Pnrr, Italia risale. Corte conti: Nel 2024 centrati tutti gli obiettivi, migliora spesa

La Corte dei conti certifica l’accelerazione dell’Italia sul Pnrr nel 2024. La magistratura contabile, infatti, approva la relazione semestrale al Parlamento sullo stato dell’arte e mette in fila alcuni dei dati principali sul Piano di ripresa e resilienza. Primo tra tutti quello sui target. Secondo i magistrati contabili “risultano tutti conseguiti i 39 obiettivi europei in scadenza al primo semestre 2024, raggiungendo così un tasso di avanzamento del 43% nel percorso complessivo” che fanno registrare un incremento di 6 punti rispetto al semestre precedente. Così come arriva all’88% la percentuale sugli step procedurali nazionali con finalità di monitoraggio interno.

Migliora anche la spesa, che allo scorso 30 settembre supera i 57,7 miliardi, dunque il 30% delle risorse del Pnrr e circa il 66% di quelle programmate entro l’anno. “L’incremento registrato nel corso dei primi 9 mesi del 2024 è di 12,6 miliardi, il 30% di quanto previsto per l’anno nel cronoprogramma finanziario e circa il 60% delle stime più contenute del DPB di ottobre”, sottolinea la Corte dei conti. Mentre “la procedura di rendicontazione della spesa si trova ancora in uno stadio iniziale” con tempi medi richiesti per l’approvazione dei primi rendiconti da parte delle Amministrazioni centrali titolari delle relative misure, che finora si attestano a circa tre mesi, “in prevalenza dovuti alle verifiche di tipo formale (circa 73 giorni) e per la quota restante ai controlli sostanziali esercitati su base campionaria (oltre 19 giorni)”, spiegano ancora i magistrati contabili. Aggiungendo comunque che le tempistiche allo stato sono “coerenti con le esigenze, da un lato di assicurare il rispetto dei principi di legalità e regolarità della spesa, dall’altro di consentire una celere erogazione di liquidità ai soggetti attuatori per l’ulteriore avanzamento delle iniziative”.

Anche sulle riforme il bilancio è positivo, visto che al 30 giugno 2024 risulta completato il percorso degli obiettivi europei “per il 63% delle 72 misure di riforma (a fronte del dato del 6% degli investimenti)”. Ma la quota “salirà al 66% con il conseguimento degli ulteriori 17 obiettivi europei associati a riforme del II semestre 2024”. L’analisi della Corte spiega che questo progresso “riguarda il complesso delle missioni: tutte presentano una quota di riforme completate superiore al 45%”. Resta, invece, “più contenuto l’avanzamento finanziario delle 7 riforme con dotazione di fondi”: al 30 settembre 2024 “rispetto al totale delle risorse associate, la spesa sostenuta si attesta al 4% (circa 278 milioni su 6,9 miliardi). In 3 casi su 7 la spesa sostenuta è stata pari a zero, mentre nei restanti casi il dato si è attestato a valori inferiori al 31%”.

E’ “sostanzialmente in linea con il cronoprogramma aggiornato” pure l’avanzamento dei 13 investimenti ferroviari, “con il conseguimento dei due target previsti nel semestre in corso lo stato di avanzamento si collocherà al 39%”, sottolinea la magistratura contabile. Mettendo in luce che “un tasso di attuazione simile emerge anche sul piano della spesa” che al 30 settembre 2024 “era pari a poco meno di 8,9 miliardi, circa il 39% della dotazione complessiva”. Il documento è approfondito: circa il 77% dei progetti avviati sono in fase di esecuzione lavori, l’11% è in attesa delle autorizzazioni o della progettazione, l’8% è in fase di aggiudicazione e stipula del contratto e solo il 4% è arrivato al collaudo. “Guardando alla data prevista di chiusura delle diverse fasi, circa il 20% dei progetti appare mostrare ritardi – proseguono i magistrati contabili -. L’esigenza di contrastare il divario infrastrutturale si riflette nell’articolazione territoriale dei progetti che, per il 48,2%, riguardano le Regioni del Sud e le isole. Tuttavia, se si rivolge l’attenzione alla distribuzione per importi, cresce fortemente il peso dei progetti dislocati al Nord (circa la metà delle dimensioni finanziarie complessive)”.

Corposo il capitolo sull’efficientamento energetico degli edifici. La Corte dei conti cita i dati ancora parziali dell’Enea, secondo i quali “è possibile stimare che gli obiettivi della misura, in termini di risparmio energetico e di emissioni di Co2, siano stati ampiamente superati”. Il problema sta nell’analisi costi-benefici, perché “restituisce un tempo di ritorno dell’investimento del Superbonus abbastanza elevato (circa 35 anni), non coerente con l’orizzonte di vita utile degli interventi incentivati”. Stessa lettura considerando “un costo per lo Stato al netto delle maggiori entrate fiscali generate dalla misura (circa 24 anni). Dati – viene sottolineato – che fanno guardare con favore alla scelta del Governo di rivedere, in netta riduzione, la portata agevolativa della misura”. Resta, sullo sfondo dei numeri in miglioramento, un unico nodo ancora irrisolto: l‘ammodernamento delle infrastrutture energetiche, che ha risorse per 5,5 miliardi. “Risulta attivata la ripartizione per 53 progetti, che segnano un grado di avvicinamento ai target assegnati pari al 5,7%”, segnalano i magistrati contabili. Spiegando, però, che questo valore ancora basso è frutto “del cronoprogramma del Piano che prevede la chiusura della fase di selezione dei progetti entro il 2024, per poi concentrarne la fase esecutiva nel biennio 2025-26”.

Firmato accordo Ue-Mercosur. von der Leyen: “Giornata storica, vittoria per Europa”

Photo credit: sito Commissione Ue

 

Dopo un quarto di secolo l’accordo di libero scambio Ue-Mercosur è arrivato. “Oggi si celebra una pietra miliare davvero storica“, ha esordito la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, nella conferenza stampa a Montevideo, dopo il vertice con i leader di Argentina, Brasile, Uruguay e Paraguay. A dare l’annuncio, insieme a lei, c’erano il presidente brasiliano, Luiz Inácio Lula da Silva, l’argentino Javier Milei, il paraguaiano Santiago Peña e l’uruguayano, Lacalle Pou. “In un mondo sempre più conflittuale, dimostriamo che le democrazie possono contare l’una sull’altra. Questo accordo non è solo un’opportunità economica, è una necessità politica”, ha affermato la presidente.

L’accordo apre le porte ad un mercato da oltre 700 milioni di consumatori, “una delle più grandi partnership commerciali e di investimento che il mondo abbia mai visto“, ha aggiunto la presidente. L’Ue entra così in un mercato ancora molto protetto, con lo smantellamento progressivo dei dazi sulle esportazioni nel Mercosur di formaggi e prodotti caseari, vino, liquori, cioccolato, ma anche automobili e macchinari, abbigliamento e calzature. E mette le mani sull’enorme bacino di minerali strategici fondamentali per la transizione verde presenti sul continente andino. In particolare, “oggi 60mila aziende esportano nel Mercosur, di cui 30 mila sono piccole e medie imprese. Beneficiano di tariffe ridotte, procedure doganali più semplici e accesso preferenziale ad alcune materie prime essenziali“, ha puntualizzato.

Ma nel Vecchio Continente non tutti sono contenti. Ad esempio, il settore agricolo, che nei mesi scorsi ha protestato anche contro questo accordo. “Ai nostri agricoltori: vi abbiamo ascoltato, abbiamo ascoltato le vostre preoccupazioni e stiamo agendo di conseguenza“, ha detto von der Leyen. “L’accordo protegge 350 indicazioni geografiche dell’Ue. Inoltre, i nostri standard sanitari e alimentari europei rimangono intoccabili. Questa è la realtà, la realtà di un accordo che farà risparmiare alle aziende dell’Ue 4 miliardi di euro di dazi all’esportazione all’anno, espandendo al contempo i nostri mercati e aprendo nuove opportunità di crescita e posti di lavoro da entrambe le parti“, ha illustrato.

Prima di ripartire, von der Leyen ha scritto in un post su X di essere “desiderosa discuterne con i Paesi dell’Ue”. Ed è questo il lavoro che la attende a Bruxelles: vedersela con il Parlamento europeo e con i Paesi membri. In particolare con il presidente francese Emmanuel Macron, che ha definito l’accordo “inaccettabile”. E a Parigi si aggiungono Polonia, Belgio, Irlanda, Lussemburgo. Per quanto riguarda l’Italia, Palazzo Chigi ha precisato che “il governo italiano ritiene che non vi siano le condizioni per sottoscrivere l’attuale testo dell’Accordo di associazione Ue-Mercosur e che la firma possa avvenire solo a condizione di adeguate tutele e compensazioni in caso di squilibri per il settore agricolo“.

Intanto oggi un alto funzionario Ue ha precisato che il testo è “il miglior risultato possibile. Ora è nostro compito spiegare esattamente cosa significa” e “non può essere cambiato“. Ma “si tratta di un accordo nuovo di zecca” mentre “l’unico testo che conoscono” i Paesi contrari è quello del 2019. I nodi si potranno iniziare a sciogliere solo dalla settimana prossima, con la pubblicazione degli elementi dell’intesa. Per ora partirà la revisione legale del testo e poi la traduzione in tutte le lingue ufficiali dell’Ue. A seguire la Commissione lo presenterà al Parlamento e ai governi degli Stati membri dell’Ue per l’approvazione.

Von der leyen

Accordo Mercosur in vista: Von der Leyen a Montevideo. No della Francia, i dubbi dell’Italia

L’accordo di libero scambio tra l’Unione europea e i membri fondatori del Mercosur – Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay – potrebbe concludersi venerdì. La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, con il commissario al Commercio e alla sicurezza economica, Maros Sefcovic, è oggi atterrata a Montevideo, in Uruguay, annunciando che “il traguardo è in vista”. Nella capitale sudamericana, von der Leyen incontrerà il presidente, Luis Lacalle Pou, e venerdì parteciperà al meeting dei leader del Mercosur. “Abbiamo la possibilità di creare un mercato di 700 milioni di persone. Entrambe le regioni ne trarranno beneficio”, ha sottolineato. “Stiamo entrando nel rettilineo finale”, ha aggiunto Sefcovic.

I negoziati Ue-Mercosur sono iniziati nel 2000 e hanno avuto diverse fasi. Il 28 giugno 2019 le due parti hanno raggiunto un’intesa politica per un accordo commerciale, ma il processo è stato poi riaperto per affrontare gli impegni di sostenibilità; a gennaio 2023, le parti hanno concordato una tabella di marcia per la prima metà dell’anno per negoziare uno strumento aggiuntivo rispetto agli impegni assunti nell’ambito del capitolo commercio e sviluppo sostenibile del pilastro commerciale.

Ma “nonostante i progressi compiuti, non sono riuscite a firmare un accordo finale al vertice del Mercosur di dicembre 2023 a causa della forte resistenza espressa dall’ex presidente argentino Alberto Fernández e dal presidente francese Emmanuel Macron”, come ha scritto il relatore permanente per il Mercosur, l’eurodeputato popolare spagnolo, Gabriel Mato. E i colloqui dunque sono proseguiti con una nuova scadenza fissata per la fine del 2024.

Proprio Macron, nonostante la crisi interna politica, oggi ha voluto ribadire a von der Leyen che l’accordo “è inaccettabile così com’è”. A favore sono invece Germania e Spagna. Per l’Italia, il vicepremier Antonio Tajani ha affermato: “Noi siamo favorevoli all’accordo con il Mercosur, però bisogna correggere alcuni punti che riguardano i temi agricoli”. E, oggi, il vicepremier Matteo Salvini, da Bruxelles, ha evidenziato di essere “particolarmente attento alle richieste degli agricoltori” che “dicono no a questo accordo che rischia di mettere in ginocchio interi comparti del settore agricolo”. Dunque, “dato che è fermo da anni, non per caso, sarebbe giusto che lo rimanesse ancora”. Invece, secondo l’eurodeputato socialista tedesco Bernd Lange, presidente della commissione per il commercio internazionale, “le conseguenze complessive di un mancato accordo probabilmente supererebbero di gran lunga le carenze di un accordo imperfetto” e per il relatore Mato “l’eliminazione del 91% delle tariffe aprirebbe opportunità senza precedenti per le aziende europee, con vantaggi per settori chiave come l’automotive, la farmaceutica e l’agricoltura”.

L’accordo eliminerebbe gradualmente i dazi sul 91% delle esportazioni di beni dell’Ue verso il Mercosur, compresi prodotti industriali e alimentari, e sul 92% delle esportazioni del Mercosur verso l’Ue. “Le importazioni agricole sensibili sarebbero controllate”, “l’accordo sottolineerebbe elevati standard sanitari e fitosanitari” e “proteggerebbe circa 350 delle indicazioni geografiche (IG) dell’Ue sul mercato del Mercosur”, ha ricordato l’Eurocamera. Se concluso, l’accordo sarà prima sottoposto a revisione legale e poi tradotto in tutte le lingue ufficiali dell’Ue. A seguire, la Commissione lo presenterà al Parlamento e ai governi degli Stati membri dell’Ue per incassare la loro approvazione

Confronto di un’ora al Colle fra Meloni e Mattarella: Ue, Manovra e post Fitto nel ‘menù’

Un incontro programmato da tempo, come ce ne sono tanti nel corso di una legislatura. Stavolta, però, il timing del pranzo di lavoro di mercoledì al Quirinale tra il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, e la premier, Giorgia Meloni, crea particolare attenzione. Non foss’altro per il timing, visto che solo poche ore prima, in commissione Bilancio al Senato, il governo era andato sotto sull’emendamento della Lega sulla riduzione del Canone Rai, bocciato con i voti di Forza Italia che si sono sommati a quelli delle opposizioni.

La notizia trapela il giorno dopo del faccia a faccia, che fonti del Colle confermano specificando che si è svolto “in un clima cordiale e collaborativo”. Nulla che possa far scattare campanelli di allarme, dunque: questo è il senso. Tesi corroborata anche da fonti di Palazzo Chigi, che smentiscono l’ipotesi che sia collegato alle tensioni parlamentari nella maggioranza.

I temi che Mattarella e Meloni trattano, comunque, sono di grande importanza. Messo in calendario la scorsa settimana, l’incontro avviene dopo l’intervento della presidente del Consiglio ai Med Dialogues. Innanzitutto è l’occasione per confrontarsi sulle ultime missioni internazionali in cui sono stati impegnati: il capo dello Stato in Cina, tra Pechino, Hangzhou e Canton; la premier al G20 in Brasile e a seguire in visita in Argentina. Altre volte era capitato, ma senza il clamore delle cronache, fanno notare dalle parti del governo.

Il capo del governo e il presidente della Repubblica discutono anche di altre questioni di primo piano. Come la legge di Bilancio, che sta compiendo i primi passi nell’iter parlamentare che dovrà portare all’approvazione del testo necessariamente entro il prossimo 31 dicembre. Al momento la fase è quella della scrematura degli emendamenti presentati dalle forze politiche, i cosiddetti segnalati e ‘super segnalati’, per provare ad asciugare più possibile i tesi e consentire un percorso con meno ostacoli, dunque tempi più rapidi.

Mattarella e Meloni, ovviamente, affrontano anche questioni di politica estera, a partire dalle vicende legate all’Unione europea, con il via libera alla nuova Commissione guidata da Ursula von der Leyen, di cui fa parte anche Raffaele Fitto, come vicepresidente esecutivo con deleghe di peso come agricoltura, pesca, economia del mare, trasporti e turismo: materie strategiche per l’Italia. Il nuovo incarico dell’esponente di FdI porta inevitabilmente ad aprire il capitolo del governo, nel quale Fitto finora ha avuto la responsabilità di guidare le politiche del Pnrr, della coesione, del Sud e degli affari Ue, e che ora dovrà rimettere nelle mani della presidente del Consiglio per trasferirsi a Bruxelles. Il ragionamento sul nome del sostituto sono in corso, così come a Palazzo Chigi si riflette sulla redistribuzione delle deleghe. I tempi non sono ‘emergenziali’, ma la decisione va presa in tempi abbastanza rapidi.

Scatta l’ora X per il von der Leyen 2: il voto tra le divisioni nei gruppi

Scocca alle 12 di mercoledì l’ora X per la Commissione europea: la plenaria del Parlamento europeo voterà il collegio dei 26 commissari del secondo esecutivo guidato dalla tedesca Ursula von der Leyen. A poche ore dal verdetto, quello che appare chiaro è che la maggioranza centrista – Popolari (Ppe), Socialisti (S&D) e Liberali (Renew Europe) – terrà, ma riportando le ferite di alcune defezioni non insignificanti. E spaccati appaiono anche i Verdi e i Conservatori e riformisti (Ecr), dove i meloniani sosterranno il nuovo Collegio. No netto, invece, dalle opposizioni di estrema destra e sinistra radicale.

È arrivato il momento di iniziare a lavorare, per questo il Ppe sosterrà il Collegio e voterà a favore”, ha dichiarato Manfred Weber, presidente del Ppe. Ma il suo partito – che esprime von der Leyen e Metsola e che conta 13 commissari nel collegio – dovrebbe veder una trentina di voti contrari al nuovo collegio: i 22 eletti col Partido popular spagnolo, i cinque sloveni dell’Sds e, forse, anche i sei Républicains francesi. Schierati per il sì i 9 deputati di Forza Italia. Fibrillazione in casa S&D che deciderà stasera la posizione definitiva ma che sa già di non avere i 13 deputati francesi. In bilico sono i 14 dell’Spd tedesca, così come indecisi sono belgi e olandesi. Della delegazione italiana di 21 deputati, al momento sembra che possano esserci dei contrari tra gli indipendenti. Malumori si registrano anche tra le fila di Renew che potrebbe vedersi dimagrire nell’appoggio a von der Leyen di una decina di astensioni. Spaccati quasi a metà sono i Verdi. Il co-capogruppo Bas Eickhout ha detto di aspettarsi che “una piccola maggioranza” a sostegno a von der Leyen bis, come già a luglio. Contro saranno gli altri, compresi i 4 italiani, che non hanno digerito la vice presidenza esecutiva della Commissione in mano a Raffaele Fitto dell’Ecr. E proprio dalle fila dei Conservatori arriverà il sì dai deputati di Fratelli d’Italia – che con 24 deputati è la delegazione più nutrita del gruppo – insieme ai fiamminghi di N-Va e i cechi di Ods (3 seggi ciascuno). A opporsi saranno invece i 20 eletti polacchi del PiS. All’opposizione ci saranno invece il gruppo della sinistra radicale (The Left), che ospita i due eletti di Sinistra italiana in quota Avs e gli otto del M5s, e quelli dell’estrema destra, i Patrioti per l’Europa (PfE), dove siedono gli otto leghisti, e i sovranisti dell’Esn.

Nel voto di mercoledì, la presidente della Commissione dovrà ottenere la maggioranza semplice dei voti espressi: se tutti e 720 i deputati saranno presenti, il numero sarà fissato a 361. Al momento attuale, sembra che von der Leyen non riuscirà a ripetere il risultato di luglio, quando aveva raccolto 401 consensi. In quell’occasione, la sua rielezione era stata assicurata dal sostegno di buona parte dei Verdi, che avevano compensato le defezioni nei tre gruppi centristi, e dal no di altre delegazioni che domani voteranno “sì”, come quella di FdI. Nel luglio del 2019, von der Leyen fu eletta presidente con 383 voti, appena nove in più della maggioranza assoluta dell’epoca: salvata da tre partiti nazionalisti e populisti, il PiS polacco, il Fidesz ungherese e il M5s italiano, che domani si esprimeranno contro al bis. Per l’intero collegio, a novembre 2019, i voti a favore furono 461, i contrari 157 e gli astenuti 89.

Si rafforza asse Italia-Germania. Urso: “Dazi Usa? Serve una politica industriale europea”

(Foto: Mimit)

Un anno fa la firma del Piano d’azione italo-tedesco, oggi il primo forum interministeriale inquadra il campo di azione e i target da raggiungere. La missione a Berlino del ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, rafforza la cooperazione con Roma, come testimonia la dichiarazione congiunta al termine dei lavori con il vicecancelliere e ministro dell’Economia e dell’Azione Climatica della Germania, Robert Habeck. La parola d’ordine è competitività, che l’Europa deve assolutamente ritrovare, colmando anche un forte ritardo. E’ necessario, soprattutto adesso che la situazione geopolitica continua a essere instabile, con le guerre in Ucraina e Medio Oriente, e gli Usa che si apprestano cambiare non solo Amministrazione, col passaggio da Joe Biden a Donald Trump, ma soprattutto approccio alla politica industriale. I dazi verso l’Europa annunciati dal tycoon in campagna elettorale sono un tema più che mai stringente.

Non sarà certo la prima volta, ricorda proprio Urso, citando la prima presidenza Trump, poi la successiva Biden: “E’ chiaro a tutti che dobbiamo fare una politica positiva nei confronti degli Stati Uniti, che è il nostro principale alleato anche dal punto di vista economico, per fare in Europa una saggia, significativa, responsabile comune politica industriale che si fondi sull’autonomia strategica, a cominciare dall’energia, per poi giungere anche, come necessario, alla tutela nelle regole del Wto da chi fa concorrenza sleale”. La parola d’ordine è agire insieme.

In questo senso l’Ue ha una carta da giocarsi: l’avvio della nuova Commissione a guida di Ursula von der Leyen. “Bisogna puntare con ambizione sullo sviluppo tecnologico, come l’Intelligenza artificiale, a partire dall’energia, anche con un mercato comune energetico, con tutto quello che può garantire l’autonomia del Continente e del sistema industriale”, dice Urso. Habeck ascolta e condivide, in particolare quando il responsabile del Mimit parla del report di Mario Draghi, “che noi tutti condividiamo appieno”, augurandosi, “anche a fronte del dinamismo di altri attori globali come Cina e Usa”, una “azione comune tra le due grandi politiche industriali d’Europa per indirizzare la nuova Commissione sulla strada della competitività”. Sul fronte degli investimenti, che l’ex premier calcola in circa 800 miliardi in più all’anno per i prossimi 10 anni solo per recuperare il gap, alla necessità di favorire l’ingresso di capitali privati nei progetti. In questo senso diventa, dunque, fondamentale un’opera di “semplificazione e sburocratizzazione” in Europa.

“Serve mettere in campo una politica industriale, capace di riportare il nostro sistema al centro delle grandi catene produttive globali, così come indicato nei report Draghi e Letta, investire sulle nuove tecnologie, restituire competitività alle imprese, tutelare il lavoro europeo”, ripete Urso anche nella nota congiunta con il collega tedesco. Per questo la cooperazione in campo industriale tra Italia e Germania è “assolutamente strategica”. Ad esempio con il non-paper sull’automotive che sarà presentato al Consiglio Competitività dell’Ue giovedì prossimo, 28 novembre, cui ha aderito anche la Polonia. “È necessario rivedere con realismo le regole del Cbam e realizzare un piano automotive europeo che metta in campo anche risorse comuni per sostenere gli investimenti delle imprese con una visione di piena neutralità tecnologica al fine di raggiungere davvero la autonomia strategica del Continente nella twin transition”, aggiunge il ministro italiano.

Allo stesso tempo occorre una nuova visione sul comparto siderurgico e chimico, come sostenuto anche al Trilateral Business Forum di giovedì e venerdì scorsi, a Parigi, tra le confindustrie di Italia, Germania e Francia.

In questo senso, il Piano d’azione tra Roma e Berlino è ad ampio raggio e prevede una cooperazione rafforzata in diversi settori della politica industriale, dello spazio, delle tecnologie digitali e green. I gruppi di lavoro già composti sono un’ottima base di partenza per le proposte. Ad esempio, su politica industriale ed energia “è stata definita un’agenda comune per la prossima Commissione Ue, affrontando temi come il sostegno alle pmi e la semplificazione normativa, attraverso “reality checks”, e la rimozione delle barriere ai servizi transfrontalieri”, mettono in chiaro i due ministri. Ancora, il fulcro della collaborazione su ‘digitalizzazione e Industria 4.0’ è “lo sviluppo di ecosistemi decentralizzati per la produzione intelligente e il rafforzamento della posizione italiana nell’iniziativa Manufacturing-X” con la partecipazione italiana alla Fiera di Hannover 2025 “tra le priorità”. Infine, sullo spazio i due Paesi hanno lavorato “per garantire che la legislazione europea rifletta gli interessi degli Stati membri, promuovendo la competitività del settore e la sovranità strategica” e “la cooperazione sul programma Iris2 è stata parte integrante delle attività”. La partita è, dunque, aperta. Ma perché abbia successo serve l’Europa. Unita anche negli obiettivi, possibilmente.

Squadra von der Leyen 2 fatta: Entra FdI, escono i Verdi. Voto finale mercoledì

La squadra di Ursula von der Leyen è pronta e può presentarsi alla plenaria del Parlamento europeo il 27 novembre, alle 12, per incassare l’approvazione definitiva ed entrare in funzione il primo dicembre. Dopo oltre una settimana di stallo, e la giornata di ieri incastrata tra veti, litigi e sospensioni alle procedure di voto fino alle 23, oggi commissari e vice presidenti hanno nomi e competenze confermati dagli eurodeputati e la maggioranza a sostegno del collegio adotta confini diversi da quelli che, a luglio, rielessero la presidente tedesca uscente: escono i 4 eurodeputati Verdi italiani ed entra Fratelli d’Italia.

Mercoledì è andato in scena un ping-pong tra Socialisti (S&D) e Popolari (Ppe). I due campi di gioco sono stati i nomi di Teresa Ribera e di Raffaele Fitto come vicepresidenti. Alla fine, entrambi sono stati approvati, diventando colleghi e riassemblando due pezzi grandi della maggioranza, ma l’equilibrio è sottile e il nuovo esecutivo Ue parte su premesse di non fiducia tra i gruppi politici. Tutto ciò è emerso velocemente: alle 17 i tre leader di S&D, Ppe e liberali di Renew Europe confermano l’accordo, ma alle 19 i meccanismi stabiliti – linee guida politiche di von der Leyen di luglio e ‘logica a pacchetto’ per il voto sui sei i vice presidenti esecutivi e sul commissario ungherese Oliver Varhelyi – si inceppano nelle riunioni dei coordinatori delle commissioni che dovevano promuovere i candidati. Risultato: riunioni interrotte. L’incaglio – dopo il voto a Varhelyi, a cui vengono ridotte le competenze – parte dalla richiesta di popolari e conservatori di mettere nero su bianco le dimissioni di Ribera in caso di ‘indagini’ per le conseguenze e i morti della Dana a Valencia. Un linguaggio rifiutato da socialisti, liberali e verdi che fa esplodere il litigio che sospende la riunione e, di riflesso, blocca anche la valutazione di Fitto. Il balletto caotico si conclude solo poco prima delle 23 e, in entrambi i casi, le lettere di valutazione che accompagnano il via libera ai candidati vengono integrate da un allegato: il Parlamento chiede alla spagnola “un impegno chiaro e inequivocabile” a dimettersi in caso di procedimenti legali nei suoi confronti “che potrebbero compromettere l’integrità del collegio”; l’italiano dovrà essere invece “completamente indipendente dal suo governo nazionale come richiesto dai Trattati e pienamente impegnato ad applicare il meccanismo di condizionalità dello Stato di diritto e a lavorare al rafforzamento dello Stato di diritto nell’Unione”.

Ma se i grandi gruppi hanno provato a finire in pareggio, per gli altri si tratta di entrare o uscire dai giochi. Subito dopo il voto, il capo delegazione di Fratelli d’Italia al Parlamento europeo, Carlo Fidanza, ha parlato di “risultato storico” e il co-presidente di Ecr, Nicola Procaccini, ha affermato: “Siamo orientati a votare favorevolmente” alla Commissione. Oggi, il capo delegazione del Pd, Nicola Zingaretti, si è detto “fiducioso” che gli eurodeputati dem voteranno sì al von der Leyen 2 e ha rivendicato l’impegno “per far partire la legislatura” ed “evitare che anche l’Europa cada nelle mani dell’estremismo di destra“. Delusi i Verdi: il gruppo deciderà la linea lunedì prossimo, ma la delegazione italiana, che a luglio aveva sostenuto von der Leyen, ha dichiarato già il suo No. Il M5S con l’eurodeputata Valentina Palmisano ha definito “farsa” l’accordo tra i 3 gruppi e ha denunciato la “virata a destra della Commissione europea“. Congratulazioni a Fitto sono arrivate dall’eurodeputato Salvatore De Meo di Forza Italia, mentre il capo delegazione della Lega, Paolo Borchia, ha spiegato che il Carroccio voterà contro una Commissione “di qualità e competenze basse“. Ma ciò “non pone alcun problema” all’interno del governo italiano, anche se “c’erano i numeri per fare altre scelte“.

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Report authority Ue: “Produzione idrogeno verde lontana da obiettivi europei al 2030”

Il mercato dell’idrogeno verde in Europa sta iniziando a prendere forma, sostenuto da strategie ambiziose a livello dell’Unione Europea e politiche nazionali. Tuttavia, nonostante i progressi significativi, permangono sfide per raggiungere gli obiettivi. E’ quanto emerge dal report di Acer, l’autorità di regolamentazione dell’energia dell’Unione europea. La Ue si è posta come obiettivo strategico di arrivare a consumare 20 milioni di tonnellate (Mt) di idrogeno rinnovabile entro il 2030. Tuttavia, il consumo attuale si attesta a 7,2 Mt, con il 99,7% dell’idrogeno ancora derivante da fonti fossili. La produzione tramite elettrolisi però è ancora marginale, pari a circa 22 kilotonnellate (kt). Anche se gli obiettivi europei in ambito energetico e di decarbonizzazione sono molto chiari, l’adozione di idrogeno rinnovabile da parte di settori come il trasporto e l’industria è lenta, rendendo difficile il raggiungimento del target per il 2030.

Attualmente, l’Europa conta su una capacità installata di elettrolizzatori di poco più di 200 MW. Tuttavia, progetti in costruzione porteranno una capacità aggiuntiva di 1,8 GW entro il 2026, e altri 60 GW di capacità sono stati annunciati, con inizio operazioni previsto entro il 2030, ma molti di questi sono in attesa di decisioni finali sugli investimenti. Sebbene gli strumenti di finanziamento stiano diventando sempre più accessibili, l’incertezza sulla domanda e sulle previsioni di costi dell’idrogeno rappresentano ancora rischi significativi per la loro realizzazione tempestiva.

Gli Stati stanno fissando i propri obiettivi di produzione di idrogeno, capacità degli elettrolizzatori e piani di espansione delle infrastrutture, concentrandosi principalmente sull’idrogeno rinnovabile. Certo è che i livelli di ambizione variano da paese a paese, portando a piani di sviluppo disomogenei. Questa frammentazione si riflette anche negli approcci regolatori: nessun Paese ha ancora integrato nel proprio ordinamento nazionale il pacchetto di decarbonizzazione del gas e dell’idrogeno recentemente pubblicato dall’Ue, sebbene ad esempio Danimarca e Germania abbiano avviato consultazioni su pianificazione delle reti e tariffe di accesso.

Uno degli ostacoli principali alla crescita dell’idrogeno rinnovabile è il suo costo. Attualmente, l’idrogeno prodotto tramite elettrolisi costa da due a tre volte di più rispetto a quello prodotto dal gas naturale. Ma la prima asta della Banca Europea dell’Idrogeno – sottolinea Acer – ha rivelato sviluppi promettenti, con alcuni acquirenti disposti a pagare prezzi vicini ai costi dell’idrogeno rinnovabile, anche sotto i 3 euro/kg. Questo dimostra che ci potrebbero essere riduzioni dei costi in futuro. Tuttavia, l’attuale gap di costo pone rischi per i primi investitori, causando ritardi nelle decisioni e nella presa di impegni a lungo termine.

Un elemento chiave per il successo del mercato dell’idrogeno sarà lo sviluppo di infrastrutture che colleghino i siti di produzione con i centri di domanda, anche se molte delle attuali pianificazioni delle reti si basano su proiezioni di domanda future, anziché su esigenze di mercato immediate, il che potrebbe portare a un sovradimensionamento delle infrastrutture e a un loro scarso utilizzo. E poi, conclude Acer, per raggiungere l’obiettivo di produzione di 10 Mt di idrogeno rinnovabile, l’Europa dovrà fare affidamento su quasi tre quarti dell’elettricità rinnovabile attualmente prodotta nell’Ue. Una necessità che comporterà investimenti significativi nelle infrastrutture di idrogeno ed elettricità per connettere gli elettrolizzatori con i siti di produzione di energia rinnovabile.

Lite Meloni-Schlein su Fitto. La dem: “Stallo creato da Vdl e Ppe, allargano a destra”

Non si placa lo scontro a distanza tra Giorgia Meloni ed Elly Schlein. Questa volta, il terreno è quello europeo e la posta in gioco è alta per tutti. La vicepresidenza della commissione europea di Raffaele Fitto è in stallo e la premier non accetta che il Paese non sia compatto nel supporto alla causa.

Non posso che augurarmi il massimo sostegno da parte del Sistema Italia, forze politiche comprese, alla conferma della vicepresidenza esecutiva della prossima Commissione per il Commissario italiano Raffaele Fitto”, mette in chiaro Meloni. Il ruolo di vicepresidente, ricorda, consentirà al ministro italiano, già dotato di un portafoglio “significativo” alla coesione e alle riforme, di “supervisionare altre politiche settoriali come quella dei trasporti, affidata al commissario greco Tzitzikostas”. A lui spetterà, tra l’altro, la redazione di un nuovo piano europeo per il settore caldissimo dell’automotive, che sta facendo tremare le vene ai polsi dell’intero Continente. La premier ce l’ha in particolare, con la segretaria dei Dem. Dal palco della chiusura della campagna elettorale del centrodestra per le Regionali in Umbria, la presidente del Consiglio si dice “basita”: “Da giorni chiedo alla segretaria del Partito Democratico quale sia la posizione ufficiale del Pd” su Fitto “e non riesco ad avere una risposta”, denuncia. “Non deve rispondere a me ma ai cittadini italiani, le persone serie fanno così”, ribadisce, invitando Schlein ad assumersi la “responsabilità delle proprie scelte.

Sorrido”, risponde la democratica oggi proprio da Perugia, perché, sostiene “questa cosa chiarisce molto bene chi è la presidente del Consiglio”. Racconta di aver telefonato lei alla premier per chiederle “perché è da una settimana che mi attribuisce cose che non ho mai fatto e che non ho mai detto” e di non aver ricevuto risposta. “Mi attribuisce cortei a cui non ho partecipato, assessorati regionali che non ho mai avuto, e posizioni su Fitto che non ho mai assunto”, assicura. Poi chiarisce la posizione del Pd su Fitto: “Non abbiamo mai messo in discussione un portafoglio di peso per l’Italia in quanto Paese fondatore”, chiosa. Lo stallo politico, secondo Schlein l’hanno creato i Popolari che in Parlamento stanno cercando di allargare “strutturalmente” la maggioranza alla destra nazionalista. Fa nomi e cognomi: il problema l’hanno creato “Manfred Weber e Ursula von der Leyen“. Si rivolge proprio alla presidente della Commissione europea, esortandola a “sbloccare questa situazione”. Perché, spiega, “Il problema non è mai stato Fitto e le sue deleghe, questo non l’abbiamo mai detto. Il nodo politico è l’allargamento della maggioranza a destra diversamente da chi ha votato von der Leyen a luglio“.

Intanto, il commissario uscente all’Economia, Paolo Gentiloni, ricorda a tutti che “il mondo non aspetta la Commissione europea” e che difficoltà e problemi vanno superati il prima possibile. Si dice convinto che ci siano le condizioni perché il nuovo esecutivo entri in funzione “come necessario” il primo dicembre. Le sfide sono tante: “Tutti siamo convinti che nel contesto che si è creato anche dopo le elezioni americane avere una Europa unita e salda sia importante e per questo mi auguro che non ci siano ritardi”, sostiene.

Dalla missione di Monaco di Baviera, il vicepremier e vicepresidente del partito Popolare europeo, Antonio Tajani, tratta con il capogruppo del Ppe Manfred Weber e “gli amici della Csu”, l’Unione Cristiano Sociale. “Di fronte alle sfide da affrontare, da migrazioni a competitività, occorre lavorare per soluzioni”, commenta il ministro degli Esteri italiano, ribadendo che è “necessario approvare la nuova Commissione nei tempi previsti”. I leader Ue avranno modo di cercare una soluzione vis-à-vis nei prossimi giorni, ospiti del G20 di Rio de Janeiro, in Brasile, il 18 e 19 novembre.

Ue, il Parlamento europeo rinvia la legge sulla deforestazione: maggioranza Ursula in crisi

Cade la ‘maggioranza Ursula’, si conferma quella ‘Venezuela’, e si compattano gli schieramenti delle forze politiche italiane: da un lato Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia; dall’altro Partito democratico, Alleanza Verdi-Sinistra, Movimento 5 Stelle. Il tema è il regolamento Ue sulla deforestazione importata, uno dei testi più importanti del Green deal, già approvato e in vigore. Ora il rinvio di un anno dell’attuazione di questa legge, proposto dalla Commissione europea, e gli emendamenti al testo – avanzati a sorpresa dal Partito popolare europeo al Parlamento e passati col sostegno dell’estrema destra – sembrano tracciare uno spartiacque dei due blocchi politici, ma anche delle due legislature targate von der Leyen: se la prima ha cercato di portare sul tavolo la questione ambientale, la seconda si preannuncia quella del freno, o addirittura della retromarcia. E, alla fine, la partita di oggi l’hanno vinta il Ppe e le forze di estrema destra dell’Aula, “dimostrando ancora una volta – come ha commentato la Lega – non solo che un’altra maggioranza è possibile: è già realtà”. La ‘maggioranza Venezuela’, come è stata ribattezzata dal voto di settembre sulla condanna al regime di Maduro che ha sancito l’esistenza di una maggioranza alternativa a destra.

Secondo il ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida, il rinvio “rappresenta una grande vittoria per l’Italia che, insieme a molti altri Governi di matrice politica diversa, aveva proposto di rinviarne l’applicazione poiché avrebbe causato effetti devastanti sulla produzione e trasformazione agricola”. Per Nicola Procaccini, co-presidente del gruppo dei Conservatori al Parlamento europeo (Ecr), “si è raggiunto il giusto compromesso tra tutela della natura e sostenibilità economica e sociale”. Di “doppia vittoria del Ppe e di Forza Italia”, parla Flavio Tosi, europarlamentare di Forza Italia-Ppe: “Giusto proteggere l’ambiente, ma la transizione verde deve avvenire nei tempi giusti e non deve danneggiare le nostre aziende”, evidenzia.

Secondo la delegazione del Pd a Bruxelles, invece, “il Ppe ha deciso di stracciare gli accordi con la maggioranza europeista” e “questa volta a farne le spese è l’ambiente, protetto dal regolamento deforestazione che mira a garantire la produzione di una serie di beni chiave immessi sul mercato dell’Ue non contribuisca più alla deforestazione e al degrado forestale nell’Ue e nel resto del mondo”. Il M5S, con Valentina Palmisano, lega il voto di oggi agli eventi estremi. “Il mondo è flagellato da eventi climatici estremi come alluvioni, bombe d’acqua e siccità che causano morte e distruzione ma la priorità della destra è quella di annacquare la legge europea che lotta contro la deforestazione approvata nella scorsa legislatura”, sottolinea. Mentre i Verdi chiedono a von der Leyen “di ritirare la proposta di rinvio”, così da “evitare una completa violazione della legge e ulteriore incertezza per le aziende”.

Alla fine, il rinvio è stato approvato con 371 voti favorevoli, 240 contrari e 30 astenuti. A dire ‘no’ sono stati socialisti, verdi e sinistra, con la stessa compattezza con cui i popolari e l’estrema destra hanno sostenuto il testo. Si sono spaccati i liberali: 20 no, 24 astensioni e 29 sì. Una delle modifiche più rilevanti introdotte è la creazione di una quarta categoria di Paesi: a fianco a quelli a basso, medio e alto rischio, arrivano gli Stati “senza rischio”, quelli da cui poter continuare a importare prodotti senza nuovi obblighi. E ad approvarla è stata la stessa formazione: Ppe, Ecr, Patrioti (PfE) e Sovranisti (Esn).