Bioenergia

Da Eni a Coldiretti: la rivoluzione agricola per produrre energia

La seconda vita dell’agricoltura. Produrre energia e aiutare l’Italia ad avvicinarsi a quell’indipendenza energetica messa a dura prova in questo periodo per colpa principalmente del gas. La transizione energetica potrebbe dunque passare dai campi. La via l’ha indicata Ettore Prandini, presidente di Coldiretti, dal Forum Forum Internazionale dell’Agricoltura e dell’Alimentazione a Villa Miani a Roma. E un importante accordo tra Eni e l’ex Bonifiche Ferraresi apre la via all’utilizzo di terreni abbandonati per produrre sementi da biocarburanti.
Tre le linee d’attacco di Coldiretti: biocombustibili, idroelettrico e solare.
Fa notizia il primo distributore di biogas per il rifornimento delle auto, realizzato nell’azienda agricola Bosco Gerolo, a Rivergaro, in provincia di Piacenza, gestito interamente da donne. “Con lo sviluppo del biometano agricolo Made in Italy ‘dalla stalla alla strada’ è possibile arrivare a produrre il 6% del fabbisogno di gas nazionale rispetto all’attuale 3%. Con il Pnrr sono stati stanziati 1,9 miliardi di euro per gli impianti biogas e biometano ed è ora necessario attivare i decreti attuativi – sottolinea Prandini -, riducendo la dipendenza del Paese dall’estero e fermando i rincari che stanno mettendo in ginocchio le imprese. Attualmente sono oltre 2.000 gli impianti a biogas in Italia di cui l’80% in ambito agricolo, dove sono stati creati 12mila posti di lavoro per investimenti pari a 4,5 miliardi di euro”.

Da tempo Coldiretti insiste poi sul piano laghetti per la realizzazione di oltre 220 invasi che darebbero la possibilità di rendere irrigui quasi 500.000 ettari. I laghetti artificiali consentirebbero peraltro di produrre energia da fonti rinnovabili, sia attraverso la realizzazione di circa 350 impianti fotovoltaici galleggianti, sia attraverso il processo di produzione idroelettrico. In totale 7 milioni di megawattora all’anno.
Sul solare il Pnrr ha stanziato 1,5 miliardi di euro, di cui il 30% è stato utilizzato con il primo bando. “Servono ora correttivi per aiutare le imprese a fare questi investimenti e garantire energia al Paese. Dal prossimo 1° gennaio la normativa europea sugli aiuti di stato per il settore agricolo consentirà l’incremento delle percentuali di contributo pubblico dalle attuali soglie del 50% per le regioni del Sud e del 40% per il Nord, portando tutto al 65%. Ma ciò va assicurato anche a chi ha fatto già domanda”, ha sottolineato il presidente di Coldiretti. Per l’installazione di pannelli fotovoltaici sui tetti sono coinvolte circa 20mila stalle e cascine: una superficie complessiva di 4,3 milioni di metri quadri che può valere 0,43 Gw, il tutto senza consumare terreno fertile.

Proprio su terreni non produttivi insiste il nuovo accordo firmato da Eni e Bf, l’ex Bonifiche Ferraresi, per valutare lo sviluppo di colture a uso energetico in Italia, recuperando appunto aree degradate, abbandonate o inquinate, senza entrare in competizione con la filiera alimentare. “Oggi diamo vita ad una nuova iniziativa che prevede lo studio e la successiva messa in produzione dei primi 2.000 ettari nazionali di terreni adibiti alle coltivazioni di semi oleaginosi”, spiega Federico Vecchioni, amministratore delegato di Bf. Nel dettaglio a inizio 2023 si intende avviare una fase pilota finalizzata alla coltivazione delle sementi, come il cartamo e la brassica da cui estrarre l’olio vegetale da conferire alle bioraffinerie di Eni (a Venezia e a Gela), per la successiva trasformazione in biocarburanti. Le bioraffinerie sono oggi alimentate per l’85% da materie prime di scarto risultanti da oli esausti di cucina, grassi animali e altre biomasse, consentendo di produrre biocarburanti HVO (Hydrotreated Vegetable Oil) in grado di abbattere, a seconda della carica utilizzata, tra il 60 e il 90% delle emissioni di CO2 rispetto al mix fossile di riferimento. La materia prima arriverà anche dall’Africa dove la società energetica guidata da Descalzi ha realizzato e sta implementando agri-hub in Kenya (dove si prevede una produzione di 20.000 tonnellate nel 2023 di oli vegetali), Congo (ricino da terreni agricoli abbandonati e degradati), Mozambico, Angola, Ruanda, Costa d’Avorio e Benin. Eni ha inoltre annunciato uno studio per la possibile realizzazione di una terza bioraffineria all’interno del sito industriale di Livorno che potrebbe avvenire entro il 2025, massimizzando così le sinergie con le infrastrutture già disponibili.

eolico

La rivoluzione energetica incorona Spagna e Portogallo nuove potenze europee

La penisola iberica potrebbe sostituire l’attuale polo industriale dell’energia del Nord Europa, poiché Spagna e Portogallo possono contare su abbondante sole, venti forti e infrastrutture del gas mature, nonché su una vasta gamma di competenze industriali e manageriali. Con una fornitura di gas affidabile dal Nord Africa, prezzi dell’energia elettrica inferiori rispetto al resto d’Europa e un gasdotto di energia rinnovabile che si distingue nel continente, Madrid e Lisbona hanno il potenziale per evolversi in una nuova potenza energetica europea. A rivelarlo è una ricerca di Rystad Energy, società indipendente di ricerca energetica e business intelligence con sede in Norvegia.

Già adesso la Spagna è diventata il terzo esportatore di energia elettrica in Europa nei primi tre trimestri del 2022, dietro solo a Svezia e Germania. Le ragioni? Grande carenza nella produzione di energia in Francia, da dove la Spagna normalmente importa energia, oltre al tetto massimo iberico sulla produzione di energia a gas. Questo ha permesso di abbassare i prezzi dell’elettricità spagnoli e portoghesi rispetto a quelli francesi per gran parte di quest’anno e, a sua volta, ha reso le esportazioni di energia ancora più competitive.

Sul fronte gas invece, non dipendendo dal flusso russo, la penisola riceve la maggior parte del suo metano attraverso gasdotti dall’Algeria e attraverso contratti di importazione a lungo termine per il gas naturale liquefatto. Si stima che le esportazioni di gas algerino verso la Spagna raggiungeranno i 14,6 miliardi di metri cubi (Bcm) nel 2022 e la capacità di rigassificazione di Spagna e Portogallo insieme rappresenta circa 68 Bcm l’anno, ovvero un terzo della capacità di rigassificazione totale dell’Europa. Madrid ha già trasportato circa 1,7 Bcm di gas durante i primi 10 mesi del 2022 attraverso i due gasdotti esistenti – Irun-Biriatou e Larrau-Villar de Arnedo – al confine tra Spagna e Francia. Si tratta di quattro volte il volume esportato nello stesso periodo dell’anno scorso.

Tema green. Rystad Energy prevede che la quota di energie rinnovabili nel mix energetico iberico aumenterà dal 48% nel 2021 al 64% nel 2025 e al 79% nel 2030, ponendo la penisola iberica in pole position nella transizione energetica europea.

Come pioniere nell’industria eolica del Vecchio Continente, la Spagna è attualmente il secondo produttore di energia rinnovabile nella Ue. La penisola iberica ha attualmente più di 50 gigawatt di capacità installata, di cui oltre il 60% proveniente dall’eolico onshore, e non finirà qui. La regione ha piani ambiziosi e, con il Piano nazionale integrato per l’energia e il clima, Madrid mira a ottenere il 74% della sua energia da fonti rinnovabili entro il 2030. Le installazioni solari fotovoltaiche sono aumentate rapidamente negli ultimi anni e si prevede un’ulteriore accelerazione. Se tutto andrà come previsto, le installazioni solari fotovoltaiche raggiungeranno le installazioni eoliche onshore e costituiranno più della metà dell’energia rinnovabile della regione entro il 2030. In Portogallo, l’eolico offshore è destinato a un futuro brillante – sostiene Rystad Energy – poiché il governo ha annunciato il mese scorso che aumenterà l’obiettivo eolico offshore del Paese da 6 GW a 10 GW entro il 2030. Lisbona è anche sulla buona strada per ospitare il primo progetto eolico offshore galleggiante commerciale senza sovvenzioni con la domanda di autorizzazione di BayWa per un impianto da 600 megawatt al largo della costa lusitana.

C’è poi una novità, legata al nuovo progetto chiamato BarMar, ovvero un gasdotto sottomarino da Barcellona a Marsiglia che sostituirà gradualmente il metano fossile con gas rinnovabili come l’idrogeno verde. I primi ministri di Portogallo, Spagna e Francia si incontreranno a dicembre per discutere il finanziamento del progetto. Non è la prima volta che l’idrogeno viene inserito nell’agenda per l’esportazione del potenziale rinnovabile della penisola iberica per aiutare l’Europa a liberarsi dal gas. Un altro corridoio per il commercio di idrogeno verde – ricorda Rystad Energy – è stato infatti pianificato da Cepsa tra Algeciras in Spagna e Rotterdam nei Paesi Bassi, mentre Shell progetta una catena di approvvigionamento di idrogeno tra Sines in Portogallo e Rotterdam.

Strada in salita per il price cap Ue sul gas. Pichetto: Criteri, non numeri

La strada verso un tetto europeo al prezzo del gas resta in salita. L’ultimo Consiglio energia non ha portato i frutti sperati (e attesi dalla scorsa estate), ma l’Italia non ha alcuna intenzione di mollare la presa. Anzi, il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, elenca almeno un risultato ottenuto dalla riunione di ieri a Bruxelles. Perché “abbiamo unanimemente sgombrato il campo da quella ipotesi“, dice riferendosi alla proposta della Commissione Ue di fissare un price cap per il metano a 275 euro per megawattora. Cifra che non convince praticamente nessuno, né i Paesi favorevoli alla misura né quelli sfavorevoli. Perché “se noi applicassimo quella proposta – spiega il responsabile del Masesarebbe inefficace nel modo assoluto, quindi perfettamente inutile“.

La fascia indicata da Bruxelles per il price cap, dunque, “non funziona, è inapplicabile” insiste. “Se prendessimo questa proposta di regolamento e la collaudassimo, o se volessimo fare una simulazione su cosa è avvenuto durante l’estate, sarebbe inefficace“, ribadisce Pichetto. Ricordando, invece, qual è stata l’idea portata al tavolo dall’Italia: “Abbandoniamo un numero di tetto, determiniamo invece dei parametri di intervento, allo scopo fondamentale di predisporre un intervento unitario da parte dell’Ue per evitare la speculazione“. Un vero e proprio “corridoio dinamico, che dovrebbe funzionare con una differenza rispetto ai prezzi medi di un certo periodo sull’oscillazione rispetto agli sbalzi“. Questo perché “non riusciamo a frenare il valore della quotazione internazionale, ma gli sbalzi e la speculazione possiamo frenarli“.

Da par suo, la Commissione europea fa sapere che non ne presenterà una nuova, ma la procedura seguirà l’iter normale. A chiarirlo è il portavoce, Eric Mamer, durante il briefing con la stampa, precisando che la proposta dell’esecutivo comunitario è stata già presentata al Consiglio Ue e che “non abbiamo dato indicazioni sul fatto che presenteremo una nuova proposta. Il processo legislativo seguirà la normale procedura“, per cui la proposta della Commissione europea può essere emendata e modificata. La puntualizzazione arriva dopo il Consiglio straordinario dell’energia, in cui i ministri hanno rimandato alla prossima riunione (che dovrebbe tenersi il 13 dicembre) la decisione sul meccanismo di correzione del mercato.

Sempre restando al vertice di ieri, Pichetto rivela un altro dettaglio: “Non c’è stato il muro contro muro, ma la disponibilità a ragionarci sopra, a valutare, a tentare di trovare soluzioni di mediazione e equilibrio“. Dunque la situazione non è così tesa come sembra agli osservatori esterni: “Il clima è che almeno ci parliamo – aggiunge il ministro -, che questo arrivi a una soluzione lo vedremo strada facendo“. Almeno “il fatto positivo è che già ieri sera le strutture tecniche, in modo informale, si parlavano. E non è qualcosa da non considerare“.

Sul fronte interno, poi, Pichetto torna sulla vicenda del rigassificatore galleggiante da installare a Piombino entro la prossima primavera, per accogliere le nuove forniture di Gnl provenienti dall’Algeria. Il Comune ha presentato ricorso al Tar, ma il ministro dell’Ambiente e della sicurezza energetica annuncia l’opposizione del governo: “Noi abbiamo bisogno di quei 4-5 miliardi di metri cubi” o “la difficoltà per il 2023 ci sarebbe tutta“. Non avere il 4% di gas da Piombino vorrebbe dire “non riuscire a riempire gli stoccaggi o fare tanta fatica e dover cercare soluzioni alternative“. Un lusso che l’Italia proprio non può permettersi.

Terna: A ottobre consumi elettrici in calo, +56% produzione col carbone

A ottobre diminuisce la domanda di elettricità (24,6 miliardi di kWh, -6,6% sul 2021), ma in totale, nei primi dieci mesi dell’anno, è in crescita dello 0,5%. E se da una parte tra gennaio e ottobre, rispetto all’anno precedente, la capacità di rinnovabili è cresciuta rispetto al 2021 del 143%, dall’altra aumenta la produzione di elettricità con il carbone: a ottobre +56,6% rispetto allo stesso mese dell’anno scorso. E’ la fotografica scattata da Terna, la società che gestisce la rete di trasmissione nazionale

Considerando che ottobre 2022 ha avuto lo stesso numero di giorni lavorativi (21) e una temperatura media mensile superiore di circa 2,8°C rispetto a ottobre del 2021, il dato della domanda elettrica, destagionalizzato e corretto dall’effetto della temperatura, risultata in calo del 6,3%. La temperatura del mese di ottobre, infatti, apporta un contributo modesto alla variazione del fabbisogno elettrico. A livello territoriale, la variazione tendenziale di ottobre è risultata ovunque negativa: -7,1% al Nord, -6,7% al Centro e -5,3% al Sud e nelle isole.

Nel mese di ottobre 2022 la domanda di energia elettrica italiana è stata soddisfatta per l’85,7% con la produzione nazionale e per la quota restante (14,3%) dal saldo dell’energia scambiata con l’estero. La produzione nazionale netta è risultata pari a 21,3 miliardi di kWh, in diminuzione del 4,6% rispetto a ottobre 2021.

Le fonti rinnovabili hanno prodotto complessivamente 6,9 miliardi di kWh, coprendo il 28% della domanda elettrica, con le seguenti variazioni rispetto a ottobre dello scorso anno: fotovoltaico +17,6%, eolico -35,9%, idrico -36,8% e geotermico -3,2%. La produzione delle fonti rinnovabili è stata così suddivisa nel mese di ottobre: 30,4% fotovoltaico, 26% idrico, 15,4% eolico, 21,6% biomasse e 6,6% geotermico. Pur a fronte di una significativa riduzione del fabbisogno, il calo complessivo della produzione delle fonti rinnovabili e dell’import ha comportato una variazione positiva della generazione termica (+2,6% rispetto a ottobre del 2021).

In questo ambito, è proseguito il programma di massimizzazione della produzione a carbone messo in atto dal Governo per il contenimento dei consumi di gas: nel mese di ottobre la produzione a carbone è cresciuta, infatti, del 56,6% rispetto allo stesso periodo del 2021. Il saldo import-export ha visto una variazione complessiva pari a -16,5%, dovuta a una diminuzione dell’import (-10,1%) e una crescita dell’export (+107,9%). Secondo le rilevazioni Terna illustrate nel report mensile, considerando tutte le fonti rinnovabili, nei primi 10 mesi del 2022 l’incremento di capacità in Italia supera complessivamente i 2.350 MW, registrando una notevole crescita (+143%) rispetto allo stesso periodo del 2021.

Photo credit: Terna

In Europa è stallo sul price cap. Verso Consiglio Energia il 13/12

Permessi alle rinnovabili, price cap e solidarietà sul gas. Per i ministri europei riuniti a Bruxelles al Consiglio energia straordinario l’adozione formale dei due regolamenti di emergenza sull’accelerazione dei permessi alle rinnovabili (presentato dalla Commissione europea lo scorso 9 novembre) e il regolamento sulla solidarietà del gas (proposto lo scorso 18 ottobre) deve andare di pari passo con un accordo politico sul ‘meccanismo di correzione del mercato’, proposto dalla Commissione in forma di tetto temporaneo al prezzo del gas. Solo che un accordo politico sul controverso ‘price cap’ proposto dalla Commissione europea questa settimana non c’è ancora e dunque i ministri europei hanno deciso di rimandare la decisione formale anche sui due regolamenti di emergenza.

La riunione straordinaria dell’energia (il quarto sotto la presidenza dell’Ue in mano alla Repubblica ceca) si è chiusa dopo circa quattro ore di discussione con una intesa informale sul “contenuto dei due regolamenti“, ma senza un accordo di fatto. L’idea è quella di arrivare ad adottarli formalmente al prossimo Consiglio straordinario dell’Energia che si terrà probabilmente il 13 dicembre (deve ancora essere ufficializzata la data), quando la presidenza di Praga spera di raggiungere un accordo politico sulla proposta di meccanismo di correzione del mercato, che sbloccherà il via libera anche sugli altri due pacchetti. Nessuno si sarebbe aspettato un accordo politico oggi sulla proposta di price cap, appena due giorni dopo la presentazione dei dettagli sul tetto da parte della Commissione europea. La presidenza ceca aveva “messo le mani avanti” su questo, spiegando che un accordo era improbabile ma che ci sarebbe stato un primo scambio di opinioni sulla questione. Ma in pochi si sarebbero aspettati che gli Stati avrebbero deciso di rimandare anche la decisione sulle altre due misure di emergenza, su cui un accordo politico già c’è e “su cui non serviranno ulteriori negoziati”, ha assicurato il ministro ceco per l’industria e il commercio, Jozef Sikela, in conferenza stampa.

Nei fatti, c’è una maggioranza di Paesi Ue – tra cui l’Italia, la Spagna, la Polonia – a cui i termini della proposta della Commissione europea non piacciono. Bruxelles propone di fissare un prezzo massimo “di sicurezza” da applicare in automatico sulle transazioni di gas sul mercato olandese di fronte a picchi di prezzo. Il meccanismo, nell’idea di Bruxelles, scatterebbe in automatico quando sono soddisfatte due condizioni contemporaneamente: quando il prezzo del gas sul TTF supera i 275 euro per megawattora (MWh) per un periodo di due settimane e quando i prezzi del gas sul TTF sono superiori di 58 euro rispetto al prezzo di riferimento del GNL per 10 giorni consecutivi nelle due settimane di scambi. Le condizioni per attuarlo in automatico sono talmente difficili da realizzare, che il meccanismo potrebbe non entrare in funzione mai e lo ha ammesso la stessa Commissione europea.

Gli Stati – come ha ricordato la commissaria europea per l’energia, Kadri Simson, in conferenza stampa – hanno il potere di cambiare le cifre contenute nella proposta, possono emendare il regolamento del Consiglio. Ma gli Stati stessi rimangono divisi su come impostare il tetto al prezzo del gas contro speculazione e volatilità dei prezzi. Per il momento la discussione dei ministri è stata molto superficiale, tanto che non si è pensato ancora a una vera e propria contro-proposta ma il lavoro tecnico dovrebbe iniziare nei prossimi giorni.

A Bruxelles resta l’ottimismo sul fatto di riuscire a trovare un accordo al prossimo Consiglio energia su tutte e tre le misure. Sul price cap “la discussione è stata accesa, ci sono posizioni diverse ma è stata una discussione aperta che funzionerà da punto di partenza per trovare un accordo” a dicembre, ha assicurato il ministro ceco. I tempi sono stretti, ma dalla presidenza di Praga c’è ottimismo che si possa arrivare all’accordo il 13, senza dover rimettere la questione sul tavolo dei capi di stato e governo che si riuniranno al Vertice Ue a Bruxelles il 15 e 16 dicembre.

Ne è convinto anche il ministro dell’Ambiente e della sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, secondo cui dal clima registrato oggi al Consiglio un’intesa il 13 è verosimile, “perché c’è tutta la volontà da parte di tutti i paesi di raggiungere l’obiettivo di un accordo”. Rispondendo a una domanda su quale potrebbe essere una soglia di tetto accettabile per l’Italia il ministro ha chiarito che la convergenza tra i ministri deve essere trovata non solo sulle cifre del tetto, quanto sui criteri per attivarlo. “Si tratta di trovare un punto di convergenza, possiamo anche fare a meno di fissare un prezzo ma se i criteri sono chiari per raggiungere il nostro obiettivo, ovvero quello di intervenire evitando una speculazione“. Per la ministra spagnola per la transizione, Teresa Ribera, l’impressione è che “all’interno del Consiglio ci sia stata un’ampia maggioranza sul fatto che, per quanto riguarda la fissazione di un tetto al prezzo del gas, dovrebbe essere un riferimento dinamico e non statico“. Le parole di Ribera confermano che più che su un tetto fisso gli Stati membri potrebbero orientarsi su un corridoio dinamico ai prezzi del gas, come nei fatti chiede il mandato politico alla Commissione Ue dell’ultimo Consiglio europeo del 20-21 ottobre. Una banda di oscillazione dei prezzi, non un tetto fisso, potrebbe mettere d’accordo anche i Paesi che mostrano di avere ancora diverse riserve, come Germania e Olanda.

Milioni di ucraini al gelo e al buio. Kiev: “Rischiamo un disastro nucleare”

Milioni di persone strette nella morsa dell’inverno, tra neve, gelo e freddo, mentre il Paese fa i conti con il buio più totale e la mancanza di acqua potabile. La ferita Ucraina – e in modo particolare la capitale Kiev e la sua regione – sta pagando un conto sempre più salato dell’aggressione russa. I missili di Mosca hanno colpito le principali infrastrutture energetiche e solo grazie a uno sforzo straordinario – anche della comunità internazionale – la situazione sta lentamente migliorando. Secondo l’aeronautica ucraina, la Russia ha lanciato circa 70 missili da crociera, 51 dei quali sono stati abbattuti, insieme a cinque kamikaze. Dieci le vittime almeno 50 i feriti nei raid che hanno provocato la sospensione dell’erogazione di acqua e la disconnessione di tre centrali nucleari, lasciando al buio e al freddo buona parte della popolazione, almeno il 70% di quella della capitale. Ma la Russia non ci sta e ha accusato la contraerea ucraina di aver causato enormi danni alle infrastrutture.

Gli ingegneri e i tecnici hanno lavorato ininterrottamente per far tornare la corrente elettrica a Kiev e, come ha riferito il sindaco Vitaliy Klitschko, il sistema idrico è stato ripristinato nel pomeriggio di giovedì anche se “ci vorrà del tempo perché funzioni a pieno regime”. A Kharkiv, invece, la seconda città del Paese al confine con la Russia, persistono “problemi di forniture di elettricità”. Proprio con le temperature che stanno precipitosamente scendendo sotto lo zero. Le tre centrali nucleari sono state ricollegate alla rete giovedì mattina e, gradualmente, dovrebbero consentire di aumentare l’approvvigionamento.

Il presidente Volodymyr Zelensky, parlando al Consiglio di sicurezza dell’Onu, ha definito gli attacchi alle infrastrutture energetiche “un crimine contro l’umanità”. Opinione condivisa anche dalla Francia, secondo cui colpire la popolazione “alle soglie dell’inverno riflette il chiaro desiderio russo di far soffrire il popolo ucraino, di privarlo di acqua, calore ed elettricità per minare la sua resilienza”.

Ma gli ultimi attacchi hanno esarcebato ancora di più il rischio di un disastro nucleare e radioattivo. A lanciare un nuovo allarme è Energoatom, l’operatore nazionale dell’energia. Gli attacchi alle infrastrutture principali del Paese, sono “azioni criminali di Putin e dei suoi complici” che “stanno spingendo l’umanità sull’orlo di una catastrofe nucleare”, quindi “non possono essere chiamate altrimenti che ricatto al mondo intero”.

 

Photo credit: Afp

Oggi Consiglio Energia: ministri Ue alla prova del price cap

Da un lato, misure per gli acquisti congiunti, solidarietà energetica e la promessa di un indice complementare per il gas naturale liquefatto. Dall’altro, la diffusione delle energie rinnovabili tagliando i tempi di autorizzazione. I ministri europei dell’energia si riuniscono oggi a Bruxelles in un Consiglio straordinario dell’energia con l’obiettivo di concordare sulle ultime due proposte legislative avanzate dalla Commissione europea per affrontare l’aumento dei prezzi dell’energia, ma anche per guadagnare anche terreno comune sull’idea di introdurre a livello europeo un ‘meccanismo di correzione del mercato’ per affrontare i picchi di prezzo del gas.

Dopo settimane, se non mesi, di pressioni da parte dei governi, la Commissione europea ha avanzato ieri la proposta legislativa con i dettagli per fissare un prezzo massimo “di sicurezza” da applicare in automatico sulle transazioni sul mercato olandese quando sono soddisfatte due condizioni contemporaneamente: quando il prezzo del gas sul TTF supera i 275 euro per megawattora (MWh) per un periodo di due settimane e quando i prezzi del gas sul TTF sono superiori di 58 euro rispetto al prezzo di riferimento del GNL per 10 giorni consecutivi nelle due settimane di scambi. Le condizioni per attuarlo in automatico sono talmente difficili da realizzare, che il meccanismo potrebbe non entrare in funzione mai. In particolare, è la soglia di prezzo così alta per far scattare il meccanismo di correzione del mercato ha attirato subito le critiche delle Capitali, soprattutto quelle che più in questi mesi hanno insistito perché la Commissione presentasse una proposta legislativa per il price cap.

Per l’Italia, la proposta della Commissione Ue non “è sufficiente”, ha detto il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, alla vigilia della riunione con gli omologhi europei. Insufficiente perché “rischia di stimolare la speculazione invece di arginarla. Domani valuteremo rispetto alle modalità quali posizioni prendere, ma così com’è la proposta non è di nostra soddisfazione“, ha motivato. Toni duri quelli usati anche dalla ministra spagnola per la transizione ecologica, Teresa Ribera, che ha definito la proposta una “presa in giro” e ha annunciato il suo rifiuto alla riunione di domani perché il tetto “genera l’effetto opposto a quello desiderato, provoca un maggiore aumento artificiale dei prezzi, mettendo a rischio tutte le politiche di contenimento dei prezzi”. La soglia dei 275 euro/MWh è stata stabilita dopo varie indecisioni da parte della Commissione, scelta accuratamente alta in parte perché la Commissione europea spera di non attivare mai il meccanismo (ha chiaramente dichiarato che vuole usare lo strumento come ‘deterrente’ per abbassare in automatico il prezzo del gas) in parte perché sa che nei negoziati gli Stati membri abbasseranno la cifra. La maggior parte dei governi sposa l’idea di un limite di prezzo che si aggira tra i 150-180 euro per megawattora. A detta dell’esecutivo comunitario però la proposta è un tentativo di andare incontro e trovare un equilibrio tra posizioni distanti. Tra chi, come la Germania e i Paesi Bassi, il tetto non lo vogliono proprio e chi, come l’Italia e altri 15 Stati membri, il price cap lo hanno richiesto a più riprese nel corso di tutta la crisi energetica.

A difendere la proposta è stata ancora oggi la commissaria europea per l’Energia, Kadri Simson, secondo cui i livelli di attivazione del price cap proposti dalla Commissione europea sono “sufficientemente elevati da ridurre al minimo i rischi e coerenti con la nostra intenzione di disporre di uno strumento che scoraggi episodi di picchi di prezzo molto elevati”, ha dichiarato di fronte all’Aula di Strasburgo. Domani si terrà il primo scambio di idee dei ministri sulla proposta, cui seguiranno i primi tentativi delle capitali di riscrivere in parte fatti e cifre del testo legislativo. I tempi sono troppo stretti e la materia controversa, per cui per un alto funzionario dell’Ue per quanto la presidenza ceca possa compiere “missioni impossibili”, è troppo “ottimista pensare di riuscire a chiudere” un accordo già domani. Ma il confronto di domani servirà alla presidenza ceca per “testare gli umori e la temperatura” sulla questione e capire in quale direzione andare, se rimettere la questione sul tavolo dei capi di stato e governo riuniti a Bruxelles il 15-16 dicembre.

Gas, Pichetto ‘boccia’ proposta Ue su price cap: Insufficiente

Sin dalla campagna elettorale, l’obiettivo numero uno del centrodestra sul caro bollette era quello di fermare la speculazione. Con ‘strumenti’ europei, ma la risposta continentale non convince il governo. “La proposta della Commissione Ue sul price cap non la riteniamo sufficiente“, dice infatti il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, Gilberto Pichetto, a margine della 39esima assemblea dell’Anci, in corso a Bergamo. Il motivo? “Rischia di stimolare la speculazione invece di arginarla”. Ecco perché annuncia che al Consiglio europeo sull’Energia “valuteremo rispetto alle modalità quali posizioni prendere, ma così com’è la proposta non è di nostra soddisfazione“, sottolinea il responsabile del dicastero di via Cristoforo Colombo. La linea è comune nell’esecutivo, visto che poche ore dopo è Adolfo Urso a ribadire che la proposta di Bruxelles è “un pannicello caldo, sono passati sei mesi, con una guerra nel cuore d’Europa, con una guerra energetica dichiarata da Mosca contro il nostro continente, e dopo sei mesi la montagna europea partorisce questo topolino?“, sentenzia il ministro delle Imprese e del Made in Italy.

Alla sua ‘prima’ da ministro davanti ai sindaci italiani, Pichetto parla di energia e nuove prospettive. Definisce “cogenti” ed “epocali” le sfide legate alla crisi che si è sviluppata in questi mesi e all’inflazione galoppante (mai così alta dagli anni Ottanta del secolo scorso). “Negli ultimi due anni il nostro Paese è cambiamo notevolmente – spiega -. I nostri borghi hanno ritrovato una centralità durante la pandemia, con nuove opportunità e meccanismi di lavoro diversi, ma anche con nuove fragilità. Ma i temi più cogenti ora sono la crisi energetica e l’inflazione“.

Il governo si è insediato esattamente un mese fa, ma “tante sono le azioni che abbiamo davanti, a partire dal tema del Pnrr che impegna istituzioni e corpi intermedi a tutti i livelli“, prosegue Pichetto. Che delle sfide non ne fa una questione “solo del governo e del Parlamento, ma del Paese intero”. E va considerato il fatto che “siamo condizionati da fattori esterni, è cambiato il ruolo dei sindaci, il Comune è, per il cittadino, il primo luogo di riferimento nei momenti di difficoltà – sottolinea davanti alla platea dei primi cittadini -. Ma ora mi vorrei rivolgere ai nostri figli e nipoti: per la prima volta nella storia vivranno condizioni di vita non in crescita, ma in senso opposto, rispetto alla generazione precedente. Noi dobbiamo invertire questa tendenza ed è nostro compito farlo in fretta”.

Parlando di fonti di approvvigionamento energetico il ministro fa poi notare che “se non ci fosse stato il Tap oggi non avremmo la luce accesa“. Confermando l’impegno del governo “all’abbattimento delle 55% delle emissioni entro il 2030 e l’azzeramento nel 2050 – ha chiarito -. La soluzione sta quindi nella ricerca di nuove fonti di energia alternative a quelle fossili. Bisogna quindi innalzare il ricorso al geotermico, all’eolico, all’idroelettrico. Tralascio il nucleare, le mie visioni infatti sono note. Dobbiamo abbandonare il fossile e se nel 2023 dovessi firmare un atto d’indirizzo per l’acquisto del carbone per me sarebbe una coltellata. La parte di gas deve scendere accompagnando le rinnovabili”.

Ampio anche il capitolo dedicato al Pnrr, che Pichetto paragona all’intervento Usa che aiutò l’Italia nella ricostruzione nel secondo Dopoguerra. “Il piano Marshall, attualizzato a oggi, sarebbe di 80-90 miliardi; oggi con il Pnrr abbiamo 5 volte tanto, quindi bisogna spendere bene e fare le riforme“, dice il ministro. Che in tema di transizione ecologica fa un breve accenno all’industria italiana dell’automotive. “Noi siamo il secondo Paese manifatturiero d’Europa – ha dichiarato – e questo è il più grande settore italiano, con 280mila persone coinvolte, che salgono a oltre due milioni se consideriamo l’indotto. Il cambiamento di questo settore è necessario per la sfida della transizione ecologica, ed avrà delle ripercussioni a livello locale; per questo il percorso verso il 2035 (stop alla vendita in Ue di auto nuove a diesel e benzina, ndr) deve essere governato da governo e amministratori locali“.
In tema ambientale, infine, loda il metodo italiano di gestione dei rifiuti, con “la grande sfida nazionale della differenziata, che è per noi una priorità e una vittoria – chiarisce -. Infatti, siamo tra i primi Paesi in Europa ad aver creato un filone produttivo per il riciclo, e su questo noi non faremo nemmeno un passo indietro”, garantisce Pichetto. Anzi: “Devono essere gli altri Paesi Ue a fare dei passi in avanti”

Enel

Enel accelera su rinnovabili: bollette meno care del 20%

Meno debito, meno gas, bollette meno care, più rinnovabili, più elettrificazione, più utile netto. Enel presenta un piano 2023-2025 prudente, visto che “ci aspettano altri due anni di turbolenze” nei mercati energetici come ha sottolineato l’ad Francesco Starace parlando con analisti e giornalisti, ma sostenibile. In tutti i sensi.

Intanto si comincia da una progressiva riduzione della dipendenza dal gas e per questo l’obiettivo è proporre circa il 90% delle vendite a prezzo fisso con elettricità carbon-free nel 2025, portando la generazione da fonti rinnovabili a circa il 75% del totale – un aumento di circa 15 TWh (+7%) rispetto alle stime per il 2022 -, nonché digitalizzando circa l’80% dei clienti di rete. La prospettiva è offrire una bolletta ridotta del 20%, perché se l’energia viene dalle rinnovabili e l’incasso è fisso, garantendo dunque investimenti certi al gruppo, l’utente finale può beneficiare di prezzi più bassi e stabili.

Per arrivare al target sono dunque fondamentali proprio gli investimenti, che saranno complessivamente circa 37 miliardi di euro in tre anni, di cui il 60% a sostegno della strategia commerciale e il 40% a favore delle reti. Reti che necessitano di maggiori fondi per implementare la digitalizzazione, con lo scopo di migliorare l’efficienza e ridurre le interruzioni, raggiungendo un System Average Interruption Duration Index di circa 150 minuti nel 2025 (-35% rispetto alle stime per il 2022), inoltre si punta a raggiungere ad arrivare all’80% (+20%) dei clienti di rete digitalizzati. Il faro resta comunque sempre la produzione di energia, capacità che distingue Enel da altri operatori di mercato: il gruppo prevede di aggiungere circa 21 GW di capacità rinnovabile installata. E per essere ancora più performante il management ha deciso di dare un taglio con i mercati che, secondo le stime degli stessi amministratori, non possono crescere più di tanto. Quindi via da Romania, Perù e Argentina, così da dirottare tutti gli investimenti su soli 6 Paesi ‘core’: Italia, Spagna, Brasile, Cile e Colombia. Discorso a parte per gli Stati Uniti, dove l’ad Starace per ora non ha in mente di fare acquisizioni, tuttavia non sarebbe esclusa una quotazione proprio della divisione americana magari fra un anno. Gli Usa inoltre potrebbero ospitare una replica di 3Sun Gigafactory, il maxi impianto di pannelli che sorgerà in Sicilia, “magari insieme con qualche partner finanziario”, ha precisato il Ceo di Enel.

Via dal gas ma anche via da un eccesso di indebitamento che potrebbe frenare le attività del gruppo nei prossimi anni. Anche per questo la società si concentra su 6 Paesi più potenzialmente redditizi. Dalle cessioni, e i colloqui sono in corso, si genereranno 21 miliardi, dei quali 10 andranno proprio a ridurre il rosso di Enel. La riduzione si dovrebbe attestare in un range di 51-52 miliardi di euro già entro la fine del 2023, dai 58-62 miliardi di euro stimati per quest’anno. Maggiori risorse che andranno anche nelle tasche degli azionisti. Si prevede che l’EBITDA (il margine lordo) cresca infatti a 22,2-22,8 miliardi di euro nel 2025 dai 19-19,6 miliardi stimati nel 2022. E l’utile netto ordinario dovrebbe salire a 7-7,2 miliardi di euro nel 2025, dai 5-5,3 miliardi attuali. Una signora cifra che garantirebbe così un dividendo di 0,43 euro per il prossimo triennio, superiore ai 40 cent di quest’anno.

C’è un approccio un po’ conservativo in questo piano. Siamo stati molto trasparenti. Dovevamo affrontare territori mai visti. Ci sarà ancora la guerra? Finiranno i flussi di gas dalla Russia? Magari abbiamo peccato per eccesso di precauzione, forse nel 2023 le cose andranno meglio e potremmo avere risultati migliori a livello aggregato dato l’outlook prudente da dove siamo partiti”, ha spiegato Starace. D’altronde “abbiamo potenzialità di investimenti di 30mila Mw di rinnovabili. E se il governo, come abbiamo sentito, è pronto a sbloccare gli investimenti potremmo anche raddoppiare i 4 GW che abbiamo in programma di realizzare”.

Il piano è dunque “denso” ma sostenibile “e il management è in grado di eseguirlo indipendentemente da me. Quello che dovrò fare lo farò, però dipendo dalle decisioni degli azionisti. Non è un mistero che mi piaccia questo lavoro, tuttavia non sta a me la scelta di essere riconfermato il prossimo anno”, ha concluso Starace.

Manovra, governo trova la quadra. Ma diminuisce sconto sui carburanti

C’è voluto tutto il tempo disponibile, fino all’ultimo minuto, ma la maggioranza sembra aver trovato la quadra sulla legge di Bilancio 2023. Dopo una lunga riunione alla Camera, alla presenza della premier, Giorgia Meloni. La cifra si aggira sui 35 miliardi circa, di cui 23 sono dedicati quasi esclusivamente al contrasto dei rincari dell’energia. Per le bollette di famiglie e imprese sono previsti aiuti per affrontare i mesi più duri della crisi, aspettando che l’Europa batta un colpo sul price cap (temporaneo) e magari inizi a mettere in cantiere una riforma del mercato dell’elettricità, oltre al disaccopiamento dal prezzo del gas. Di sicuro non sarà al Consiglio europeo di giovedì, visto che fonti di Bruxelles fanno sapere che non è in vista nessuna decisione su questi temi.

L’Italia così prova a organizzarsi da par suo. Con la proposta avanzata dal ministro dell’Ambiente e della sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, di un tetto nazionale “che riguarda il sistema delle rinnovabili” di 180 euro al megawatt. “Si tratta comunque di un prezzo abbastanza remunerativo per il sistema“, ha spiegato. Sottolineando che da questa misura “ovviamente sono escluse le famiglie“. Il governo è al lavoro anche su altre iniziative che riguardano gli approvvigionamenti energetici. In particolare di metano, perché “il gas nazionale non è una soluzione per coprire” l’intero fabbisogno del Paese, che “solo di gas consuma circa 76 miliardi di metri cubi annui, finora il prelievo nazionale è stato di circa 3 miliardi di metri cubi che è una cifra minima, di conseguenza ce ne mancano 73“, dice Pichetto. Che conferma l’impegno dell’esecutivo sul rigassificatore di Piombino, sia per l’installazione sia per la rimozione “entro 3 anni“.

Del resto è “l’unica soluzione” per affrontare l’emergenza. Soprattutto quella che potrebbe verificarsi nell’inverno 2023-2024, che rappresenta “la preoccupazione maggiore, perché “dovremo ricostituire tutte le riserve e gli stoccaggi e non avremo più il gas russo“. Per quello in corso, invece, “con gli stoccaggi che abbiamo – sostiene il ministro –, con tutti i meccanismi messi a punto, con distinzioni tra gasivori e altri, con una graduatoria di interrompibilità temporanea a fronte di indennizzo, lo vedo con fiducia, si può superare“.

Anche per questi motivi a Palazzo Chigi c’è tutta l’intenzione di mettere in sicurezza le famiglie e imprese da gennaio contro i rincari. L’imperativo è non aggravare la situazione economica del Paese, evitando – fino a quando sarà possibile – il ricorso a uno scostamento di bilancio. Non sfonda, però, l’ipotesi di azzerare per un anno l’Iva su pane, pasta e latte: è “una possibilità menzionata nella riunione con i capigruppo di venerdì scorso, alla quale ho preso parte anche io, ma in linea di massima sembrerebbe accantonata“, conferma il capogruppo di FdI al Senato, Lucio Malan. Che fa un discorso di “efficacia della misura, e forse non è quella ideale da prendere“. Dunque, “meglio concentrare le risorse su altri interventi, ad esempio verso la produzione agricola nazionale“.

Un’altra novità della Manovra 2023 riguarda i carburanti. Cambiano, infatti, le accise fino al prossimo 31 dicembre. Sulla benzina saranno di 578,40 euro per mille litri anziché 478,40 euro, sul gasolio si a 467,40 euro per mille litri anziché 367,40 euro e sul Gpl saranno di 216,67 euro per mille litri invece di 182,61 euro. Una scelta che fa saltare dalla sedia le associazioni dei consumatori, ma che dal governo non vedono come un rischio per i cittadini. La strada per il 2023, comunque, è tracciata.