A 10 anni dall’elezione di Francesco nasce la prima Cer interreligiosa

A dieci anni dall’elezione al Soglio di Pietro del Papa più ecologista di sempre, nasce la prima comunità energetica interreligiosa d’Italia.

L’intesa è siglata tra la Pontificia Università Antonianum e il Centro Islamico Culturale D’Italia.

Il centro di riferimento del pensiero francescano nel mondo e l’ente che sovrintende la Grande Moschea di Roma diventeranno due strutture green, con energia rinnovabile da pannelli solari per l’auto e per l’etero consumo: l’eccesso di energia verrà infatti donato ai quartieri limitrofi, per chi ha più bisogno.

Un progetto condiviso di comunità energetica come primo esempio di collaborazione e sinergia tra le comunità di appartenenza: una prima opportunità concreta per l’Italia, innesco aperto alle nuove generazioni verso la cultura del reciproco rispetto.

Sullo sfondo della chiamata a cui rispondono le due fedi, la costituzione apostolica di Francesco ‘Veritatis gaudium’, il Documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune firmato ad Abu Dhabi il 4 febbraio 2019 da Bergoglio e dal Grande Imam di Al-Azhar Ahmad Al-Tayyeb, l’Enciclica ‘Fratelli Tutti‘.

Alla firma dell’accordo, c’erano John Puodziunas, economo generale dell’Ordine dei Frati Minori, l’Imam Nader Akkad, della Grande Moschea, Abdellah Redouane, Segretario Generale del Centro Islamico Culturale d’Italia, Massimo Fusarelli, ministro generale dei Frati Minori, Augustin Hernandez Vidales, rettore dell’Antonianum.

All’interno dell’intesa, c’è anche l’impegno a collaborare nella ricerca scientifica, nella realizzazione di conferenze e corsi di aggiornamento, nei programmi accademici, culturali, di sviluppo e di orientamento. Occorre “Unire intenti per fare sì che le idee accademiche confluiscano insieme per un cambio di paradigma – osserva il rettore dell’Antonianum, Hernandez Vidales –, desiderio auspicato dal Papa per il bene di tutto il mondo”.

Gas, Meloni punta a Israele. Netanyahu: “Esportazioni in Ue attraverso l’Italia”

Vincere insieme la sfida energetica. Dopo aver incontrato la comunità ebraica, al suo secondo giorno a Roma il premier israeliano Benjamin Netanyahu vede Giorgia Meloni e partecipa al Forum per le imprese organizzato dal ministro Adolfo Urso. Ne viene fuori un consolidamento della storica cooperazione bilaterale, che ha radici “profonde e solide“, ricorda Urso, ed è quasi coetanea alla Costituzione italiana e allo stato di Israele.

Sul fronte energetico, l’Italia vuole poter contare sui grandi giacimenti offshore del piccolo Stato ebraico: il Karish, poco a nord di Haifa, il Tamar, il Leviathan, che insieme hanno una riserva di gas stimata in 900 miliardi di metri cubi. In attesa del gasdotto EastMed, per esportarlo in Europa senza passare da altri Paesi, Netanyahu annuncia un condensatore, che permetta di trasformarlo in gas liquido e in modo da poter usare le navi. Il progetto di EastMed prevede circa 1.900 chilometri di tubi sottomarini da Israele alla Grecia, per collegarsi poi al tratto offshore del gasdotto Poseidon dalla Grecia a Otranto. “Il destino dell’Europa si gioca nel Mediterraneo“, osserva Urso. Nelle intenzioni, l’Italia con il Piano Mattei di Meloni diventerà l’hub del gas europeo, mentre Israele sarà uno dei fornitori non solo di gas, ma anche di idrogeno e punta di diamante per le tecnologie green. “Anche noi abbiamo delle riserve di gas che stiamo esportando e vorremmo accelerare ulteriormente le esportazioni verso l’Europa attraverso l’Italia“, spiega Netanyahu al termine dell’incontro a Palazzo Chigi con la premier, ricordando “la partecipazione dell’Eni nel nostro progetto“.

Gli ambientalisti, però, protestano: “La scelta di Meloni di includere il gas tra i temi dell’incontro testimonia l’implacabile sete di gas del nostro governo che, con buona pace degli accordi di Parigi, continua a investire sulle fonti fossili e su infrastrutture pericolose per la pace e per il clima“, denuncia Simona Abbate, campaigner Energia e Clima di Greenpeace Italia. “Il governo è sempre più nemico del cima“, fa eco il co-portavoce di Europa Verde, Angelo Bonelli. “Giorgia Meloni con oggi ammazza le politiche sul clima trasformando l’Italia per i prossimi decenni in un Paese dipendente dal gas“. Per il deputato di Avs il progetto di EastMed “minaccia il clima e rischia di scatenare nuovi conflitti“.

Ma sul tavolo c’è anche un’altra questione, per la quale Israele può essere estremamente utile a tutta l’Europa: l’emergenza siccità. Lo stato è all’avanguardia nella gestione dell’acqua, da sempre tallone d’Achille della Mezzaluna: “Può servire in questo periodo di grandi cambiamenti climatici”, scandisce Urso. Nel 2009, lo Stato ebraico ha attraversato una crisi enorme, dalla quale è uscito, in particolare, con il riciclo delle acque e con tre impianti di desalinizzazione: “Saremmo felicissimi di condividere con voi questa esperienza”, è l’offerta del premier israeliano.

Sicurezza, energia, digitalizzazione, agricoltura, innovazione, transizioni, industria. Sono tanti i settori in cui la cooperazione può essere rafforzata: “Abbiamo condiviso la necessità di un nuovo incontro intergovernativo, su una decina di argomenti, che si terrà presto, in Israele“, fa sapere Meloni.

Al Forum per le imprese, c’erano i rappresentanti di oltre 50 tra aziende ed enti italiani che hanno interessi in Israele. Si è parlato di “naturale complementarietà“: la forte vocazione manifatturiera italiana ha bisogno dell’avanguardia delle tecnologie israeliane e viceversa. Sempre più aziende italiane partecipano a gare, pubbliche e private, nell’Accordo di cooperazione industriale, scientifica e tecnologica che ha finanziato oltre 200 progetti di interesse comune. “I nostri Paesi insieme possono indicare la strada da percorrere anche perché hanno sistemi economici e produttivi complementari, particolarmente congeniali per affrontare le nuove frontiere tecnologiche”, osserva Urso. Nel 2021, l’interscambio commerciale tra Italia e Israele si è attestato a 4 miliardi di euro, con esportazioni italiane pari a 3,1 miliardi (+25,9%) e importazioni pari a 910 milioni di euro.

Accordo Ue su efficienza energetica, risparmi dell’11,7% al 2030

Dopo 16 ore di negoziati (iniziati ieri alle 14), Parlamento europeo e Consiglio Ue hanno raggiunto un accordo sulla revisione della direttiva efficienza energetica, fissando l’obiettivo di ridurre il consumo finale di energia a livello dell’Ue dell’11,7% nel 2030, rispetto alle previsioni del consumo energetico per il 2030 formulate nel 2020. La revisione della direttiva è parte centrale del pacchetto sul clima ‘Fit for 55’, in cui la Commissione europea aveva proposto nel 2021 un obiettivo di risparmio energetico del 9%, poi aumentato al 13% a maggio scorso, nel piano ‘REPowerEU’ nel tentativo di abbandonare più rapidamente i combustibili russi. “Ora disponiamo di un solido quadro Ue per aiutarci a decarbonizzare completamente l’economia. L’efficienza energetica non è un costo, piuttosto un investimento per il futuro“, ha scritto su twitter la commissaria europea per l’energia, Kadri Simson

L’obiettivo da raggiungere collettivamente del l’11,7% – spiega una nota del Consiglio – si traduce in un limite massimo al consumo energetico finale dell’Ue (ovvero l’energia consumata dagli utenti finali) di 763 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio e di 993 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio per il consumo primario. Tutti gli Stati membri contribuiranno al raggiungimento dell’obiettivo generale dell’Ue attraverso contributi e traiettorie nazionali indicativi, stabiliti nei rispettivi piani nazionali integrati per l’energia e il clima (PNEC), che dovranno essere aggiornati per il 2023 e il 2024. Sarà la Commissione europea a calcolare se tutti i contributi si sommano all’obiettivo dell’11,7% e, in caso contrario, apporterà rettifiche ai contributi nazionali inferiori.

L’intesa prevede inoltre un aumento graduale dell’obiettivo di risparmio energetico annuale per il consumo finale di energia dal 2024 al 2030. Gli Stati membri assicureranno nuovi risparmi annuali dell’1,49% del consumo finale di energia in media durante questo periodo, raggiungendo gradualmente l’1,9% il 31 dicembre 2030. Previsto inoltre un obbligo specifico per il settore pubblico di ottenere una riduzione annuale del consumo energetico dell’1,9% che possa escludere i trasporti pubblici e le forze armate. Inoltre, gli Stati membri sarebbero tenuti a rinnovare ogni anno almeno il 3% della superficie totale degli edifici di proprietà di enti pubblici. L’accordo politico provvisorio deve essere formalmente approvato da entrambe le istituzioni, prima dell’entrata in vigore.

Eni spinge sulla fusione nucleare con il Mit: accordo per accelerare

Eni spinge sulla fusione nucleare e lo fa in collaborazione con il Mit. O meglio, con il Csf (Commonwealth Fusion Systems), spin-out del Massachusetts Institute of Technology. L’obiettivo dell’accordo è quello di accelerare l’industrializzazione dell’energia da fusione. Eni ha investito per la prima volta in Cfs nel 2018 e ne è azionista strategico. Questo accordo rafforza la partnership tra le due società, unendo l’esperienza ingegneristica e di project management di Eni ad una serie di progetti a supporto di CFS, e lo sviluppo e distribuzione dell’energia da fusione su scala industriale.

Intanto, i progetti vanno avanti. E Sparc, che punta ad essere il primo impianto pilota a confinamento magnetico al mondo a produzione netta di energia da fusione, è in costruzione e sarà operativo entro il 2025. Si prevede che Sparc, a sua volta, farà da banco di prova per lo sviluppo di Arc: la prima centrale elettrica industriale da fusione in grado di immettere elettricità in rete, che dovrebbe essere operativa nei primi anni del 2030. Proprio Arc è al centro dell’accordo siglato, con l’obiettivo di lavorare insieme per accelerare lo sviluppo industriale, una serie di progetti attualmente in fase di sviluppo che includono supporto operativo e tecnologico, esecuzione progettuale attraverso la condivisione di metodologie mutuate dall’industria energetica, nonché rapporti con gli stakeholder. Per Eni la fusione a confinamento magnetico occupa un ruolo centrale tra le tecnologie per la decarbonizzazione in quanto potrà in prospettiva consentire all’umanità di disporre di grandi quantità di energia a zero emissioni e con un processo sicuro e virtualmente illimitato, cambiando per sempre il paradigma della generazione energetica.

Vedremo realizzata la prima centrale elettrica di CFS basata sulla fusione a confinamento magnetico all’inizio del prossimo decennio, avendo poi davanti a noi quasi vent’anni per diffondere la tecnologia e raggiungere gli obiettivi di transizione energetica al 2050. Questo vorrà dire disporre a livello industriale di una tecnologia in grado di fornire grandi quantità di energia senza alcuna emissione di gas serra prodotta in modo sicuro, pulito e virtualmente inesauribile fornendo un contributo sostanziale alla transizione energetica. Per questo siamo di fronte a una potenziale svolta tecnologica epocale”, ha commentato l’amministratore delegato di Eni Claudio Descalzi. “Da diversi anni – ha aggiunto – Eni sta ponendo la leadership tecnologica, con un approccio di neutralità e diversificazione, alla base del proprio percorso di decarbonizzazione. Consapevoli del grande valore strategico di questa tecnologia e della solidità di CFS, fin dal 2018 Eni ha investito nella società ed è stata la prima azienda energetica ad impegnarsi concretamente in questo settore. Oggi rafforziamo ulteriormente questa collaborazione con le nostre competenze ed esperienza con l’obiettivo di accelerare il più possibile il percorso di industrializzazione della fusione”.

Italgas

Italgas supera le aspettative: nel 2022 ricavi a 1,5 mld. Gallo: Gruppo è solido

Italgas supera le aspettative. I conti del 2022 battono le attese degli analisti. I ricavi totali nella configurazione adjusted, ammontano a 1,5 miliardi di euro, in aumento di 166,5 milioni di euro rispetto al 2021 (+12,1%). L’EBITDA adjusted a fine 2022 ammonta a 1.082,7 milioni di euro (+7,3% rispetto 31 dicembre 2021) e l’utile netto adjusted attribuibile al Gruppo è pari a 395,7 milioni di euro (+7,6% rispetto 31 dicembre 2021).

I risultati consolidati sono stati approvati dal Consiglio di Amministrazione, riunitosi sotto la presidenza di Benedetta Navarra, che ha deliberato di proporre all’Assemblea degli Azionisti, convocata per il 20 aprile 2023, la distribuzione di un dividendo di 0,317 euro per azione (+7,5% rispetto al 2021). Italgas, però, nel 2022 ha anche investito molto, soprattutto nella trasformazione digitale, nella metanizzazione della Sardegna e nel repurposing delle reti per abilitarle alla distribuzione di gas rinnovabili: nell’immediato biometano e nel medio periodo idrogeno e metano sintetico. Sono stati 814,3 i milioni di euro investiti. Quello della digitalizzazione rete è un tema caro all’amministratore delegato Paolo Gallo, che spiega come il network è già “pronto ad accogliere gas rinnovabili come il biometano, già in rete, e l’idrogeno e il metano sintetico che lo saranno nel medio periodo. Con particolare attenzione al biometano, Italgas sta investendo per favorire l’allacciamento degli impianti di produzione alle reti di distribuzione, introducendo la tecnologia del reverse flow verso il network del trasporto al fine di aumentare ulteriormente la flessibilità del sistema gas”. Nel 2022 sono stati posati 332 km di nuove condotte in tutta Italia. La realizzazione di nuove reti ‘native digitali’ in Sardegna ha, invece, raggiunto un’estensione complessiva di 909 km su un totale da realizzare di circa 1.110 km e sono stati messi in servizio 13 nuovi depositi criogenici di GNL per un totale di 66 impianti al servizio dei Bacini in concessione.

Risultati che, secondo l’amministratore delegato Paolo Gallo, “sono l’ulteriore prova della grande solidità di un Gruppo capace di continuare a crescere in un contesto condizionato dal forte incremento dei costi delle materie prime e dalla necessità di centrare gli obiettivi di sicurezza energetica per il Paese”.

Una parte dei risultati, Italgas la dedica a snocciolare i numeri in generale dell’impatto ambientale e dell’apporto di emissioni di gas ad effetto serra del Gruppo. E, anche qui, i i dati sono positivi. Le emissioni infatti, nel 2022 rispetto al 2021, sono calate del 12,1%, principalmente grazie alla riduzione delle emissioni fuggitive (-10%) grazie ai minori tempi di localizzazione ed eliminazione delle dispersioni stesse.

Energia, Gozzi (Federacciai): Europa incapace di fare sistema, a rischio Mercato unico

La crisi energetica ha dimostrato un’incapacità europea di fare sistema. In assenza di una capacità europea di fare sistema e di decidere una politica comune sull’energia, i singoli Stati hanno fatto da soli creando importanti asimmetrie”. Lo ha detto Antonio Gozzi, presidente di Federacciai e Duferco, al margine del convegno ‘L’evoluzione dell’agroalimentare italiano ed europeo tra sostenibilità e benessere’, organizzato da Gea ed Eunews. “Un esempio: i siderurgici francesi hanno il 70 % dell’energia a 64 euro, noi in Italia paghiamo l’energia elettrica 150 euro, più del doppio. I tedeschi anche pagano prezzi inferiori a quelli italiani. Queste situazioni creano asimmetrie competitive e rischiamo di mettere in crisi il Mercato Unico. L’incapacità di decidere e il conflitto di interessi impediscono una politica comune e di conseguenza l’Europa corre un grande rischio”, ha aggiunto.

Energia, Gozzi (Federacciai): Italia può essere hub europeo, ottimista su calo prezzi

Io sono abbastanza prudentemente ottimista sul prezzo dell’energia, perché vedo il Mediterraneo come un mare di gas. L’Italia è il Paese più infrastrutturato dal punto di vista dei tubi, abbiamo tre rigassificatori e due se ne dovrebbero aggiungere. Abbiamo una infrastruttura che ci consente di dire che potremmo essere l’hub dell’Europa, soprattutto meridionale. I giacimenti in giro per il Mediterraneo sono giganteschi”. Lo ha detto Antonio Gozzi, presidente di Federacciai e Duferco, al margine del convegno ‘L’evoluzione dell’agroalimentare italiano ed europeo tra sostenibilità e benessere’, organizzato da Gea ed Eunews. “Il tema – ha aggiunto – è quello di impostare politiche che consentano di utilizzare il gas in maniera decarbonizzata. Se si perseguono queste politiche sono, dal punto di vista del medio periodo, abbastanza ottimista sul fatto che il prezzo del gas scenderà”.

Ansaldo-Edison-Edf rilanciano nucleare: il plauso della maggioranza. E di Cingolani

La firma della lettera d’intenti fra Ansaldo Energia, Ansaldo Nucleare, Edison ed Edf per lo sviluppo del nuovo nucleare in Europa e in Italia riaccende il dibattito politico. In particolare, a dividere gli schieramenti è la riflessione sul possibile ruolo dell’atomo nella transizione energetica in Italia. Tema, questo, sui cui il governo guidato da Giorgia Meloni, ha mostrato più volte apertura. La viceministra dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, Vannia Gava, plaude all’iniziativa, definendola “interessante”. I tempi, dice, “sono maturi e non più procrastinabili per tornare a parlare di nucleare di nuova generazione anche in Italia”. “Mi pare ottimo che comincino a studiare nuove tecnologie così complesse insieme”, sottolinea, invece, a Gea l’ex ministro della Transizione ecologica, Roberto Cingolani. Dell’intesa premette di saperne “pochissimo”, ma “è certamente un settore che necessita di tanto studio, ricerca e sviluppo e di sinergie – spiega -. Quindi, ben vengano le alleanze e le masse critiche”.

“Molto soddisfatto” è Paolo Arrigoni, responsabile energia del Carroccio, secondo il quale “molte proposte” della Lega “sono state recepite dentro questa lettera d’intenti”. “Lo sostengo da sempre – dice a Gea – che la tecnologia dell’atomo avrà una seconda vita per gli obiettivi di Green deal, per contrastare cambiamenti climatici”. Insomma, se vogliamo dacarbonizzare entro il 2050 “è fondamentale l’atomo”. Per Arrigoni, poi, è necessario avere “energia programmabile, continua e stabile magari con piccoli reattori” per “agevolare l’elettrificazione della mobilità e, ad esempio, la forte domanda di pompe di calore”. Certo, il nucleare “non si può imporre dalla sera alla mattina serve informazione, cultura e dibattito nell’ottica del Green deal”.

Su questo la maggioranza di governo è compatta. Alessandro Cattaneo e Luca Squeri di Forza Italia hanno presentato una mozione sul nucleare con la quale chiedono al governo “di lavorare affinché la produzione di energia atomica di nuova generazione sia inclusa nella politica energetica europea”. Anche perché “l’obiettivo europeo di zero emissioni nel 2050 sarà difficilmente raggiungibile con il solo utilizzo di energie da fonti rinnovabili diverse dal nucleare”.

“Se esiste una emergenza climatica non possiamo fare a meno del nucleare, le rinnovabili da sole non potranno mai sostituire interamente i fossili, a meno che non vogliamo tornare nel medioevo”, sottolinea Davide Tabarelli, presidente di Nomisma Energia, che a Gea dice: “Abbiamo inventato noi il nucleare con Enrico Fermi. Il premio Nobel, Carlo Rubbia, ha sempre lavorato sulla fisica del nucleo, l’energia è fisica. Questa lettera d’intenti è un primissimo passo che arriva anche tardi, ma che ci proietta verso qualcosa di concreto per dare seguito all’enorme ricerca italiana”. In Italia però si sono votati ben due referendum nel 1987 e nel 2011, che hanno sancito il no degli elettori all’atomo. “I referendum non erano un divieto per l’eternità per fare il nucleare, se il Parlamento decide si può ripartire”, aggiunge Tabarelli.

E in Parlamento, così come nel Paese, non sarà facile far passare una svolta nuclearista. “La parola ‘riflessione’ nella lettera d’intenti è ripetuta più volte. Spero davvero che riflettano a fondo. Questa presunta nuova frontiera non è per niente nuova – spiega a Gea Luana Zanella, capogruppo alla Camera di Alleanza Verdi Sinistra (Avs) -, non risolve il problema delle scorie, non si sa dove dovrebbero collocarsi queste ipotetiche centrali. Il nuovo nucleare è la fusione, per la quale abbiamo davanti decenni di ricerca. Non si parla di quarta o quinta generazione, qui si parla di terza generazione plus, il vecchio metodo rivisitato, con problemi di sicurezza che permangono e accorgimenti molto costosi”. E poi “abbiamo le praterie aperte per le rinnovabili – evidenza Zanella -, non si capisce perché investire su un fronte che potrebbe essere controproducente anche economicamente. Possiamo spingere sulle rinnovabili senza rischiare buchi di bilancio”.

Rincara la dose il vice capogruppo alla Camera di Avs, Marco Grimaldi, parlando con Gea: “I cialtroni dell’atomo continuano a parlare di nucleare in un Paese che non è stato ancora in grado di individuare il sito del Deposito Nazionale per le scorie radioattive, che ci portiamo dietro (e sarà così per decenni) dal nostro passato nucleare: 27 anni di produzione e già 32 di decommissioning ed eredità di cui non si vede la fine”. Ma poi… “Investiamo nella fusione nucleare? Il sole è il più grande ‘reattore a fusione nucleare’ già disponibile per la produzione di energia rinnovabile e fornisce ogni anno 15mila volte l’energia di cui l’umanità ha bisogno. La ricerca scientifica – conclude Grimaldi – ha sviluppato le tecnologie necessarie a catturare l’energia solare e conservarla in maniera molto efficiente”.

nucleare

Nucleare, Pichetto favorevole ma Italia non partecipa a incontro. Salvini: E’ dovere

Oggi, a Stoccolma, a margine dei lavori del Consiglio informale dell’energia (al quale partecipa la viceministra dell’Ambiente Vannia Gava), si terrà un incontro promosso dalla Francia per costruire un’Alleanza europea sul nucleare. Ma in Italia scoppia la polemica.

Investire sul nucleare pulito e sicuro di ultima generazione è un dovere sociale, economico e ambientale. Avanti futuro!”, tuona il vicepremier e Ministro dei Trasporti Matteo Salvini. Lo fa nel giorno in cui Enrico Letta consegna a Elly Schlein le redini del Partito Democratico al Nazareno e il nucleare è un argomento sul quale il nuovo Pd è su posizioni diametralmente opposte.

La battuta però sembra anche una stoccata a Gilberto Pichetto Fratin. Perché la ministra francese per la transizione energetica, Agnes Pannier-Runacher, aveva citato l’Italia nella lista di 12 paesi che parteciperanno all’incontro, tra quelli cioè che intendono utilizzare l’energia nucleare per aggiungere la neutralità carbonica.

L’Italia però non vi prenderà parte. Il ministero lo precisa nel corso della giornata in una nota: “Non è prevista la presenza di nessun rappresentante italiano a incontri che avranno per oggetto la tematica del nucleare“. La posizione favorevole al nucleare di Pichetto Fratin è in realtà nota. Qualche giorno fa, la stessa Pannier-Runacher aveva anticipato l’incontro al ministro italiano. “Beati voi, potete contare sul nucleare“, a quanto filtra, la battuta con la quale Pichetto ha accolto la notizia.

Il ministro dell’Ambiente e della sicurezza energetica è già impegnato a capire come possa il Paese accedere a un nucleare di quarta generazione. Ma sono due i referendum in cui gli italiani hanno detto no a questa tecnologia. Prima di prendere parte a un incontro del genere, bisognerebbe coinvolgere l’intero governo, il Parlamento, i costituzionalisti e, non ultimo, il popolo.

Un anno di guerra in Ucraina: le conseguenze fra energia e inflazione

Il primo colpo, il primo sparo, e l’inizio di un periodo fatto non solo di aggressione, morti e distruzione, ma pure di crisi delle materie prime, shock energetici, crisi alimentare mondiale, inflazione a doppia cifra, rincaro dei generi alimentari. 24 febbraio 2022-24 febbraio 2023, un anno di guerra russo-ucraina che ha ridisegnato anche l’agenda europea per la sostenibilità. Da un punto di vista a dodici stelle l’ha fatto imprimendo un’accelerazione verso la realizzazione di una vera green-economy, ma innescando all’interno della stessa Unione un dibattito tutto nuovo sul nucleare tradizionale considerato come necessità, in tempi di corsa alla ricerca di alternative al gas per decenni pompato da Gazprom. Un dibattito che non ha lasciato indifferente l’Italia, dove il cambio di governo avvenuto a settembre ha visto riproporre la questione dell’energia prodotta da atomo. La Lega di Matteo Salvini torna a insistere su questo punto.

Le sfide nella sfida. L’Unione europea che ha saputo varare nove pacchetti di sanzioni contro la Russia, in questo anno di attività militare su suolo ucraino ha dovuto cercare soprattutto di trovare un’unità non scontata. Perché sull’energia i 27 modelli economici, interconnessi ma non identici, sono andati in difficoltà. Eppure in nome dell’obiettivo di privare le casse di Mosca di risorse utili al finanziamento della guerra, la Germania ha saputo liberarsi dei gasdotti NordStream e Nordstream 2, l’Ue ha prima messo una moratoria al carbone russo, poi al petrolio, quindi trovato il meccanismo per calmierare i listini del gas naturale. Una richiesta posta sul tavolo da Mario Draghi, ai tempi in cui sedeva a palazzo Chigi, e che ha richiesto mesi prima di una realizzazione pratica e condivisa. Adesso scatterà automaticamente un ‘price cap’ di fronte a due condizioni contemporanee: quando il prezzo del la risorsa sul mercato olandese TTF supera i 180 euro per Megawattora per 3 giorni lavorativi e quando il prezzo TTF mensile è superiore di 35 euro rispetto al prezzo di riferimento del GNL sui mercati globali per gli stessi tre giorni lavorativi.

E’ questo uno dei successi dell’Ue, non immediato né semplice. Ma doveroso. Perché l’aumento dei prezzi dell’energia ha trainato l’inflazione, rendendo complicata la vita di famiglie e imprese, e facendo paventare rischi di una nuova recessione per l’Eurozona. Rischi scongiurati, ma solo alla fine del 2022, quando la contrazione data per scontata non si è materializzata. Merito della sospensione delle regole europee di finanza pubblica e dell’allentamento delle regole sugli aiuti di Stato che hanno permesso di contrastare il caro-bollette. Merito anche di un accordo trovato grazie alle mediazione della Turchia che ha permesso la partenza delle navi cariche di grano ferme nel porto di Odessa.

Uno dei mantra ripetuti è quello per cui la guerra innescata il 24 febbraio di un anno fa offre l’opportunità di accelerare la transizione verde, e il passaggio ad un’economia davvero a prova di surriscaldamento del pianeta. In questo non semplice esercizio l’Italia può giocare un ruolo da protagonista. La sostituzione del gas naturale con quello liquefatto (Gnl) rimette in moto i cantieri, crea occupazione, e può permettere al Paese di diventare il terzo hub dell’Ue per capacità. Qui, la sfida nella sfida è fare presto e bene. Presto e bene è anche la condizione numero uno per l’attuazione dei piani di ripresa, divenuti centrali per la Commissione Ue e anche per l’insieme degli Stati riuniti in Consiglio. Con l’Europa a caccia di materie prime necessarie per realizzare pannelli fotovoltaici, batterie elettriche, turbine eoliche, e alla ricerca di fornitori più affidabili di energia, si ridisegna anche la cartina geopolitica, con l’Italia anche qui protagonista. Da Draghi a Meloni il governo ha iniziato a scrivere una nuova pagina di relazioni con i Paesi dell’Africa e del Medio Oriente. Fondamentali, in tempi in cui gli Stati Uniti hanno deciso di sostenere massicciamente la propria industria tecnologica pulita.

La Casa Bianca produce l’Inflation Reduction Act, piano da circa 369 miliardi di dollari per rispondere all’aumento generalizzato dei prezzi. Sovvenzioni e sgravi fiscali per rilanciare l’industria, quella al centro dell’agenda dell’Ue, che sulla scia delle conseguenze della guerra vede anche lo spettro della concorrenza del partner transatlantico, e i dubbi che non sia leale. Non si vuole lo scontro, ma l’Ue si trova comunque a dover correre e rispondere in un contesto che resta di incertezza e instabilità.

Vale anche per il piano ambientale. L’occupazione delle centrale nucleare di Zaporizhzhia , con combattimenti tutt’attorno tiene col fiato sospeso non solo l’Unione europea, per i rischi di incidenti dalle conseguenze irreparabili per natura e salute. I pacchetti di sanzioni dell’Ue includono personalità ritenute responsabili anche di questo atto. Il blocco dei Ventisette vorrebbe annunciare il decimo pacchetto di misure restrittive nelle prossime ore, per ragioni simboliche: un anno dall’inizio della guerra.