica Gentiloni. Tuttavia questi eventi “hanno avuto il loro prezzo” da pagare in termini di rallentamento. “Nel 2023 la crescita è stata pari solo allo 0,4% ed è diventata negativa in 11 Stati membri”. Le ultime previsioni economiche della Commissione europea indicano che la crescita “riprenda moderatamente nella seconda metà di quest’anno e acceleri leggermente nel 2025, anche se – ammette Gentiloni – parliamo di cifre relativamente modeste: 0,8% nel 2024 e 1,5% nel 2025 per l’area euro”.

Da qui considerazione e conclusione che per Gentiloni sono le logiche conseguenze di un contesto ammantato da “punti interrogativi” per la competitività dell’Europa. Se si guarda all’industria, “il problema oggi è che il nostro settore continua a pagare in media tre volte di più per l’elettricità rispetto agli Stati Uniti”. A parità di prodotto e di quantità vuol dire costi di produzione più bassi e margini di guadagno più alto, con l’Europa che rispetto al concorrente d’oltre oceano ha tutto da perdere. “L ’unica soluzione è proseguire a pieno ritmo con la transizione verde e non riportarla indietro come alcuni suggeriscono”, insiste Gentiloni . Che paventa scenari di delocalizzazione che non gioverebbero all’Unione europea. “Se non affrontiamo il costo dell’energia le nostre aziende non aspetteranno”.

Un messaggio chiaro per la politica, a cui ricorda che la via dei combustibili fossili è preclusa perché la transizione è già stata impostata. Tornare indietro rischia di essere l’opzione più costosa. L’imperativo, oggi più che mai, è “ridurre la dipendenza dai combustibili fossili, e aumentare la diffusione delle energie rinnovabili”. Un suggerimento per quanti impegnati in campagna elettorale.

Agroalimentare, Lollobrigida: “Servono controlli serrati e omogenei in tutta Europa”

“Fanno bene amici della Coldiretti a manifestare, perché chiedono la stessa cosa che abbiamo proposto noi in Europa: una condivisione dei controlli tra forze dell’ordine europee”. Lo dice il ministro dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste, Francesco Lollobrigida, a margine della presentazione del Report 2023 delle attività del Dipartimento dell’Ispettorato centrale della tutela della qualità e repressione frodi dei prodotti agroalimentari (Icqrf) del Masaf. “Noi possiamo fare i controlli, e li facciamo bene, all’interno della filiera nazionale, dai porti agli accessi – spiega -. Ma è evidente che esistono distorsioni nel mercato Ue. A volte riusciamo ad evitare che entrino merci da Paesi terzi ri-etichettate come italiane ed europee e questo deve avvenire anche nel resto d’Europa. Perché se non accade” il rischio è che entrino “in un porto del nord Europa merci non etichettate proveniente dall’Africa che vengono poi etichettate come unionali e così arrivano come se fossero state prodotte nel nostro Paese. Il controllo deve essere serrato e omogeneo”.

Trilaterale Italia-Francia-Germania, Urso: “Passare a un’economia Ue dei produttori”

Sostegno mirato alle imprese, soprattutto Pmi, meno burocrazia e più competitività per non perdere la sfida con Cina e Usa. Dalla nuova riunione trilaterale Italia-Francia-Germania si delinea in maniera ancora più definita l’idea di politica industriale per l’Europa post elezioni. A Parigi i tre ministri che nei rispettivi governi gestiscono la delega rinforzano la partnership e concordano sulla necessità di andare avanti con la doppia transizione, ecologica e digitale, seppur con meno vincoli rispetto al Green Deal originario, e sulla “necessità di un’azione urgente per sbloccare il potenziale tecnologico e innovativo delle imprese europee“. Noi “non vorremo che l’Europa, da continente della tecnologia e dello sviluppo diventasse un museo all’aria aperta“, spiega il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, al termine dell’incontro. Sottolineando che occorre “passare da un’economia dei consumatori a un’economia dei produttori“, perché “in questi anni abbiamo sviluppato e incentivato i consumi e questo è andato sempre più questo a beneficio dei prodotti e delle imprese di altri continenti, che non rispondono alle nostre stesse regole in termini di standard ambientali e sociali, quindi spesso anche attraverso concorrenza sleale“.

Ben venga, dunque, anche la proposta del ministro dell’Economia, delle Finanze e della Sovranità industriale e digitale della Francia, Bruno Le Maire: una sorta di ‘preferenza’ alle imprese continentali negli appalti Ue. Anche se non è l’unica soluzione che incontra il favore dell’Italia: “Abbiamo detto con chiarezza ai nostri colleghi che condividiamo tutte quelle misure che possono consentire di passare dall’Europa dei consumatori all’Europa dei produttori. Quindi, a una politica industriale che tuteli, rafforzi e rilanci il sistema delle imprese europee“, spiega ancora Urso. Aggiungendo che “questo lo si può fare con misure come quella proposta da Le Maire, ma anche con il nuovo focus della Commissione Ue per accertare se c’è concorrenza sleale e dumping nella vendita di macchine elettriche cinesi” o “con i criteri di qualità, come stiamo facendo noi in Italia, sugli incentivi pubblici per realizzare impianti fotovoltaici ai fini dell’autoconsumo”. Dunque, “da questo punto di vista il governo è neutrale sugli strumenti da utilizzare, ma ben consapevole di quale sia la rotta da determinare per il continente europeo“.

Il ministro federale tedesco dell’economia e dell’azione per il clima, Robert Habeck, parla di “tecnologie innovative, come le biotecnologie e le tecnologie verdi nell’industria eolica, solare e di trasformazione, che sono fondamentali per la crescita economica. La neutralità climatica e la nostra sovranità tecnologica nel prossimo futuro e necessitano quindi di un ambiente favorevole agli investimenti – sottolinea -. Il nostro scambio ha anche sottolineato la necessità di maggiori sinergie europee nelle nostre industrie della difesa, che a mio avviso è fondamentale“.

Tra le soluzioni studiate al vertice di Parigi c’è quella sulla semplificazione e accelerazione delle autorizzazioni e l’accesso ai programmi di finanziamento europei e agli aiuti di Stato, in particolare per le pmi, eliminando le sovrapposizioni normative e riducendo gli obblighi di rendicontazione “ben oltre l’obiettivo della Commissione Ue del 25%. O ancora “incrementare gli investimenti pubblici e privati per rafforzare l’innovazione, la produttività e la competitività” e portare a compimento, con successo, la doppia transizione. Con un “sostegno mirato alle imprese dei settori industriali più strategici“. In questo senso, dunque, vanno rafforzati i finanziamenti dell’Ue per i beni pubblici europei e le infrastrutture e coinvolgendo maggiormente la Banca europea per gli investimenti. Ma serve anche un “ampio mix di nuove risorse proprie“, con un’Unione europea capace di “finanziare progetti tecnologici di innovazione, in particolare per le tecnologie pulite e net zero, l’intelligenza artificiale dai chip alla capacità di calcolo e ai modelli di grandi dimensioni, i semiconduttori e la cybersicurezza“.

Altro punto rilevante, messo nero su bianco nella dichiarazione congiunta finale, riguarda la necessità di “applicare meglio, approfondire e rafforzare il mercato unico per sfruttare appieno i vantaggi dell’integrazione economica europea, garantendo regole comuni e una forte supervisione, nonché l’applicazione delle norme, in particolare per i prodotti importati“. L’obiettivo, infatti, è “garantire una concorrenza efficace nel mercato unico e affrontare adeguatamente i problemi strutturali della concorrenza nel contesto globale, in particolare nei settori che hanno una dimensione internazionale e sono di grande importanza per l’economia generale dell’Ue“. Urso, Le Maire e Habeck, infine, auspicano “un controllo efficace delle fusioni che impedisca le ‘acquisizioni killer’ con certezza giuridica e chiedono un’attuazione e un monitoraggio approfonditi della legge sui mercati digitali“.

 

Photo credit: account X Adolfo Urso

Studio del parlamento Ue: “A fine 2023 l’Italia ha speso il 22% delle risorse del Pnrr. Bisogna accelerare”

Ritardi nell’attuazione e adesso anche frodi ai danni dell’Unione europea. Il Piano nazionale per la ripresa (Pnrr) per l’Italia si fa in salita, e il governo dovrà tenere la barra a dritta. Da una parte, una mole di denaro importante, senza precedenti, da utilizzare in tempi stretti e a ritmi serrati; dall’altra, la gola che tutto questo tesoro da 194,4 miliardi di euro tra garanzie (68 miliardi) e prestiti (126,4 miliardi) può fare ai malintenzionati. In questo momento il Paese sembra soffrire dei entrambi i mali. Il primo lo certifica il centro studi del Parlamento europeo, con un documento che avverte delle criticità attuative. Il secondo lo ufficializza la procura europea, nella maxi-operazione che ha portato all’arresto di 22 persone tra Italia, Austria, Romania e Slovacchia, per presunte frodi da 600 milioni di euro a danni del Pnrr italiano.

Nel suo programma di riforme l’Italia, allora a guida Mario Draghi, ha voluto gettare il cuore oltre l’ostacolo e impegnarsi per più di quelli che l’Ue richiede in materia di doppia transizione: 75,9 miliardi per la parte ‘green’ e 47,1 miliardi per quella innovativa. Spese, rispettivamente, per il 39% e il 24,2% del totale del piano, al di là degli obiettivi minimi comuni (37% e 20%). In questo libro dei sogni irrompe, però, la realtà, fatta di ritardi. Agli esperti del Parlamento europeo risulta che l’Italia, alla fine del 2023, aveva speso 43 miliardi di euro, ovvero il 22% delle risorse dell’Ue disponibili per il suo Piano “il che suggerisce l’importanza del periodo fino all’agosto 2026 per la piena attuazione, anche delle sue misure di investimento”. Dovrà essere il governo ad agire, in fretta e a livello centrale.

Nell’attuazione del Pnrr e il pieno utilizzo dei fondi del Recovery Fund sembra pesare, in negativo, la capacità della pubblica amministrazione. “Nel contesto di un’amministrazione pubblica ancora percepita come meno efficiente rispetto alla maggior parte dei paesi Ocse, l’attuazione dei progetti correlati è stata considerata in ritardo rispetto ai tempi previsti”. Secondo gli autori dello studio, “ponendo una maggiore attenzione ai progetti di grandi dimensioni e gestiti a livello centrale, si prevede che la revisione del Pnrr del 2023 aumenterà la probabilità di una piena attuazione”.

Ma occorrerà anche aumentare i controlli. Perché 600 milioni di euro di fondi non rimborsabili sarebbero finiti dove non dovevano, in mano a imprese fittizie e progetti di facciata. Un totale di 22 persone sono state arrestate al termine della maxi-operazione condotta in Italia, Austria, Romania e Slovenia. Un gruppo criminale sostenuto da una rete di commercialisti, fornitori di servizi e notai che avrebbero falsato gare e bandi. Otto sospettati sono stati posti in custodia cautelare, mentre altri 14 sono agli arresti domiciliari e a un contabile è stato vietato di esercitare la sua professione. Non un buon biglietto da visita per l’Italia, che comunque dimostra di controllare. Ma che adesso ha anche il nodo di 600 milioni spariti nel nulla, con il tempo per un’attuazione completa ed efficiente del Pnrr che stringe.

 

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Ambiente, inquinamento acqua e protezione uccelli: l’Europa verde nasce negli anni 70

Green Deal e transizione sostenibile, energia rinnovabili, riduzione delle emissioni a gas serra e mobilità elettrica. La politica dell’Ue si tinge di verde, sulla spinta di un’agenda fortemente voluta dall’attuale presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen. Per qualcuno una svolta, anche se l’impegno dell’Unione europea per ambiente e sostenibilità è una storia lunga quasi 50 anni. L’anno ‘zero’ è il 1973, quando viene approvato il primo programma di azione ambientale, che pone l’accento sul rischio inquinamento delle acque e stabilisce principi, obiettivi e misure da prendere per tutelare il patrimonio comune. La strategia si rese necessaria all’indomani della moria di pesci nel Reno nel 1969, prodotta dall’inquinamento delle acque del fiume. Fu questo l’inizio di un percorso tortuoso, non semplice, e pur destinato a proseguire nel tempo.

Altro momento chiave è il 1979, anno in cui la Commissione europea presenta la proposta di direttiva per la tutela e la protezione dell’avi-fauna. E’ la normativa più nota come ‘direttiva uccelli’ a segnare il vero punto di svolta e l’inizio delle politiche ambientali di un’Unione europea allora ancora Comunità economica europea e composta da appena nove Stati membri (Italia, Francia, Germania ovest, Belgio, Lussemburgo, Paesi Bassi, Danimarca, Irlanda e Regno Unito). Il Parlamento europeo non aveva ancora i poteri che ha oggi, si chiamava Assemblea parlamentare con funzione sostanzialmente consultivi. Eppure sono proprio i membri del Parlamento a spingere per una normativa in materia, di fronte a una Commissione restia a prendere iniziativa.

L’attrito inter-istituzionale si spiega con gli assetti dell’epoca. Nella Cee di allora, gli aspetti internazionali della conservazione della natura, inclusi gli uccelli migratori, ricadevano tra le competenza del Consiglio d’Europa, e dunque degli Stati membri. Per questa ragione la Commissione ritenne di non dover intervenire in un ambito riservato ai governi nazionali. L’Europa aveva provato, timidamente, a darsi delle regole. Nel 1967 il Consiglio varò due risoluzioni, una a sostegno della salvaguardia degli habitat naturali dell’avifauna e un’altra sui limiti alla caccia dei volatili, in particolare le specie migratorie. Un primo passo, a cui si oppose la comunità delle associazioni ambientaliste ed ecologiste. Servirà un’armonizzazione delle regole, troppo nazionali e quindi troppo diverse. Il dibattito era stato avviato e il percorso normativo avviato e fu in questo momento che il Parlamento europeo iniziò a insistere per una normativa europea in materia.

Nel 1970 l’allora commissario per l’Agricoltura, Sicco Mansholt, nel corso del primo dibattito d’Aula di sempre sull’inquinamento dell’acqua, riconobbe “il massacro degli uccelli” in atto nel territorio della Cee, aprendo alla possibilità di esplorare la possibilità di agire oltre i limiti della Commissione. Ci volle del tempo, ma nel 1976 la proposta di direttiva per la protezione degli uccelli venne messa sul tavolo, per essere approvata nel 1979. Oggi gli addetti ai lavori non hanno dubbi: il ruolo del Parlamento europeo fu decisivo, nel senso che senza quella pressione e determinazione non si sarebbe mai giunti alla direttiva in vigore tutt’oggi.
Le iniziative del 1973 e del 1979 sono considerate come l’inizio della storia delle politiche ambientali e sostenibile dell’Unione di oggi. Ciò è vero soprattutto per la ‘direttiva uccelli’, la prima vera iniziativa della Commissione europea. Un risultato allora non scontato, in una Cee per nome, definizione e mandato, concentrata quasi esclusivamente all’integrazione economica.

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