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Accordo Ue sulle Case Green: stop alle caldaie a gas slitta al 2040

Poco più di due ore sono bastate a Parlamento e Consiglio Ue per trovare la quadra politica sulla revisione della direttiva sulla prestazione energetica degli edifici (Energy Performance of Building Directive), la cosiddetta direttiva case green tanto criticata in Italia e proposta dall’Esecutivo comunitario a dicembre 2021 per alzare gli standard energetici del parco immobiliare dell’Ue. Nell’accordo finale i negoziatori hanno ammorbidito parte delle richieste iniziali della Commissione europea.

Al centro della proposta dell’Esecutivo comunitario ci sono gli standard minimi di prestazione energetica – contenuti nell’articolo 9 – con cui Bruxelles aveva proposto di inserire un obbligo di ristrutturare almeno il 15% degli edifici con le peggiori prestazioni in ciascun paese dell’Ue. I negoziatori hanno confermato di volersi lasciare alle spalle l’idea di inserire requisiti di ristrutturazione dell’Ue per i singoli edifici basati su classi energetiche armonizzate, preferendo un approccio in cui vengono stabilite le medie di riferimento per ciascun Paese sull’intero patrimonio edilizio.

STANDARD MINIMI DI PRESTAZIONE. Per gli edifici non residenziali, i negoziatori hanno stabilito che almeno il 16% di quelli con le peggiori prestazioni sarà destinato alla ristrutturazione entro il 2030 e il 26% entro il 2033. Quanto a quelli residenziali, le case, si applicherà un obiettivo medio settoriale di riduzione dell’energia, con un minor consumo energetico del 16% nel 2030 e del 20-22% entro il 2035. L’impianto generale della proposta della Commissione europea viene conservato e dunque a partire dal 2030 tutti i nuovi edifici residenziali dovranno essere costruiti per essere a emissioni zero. Per gli edifici pubblici, questo standard si applicherà a partire dal 2028. Entro il 2050 l’intero patrimonio edilizio esistente dovrà essere a emissioni zero. Per garantire flessibilità ai governi, le misure di ristrutturazione adottate dal 2020 saranno conteggiate ai fini dell’obiettivo ed è prevista, apprende GEA da fonti vicine al negoziato, una clausola aggiuntiva che mira a premiare “gli sforzi iniziali”.

STOP ALLE CALDAIE DAL 2040. Tra i dettagli stabiliti nel corso del negoziato, iniziato intorno alle 16.30 di venerdì, è stato posticipato dal 2035 al 2040 l’obbligo di abbandonare le caldaie alimentate da combustibili fossili per il raffrescamento e riscaldamento nelle abitazioni. I colegislatori hanno inoltre concordato di porre fine a tutti i sussidi per le caldaie autonome entro il 2025. Quanto all’obbligo per gli Stati di installare pannelli solari sui tetti, riguarderà solo i nuovi edifici, gli edifici pubblici e non residenziali a partire rispettivamente dal 2026 al 2030. Ma gli Stati membri dovranno anche attuare strategie, politiche e misure nazionali per l’installazione di impianti solari anche negli edifici residenziali. A detta del relatore per l’Eurocamera, l’eurodeputato dei Verdi Ciarán Cuffe, il voto del Parlamento europeo per confermare l’accordo dovrebbe svolgersi a febbraio. E, una volta approvato, l’attuazione dovrebbe iniziare nel 2026. Gli edifici sono responsabili di circa il 40% del consumo energetico europeo e del 36% delle sue emissioni di CO2.

La sicurezza energetica dell’Italia e dell’Europa passa attraverso la decarbonizzazione

Sicurezza energetica e politica climatica vanno di pari passo, quindi per andare più veloci in termini di sicurezza l’Ue deve andare più spedita anche in termini di decarbonizzazione. E’ chiaro il monito che ha lanciato Matthew Baldwin, direttore generale aggiunto della DG ENER della Commissione europea, nel suo intervento alla decima edizione dell’evento ‘How can we govern Europe?’, organizzato da Withub con la direzione editoriale di Eunews e GEA, che si è tenuto a Bruxelles, presso la residenza dell’ambasciatore d’Italia in Belgio.

L’ultimo panel della giornata di confronto è stato dedicato alla ‘Sicurezza energetica: ridotta la dipendenza dalla Russia, l’Ue è in grado di puntare all’autonomia con fonti rinnovabili?’. Dalla domanda lo spunto per riflettere sugli ultimi due anni che hanno messo alla prova l’Unione europea tra tagli alle forniture di gas da parte della Russia e la necessità di rendersi autonoma (o quasi) dal punto di vista energetico. “Siamo a un punto migliore rispetto a come eravamo un anno fa, ma la crisi ci può colpire ancora”, ha sentenziato, snocciolando i numeri che testimoniano che l’Ue e l’Italia hanno superato o almeno stanno superando la crisi. Come Unione europea “abbiamo deciso rapidamente” di ridurre, nell’ottica di abbandonare totalmente, “la dipendenza dai combustibili fossili russi” attraverso il piano ‘REPowerEu’.

Siamo passati da circa 155 miliardi di metri cubi di gas nel 2021 a 40 miliardi di metri cubi ora” di forniture dal Cremlino. Non solo. La strategia europea punta sul risparmio dei consumi (e l’Italia – ha Baldwin – è riuscita ad andare oltre il target di taglio ai consumi del 18%) e sulla spinta sulle rinnovabili. “Nel 2023 l’Ue si aspetta di installare 70 GigaWatt di capacità rinnovabile, solare ed eolica. L’Italia dovrebbe raddoppiare la capacità installata rispetto all’anno precedente”, ha aggiunto.

Durante la crisi energetica anche Eni si è mossa come azienda e come sistema Paese nel quadro della decisione dell’Ue di ridurre ed eliminare la dipendenza dai combustibili fossili russi. “L’italia in questo è stata un campione, ha portato a termine nel più breve tempo possibile rispetto ad altri Paesi ed è stato fatto grazie a una già esistente diversificazione delle rotte”, ha dichiarato Luca Giansanti, responsabile degli Affari governativi europei di Eni, precisando che il nostro Paese “ha la fortuna di avere gasdotti e di aver deciso di potenziare la capacità di rigassificazione”. A detta di Stefano Verrecchia, rappresentante permanente aggiunto dell’Italia presso l’Ue, durante la crisi l’Italia è stata capace “di rispondere all’emergenza ma come Paese abbiamo sempre cercato di avere un atteggiamento realistico nella transizione, tenendo conto anche della dimensione sociale“, ha aggiunto, sottolineando la necessità di “una soluzione finanziaria importante” per affrontare la transizione.

Nel contesto di riduzione rapida delle emissioni, il rischio, secondo l’eurodeputata del Movimento 5 Stelle, Tiziana Beghin, è quello di “sostituire” la dipendenza dell’Ue dalle forniture russe “con altre dipendenza con partner che non sempre sono partner stabili”, ha detto. “Siamo in un periodo storico in cui si sono verificate condizioni critiche contemporaneamente Con il piano per l’indipendenza energetica ‘RepowerEu e il price cap per il gas siamo riusciti a tenere basso il prezzo dell’energia, ma ancora oggi è doppio rispetto ai livelli pre-crisi e questo crea distorsioni molto elevate”.

Al centro del confronto non solo le rinnovabili, ma anche altre fonti energetiche a zero emissioni, come il nucleare, che dividono l’Ue. Dal Green Deal in poi l’Ue “ha declinato una strategia di decarbonizzazione, e in questo quadro il nucleare c’è ma come scelta dei singoli stati membri e non dell’Ue. Da Bruxelles c’è un impegno soprattutto nel campo della ricerca”, ha ricordato l’eurodeputata del Partito democratico, Patrizia Toia. In tempi recenti è nato in Ue “un nuovo interesse nel nucleare di nuova generazione, per i cosiddetti piccoli reattori nucleari”, ha detto, ricordando che al Parlamento europeo di Strasburgo la prossima settimana si voterà una relazione di iniziativa sui piccoli reattori modulari. La relazione è stata votata nelle scorse settimane in commissione Itre e Toia ha ricordato che la delegazione italiana nel gruppo S&D “non ha votato a favore”.

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La sicurezza alimentare passa per un super-commissario Ue dell’Agricoltura

Il ripensamento della politica agricola per la sicurezza alimentare, ma un cambio di rotta di più ampio respiro per l’Unione europea dell’immediato futuro, alle prese con tante sfide, nessuna semplice, a partire dall’allargamento e la prospettiva di un ingresso dell’Ucraina all’interno dell’Unione europea. Il cambio di marcia si rende indispensabile, e dovrà avvenire a partire dalla prossima legislatura europea. E’ quanto emerge dalla decima edizione di ‘How can we govern Europe?’, organizzato da Withub con la direzione editoriale di Eunews, GEA e Fondazione Art. 49 a Bruxelles.

Come Europa stiamo subendo un attacco competitivo senza precedenti, e se non riusciamo a cambiare l’Europa non riusciremo a rispondere a questa concorrenza”, la premessa di Luigi Scordamaglia, amministratore delegato di Filiera Italia e direttore Mercati, politiche europee e internazionalizzazione di Coldiretti. Per rispondere alla doppia sfida, quella di una popolazione in aumento e una produzione messa a dura prova da cambiamenti climatici e un conflitto russo-ucraino che ha posto il tema della sicurezza alimentare, serve “più output con tecnologia avanzata”. Per questo servono le giuste misure, i giusti stimoli. “E’ molto importante quello che non devi fare”, e in tal senso “non dobbiamo far chiudere le aziende e caricarle di oneri”. In estrema sintesi, “dati e non confronto ideologico, questo è quello che vogliamo”. Non manca la critica all’esecutivo comunitario e all’ormai ex vicepresidente esecutivo per il Green Deal. “Noi siamo pronti a qualsiasi nuova normativa, ma vogliamo che si discuta dei numeri. Timmermans ci diceva di farci andar bene i dati a sua disposizione”.

Patrick Pagani, Senior Policy coordinator di Copa-Cogeca, suggerisce altro, una riorganizzazione del collegio dei commissari. Per rilanciare la produzione agricola e la competitività agro-alimentare dell’Ue “abbiamo bisogno di un commissario forte per l’Agricoltura e le politiche rurali, con il ruolo di vicepresidente”. E’ questa “una delle priorità per la prossima legislatura” europea, dopo le elezioni del 6-9 giugno. Altro punto nella lista delle cose da fare, spiega, “un bilancio adeguato al contesto”. E’ una condizione che si rende necessaria, visto che “abbiamo bisogno di più agricoltura per rimettere al centro la sicurezza alimentare”. Nella pratica “vuol dire Pnrr e fondi strutturali, perché non possono esserci solo aiuti di Stato”. Per Pagani non ci sono alternative. “Se le sfide sono maggiori servono più soldi. Le sinergie con i fondi e il coinvolgimento del privato sarà la vera chiave per il futuro”.

Dati, nessuna ideologia, un nuovo commissario, e risorse. Ma anche ripensamenti di agende. Perché, sottolinea Herbert Dorfmann (Fi/Ppe), membro della commissione Agricoltura del Parlamento europeo, “l’allargamento che si prospetta è una grande sfida”. Politica, innanzitutto. “Non posso immaginare l’ingresso dell’Ucraina senza imbarcare i Balcani. Non è politicamente credibile”. Ma anche agricolo e quindi commerciale. “Ci sarà un allargamento grande, e in questo contesto l’asseto agricolo è dei più difficili. Io non penso che l’Ucraina distruggerà l’agricoltura europea. Se fatto bene l’allargamento dell’ucraina non è un problema”. Semmai, in prospettiva “se c’è l’Ucraina (all’interno dell’Ue, ndr) dovremmo comprare meno mais dal sud America”. Un aspetto, quest’ultimo, che impone all’Unione un ripensamento nei rapporti con i Paesi del Mercosur, con cui si negozia un accordo di libero scambio che potrebbe essere investito da scenari di un’Ue diversa da quella di adesso.

In Commissione ci si interroga su altro. “Abbiamo la questione del cambio generazionale”, fa notare Mihail Dumitru, direttore generale aggiunto del Direzione generale Agricoltura della Commissione europea (Dg Agri). “Dobbiamo saper attrarre i giovani, che al momento non sono attratti dal settore”. Fermo restando che “il nostro settore (primario, ndr) deve fare i conti sempre di più con eventi climatici estremi. Lo abbiamo visto anche questa estate, tra siccità, incendi e alluvioni”.

Sulla questione generazionale ci sono attenzione e disponibilità di Camilla Laureti (Pd/S&D), membro della commissione Agricoltura del Parlamento europeo. “Oggi in Europa sono il 12 per cento i giovani che conducono un’azienda agricola. Sono pochi, pochissimi. Dobbiamo cominciare ad agire”. Un’idea, l’esponente socialdemocratica ce l’ha. “Dobbiamo ascoltare quei giovani che sono su questa strada, e aiutarli. Mi piace pensare che la prossima Politica agricola comune (PAC) abbia una fetta più importante per chi questa strada la sta già percorrendo”. Senza tralasciare il contributo ‘in rosa’ per un’agricoltura sostenibile e capace di garantire la sicurezza alimentare. “Anche l’ingresso delle donne in agricoltura ci aiuta”. Una traccia di azione politica per la legislatura che verrà.

Industria, aiuti di Stato e Ia. Le priorità Ue ad ‘How Can We Govern Europe?’

Dalla politica industriale agli aiuti di Stato, dall’intelligenza artificiale agli investimenti comuni. A pochi mesi dalle elezioni europee del giugno 2024, le priorità Ue in vista della prossima legislatura alle porte hanno aperto la decima edizione dell’evento ‘How Can We Govern Europe?’, organizzato da Withub con la direzione editoriale di GEA ed Eunews a Bruxelles, presso la residenza dell’ambasciatore d’Italia in Belgio.

L’Europa deve essere cosciente che deve avere un’industria competitiva nel mondo, se partiamo da questo presupposto dobbiamo creare le condizioni per cui la transizione verde e digitale siano un successo”, è l’esortazione del direttore degli Affari europei di Confindustria, Matteo Borsani. Non solo “analisi di impatto serie” sul piano della legislazione comunitaria, ma soprattutto “mantenere un certo level playing field, il Mercato interno vive delle stesse condizioni di alleati e competitor”. E qui si entra nello spinoso tema degli aiuti di Stato. “Non possiamo affidarci solo agli aiuti di Stato per mantenere la competitività”, ha spiegato Borsani, a cui ha fatto eco l’eurodeputato di Forza Italia Massimiliano Salini: “Il problema è quando vengono fornite risorse e si vincolano le modalità in cui quelle stesse risorse devono essere spese, l’aiuto non deve diventare il modo in cui si limita la possibilità di decisione interna”. E sul tema della competitività anche il collega di Fratelli d’Italia Raffaele Stancanelli ha messo in chiaro che durante la prossima legislatura bisognerà fare attenzione a “non scardinare la politica industriale europea per favorire Paesi come la Cina“.

Il futuro dell’Unione passerà però anche dalle decisioni del presente. Come dimostra il lavoro dei co-legislatori del Parlamento e del Consiglio dell’Ue condotto in parallelo all’evento. “Vediamo se il trilogo con il Consiglio sarà davvero quello decisivo, non è detto, ma siamo positivi e c’è moderato ottimismo”, ha spiegato in videoconferenza poco prima dell’avvio del negoziato inter-istituzionale il capo-delegazione del Partito Democratico e co-relatore per il Parlamento Europeo sull’Atto Ue sull’intelligenza artificiale, Brando Benifei. “Sulle questioni fondamentali il Regolamento è già stato concordato, ha un approccio con la base del rischio come principio di classificazione degli usi dell’Ia”, ma ci sono ancora “divergenze significative con il Consiglio su alcune questioni“. Il riferimento è agli “obblighi di verifica di sicurezza dei modelli più potenti”, come ChatGpt, per cui “le imprese devono essere sicure di non dover avere responsabilità su questioni di cui ora non possono essere pienamente coscienti”. A questo si aggiunge il tema delle “salvaguardie sugli usi di controllo e sorveglianza”, come telecamere a riconoscimento biometrico, polizia predittiva, riconoscimento emotivo ed eccezioni per uso di polizia: “Dobbiamo trovare un punto di incontro con Consiglio”, ha spiegato Benifei.

Inevitabile una riflessione a proposito delle priorità Ue sul fronte del supporto dell’Unione nei confronti dei Ventisette, e viceversa. Nel suo intervento il presidente emerito del Comitato economico e sociale europeo (Cese), Luca Jahier, ha voluto richiamarsi all’esperienza di questi ultimi anni: “Con il Next Generation Eu abbiamo avuto la prova che procedere per punizioni e sanzioni produce meno risultati che procedere a premi e incentivi” e ora che “siamo a metà percorso” è dimostrato come “anche i Paesi più riottosi hanno implementato in modo sostanziale le riforme strutturali”. Di fronte a una “richiesta sempre più crescente all’Ue per supportare iniziative sulla transizione energetica, in politica etera o per l’allargamento” – come ha sottolineato con forza la direttrice di ricerca del Ceps (Center for European Policy Studies), Cinzia Alcidi – proprio Jahier ha fatto notare che “ha funzionato il meccanismo di legare gli investimenti strategici alle riforme“.

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Tinelli (Confagricoltura): Ingresso Ucraina in Ue avrà impatto enorme

“Le ultime due riforme della politica agricola” europea “sono state una rivoluzione copernicana e hanno visto una modifica del modello agricolo europeo. L’entrata dell’Ucraina è sicuramente un atto dovuto. D’altra parte l’impatto sull’agricoltura europea sarà enorme, quindi da questo punto di vista la Commissione dovrebbe cominciare a studiare quali saranno, prima di tutto, gli effetti dell’allargamento e verificare il budget che sarà destinato alla politica agricola”. Lo ha dichiarato a GEA Cristina Tinelli, responsabile relazioni Ue e internazionali di Confagricoltura a margine della decima edizione dell’evento ‘How can we govern Europe?’, organizzato da Withub con la direzione editoriale di Eunews e GEA, in corso a Bruxelles, presso la residenza dell’ambasciatore d’Italia in Belgio. “E’ chiaro – ha aggiunto – che non possiamo accettare una diminuzione del budget, per cui dovranno essere studiati dei meccanismi di phase in nei confronti dell’Ucraina, come è stato – d’altra parte – per l’adesione degli ex nuovi paesi dell’Est. Insomma, quindi auspichiamo che comunque le risorse a disposizione rimangano le stesse per per la politica agricola, anche se sicuramente bisognerà studiare dei meccanismi tali per cui si possa continuare in questo senso”.

INFOGRAFICA INTERATTIVA Morti per smog, Italia seconda nella Ue

Nell’infografica interattiva di Gea si possono vedere le stime dell’European Environment Agency sulle morti attribuibili al Pm 2.5 nell’Unione europea. In Italia si ritiene che 46.2800 decessi (dato del 2021) siano attribuibili alle polveri sottili con particelle minori o uguali a 2,5 micron. Solo la Polonia, con 47.300 decessi, ha un dato peggiore dell’Italia.

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Al via prima asta europea per la produzione di idrogeno: pronti 800 milioni di euro

Prende il via oggi la prima asta – lanciata dalla Commissione Ue – nell’ambito della Banca europea dell’Idrogeno per sostenere la produzione di questa fonte rinnovabile nel Vecchio continente. L’importo iniziale è di 800 milioni di euro: si tratta di proventi derivanti dallo scambio di emissioni, convogliati attraverso il Fondo per l’innovazione. I produttori di idrogeno rinnovabile possono presentare domanda per ottenere un sostegno sotto forma di un premio fisso per chilogrammo di prodotto che ha lo scopo di colmare il divario tra il prezzo di produzione e quello che i consumatori sono attualmente disposti a pagare, in un mercato in cui l’idrogeno non rinnovabile è ancora più economico da produrre.

Con il piano per l’indipendenza energetica ‘REPowerEU’ l’Unione europea ha fissato l’obiettivo di produrre 10 milioni di tonnellate di idrogeno a livello nazionale entro il 2030.  Una nota dell’Esecutivo comunitario spiega che le offerte dovrebbero basarsi su un sovrapprezzo proposto per chilogrammo di idrogeno rinnovabile prodotto, fino a un tetto di 4,5 euro/kg. Le offerte fino a questo prezzo, e che soddisfano anche altri requisiti di qualificazione, verranno classificate dal prezzo di offerta più basso a quello più alto e riceveranno il supporto in questo ordine, fino all’esaurimento del budget dell’asta. I progetti selezionati riceveranno il sussidio concesso in aggiunta ai ricavi di mercato generati dalla vendita di idrogeno, per un massimo di 10 anni. Una volta firmati gli accordi di sovvenzione, i progetti dovranno iniziare a produrre idrogeno rinnovabile entro cinque anni. Bruxelles precisa ancora che non sarà possibile accumulare i sussidi con altri tipi di aiuti provenienti dagli Stati membri partecipanti.

“La Banca europea dell’idrogeno – dice il vicepresidente esecutivo per il Green Deal, Maros Sefcovicrappresenta una grande opportunità per sostenere la transizione a zero emissioni nette dell’industria europea”. “Il lancio di oggi riguarda il collegamento tra domanda e offerta di idrogeno rinnovabile. Si tratta di creare trasparenza sui prezzi, il che aiuterà a rilanciare un mercato europeo dell’idrogeno”, spiega, aggiungendo di sperare in “una risposta positiva da parte del mercato”.

Per il commissario europeo per l’azione per il clima, Wopke Hoekstra “l’idrogeno sarà una tecnologia chiave per decarbonizzare l’industria europea e contribuire a raggiungere i nostri obiettivi climatici per il 2030 e il 2050. La prima asta europea di oggi per la produzione di idrogeno rinnovabile invia un chiaro segnale che l’Europa è il luogo dove investire nella produzione di idrogeno rinnovabile e nelle industrie basate sull’idrogeno. Lo sviluppo di un solido mercato dell’idrogeno nell’UE ci renderà più competitivi, offrirà nuove opportunità di crescita all’industria e fornirà posti di lavoro di qualità alle aziende e ai cittadini europei”. 

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Imballaggi, al Parlamento europeo passa la linea morbida. Deroga a riuso, Italia festeggia

Tutti gli imballaggi immessi sul mercato europeo saranno riciclabili dal 2030 e riciclati dal 2035. O almeno, questo è quello che chiede l’Europarlamento che, in sessione plenaria a Strasburgo, ha adottato con ampia maggioranza – 426 sì, 125 no e 74 astenuti (su 625 votanti) – il mandato negoziale sul regolamento sugli imballaggi e sui rifiuti da imballaggio, ridimensionando di molto l’ambizione della proposta originaria della Commissione europea e anche la stessa relazione passata in commissione ambiente (Envi) competente sul file.

Sul testo della relatrice di Renew Europe, Frederique Ries, erano stati depositati oltre 525 emendamenti, dunque non stupisce che il testo finale licenziato da Strasburgo sia profondamente diverso da quello originale.

L’Emiciclo ha sostenuto, compatto, gli obiettivi generali di riduzione dei rifiuti prodotti dagli imballaggi proposti dalla Commissione: il 5% entro il 2030, il 10% per il 2035 e il 15% entro il 2040. A questi, l’Aula aggiunge obiettivi specifici di riduzione dei rifiuti per gli imballaggi in plastica (10% entro il 2030, 15% entro il 2035 e 20% entro il 2040). Gli eurodeputati chiedono il divieto alla vendita di sacchetti di plastica ultra leggeri (inferiori a 15 micron), a meno che non siano necessari per motivi igienici o forniti come imballaggio primario per alimenti sfusi, per aiutare a prevenire lo spreco di cibo.

La proposta della Commissione – che risale al 30 novembre 2022 – insisteva principalmente su quattro linee di intervento per ridurre i rifiuti: riuso dei contenitori con obiettivi minimi per le aziende; divieto per gli imballaggi considerati ‘non essenziali’ (come le bustine monouso per shampoo degli hotel o quelle in ristoranti e caffè); progettare entro il 2030 tutti gli imballaggi in modo che siano riciclabili al 100% e tassi obbligatori di contenuto riciclato che i produttori dovranno includere nei nuovi imballaggi di plastica.

Se i target generali di riduzione dei rifiuti sono stati ‘salvati’ dall’Eurocamera, salta invece per ora il divieto di uso per alcuni formati di imballaggio ‘non essenziali’ proposto da Bruxelles, come le confezioni monouso degli hotel per i prodotti da bagno e le pellicole termoretraibili per le valigie negli aeroporti. Come è saltato anche – con soddisfazione dell’Italia – il divieto di immissione in commercio di imballaggi di plastica monouso usati per i prodotti ortofrutticoli, come le buste di plastica per l’insalata (la Commissione europea proponeva di usare solo buste con contenuto superiore a 1,5 kg di frutta e verdura, mentre la commissione Envi aveva ridotto il peso a 1,5 Kg. Il voto in plenaria ha fatto saltare in toto il divieto).

Il nodo politico e la parte più criticata della normativa per l’Italia era quella del riuso, con obiettivi obbligatori per le aziende. Sul riuso sono stati approvati una serie di emendamenti all’articolo 26 del regolamento con una deroga se lo Stato membro raggiunge l’85% di raccolta separata per il riciclo negli anni 2026 e 2027. Un target che secondo gli eurodeputati italiani l’Italia ha già centrato. “Se il tasso di raccolta differenziata del rispettivo materiale di imballaggio è inferiore all’85 per cento, lo Stato membro presenta un piano di attuazione che illustra una strategia con azioni concrete”, si legge in uno degli emendamenti adottati e firmati dal presidente della commissione Itre, Cristian-Silviu Buşoi, e dell’eurodeputata del Partito democratico, Patrizia Toia.

L’Emiciclo ha concordato inoltre una esenzione anche sugli obblighi di riuso di una serie di imballaggi, come quelli per la vendita di bevande di vino, vino spumante, prodotti vitivinicoli aromatizzati. Sono previste alcune eccezioni temporanee, ad esempio per gli imballaggi alimentari in legno e cera, come richiesto in un emendamento presentato da Renew Europe per ‘salvare’ le tipiche confezioni in legno dei formaggi francesi. I deputati vogliono infine che i Paesi dell’Ue garantiscano la raccolta differenziata del 90 per cento dei materiali contenuti negli imballaggi (plastica, legno, metalli ferrosi, alluminio, vetro, carta e cartone) entro il 2029. L’Italia fa gioco di squadra e per una volta vota (quasi tutta) compatta, dal Partito democratico a Forza Italia passando per il Movimento 5 Stelle.

A votare contro il testo finale solo la destra estrema di Identità e Democrazia (di cui fa parte la Lega all’Eurocamera) e i Conservatori e Riformisti di Ecr (di cui fa parte la delegazione di Fratelli d’Italia). Nel voto di oggi “è andata molto bene perché il nostro obiettivo, che da sempre è quello di ridurre i rifiuti non riducendo gli imballaggi e quindi tenendo la filiera del riciclo attiva, è stato raggiunto negli articoli principali”, ha dichiarato a GEA l’eurodeputato di Forza Italia, Massimiliano Salini, relatore per il Partito popolare europeo sul nuovo regolamento imballaggi, in un punto stampa a Strasburgo dopo il voto. Dal fronte Socialdemocratico “abbiamo corretto l’impostazione voluta dalla commissione Ambiente (Envi), una serie di emendamenti sono stati approvati anche da una larga maggioranza voluta da un gioco di squadra italiano. Oggi possiamo dire che questo testo tiene conto di tutte le preoccupazioni che avevamo”, afferma l’eurodeputato, Paolo De Castro, sottolineando che ora “l’Italia può continuare con gli ambiziosi piani di riciclo e non volevamo che questa priorità del riuso” della proposta della Commissione europea “mettesse in discussione gli straordinari successi che ha portato a casa il nostro Paese. La proposta mette a riparo il settore agroalimentare, l’ortofrutta, tutte le indicazioni geografiche”.

Il M5S si dice non pienamente soddisfatto del testo finale ma infine ha deciso di votare a favore. “Il regolamento sugli imballaggi, così come emerso dalla plenaria di Strasburgo, è deludente. Sono stati fortemente ridimensionati, se non addirittura cancellati, molti provvedimenti chiave e proposte ambiziose che avrebbero rafforzato il riuso e quindi ridotto notevolmente la quantità di rifiuti che la nostra società produce”, sottolinea in una nota l’eurodeputata Maria Angela Danzì, spiegando però che come “Movimento 5 Stelle abbiamo sostenuto il testo nel voto finale perché comunque rappresenta un timidissimo passo avanti rispetto alle norme attuali”.

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INFOGRAFICA INTERATTIVA Lo stoccaggio di gas nell’Unione europea

Nell’infografica interattiva di GEA si mostra l’aggiornamento degli stoccaggi di gas nei Paesi dell’Ue. Secondo la piattaforma Gie Agsi-Aggregated Gas Storage Inventory (aggiornata al 21 novembre). Quasi tutti i paesi mostrano un trend negativo, causato dell’arrivo dei primi freddi: solo le riserve di Germania, Svezia, Spagna e Portogallo sono rimaste essenzialmente stabili. L’Italia ha diminuito il proprio livello fino al 97,63%; le riserve totali del Unione Europea sono piene al 98,88%.

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La Commissione europea rinnova l’autorizzazione al glifosato per altri dieci anni

Nessuna maggioranza per sostenere o bocciare il rinnovo per altri dieci anni all’uso del glifosato in Unione europea. Il voto si è tenuto oggi in un Comitato d’appello, a cui era stata rimessa la decisione dopo che in una precedente votazione del 13 ottobre nel comitato permanente per le piante, gli animali, gli alimenti e i mangimi (SCOPAFF) gli Stati membri non avevano raggiunto la maggioranza necessaria per rinnovare (o respingere) la proposta. In assenza di una maggioranza qualificata pro o contro, come prevedono le norme Ue sulla comitologia, la Commissione europea può decidere di rinnovare l’uso del glifosato anche senza un reale via libera da parte dei governi.

Una decisione formale arriverà entro il 15 dicembre, quando scadrà l’attuale periodo di autorizzazione. L’Italia, apprende GEA da fonti diplomatiche, se nella votazione di metà ottobre ha votato a favore della proposta, nel voto di oggi ha invece deciso di astenersi perché la Commissione non ha accolto la sua richiesta di impedirne l’uso nell’ambito della pre-raccolta.

La maggioranza qualificata si ottiene quando a votare a favore di una proposta è il 55% degli Stati membri (ovvero, 15 Stati su 27), che rappresentino almeno il 65% della popolazione dell’Ue. Ai fini del raggiungimento della maggioranza qualificata, astensione o voto contrario si equivalgono. La proposta di rinnovo è arrivata lo scorso 20 settembre nelle mani dei ventisette governi, che hanno iniziato già il mese scorso a discuterne a livello di rappresentanti permanenti presso l’Ue.

L’uso del contestato erbicida era stato rinnovato per l’ultima volta nel 2017 per soli cinque anni e, in scadenza a dicembre di un anno fa, la licenza è stata rinnovata per ulteriori dodici mesi fino al 15 dicembre di quest’anno. L’erbicida, il più diffuso al mondo, è al centro di una disputa scientifica a livello internazionale a causa della sua presunta cancerogenicità, classificata come ‘probabile’ nel 2015 dall‘Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro dell’Organizzazione mondiale della sanità.

La proposta di rinnovo arriva, ha motivato Bruxelles, dopo che a inizio luglio una relazione dell’Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA) ha concluso di non aver individuato alcuna “area critica di preoccupazione” per l’uomo, gli animali o l’ambiente che possa impedirne l’uso come erbicida. Il rinnovo questa volta sarà lungo il doppio rispetto all’ultima volta ma impone alcune condizioni per il suo utilizzo. Ad esempio, ne è stato vietato l’uso per il disseccamento (ovvero quando viene utilizzato per asciugare una coltura prima del raccolto), l’impiego dovrà essere accompagnato da “misure di mitigazione del rischio” per l’area circostante, attraverso “zone tampone” di cinque e fino a dieci metri.

Questa volta però la proposta di rinnovo lascia molto spazio di manovra agli Stati membri per il rilascio delle autorizzazioni nazionali e della definizione delle condizioni d’uso, oltre al compito di “prestare particolare attenzione” agli effetti sull’ambiente. Contro la decisione della Commissione si scaglia preventivamente l’eurodeputato liberale Pascal Canfin, secondo cui la presidente della Commissione europea “Ursula von der Leyen ha deciso oggi di riautorizzare l’uso del glifosato per 10 anni senza reali restrizioni. Questa proposta non ha il sostegno dei tre maggiori paesi agricoli del nostro continente, Francia, Germania e Italia. Non è l’Europa che mi piace”.

Dall’Italia invece esulta il consigliere delegato di Filiera Italia, Luigi Scordamaglia, che a GEA sottolinea che “l’astensione dell’Italia è un elemento positivo rispetto a precedenti votazioni, in cui era stato espresso parere favorevole”. “L’Italia aveva chiesto che la Commissione europea modificasse la proposta e vietasse l’utilizzo dei glifosati per qualsiasi uso in fase di pre-raccolta, quella in cui si concentra il maggior quantitativo residuo, che poi dietro anche in altre fasi della lavorazione”. “La Commissione non ha recepito l’indicazione italiana e il nostro Paese non ha votato a favore ma si è astenuto, come hanno fatto anche Francia e Germania”.