Fine mercato tutelato, Schlein: “È tassa Meloni, rinviare”. Salvini: “Rimediare a errore”

Dal 10 gennaio 2024 si uscirà dal mercato tutelato dell’energia elettrica per passare a quello libero. La scelta del governo di non intervenire, però, fa esplodere la polemica nel dibattito politico. A lanciare il guanto di sfida è il Partito democratico, con la segretaria che chiama in causa direttamente la premier: “E’ una tassa Meloni sulle bollette”, accusa Elly Schlein. La fine del mercato a maggior tutela “tocca la carne viva delle difficoltà di 5 milioni di famiglie e 10 milioni di utenze, sentiamo il bisogno di raccontare bene agli italiani cosa fa il governo”, rincara la dose.

I dem provano a smontare anche lo storytelling per cui la decisione sia frutto degli accordi con l’Europa e un passo indietro rischierebbe di far saltare anche il Piano nazionale di ripresa e resilienza. “Ci hanno messo 10 mesi per cambiare diversi punti del Pnrr, non capiamo perché su questo non lo abbiano fatto”, eppure “il mondo è cambiato, il Piano è stato scritto quando non c’erano due guerre e una crisi energetica: in che mondo vivono al governo se di questo ce ne siamo accorti solo noi”, rincara la dose Schlein. Che affonda ancora il colpo: “Forse fanno più attenzione agli interessi economici delle grandi società energetiche che a quelli di 5 milioni di famiglie che rischiano di pagare bollette più alte”. La responsabile Clima e Transizione ecologica del Nazareno Annalisa Corrado, poi, lancia un appello all’esecutivo: “Siamo ancora in tempo per tornare indietro, ci ripensino”.

Il Pd ricorda anche i dubbi avanzati da diversi esponenti dei partiti di maggioranza, come Fabio Rampelli di FdI, Claudio Borghi della Lega ma anche in Forza Italia. “Malgrado l’espressione unanime di tutte le forze in Parlamento, che chiedevano un rinvio delle aste, il governo lo ha negato”, aggiunge Corrado. Ma è anche il vicepremier, Matteo Salvini, a intervenire sulla questione, durante una conferenza alla Stampa estera, esprimendo una posizione che non appare totalmente in linea con le scelte prese in Cdm. “Ne ho parlato con il ministro Fitto, conto che questo governo col dialogo e la trattativa con la Commissione europea, riesca a rimediare a un errore che ci siamo trovati sulla scrivania e che rischia di essere impegnativo”, dice alludendo alle intese sottoscritte dal Conte II e confermate dall’esecutivo Draghi.

Immediata la reazione delle opposizioni. “Se Salvini viene a raccontare all’Italia che la mancata proroga del mercato tutelato è stata un errore, siamo veramente alla fiera dell’assurdo e tutto ciò è inaccettabile”, commenta Angelo Bonelli, co-portavoce di Europa Verde, che prevede un “disastro per 6 milioni di famiglie, costrette a sostenere aumenti di costi insostenibili”. Per i Cinquestelle “gli italiani pagano il regalo del governo alle aziende fossili”, mentre da Avs il segretario di Sinistra italiana, Nicola Fratoianni, parla di “vera e propria rapina sociale: una patrimoniale su milioni di italiani”.

Il dibattito è più che mai vivo e, dunque, non mancano le voci dalla maggioranza. In alcuni casi di chi è stato tirato in ballo dalla minoranza. Come nel caso di Fabio Rampelli, deputato FdI e vicepresidente della Camera: “Trovo sorprendenti se non ridicole le accuse di Schlein e Conte. Quando infatti entrambi hanno condiviso la responsabilità di governo (Conte2 e con Draghi) non si sono fatti scrupolo di offrire a Bruxelles lo scalpo della ‘maggiore tutela’ in cambio di non si sa bene quale clausola del Pnrr”. Stesso leitmotiv per il leghista Claudio Borghi: “Trovo incredibile che il Pd giochi a fare l’anima bella sulla fine del mercato tutelato per l’energia. Si tratta di un punto del Pnrr votato anche dal Partito democratico e negoziato dal sottosegretario dem Vincenzo Amendola”.

La partita politica, molto probabilmente, è destinata a restare aperta ancora per giorni, nel frattempo c’è attesa nei cittadini per capire se le cose resteranno così come sono, dunque dal 10 gennaio del nuovo anno tutti dovranno passare al mercato libero, o se Bruxelles possa aprire un canale di dialogo che porti al rinvio, almeno di un anno. In entrambi i casi, il corso del 2024 può cambiare per milioni di italiani.

Cdm approva nuovo dl Energia da 27,4 miliardi. Non c’è la proroga del mercato tutelato

A pochi giorni dall’approvazione definitiva in Parlamento del decreto varato nello scorso mese di settembre, il Consiglio dei ministri vara un nuovo dl Energia. Avanti sulle rinnovabili e sulla decarbonizzazione delle aziende gasivore ed energivore. Avanti sull’approvvigionamento, con la norma che sblocca i rigassificatori di Gioia Tauro e Porto Empedocle. Non c’è la proroga del mercato tutelato, ma non è una novità: il ministro dell’Ambiente e della sicurezza energetica, Gilberto Pichetto, lo aveva anticipato la scorsa settimana, parlando di uno spacchettamento degli utenti, in modo da tutelare i fragili.

Una scelta che fa saltare sulla sedia l’opposizione. “È davvero sconcertante l’atteggiamento di questo governo che, su un tema come il mercato tutelato, fa orecchie da mercante e gioca a scarica barile“, tuona Annalisa Corrado, responsabile Ambiente nella segreteria Pd. E annuncia una conferenza stampa sul tema al Nazareno con la segretaria Elly Schlein, Pierluigi Bersani, la capogruppo alla Camera, Chiara Braga, e Antonio Misiani. I deputati M5S in commissione Attività Produttive della Camera bollano la mancata proroga come “furia cieca verso le famiglie” e Luana Zanella, capogruppo di Avs a Montecitorio, avverte: “Famiglie e imprese si preparino al salasso voluto da una destra pericolosa e irresponsabile“.

Il titolare del dicastero di via Cristoforo Colombo rivendica però lo sforzo fatto per un decreto che definisce “molto variegato“, con una serie di misure riconducibili a “una solida e pragmatica visione energetica”. Si liberano, scandisce, “le grandi potenzialità del Paese“, per renderlo “riferimento nel Mediterraneo sulle rinnovabili“.

Il provvedimento vale 27,4 miliardi di investimenti: “Vogliamo sostenere famiglie e imprese, per renderle ancor più protagoniste di una transizione bilanciata e realistica”, spiega Pichetto.

C’è il sostegno all’eolico offshore nel Mezzogiorno, con l’individuazione di due porti del Sud per sviluppare investimenti nel settore, funzionali a ospitare piattaforme galleggianti, da individuare dopo le manifestazioni di interesse.

Si sostengono i settori produttivi impegnati nel percorso di decarbonizzazione, “fornendo ad esempio importanti risposte per migliaia di imprese a forte consumo di energia elettrica e gas“, afferma Pichetto. Al via anche un nuovo studio per valorizzare la filiera della cattura e stoccaggio di carbonio. Per accelerare sullo sviluppo delle rinnovabili verso gli obiettivi 2030, si spingono le Regioni a realizzare impianti fotovoltaici in aree idonee con un fondo per opere compensative. Il fondo, per Regioni e Province Autonome, ammonta a 350 milioni l’anno fino al 2032.

Il provvedimento adotta poi un sistema di incentivazione a installare impianti a fonti rinnovabili rivolto a circa 3.800 imprese a forte consumo di energia elettrica come quelle della chimica, del vetro e del tessile, che potranno vedersi anticipare dal GSE gli effetti della realizzazione di questi impianti, da restituire nei successivi venti anni.

Approviamo inoltre una norma per considerare di pubblica utilità, indifferibili e urgenti, le opere per la costruzione e l’esercizio di terminali di rigassificazione di gas naturale liquido on-shore, nonché le infrastrutture connesse: una norma importante per impianti come Porto Empedocle e Gioia Tauro“, precisa. Avanti anche sul geotermoelettrico e sul bioetanolo, sul teleriscaldamento.

Un portale digitale raccoglierà dati e informazioni sullo sviluppo della rete elettrica nazionale. Gli enti territoriali potranno infine autocandidarsi a ospitare il Deposito nazionale dei rifiuti radioattivi. “Un passo necessario – insiste il ministro – per accelerare i tempi di individuazione di un’area di cui il Paese ha forte bisogno”.

Pnrr, ok Ue a quarta rata e RePowerEu. Meloni esulta: “21 miliardi, una seconda manovra”

Era nell’aria, ma ora è ufficiale. La Commissione approva le modifiche presentate dal governo al Pnrr italiano legato alla quarta rata e, contestualmente, anche il capitolo aggiuntivo del RePowerEu. Proprio il documento strategico per l’indipendenza energetica, secondo Bruxelles, “copre in modo completo i sei pilastri dello strumento” di rilancio economico, vale a dire transizione verde, trasformazione digitale, crescita intelligente, sostenibile e inclusiva, coesione sociale e territoriale, sanità e resilienza economica, sociale e istituzionale e politiche per le generazioni future.

Ci sono anche altre novità legate al RePower, perché “aumenta di dimensioni” in termini di risorse, spiega il ministro titolare del dossier, Raffaele Fitto, passando dai 2,7 miliardi di euro iniziali a 2,88 miliardi grazie all’aggiunta di “una piccola unità di calcolo di altri 100 milioni di euro”; e aumenta come contenuti: “Ora esistono sette nuove riforme che si aggiungono alle cinque già previste”. Il surplus, però, non avrà effetti immediati. “Non cambia l’importo della quarta rata” da 16,5 miliardi di euro, chiarisce l’esecutivo comunitario: “Le modifiche del totale da destinare all’Italia riguardano gli importi dalla quinta rata in poi”.

La sostanza comunque non cambia, perché tirando le somme, il governo “mette a disposizione della crescita economica italiana altri 21 miliardi di euro”, in pratica “una seconda manovra economica in gran parte destinata allo sviluppo e alla competitività del tessuto produttivo italiano”, dice la premier, Giorgia Meloni, alle associazioni datoriali, convocate a Palazzo Chigi per illustrare la legge di Bilancio 2024. “Abbiamo lavorato a una manovra consapevoli che parallelamente stavamo trattando con la Commissione europea la revisione del Pnrr”, spiega ancora la presidente del Consiglio. Lasciando intendere che la strategia dell’esecutivo è sempre stata quella di viaggiare su un doppio binario: “Abbiamo verificato le criticità e le abbiamo superate, abbiamo fatto in modo che tutti i soldi del Pnrr venissero spesi nei tempi e quindi abbiamo concentrato le risorse sulla crescita e la modernizzazione della nazione e mi pare che il risultato, sul quale in pochi scommettevano, dice che non era una scelta sbagliata”, rivendica ancora Meloni. Che ringrazia Bruxelles: “La Commissione è stata sicuramente rigida per certi versi, ma molto aperta alla possibilità che queste risorse fossero spese nel migliore dei modi”.

Entrando nel concreto, ci sono “12,4 miliardi di euro assegnati al sistema delle imprese, 6,3 miliardi alla transizione 5.0, 320 milioni per il supporto alle pmi per l’autoproduzione di energia e fonti rinnovabili e 2 miliardi per i contratti di filiera in agricoltura”, elenca Fitto. E ancora: “2,5 miliardi di euro per il supporto al sistema produttivo, 850 milioni di euro per il parco agrisolare e 308 milioni per il fondo tematico per il turismo”. Inoltre, “un’altra proposta molto qualificante è quella della rimodulazione, d’intesa con la struttura commissariale, di 1,2 miliardi destinati nella gestione destinati all’alluvione in Emilia-Romagna, Marche e Toscana. Esistono poi investimenti per 5,2 miliardi sul fronte delle reti delle Infrastrutture, 1,8 miliardi per la realizzazione e il rafforzamento strategico delle reti elettriche e del gas, oltre 1 miliardo agli interventi per la perdita e la riduzione idrica, oltre 1,1 miliardi per l’acquisto di nuovi treni ad emissioni ridotte, 400 milioni per l’elettrificazione delle banchine portuali e 920 milioni per la messa in sicurezza degli edifici scolastici e la realizzazione di nuove scuole”.

Nella rimodulazione ci sono anche “1,380 miliardi destinati alle famiglie a basso reddito per l’efficientamento energetico e l’edilizia abitativa”. Fitto assicura che “nei prossimi giorni definiremo gli ultimi aspetti per giungere alla definizione del pagamento della quarta rata del Pnrr entro il 31 dicembre”, stessa data entro cui il governo è convinto di poter “raggiungere i target della quinta rata” e quindi “fare la richiesta di pagamento”.

A esultare è tutta la squadra di Meloni. “Con la riprogrammazione del Pnrr sono ulteriori 12,4 i miliardi per le imprese, di cui quasi 10 miliardi sui progetti del Mimit”, dice il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, che vede lievitare al 30% la quota di fondi per il suo dicastero. “Quasi 10 miliardi che si aggiungono ai 19 miliardi già assegnati e agli 8 del fondo complementare, per un totale di 37 miliardi in dotazione al Mimit – riepiloga Urso -. Risorse decisive per sostenere la competitività del sistema produttivo. Destineremo così altri 6.4 miliardi a transizione 5.0 per un totale di 13,3 miliardi per l’innovazione tecnologica tra fondi Pnrr e nazionali (6.8 miliardi) già in Bilancio nel biennio 2024/2025“.

Mobilità, Descalzi (Eni): “Non si può puntare su un’unica soluzione”

Nel sistema energetico” per quel che concerne il segmento della mobilità “non si può mai puntare su un’unica soluzione”. Lo dice l’amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi, a margine del Forum di Coldiretti. “Come Eni puntiamo sui biocarburanti, ma ci sono mezzi pesanti, tutta la parte aeronautica e i mezzi navali che ovviamente non possono passare in modo immediato, e forse mai, all’elettrico – aggiunge -. Quindi, hanno bisogno anche delle alternative con bassa impronta carbonica”. Ma “puntiamo molto sull’elettrico, siamo la prima o tra le prime società in termini di stazioni di ricarica in Italia e ne abbiamo molte anche in Europa”, dice ancora Descalzi. Che prosegue: “Abbiamo la parte dell’elettrico, quella del biodiesel e dei biocarburanti in senso generale, anche se l’elettrico resta fondamentale – sottolinea -. Bisogna avere tante soluzioni, perché dobbiamo cercare anche soluzioni che siano economiche e che possano auto-giustificarsi senza dover pesare sul governo o, ancora di più, a livello tariffario su tutti i cittadini”.

Descalzi: “Africa spinta a biocarburanti, ma colture non devono impattare su foreste”

E’ chiaro che l’Africa può essere una spinta ai biocarburanti a patto che si riesca a sviluppare quelle colture che stiamo sviluppando noi, quindi piante oleose, arbusti che vivono in zone quasi desertiche, con poca acqua, senza impattare sulle foreste primarie e secondarie, perché questo va contro l’obiettivo di ridurre il contenuto di Co2”. Lo dice l’amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi, a margine del Forum di Coldiretti. “I più grossi contenitori e strumenti di cattura che esistono al mondo sono proprio le foreste primarie e secondarie”, conclude.

Gli aiuti per le comunità energetiche non diventino un altro Superbonus

Quasi sei miliardi di aiuti, per la precisione 5,7, è l’ammontare della somma destinata alle Cer, le comunità energetiche rinnovabili, e all’autoconsumo diffuso. Nel dettaglio, 2,2 miliardi di fondi garantiti dal Pnrr per quelli che sono i contributi a fondo perduto e 3,5 miliardi di oneri per gli incentivi in tariffa. L’ok di Bruxelles è stato festeggiato con (legittima) soddisfazione dal ministro per l’Ambiente e la Sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin, che ha parlato di “svolta” e di “nuova fase storica”, dalla sua vice Vannia Gava che ne ha sottolineato i benefici a livello ambientale, dagli operatori di settore che intravvedono l’alba di un radicale cambio di passo. Evviva, insomma, si può stappare champagne. Tempi tecnici: 90 giorni per presentare domanda di accesso ai fondi. Cin-cin e amen.

Assorbita la notizia, il giorno dopo montano le riflessioni. Agrodolci. In effetti si tratta di un passaggio importante che porta in dote molti quattrini. Sarebbe bello e utile, però, che questa opportunità non venisse sprecata o, peggio, gettata al vento in capo a una propensione distorsiva tipicamente italiana. Quella, ad esempio, che ha trasformato l’opportunità del Superbonus in una grande, enorme chance per farsi gli affari propri e mandare gambe all’aria i conti dello Stato. Che, come non si stanca di evidenziare l’Europa, non sono proprio in ordine. Se errare è umano, perseverare sarebbe diabolico: un altro Superbonus, che per praticità chiamiamo Greenbonus, non possiamo permettercelo. Nè a livello finanziario né a livello etico. E. noi siamo già recidivi con il Reddito di cittadinanza.

Così, siccome ci conosciamo, a questo punto conviene domandarsi se saremo tanto stolti, ingordi e – aggiungiamo – disonesti da lucrare anche sulle Cer, oppure se per una volta avremo la schiena abbastanza dritta da saper cogliere ‘in toto’ questa eventualità a molti zeri che fa bene al Paese sotto il profilo della salute (pubblica) e dell’economia. Le comunità energetiche, sia chiaro, non sono l’unica risposta alla crisi di approvvigionamenti fossili che sta contraddistinguendo gli ultimi anni e che ci fa tenere il fiato sospeso a ogni sussulto di petrolio e gas, ma una delle soluzioni praticabili per il presente e il futuro. Sintetizzando, per dirla all’americana, ‘it’s up to us’, cioè dipende da noi. Anche vigilare più e meglio (rispetto al Superbonus) dipende da noi.

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Al via prima asta europea per la produzione di idrogeno: pronti 800 milioni di euro

Prende il via oggi la prima asta – lanciata dalla Commissione Ue – nell’ambito della Banca europea dell’Idrogeno per sostenere la produzione di questa fonte rinnovabile nel Vecchio continente. L’importo iniziale è di 800 milioni di euro: si tratta di proventi derivanti dallo scambio di emissioni, convogliati attraverso il Fondo per l’innovazione. I produttori di idrogeno rinnovabile possono presentare domanda per ottenere un sostegno sotto forma di un premio fisso per chilogrammo di prodotto che ha lo scopo di colmare il divario tra il prezzo di produzione e quello che i consumatori sono attualmente disposti a pagare, in un mercato in cui l’idrogeno non rinnovabile è ancora più economico da produrre.

Con il piano per l’indipendenza energetica ‘REPowerEU’ l’Unione europea ha fissato l’obiettivo di produrre 10 milioni di tonnellate di idrogeno a livello nazionale entro il 2030.  Una nota dell’Esecutivo comunitario spiega che le offerte dovrebbero basarsi su un sovrapprezzo proposto per chilogrammo di idrogeno rinnovabile prodotto, fino a un tetto di 4,5 euro/kg. Le offerte fino a questo prezzo, e che soddisfano anche altri requisiti di qualificazione, verranno classificate dal prezzo di offerta più basso a quello più alto e riceveranno il supporto in questo ordine, fino all’esaurimento del budget dell’asta. I progetti selezionati riceveranno il sussidio concesso in aggiunta ai ricavi di mercato generati dalla vendita di idrogeno, per un massimo di 10 anni. Una volta firmati gli accordi di sovvenzione, i progetti dovranno iniziare a produrre idrogeno rinnovabile entro cinque anni. Bruxelles precisa ancora che non sarà possibile accumulare i sussidi con altri tipi di aiuti provenienti dagli Stati membri partecipanti.

“La Banca europea dell’idrogeno – dice il vicepresidente esecutivo per il Green Deal, Maros Sefcovicrappresenta una grande opportunità per sostenere la transizione a zero emissioni nette dell’industria europea”. “Il lancio di oggi riguarda il collegamento tra domanda e offerta di idrogeno rinnovabile. Si tratta di creare trasparenza sui prezzi, il che aiuterà a rilanciare un mercato europeo dell’idrogeno”, spiega, aggiungendo di sperare in “una risposta positiva da parte del mercato”.

Per il commissario europeo per l’azione per il clima, Wopke Hoekstra “l’idrogeno sarà una tecnologia chiave per decarbonizzare l’industria europea e contribuire a raggiungere i nostri obiettivi climatici per il 2030 e il 2050. La prima asta europea di oggi per la produzione di idrogeno rinnovabile invia un chiaro segnale che l’Europa è il luogo dove investire nella produzione di idrogeno rinnovabile e nelle industrie basate sull’idrogeno. Lo sviluppo di un solido mercato dell’idrogeno nell’UE ci renderà più competitivi, offrirà nuove opportunità di crescita all’industria e fornirà posti di lavoro di qualità alle aziende e ai cittadini europei”. 

Energia, Bardi lancia la Basilicata: “Regione ‘pilota’ a livello internazionale”

L’energia è uno dei temi più caldi degli ultimi due anni, per l’Italia, per l’Europa e per la comunità internazionale. In questo scenario, il nostro Paese può vantare un ‘gioiello’ del settore: la Basilicata. E proprio dalla provincia di Matera la Regione lancia una grande sfida: fare “da pilota in un contesto internazionale“. Questo è l’obiettivo fissato dal governatore, Vito Bardi, alla prima Conferenza Energia e Ambiente ‘Strategia energetica e traiettorie di sviluppo’, promossa dalla Regione con la collaborazione di Enea e Feem, che si svolge al Centro ricerche Enea Trisaia di Rotondella. “Il nostro è un territorio di riferimento per il Paese, perché qui abbiamo il fossile, l’eolico, l’idroelettrico, il fotovoltaico e grandi potenzialità che deriveranno anche dalle biomasse – spiega il presidente -. La Basilicata si pone come luogo indispensabile per la sperimentazione dei processi innovativi di decarbonizzazione anche con il contributo del fossile“.

Il percorso fatto finora, ha detto Bardi, “è quello di avere una transizione energetica“. Perché “il fossile c’è, tra 100 anni non ci sarà più, nel frattempo bisogna pensare alle alternative e alle azioni da mettere in atto per far diventare la Basilicata un hub energetico“. In questo contesto “pubblico, istituzioni e privato devono collaborare tra di loro per avere un orizzonte temporale che non sia limitato al domani“. Concetto ripreso e ribadito anche dall’assessore Ambiente, energia e territorio della Regione Basilicata, Cosimo Latronico. “La transizione energetica non è una cosa che si fa dalla mattina alla sera, ma un tempo nuovo che si costruisce insieme tra tutti gli attori pubblici e privati“. L’esponente della giunta Bardi, infatti, sottolinea che il gruppo è al lavoro “per costruire alternative fattibili e concrete” e per questo il percorso è stato “messo a terra” perché “la rivoluzione ecologica e tecnologica è in corso“. Secondo Latronico “si aprono scenari nuovi per le imprese, per le istituzioni e per le università” e visto che il futuro della Basilicata “non è il declino, ma lo sviluppo è fondamentale “costruire comunità per fronteggiare le crisi ambientale ed energetica, che devono rappresentare un’occasione per fare sviluppo“. E la regione “ha il diritto di avere una prospettiva di futuro attorno alle sue risorse“.

Un’idea che sembra sposarsi perfettamente con la visione del governo. “A seguito dei fatti che si sono verificati con la guerra in Ucraina si è ribaltato il nostro sistema di approvvigionamento dell’energia“, dice il ministro dell’Ambiente e della sicurezza energetica, Gilberto Pichetto. “Prima il fulcro era nel centro Europa, mentre oggi il Sud assume una centralità veramente rilevante – continua -. E’ questa la base di sviluppo che se il Mezzogiorno saprà cogliere sarà una nuova rivoluzione“. Parlando del Piano Mattei, il responsabile del Mase ricorda che “l’Europa ha bisogno di circa 20 milioni di tonnellate di idrogeno al 2030: 10 di produzione nazionale europea e altri 10 di importazione“, quindi il Sud “può avere altra centralità“. E la Basilicata “che ha dato tanto per il petrolio e il gas, può fare altrettanto anche nella produzione di idrogeno per il futuro“.

Di possibilità ce ne sono molte, anche per le ‘materie prime’ di cui il Sud dispone come sole, mare e vento, per l’idroelettrico, il fotovoltaico. A questo proposito, Pichetto annuncia: “Firmerò a breve il decreto Agrivoltaico che ha in dote 1,1 miliardi, ho ricevuto l’ok proprio ieri mattina“.

Provvedimento che può risultare molto interessante, anche alla luce delle capacità di un territorio come la Basilicata: “Rappresenta un’eccellenza nel campo delle rinnovabili, ha già superato tutti gli obiettivi del 2020, con un +28% rispetto al target prefissato“, rivela infatti il presidente Enea, Gilberto Dialuce. “Ci sono oltre 2.100 megawatt di potenza installata in rinnovabili, solo l’anno scorso sono stati 77 i megawatt. Anche le biomasse sono una fonte importante perché coprono quasi il 95% del settore termico – prosegue -. E’ una regione tra le più virtuose, anche sull’efficienza energetica. Ed è interessante come laboratorio per nuove forme di sviluppo a livello locale. Ha anche un primato: 83 comuni su 131, oltre il 60% , sono esportatori di energia. E anche la regione esporta energia“. Domani seconda giornata di lavori a Rotondella, con le conclusioni affidate a Raffaele Fitto, ministro che ha nelle mani il dossier Pnrr, altro capitolo di forte interesse per il Sud e la Basilicata.

Meloni si prepara a vedere Scholz: piano d’azione Roma-Berlino

Giorgia Meloni si prepara a incontrare il cancelliere tedesco Olaf Scholz tornando a Berlino scortata da ben sette ministri. La giornata di domani è carica di impregni: un collegamento con la riunione dei capi di Stato e di governo del G20. Quindi l’apertura dei lavori del Business Forum e del Vertice intergovernativo.

Ad accompagnare la premier, i ministri Antonio Tajani (Esteri), Matteo Piantedosi (Interno), Guido Crosetto (Difesa), Giancarlo Giorgetti (Economia), Adolfo Urso (Imprese), Marina Elvira Calderone (Lavoro), Anna Maria Bernini (Università). Chi non sarà coinvolto nel Business Forum avrà i bilaterali separati, nelle diverse cancellerie.

Nel pomeriggio, il vertice Meloni-Scholz e la firma del Piano d’Azione per la cooperazione strategica tra i due Paesi, prima della plenaria conclusiva del vertice.
Comunanza di interessi strategici e di sicurezza, vicinanza e profondità di rapporti fra la società civile e le culture, sistemi produttivi simili: la Germania è il primo partner economico dell’Italia, primo mercato di destinazione dell’export italiano al mondo, primo fornitore dell’Italia e ospita una comunità di oltre 870mila italiani residenti, la seconda comunità italiana all’estero in assoluto, dopo quella in Argentina. Le due nazioni vantano un interscambio superiore ai 100 miliardi di euro, cresciuto dai 112,6 miliardi del 2016 al valore record di 168,5 miliardi del 2022 (+16,7% rispetto al 2021), e i primi sette mesi del 2023 confermano questa tendenza. E’ la prima Nazione straniera per numero di imprese in Italia (1.712) con 193.000 occupati.
Anche per questo, sono diversi i temi su cui i due leader si impegnano a cooperare. Filtra la volontà di approfondire l’asse tra i Paesi, portandolo a un livello nuovo e più strutturato.

Il Piano d’Azione che Roma e Berlino si preparano a firmare prevede un’intensificazione del dialogo bilaterale in tutti i settori. Un preambolo e cinque capitoli tematici, focalizzati su: economia, innovazione e coesione sociale; clima, energia e ambiente; politica estera e di Difesa; agenda europea e migrazione; contatti people-to-people e cultura.

La cooperazione energetica è un ambito a elevato potenziale. Il ruolo che l’Italia si propone di vestire, come hub energetico del Mediterraneo, porterebbe benefici anche alla Germania. Roma sfrutterà le interconnessioni esistenti, tra cui l’oleodotto Tal, che serve la Germania da Trieste. Tra le nuove iniziative, la Commissione ha incluso tra i Progetti di Comune Interesse Ue il ‘South H2 Corridor’, per il trasporto dell’idrogeno che collega il Nord Africa, l’Italia, l’Austria e la Germania. Partendo dall’energia, l’Africa è un dossier sempre presente per l’Italia: il consolidamento di pace, stabilità e crescita è al centro dell’impegno che il Paese ha preso verso il Continente, con iniziative a tutto campo.

Italia e Germania lavorano a livello europeo anche sul settore automotive, per assicurare competitività ai rispettivi settori industriali caratterizzati da un crescente livello di complementarietà. Accanto alla tradizionale integrazione produttiva, c’è dinamismo nella cooperazione bilaterale in campo della difesa e dell’aerospazio. Altri settori di interesse sono i servizi e le infrastrutture e quelli più innovativi come intelligenza artificiale o biotecnologie, che possono beneficiare di una crescente collaborazione a livello di ricerca scientifica.

Quanto alla competitività europea, internamente si punta a creare un quadro regolatorio ‘fit for business’, che alleggerisca le imprese e stimoli l’innovazione per rafforzare la resilienza e la competitività della Ue. Esternamente, invece, l’obiettivo è promuovere una politica commerciale aperta capace di rafforzare la sicurezza economica dell’Italia attraverso la diversificazione di approvvigionamenti e dei mercati di esportazione. Ecco perché il governo Meloni chiede processi di riconversione e transizione che tengano conto anche della sostenibilità economica e sociale.

Il prezzo del pellet torna alla normalità e il colosso americano Enviva finisce in crisi

Il denaro non cresce sugli alberi. Il prezzo del pellet si è praticamente dimezzato rispetto al boom dell’autunno di un anno fa e il più grande produttore mondiale di ‘trucioli’ per riscaldamento ha annunciato una crisi finanziaria dai risvolti pericolosi per la continuità stessa della società.

La quotazione del pellet è tornata su livelli simili alla primavera 2022, prima della fiammata che aveva dato il via al rally che aveva toccato i 10,5 euro/sacco a settembre 2022 e i 9,2 euro/sacco a gennaio 2023. Ora sul mercato si trovano offerte intorno a quota 6 euro. La discesa dei prezzi è globale, spinta da un’attenuarsi della domanda (per la riduzione dei timori sul gas) e da una ricostituzione della catena di approvvigionamento. Nel luglio 2022, l’Unione Europea aveva risposto alla guerra in Ucraina vietando anche l’importazione di biomassa legnosa russa utilizzata per produrre energia. E, più o meno nello stesso periodo, la Corea del Sud aveva drasticamente aumentato le sue importazioni di biomassa legnosa russa, diventando l’unico importatore ufficiale di pellet di Mosca per uso energetico industriale. La Ue ufficialmente ha sostituito le sue forniture russe importando pellet dagli Stati Uniti e dall’Europa orientale, ma secondo più fonti i dati commerciali hanno indicato una violazione dell’embargo europeo, con pellet di legno russo riciclato che è arrivato nel Vecchio Continente attraverso la Turchia, il Kazakistan e il Kirghizistan.

Le importazioni di pellet dalla Turchia sono cresciute infatti da 2.200 tonnellate mensili della scorsa primavera a 16.000 tonnellate a settembre 2022. Anche le importazioni dal Kazakistan e dal Kirghizistan sono aumentate, sebbene nessuno dei due abbia un’industria forestale. Secondo un’indagine di Montel, testata europea specializzata nell’informazione energetica, l’import di pellet russo vietato via Turchia è andato avanti per mesi. Mosca ha esportato 39.000 tonnellate di pellet di legno in Turchia nei primi quattro mesi del 2023, rispetto a zero nello stesso periodo dello scorso anno, sulla base dei dati forniti a Montel da WhatWood, agenzia dell’industria forestale con sede a Mosca. E le esportazioni della Turchia, principalmente verso destinazioni Ue, sono state pari a 4.200 ton/mese nel periodo gennaio-marzo, in netto calo rispetto alle 21.000 ton/mese del quarto trimestre del 2022, ma comunque superiori alla media di 3.400 ton/mese del primo trimestre dello scorso anno, rivela Montel.

In particolare, l’Italia ha prelevato dalla Turchia circa 1.300 tonnellate al mese nel primo trimestre e ben 5.200 tonnellate mensile negli ultimi tre mesi del 2022, rispetto alle sole 36 tonnellate/mese del primo trimestre del 2022. Prima del divieto di materiale russo e bielorusso, l’Italia importava circa 5.200 tonnellate/mese direttamente dalla Russia, secondo i dati Eurostat. Un trader europeo di biomasse aveva detto a inizio estate – secondo quanto riferiva Montel – che è stato “divertente” vedere come gli acquirenti italiani abbiano “improvvisamente preso in simpatia” la biomassa turca, notando poi notato che i prezzi del pellet di legno erano diventati “molto più bassi” negli ultimi mesi, “quindi gli italiani possono acquistare pellet altrove”.

Chi aveva festeggiato per l’embargo sul pellet russo era stata subito l’americana Enviva, il più grande produttore mondiale di biomassa legnosa, che opera principalmente nel sud-est degli Stati Uniti: dall’inizio della guerra aveva aumentato le spedizioni verso la Ue e aveva anche annunciato un maxi contratto di 10 anni con un cliente europeo per consegnare 800.000 tonnellate di pellet all’anno entro il 2027. L’aggiramento dell’embargo e un clima più mite hanno però scombussolato le prospettive del colosso statunitense del pellet, che ora sta perdendo liquidità e attraversando seri problemi finanziari, hanno detto i dirigenti dell’azienda in una conferenza sugli utili del terzo trimestre 2023. “Queste condizioni ed eventi nel complesso sollevano dubbi sostanziali riguardo alla capacità della società di continuare”, si legge in un rapporto del gruppo inviato alla Sec, gli sceriffi di Wall Street. Enviva ha registrato una perdita netta di 85,2 milioni di dollari nel terzo trimestre di quest’anno, rispetto a un -18,3 milioni di dollari nel terzo trimestre del 2022. Anche se l’azienda ha venduto più tonnellate di pellet di legno quest’estate, un “ambiente di prezzi sfavorevole” ha portato a un calo dei guadagni del 50%. La crisi finanziaria potrebbe persistere fino al 2025, afferma il rapporto Sec della società. “Enviva generalmente registra un aumento del consumo di pellet di legno in inverno, quando la domanda di riscaldamento è elevata”, continua il report. “Questa dinamica, particolarmente pronunciata nel quarto trimestre del 2022, fino ad oggi non si è concretizzata nel 2023”. Ad aprile 2022 il prezzo delle azioni di Enviva aveva raggiunto il picco di 89,64 dollari per azione, ora è sceso a 1,6 dollari.