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Italgas presenta Piano al 2029, investimenti per 7,8 mld: raddoppia impegno nell’idrico

Innovazione, crescita e sostenibilità, con l’obiettivo finale dichiarato di raggiungere il target di neutralità carbonica entro il 2050. Sono le direttrici fondamentali sulle quali si sviluppa il Piano Strategico 2023-2029 di Italgas, presentato a Londra ad analisti e investitori, che “mira a favorire la transizione ecologica garantendo al contempo la sicurezza energetica e la competitività dei costi dell’energia”. Per raggiungere gli obiettivi, il nuovo Piano, che secondo l’amministratore delegato Paolo Gallo “va capito prima di valutarlo” perché più complicato dei precedenti, prevede investimenti complessivi per 7,8 miliardi di euro principalmente dedicati agli interventi per lo sviluppo di asset e attività di distribuzione del gas in Italia e in Grecia, alle attività di efficienza energetica e allo sviluppo nell’idrico.

Ed è proprio in quest’ultimo settore che il Gruppo si aspetta di “cogliere ulteriori opportunità di crescita”. Soprattutto alla luce dei recenti accordi di acquisizione degli asset di Veolia, al cui perfezionamento sono destinati circa 115 milioni di euro, in società attive in Lazio, Campania e Sicilia. Con questa operazione, il Gruppo arriverà a servire, direttamente e indirettamente, 6,2 milioni di persone, circa il 10% della popolazione italiana. Ma l’obiettivo è ancora più ambizioso: viene infatti raddoppiato l’impegno nell’idrico, con oltre 400 milioni di euro per selezionate operazioni di M&A e l’applicazione alle reti idriche delle tecnologie sviluppate nell’ambito della distribuzione del gas. Secondo Gallo, in questo campo Italgas ha “un’opportunità unica”, avendo la capacità tecnica ed economica per digitalizzare la rete con “benefici del 15-20% sulle perdite”. Al momento, per ampliare l’attività, il Gruppo non guarda all’estero ma all’Italia, “soprattutto al centro-sud, dove ci sono gestioni più sparpagliate e meno efficienti“: “Questo è il nostro modo di operare – spiega l’ad -: preferiamo prima diventare i migliori in Italia e poi guardare all’estero”. Grande attenzione anche all’efficienza energetica, con la conferma dell’investimento previsto di oltre 300 milioni di euro per lo sviluppo della ESCo del Gruppo. Nel complesso alla diversificazione del business sono dedicati 800 milioni di euro.

Intanto Italgas procede nella sua strategia di digitalizzazione delle reti, in modo da essere sempre più pronta a gestire le fonti energetiche del futuro. Per lo sviluppo e l’upgrade del network italiano della distribuzione del gas sono previsti 4,6 miliardi di euro. Di questi, 1,6 miliardi (100 milioni in più rispetto al precedente Piano) sono destinati alla prosecuzione dei programmi di trasformazione digitale della rete con l’obiettivo di disporre già nel 2024 di un network interamente digitalizzato. L’obiettivo è creare le condizioni per allacciare alla rete di distribuzione italiana e greca circa 400 impianti di biometano. Lo stesso accade in Grecia: dopo l’acquisto di Depa Infrastructure nel 2022, il Piano destina 0,9 miliardi di euro all’estensione della rete e alla sua trasformazione digitale.

Sempre più sfidanti gli obiettivi ambientali del Gruppo. Se il target finale dichiarato è il net zero al 2050, gli step intermedi sono tutti confermati: riduzione del 27% dei consumi energetici netti al 2028 e del 33% al 2030, rispetto al 2020; taglio del 34% delle emissioni climalteranti (Scope 1 e Scope 2) al 2028 e del 42% al 2030 e riduzione delle emissioni di gas a effetto serra Scope 3 del 30% al 2028 e del 33% al 2030.
Per il 2023 Italgas prevede investimenti tecnici di circa 900 milioni di euro e ricavi superiori a 1,75 miliardi di euro. Al 2029 si prevede un fatturato superiore a 2,7 miliardi di euro. Alla luce dei risultati attesi la politica dei dividendi è estesa al 2026, con l’obiettivo di garantire agli azionisti una remunerazione attrattiva, sostenibile e la possibilità di continuare a beneficiare della crescita

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Elettricità 100% green al 2035? Si può, ma serve cambio marcia

Decarbonizzare il sistema elettrico italiano al 2035 non è una missione impossibile. Si può fare, a patto che si cambi marcia urgentemente. Lo assicura uno studio presentato oggi a Roma, commissionato da Greenpeace Italia, Legambiente e Wwf Italia e realizzato dal think tank Ecco e Artelys. “La mancanza di un governance sul clima, di meccanismi di monitoraggio e correzione delle politiche, a partire dal processo autorizzativo, ha determinato uno sviluppo ridicolo delle rinnovabili negli ultimi anni. Le perdite di tale ritardo sono cifre a nove zeri“, denuncia Matteo Leonardi, co-fondatore e direttore delle politiche nazionali di Ecco.

Lo studio mostra quali caratteristiche dovrà avere un sistema elettrico italiano sostanzialmente decarbonizzato al 2035, con uno step intermedio al 2030. Un obiettivo che permetterà all’Italia di rispettare gli impegni G7, presi a maggio 2022, per il settore elettrico e rafforzato sotto la recente presidenza giapponese.
Emerge la necessità di un incremento di oltre 90 GW di rinnovabili rispetto alla capacità installata del 2021. Una cifra di poco superiore agli 85 GW già prefigurati da Elettricità Futura. Ma anche l’urgenza di un netto cambio di passo rispetto agli attuali livelli di installazione annua di capacità rinnovabile (circa 8 volte di più). L’obiettivo è arrivare al 2035 a circa 250 GW di capacità installata rinnovabile (circa 160 nel 2030), per quasi 450 TWh di produzione nazionale (quasi 350TWh nel 2030). La flessibilità avrà un ruolo decisivo su diverse scale temporali (giornaliera, settimanale, stagionale) e richiederà un mix di tecnologie. Secondo gli esperti, il contributo del gas fossile nel 2035 “sarà pressoché nullo (54 TWh nel 2030)”. Alcuni impianti di generazione termoelettrica saranno ancora usati con alimentazione a idrogeno e biogas.

“I climatologi sono chiari: abbiamo pochissimi anni per abbattere le emissioni climalteranti ed evitare che il riscaldamento globale raggiunga livelli davvero molto pericolosi e ingestibili“, mette in guardia Luciano Di Tizio, presidente di Wwf Italia. Le fonti rinnovabili, ricorda, soprattutto fotovoltaico ed eolico, garantiscono indipendenza, sicurezza energetica, maggiore resilienza agli impatti ormai in atto del cambiamento climatico. “Nel contempo, dobbiamo accelerare la dismissione delle infrastrutture fossili, dal carbone e al gas. La ricetta c’è, gli ingredienti anche, ora serve la volontà politica: è questo che serve nel prossimo Pniec”, afferma.

Lo scenario dello studio non prevede alcun ricorso al Carbon Capture and Storage (Ccs), tecnologia definita “eccessivamente onerosa e dipendente da sinergie con la filiera di petrolio e gas”, e pone limiti alla quantità di energia importata, per evitare che il sistema si affidi eccessivamente ad approvvigionamenti energetici dall’estero. Si presuppone un livello di investimento in batterie non inferiore alle stime fatte dai gestori di rete europei e di porre un tetto alla capacità di generazione elettrica da biomasse, oltre che una sufficiente produzione di idrogeno verde per l’industria. “La transizione energetica passa prima di tutto attraverso le rinnovabili, l’efficienza e l’innovazione”, conferma Stefano Ciafani, presidente nazionale di Legambiente. Le fonti pulite, insiste, “sono la strada giusta da percorrere ma il nostro Paese deve accelerare il passo, velocizzando gli iter autorizzativi”. Ciafani parla dei nuovi progetti di fotovoltaico ed eolico, accelerando la realizzazione dei grandi impianti, lo sviluppo dell’agri-voltaico, di reti e accumuli, della diffusione delle comunità energetiche e degli impianti di digestione anaerobica, replicando le esperienze virtuose e dell’apertura di cantieri che vanno nella giusta direzione della transizione ecologica. “L’Italia ha tutte le caratteristiche per diventare un hub strategico delle rinnovabili, e non del gas come invece vuole il Governo Meloni, ma per farlo deve trovare il coraggio di archiviare gli ingenti sussidi alle fonti fossili e deve essere capace di autorizzare in pochi mesi i nuovi impianti a fonti pulite”, afferma.

Affinché il sistema elettrico decarbonizzato al 2035 sia fattibile al costo più basso possibile, saranno dunque necessarie alcune politiche abilitanti. A partire dalla coerenza del Piano Nazionale Integrato Energia e Clima (Pniec) con gli obiettivi di decarbonizzazione. “L’analisi che presentiamo dimostra come, anche in Italia, la transizione energetica verso una base completamente rinnovabile del sistema elettrico sia ampiamente possibile e con tecnologie già disponibili“, osserva Giuseppe Onufrio, direttore esecutivo di Greenpeace Italia. Combattere la crisi climatica implica, ricorda, “soprattutto un cambio di paradigma energetico: occorre elettrificare progressivamente gli usi dell’energia e produrre idrogeno da rinnovabili ove necessario. Si può fare, si deve fare. Chi continua a negarlo, si attesta su posizioni ideologiche a conservazione del sistema fossile“.

Quell’indimenticabile “Cari amici di Gea, grazie per l’intervista”

Cari amici di Gea, un grazie cordiale per avermi chiesto questa intervista”.

Era settembre 2022, Gea aveva da poco compiuto i suoi primi sei mesi di vita, eppure Silvio Berlusconi si era posto con noi come se fossimo un’agenzia di stampa che di anni ne ha sessanta o forse più. Non aveva avuto la puzza sotto il naso, non aveva usato il bilancino dell’opportunismo per dire sì o no a una chiacchierata in clima pre-elettorale. L’aveva fatta e basta, dilungandosi sulle bollette – che allora più di adesso stavano opprimendo gli italiani -, sui rigassificatori di Piombino e Ravenna per arrivare più in fretta all’autonomia energetica, sull’ambiente e sulla necessità di salvare il Pianeta salvaguardando il clima. Un milione di alberi da piantumare, aveva confermato. E aveva anche tirato le orecchie alla Ue per le auto elettriche che mettevano in ginocchio un’intera filiera produttiva. Una lunga ed esaustiva videointervista, l’eredità politica in ambito ecologico ed energetico del senatore di Arcore che di lì a poco avrebbe prodotto Gilberto Pichetto Fratin ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica.

Al di là e al di sopra di qualsiasi giudizio politico che lasciamo alla sensibilità di ciascuno, noi di Gea Silvio Berlusconi vogliamo ricordarlo così, con quel “grazie per avermi chiesto l’intervista” quando, in realtà, eravamo noi a doverlo ringraziare. Un comunicatore eccellente, il Cav, un affabulatore eccezionale fin da quando avemmo l’opportunità di conoscerlo a Milanello, nella sala del caminetto, divanetti bianchi, chiacchiere in libertà sul calcio di Arrigo Sacchi, Paolo Maldini e Marco van Basten. Una vita fa, assaiprima che decidesse di “scendere in campo” per giocare la partita politica. Un fuoriclasse della parola, questo è innegabile per tutti. E della disponibilità.

Prezzi energia in forte calo, governo britannico pronto a stop tassa su extra profitti

L’articolo 5 del decreto Bollette, divenuto legge a fine maggio, ridetermina la base imponibile per il calcolo del contributo di solidarietà temporaneo per il 2023 per i soggetti che operano nei settori dell’energia elettrica, del gas naturale o dei prodotti petroliferi. Stiamo parlando della famosa tassa sugli extra-profitti introdotta dal governo Draghi, modificata poi da quello Meloni, che non era riuscita a generare gli incassi stabiliti, tra l’opposizione delle società coinvolte e presunti vizi nella scrittura dei testi che si sono succeduti per tutto il 2022. Ora con l’articolo 5 del decreto Bollette le imposte si alleggeriscono di 400 milioni, rispetto a 2,5 miliardi stimati. Ma “quando saranno eseguiti i versamenti” sugli extraprofitti ci saranno “sorprese positive di maggior gettito da mettere a disposizione delle famiglie più vulnerabili“, aveva detto il ministro dell’economia Giancarlo Giorgetti in question time al Senato. “Nella prossima manovra di bilancio, oggetto della sessione autunnale di programmazione, saranno attentamente valutati e considerati i dati più aggiornati di inflazione e tassi di interesse, auspicando che con l’estate cessino gli aumenti e ragionevolmente questo dovrebbe accadere, al fine di tutelare l’andamento del potere di acquisto delle famiglie“, aveva sottolineato Giorgetti.

In effetti i prezzi sono in caduta libera rispetto al 2022. L’anno scorso la media del Pun, il prezzo di riferimento dell’elettricità, è stata di 304 euro/Mwh, mentre da inizio mese siamo addirittura a 87,5. Stesso discorso per il gas, che dai picchi a oltre 300 euro per megawattora di agosto scorso adesso viaggia attorno ai 26 euro. Un crollo che, se farà scendere i prezzi a livelli normali per un periodo prolungato, porterà addirittura alla sospensione dell’imposta sui guadagni inaspettati delle imprese petrolifere e del gas, ha annunciato il governo inglese. Lo stop ridurrebbe l’aliquota d’imposta complessiva sulle imprese energetiche dal 75% al ​​40%. Il maxi prelievo era stato introdotto, come nel resto d’Europa, per aiutare a finanziare un programma per ridurre le bollette energetiche per le famiglie e le imprese. I profitti delle società energetiche sono aumentati vertiginosamente di recente, inizialmente a causa dell’aumento della domanda dopo l’abolizione delle restrizioni dovute al Covid, e poi perché l’invasione russa dell’Ucraina ha fatto aumentare i prezzi dell’energia. Ma ora i prezzi del petrolio e del gas sono scesi dai loro massimi.

In una nota stampa riportata dalla Bbc il Tesoro ha affermato che l’imposta sugli extra profitti rimarrà fino a marzo 2028, ma l’aliquota fiscale diminuirà se i prezzi medi del petrolio e del gas scenderanno al di sotto di un livello prestabilito per due periodi di tre mesi consecutivi. Il livello è stato fissato a 71,40 dollari al barile per il petrolio e a 0,54 sterline per unità termale di gas. Ora il Brent è scambiato a 75 dollari, mentre i prezzi del gas a circa 0,62 sterline.

Le aziende energetiche da tempo avevano sollecitato il governo a ridurre la tassa sui guadagni, avvertendo che avrebbe portato a un taglio degli investimenti. Ad aprile, il più grande produttore di petrolio e gas del Regno Unito, Harbour, sostenne che avrebbe perso 350 posti di lavoro a terra nel Regno Unito per il prelievo sugli extraprofitti, ricorda la Bbce e la francese TotalEnergies aveva annunciato un taglio di un quarto del suo investimento previsto nel Mare del Nord per il 2023, pari a 100 milioni di sterline. Il Tesoro britannico ha per questo spiegato che la sua decisione rispecchiato queste preoccupazioni.

Meloni: “Piano Mattei soluzione al grande problema d’Europa, l’energia”

La guerra in Ucraina ha cambiato la geopolitica energetica. L’approvvigionamento è diventato “il grande problema dell’Europa” che “non può guardare più a Est, ma deve guardare a Sud” del Mediterraneo. Nel ‘Forum in masseria’, organizzato ogni anno da Bruno Vespa, Giorgia Meloni torna a ripetere quanto fondamentale sia, non solo per l’Italia, ma per l’intero continente il suo Piano Mattei.

Un progetto che, a suo avviso, porterà non pochi benefici anche in Africa dove, scandisce, “sanno benissimo cosa significa”. Il tema si incrocia con una nuova, incombente, emergenza migratoria, di cui la premier ha discusso ieri con il cancelliere tedesco Olaf Scholz: “Chi è intellettualmente onesto non può notare che dalle sue parole, a margine dell’incontro di ieri, in Europa c’è un cambio di schema”, che c’è la necessità di “occuparci della dimensione esterna, mentre fino a ieri il dibattito era come gestiamo i movimenti secondari”.

La questione, insiste, “non si può risolvere se non si capisce che la frontiera d’Europa è una, che l’immigrazione illegale si deve fermare prima che arrivi in Europa e non si può prescindere da accordi con i Paesi di partenza e transito, è il lavoro che stiamo facendo con quei Paesi soprattutto del Nord Africa”, con il Piano Mattei: “Stiamo mettendo in campo un progetto di cooperazione non predatoria, da pari, come faceva Enrico Mattei e i Paesi africani“.

Domenica la presidente del Consiglio tornerà in Tunisia con la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, e il primo ministro olandese, Mark Rutte. L’obiettivo è spingere per trovare l’accordo sugli aiuti del Fondo monetario internazionale al Paese, bloccati per le mancate riforme: “Ci sto lavorando quasi quotidianamente e se domenica ci recheremo lì è grazie a lavoro, molto prezioso, fatto dall’Italia“, rivendica. “Insieme a quella missione, si sta per concretizzare un primo pacchetto aiuti della Commissione Ue, propedeutico all’accordo con il Fmi – aggiunge -. Accordo sul quale continuo a chiedere un approccio pragmatico e non ideologico, sia alla Tunisia che al Fondo monetario internazionale“.

Meloni incontra Scholz: “Italia-Germania, grandi convergenze sul Piano Mattei per l’Africa”

Si consolida il canale di dialogo tra Italia e Germania anche in capo alla visita del cancelliere Olaf Scholz a Roma. Il numero uno tedesco ha incontrato la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, e il capo dello Stato, Sergio Mattarella. Al termine dell’incontro di Palazzo Chigi, la premier ha riassunto i temi che sono stati affrontati con uno sguardo particolarmente fiducioso per il futuro; “Il piano d’azione Italia-Germania sul quale abbiamo raggiunto intesa e che vorremo adottare nel vertice intergovernativo in Germania entro fine anno, intende rendere più regolare e intenso il nostro dialogo bilaterale a livello politico e tecnico che ci permetterà di lavorare con un approccio pragmatico su molti temi di importanza fondamentale per il futuro delle nostre nazioni: innovazione, ricerca, sviluppo, mercato del lavoro, coesione sociale, crescita ecologicamente sostenibile e protezione del clima”, la sua dichiarazione.

L’idea è quella di una collaborazione intensa per fronteggiare il problema migratorio e, soprattutto, il problema dell’approvvigionamento energetico: “Siamo d’accordo che è molto importante assicurare la diversificazione delle fonti di approvvigionamento, lavorare sulle infrastrutture di collegamento, particolarmente nel Mediterraneo in tema di rapporto con il Nord Africa. Lavoriamo anche a sostegno del progetto SoutH2 Corridor, che collegherà i flussi di idrogeno verde di Italia, Germania, Austria. Sfide strategiche molto importanti”, la sottolineatura di Meloni.

Con la Germania, ha poi aggiunto, la presidente dell’esecutivo ci sono “importanti convergenze” sul Piano Mattei per l’Africa che, alla luce della seconda visita ravvicinata in Tunisia nel giro di pochi giorni (questa volta domenica, assieme alla presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, e al primo ministro olandese Rutte), diventa sempre più strategico.

Dal canto suo, il cancelliere Scholz ha evidenziato come “il potenziamento delle reti gioverà a tutti, soprattutto per la sicurezza dell’approvvigionamento energetico. Sono felice che abbiamo deciso di portare avanti lavori per una pipeline per il gas e l’idrogeno tra l’Italia e la Germania. I nostri colloqui hanno dimostrato quanto siano stretti e fiduciosi i rapporti tra i due Paesi. Sono lieto della presidenza del G7 italiana e offro il mio pieno appoggio”.

Meloni in Tunisia: “Impegno Italia per accordo con Fmi. Avanti col Piano Mattei”

Un colloquio “lungo e proficuo” con il presidente Kais Saied; l’impegno di portare avanti la causa tunisina per sbloccare la trattativa con il Fondo monetario internazionale per la concessione di una parte del finanziamento da 1,9 miliardi di euro che potrebbero aiutare il Paese nordafricano nella stabilizzazione; la disponibilità a tornare a stretto giro con la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen. Giorgia Meloni conclude la sua missione lampo a Tunisi con un video diffuso sui suoi social, in cui parla da un pulpito (ma senza la stampa), spiegando l’esito del suo colloquio con il presidente tunisino.

La premier cerca di evitare che il Paese cada in default, circostanza che potrebbe significare per l’Italia un considerevole aumento del flusso migratorio sulla rotta del mare.

Nel pieno rispetto della sovranità tunisina, ho raccontato al presidente Saied degli sforzi che un Paese amico come l’Italia sta facendo per cercare di arrivare a una positiva conclusione dell’accordo tra Tunisia e Fmi, che resta fondamentale per un rafforzamento e una piena ripresa del Paese“, afferma la presidente del Consiglio.

Quella di ieri, conferma, è una visita istituzionale “molto importante“. Ricorda la storica amicizia tra Italia e Tunisia, che “devono saper cooperare insieme sempre di più e meglio” e “in questo periodo di difficoltà” per il Paese ribadisce il “sostegno dell’Italia a 360 gradi, per il bilancio, l’apertura delle reti di credito, lo sviluppo del settore agroalimentare“.

Anche a livello europeo, spiega la premier, l’Italia si è fatta portavoce di un “approccio concreto” per aumentare l’appoggio alla Tunisia sia nel contrasto alla tratta di esseri umani e all’immigrazione illegale, che per un “pacchetto di sostegno integrato, di finanziamenti e di opportunità importanti a cui sta lavorando Bruxelles“.

La cooperazione che sta più a cuore a Meloni è quella sul fronte energetico che, ricorda, si rafforza” grazie al cavo sottomarino Elmed, infrastruttura strategica che lega i due Paesi e consente a entrambi di “diventare hub energetico per i vicini”. Si tratta di un progetto di interconnessione elettrica marittima tra le due sponde del Mediterraneo, promosso da Terna e dall’omologa tunisina Steg, varato all’inizio dell’anno. L’opera prevede un collegamento elettrico subacqueo in corrente continua con una potenza di 600 MW, lungo oltre 200 chilometri e con una profondità massima raggiunta di 800 metri. Per l’Italia, dall’approdo di Castelvetrano, in provincia di Trapani, si arriva alla costa grazie a un cavo interrato che percorre strade esistenti lasciando inalterati ambiente e paesaggio per 18 chilometri fino ad arrivare a Partanna, dove sarà costruita una stazione di conversione da corrente continua in alternata nella stessa area della già esistente stazione elettrica. Dall’approdo italiano il cavo sottomarino raggiunge la costa tunisina attraversando il Canale di Sicilia.

Il cavo Elmed fa parte del ‘Piano Mattei’ che verrà presentato a ottobre, in occasione del Summit intergovernativo Italia-Africa. “E’ un piano – scandisce Meloni – che vuole parlare di una cooperazione non paternalistica, non predatoria, ma paritaria“. Una cooperazione, garantisce, che “offre opportunità per tutti.

Distrutta la diga Kakhova in Ucraina. Kiev: “Rischi ambientali enormi, è un ecocidio”

Decine di villaggi allagati, migliaia di persone evacuate, una centrale idroelettrica completamente distrutta, un danno ambientale impressionante e il rischio che la centrale di Zaporizhzhia non riceva più l’acqua necessaria per il suo raffreddamento. Sono le devastanti conseguenze del crollo parziale della diga di idroelettrica di Kakhovka, situata nelle aree occupate dai russi della regione di Kherson, nel sud dell’Ucraina. Un crollo dovuto ad attacchi multipli, di cui Ucraina e Russia si accusano a vicenda. L’esercito di Kiev punta il dito contro Mosca, mentre il presidente ucraino Volodymyr Zelensky denuncia un “crimine di guerra”.

Anzi, qualcosa di più: “Un ecocidio”, “una bomba di distruzione ambientale di massa”. Che, dice Zelensky all’inviato speciale di Papa Francesco, il cardinale Matteo Zuppi, in visita a Kiev, avrà “conseguenze terribili per la vita delle persone e per l’ambiente“. L’Ucraina ha già annunciato l’evacuazione di “oltre 17.000” civili dalle aree allagate intorno alla diga, ma più di 40.000 persone sono a rischio di inondazione. E, oltre agli allagamenti, la situazione ambientale è peggiorata dalle 150 tonnellate di olio motore che si sono riversate nel fiume Dnepr, mentre secondo la presidenza ucraina c’è il la possibilitàdi fuoriuscita di altre 300 tonnellate.

Sullo sfondo, anche l’allarme nucleare. Perché l’acqua della diga è necessaria affinché la centrale di Zaporizhzhia, a 150 km di distanza, riceva energia per i condensatori delle turbine e i sistemi di sicurezza. Secondo l’Aiea non esiste nessun rischio immediato, ma Kiev sottolinea che il pericolo  di un “disastro nucleare” alla centrale di Zaporizhzhia “aumenta rapidamente“. “Il mondo è di nuovo sull’orlo di un disastro nucleare, perché la centrale nucleare di Zaporizhzhia ha perso la sua fonte di raffreddamento. E questo pericolo sta aumentando rapidamente“, dice un consigliere della presidenza ucraina. Secondo il direttore generale dell’Agenzia internazionale dell’energia atomica, Rafael Mariano Grossi, martedì mattina l’acqua nel serbatoio utilizzato per fornire acqua di raffreddamento alla centrale era a circa 16,4 metri, “ma se scendesse sotto i 12,7 metri” non potrebbe più essere pompata per raggiungere l’impianto. Una soluzione ‘tampone’ sarebbe il bacino di raffreddamento che si trova accanto al sito. Ma è fondamentale “che questo bacino di raffreddamento rimanga intatto. Nulla deve essere fatto per minare potenzialmente la sua integrità. Chiedo a tutte le parti di garantire che non venga fatto nulla per indebolirlo“, sottolinea Grossi.

Intanto tutto il mondo osserva la situazione a distanza. Il capo del Consiglio europeo, Charles Michel, chiama Mosca a rispondere di questo “crimine di guerra“, mentre il segretario generale della Nato Jens Stoltenberg lo denuncia come “un atto oltraggioso”. Germania, Francia e Regno Unito condannano l’azione. Arriva indignazione anche dall’Italia, dove il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani condanna il bombardamento che “sta mettendo a rischio migliaia di persone e sta provocando un disastro ecologico, aggravando ulteriormente l’emergenza umanitaria in atto. Seguo con la massima attenzione e preoccupazione gli sviluppi, anche in relazione alle possibili conseguenze sulla sicurezza della centrale nucleare di Zaporizhzia“. “Siamo al fianco degli amici ucraini e di tutti i civili che stanno subendo le conseguenze di questo ulteriore e brutale attacco“, conclude.

Fadel Al Faraj (Q8 Italia): “Guardiamo al mix energetico per sicurezza e decarbonizzazione”

L’obiettivo di Q8 è sempre stato, e continua ad essere, quello di operare nel mercato italiano nel lungo periodo, contribuendo attivamente, in particolare in questo periodo storico, con un ruolo di leader nel processo di transizione. Per questo stiamo investendo per creare il network del futuro, multi-energy e multi-servizi, con un focus alla sostenibilità dei processi e dei prodotti, sempre più innovativi e smart”. Parola di Fadel Al Faraj, amministratore delegato di Q8 Italia, colosso mondiale dell’industria energetica, che in un’intervista concessa a GEA delinea la situazione attuale e traccia il percorso per il futuro.

Quanto incidono la guerra e gli embarghi nei confronti della Russia sulla vostra operatività?

“Il mutato contesto geopolitico ha dimostrato la crucialità della sicurezza energetica, purtroppo in passato sottostimata, per tutte le Nazioni e l’Europa in generale. Sin dall’inizio del conflitto tra Russia ed Ucraina, nel febbraio 2022, ed anche prima dell’emanazione di specifiche sanzioni europee in merito, Q8 ha deciso di non concludere contratti di acquisto di greggio e semilavorati di origine russa. Le nostre operazioni in Italia non hanno subito particolari shock, potendo contare anche sulla storica collaborazione tra l’Italia ed il Kuwait – Paese della nostra casa madre -, che a livello mondiale detiene circa il 6% delle riserve petrolifere ed è al settimo posto per le esportazioni di greggio. Si tratta di un contributo concreto e sostenibile alla sicurezza degli approvvigionamenti energetici per l’intero bacino del mediterraneo, grazie alla fornitura anche di prodotti finiti come la nave di gasolio arrivata a Napoli a settembre direttamente dal Kuwait”.

Il ritorno della geopolitica energetica può bloccare la transizione ecologica?

“Gli obiettivi europei in termini di decarbonizzazione sono chiari: il percorso è tracciato e siamo di fronte ad un cambiamento strutturale del mercato energetico che non potrà essere fermato. Ovviamente la decarbonizzazione dei trasporti sarà un processo che richiederà tempo adeguato per pianificare gli investimenti e valutare tutti gli impatti. La transizione energetica dovrebbe, a mio parere, contemplare una diversificazione di soluzioni a basso impatto carbonico in cui ogni tecnologia apporta il proprio contributo alla riduzione di CO2”.

Come si sta muovendo Q8 Italia rispetto all’elettrifico, ai biocarburanti e all’idrogeno come fonti di alimentazione per il parco auto futuro?

“La transizione è già in corso: penso al ruolo dell’elettrico per la mobilità leggera e agli investimenti in corso per installare sui nostri punti vendita infrastrutture di ricariche elettriche, anche ultra fast, che, grazie a prestigiose partnership, già ora rendono accessibile il rifornimento elettrico in tutta la penisola. Mi riferisco ai nostri progetti concreti per rendere disponibile anche l’idrogeno sui nostri punti vendita. Come Q8 siamo aperti a tutte le soluzioni che l’innovazione tecnologica vorrà offrire, con l’obiettivo di servire la mobilità con i vettori energetici che saranno disponibili e sostenibili nei prossimi anni. E’ in corso lo sviluppo di carburanti sintetici ed a basso livello di carbonio, grazie alla ricerca portata avanti nel settore e nel nostro gruppo da un’affiliata dedicata che rappresenta un’eccellenza mondiale. Peraltro questi nuovi carburanti, già utilizzabili dal parco auto circolante, garantiscono la sostenibilità anche sociale della transizione assicurando il diritto alla mobilità anche alle fasce più deboli. I biocarburanti, poi, contribuiscono già ora alla transizione e l’Unione Europea gli riconosce un ruolo di crescente importanza. Attualmente in Italia il gasolio viene miscelato con biodiesel ed a breve anche la benzina avrà componenti rinnovabili, come l’etanolo, già disponibile da tempo in nord Europa. A testimoniare la complessità e la necessità di procedere per step per la definizione degli scenari futuri anche in base agli sviluppi delle diverse tecnologie, la decisione del Consiglio Europeo (Ministeri dell’ambiente) che ha stabilito la necessità di rivalutare la fattibilità dei target del pacchetto ‘Fit for 55’ al 2026”.

Si parla molto di gas, ma secondo gli analisti il petrolio resterà essenziale ancora per decenni: condivide questa analisi?

“Attualmente i prodotti petroliferi, miscelati con quote crescenti di biocarburanti, assicurano oltre il 92% del fabbisogno energetico nei trasporti e circa il 98% del parco auto attuale ha motori a combustione interna (ICE) alimentati da benzina, gasolio, gpl e metano. Esiste, dunque, una domanda di tali prodotti ed una rete di infrastrutture a supporto della stessa che nel breve e nel medio periodo continuerà ad essere fondamentale per soddisfare le esigenze di mobilità. In linea con la transizione energetica in corso e con la progressiva decarbonizzazione anche dei carburanti tradizionali, prevediamo uno scenario futuro in cui vi sia un mix di fonti energetiche in grado di soddisfare le esigenze di mobilità di persone e merci via terra, via mare e via aerea, raggiungendo gli ambiziosi target di decarbonizzazione stabiliti dall’Unione Europea. La diversificazione del mix energetico è garanzia, inoltre, di sicurezza energetica, in quanto evita la dipendenza da un’unica fonte e/o paese produttore”.

Q8 partecipa a BioSferA, progetto di ricerca europeo che attraverso biocarburanti innovativi per aerei e navi punta ad abbassare le emissioni di Co2. Può parlarcene?

“A proposito di sviluppo di carburanti sintetici ed a basso livello di carbonio, come accennato abbiamo nel nostro gruppo un’affiliata dedicata che rappresenta un’eccellenza mondiale, la Kuwait Petroleum Research & Technology, nella ricerca e sviluppo per i carburanti alternativi, l’idrogeno, i low carbon fuel e gli e-fuel. In particolare attualmente la nostra affiliata sta partecipando al progetto di ricerca internazionale BioSFerA che, attraverso lo sviluppo di biocarburanti innovativi ad alte prestazioni, ha l’obiettivo di ridurre le emissioni di gas a effetto serra del trasporto marittimo e aereo. Il progetto è finanziato dal programma di ricerca Horizon 2020 dell’Unione Europea”.

Lo scorso anno avete perseguito 12 su 17 obiettivi ESG previsti dall’agenda 2030 dell’Onu. Quanto impatta sul vostro business la sostenibilità?

Per contribuire attivamente ad un futuro sostenibile, Q8 ha capillarmente integrato la sostenibilità in tutte le proprie attività. A testimoniare l’impegno aziendale una strategia che, coniugandosi con ben 12 dei 17 Obiettivi Onu per lo Sviluppo Sostenibile, si può riassumere per la E di Environmental in ‘Enabler for the energy transition’, per la S di Social in ‘People enhancement’ e per la G di Governance in ‘New ways of doing business’. Il significato concreto dei nostri 3 pilastri ESG può essere sintetizzato così: ‘Enabler for the energy transition’ rappresenta l’impegno di Q8 nella ricerca di nuove soluzioni sostenibili e green in grado di ridurre le emissioni di CO2, sperimentare forme alternative di energia, mirando ad una sempre maggiore efficienza energetica di infrastrutture innovative e responsabili; ‘People enhancement’ esprime il nostro impegno nei confronti dei dipendenti, ai quali garantisce forme evolute di welfare e di wellbeing, e della comunità intera in cui operiamo, nella quale intendiamo creare valore sociale da ridistribuire sul territorio; ‘New ways of doing business’ rappresenta l’idea che Q8 ha del proprio business: etico, capace di creare valore di lungo periodo e che dia ampio spazio alla digitalizzazione e all’innovazione tecnologica”.

Appello delle imprese all’Europa: “Rivedere regole energetiche o sarà deindustrializzazione”

Dallo Spazio Europa Experience di Roma, casa della Commissione e del Parlamento Ue, l’industria italiana tutta lancia un appello alle istituzioni europee. Durante l’evento ‘L’energia per l’Italia e l’Ue: le fonti e le regole del mercato energetico’, organizzato da Withub con la direzione editoriale di Eunews e Gea, gli imprenditori chiedono una revisione, non del percorso verso la decarbonizzazione, ma dei metodi per arrivare ai target prefissati, auspicando una vera neutralità così da evitare la deindustrializzazione. Secondo il presidente di Duferco, Federacciai e Interconnector Energy Italia, Antonio Gozzi, “l’Europa ha sbandato molto sulle politiche industriali negli ultimi 20 anni. Presa da un’ideologia finanziaria da una parte e di estremismo ambientalista dall’altra ha pensato di poter fare a meno dell’industria. Una cosa che nessuna grande area economica del mondo ha pensato di fare, perché l’industria, siccome è un fattore di progresso, viene tenuta ben stretta da tutti”. Tuttavia, spiega Gozzi, “oggi vedo che c’è una riflessione in campo, speriamo che conduca ad un approccio meno ideologico, più razionale e più pragmatico”. Anche perché già “la siderurgia italiana è campione nella decarbonizzazione in Europa e punta ad arrivare alla produzione di acciaio green entro il 2030. Si sono fatti danni negli anni, ma riconoscere che c’è stato sbandamento e non lucidità da parte dell’Ue non significa negare la necessità di una transizione”. Quello del presidente di Federacciai non vuole essere un discorso anti-europeista, al contrario, pure “noi italiani dobbiamo fare di più e meglio e dobbiamo rivendicare il principio di mercato unico, principio cardine dell’Ue”.

Certo è che “occorre evitare l’ideologia elettrica. Penso all’utilizzo di biocarburanti, del biometano, che oggi è aiutato solo se viene utilizzato per il trasporto“, quando invece si potrebbe “tranquillamente immettere in rete e distribuire. Questi elementi ci devono guidare e ci possono permettere di raggiungere gli obiettivi di decarbonizzazione, competitività e sicurezza degli approvvigionamenti“, aggiunge Paolo Gallo, amministratore delegato di Italgas. Oggi “il biometano è assolutamente competitivo, ma ci sono una serie di ostacoli, a partire da una non comprensibile ripartizione dei costi di connessione. C’è poi il tema degli impianti di biogas: oggi abbiamo una produzione che vale 2,2 miliardi, un biogas ricco di Co2 che viene bruciato in centrali a bassa efficienza per produrre energia elettrica completamente sovvenzionata. Pensate – prosegue Gallo – se gli impianti fossero convertiti a biometano: ne avremmo 1,5 miliardi domani. E la Co2 potrebbe essere catturata, senza contare la produzione di fertilizzanti: la cosiddetta economia circolare“. Da questo punto di vista si tratta di una “visione mancata a livello di Commissione Ue, bisogna usare tutte le leve disponibili“, conclude il Ceo di Italgas. Infatti “è importante mantenere un approccio neutrale e considerare tutte le possibilità che la tecnologia offre, non fermarsi solo a una”, ma “ognuna di queste opportunità va vista concretamente”, sottolinea il presidente di Enea, Gilberto Dialuce.

In realtà in Europa “c’è una deindustrializzazione in corso da anni – sentenzia Davide Tabarelli, presidente di Nomisma Energia -, abbiamo il Prodotto interno lordo pro capite che cala, e noi italiani siamo al primo posto in questa deindustrializzazione”. Semmai “c’è stata una accelerazione con il lavoro di questa Commissione europea. C’è una crisi, una guerra in corso in Europa, e non li abbiamo convinti che ci sono cose più importanti della transizione, come la guerra”. Contro la deindustrializzazione, “se potessi, chiederei all’Europa un fondo Ue per la decarbonizzazione dell’industria hard to abate, che finora è sempre stato rifiutato”, propone Gozzi. “Magari – spiega il numero uno di Federacciai – finanziandolo come con i fondi Covid, attraverso indebitamento europeo o Eurobond. Perché l’Europa non si ingaggia davvero facendo debito comune, se è una priorità assoluta? Oltretutto, se garantito dall’Europa avrebbe costi contenuti dal punto di vista degli interessi”.

Un appello al governo italiano e alle istituzioni europee arriva infine da chi, sulla carta, sta beneficiando della transizione verso le pompe di calore, ovvero la Daikin. L’amministratore delegato per l’Italia, il belga Geert Vos, mette in guardia dal nuovo regolamento F-Gas, in discussione nei prossimi giorni, che punta alla messa al bando dei gas refrigeranti da parte dell’Ue. La norma potrebbe rendere impossibile installare un impianto di climatizzazione sui balconi, ovvero in 8 case su 10. E chi potrà ancora installarli, vedrà i prezzi salire del 40% per le pompe di calore e triplicare quelli per i climatizzatori. “Le istituzioni italiane ed europee si devono attivare per modificare il provvedimento o sarà un un grosso problema per gli italiani”, conclude Vos.