Al via elettrodotto tra Italia-Tunisia: da Ue 307mln a Terna. Meloni: “Decisione storica”

Europa e Africa sempre più connesse, almeno dal punto di vista energetico. Terna riceverà un finanziamento da 307 milioni da parte dell’Unione europea per costruire il cavo di interconnessione elettrica tra l’Italia e la Tunisia, opera che è stata inserita nella lista dei Progetti di Interesse Comune. Il prestito europeo sarà erogato attraverso il Connecting Europe Facility, il fondo Ue destinato allo sviluppo di progetti chiave che mirano al potenziamento delle infrastrutture energetiche comunitarie. La notizia è arrivata ieri, assieme all’avvio da parte del ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica del procedimento autorizzativo. “Si tratta di una decisione storica — spiega Terna in una nota —. Per la prima volta, infatti, i fondi comunitari Cef sono stati assegnati a un’opera infrastrutturale sviluppata da uno Stato Membro e da uno Stato Terzo. Come ulteriore testimonianza della sua importanza strategica, la Commissione europea ha destinato al progetto oltre la metà del budget disponibile nel bando del 2022“. L’opera, realizzata da Terna e da Steg, l’operatore elettrico tunisino, contribuirà all’integrazione dei mercati dell’energia elettrica, alla sicurezza dell’approvvigionamento energetico e, soprattutto, all’incremento di produzione di energia da fonti rinnovabili in Europa e Africa e alla diversificazione delle fonti. In aggiunta, una volta entrato in esercizio, il collegamento favorirà la riduzione delle emissioni climalteranti.

Soddisfatta la premier Giorgia Meloni. “Il via libera della Commissione europea allo stanziamento di 307 milioni per co-finanziare l’infrastruttura — ha dichiarato la presidente del Consiglio in una nota — è un grande successo italiano. È nel destino dell’Italia diventare un nuovo hub energetico per l’intero Continente europeo, è nella nostra missione intensificare la cooperazione con l’Africa per portare investimenti e sviluppo“.
Il ponte energetico sottomarino da 600 MW in corrente continua sarà lungo oltre 200 km e raggiungerà una profondità massima di 800 metri. Per costruirlo, richiederà un investimento complessivo di 850 milioni. “Grazie a questa opera — ha dichiarato il ceo di Terna Stefano Donnarummal’Italia potrà concretamente diventare un hub energetico del Mediterraneo. Si tratta di un’infrastruttura strategica per il nostro Paese e per l’Europa, che potrà contribuire in maniera significativa all’indipendenza energetica, alla sicurezza del sistema elettrico e allo sviluppo delle fonti rinnovabili“.

Per quanto riguarda l’Italia, dall’approdo di Castelvetrano, in provincia di Trapani,il cavo interrato — spiega la società della rete — percorrerà strade esistenti lasciando inalterati ambiente e paesaggio per 18 km fino ad arrivare a Partanna, sempre in provincia di Trapani, dove sarà costruita la nuova stazione di conversione in prossimità dell’esistente Stazione Elettrica“. La società che gestisce la rete elettrica nazionale ha concluso nel luglio 2021 la fase di consultazione pubblica, durante la quale sono state analizzate e discusse le osservazioni arrivate da amministrazioni, enti e cittadini.

Per la Farnesina, il progetto Elmed “consentirà di effettuare un salto qualitativo nella integrazione dei mercati elettrici delle sponde nord e sud del Mediterraneo, rafforzando la nostra sicurezza energetica e quella dei nostri partner, favorendo lo sviluppo delle fonti rinnovabili nel continente africano e aggiungendo un ulteriore tassello alla realizzazione, nel lungo periodo, di una vera e propria rete euro-mediterranea dell’elettricità“.

 

Photo credit: Terna

Estrazioni di gas in Adriatico, il governo ‘chiama’ Leonardo e Ispra

Il governo va avanti sulla strategia del gas release, ma non rinuncia al dialogo con il territorio. Al ministero dell’Ambiente e sicurezza energetica, infatti, si riunisce il primo tavolo di confronto sul tema delle estrazioni di nuovo gas italiano in Adriatico, al quale partecipano i ministri Gilberto Pichetto Fratin e Adolfo Urso, la vice ministra Vannia Gava e il governatore del Veneto, Luca Zaia, con i tecnici della Regione. La discussione si è incentrata sulla la necessità di approfondire le problematiche emerse, in particolar modo quelle legate al rischio subsidenza, oltre alle criticità segnalate dalle comunità locali e dai sindaci rispetto alla nuova possibilità di estrazione del metano, specialmente in Alto Adriatico, con la necessità di ottenere in via prioritaria garanzie tecnico-scientifiche a tutela dell’ambiente.

Non solo, perché i responsabili di Mase e ministero delle Imprese e il made in Italy concordano con il presidente della Regione Veneto di coinvolgere, in via preliminare, alcune eccellenze italiane nel campo della ricerca: da Leonardo a Ispra, insieme alle Università del territorio, che andranno così ad affiancare tecnici e studiosi nel percorso di analisi e approfondimento del tema. Per avere un’angolatura più ampia possibile, inoltre, il tavolo istituzionale sarà affiancato anche da un tavolo tecnico prettamente, che sarà utile per fornire strumenti e studi a carattere scientifico nell’ambito delle estrazioni di gas.

Restando sulla questione energetica, durante la prosecuzione dell’audizione davanti alla commissione Ambiente del Senato, Pichetto è tornato sulla diversificazione delle fonti di approvvigionamento. Perché conta di “chiudere nelle prossime settimane” alcune misure per favorire lo sviluppo delle fonti alternative. Tra queste c’è “il decreto attuativo per l’individuazione delle aree idonee alla realizzazione di impianti di energia rinnovabile“, che ormai “è in fase di finalizzazione. Ma non è l’unica novità, perché “anche per quanto riguarda il Fer 2, la cui gestazione è stata particolarmente lunga, siamo alle battute finali“, assicura il ministro. Il decreto, su cui sono stati già acquisiti i pareri del ministero dell’Agricoltura e dell’Arera, è in continuità con il Fer 1 e ha come obiettivo “l’incentivazione della produzione di energia elettrica dalle fonti geotermiche tradizionali a ridotte emissioni, geotermia a emissioni nulle, eolico offshore, impianti fotovoltaici, floating, impianti a energia mareomotrice e altre forme di energia marina, biomasse, biogas, solare termodinamico che presentino caratteristiche di innovazione e ridotto impatto su ambiente e territorio“. In totale, saranno liberati “complessivamente, 4.590 megawatt di impianti, circa 4,5 gigawatt“.

Per il nucleare, invece, i tempi saranno ben più lunghi. Visto che “le competenze su ricerca e impiego restano in capo ad Enea“, ma l’auspicio è che “nell’arco di 10-15 anni possa essere implementata la tecnologia di quarta generazione, che sarà un vettore tecnologico di transizione, propedeutico all’approccio finale di fusione nucleare“. Quindi – spiega Pichetto -, “non è un’immediatezza ma dobbiamo tenere il passo con la ricerca, le competenze e le capacità“. Non sarà lo stesso, fortunatamente, sul clima: il Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici, infatti, “a giorni dovrebbe essermi consegnato a seguito di una lunga procedura di confronti e valutazioni“.

Presidenza Ue tenta compromesso: price cap gas a 220 euro

Un accordo politico sul tetto al prezzo del gas al prossimo Consiglio straordinario dell’energia del 13 dicembre. Difficile, ma non impossibile. E la presidenza della Repubblica ceca di turno al Consiglio Ue fino al 31 dicembre tenta il tutto per tutto e prova a far convergere gli animi divisi dei 27 con una nuova bozza di compromesso (datata 5 dicembre) che abbassa entrambi i criteri di attivazione (i ‘trigger’) del tetto: il ‘cap’ si attiverebbe quando il prezzo del gas supera i 220 euro per 5 giorni (l’ultima bozza di compromesso parlava di una soglia di 264 euro per 5 giorni) e quando la differenza del prezzo del mercato Ttf e il prezzo di riferimento del Gnl supera i 35 euro per 5 giorni (la precedente bozza parlava di 58 euro).

La seconda bozza fatta circolare tra le capitali è un nuovo tentativo di avvicinare le posizioni a livello tecnico (nelle riunioni tra ambasciatori) prima del confronto politico della prossima settimana al Consiglio energia del 13 dicembre. Il meccanismo di correzione del mercato proposto dalla Commissione europea lo scorso 22 novembre, anche detto ‘tetto al prezzo del gas’, si attiverebbe a due condizioni: quando la soglia di prezzo va oltre i 275 euro per 14 giorni consecutivi, nell’arco delle quali lo spread fra i mercati Ttf e Gnl devono superare i 58 euro per 10 giorni di scambi. Così come concepito dalla Commissione europea, il meccanismo è di difficile applicazione e su ammissione della Commissione stessa non si sarebbe attivato neanche durante i picchi di prezzo registrati in agosto, vicini ai 350 euro.

Nei giorni scorsi, l’Italia si è fatta promotrice insieme al Belgio, Grecia, Polonia, Slovenia, Lituania e Malta di un documento tecnico fatto circolare con proposte alternative, chiedendo un meccanismo di correzione dei prezzi che fosse dinamico al 75%, esteso alle transazioni fuori borsa. Una proposta di tetto tutto dinamico è stata avanzata anche dalla Spagna, in un documento separato e solo ieri anche i Paesi Bassi (che insieme alla Germania è il Paese che ha frenato di più a livello europeo sul price cap) hanno presentato un documento informale (non-paper) sul meccanismo di correzione del mercato, proponendo nella sostanza un tetto solo sul gas necessario a riempire gli stoccaggi europei (una quota limitata rispetto ai volumi di gas complessivamente acquistati).

La presidenza di Praga cerca di andare incontro a sensibilità diverse e oltre ad abbassare la soglia di attivazione del cap per renderlo effettivamente applicabile, ha proposto una serie di altre modifiche per rafforzare il ruolo degli Stati membri e introdurre riferimenti più espliciti alla dinamicità del prezzo (visto che la maggior parte degli Stati è favorevole a un cap dinamico). La bozza di compromesso di Praga estende il price cap non solo ai derivati del mese prima sul mercato olandese TTF ma anche a tutti gli altri derivati con scadenza fino a tre mesi. Sui derivati il limite di prezzo diventa un “limite di offerta dinamica“.

Quanto ai procedimenti per sospendere o disattivare il meccanismo di correzione del mercato, la Commissione Ue ha previsto che il meccanismo possa essere sospeso o disattivato a seconda dei casi attraverso due procedimenti diversi: può essere disattivato automaticamente quando la seconda condizione di attivazione (ovvero la differenza tra il prezzo TTF e il prezzo di riferimento del GNL) viene meno per dieci giorni; oppure, la Commissione europea propone che possa essere solo sospeso (dietro decisione della Commissione stessa) “quando ci sono rischi per la sicurezza dell’approvvigionamento dell’Unione”. Sulla sospensione, Praga suggerisce che la Commissione possa sospendere il meccanismo attraverso una decisione di esecuzione, che prevede la consultazione con gli Stati membri; mentre sulla disattivazione, Praga propone che il meccanismo sia disattivato “dopo un mese, se il limite di offerta dinamica è inferiore a [220] euro per un certo periodo“, si legge nella bozza di cui GEA ha preso visione.

Non è chiaro se la proposta di mediazione di Praga sarà sufficiente a trovare la quadra politica. Ci “sono discussioni molto difficili tra gli Stati membri Ue, su cosa fare per evitare i prezzi così elevati che abbiamo sperimentato in agosto”, ha ammesso la commissaria europea per l’energia, Kadri Simson, riferendo di “opinioni diverse sui rischi” del meccanismo. Ad ogni modo, per Paesi come l’Italia la questione energetica “ha bisogno di essere affrontata immediatamente e riguarda il tema di come fermare i costi della speculazione. La proposta della Commissione non mi pare sufficiente, perciò continuiamo a lavorare“, ha detto la premier Giorgia Meloni, a margine del Vertice dei leader Ue-Balcani Occidentali a Tirana.

A quanto si apprende, è stata convocata per sabato 10 dicembre anche una riunione straordinaria degli ambasciatori al Coreper per discutere di tetto al prezzo del gas e spianare la strada a un accordo la prossima settimana. Un accordo che – essendo da raggiungere in un Consiglio straordinario – non potrà essere formalizzato dai ministri, ma dovrà essere seguito da procedura scritta (a livello di ambasciatori Ue) oppure formalizzato al prossimo Consiglio energia ordinario in programma il 19 dicembre. La proposta della Commissione fa leva sull’articolo 122 del trattato sul funzionamento dell’Unione europea e dunque prevede l’approvazione a maggioranza qualificata degli Stati membri al Consiglio (quando il 55% degli Stati membri vota a favore, ovvero 15 paesi su 27; e quando gli Stati membri che appoggiano la proposta rappresentano almeno il 65% della popolazione totale dell’Ue).

Ursula von der Leyen

Al via il vertice Ue-Balcani a Tirana: focus su energia, gas e ambiente

Tutto pronto per il nuovo appuntamento-chiave nelle relazioni tra l’Unione europea e i suoi partner più vicini, reso ancora più cruciale dalle conseguenze della guerra russa in Ucraina sul piano economico ed energetico. A Tirana, capitale dell’Albania, si tiene oggi il vertice Ue-Balcani occidentali, a cui parteciperanno i 27 leader dei Paesi membri dell’Unione, i 6 balcanici e i leader delle istituzioni comunitarie (i presidenti del Consiglio Ue, Charles Michel, e della Commissione, Ursula von der Leyen).

Secondo quanto emerge dalla bozza delle conclusioni del vertice, l’Unione europea ribadisce il suo sostegno ai partner balcanici “nell’affrontare gli effetti negativi sulle loro economie e società” della guerra russa in Ucraina, per cui Mosca è “l‘unica responsabile” della crisi energetica ed economica. Bruxelles ha risposto a queste crisi con un piano di sostegno da un miliardo di euro complessivo per l’intera regione, come anticipato dalla presidente von der Leyen nel corso del suo viaggio nelle sei capitali (fatta eccezione per quella del Montenegro, rinviata a data da destinarsi) di fine ottobre.

Un piano che dovrebbe mobilitare 2,5 ulteriori miliardi di euro in investimenti, aiutando i sei Paesi partner a “mitigare l’impatto della crisi energetica e ad accelerare la transizione energetica“. Il pacchetto sarà finanziato attraverso lo strumento di assistenza pre-adesione (Ipa III) e sarà diviso in due parti, ciascuna da mezzo miliardo di euro. Da una parte un sostegno diretto al bilancio per affrontare l’impatto degli alti prezzi dell’energia in ciascuno dei sei Paesi dei Balcani Occidentali: 80 milioni per la Macedonia del Nord, altrettanti per l’Albania, 75 per il Kosovo, 70 per la Bosnia ed Erzegovina, 165 per la Serbia (per il Montenegro sarà comunicato al momento della nuova visita di von der Leyen). Dall’altra parte, i restanti 500 milioni saranno dedicati al “miglioramento delle infrastrutture per il gas e l’elettricità e gli interconnettori, compreso il Gnl“, ma anche “nuovi progetti di energia rinnovabile, aggiornamenti dei sistemi di trasmissione dell’energia, teleriscaldamento e schemi per migliorare l’efficienza energetica dei vecchi condomini“.

A questo proposito i leader Ue ricordano la decisione di aprire gli acquisti comuni di gas, Gnl e idrogeno per i Balcani occidentali, chiedendo allo stesso tempo “rapida operatività di questa piattaforma” e incoraggiando i partner a “sfruttare questa opportunità“. Nella bozza si ribadisce anche che il piano RePowerEu è finalizzato a ridurre la dipendenza non solo dell’Ue, ma dell’intera regione balcanica dal gas russo e, attraverso la Comunità dell’energia, l’Unione sta aprendo il proprio mercato dell’elettricità – “anche per quanto riguarda le energie rinnovabili” – ai sei partner dei Balcani occidentali, “a condizione che vengano attuate riforme normative“.

Rivestirà un ruolo centrale nelle discussioni di Tirana l’attuazione del Piano economico e di investimenti delle Agende verde e digitale per i Balcani occidentali, “anche attraverso un ulteriore sostegno alla connettività, alla transizione energetica e alla diversificazione delle forniture energetiche“. Nel pacchetto approvato nell’ottobre 2020, che mobilita quasi 30 miliardi di euro tra sovvenzioni e investimenti, è già stato dato il via libera finanziamento di 27 progetti-faro per un valore totale di 3,8 miliardi di euro. Parallelamente, grazie all’Agenda verde per la regione i leader balcanici rinnoveranno gli impegni climatici presi nell’ambito dell’Accordo di Parigi, anche per combattere l’inquinamento, migliorare la gestione dei rifiuti e accelerare la transizione energetica verde. L’Ue li sosterrà invece nello sviluppo di una politica di tariffazione del carbonio nel contesto del meccanismo di aggiustamento delle frontiere del carbonio (Cbam).

Giorgia Meloni/Afp

Meloni: “Pnrr eredità importante ma non basta. Energia? Paghiamo scelte passate poco lungimiranti”

Le infrastrutture, la sicurezza, la transizione ecologica, l’approvvigionamento energetico, la transizione digitale e la natalità. Tutti temi che, secondo la premier Giorgia Meloni, “incarnano sfide decisive per il futuro della nazione, che possiamo affrontare solo se sapremo mettere in campo giuste sinergie tra Stato, Regioni, Province ed enti locali. Non possiamo rinunciare alla coesione”. Intervenendo al Festival delle Regioni e delle Province autonome in corso oggi a Milano e domani a Monza, Giorgia Meloni sottolinea l’importanza delle sinergie, a vari livelli: “In questo tempo nessuno può pensare di affrontare da solo le sfide che abbiamo di fronte; la collaborazione con tutti i livelli istituzionali è qualcosa a cui questo governo tiene molto”.

Collaborazioni che, tuttavia, devono avere una visione prospettica. “Le criticità strutturali con le quali ci stiamo confrontando sono soprattutto figlie delle politiche poco lungimiranti del passato, evidenzia Giorgia Meloni. Pensiamo all’energia. L’Unione europea, diversi Stati membri, e anche l’Italia, in passato hanno preferito aumentare il livello di dipendenza da altre nazioni invece di lavorare per implementare misure che rafforzassero la produzione, l’indipendenza e la sicurezza energetica nazionale. Oggi noi paghiamo quelle scelte”.

Nell’intervento della premier al Festival delle Regioni e delle Province autonome c’è spazio anche per affrontare tematiche quali le questioni Pnrr e legge di bilancio. Rispetto al primo, Giorgia Meloni lo definisce “un’eredità importante e, dunque, “quelle opportunità non vanno perse. Per questo il governo ha deciso di riattivare la cabina di regia per monitorare lo stato di attuazione degli obiettivi e individuare le soluzioni per superare le criticità nel modo più rapido possibile”. Ma se il Next Generation Eu “ha rappresentato una prima risposta a livello europeo, sintetizza, “oggi è evidente a tutti che non è più sufficiente perché era un piano immaginato per contrastare le conseguenze della pandemia e non poteva, ovviamente, considerare le conseguenze dell’impatto della guerra in Ucraina, che è successiva. Bisogna fare di più, oggi, a livello europeo, partendo proprio dal tema del caro energia e bisogna rafforzare, allo stesso tempo, la coesione e la solidarietà nazionale”. Anche per questo, secondo Meloni, ci sarà molto da lavorare nelle prossime settimane, sia perché alcuni grandi obiettivi del Pnrr non possono essere realizzati se non c’è un coinvolgimento significativo delle Regioni – dall’energia alla sanità, tanto per fare esempi semplici – sia perché è fondamentale che risorse e obiettivi non corrano su un binario indipendente, ma siano collegati e complementari con risorse e investimenti previsti da altre misure nazionali. Molte regioni, inoltre, per molti motivi, hanno difficoltà a portare a termine gli investimenti e le opere già iniziate. Anche negli interventi previsti dal Pnrr dovremmo valutare le priorità, perché il costo delle materie prime mette a serio rischio la realizzazione di questi interventi”.

La legge di bilancio, invece, nelle parole della premier, “garantisce la tenuta delle finanze pubbliche e offre risposte alle emergenze immediate, con la tutela di famiglie e imprese: penso agli 8 miliardi per far fronte al caro materie prime delle opere indifferibili”. Giorgia Meloni spiega che “avremmo voluto fare di più e meglio, ma quando ti trovi davanti a una situazione così, con 30 miliardi liberati per mettere in sicurezza il tessuto produttivo e le famiglie di fronte al caro energia, oltre ad avere il caro materie prime, bisogna lavorare per priorità”.

E concludendo il suo intervento al Festival delle Regioni e delle Province, la presidente del Consiglio lancia un monito: “Alla miopia del passato è bene che non aggiungiamo anche l’egoismo del presente”.

Pnrr, Giorgetti: Avanti anche con rincari, centreremo obiettivi. Gentiloni: Bene governo

Caro energia e rincari sulle materie prime pesano non poco sui tempi del Pnrr. Nelle ultime settimane è emersa l’ipotesi che si possa sforare il traguardo del 2026 per la realizzazione delle opere, dati i ritardi nella spesa in molte amministrazioni locali, che hanno anche bisogno di essere rafforzate anche nelle competenze tecniche. La Commissione europea, in questi giorni a Roma con una task force di esperti e tecnici per valutare l’implementazione del Pnrr, si dice pronta a valutare alcuni adeguamenti dei costi su progetti specifici. Ma il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, è certo di riuscire a centrare gli obiettivi previsti entro l’anno. E se da un lato Confindustria bacchetta, lamentando uno “smarrimento” dello spirito iniziale e le riforme “ferme”, dall’altro il commissario europeo per l’Economia, Paolo Gentiloni, loda lo “sforzo straordinario” del governo. Il Pnrr doveva imprimere “una spinta aggiuntiva a nuovi investimenti. Noi invece l’abbiamo soprattutto volto a finanziare opere già previste, perché ci difetta capacità di progettare e realizzare progetti nuovi in pochi anni“, striglia il presidente degli industriali Carlo Bonomi. Manca il partenariato fra pubblico e privato, osserva, “si dovevano risolvere i colli di bottiglia amministrativi e ordinamentali che il Paese soffre da decenni. Ma le riforme non si stanno facendo, questa è la realtà“. Più ottimista il commissario Gentiloni, che dà atto al governo Draghi di aver lavorato bene, ma non risparmia i complimenti per Giorgia Meloni: “Il governo attuale sta lavorando altrettanto bene. Il livello d’impegno delle nostre amministrazioni è straordinario”, afferma, invitando a interpretare il Piano come una “missione nazionale”. “Correggendo quello che c’è da correggere, possiamo fare un passo in avanti storico per l’Italia”, è convinto.

A chi sostiene che non sia conveniente realizzare le opere in questo momento, perché costerebbero molto di più del periodo pre-guerra, Giorgetti risponde di andare avanti: “Ribadisco l’importanza di accelerare l’attuazione del Pnrr pur in presenza di ostacoli quali il rialzo dei prezzi dei materiali con le sue inevitabili conseguenze sui costi finali delle opere pubbliche”, insiste. Oggi stesso, diventa operativo il decreto del Mef che assegna oltre 8 miliardi di euro del Fondo per le opere indifferibili consentendo, attraverso stanziamenti aggiunti per fronteggiare l’aumento dei prezzi legati ai materiali e al caro energia, di avviare entro il 31 dicembre le procedure di affidamento degli interventi previsti dal Pnrr e dal Pnc. “E’ un segnale concreto che va nella direzione di sbloccare la realizzazione di interventi infrastrutturali strategici, assegnando risorse aggiuntive per contrastare gli extracosti energetici e dei materiali causati dall’impennata dell’inflazione”, spiega il titolare del dicastero. Ricordando poi che “un ulteriore finanziamento per coprire gli aumenti dei prezzi delle opere pubbliche è già previsto nel disegno di legge di bilancio per il 2023”. I traguardi per quest’anno, garantisce Giorgetti, saranno rispettati: “Ad oggi abbiamo raggiunto tutti gli obiettivi previsti (51 del 2021 e 45 relativi al primo semestre del 2022), attraverso l’impegno di tutte le amministrazioni coinvolte e il sostegno dei servizi della Commissione europea che ci affianca nel processo di attuazione del piano e valuta l’efficace conseguimento degli obiettivi entro le scadenze previste. Grazie a questi risultati, abbiamo presentato la prima e la seconda richiesta di pagamento alla Ce nei tempi previsti. Questo ci ha permesso di ricevere un totale di 42 miliardi di euro (a cui vanno aggiunti i 24,9 miliardi di euro ricevuti quale prefinanziamento iniziale)”.

Di una necessità di dare una “brusca accelerata” parla anche il ministro dell’Ambiente e della sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, che però invita a non sottovalutare il problema dell’inflazione. “Alcuni cambiamenti li dobbiamo certamente fare. Sono cambiate le finalità, alcuni punti possono essere migliorati”, sostiene. Solo per il Mase, l’inflazione all’8-10% pesa circa 5 miliardi in più: “Il nostro ministero ha a disposizione 34 miliardi per gli obiettivi del Pnrr. La sfida è metterli a regime, cioè creare le condizioni perché tutti possano essere messi nelle condizioni di spenderli e portare gli obiettivi a termine. Quando sono state previste le opere del Pnrr, non avevamo l’8-10% di inflazione. E su quelle che sono le opere del nostro ministero, che sono materiali, l’effetto del maggior costo delle materie prime è dirompente. Ho chiesto una stima: dai 34,7 miliardi a oggi per realizzare le stesse opere si può ragionare sui 39 miliardi”.

In Francia si lavora di notte per risparmiare energia ed evitare blackout

“Bravi a tutti, 19% di risparmio”: nella fabbrica di ruote Accuride vicino a Troyes, in Francia, i dipendenti ora lavorano di notte per ridurre il consumo di elettricità e il rischio di interruzioni di corrente. All’esterno dell’edificio, uno schermo mostra il livello di consumo energetico del giorno precedente e si congratula con i team per i loro sforzi. Nei magazzini di La Chapelle-Saint-Luc si producono ruote in acciaio per veicoli commerciali e passeggeri e ruote per metropolitane per tutto il mondo. Le macchine srotolano gigantesche bobine di lamiera, mentre i cerchioni viaggiano su nastri trasportatori come se fossero autostrade interconnesse.

I 240 dipendenti dello stabilimento Accuride Wheels di Troyes – una filiale del gigante industriale americano Accuride – lavorano solitamente su due turni (2 da 8 ore ciascuno) dalle 5 del mattino alle 9 di sera. Ma da novembre le linee di produzione funzionano per tre settimane dalle 13 alle 5 del mattino, un ritmo che sarà imposto anche a metà dicembre e gennaio. “Abbiamo spostato volontariamente la nostra produzione per ‘cancellare’ 3,6 MWh di consumo dal fabbisogno nazionale, durante il picco mattutino delle 8.00-12.00, questo è l’equivalente del consumo di mille abitazioni”, ha indicato Hugues Dugrés, direttore generale.

Oltre all’impennata record delle tariffe, la produzione di energia elettrica francese è storicamente bassa perché quasi la metà dei reattori nucleari è spenta. Secondo Franceinfo, altri siti industriali, come Toshiba a Dieppe o Setforge e Ascométal in Lorena, hanno riorganizzato o riorganizzeranno la loro produzione. In Accuride, la motivazione non è finanziaria, insiste Dugrés, per il quale la riorganizzazione riflette una “responsabilità sociale” e la preoccupazione di proteggere lo strumento industriale. Dietro di lui, una macchina per lo stampaggio che produce parti metalliche da una sottile lastra di metallo: “In caso di improvvisa carenza di approvvigionamento, potrebbe rimanere bloccata per diverse ore o addirittura per diversi giorni, e non possiamo correre questo rischio”.

La bolletta energetica dello stabilimento è passata da 1,8 milioni di euro nel 2021 a oltre 4,4 milioni di euro nel 2022. La riorganizzazione della scorsa settimana ha portato a un risparmio di quasi 10mila euro. Ma la somma è in parte riassorbita dagli aumenti salariali per il lavoro notturno, dice Alexis Beck, energy manager del sito di Troia. “L’elettricità è la terza spesa storica della nostra linea di produzione”, dopo l’acciaio e gli stipendi, ma “quest’anno l’energia sarà sicuramente equivalente alla spesa per gli stipendi”, afferma.

Per Didier Le Beller, delegato sindacale FO, “tutti giocano perché non abbiamo necessariamente una scelta, ma non è facile, ci sono persone per le quali questo crea grossi problemi” alla vita familiare. Secondo EDF, il passaggio ai turni di notte è una delle formule scelte dai produttori per affrontare la crisi energetica. Da parte sua, RTE afferma che sta lavorando con le aziende per evitare i blackout, con una serie di “gesti ecologici”.

Rinnovabili

Il mondo delle rinnovabili contro la Manovra: “Così andiamo in crisi”

La legge di bilancio non piace al mondo dell’energia, specie quello delle rinnovabili, che chiede subito una revisione del tetto al prezzo dell’energia fissato a 180 euro/Mwh e soprattutto una modifica del contributo di solidarietà sui cosiddetti extra-profitti. Secondo Anev, l’Associazione nazionale energie del vento, il governo colpisce doppiamente le rinnovabili sia con il ‘cap’ a livello di prezzi di vendita a 180 euro (che sembrerebbe peraltro sommarsi al già vigente cap a 65 euro/MWh) sia con l’extra-tassazione degli utili al 50%, sovrapponendo così due misure che sono concettualmente distinte e in contrasto tra loro. Infatti, con il cap ai ricavi vengono meno i presupposti per extra-profitti, perciò tale misura era stata pensata solo per il settore oil e gas che infatti non è soggetto al revenue cap. La misura relativa al prelievo fiscale straordinario come contributo solidaristico, calcolato sugli utili di impresa, all’art.14 del Regolamento del Consiglio dell’Unione Europea n.2022/1854, è riservata alle imprese operanti nei soli settori petrolifero, del gas naturale, del carbone e della raffinazione e non al settore rinnovabili – sottolinea Anev – come invece ha voluto l’esecutivo italiano, unico tra gli Stati membri ad applicare tale prelievo alle rinnovabili.

Questo affastellamento di norme non fa che creare confusione e incertezze regolatorie che scoraggiano gli investimenti nel settore. Poi non comprendiamo per quale motivo solo il settore dell’energia e in particolare quello delle rinnovabili debba pagare tale balzello visto che era già stato pesantemente bastonato dal precedente governo”, attacca Simone Togni, presidente di Anev. “Ci aspetteremmo un trattamento più equo anche nel mondo elettrico tra tutti gli operatori e non solo quelli da Fer (Fonti energia rinnovabile. ndr), se gli utili li fanno altri e le tasse vanno sempre a colpire solo noi c’è qualcosa che non funziona. I piani del Governo in tema di Fer annunciati ad Ecomondo a Rimini nei giorni scorsi, di voler facilitare la realizzazione di ben 70GW da rinnovabili, ebbene questi non sono realizzabili in questo contesto poiché gli investitori scapperanno da un Paese che penalizza oltremisura gli investimenti nel settore delle rinnovabili. È necessario che il Parlamento modifichi la legge di bilancio – conclude il rappresentante del mondo eolico – introducendo i dovuti correttivi a valle di una interlocuzione approfondita con le associazioni del settore”.

Anche Assopetroli-Assoenergia e Assocostieri, attraverso un comunicato, bocciano il contributo di solidarietà straordinario, mettendo in luce le criticità per gli operatori della logistica e della distribuzione dei prodotti petroliferi, tra i quali vi sono anche numerose Pmi. “La norma – ricordano le associazioni – trae origine dall’art.15 del Regolamento Ue 2022/1854 che, però, individuava un diverso perimetro di applicazione del contributo, includendo esclusivamente le imprese che operano nel settore dell’estrazione, della raffinazione del petrolio e della fabbricazione di prodotti di cokeria. Non è una casualità che il Regolamento europeo, a differenza della norma presente in Legge di Bilancio, abbia escluso il settore della distribuzione dei carburanti. Gli operatori della logistica e della distribuzione, infatti, sono collocati nella parte intermedia della catena e sono pertanto dei meri ‘price taker’, che subiscono le decisioni di prezzo scelte a monte della filiera industriale. Queste imprese, per tale ragione, sono strutturalmente e tecnicamente impossibilitate a generare extraprofitti“.

Più duro l’intervento di Assoebios, Associazione operatori elettrici da bioliquidi sostenibili, che accusa: “Il governo vuole dare il colpo di grazia alle fonti rinnovabili. Mentre i consumi di energia e gas aumentano vorticosamente a causa dell’abbassarsi delle temperature, il governo pensa di mettere un tetto al prezzo dell’energia, non solo per il fotovoltaico e l’eolico, ma anche per le biomasse e i bioliquidi sostenibili fortemente penalizzati dal vertiginoso aumento dei costi delle materie prime”. Per Luca Miris, presidente dell’associazione “l’energia prodotta con il carbone, oggi, viene pagata dai cittadini 500 euro al megawattora, mentre all’ipotetica energia pulita prodotta con i bioliquidi sostenibili viene imposto un prezzo massimo inferiore alle quotazioni dei mercati elettrici, rendendo di fatto, insostenibile la produzione, costringendo quindi gli impianti a fermarsi“.

Infine Assoidroelettrica, davanti al presidente di Arera, ha fatto presente che “il combinato tra siccità ed ingiusti prelievi sta mettendo in grande difficoltà i bilanci delle società che producono energia da fonte idrica – si legge in un comunicato –, è indispensabile rivedere la misura del prelievo così da garantire l’esatto contrario di quanto sta accadendo oggi, ovvero, lo sviluppo del comparto e non certo la consegna, per molti, dei libri in tribunale“.

Assolombarda: Rischi energia per il 90% delle imprese Monza-Brianza

L’approvvigionamento e il costo dei materiali e della componentistica oltre ai prezzi dell’energia rappresentano per quasi il 90% delle imprese fattori di ‘medio-alto’ rischio. Circa l’80% degli intervistati indica anche il reperimento delle figure professionali ricercate. Sono queste alcune evidenze che emergono dall’edizione 2022 di TOP500+, il progetto di ricerca e di analisi economico-finanziaria delle 800 maggiori imprese per fatturato, realizzato dal Centro Studi di Assolombarda e promosso in collaborazione con PwC Italia e con il sostegno di Banco Bpm. Per il 2023 la quota di imprese di Monza e Brianza che prevede un incremento del fatturato scende al 47%, il 33% indica stabilità, suggerendo cautela e incertezza rispetto all’evoluzione del contesto locale e internazionale, il 20% invece prevede un fatturato in diminuzione.

Per il 90% circa delle imprese, le materie prime e l’energia restano i rischi più significativi. Rispetto al 2022, però, si intensifica la percezione del rischio per i prezzi energetici che per il 77% delle imprese è ‘alto’ nel 2023 rispetto al 61% nel 2022. Si allentano, invece, i rischi dovuti alle strozzature degli input produttivi: nel 2023 rischio ‘alto’ per il 53% delle imprese, il 61% per quest’anno, rivela l’edizione 2022 di TOP500+.

Cresce, inoltre, il timore per una domanda insufficiente, in coerenza con le stime di crescita globale ridimensionate. Per il 73% delle imprese è un rischio ‘medio-alto’, così come quello per i vincoli finanziari, indicato dal 56% delle aziende.

Studio Parlamento Ue: crisi temporanea per energia, ma impossibile prevedere sviluppi

Il caro-bollette non sarà per sempre, perché conseguenza di fattori temporanei. Ma per famiglie e imprese, al pari della politica, il punto centrale della questione è la durata del fenomeno, indubbiamente problematico. Perché se sulla natura dell’aumento dei prezzi dell’energia non ci sono dubbi, sui tempi invece non vi sono certezze ma solo auspici. A mettere insieme buone e cattive notizie è un’analisi condotta dal centro ricerche del Parlamento europeo per conto della commissione Affari economici. E da una parte si cerca di rassicurare, mercati, imprese e consumatori. “L’attuale crisi energetica dell’Europa può essere considerata temporanea, in quanto non ha cause strutturali ma geopolitiche, che possono essere rimosse e addirittura dar luogo a un contraccolpo dei prezzi dell’energia in caso di cessate il fuoco o, auspicabilmente, di risoluzione del conflitto”. Però… C’è un però. “Al momento nessuno può prevedere con ragionevole approssimazione la probabilità e la tempistica di questo positivo sviluppo geopolitico”.

Bisogna rassegnarsi all’idea che il caro-energia persisterà ancora, con tutto ciò che ne deriva. Sui cartellini merceologici, innanzitutto. Perché gli shock nei costi produzione, “tipicamente dovuti a prezzi più elevati delle materie prime o degli input energetici”, sono tali che “le imprese possono produrre tanto quanto prima, allo stesso livello di margini, a condizione che possano trasferire i costi più elevati sui prezzi di vendita”. E’ la classica legge economica della domanda e dell’offerta. Se entrambe restano invariate ma i costi di produzione aumentano, anche i prezzi aumentano.

Qui si pone il dilemma della politica nazionale, visto che tutto ciò che riguarda mercato del lavoro ricade tra le competenze degli Stati membri. Indicizzare i salari al costo della vita rischia di alimentare la spirale inflattiva. Così come le misure di contrasto al caro-bollette. Gli analisti dell’europarlamento mettono in guardia sul “rischio che le autorità di bilancio di alcuni Paesi sfruttino il coordinamento monetario-fiscale per effettuare interventi di politica inflazionistica”. E’ quello che viene definito “l’elefante nella stanza”. Servirebbe dunque una politica coordinata, soluzione facile a dirsi ma assai meno a farsi.
I membri Ue con la moneta unica sono consapevoli dell’importanza di non agire in ordine sparso, e in tal senso la Banca centrale europea può fornire un valido sostegno. Però, di fronte al problema dell’aumento dei costi dell’energia e dell’alta inflazione che ne deriva, “la Bce non ha altra scelta se non quella di procedere sulla base del ‘meeting-by-meeting’ (volta per volta, ndr)”, rileva il documento di lavoro. Questo “rende piuttosto problematico qualsiasi tentativo di coordinare le proprie mosse con le altre banche centrali”, e non solo quelle degli Stati membri.

Se la sfida della crisi energetica si pone certamente per l’Unione europea, per altri soggetti si pone in modo diverso. Vuol dire che “la possibilità per la Bce di coordinare le proprie azioni con la Federal Reserve è ulteriormente complicata dal fatto che gli Stati Uniti sono (dal 2019) un esportatore netto di energia, mentre l’area euro è un forte importatore di energia”. Anche per questo il caro-bollette, almeno per ora, resterà un assillo per famiglie e imprese, e motivo di lavoro per la politica, nazionale ed europea.