L’Italia prenota stoccaggi di gas per il 90%. Pichetto: “Siamo in estrema sicurezza”

L’Italia prenota stoccaggi di gas per il 90% delle sue capacità. Secondo Snam, le ultime aste hanno consentito di raggiungere un quantitativo complessivo assegnato da 17,5 miliardi di metri cubi su una capacità totale di poco superiore a 19 miliardi di metri cubi, tra disponibilità fisica di gas già presente all’inizio della campagna di iniezione e i quantitativi allocati da contratto.

Al momento, con la campagna di riempimento in corso, il gas fisicamente presente nei siti di stoccaggio italiani è pari a oltre il 46,5% della capacità disponibile, a fronte di una media europea del 30,6%. Nei prossimi mesi, fino a ottobre 2026, gli operatori che hanno prenotato la capacità dovranno, secondo un piano di riempimento che deve rispondere alle esigenze tecniche dei siti di stoccaggio, acquistare il gas ed iniettarlo all’interno dei siti.

Gli stoccaggi italiani “ci collocano in una posizione di estrema sicurezza”, riferisce Gilberto Pichetto Fratin. Per riempiere fino al 90% prenotato, il sistema italiano dovrà acquistare un quantitativo di gas pari a circa 9 miliardi di metri cubi, “molto meno di altri grandi paesi europei che hanno livelli di riempimento degli stoccaggi inferiori ai nostri”, rivendica il ministro, che assicura un monitoraggio della situazione per favorire un coordinamento tra paesi membri nella campagna di riempimento ed “evitare la concentrazione degli acquisti di gas negli stessi periodi”.

Dopo essere stata in Algeria il mese scorso per assicurare all’Italia un incremento dei flussi di gas dal Paese nordafricano, e dopo il blitz nel Golfo alla vigilia di Pasqua, la premier Giorgia Meloni volerà a Baku, in Azerbaigian il 5 maggio per garantire che l’Italia non abbia contrazioni nell’approvvigionamento. Un viaggio annunciato in Parlamento il 9 aprile, durante l’informativa alle Camere sull’attività di governo, ricordando di essere stata nel Golfo “per assicurare gli approvvigionamenti energetici, in particolare di petrolio, indispensabili da un’area che garantisce circa il 15% del nostro fabbisogno nazionale”. Con lo stesso spirito, ha aggiunto, “mi ero anche recata in Algeria per rafforzare con il Presidente Tebboune la partnership strategica che lega le nostre nazioni, e concordare con le autorità di Algeri l’aumento delle forniture di gas naturale verso l’Italia. E così farò recandomi, presto, anche in Azerbaigian, ma anche sostenendo lo sviluppo di risorse energetiche assieme ai partner del continente africano”.

Shock energia preoccupa industriali. Pichetto: “Potremmo dover riaprire le centrali carbone”

La crisi in Iran e Medio Oriente non sembra trovare soluzione e il problema energetico, anche in Italia, diventa sempre più serio. Tanto che Gilberto Pichetto Fratin avverte che se la situazione peggiora potrebbe essere necessaria una piena riattivazione delle centrali a carbone.

Sono quattro in tutto in Italia, due delle quali, Brindisi e Civitavecchia, non hanno più l’autorizzazione ambientale a bruciare carbone dal primo gennaio 2026. Le altre due, in Sardegna, sono entrambe attive.

Il phase out completo ci sarebbe dovuto essere dal 31 dicembre 2025, “ma in realtà le centrali a carbone al 31 dicembre 2024 erano praticamente chiuse sulla parte continentale”, ricorda il ministro dell’Ambiente, che confessa di non averne ordinato lo smantellamento perché davanti a un’emergenza (“una situazione dove il gas supera i 70 euro al megawattora“, spiega) potrebbe “essere necessario riattivarle”. Al momento, il gas è a 40 euro MWh, 70 euro è un prezzo molto alto, “ma quello è il punto di caduta”, ribadisce Pichetto.

Due mesi fa, il governo è intervenuto sui costi in bolletta, per ridurli di circa il 20%. I prezzi però, dato lo scenario, oscillano in continuazione. “Certamente è difficile fare una stima – ammette il ministro -. Quindi valuteremo gli interventi di volta in volta”.

L’instabilità manda in tilt il sistema industriale: “L’impatto dello shock energetico già si legge in molti dati sull’economia italiana – spiega Confindustria nella congiuntura flash di aprile -. Cade la fiducia delle famiglie, anticipando una frenata dei consumi; risalgono i tassi sovrani; si abbassano le attese sull’industria, che stava provando a risalire; frenano anche i servizi. Reggono gli investimenti che nei primi tre mesi del 2026 sono ancora sostenuti dalle risorse del Pnrr”. Il Centro Studi degli industriali stima che se la guerra in Iran finisse a giugno (con un petrolio a 110 dollari in media annua), “le imprese manifatturiere italiane si ritroverebbero a pagare altri 7 miliardi di euro l’anno in più in bolletta rispetto al 2025; l’incidenza dei costi energetici risulterebbe superiore di 1 punto percentuale, salendo dal 4,9% nel 2025 al 5,9% nel 2026″. Se invece la guerra si dovesse protrarre per tutto il 2026, con un petrolio a 140 dollari in media annua, “le imprese pagherebbero 21 miliardi in più e l’incidenza salirebbe di 2,7 punti percentuali (dal 4,9% al 7,6%). In questo caso, si arriverebbe intorno ai livelli critici già sperimentati nel 2022 (8,3%), non sostenibili per le nostre imprese”. Aziende che “vedrebbero erosa la loro competitività sia in Europa che a livello internazionale, considerato anche che i prezzi di petrolio e gas sono più bassi per le imprese localizzate in altre aree del mondo, in particolare nel continente americano”.

Matteo Salvini lancia una durissima accusa contro l’Unione europea: “Chi governa Bruxelles in questo momento o è un marziano o è in malafede”, denuncia. In settimana, incontrerà gli autotrasportatori, perché si rischia il blocco. Ma, insiste il ministro dei Trasporti, “se non cambiano le regole europee l’Italia rischia di fermarsi”. Quello che chiede il vicepremier è la sospensione del patto di stabilità contro il caro energia: “Non ho nessuna intenzione di fare nuovi lockdown, di chiudere scuole, fabbriche, ospedali – scandisce -. O Bruxelles permette al governo di usare i soldi degli italiani per aiutare gli italiani o si blocca il Paese, quindi faremo da soli”. Al momento, la deroga vale solo per le spese militari: “Il governo potrebbe spendere 10 miliardi per comprare armi ma non possiamo mettere 10 miliardi di euro nelle tasche dei cittadini e delle imprese in difficoltà. E’ una follia”, sostiene il vicepremier. Che precisa di non chiedere “i soldi dei francesi, dei polacchi o dei tedeschi”: “Vogliamo usare per gli italiani i soldi degli italiani. Le regole oggi non me lo permettono e io non chiudo l’Italia perché Bruxelles è comandata da cretini”.

Energia, Meloni guarda ancora al gas di Algeri: “Aumentiamo flussi verso l’Italia”

Giorgia Meloni vola ad Algeri per rafforzare la cooperazione con uno dei partner più importanti per l’Italia su gas, rinnovabili, infrastrutture.

Eni e Sonatrach lavorano su nuovi fronti, come lo shale gas (il gas naturale intrappolato all’interno di rocce sedimentarie a grande profondità, sfruttato grazie alla fratturazione idraulica) e l’esplorazione offshore. L’obiettivo, soprattutto in questo momento di incertezza crescente, con il gas del Qatar bloccato per tutti con la crisi in Medio Oriente, è “aumentare i flussi di gas algerino verso l’Italia”. La cooperazione va avanti anche sul fronte delle rinnovabili e delle infrastrutture strategiche in funzione di sicurezza energetica, con il Transmed, il gasdotto che dagli anni ’80 collega i due Paesi: “Siamo stati dei pionieri e l’idea è che lo si possa essere ancora”, rivendica Meloni nelle dichiarazioni congiunte con Abdelmadjid Tebboune. In una visione più ampia, questo lavoro “considera l’energia come un’opportunità, come uno strumento per generare sviluppo condiviso sia per le nazioni che producono energia e beneficiano delle risorse che ne derivano per la propria prosperità sia per le nazioni che consumano e che possono così contare su catene approvvigionamento più vicine e più resistenti agli shock esterni”, spiega la presidente del Consiglio.

Tra i progetti più interessanti, c’è l’iniziativa pubblico-privata per il recupero di oltre 36 mila ettari di terreno desertico per la produzione di cereali e legumi. “Il progetto, nonostante la burocrazia, procede in modo spedito con la campagna di semina che nel 2026 passerà da 7 mila a 13 mila ettari di deserto messi a produzione”, fa sapere Meloni. Quella di oggi è la seconda visita dall’insediamento del Governo, dopo quella del 22 e 23 gennaio 2023. Ma Roma è storicamente uno dei principali punti di riferimento di Algeri in Europa e in Occidente, i legami che uniscono i due Paesi si sono intensificati negli anni e, sottolinea la premier, “Penso di poter dire oggi che il rapporto tra le nostre nazioni non è mai stato così solido e così proficuo”.

L’Algeria è il primo partner commerciale dell’Italia in Africa, con un interscambio da 12,9 miliardi di euro nel 2025 e uno stock di investimenti diretti italiani in Algeria per 8,5 miliardi di euro. L’Italia è il primo cliente e il secondo fornitore dell’Algeria, con una quota di mercato dell’export nazionale pari al 7,3%. Nel Piano Mattei, il Paese nordafricano è uno dei principali. Oltre al progetto di agricoltura desertica in partenariato con BF International e il Centro di formazione Enrico Mattei a Sidi Bel Abbès, il Piano include diverse iniziative congiunte anche sul digitale, la cultura e il turismo.

Nel corso del bilaterale, Meloni e Tebboune si sono confrontati sui principali dossier internazionali, a partire dalla crisi in Iran e dalla guerra in Ucraina, ormai entrata nel quinto anno. “Credo che l’ipotesi di colloqui in corso tra Washington e Teheran costituirebbe un’ottima notizia”, commenta la prima ministra, ribadendo che “L’Italia sosterrà e intende sostenere, anche grazie alla solida rete di relazioni che ha con le nazioni del Golfo, ogni iniziativa che possa riportare stabilità nell’area”.

stoccaggio gas

Iran, mercato Gnl sotto pressione: Europa parte già in svantaggio per le scorte

Si profila un’estate calda per i mercati energetici europei, soprattutto per le possibili fiammate dei prezzi del gas. Se il conflitto nel Golfo dovesse protrarsi oltre aprile, i Paesi del Vecchio continente si troveranno a fronteggiare una concorrenza spietata con l’Asia (e la Turchia) per i carichi di Gnl, aumentando la dipendenza da Stati Uniti e Africa occidentale. Gli attacchi all’hub di Ras Laffan hanno cominciato a farsi sentire sui mercati globali fin nei primi giorni di marzo 2026. Il 2 marzo, all’inizio della guerra tra Iran e Israele, il Qatar ha annunciato la sospensione della produzione di Gnl e ha dichiarato lo stato di forza maggiore a causa dei danni subiti.

Le autorità di Doha hanno stimato che ci potrebbero volere fino a 5 anni per ripristinare i volumi normali pre-conflitto. In totale nell’area interessata dal conflitto tra Usa-Israele e Iran fino a 19 milioni di tonnellate di Gnl potrebbero essere fuori servizio entro la fine di maggio, con rischi al ribasso se le valutazioni dei danni dovessero peggiorare. Kpler stima una riduzione di circa 15 milioni di tonnellate dal Qatar, almeno 3 milioni dagli Emirati Arabi e la quota residuale dall’Oman.

Le conseguenze sul fronte della produzione sono significative. “Ras Laffan è cruciale per l’equilibrio del mercato globale – spiega l’analista di Kpler, Charles Costerousse -. Se la struttura resta chiusa a lungo, chiunque importa gas dovrà rivedere le proprie strategie”. Il complesso industriale, con una capacità annua di circa 77 milioni di tonnellate, ha visto ridurre la produzione di almeno 11-13 milioni di tonnellate. Anche se la guerra finisse domani, la ripresa non sarà immediata. Ogni unità produttiva (treno) richiede settimane per essere riavviata da ferma. E con danni più estesi serviranno mesi.

La domanda globale rende la competizione per il Gnl più intensa che mai, con i contratti spot che hanno registrato un’impennata. Ulteriore pressione potrebbe essere esercitata dalla Turchia che importa dall’Iran circa 8 miliardi di metri cubi all’anno via gasdotto. Possibili interruzioni ai flussi spingerebbero le autorità energetiche a cercare alternative sul Gnl, aumentando la concorrenza.

Non è infatti solo una questione di calo di volumi: il problema è che tutti si contendono il Gnl che resta. Con scorte stagionali in Europa inferiori alla media, molti importatori si sono trovati a competere con buyer asiatici disposti a pagare di più pur di assicurarsi i carichi.

Consumatori forti come Cina, Giappone e Corea del Sud partono da una posizione di vantaggio avendo – a fine marzo – stoccaggi leggermente migliori della media a cui attingere (rispettivamente al 51%, al 45% e al 56%). Di conseguenza, ricorda Kpler, il periodo di picco per il rifornimento delle scorte si sposta da aprile-maggio a giugno-luglio. In Europa, invece, depositi più vuoti e la necessità di rifornirsi in vista dell’estate rendono la competizione sui mercati spot ancora più intensa.

Nell’Europa nord-occidentale le scorte sono particolarmente scarse. E nonostante dati di fine marzo migliori del previsto, il fabbisogno di rifornimento estivo rimane considerevole. La piattaforma Gie-Agsi segnala una media di riempimento appena sotto il 29% al 22 marzo, -10 punti percentuali rispetto al 2025. Per rimpinguare i siti serviranno 67 miliardi di metri cubi di gas, equivalenti a circa 700 carichi di Gnl, con un incremento del 35% su base annuale.

Considerando lo scenario più negativo, ovvero il prolungamento della guerra nel Golfo, l’Europa si affaccerà dunque alla stagione di iniezione aumentando notevolmente la richiesta di Gnl da Stati Uniti e Africa, di fatto sostituendo una dipendenza regionale (quella con la Russia) con un’altra.

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Petrolio a 115 dollari, gas a 70 euro: la guerra fa impazzire i prezzi e manda a picco le Borse

Un giovedì nerissimo per i mercati finanziari e per l’energia. La situazione sempre più delicata e infuocata in Medio Oriente, unita ai riscontri di ieri della Fed e la flessione di Wall Street stanno trascinando in un baratro le Borse europee. Ma, soprattutto, stanno facendo schizzare in alto i prezzi dell’energia, in particolare di gas e petrolio.

Al Ttf di Amsterdam, dopo un’apertura debole, i future sono arrivati a sfiorare i 70 euro al megawattora, con un rialzo del 25% rispetto alla quotazione di ieri. Il petrolio, invece, viaggia intorno ai 115 dollari al barile, con un’impennata superiore al 7%. Tutto questo mentre Donald Trump annuncia forti rappresaglie se l’Iran bombarderà gli impianti del Qatar, con la minaccia di un’autentica devastazione di Teheran. Tutto questo, comunque, non favorisce la discesa dei prezzi che si avvicinano passo dopo passo ai record del post scoppio della guerra tra Russia e Ucraina.

Malissimo anche le Borse. I mercati sono fiaccati dalle notizie mediorientali: Milano al momento perde quasi il 2%, alla pari di Francoforte, leggermente meglio ma sempre negativa anche Parigi (1,50%). Sarà determinante capire quale tipo di atteggiamento avrà Wall Street dopo la pessima reazione di ieri alle parole della Federal Reserve.

A livello di metalli preziosi la situazione non è certo migliore. L’oro viaggia intorno ai 4718 dollari l’oncia con una perdita secca del 3,64%, mentre l’argento lascia per strada addirittura il 7,83% e si attesta a quota 71,52 dollari l’oncia. Malissimo anche il platino che perde il 6,19% e tocca i 1929 dollari l’oncia.

A livello di metalli preziosi la situazione non è certo migliore. L’oro viaggia intorno ai 4718 dollari l’oncia con una perdita secca del 3,64%, mentre l’argento lascia per strada addirittura il 7,83% e si attesta a quota 71,52 dollari l’oncia. Malissimo anche il platino che perde il 6,19% e tocca i 1929 dollari l’oncia.

importazioni petrolio

Petrolio, l’Aie sblocca 400 mln barili da riserve strategiche. Timori su diesel e gas

Via libera dell’Aie al rilascio di 400 milioni di barili di petrolio dalla riserva strategica. Per la sesta volta dal 1974 e all’unanimità, i Paesi membri dell’Agenzia internazionale dell’Energia hanno deciso di aprire la scorta di emergenza. Senza precedenti il volume sbloccato, più del doppio rispetto al record di 182 milioni di barili immessi sul mercato nel 2022 dopo l’invasione russa dell’Ucraina. L’annuncio, dopo giorni di consultazioni con i leader mondiali, era ampiamente atteso per placare l’estrema volatilità dei prezzi dell’energia dovuta al conflitto nel Golfo. Lo stretto di Hormuz è “di fatto paralizzato” ha confermato il direttore esecutivo dell’Aie, Fatih Birol. Ciò sta costringendo gli operatori della regione a chiudere o ridurre una parte sostanziale della produzione e si sono verificati ulteriori attacchi e danni alle infrastrutture energetiche e ad esse collegate. Anche le operazioni delle raffinerie sono state interrotte, con implicazioni potenzialmente gravi soprattutto per le forniture di jet fuel e diesel.

Le scorte di emergenza saranno messe a disposizione del mercato “in un arco di tempo adeguato alle circostanze nazionali di ciascun paese membro”, ha precisato la nota dell’Aie, e saranno integrate da ulteriori misure di emergenza da parte di alcuni Paesi. I Paesi membri dell’Agenzia legata all’Ocse detengono scorte di emergenza per circa 1,25 miliardi di barili (30% delle riserve totali dell’area), a cui si aggiungono altri 600 milioni di barili di scorte industriali detenute per legge. Ad aprire le proprie riserve sarebbe per primo il Giappone, con 80 milioni di barili, dal 16 marzo.

“Le sfide che stiamo affrontando sul mercato petrolifero sono di portata senza precedenti, quindi sono molto lieto che i Paesi membri dell’Aie abbiano risposto con un’azione collettiva di emergenza di dimensioni senza precedenti – ha dichiarato Birol -. I mercati petroliferi sono globali, quindi anche la risposta alle principali perturbazioni deve essere globale. La sicurezza energetica è il mandato fondante dell’Aie e sono lieto che i membri stiano dimostrando una forte solidarietà nell’intraprendere insieme azioni decisive”.

Come per il petrolio, resta “critica” la situazione nei mercati del gas naturale. Il direttore dell’Aie conferma che “ci sono poche opzioni” per sostituire i carichi mancanti di Gnl provenienti da Qatar ed Emirati. La fornitura globale di energia si è ridotta di circa il 20%, e gli equilibri di mercato già prima del conflitto “erano ancora più ristretti rispetto al petrolio”. A rimetterci maggiormente saranno Asia e Europa, con una “dura competizione” per i carichi disponibili. Senza contare che alcune economie in via di sviluppo, più sensibili ai prezzi, si trovano senza gas naturale e sono costrette a razionare i consumi.

Birol conferma dunque che i Paesi membri dell’Aie metteranno a disposizione 400 milioni di barili di petrolio “per compensare la fornitura persa a causa della chiusura effettiva dello stretto”: “Si tratta di un’azione importante volta ad alleviare gli impatti immediati della perturbazione dei mercati”. Ma “per essere chiari”, avverte il direttore dell’Agenzia con sede a Parigi, “l’elemento più importante per un ritorno a flussi stabili di petrolio e gas è la ripresa del transito attraverso lo Stretto di Hormuz”. In questo contesto, l’Aie “continuerà a monitorare attivamente la situazione dei mercati e a formulare ulteriori raccomandazioni ai paesi membri se necessario”.

Atteso oggi era anche l’outlook aggiornato dell’Opec: inalterate le stime su domanda e offerta per il 2026-27, proprio a causa dell’incertezza. Secondo l’Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio “è ancora troppo presto” per valutare l’impatto reale delle tensioni geopolitiche sul mercato energetico e sull’economia mondiale. Dunque la previsione di crescita della domanda globale di petrolio per il 2026 rimane a 1,4 milioni di barili al giorno (mb/g), a 106,53 milioni di barili, mentre per il 2027, è prevista una crescita di +1,3 mb/g, a 107,87 milioni di barili al giorno. Lato offerta, segnala l’Opec, si prevede che nel 2026 la produzione crescerà di circa 630.000 b/g (a 54,83 milioni di barili), trainata principalmente da Brasile, Canada, Stati Uniti e Argentina. Per il 2027 si prevedono invece +610.000 barili al giorno, raggiungendo i 55,44 milioni di barili/giorno.

La Guerra del Golfo è la guerra dell’energia: in ballo c’è la tenuta della nostra economia

Dopo i dazi, la guerra. L’ennesima guerra. Questa volta in Medio Oriente, con il coinvolgimento non solo dell’Iran ma di tutti i Paesi del Golfo. Non ce n’era bisogno, verrebbe da dire, dopo i 4 anni di combattimenti tra Ucraina e Russia. Scontro, questo, che pare non trovare un punto di incontro tra le parti, nonostante sforzi, briefing e mediazioni.

Al centro dei conflitti c’è sempre l’energia perché le nazioni coinvolte sono produttrici di fossili: petrolio e gas, nonostante tutto ancora determinanti per la sussistenza del mondo in attesa che le rinnovabili prendano piede e il nucleare faccia la sua parte. Nucleare, però, che proprio in queste ore è a rischio di attacchi, perché le centrali fanno gola nelle guerre del Terzo Millennio. E il presidente dell’Aiea, Rafael Grossi, ha subito lanciato l’allarme: dopo Zaporizhzhia adesso il batticuore è per alcuni siti iraniani, colpiti dalla rappresaglia usa-Israele.

Il gas costa il 50% in più rispetto a tre giorni fa, cioè prima che Usa e Israele decidessero di attaccare l’Iran ed eliminare la Guida suprema Khamenei; il petrolio viaggia a circa l’8% in più in una pericolosa gara al rialzo.

Secondo gli analisti si tratterebbe – o si tratterà – di aumenti fisiologici con la chiusura dello stretto di Hormuz, là dove transitano oltre 20 milioni di barili al giorno e tutte le esportazioni di Gnl dal Qatar e dagli Emirati Arabi. Aumenti destinati – sempre ad ascoltare gli esperti – ad esaurirsi in fretta se la guerra sarà breve come sostiene Donald Trump. Il presidente Usa ha parlato di quattro settimane per ‘regolare’ la Regione. Nel caso avesse sbagliato i calcoli, Trump, il petrolio farà in fretta a toccare i 100 dollari al barile e chissà quali vette raggiungerà il gas, proprio ora che cominciano gli stoccaggi per il prossimo inverno. Stoccaggi europei, ricordiamo, che non sono mai stati così vuoti. Sempre secondo gli esperti, i ‘danni’ maggiori dovrebbero patirli in Cina, la direzione che prende la maggio parte delle navi attualmente in ‘parcheggio’ distanti da Hormuz. Però…

Mentre le Borse mondiali crollano, come era abbastanza preventivabile, alla paura per l’allargarsi del conflitto si aggiunge l’umanissimo timore che tutto questo vada poi a incidere sulle bollette che si dovranno pagare e sul pieno alla pompa di benzina. Altro che dl Bollette partorito dal governo, gli scenari sono poco rosei e molto inquietanti. Riguardano la tenuta della nostra economia e la sopravvivenza delle famiglie.

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Marsiglia: “Senza Stretto Hormuz scompare greggio, preoccupa gas”

La guerra in Iran ha fatto precipitare il mondo in un vortice di incertezza che si riflette anche sull’economia globale. Nodo centrale lo Stretto di Hormuz, arteria vitale per il transito marittimo, ormai paralizzato dal timore di ritorsioni belliche. Con il prezzo del petrolio in ostaggio della speculazione e le forniture di gas che registrano impennate preoccupanti già in apertura di mercato, l’ombra di uno shock energetico senza precedenti si allunga sull’Europa.

In questo scenario di estrema tensione, Michele Marsiglia, presidente di FederPetroli Italia, analizza con GEA i rischi di un isolamento che potrebbe cambiare definitivamente le rotte dell’approvvigionamento. “Purtroppo, conoscendo bene l’Iran sin dal 2008, prevale il pessimismo“, afferma. Concentrarsi su previsioni numeriche è un errore di prospettiva, “parlare di un barile a 130 o 150 dollari è concettualmente sbagliato: nel momento in cui lo Stretto di Hormuz dovesse essere chiuso definitivamente secondo il diritto internazionale, impedendo entrate e uscite, il problema non sarebbe più il prezzo, ma la totale assenza di greggio sul mercato“.

In una simile eventualità, il petrolio americano rimarrebbe l’unica alternativa, pur risultando insufficiente e soggetto a costi fuori controllo. A differenza della crisi russa, dove il flusso era una scelta politica, la chiusura di Hormuz rappresenterebbe un blocco fisico e totale. La situazione operativa è già critica; circa 200 petroliere sono ferme nei porti poiché nessun armatore intende correre rischi. Marsiglia sottolinea come “QatarEnergy ha già sospeso la produzione di GNL, a dimostrazione di quanto le ripercussioni siano ampie“.

Oltre al mercato fisico, la speculazione finanziaria spinge al rialzo WTI e Brent, ma è il gas a destare l’allarme maggiore. “Abbiamo una criticità sugli stoccaggi a livello italiano ed europeo”, “il fatto che il gas abbia guadagnato sette punti già in apertura di mercato avrà un impatto diretto e pesante sulla bolletta energetica delle famiglie”. Nonostante l’Italia goda di una posizione favorevole grazie alla diversificazione attuata con l’Africa, il coinvolgimento del Qatar compromette l’intero indotto del GNL. Marsiglia chiarisce che il problema non riguarda solo le forniture dirette ma la redistribuzione delle quote globali. “Meno risorsa c’è, più la ‘torta’ deve essere divisa, ed è questo il grande problema di ogni conflitto bellico”. L’Italia, dipendente per oltre il 95% dall’estero, resta vulnerabile; “ad ogni minimo sussulto geopolitico rischiamo il default o ci troviamo a tremare per la tenuta del sistema”.

L’asse con gli Stati Uniti e il Venezuela, mediato dagli accordi tra Trump e von der Leyen, rappresenta una via d’uscita, ma a caro prezzo. “Acquistare dagli Stati Uniti – aggiunge Marsiglia – comporta costi completamente diversi rispetto al vantaggio economico garantito dal Medio Oriente o dall’Africa, aree geograficamente molto più vicine a noi”. Attualmente, l’industria si trova in una fase di attesa simile alla guerra dei dazi. Il nodo cruciale dei prossimi giorni sarà la tenuta delle raffinerie e la disponibilità di greggio nei depositi per garantire la continuità del ciclo produttivo. Infine il presidente punta il dito contro i mercati finanziari, attribuendo il 50% dei rincari alla pura speculazione: “In questa fase il mercato si sposterà quasi esclusivamente sull’acquisto di carichi spot: petroliere già in transito nel Mediterraneo che venderanno a prezzi esorbitanti per massimizzare il profitto”. Molti operatori, pur di non fermare gli impianti, saranno quindi costretti ad acquistare a qualsiasi cifra.

Dal Venezuela alla Groenlandia: il piano Trump per l’energia aspettando l’Europa

Petrolio, zinco, piombo, rame, uranio, oro, graffite, nichel, ferro, carbone. E, perché no?, diamanti. Sono, probabilmente, le vere ragioni per le quali Donald Trump ha messo gli occhi (da tempo) sulla Groenlandia. Poi, sì, c’è anche la sicurezza nazionale, la “questione della Difesa”, con la minaccia incombente di Cina e Russia sulle rotte artiche che, attraverso lo scioglimento dei ghiacci, diventano voluttuose autostrade per tutelare i propri interessi nazionali. Ma poi.

E c’è sempre il petrolio, principalmente, dietro il blitz in Venezuela che ha trasformato Nicolas Maduro da dittatore a detenuto. Poi, per carità, anche la lotta al narcotraffico di cui Caracas è una delle capitali mondiali, ma senza dimenticare la Colombia, la Bolivia, eccetera eccetera che sembrano in questo momento Paesi esenti dalla produzione industriale della droga. Ma poi.

Tutto questo per mettere in evidenza come il nostro secolo sarà definito nel suo perimetro dall’energia e dalle cosiddette materie critiche. Energia che Trump, il giorno del suo insediamento, ha riconsegnato al dominio assoluto del fossile (come dimenticare il “drill, baby, drill”), in particolare di petrolio e gas, incenerendo le politiche green del solare e dell’eolico, riducendo l’energia pulita alla sussidiarietà. Petrolio e gas che il presidente Usa intende esportare e condizionare a livello di prezzi: non a caso sta già vendendo all’Europa vagonate di Gnl, non proprio in saldo, e sta accaparrandosi il greggio del Venezuela in modo di essere in grado di determinarne il costo. E i Paesi dell’Opec e dell’Opec+ che dicono? Per adesso, non dicono. Ed è strano. Molto strano.

Tornando alla Groenlandia, in teoria dovrebbe esserci una risposta pronta e anche netta da parte dell’Europa. Anzi, più che in teoria, nella pratica. Perché se a Caracas la ‘scusa’ poteva essere la destabilizzazione di un presidente eletto in maniera non democratica, affamatore di un popolo e chissà che altro ancora, mettere le mani su un pezzo del Vecchio Continente che appartiene alla Danimarca solo per una “questione di Difesa”, diventa oggettivamente più complicato agli occhi dell’universo mondo. Eppure, i bookmakers – usando una metafora calcistica – non quotano l’annessione. Non riusciamo davvero a immaginare Trump, nella sua tenuta di Mar-a-Lago, che preso atto della reazione ‘veemente’ di Bruxelles (“Si rispetti l’integrità territoriale”, perbacco), abbia tremato e suggerito al Segretario di Stato Marco Rubio e a tutti i suoi generali di fare marcia indietro. Pensiamo, purtroppo, che abbia sfoderato il suo ghigno migliore e abbia alzato il volume dello stereo.

Il sospetto è che mentre tra Strasburgo e Bruxelles ci si ingegna per mettere in atto qualche altro regolamento cervellotico da applicare subito pena sanzioni pesantissime, la premier della Danimarca, Mette Frederiksen, dovrà arrangiarsi da sola. Tanti auguri.

cingolani

Aumenta trend rinnovabili in Ue ma target 42,5% è lontano. Italia a ritmo lento ma costante

Il numero ‘magico’ per le rinnovabili in Europa è 42,5% entro il 2030. E’ questo l’obiettivo vincolante che l’Ue si è data, con il target di spingersi fino al 45%. In dieci anni la quota è quasi triplicata, passando da 9,6 percento del del 2004 al 24,5 del 2023, ma è evidente che non basta.

C’è più di una speranza, comunque, di recuperare in tempo il gap. Lo dicono i numeri del Power Barometer 2025 di Eurelectric, secondo i quali il 2024 ha segnato un record perché la quota di generazione di energia da fonti fossili è scesa al 28%, minimo storico, con una riduzione di 89 TWh su base annua. In particolare è il carbone a perdere quota, con -50 Twh, mentre il gas è a -35 TWh. La buona notizia è che il rovescio della medaglia vede le rinnovabili salire, e di tanto: +44 TWh dal solare e +43 TWh dall’idroelettrico. È positivo anche che l’eolico sia rimasto stabile a 489 Twh circa, dunque non perdendo terreno. In questo scenario va segnalata, però, anche la performance del nucleare, con una quota del 24% e un aumento di 31 TWh nel 2024.

Secondo i dati Eurostat, nel secondo trimestre di quest’anno il 54% dell’elettricità netta prodotta nell’Ue viene da fonti rinnovabili, in aumento rispetto al 52,7% registrato nello stesso trimestre del 2024. Un aumento dovuto principalmente all’energia solare, che ha generato un totale di 122.317 gigawattora (GWh) nel secondo trimestre del 2025, pari al 19,9% del mix totale di generazione di elettricità. Giugno del 2025 è stato il primo mese nella storia in cui l’energia solare (22%) è stata la principale fonte di elettricità generata nell’Ue, davanti al nucleare (21,6%), all’eolico (15,8%), all’idroelettrico (14,1%) e al gas naturale (13,8%). Tra i paesi dell’Unione, nel secondo trimestre del 2025, la Danimarca, con il 94,7%, ha registrato la quota più elevata di energie rinnovabili nell’elettricità netta prodotta, seguita da Lettonia (93,4%), Austria (91,8%), Croazia (89,5%) e Portogallo (85,6%). Le quote più basse di energie rinnovabili sono state registrate in Slovacchia (19,9%), Malta (21,2%) e Repubblica Ceca (22,1%).

LA SITUAZIONE ITALIANA. Nel quadro generale l’Italia sta facendo passi avanti. Dai dati mensili raccolti da Terna, la società che gestisce la rete nazionale di trasmissione dell’energia elettrica, da gennaio a settembre di quest’anno la capacità rinnovabile in esercizio è aumentata di 4.476 MW (di cui 4.078 MW di fotovoltaico). Negli ultimi dodici mesi, la capacità installata di fotovoltaico ed eolico è aumentata di 6.576 MW (+13,7%), raggiungendo i 54.542 MW complessivi. Al 30 settembre 2025, inoltre, si registrano in Italia 17.417 MWh di capacità di accumulo (valore in aumento del 49,3% rispetto allo stesso mese del 2024), che corrispondono a 7.069 MW di potenza nominale, per circa 849.000 sistemi di accumulo. A settembre, gli accumuli elettrochimici di grande taglia hanno prodotto ben 176 GWh, a conferma della rilevanza che tale tecnologia ha ormai raggiunto per la gestione del sistema in economia e sicurezza. Nel dettaglio, da gennaio a settembre la capacità di impianti utility scale è aumentata di 2.794 MWh, che corrispondono a 709,1 MW di potenza nominale.

Le statistiche periodiche dell’Enea, comunque, mostrano uno scenario ancora carente, sia per l’Europa che per l’Italia. Perché nel primo semestre 2025 i consumi energetici dell’area euro sono rimasti stazionari, con un aumento dei consumi di gas naturale (+5%) mentre si sono contratti i prodotti petroliferi (-3%) e le fonti rinnovabili (-3%). Continua, invece, il trend di ripresa della produzione da nucleare (+2%) dai minimi del 2023. Anche le emissioni di CO₂ sono stimate stazionarie, in contrasto con la traiettoria necessaria per il target 2030, che richiede un calo annuo del 7%.

I CONSUMI. Nel nostro Paese i consumi di energia primaria – stimati secondo la metodologia Eurostat – sono in aumento marginale, in coerenza con la dinamica dei principali driver della domanda. Sono aumentati – riferisce ENEA – i consumi di gas naturale (+6%), sostenuti dalla maggiore domanda della termoelettrica (+19%) e dal clima più rigido del primo trimestre. In flessione invece i consumi di petrolio e prodotti petroliferi (-2%). In calo anche le fonti rinnovabili (-3%), penalizzate dal calo della produzione idroelettrica (-20%) e dalla flessione dell’eolico, mentre è proseguito l’aumento del solare (+20%). In termini di settori i consumi si sono contratti nei trasporti (-1%), sono aumentati nel civile (+3%), per la domanda di gas per riscaldamento e la domanda elettrica del terziario. Il modesto aumento della domanda elettrica (+0,3%) conferma la stazionarietà del grado di elettrificazione dei consumi. L’aumento delle fonti fossili (+1,5% nel semestre) si è riflesso nella dinamica delle emissioni di CO₂ (+1,3%), che sono rimaste sul trend di ripresa iniziato nell’ultimo trimestre 2024. Dopo due anni e mezzo di cali consecutivi sono tornate ad aumentare anche le emissioni calcolate sull’anno scorrevole (+1,2%).

ECOMONDO. E di Energia si parlerà anche a Ecomondo, che si svolge a Rimini Fiera dal 4 al 7 novembre. Giovedì 6 novembre, ad esempio, è in programma la quinta edizione dell’Africa Green Growth Forum, che metterà in luce le iniziative per l’accesso all’energia pulita e sostenibile nel continente africano promosse nell’ambito del Piano Mattei e del Programma “Mission 300”, un programma multilaterale guidato dalla Banca Mondiale e dalla Banca Africana di Sviluppo che punta a fornire elettricità pulita e affidabile a 300 milioni di persone nell’Africa subsahariana entro il 2030.