Per il nuovo dl Aiuti 6,2 miliardi. Ma il voto in Parlamento slitta

Il nuovo decreto Aiuti potrebbe essere l’ultimo atto ‘di peso’ del governo di Mario Draghi. Il Consiglio dei ministri mette a punto la ‘prima fase’ dell’iter con l’approvazione, su proposta del presidente del Consiglio e del ministro dell’Economia, Daniele Franco, della Relazione al Parlamento che aggiorna gli obiettivi programmatici di finanza pubblica sulla base di maggiori entrate, calcolate dal Mef in 6,2 miliardi di euro. Su queste risorse poggia l’impalcatura del provvedimento che servirà a contrastare gli effetti del caro bollette su famiglie e imprese, ma che l’esecutivo non potrà approvare prima della settimana prossima, dopo il via libera del Parlamento, che nel frattempo è fermo per una impasse tutta politica.

Lo stallo che si è generato a Palazzo Madama sul dl Aiuti di inizio agosto, infatti, fa slittare tutto il calendario. Il Movimento 5 Stelle chiede modifiche al testo per sbloccare la situazione della cedibilità dei crediti del Superbonus, di fatto alzando un muro sull’approvazione del testo, che le conferenze dei capigruppo di Senato e Camera sono costrette a rinviare l’approdo in aula, rispettivamente, a martedì 13 e giovedì 15 settembre. Il cambio di programma provoca nuove polemiche tra le forze politiche e la protesta di tre ministre, Elena Bonetti (Pari opportunità e famiglia), Mariastella Gelmini (Affari regionali) e Mara Carfagna (Sud), che vergano una nota congiunta infuocata. “Si tratta di un ritardo inaccettabile, del quale riteniamo debbano assumersi piena responsabilità le forze politiche che continuano a ostacolare in Parlamento l’azione del governo a favore dei cittadini“, scrivono. Rincarando anche la dose: “Questo atteggiamento irresponsabile tiene in ostaggio le imprese esponendole al rischio di chiusura e danneggia pesantemente la vita delle famiglie e dell’intero Paese“.

Nel nuovo decreto dovrebbero trovare spazio l’aumento al 25 della percentuale di prelievo sugli extraprofitti delle aziende energivore (con un allargamento anche a imprese di alcuni settori che hanno conseguito guadagni imprevisti dalla crisi), oltre alla rateizzazione delle bollette per le attività produttive, la Cig, la retromarcia sullo smartworking per i fragili e le misure di contrasto alle delocalizzazioni. Ma ci saranno nuovi interventi “anche in favore del settore agroalimentare, come sottolinea lo stesso Draghi in un messaggio inviato in occasione dell’evento organizzato a Roma da Coldiretti-Filiera Italia. Secondo quanto detto poche ore prima della riunione dal ministro del Turismo, Massimo Garavaglia, ai microfoni di ‘24 Mattino‘, su Radio 24, “l’ordine di grandezza dovrebbe essere intorno ai 10 miliardi“, ma l’obiettivo di Palazzo Chigi sarebbe quello di mettere sul piatto fino a 13 miliardi, anche se già ad agosto le cifre sono state maggiori di quelle attese, nella stesura finale.

A proposito del Cdm, nel corso della riunione il premier ha rivolto l’invito ai ministri a preparare un ordinato passaggio di consegnevolto a fornire al nuovo governo un quadro organico delle attività in corso“. A coordinare le operazioni con i vari responsabili dei dicasteri sarà il sottosegretario alla Presidenza, Roberto Garofoli. Altro segnale che il tempo dei ‘saluti’ per del governo di unità nazionale è sempre più vicino.

gas

Arrivano disdette bollette a famiglie. Parla un operatore: “Non si trova più gas”

Arrivano le disdette delle bollette anche alle famiglie. Finora abbiamo letto di molti operatori che scrivono alle aziende, in vista del 1° ottobre, quando scatteranno i nuovi contratti, per comunicare l’impossibilità di proseguire nella fornitura di gas. Le famiglie tuttavia sembravano indenni da questa procedura. Ma una lettera che è stata segnalata a GEA testimonia il contrario. E il gestore della società di distribuzione di gas conferma di non essere l’unico sottolineando come “quest’inverno sarà molto dura per tanta gente”.

Nella lettera, in sintesi, si legge: “Egregio Signor Cliente, ci vediamo purtroppo costretti a comunicarVi che, nostro malgrado, a causa dell’eccezionale andamento dei prezzi dell’energia sui mercati internazionali e dell’oggettiva impossibilità di accedere a nuove forniture di energia, oltre a nuove imprevedibili situazioni eccessivamente onerose, la nostra Società non è più nelle condizioni di poter proseguire nell’attività di fornitura/somministrazione del gas naturale all’oggetto. Per tale ragione, Gruppo Energia Italia S.r.l. … Vi comunica, per le motivazioni sopracitate, la risoluzione del contratto a decorrere dal 01/10/2022. Dal momento che potremo dar corso alla fornitura di gas naturale in Vostro favore solo fino al 30/09/2022, Vi invitiamo a volerVi rivolgere ad altro Fornitore per continuare ad essere forniti nel mercato libero. Per completezza, Vi informiamo che, comunque, in assenza di nuovo contratto con altro Fornitore nel mercato libero, il servizio di somministrazione Vi verrà in ogni caso garantito dal Fornitore di ultima istanza, come stabilito dalla vigente disciplina di settore (ARERA). Purtroppo questa situazione non è dipesa, in alcun modo, dalla nostra volontà, bensì esclusivamente dalla straordinaria ed inusitata situazione internazionale (e, per l’effetto, nazionale) del mercato del gas naturale”.

Il contenuto della lettera è molto trasparente e, per certi versi, disarmante. In pratica l’operatore dice al cliente: se trovi uno più bravo di me, accomodati pure, e buona fortuna. GEA ha contattato i vertici dell’azienda che ha spedito la missiva. E, dall’altra parte del telefono, il presidente Biagio Antonacci non si è tirato indietro: “Sì, stiamo mandando queste lettere. E guardi che mi fa male al cuore. So che può sembrare antipatico ma voglio mettere al corrente l’utente che non ho alternative. Sicuramente non sarà lasciato al freddo, poiché finirà in ‘ultima istanza’ per cui avrà il gas garantito e in seguito potrà scegliersi un altro operatore”.

Senza rancore, dunque. “Il fatto è che prima gestivo gas per un controvalore di 30 milioni, ora però sono costretto a rinunciare alla metà dei contratti, dai condomini a una marea di partite Iva, perché non trovo gas sul mercato. Non me lo vende nessuno”, precisa il presidente di Gei. “Aggiungo che, se anche se lo trovassi, dovrei garantire una fidejussione di 12 milioni. Dove vado a trovarli?”. Ha mai visto una cosa del genere? “Da cinquant’anni sono sul mercato, mi sono sempre occupato di gestione calore e poi di vendere gas e luce, ma un mercato così è incredibile. E molti operatori sono nelle mie stesse condizioni, non sono l’unico a inviare lettere di disdetta. Il problema, nonostante quello che si dice, non è il prezzo, ma la mancanza di gas. Temo che quest’inverno farà soffrire tante persone”.

Dialuce

Dialuce (Enea): “Completare stoccaggi ma servono anche piccoli gesti”

Se sono ottimista per l’inverno che verrà? L’importante per ora è completare il riempimento degli stoccaggi di gas e ovviamente sarà importante adottare misure comportamentali per ridurre il consumo e farli durare di più“. Gilberto Dialuce, presidente di Enea, non si sbilancia, resta realista e prevede che non potremo evitare del tutto i disagi creati dalla crisi del gas: “Con gli stoccaggi siamo a ottimo punto, ma criticità potrebbero arrivare nella seconda metà dell’inverno, verso verso febbraio-marzo e poi tutto dipenderà da quello che succederà con le importazioni dalla Russia, che a oggi sono circa la metà“, spiega contattato da GEA.

Il piano di risparmio adottato dal Mite si è basato sul rapporto Enea presentato due mesi fa, che prevedeva possibilità di intervenire per contenere i consumi, “non solo per le criticità attuali, ma anche in ottica di decarbonizzazione“, ricorda Dialuce.

Investire nelle rinnovabili “non basta“, occorre “aumentare l’efficienza energetica, consumare in modo intelligente e consumare meno. Questo documento faceva un’analisi a tutto campo, non solo per ridurre la temperatura degli ambienti e la durata del periodo complessivo del riscaldamento, ma proponeva anche altri interventi sugli stili di vita. Significa rendersi conto consapevolmente di quanto l’energia sia un bene prezioso“.

I piccoli gesti ci coinvolgono tutti, sono fondamentali e a costo zero: “Si possono fare da subito, intervenendo su cose anche banali come la durata della doccia o la lavatrice solo a pieno carico. Se lo facessero tutti gli italiani, investendo in una campagna di informazione, ci sarebbe una crescita stabile delle coscienze che porterebbe 2,7 miliardi di risparmio“. Sommata ad altre misure che comporterebbero investimenti minimi, come sostituire le lampadine con i led, rinnovare gli elettrodomestici, installare pompe di calore elettriche al posto della caldaia, il risparmio sarebbe notevole: “Se sommiamo tutto c’è un grosso potenziale, 6 miliardi e mezzo di metri cubi che possono essere risparmiati strutturalmente“.

Quanto invece alle grandi decisioni da prendere a livello centrale per il mix energetico italiano, l’obiettivo è guardare alla decarbonizzazione e il futuro passa per l’idrogeno prodotto da fonti rinnovabili ma anche dal nucleare di quarta generazione e in prospettiva dalla fusione. Sono fonti da integrare alle rinnovabili, che sono intermittenti: “C’è il tema dello stoccaggio stagionale, che a oggi è ancora da inventare“, ricorda Dialuce.

Uno degli scenari fatti a livello nazionale ed europeo prevedono un aumento della quota rinnovabile, ma ci sono ancora consumi non facilmente immaginabili elettrificabili – afferma -. Elettrificare questi processi non è semplice“. Le imprese che hanno bisogno di calore, ma non ad altissima temperatura, possono sfruttare il solare termodinamico, quelle che hanno bisogno di temperature molto più alte dovranno puntare sull'”idrogeno, prodotto con rinnovabili“. Per il settore dei trasporti pesanti, per i quali l’idrogeno è una possibilità, dovranno passare anche dai biocarburanti, ma non solo. “Se oltrepassiamo il 2030, nell’ultimo miglio, dal 2030 al 2050, saranno necessari salti tecnologici e alcuni paesi contano anche sul nucleare di quarta generazione e, in prospettiva, sulla fusione“.

La quarta generazione del nucleare vedrà la luce tra non molto, assicura: “È già in via di sviluppo, ci sono progetti di reattori che possono essere alimentati a piombo fuso (Enea è in un progetto di ricerca). È una tecnologia commercialmente disponibile in un orizzonte abbastanza vicino, nell’arco di una decina di anni“.

Von der Leyen

Cinque proposte della Commissione Ue contro il caro-prezzi

La Commissione europea proporrà ai governi dell’Ue di fissare un tetto al prezzo del gas russo importato insieme ad altre quattro misure contro il caro energia: dalla riduzione obbligatoria dell’uso dell’elettricità durante le ore di punta, a un tetto sulle entrate dei produttori di energia elettrica non prodotta da gas e dai combustibili fossili, passando per sostegni sotto forma di liquidità alle compagnie energetiche. È quanto ha annunciato la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, in un punto stampa, anticipando le proposte che l’esecutivo presenterà alla riunione straordinaria dei ministri dell’energia che si terrà venerdì 8 settembre a Bruxelles.

Nello specifico, la prima misura prevede di fissare un obiettivo obbligatorio per la riduzione del consumo di elettricità nelle ore di punta, quando si verificano i picchi di prezzo. “Lavoreremo a stretto contatto con gli Stati membri per raggiungere questo obiettivo”, ha assicurato la presidente. Secondo indiscrezioni del Financial Times, che ha preso visione della “bozza di proposte” in questione, il target proposto dalla Commissione sarebbe fissato al 5%. In secondo luogo, secondo la Commissione è arrivato il momento di proporre un tetto alle entrate delle compagnie “che producono elettricità a basso costo, quelle a basse emissioni di CO2 come le rinnovabili che stanno ottenendo “entrate inaspettate, che non riflettono i loro costi di produzione”. Queste entrate dovrebbero essere reindirizzate “ai più vulnerabili” così come, in terzo luogo, Bruxelles proporrà per i profitti inaspettati delle compagnie che si occupano di combustibili fossili. Gli “Stati membri dovrebbero investire queste entrate per sostenere le famiglie vulnerabili e investire in fonti energetiche pulite di produzione propria”, ha affermato la presidente. La quarta iniziativa riguarderà il sostegno alla liquidità da parte degli Stati membri per le società energeticheper far fronte alla volatilità dei mercati”. Von der Leyen ha assicurato che “aggiorneremo il nostro quadro temporaneo per consentire la rapida consegna delle garanzie statali”. In ultimo, la Commissione Ue dà infine il via libera alla proposta per un tetto al prezzo del gas importato dalla Russia “per ridurre le entrate” con cui il Cremlino sta finanziando la guerra in Ucraina. Il price-cap sul gas russo è una misura richiesta a più riprese a livello comunitario dal premier dimissionario Mario Draghi per ottenere un doppio effetto: da un lato, per affrontare il rincaro sulle bollette elettriche e far valere il potere dell’Unione Europea come principale acquirente dei combustibili fossili importati da Mosca; dall’altro, perché un tetto solo per il gas russo si tradurrebbe in una sanzione indiretta nei confronti della Russia, principale fornitore di gas all’Ue.

Dobbiamo tagliare le entrate della Russia che Putin usa per finanziare questa atroce guerra contro l’Ucraina”, ha affermato von der Leyen, compiacendosi del fatto che prima della guerra il gas russo era il 40% di tutto il gas importato. “Oggi è solo il 9% delle nostre importazioni di gas” e la Norvegia esporta più gas in Europa del Cremlino.

Gentiloni

Crisi energetica spaventa l’eurozona. Gentiloni: “Sale rischio recessione”

L’incertezza rimane eccezionalmente elevata e il rischio di una recessione è in aumento”. Parola di Paolo Gentiloni, che lancia l’allarme per l’immediato futuro dell’eurozona. Il commissario europeo per l’Economia non può più nascondere quanto c’è in gioco, adesso che Gazprom ha messo davvero mano ai rubinetti del gas. Dipende tutto dall’andamento dei mercati energetici. “Le prospettive peggiorerebbero notevolmente rispetto alla nostra linea di base se dovessimo vedere un taglio completo del gas russo”. Uno scenario, questo, che si sta materializzando dopo lo stop al gasdotto Nordstream. La questione energetica, con l’aumento dei prezzi, il crollo dell’offerta soprattutto da parte russa, e l’effetto delle sanzioni decretate dall’Ue su petrolio e carbone russi quale risposta all’aggressione dell’Ucraina, alla fine si fanno sentire e nessuno può più ignorarlo, a partire dal componente italiano del collegio dei commissari, che comunque non è il solo a essere preoccupato.

Inflazione e caro-energia stanno avendo ripercussioni”, riconosce un alto funzionario europeo. “Questo rallentamento non è limitato all’eurozona, riguarda anche le principali economie mondiali. Ma l’eurozona è più esposta, soprattutto per l’andamento del settore energetico”. È questo che determina la fragilità e la debolezza dei membri Ue con la moneta unica rispetto ad altri attori, e il rischio di una nuova recessione dopo quelle del 2008 e quella prodotta dalla crisi sanitaria, con lo spegnimento dell’economia seguito alla pandemia di Covid-19. “Quello che sta accadendo, soprattutto sul fronte energetico, ha una impatto sull’economia”, ammette la fonte. Per questo “non si può escludere il rischio di una recessione”. Esattamente quando detto da Gentiloni alla platea del Bruegel Annual Meeting.

Il commissario per l’Economia non si rivolge solo al pubblico presente a Bruxelles. Si rivolge innanzitutto agli Stati membri, con un’attenzione particolare al proprio. L’Italia al voto il 25 settembre avrà a breve un nuovo governo, ed sembra rivolto soprattutto a questo l’invito a non spendere. Perché è vero che il patto di stabilità con le sue regole è sospeso e si hanno maggiori libertà di manovra, ma “dobbiamo fare in modo che le politiche di bilancio non aumentino la pressione inflazionistica”, altrimenti il rischio di recessione potrebbe automaticamente tradursi in stagflazione. Tutti temi su cui si confronteranno i ministri dell’Economia e delle finanze questo venerdì, quando l’Eurogruppo si riunirà a Praga, nel doppio formato regolare a 19 e in quello allargato a 27, con gli Stati membri dell’Ue senza l’euro. La parola d’ordine è e vuole essere “coordinamento”, una risposta europea, a ventisette, invece di tante ricette nazionali singole, diverse e differenziate. È in contesto che lo impone. “La situazione è motivo di preoccupazione, riferiscono degli addetti ai lavori. Per questo motivo “cerchiamo di focalizzarci sul coordinamento della risposta”. A Bruxelles si è convinti che questo sia il solo modo possibile per far fronte alla recessione alle porte.

Gentiloni intanto invita tutti a lavorare per “l’accelerazione dell’adozione di misure di efficienza energetica e l’aumento dell’adozione delle energie rinnovabili”. Si tratta di misure che servono a “ridurre il consumo di combustibili fossili”, a patto che si proceda “a pieno ritmo”. Quindi assicura che la Commissione è al lavoro per risolvere i problemi legati ai mercati dell’energia. Per far fronte al caro-energia, conferma, si stanno superando le divisioni. E ora “è anche possibile intervenire per limitare il prezzo del petrolio e del gas russo e trovare modi per intervenire sul mercato energetico per disaccoppiare i prezzi dell’elettricità e del gas”.

Scuola

Scuola e piano Mite. Sindacati: -1 grado? Ok, ma edifici fatiscenti

Il piano Cingolani non risparmia la scuola: in inverno le aule dovranno essere riscaldate con un grado in meno, nonostante le norme anti-Covid invitino a tenere le finestre aperte per il ricambio di aria.

Da settimane abbiamo lanciato l’allarme rispetto a quello che si sarebbe poi messo in evidenza: serrare le fila sui comportamenti da tenere nei mesi freddi. Può stare nella logica delle cose abbassare le temperature di un grado in tutti gli edifici pubblici e privati. Ciò che mi sconcerta però è la non presa di coscienza che bisognava intervenire in estate con gli impianti di purificazione dell’aria, si poteva fare, i sistemi avrebbero messo in sicurezza le aule senza dover tenere le finestre aperte“, spiega a GEA Ivana Barbacci, segretaria generale di Cisl Scuola. Ridurre i gradi in classe, osserva, non è un dramma, “ma se la cosa si combina con le finestre aperte la condizione diventa insalubre. Le scuole non hanno mai esagerato in termini di temperature, c’è una sorta di abitudine a risparmiare. Ma le linee guida mi disarmano, dobbiamo recuperare, dobbiamo dare mandato a province e comuni a provvedere sugli impianti di aerazione“, insiste.

Dalle misure del Piano elaborato dal Mite sono escluse tutte le “utenze sensibili”, tra le quali ricadono anche ospedali e case di ricovero, ma non la scuola. Eppure “è una priorità, dovrebbe essere un luogo da privilegiare. Perché è stata esclusa?” chiede Alessandro Rapezzi, segretario nazionale Flc Cgil.

Il tema sarà domani alle 10 sul tavolo del confronto tra i sindacati, il ministro Patrizio Bianchi e le forze politiche, “ne parleremo – assicura la segretaria di Cisl Scuola – anche per dare un’agenda completa a chi si appresta a governare“. “Tutto quello che è intervenuto per gli edifici privati andrebbe fatto per l’edilizia scolastica, che ha bisogno di essere ammodernata – ripete Barbacci -. Abbiamo 42mila edifici, mettere impianti fotovoltaici su tutti i tetti, coibentare i muri e cambiare gli infissi creerebbe un risparmio energetico per la collettività, non solo per chi è nella Scuola“, osserva.

L’idea dei pannelli solari l’aveva lanciata mesi fa il presidente dell’Anp, Associazione Nazionale Presidi, Antonello Giannelli: “Questo contribuirebbe al saldo energetico nazionale. Alcune scuole li hanno già, ma se l’operazione si fa a tappeto avremo un bel po’ di energia in più“, afferma. Sul piano non ha obiezioni: “È doveroso per tutti abbassare di un grado la temperatura, tutti dobbiamo fare la nostra parte“. Ma solleva una questione, che è la madre dei problemi: “La verità è che non abbiamo mai efficientato gli edifici pubblici e che spesso gli impianti consumano più di quanto forniscono. Il parco edilizio è vetusto e fatiscente, gli edifici in buone condizioni sono sicuramente in minoranza, le scuole sono delle strutture molto poco efficienti“.  Sul punto trova il pieno accordo di Rapezzi: “Chiaramente per la scuola non si è fatto nulla negli anni. Noi fin da subito, da maggio 2020, quando si è riaperto dopo la prima pandemia, abbiamo chiesto l’impegno del governo per gli edifici. Non so valutare se l’aerazione sia un tema, sicuramente molti edifici hanno bisogno di un intervento a prescindere“, scandisce. Poi si rivolge al Governo: “Dicono di aver messo tanti soldi, vorremmo capire come sono stati spesi in materia di edilizia scolastica“.

L’Italia ha pagato 8,6 mld a Putin da inizio guerra per gas e petrolio

Bloomberg scrive che l’economia russa rischia una forte crisi, Mosca invece fa sapere che quest’anno il Pil calerà di appena il 2,9%. La decisione di Mosca di interrompere il flusso del Nord Stream per alcuni osservatori sta a indicare che, senza export di metano, Putin vedrebbe ridurre drasticamente i propri introiti. Altri sostengono che le sanzioni stanno facendo male più all’Europa che alla Russia. Chi ha provato a fare luce sui numeri è il Center for Research on Energy and Clean Air (Crea), un think tank indipendente finlandese, secondo il quale la Russia ha guadagnato 158 miliardi di euro di entrate dalle esportazioni di combustibili fossili nei primi sei mesi di guerra (dal 24 febbraio al 24 agosto), poco meno di un miliardo al giorno. E la Ue ne ha importato il 54%, per un valore di circa 85 miliardi di euro. Più precisamente le esportazioni di combustibili fossili hanno contribuito con circa 43 miliardi al bilancio federale russo dall’inizio dell’invasione, contribuendo a finanziare la stessa guerra in Ucraina, sottolinea il Crea.

La principale importatrice di combustibili fossili è stata appunto la Ue (85,1 miliardi di euro), seguita da Cina (34,9 miliardi), Turchia (10,7), India (6,6), Giappone (2,5 miliardi), Egitto (2,3) e Corea del Sud (2 miliardi di euro). A sua volta, all’interno della Ue, la parte del leone la fa la Germania con 19 miliardi di euro pagati a Mosca per importare principalmente gas e petrolio, poi segue l’Olanda (11,1 miliardi soprattutto per il petrolio) nonostante sia la base della borsa che fa impazzire il prezzo del gas e nonostante sia seduta su decine di miliardi di metri cubi inutilizzati a Groningen, al terzo posto l’Italia che in 180 giorni ha versato nelle casse di Putin 8,6 miliardi pari a circa 50 milioni al giorno per ricevere in cambio gas via Tarvisio (sempre meno), petrolio, derivanti dal petrolio e un po’ di carbone (materia prima sulla quale è scattato l’embargo a inizio agosto). In pratica il nostro Paese durante i sei mesi che hanno sconvolto il mondo ha versato più soldi a Putin dell’India, che recentemente ha confermato di non voler applicare sanzioni verso il Cremlino e di voler intensificare gli acquisti di metano e greggio da Mosca. Fuori dal podio europeo troviamo infine la Polonia (7,4 miliardi di euro di prodotti fossili importati), Francia (5,5 miliardi), Bulgaria (5,2), Belgio (4,5) e Spagna 3,3).

Tornando sull’Italia nei due mesi che hanno preceduto il blocco all’import di carbone russo, abbiamo continuato a comprarne in compagnia di Olanda, Polonia, Germania e Spagna. Più o meno gli stessi Paesi che nelle ultime settimane si sono convertiti al carbone sudafricano che parte dal Richards Bay Coal Terminal benché la domanda fosse già cresciuta del 40% da gennaio a maggio. A proposito di carbone, ieri il prezzo del Newcastle Coal ha toccato i massimi a 463 euro a tonnellata. Ad agosto, i ricavi e i volumi delle esportazioni di combustibili fossili della Russia sono leggermente rimbalzati dal minimo raggiunto a giugno, nonostante le esportazioni russe siano diminuite del 18% rispetto al livello record raggiunto all’inizio dell’invasione (febbraio-marzo). Infatti rispetto all’inizio dell’invasione, le riduzioni delle importazioni di combustibili fossili russi sono costate al Paese 170 milioni di euro al giorno in mancate entrate in luglio e agosto. Il calo complessivo dei volumi delle esportazioni è stato determinato da un calo delle esportazioni verso la Ue, che sono diminuite del 35%.

Da notare infine un dato: dopo l’Europa il più grande importatore dalla Russia è la Cina. E la spesa maggiore di Pechino è per il petrolio, per il quale ha investito circa 25 miliardi. Il gas? Pesa molto meno dell’import di carbone: un paio di miliardi per il metano, quasi 4 per il carbone. E pure l’India è affamata di petrolio e non di gas. Per cui sorge una domanda: se il gas russo non va in Europa, a chi lo venderà Mosca?

(Photo credits: Odd ANDERSEN / AFP)

gazprom

Emergenza gas, più che i prezzi ora contano i flussi

Il prezzo del gas torna a salire e a far paura. Dopo una settimana di forti ribassi, intorno alle 18 di ieri il prezzo del future con consegna ad ottobre è salito del 15% a 248 euro/MWh alla piazza finanziaria di Amsterdam. Motivo? Gazprom ha comunicato che finché resteranno le sanzioni, la fornitura attraverso North Stream sarà interrotta. Altro che tre giorni di stop per manutenzione straordinaria. La decisione di Mosca, visto l’atteggiamento della Ue e degli Usa, è dunque a tempo indeterminato. Per cui tutti gli stanziamenti decisi in queste ore dalla Germania e dai Paesi del Nord Europa (solo Berlino ha messo sul tavolo un assegno da 65 miliardi per soccorrere famiglie e imprese) sembrano superati, non tanto dal prezzo, dato che gli Stati possono comunque fare tutto il debito che vogliono, quanto dai flussi. In altre parole: ci sarà gas a sufficienza per garantire un inverno normale all’Europa?

La Ue aveva fissato dei target di riempimento degli stoccaggi, un obiettivo facilmente raggiungibile in presenza di gas. Ma se la materia prima non c’è, come fai a coprirti dai rigori del freddo? Il Paese più penalizzato in assoluto dalle manovre decise al Cremlino è la Germania, locomotiva della Ue e colpevole – a detta dell’entourage di Putin – di aver fatto pagare 10 miliardi a Gazprom per realizzare il North Stream 2 per poi decidere dieci mesi fa di non volerlo più utilizzare. La Germania riceve metano solo attraverso i gasdotti in quanto è priva di rigassificatori. Arriveranno, probabilmente 5-6, ma nel 2023. I tedeschi come potranno mangiare il panettone se mancherà gas? Il presidente francese Emmanuel Macron, dopo un colloquio con il cancelliere Olaf Scholz, ha annunciato che darà gas alla Germania in cambio di elettricità, che manca Oltralpe poiché la gran parte delle centrali nucleari francesi sono in fase di ristrutturazione. Una buona notizia che tuttavia non esclude l’attivazione di razionamenti, come ha fatto sapere l’amministratore delegato di Uniper, grossista tedesco salvato proprio dal governo di Berlino con un assegno da 15 miliardi.

Il gas francese, oltre che dai rigassificatori, arriva dall’Algeria, quello Stato ex colonia transalpina che ha promesso più gas anche a noi. Solo che le infrastrutture di Algeri non sono all’ultimo grido. Servono interventi per incrementare massicciamente la produzione. Ecco che allora, a cascata, il dramma tedesco tocca anche noi, che comunque continuiamo a ricevere un flusso inferiore al passato ma costante dal gasdotto di Tarvisio.

Una Germania kaputt e spenta mette ovviamente paura agli investitori, che ormai si erano scordati dei problemi degli anni ’90 post unificazione. Così l’euro ormai ha preso residenza sotto la parità col dollaro, segno che l’intera economia europea – complice l’inflazione galoppante e la conseguente stretta promessa dalla Bce – si trova di fronte a una potenziale stagflazione mai sperimentata prima. Il tutto perché c’è timore che mancherà gas, facendo scattare razionamenti disordinati. Abbiamo già sperimentato cosa significa un lockdown disordinato con la pandemia…

La Norvegia si candida a ‘cimitero’ della CO2 europea

Sulle coste ghiacciate del Mare del Nord, un ‘cimitero’ in costruzione sta suscitando le speranze degli esperti di clima: presto il sito ospiterà una piccola parte della CO2 emessa dall’industria europea, evitando così che finisca nell’atmosfera. Considerata a lungo una soluzione tecnicamente complicata e costosa di utilità marginale, la cattura e lo stoccaggio del carbonio (CCS) è ora in voga in un pianeta che sta lottando per ridurre le proprie emissioni nonostante l’emergenza climatica.

Nella città di Øygarden, su un’isola vicino a Bergen (Norvegia occidentale), un terminale attualmente in costruzione riceverà tra qualche anno tonnellate di CO2 liquefatta, che verrà trasportata dal Vecchio Continente via nave dopo essere stata catturata alla fine delle ciminiere delle fabbriche. Da lì, il carbonio sarà iniettato tramite una conduttura in cavità geologiche a 2.600 metri di profondità. L’ambizione è che rimanga lì a tempo indeterminato.

Si tratta della “prima infrastruttura di trasporto e stoccaggio ad accesso libero al mondo, che consente a qualsiasi emettitore che abbia catturato le proprie emissioni di CO2 di prenderle in carico, trasportarle e stoccarle in modo permanente e in totale sicurezza“, sottolinea il direttore del progetto Sverre Overå. In quanto maggior produttore di idrocarburi dell’Europa occidentale, si ritiene che la Norvegia abbia anche il maggior potenziale di stoccaggio di CO2 del continente, in particolare nei suoi giacimenti petroliferi esauriti.

ACCORDI COMMERCIALI

Il terminal Øygarden fa parte del piano ‘Langskip’, il nome norvegese delle navi vichinghe. Oslo ha finanziato l’80% dell’infrastruttura mettendo sul piatto 1,7 miliardi di euro per sviluppare la CCS nel Paese. Due siti nella regione di Oslo, un cementificio e un impianto di termovalorizzazione, dovrebbero infine inviarvi la loro CO2. Ma la particolarità del progetto sta nel suo aspetto commerciale, in quanto offre anche agli industriali stranieri la possibilità di inviare la propria anidride carbonica. A tal fine, i giganti dell’energia Equinor, TotalEnergies e Shell hanno creato una partnership, denominata Northern Lights, che sarà il primo servizio di trasporto e stoccaggio transfrontaliero di CO2 al mondo quando entrerà in funzione nel 2024. Negli ultimi giorni sono state raggiunte due importanti pietre miliari per la CCS in Norvegia. Lunedì scorso, i partner dell’aurora boreale hanno annunciato un primo accordo commerciale transfrontaliero che prevede il trasporto e il sequestro di 800.000 tonnellate di CO2 catturate nell’impianto olandese del produttore di fertilizzanti Yara, a partire dal 2025, tramite speciali imbarcazioni. Il giorno successivo, Equinor ha presentato un progetto con la tedesca Wintershall Dea per la costruzione di un gasdotto di 900 chilometri per il trasporto di CO2 dalla Germania alla Norvegia per lo stoccaggio. Un progetto simile con il Belgio è già in cantiere.

NESSUNA SOLUZIONE MIRACOLOSA

Tuttavia, la CCS non è una soluzione miracolosa al riscaldamento globale. Nella sua prima fase, Northern Lights sarà in grado di trattare 1,5 milioni di tonnellate di CO2 all’anno, una capacità che sarà poi aumentata a 5-6 milioni di tonnellate. A titolo di confronto, l’Unione Europea ha emesso 3,7 miliardi di tonnellate di gas serra nel 2020, secondo l’Agenzia Europea dell’Ambiente. Ma sia il Gruppo intergovernativo di esperti sul cambiamento climatico (IPCC) che l’Agenzia internazionale dell’energia ritengono che questo strumento sia necessario per contenere l’aumento della temperatura. Gli ambientalisti non sono unanimi nel sostenere la tecnologia. Alcuni temono che venga utilizzato come motivo per prolungare lo sfruttamento dei combustibili fossili, che distolga investimenti preziosi dalle energie rinnovabili o che si verifichino perdite. “Siamo sempre stati contrari alla CCS, ma la mancanza di azioni sulla crisi climatica rende sempre più difficile mantenere questa posizione“, afferma Halvard Raavand, rappresentante di Greenpeace Norvegia. “Il denaro pubblico sarebbe meglio investito in soluzioni che sappiamo essere efficaci e che potrebbero anche ridurre le bollette per le persone normali, come l’isolamento delle case o i pannelli solari“, spiega.

idrogeno verde

Italia presente nell’elenco progetti rinnovabili transfrontalieri Ue

La Commissione europea ha individuato il primo elenco di tre progetti transfrontalieri di energia rinnovabile da realizzare in Ue, tra cui uno finalizzato alla produzione di energia elettrica pulita in Italia, Spagna e Germania per la conversione, il trasporto e l’utilizzo di idrogeno verde nei Paesi Bassi e in Germania. Per la commissaria europea per l’Energia, Kadri Simson, i tre progetti selezionati “sono solo l’inizio: stiamo accelerando la diffusione delle energie rinnovabili in tutta l’Ue e ci stiamo muovendo verso un approccio sempre più collaborativo”.

Per quanto riguarda l’Italia, il piano punta alla costruzione di nuove centrali rinnovabili aggiuntive nella Penisola e quindi convertire l’energia verde prodotta in idrogeno verde e/o ammoniaca. Parte di questa – spiega l’esecutivo europeo – sarà utilizzata per gli acquirenti direttamente nei Paesi Bassi, ma la maggior parte sarà convertita in idrogeno e trasportata in Germania per un ulteriore utilizzo, soprattutto per le industrie difficili da elettrificare. Gli stati lavoreranno in simbiosi, anche perché, come afferma Simson: “Il pieno potenziale per la transizione verde e la decarbonizzazione dell’Ue può essere realizzato solo attraverso sforzi congiunti in tutti i settori, tecnologie e regioni”. Quanto agli altri due progetti dell’elenco, si tratta di un parco eolico offshore ibrido tra Estonia e Lettonia e una rete di teleriscaldamento transfrontaliera basata sulle rinnovabili tra Germania e Polonia.

(Photo credits: Ina FASSBENDER / AFP)