La transizione energetica progredisce ma l’Italia fa passi indietro: colpa del gas

Secondo un nuovo rapporto del World Economic Forum, pubblicato oggi, la transizione energetica globale verso un sistema energetico più equo, sicuro e sostenibile continua a progredire, ma ha perso slancio di fronte alla crescente incertezza a livello mondiale. Mentre 107 dei 120 Paesi presi in esame nel rapporto hanno dimostrato di aver compiuto progressi nel loro percorso di transizione energetica nell’ultimo decennio, il ritmo complessivo della transizione è rallentato e il bilanciamento delle sue diverse sfaccettature rimane una sfida fondamentale. La volatilità economica, l’acuirsi delle tensioni geopolitiche e i cambiamenti tecnologici hanno avuto un impatto, complicandone la velocità e la traiettoria. C’è tuttavia qualche motivo di ottimismo, con l’aumento degli investimenti globali nelle energie rinnovabili e la crescita significativa dei risultati della transizione energetica nell’Africa sub-sahariana nell’ultimo decennio. E a fare dei passi indietro è l’Italia che, a causa della sua dipendenza dal gas, scende al 41esimo posto dell’Energy Transition Index (ETI).

La 14esima edizione annuale del rapporto del Forum, Fostering Effective Energy Transition 2024, pubblicato in collaborazione con Accenture, utilizza l’Energy Transition Index (ETI) per valutare 120 Paesi in base alle prestazioni dei loro attuali sistemi energetici, con particolare attenzione al bilanciamento tra equità, sostenibilità ambientale e sicurezza energetica, e alla loro preparazione alla transizione. La novità di quest’anno è rappresentata dai “percorsi personalizzati” che analizzano le caratteristiche specifiche di ogni Paese, tra cui il livello di reddito e le risorse energetiche locali, per fornire raccomandazioni specifiche per ogni regione.

Dobbiamo garantire che la transizione energetica sia equa, sia nelle economie emergenti che in quelle sviluppate“, ha dichiarato Roberto Bocca, responsabile del Centro per l’energia e i materiali del World Economic Forum. “Trasformare il modo in cui produciamo e consumiamo energia è fondamentale per il successo. Dobbiamo agire con urgenza su tre leve fondamentali per la transizione energetica: riformare l’attuale sistema energetico per ridurne le emissioni, implementare soluzioni energetiche pulite su scala e ridurre l’intensità energetica per unità di Pil“.

L’Europa continua a guidare la classifica ETI, con la top 10 per il 2024 composta interamente da Paesi di questa regione. Svezia (1) e Danimarca (2) sono in cima alla classifica, essendosi entrambe posizionate tra i primi tre Paesi ogni anno nell’ultimo decennio. Seguono Finlandia (3), Svizzera (4) e Francia (5). Questi Paesi beneficiano di un elevato impegno politico, di forti investimenti in ricerca e sviluppo, di una maggiore adozione di energia pulita – accelerata dalla situazione geopolitica regionale, dalle politiche di efficienza energetica e dalla determinazione del prezzo del carbonio. La Francia è una nuova entrata nella top five, con recenti misure di efficienza energetica che hanno ridotto l’intensità energetica nell’ultimo anno. Tra le economie del G20, la Germania (11), il Brasile (12), il Regno Unito (13), la Cina (17) e gli Stati Uniti (19) si aggiungono alla Francia nella top 20 dell’ETI, insieme ai nuovi entrati Lettonia (15) e Cile (20), sostenuti dall’aumento della capacità di energia rinnovabile.

La Cina e il Brasile hanno compiuto progressi significativi negli ultimi anni, soprattutto grazie agli sforzi a lungo termine per aumentare la quota di energia pulita e migliorare l’affidabilità della rete. L’impegno costante del Brasile nel settore dell’energia idroelettrica e dei biocarburanti, i recenti progressi nel settore dell’energia solare e le iniziative volte a creare nuove opportunità sono stati fondamentali per attrarre investimenti. Nel 2023, anche la Cina ha aumentato in modo significativo la sua capacità di produzione di energia rinnovabile e ha continuato a crescere e a investire nella sua capacità produttiva in tecnologie pulite come batterie per veicoli elettrici, pannelli solari, turbine eoliche e altre tecnologie critiche. La Cina, insieme agli Stati Uniti e all’India, è anche leader nello sviluppo di nuove soluzioni e tecnologie energetiche.

Il divario nei punteggi complessivi dell’ETI si è ridotto tra le economie avanzate e quelle in via di sviluppo e il “centro di gravità” della transizione si sta spostando verso i Paesi in via di sviluppo. Tuttavia, gli investimenti in energia pulita continuano a concentrarsi nelle economie avanzate e in Cina. Ciò sottolinea la necessità di un sostegno finanziario da parte dei Paesi avanzati per facilitare una transizione energetica equa nei Paesi emergenti e in via di sviluppo e di una politica lungimirante in tutti i Paesi per favorire condizioni di investimento davvero favorevoli. Poiché non esiste una soluzione universale, le politiche potrebbero essere adattate alle esigenze specifiche di ciascun Paese, in base a fattori quali il livello di reddito, le risorse e le esigenze energetiche nazionali e il contesto regionale.

L’Indice della transizione energetica di quest’anno trasmette un messaggio chiaro: è necessario agire con urgenza. I responsabili delle decisioni a livello globale devono compiere passi coraggiosi per recuperare lo slancio nella transizione verso un futuro energetico equo, sicuro e sostenibile. Questo è fondamentale per le persone, per le intere economie e per la lotta ai cambiamenti climatici“, ha dichiarato Espen Mehlum, responsabile dell’Energy Transition Intelligence and Regional Acceleration del World Economic Forum.

Eolico

Giornata del vento, Legambiente: “Italia maglia nera in Ue su eolico offshore”

L’Italia è in forte ritardo nello sviluppo dell’eolico a mare e a terra rispetto al resto d’Europa. Nonostante le grandi potenzialità del suo territorio, la Penisola è ben lontana dai due leader europei del settore, Germania e Paesi Bassi. A fare un punto in occasione del Global Wind Day è Legambiente, che incrociando i dati di windeurope.org e altre fonti, traccia un quadro di sintesi nel nuovo report sull’eolico ‘Finalmente offshore’.

Tra gli undici paesi Ue in cui è diffuso l’eolico offshore, l’Italia è quartultima in classifica con appena 30 MW di capacità installata totale ben lontana dal ritmo dettato ad oggi da Germania con 8.536 MW (di capacità installata totale) e dai Paesi Bassi (4.739 MW), seguiti da Danimarca (2.652 MW), Belgio (2.261 MW), Francia (842 MW), Svezia (192 MW), Finlandia (71 MW). Peggio dell’Italia fanno solo Irlanda (25 MW), Portogallo (25 MW) e Spagna (7 MW). Così se in Europa la capa­cità installata di eolico offshore totale è pari ad oggi a 19,38 GW (poco più del 30% del totale mondiale), l’Italia contribuisce a questo quadro com­plessivo solo con lo 0,05% del totale, con l’in­stallazione di appena 30 MW del parco Beleo­lico nearshore di Taranto, il più grande del Mediterraneo ma ad oggi l’unico realizzato in Italia e inaugurato ad aprile 2022 dopo un iter lungo 14 anni.

Per Legambiente lo stallo dell’Italia sull’eolico offshore è “preoccupante” visto che il potenziale teorico di diffusio­ne dell’eolico galleggiante in Italia è stimato in 207,3 GW, che corrisponde a più del 60% del potenziale complessivo di energia rinnovabile nel Paese. Inoltre, grazie alle caratteristiche morfologiche e alla conformazio­ne dei fondali marini, secondo il Global Wind Energy Council, “l’Italia potrebbe essere il terzo mercato al mondo per potenziale di sviluppo dell’eolico offshore galleggiante. Senza contare che nei territori c’è un fermento che fatica a vedere la luce: a marzo 2024 sono 90 i GW di richieste di connessione alla rete elettrica per l’eolico offshore”. Sicilia, Puglia e Sardegna coprono oltre il 77% delle richieste di connessione, con ri­spettivamente 39, 38 e 31 richieste. Ben 87 i progetti di eolico offshore in Italia, per un totale di oltre 76 GW, stando al portale delle Valutazioni e Au­torizzazioni Ambientali del Mase. Sardegna, Puglia e Sicilia le regioni maggiormente in­teressate, rispettivamente con 24, 22 e 22 progetti.

Il via libera del Mase al decreto aree idonee per gli impianti rinnovabili, dice Stefano Ciafani presidente nazionale di Legambiente, “è un grave errore” perché “lascia carta bianca alle Regioni nella selezione delle aree idonee, di quelle non idonee e di quelle ordinarie. Risultato: il quadro autorizzativo per le rinnovabili diventa ancor più complicato, senza una cornice di principi omogenei”.

Il Paese, ricorda Ciafani, “ha bisogno di scelte politiche energetiche ed interventi coraggiosi che facilitino le rinnovabili e l’eolico offshore che può diventare un settore chiave per l’economia ita­liana e per la transizione energetica”. E per farlo l’Italia “deve puntare sulle fonti pulite aggiornando in modo ambizioso il Pniec che dovrà essere consegnato a Bruxelles il 30 giugno e abbattendo i tanti ostacoli che rallentano lo sviluppo sulle rinnovabili”.

Per Legambiente “le basse performance dell’Italia sono legate alla “corsa ad ostacoli” che le rinnovabili sono costrette ad affrontare tra ritardi, lungaggini burocratiche, iter autorizzativi troppo lenti e farraginosi, norme obsolete, conflitti territoriali, ostracismi dei ministeri (in primis come quello della Cultura) e ritardi della Presidenza del Consiglio”. A pesare anche politiche energetiche sulle rinnovabili “poco coraggiose insieme a obiettivi poco ambiziosi al 2030 contenuti nella boz­za del Piano Nazionale Integrato Energia e Clima 2023 e che vedrà la sua stesura finale a fine giugno”. Inoltre l’Italia è uno dei pochi Paesi a non aver ancora adottato una pianificazione dello spazio marittimo, che dopo una bozza di proposta è ancora oggi in discussione. I ritardi su questo fronte hanno portato la Commissione europea ad annunciare la seconda fase della procedura di infrazione contro l’Italia per la mancata approvazione dei suoi piani di gestione dello spazio marittimo.

Ue, Draghi: “Aumentare produttività e ridurre i costi, serve mercato europeo energia”

Photo credit: sito Fundacion Yuste

 

Tutto si può dire, tranne che Mario Draghi non abbia le idee ben chiare su dove mettere le mani per modellare una nuova Ue. L’ex presidente della Bce ripropone alcune idee già enunciate in questi mesi, ma accentua i toni su alcuni punti nuovi. La base di partenza di tutto è “aumentare la produttività“, perché dalla vicenda del gas russo alla difficoltà di reperire le materie prime critiche, la lotta ai cambiamenti climatici e quelli tecnologici, così come il rapido invecchiamento della popolazione europea, diventano sfide cruciali da vincere assolutamente. Per riuscire nell’intento, però, occorre “crescere più velocemente e meglio“. Draghi ne parla a lungo nel discorso che tiene al Monastero di San Jerónimo de Yuste, in Spagna, dove riceve dalle mani del Re Felipe VI il premio europeo Carlos V.

Nei prossimi giorni l’ex premier consegnerà i risultati del lavoro commissionatogli da Ursula von der Leyen sul futuro della competitività, ma negli ultimi due mesi, con l’avvicinarsi delle elezioni europee, il suo nome era circolato tra i possibili candidati alla guida dell’esecutivo Ue o del Consiglio, sponsorizzato soprattutto dal presidente francese, Emmanuel Macron. La partita dei Top Jobs, intanto, sembra avviata sul binario della riconferma della attuale presidente, ma i suggerimenti di Draghi potrebbero risultare molto utili a chiunque si accomoderà sulla sedia più arroventata di Bruxelles.

Lo stato dell’arte è nei dati che porta in Spagna. “La crescita della produttività europea sta rallentando da tempo” e la differenza di crescita rispetto agli Usa inizia a pesare, perché “dovuta principalmente al settore tecnologico e alla digitalizzazione in generale“, spiega l’ex Bce. Che avvisa: “Il divario potrebbe aumentare ulteriormente con il rapido sviluppo e la diffusione dell’Intelligenza artificiale“. Del resto, “circa il 70% dei modelli fondamentali di Ia viene sviluppato negli Stati Uniti e solo tre aziende statunitensi rappresentano il 65% del mercato globale del cloud computing”. Allo stesso modo il sistema dei dazi può servire, ma con un approccio generale pragmatico, cauto e coerente“. Perché “non vogliamo diventare protezionisti in Europa, ma non possiamo restare passivi se le azioni degli altri minacciano la nostra prosperità“.

Altro punto cruciale del discorso di Draghi riguarda i costi da ridurre, soprattutto quelli dell’energia, che “stanno portando a una riduzione degli investimenti in Europa“. Il mix tra “investimenti infrastrutturali lenti e non ottimali, sia per le rinnovabili che per le reti” e “regole di mercato che non disaccoppiano completamente il prezzo dell’energia rinnovabile e nucleare dai quelli più alti e volatili dei combustibili fossili, impedendo alle industrie e alle famiglie di cogliere appieno i benefici dell’energia pulita nelle loro bollette“, impone una riflessione sulla “costruzione di un vero mercato europeo dell’energia“, da cui dipende, peraltro, l’aumento della produttività.

Per far lievitare gli investimenti, poi, l’Europa deve “non solo incrementare il livello della domanda attraverso una spesa più elevata, ma anche garantire che questa si concentri all’interno dei nostri confini” e “il modo più efficiente per farlo sarebbe aumentare la spesa comune“. Esortando l’Ue a porre tra le sue “priorità collettiveRicerca e innovazione e rilanciare rapidamente la diffusione dell’innovazione nella propria economia.

Nella riflessione di Draghi, infine, trova ampio spazio il tema della transizione green. A suo modo di vedere “anche rendere più efficace la spesa pubblica non sarà sufficiente“, dunque “il fabbisogno di finanziamenti per la transizione verde e digitale è enorme” e “dovremo anche mobilitare il risparmio privato su una scala senza precedenti, ben al di là di quanto possa fare il settore bancario“, raccogliendo questi fondi principalmente nei “mercati del capitale di rischio, delle azioni e delle obbligazioni“.

foresta

INFOGRAFICA INTERATTIVA Ambiente, i comportamenti eco-compatibili degli italiani

Nell’infografica INTERATTIVA di GEA, i comportamenti eco-compatibili, ovvero maggiormente rispettosi per l’ambiente, degli italiani. Secondo Istat nel 2023 aumenta la consapevolezza per la sostenibilità e i cittadini “sono sempre più attenti alla conservazione delle risorse naturali”. La quota di quanti fanno abitualmente attenzione a non sprecare energia arriva al 72,8%, mentre il 69,8% presta attenzione a non sprecare l’acqua e il 50% a non adottare mai comportamenti di guida rumorosa al fine di limitare l’inquinamento acustico. Mostra attenzione ai temi della sostenibilità ambientale anche il 35,8% della popolazione che legge le etichette degli ingredienti e il 23,5% che acquista prodotti a chilometro zero.
rinnovabili

In Francia settore energetico preoccupato per il futuro della transizione

Progetti urgenti nel limbo e minacce alla decarbonizzazione: il settore energetico francese teme ulteriori ritardi nella sua trasformazione, mentre anch’esso affronta l’inizio di una crisi politica sullo sfondo di un’ondata di estrema destra. Eolico, solare, biogas… il settore delle energie rinnovabili attende da mesi obiettivi di sviluppo quantificati per il 2035. Che ne sarà di questa tabella di marcia, per la quale il governo ha promesso un decreto se non dovesse passare in legge?

Quello che sta accadendo è grave”, afferma Jules Nyssen, presidente del Syndicat des Energies Renouvelables (SER). “Il governo ha tergiversato per mesi su questo programma, che avrebbe dovuto essere annunciato questa settimana e sottoposto a consultazione alla fine di giugno. Con ogni probabilità, non sarà adottato prima delle elezioni legislative del 30 giugno“, ha annunciato sulla scia del risultato record del Rassemblement National alle elezioni europee. Il ministero dell’Industria non ha risposto all’Afp su questo argomento.

“Siamo in uno stato di totale instabilità, in un momento in cui abbiamo bisogno di certezza del diritto e di visibilità. E pagheremo un prezzo elevato per questo. Oggi stiamo rimescolando le carte in tavola e il futuro governo sarà in grado di fare nuove scelte“, ha continuato Nyssen, per il quale ‘possiamo davvero biasimare’ il governo uscente per aver trascinato la questione. Senza un calendario ufficiale, che ne sarà della prevista “mega-gara” per l’energia eolica offshore, una volta rivelate le aree adatte ai futuri parchi eolici a settembre? O del sostegno al gas rinnovabile, che ha già raggiunto gli obiettivi di capacità fissati nel programma precedente? Allo stesso modo, a giugno, sotto la guida del ministro dell’Industria, era attesa una tappa fondamentale nell’attuazione dei contratti commerciali firmati da EDF, contratti destinati a garantire il futuro dell’indebitata società elettrica.

All’Uniden, che rappresenta le principali aziende industriali ad alta intensità energetica e potenziali clienti di questi contratti, “sperano che questo periodo di instabilità non rappresenti un problema”, anche se finora sono stati firmati solo quattro accordi. “Abbiamo una tabella di marcia chiara: dobbiamo decarbonizzare. La cosa più importante è avere accesso all’elettricità a basse emissioni di carbonio a un prezzo competitivo, che sia nucleare o rinnovabile“, spiega Nicolas de Warren, presidente dell’associazione. La stessa vaghezza si applica all’idrogeno verde, progettato per decarbonizzare l’industria pesante: “Da un anno il settore attende la revisione della strategia del governo”, osserva Mika Blugeon-Mered, docente di “mercati e geopolitica dell’idrogeno” a Sciences Po. Secondo il ministero, era attesa “per l’estate”, ma ora ci sono poche possibilità che venga pubblicata in tempo. Ma l’industria ha bisogno di sostegno per gli utenti, perché la strategia iniziale si concentrava solo” sui produttori.

Durante la sua campagna presidenziale nel 2022, Marine Le Pen ha promesso di costruire una ventina di nuovi reattori nucleari, di cui dieci da consegnare entro il 2031 – una scommessa irrealistica, secondo la stessa industria. Ha anche promesso una moratoria sull’energia eolica, con il graduale “smantellamento” dei parchi eolici. Nel 2023, il deputato del RN Pierre Meurin ha detto che è stato “sconcertante” durante i dibattiti sulla legge per accelerare le energie rinnovabili. Tuttavia, il rifiuto delle rinnovabili si scontra con tutti gli scenari di transizione energetica che, nucleare o meno, sottolineano la necessità di energia eolica e solare se la Francia vuole allontanarsi dai combustibili fossili e rispettare gli impegni climatici.

Il capo di un fornitore di energia elettrica rinnovabile prevede che “le leggi dell’economia e dell’energia (…) raggiungeranno” i leader della RN: “Avremo bisogno di più energia a basso costo. Ci vogliono 10-15 anni per costruire l’energia nucleare. Cosa facciamo nel frattempo? E come facciamo ad attirare le fabbriche di batterie se non vogliono più le auto elettriche?“, ha chiesto, parlando a condizione di anonimato, mentre la signora Le Pen vuole ‘ripristinare la libertà dei francesi’ di acquistare veicoli a combustione. Jules Nyssen, da parte sua, non vuole fare previsioni per queste elezioni legislative. “Tra le preoccupazioni dei nostri concittadini ci sono il cambiamento climatico, la sovranità della Francia e la necessità di reindustrializzare, e le energie rinnovabili hanno risposte da offrire su tutti e tre questi temi. La sfida per noi è quella di renderlo chiaro, per evitare una campagna basata unicamente sulla paura“.

Nuovi incentivi per la transizione energetica e digitale

Con l’art.38 del Dl n.19/2024 viene introdotto un incentivo fiscale legato alla transizione energetica e digitale dei processi produttivi, che ha l’obiettivo di sostenere gli investimenti nei periodi d’imposta 2024-2025 in beni materiali e immateriali nuovi, beni strumentali necessari per l’autoproduzione e autoconsumo di energia da fonti rinnovabili e spese di formazione per competenze nella transizione ecologica.

“Possono accedere al credito d’imposta imprese residenti nel territorio dello Stato, stabili organizzazioni nel territorio dello stato di soggetti non residenti, mentre – spiega Gianluca Buselli, consigliere d’amministrazione della Cassa di previdenza dei ragionieri e degli esperti contabili – non sono ammissibili le imprese in stato di liquidazione volontaria, fallimento, liquidazione coatta amministrativa, concordato preventivo senza continuità aziendale, o altre procedure concorsuali e le imprese destinatarie di sanzioni interdittive ai sensi del D.lgs. n. 231/2001.

Le imprese devono rispettare le normative sulla sicurezza nei luoghi di lavoro e gli obblighi contributivi previdenziali e assistenziali”.

“Per ottenere il beneficio, le imprese dovranno presentare le certificazioni energetiche rilasciate da un valutatore indipendente, attestanti la riduzione dei consumi energetici – prosegue Buselli – e la descrizione del progetto di investimento con il relativo costo preventivato”.

Il credito d’imposta è utilizzabile esclusivamente in compensazione con modello F24, non è cedibile o trasferibile ed è cumulabile con altri aiuti di Stato, a condizione che il cumulo non superi l’intensità o l’importo di aiuto massimo consentito.

 

fotovoltaico

Investimenti in energia ‘green’ doppiano i fossili: boom sul solare

Gli investimenti globali nell’energia pulita raggiungeranno quasi il doppio dell’importo destinato ai combustibili fossili nel 2024, grazie al miglioramento delle catene di approvvigionamento e alla riduzione dei costi per le tecnologie pulite. Su tutti, gli investimenti sul solare potrebbero superare quelli destinati a tutte le altre fonti ‘green’ di produzione di elettricità. E’ quanto prevede l’ultima edizione del rapporto annuale World Energy Investment della Aie, l’Agenzia internazionale per l’energia. Si prevede infatti che, nonostante l’aumento dei tassi di interesse, che frenano nuovi progetti, gli investimenti energetici totali a livello mondiale supereranno per la prima volta i 3.000 miliardi di dollari nel 2024, con circa 2.000 miliardi di dollari destinati a tecnologie pulite, tra cui energie rinnovabili, veicoli elettrici, energia nucleare, reti, stoccaggio, combustibili a basse emissioni, miglioramenti dell’efficienza e pompe di calore. Il resto, poco più di mille miliardi di dollari, sarà destinato al carbone, al gas e al petrolio. Nel 2023, gli investimenti combinati in energia rinnovabile e reti hanno superato per la prima volta l’importo speso in combustibili fossili.

Nel dettaglio, si prevede che gli investimenti “nella tecnologia solare fotovoltaica supereranno i 500 miliardi di dollari nel 2024, superando tutte le altre fonti di produzione (elettrica) messe insieme”. Secondo l’Aie, il costo dei pannelli fotovoltaici è diminuito del 30% negli ultimi due anni.

Gli investimenti nell’energia pulita stanno stabilendo nuovi record, anche in condizioni economiche difficili, evidenziando le dinamiche della nuova economia energetica globale”, ha affermato Fatih Birol, direttore esecutivo dell’Aie che, tuttavia, rileva “notevoli squilibri negli investimenti”. Escludendo il colosso cinese, i 300 miliardi di dollari previsti nel 2024 nelle economie emergenti e in via di sviluppo sono ben al di sotto di “quanto è necessario per soddisfare la crescente domanda di energia in molti di questi paesi”. “Dobbiamo fare di più affinché gli investimenti vadano dove sono più necessari”, sostiene Birol.

La Cina è destinata a rappresentare la quota maggiore di investimenti in energia pulita nel 2024, raggiungendo una stima di 675 miliardi di dollari. Ciò è il risultato di una forte domanda interna in tre settori in particolare: solare, batterie al litio e veicoli elettrici. Seguono l’Europa e gli Stati Uniti, con investimenti nell’energia pulita rispettivamente di 370 miliardi e 315 miliardi di dollari. Queste tre principali economie da sole rappresentano più di due terzi degli investimenti globali nell’energia pulita, sottolineando le disparità nei flussi di capitali internazionali nel settore energetico. Oltre alle sfide economiche, le reti e lo stoccaggio dell’elettricità hanno rappresentato un vincolo significativo per le transizioni verso l’energia pulita, segnala il rapporto. Ma la spesa per le reti è in aumento ed è destinata a raggiungere i 400 miliardi di dollari nel 2024, dopo essere rimasta bloccata a circa 300 miliardi di dollari all’anno tra il 2015 e il 2021. L’aumento è in gran parte dovuto a nuove iniziative politiche e finanziamenti in Europa, Stati Uniti, Cina e alcuni paesi dell’America Latina.

Gli stati e le aziende stanno accelerando gli investimenti nelle energie pulite per ridurre le emissioni di gas serra derivanti dai combustibili fossili, che riscaldano il pianeta. Secondo l’Aie, gli investimenti dovrebbero essere raddoppiati per triplicare la capacità delle energie rinnovabili entro il 2030.

Besseghini: “Fer 2 costerà 8-10 euro/MWH in bolletta. Mercato gas ancora nervoso”

Dagli stoccaggi di gas alle rinnovabili che incideranno nelle bollette per effetto del decreto Fer 2, ai costi della Tari e la nuova Europa. Stefano Besseghini a tutto campo ai microfoni del #GeaTalk. Il presidente dell’Arera fa il punto sui prezzi per gli approvvigionamenti di gas: “Tutto apposto? Magari è un po’ eccessivo, sicuramente non abbiamo più quei livelli di prezzi e questo molto ci tranquillizza. In ogni caso siamo più vicini ai 40 euro al Megawattora che ai 30 euro, il ché è indice di una situazione dei mercati ancora nervosa”, spiega. Chiarendo che “siamo grossomodo al doppio del valore storico di valorizzazione della commodity gas“, ma rispetto al passato “abbiamo alcuni cambi di assetto fondamentali, uno su tutti il ruolo dell’Lng, che non essendo collegato tubi fisici ci espone di fatto al mercato globale“.

Altro tema caldo è il decreto Fer 2, appena approvato dalla Commissione Ue, che consente di realizzare degli impianti per la produzione di energia rinnovabile. L’unica controindicazione è che può costare fino a 35 miliardi in venti anni, da coprire con aumenti in bolletta nella componente Asos, con un onere da calcolare nel delta tra la richiesta dei produttori nelle procedure competitive e i prezzi dell’energia elettrica sui mercati spot. “E’ molto difficile fare una stima – dice subito Besseghini -. Diciamo che, probabilmente, parliamo di circa 8-10 euro al MWH per la bolletta del consumatore, ma vedremo il suo dispiegamento nei prossimi vent’anni e a partire da quando questi impianti diventeranno operativi“.

Nel frattempo si andrà avanti con i metodi ‘tradizionali’, perché “il gas lo abbiamo raccontato, in tempi non sospetti, come combustibile di transizione e in fondo questo ruolo non viene meno. Ci accompagnerà, soprattutto nella generazione elettrica, ancora per qualche tempo“. Dunque, meglio capire che cosa aspettarci nel prossimo inverno. “Dal punto di vista delle forniture, che sono un po’ la sonda principale, pur rimanendo sempre cauti sulle previsioni di prospettiva, non si vedono indicatori di criticità particolari“. Ergo “guarderei a questo autunno con ragionevole fiducia, nel convincimento che poi entrando nel 2025/2026 le cose andranno tendenzialmente migliorando“.

Il dibattito politico, e non solo, è acceso anche sulla fine della finestra per il rientro nel mercato tutelato, in scadenza il prossimo 1 luglio. La Lega vorrebbe allargare le maglie almeno fino alla fine del 2024. “Questa è una valutazione che deve fare il governo“, mette il primo paletto Besseghini. Che vede anche delle potenziali criticità: “Questi termini hanno anche vincoli rispetto agli impegni presi e i processi già definiti, visto che l’assegnazione delle gare è avvenuta a inizio anno e rinviare alla fine di dicembre vorrebbe dire assegnare il consumatore, a distanza di un anno“. Poi, però, tutto va valutato nel contesto delle dinamiche” ma “una dilatazione di tempi porta anche a disperdere questo tipo di convenienza” dovuta alle gare ben costruite, avvisa.

Passando da un argomento all’altro, il presidente dell’Autorità di regolazione per energia reti e ambiente ritiene “estremamente virtuoso” che l’Antitrusteserciti una moral suasion sul suo approccio, cioè la visione ex post delle dinamiche di mercato che si instaurano, soprattutto in un momento di transizione in cui la chiarezza e la precisione delle informazioni aiuta a orientarsi“, commenta l’uscita dell’Agcm verso le aziende del settore energivoro. “E’ una ‘never ending story’ quella del miglioramento della chiarezza delle bollette, tant’è vero che abbiamo in corso uno specifico procedimento, che non voglio chiamare ‘bolletta 3.0’ ma è esattamente finalizzata, con un ascolto attento delle associazioni dei consumatori, a trovare un meccanismo omogeneo delle informazioni che i clienti trovano nella bolletta – prosegue -. Perché molto spesso il problema è non trovarla sempre nello stesso posto e questo è molto disorientante. Per parte nostra cerchiamo di costruire strutture di regolazione che portino a elementi formativi chiari“.

Infine, i rifiuti. “E’ abbastanza difficile dire, genericamente, che si spende troppo per la Tari – sottolinea Besseghini -. Ciò che conta è che si spenda coerentemente con i servizi che si ottengono“. Allo stesso tempo “è drammaticamente vero che abbiamo ancora zone del Paese, lo abbiamo letto in tutte le relazioni annuali, in cui il rapporto tra il costo che si sostiene e il servizio che si ottiene, o il servizio ambientale, quindi la capacità di aderire alle indicazioni su smaltimento rifiuti e riciclo, sono molto sbilanciato. Questo, però, tipicamente dipende da assetti industriali un po’ deboli, da gestioni in economia o, appunto, dalla mancanza di impianti“. Situazione che si verifica più al Sud che al Nord, ma anche sulla separazione territoriale, il presidente di Arera invita a non essere “così netto nel tracciare la divisione“.

Energia, Besseghini (Arera): “Autunno caldo? C’è ragionevole fiducia, miglioramenti dal 2025”

Dal punto di vista delle forniture del gas, che sono un po’ la sonda principale, pur rimanendo sempre cauti sulle previsioni di prospettiva, non si vedono indicatori di criticità particolari”. Lo dice il presidente di Arera, Stefano Besseghini, ai microfoni del #GeaTalk, rispondendo a una domanda sulla condizione dei mercati per l’approvvigionamento del gas. “Certamente – continua -, se terremo la tabella di marcia, con il rigassificatore di Ravenna, la costruzione della terza linea di gas che porta da sud a nord, la cosiddetta e famosa Adriatica, oltre a continuare con questo impulso di installazione di rinnovabili che ha caratterizzato gli ultimi due anni, progressivamente andremo verso una situazione di nuova normalità, in cui bisognerà sempre attenti ma in una situazione meno critica”. Ragion per cui “io guarderei a questo autunno con ragionevole fiducia, nel convincimento che poi entrando nel 2025/2026 le cose andranno tendenzialmente migliorando”.

Besseghini (Arera): “Mercato del gas ancora nervoso, più vicini ai 40 euro/MWH che ai 30”

Tutto apposto magari è un po’ eccessivo, sicuramente non abbiamo più quei livelli di prezzi e questo molto ci tranquillizza. In ogni caso siamo più vicini ai 40 euro al Megawattora che ai 30 euro, il ché è indice di una situazione dei mercati ancora nervosa”. Lo dice il presidente di Arera, Stefano Besseghini, ai microfoni del #GeaTalk, rispondendo a una domanda sulla condizione dei mercati per l’approvvigionamento del gas. “Siamo grossomodo al doppio del valore storico di valorizzazione della commodity gas – aggiunge -, con tutto quello che abbiamo attraversato il momento è diverso, ma abbiamo anche alcuni cambi di assetto fondamentali. Uno su tutti è sicuramente il ruolo che gioca l’Lng, diverso da quello che giocava qualche anno fa. E visto che non è collegato a dei tubi fisici che legano i Paesi, siamo di fatto esposti al mercato globale”.