Draghi

Draghi dalla parte dell’Italia: “Unione fa la forza, serve nuovo patto di fiducia”

Unione. È quella che serve per dare sicurezza al popolo italiano, ma anche quella che è venuta meno lo scorso 14 luglio, con il voto contrario alla fiducia che ha portato il presidente del Consiglio Mario Draghi a rassegnare le dimissioni – subito respinte – nelle mani del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. “È stato un gesto politico chiaro che, se ignorato, equivarrebbe a ignorare il Parlamento”, ha dichiarato il premier, nel corso delle comunicazioni al Senato. “Oggi posso spiegare a voi e a tutti gli italiani le ragioni di una scelta tanto sofferta, quanto dovuta“, ha aggiunto. Lasciando però uno spiraglio, e anche qualcosa di più, aperto. Perché ora, “l’unica strada, se vogliamo ancora restare insieme, è ricostruire da capo questo patto, con coraggio, altruismo, credibilità. A chiederlo sono soprattutto gli italiani“, ha insistito il premier, ponendo l’inevitabile domanda: “Serve un nuovo patto di fiducia, sincero e concreto, come quello che ci ha permesso finora di cambiare in meglio il Paese. I partiti e voi parlamentari – siete pronti a ricostruire questo patto? Siete pronti a confermare quello sforzo che avete compiuto nei primi mesi, e che poi si è affievolito?“. Un patto indispensabile per non mandare in fumo tutti i progressi realizzati finora. Dalle riforme che, insieme agli investimenti, “costituiscono il cuore del Pnrr” alle misure per sfuggire alla crisi energetica e alimentare.

Sono tre le emergenze che abbiamo dovuto affrontare in questi mesi e che tutt’ora mettono a rischio il Paese: pandemica, economica e sociale. Draghi le elenca, spiegando che, anche se non con poche difficoltà, ad oggi, siamo riusciti a rimanere a galla affrontandole con qualsiasi strumento a nostra disposizione. Oltre a esserci affermati con un ruolo guida all’interno dell’Ue e del G7, spiega il premier, “ci siamo mossi con grande celerità per superare l’inaccettabile dipendenza energetica dalla Russia. In pochi mesi, abbiamo ridotto le nostre importazioni di gas russo dal 40% a meno del 25% del totale e intendiamo azzerarle entro un anno e mezzo“. Un risultato che sembrava impensabile, che dà tranquillità per il futuro all’industria e alle famiglie, che rafforza la nostra sicurezza nazionale. “Abbiamo accelerato, con semplificazioni profonde e massicci investimenti, sul fronte delle energie rinnovabili, per difendere l’ambiente, aumentare la nostra indipendenza energetica“, la sottolineatura. Tutto questo è stato possibile grazie all’unione che vigeva tra le forze politiche e al “miracolo civile che il popolo italiano ha sostenuto” attivandosi in una mobilitazione senza precedenti: “Dal rispetto delle restrizioni per la pandemia, alla straordinaria partecipazione alla campagna di vaccinazione e, ancora, all’aiuto ai popoli ucraini”, ha chiarito Draghi, esteriorizzando poi un sentimento inconfondibile: “Sono stato orgoglioso di essere italiano”.

Sul fronte energetico, appunto, gli interventi previsti nei prossimi mesi richiedono un forte sostegno da parte di un Governo più unito che mai. Draghi ripercorre la road map dei progetti in agenda: “Bisogna adottare entro i primi giorni di agosto un provvedimento corposo per attenuare l’impatto su cittadini e imprese dell’aumento dei costi dell’energia, e poi per rafforzare il potere d’acquisto, soprattutto delle fasce più deboli della popolazione“. Inoltre, occorre “ridurre il carico fiscale sui lavoratori, a partire dai salari più bassi, è un obiettivo di medio termine. Questo è un punto su cui concordano sindacati e imprenditori“.

Non manca la riflessione sul tema della siccità, ultima grave emergenza che sta mettendo in ginocchio l’Italia e l’Europa: “La siccità e le ondate di calore anomalo che hanno investito l’Europa nelle ultime settimane ci ricordano l’urgenza di affrontare con serietà la crisi climatica nel suo complesso“.

Le responsabilità del Governo italiano sembra non siano mai state così impegnative e in un momento come questo non può mancare l’altruismo all’origine di un’intesa idonea a ricreare le condizioni adatte per superare gli ostacoli che intralciano la vita del Paese.

Crisi, Draghi alle Camere: siccità e gas le incognite. Taglio accise fino al 21/8

Una vigilia diversa dalle altre per Mario Draghi. Il premier, rientrato lunedì sera, in anticipo, dall’Algeria, passa al lavoro nel suo ufficio il giorno prima di quello che potrebbe essere il ‘redde rationem’ con un pezzo della sua maggioranza. Sente al telefono il presidente ucraino, Volodimir Zelensky, al quale ribadisce “pieno sostegno e solidarietà” del governo per Kiev, ma già di buon mattino ha il primo, importante, impegno della sua agenda di martedì 19 luglio, con una visita al Quirinale per un incontro con il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Vis a vis che, viene poi chiarito, rientra nelle consuete interlocuzioni tra le due alte cariche dello Stato, in particolar modo nell’attuale, delicata fase politica. Senza contare che il premier deve riferire al capo dello Stato della sua missione ad Algeri, dove il governo e le principali aziende di Stato hanno firmato 15 intese con il governo algerino. Mentre il dialogo è in corso arriva anche la notizia della firma all’intesa tra Eni, Sonatrach, Oxy e TotalEnergies che consentirà di potenziare gli investimenti, aumentando le riserve di idrocarburi dei giacimenti presenti nei blocchi 404 e 208, nel prolifico bacino del Berkine, nell’Algeria orientale, prolungandone la vita produttiva per ulteriori 25 anni.

Musica per le orecchie di chi, in queste ore concitate, sta provando a tenere insieme l’esigenza di decidere se proseguire o meno l’esperienza di governo (a condizioni ben precise) con la necessità del Paese di non aggravare la crisi energetica, con gli stoccaggi ancora in corso e la totale incertezza sulle mosse della Russia, che resta ancora il principale fornitore di gas per l’Italia, anche se ora pure l’Unione europea riconosce che il fabbisogno del nostro Paese è sceso dal 40 al 25% in pochi mesi.

Gazprom continua a ribadire che difficilmente riprenderanno i flussi dal 21 luglio, nonostante l’annuncio dello stop di 10 giorni solo per una manutenzione degli impianti del gasdotto Nord Stream 1. Lo stesso colosso russo continua a chiudere accordi con altri Paesi, come l’Iran: l’ultimo con National Iranian Oil Company, per “lo sviluppo dei giacimenti petroliferi e di gas dell’Iran, operazioni di swap di gas naturale e di prodotti petroliferi, realizzazione di progetti di Gnl su larga e piccola scala, costruzione di gasdotti, cooperazione scientifica, tecnica e tecnologica“.

Tutti segnali che, di fatto, rientrano nella riflessione dell’ex Bce, che incassa nuovi appelli a restare in sella e, intanto, ‘sdoppierà’ le sue comunicazioni alle Camere. Draghi, infatti, oggi alle ore 9.30 sarà al Senato per pronunciare il suo discorso, poi – secondo quanto stabilito dalla Conferenza dei capigruppo di Palazzo Madama – ci sarà un’interruzione fino alle 11, quando la seduta riprenderà fino alle repliche, previste per le 16.30 con votazioni sulla fiducia dalle 18.40 alle 19.30. Slitta, di conseguenza, l’appuntamento alla Camera, che alle 10.30 riceverà il discorso pronunciato in Senato, ma accoglierà il premier domani, giovedì 21 luglio, per la discussione generale dalle 9 alle 11.30, quando la capigruppo di Montecitorio prevede le repliche del capo del governo. A seguire si svolgeranno le dichiarazioni di voto dei gruppi parlamentari, poi dalle 13.45 alle 15.15 ci sarà il voto per appello nominale dei deputati.

Il problema politico resta la confusione che regna nella maggioranza. Il centrodestra chiede di andare avanti, ma senza Giuseppe Conte, i Cinquestelle e due ministri in particolare, Roberto Speranza (Salute) e Luciana Lamorgese (Interno), ritenuti ‘unfit’ al ruolo. A parte il capitolo M5S, che ancora non scoglie la riserva ma è dilaniato al suo interno tra chi vorrebbe confermare la fiducia all’ex Bce – come il capogruppo a Montecitorio, Davide Crippa, ma anche esponenti di primo piano come Angelo Tofalo, Alfonso Bonafede e Riccardo Fraccaro – e chi, invece, vorrebbe andare all’opposizione di Draghi. Sebbene questo potrebbe significare l’impossibilità di ricreare una coalizione di unità nazionale, dunque un nuovo esecutivo, provocando lo scioglimento delle Camere e le elezioni anticipate.

Questo manderebbe in fumo il lavoro sul prossimo decreto Aiuti, nel quale dovrebbero trovare spazio anche risorse e misure contro il fenomeno devastante della siccità, oltre a nuovo ossigeno per famiglie e filiere produttive contro il rincaro dell’energia. La fine anticipata della legislatura rallenterebbe di molto anche la battaglia europea per il tetto massimo al prezzo del gas, problema con cui qualsiasi governo dovrà confrontarsi.

Prima di qualsiasi decisione, comunque, il governo mette almeno al sicuro la proroga fino al prossimo 21 agosto del taglio di 30 centesimi alle accise su benzina, diesel, gpl e metano per autotrazione. Il decreto interministeriale è stato firmato dai ministri dell’Economia, Daniele Franco, e della Transizione ecologica, Roberto Cingolani, e potrebbe avere effetti benefici a breve, magari sull’onda della riduzione dei prezzi registrata dall’osservatorio del Mite: benzina e gasolio, infatti, scendono sotto i 2 euro. Da oggi inizia una nuova partita, molto probabilmente quella decisiva.

Nord stream

Il gas da Nord Stream non ripartirà. La Ue si prepara al peggio

La Commissione europea è ormai convinta che i flussi di gas russo non torneranno a scorrere attraverso il Nord Stream 1 tanto presto e si prepara allo “scenario peggiore, ovvero la completa interruzione delle forniture russe all’Europa. “Stiamo lavorando sulla base del presupposto che (il gasdotto, ndr) non tornerà in funzione“, ha ammesso martedì mattina il commissario europeo al Bilancio, Johannes Hahn, a margine di un evento a Singapore, citato dal Wall Street Journal. Nord Stream 1 – controllato dal gigante russo del gas Gazprom – è la principale infrastruttura per il trasporto del gas russo all’Europa, con 55 miliardi di metri cubi di gas all’anno trasferiti dalla Russia alla Germania, passando sotto al Mar Baltico.

Gli impianti di Nord Stream sono fermi in una manutenzione programmata (e strumentale) da parte del Cremlino da lunedì 11 luglio, per dieci giorni. Il periodo di fermo, dunque, dovrebbe concludersi questo giovedì, ma Bruxelles è ormai certa che non sarà così e i flussi non ripartiranno. Sono già emerse varie indiscrezioni a mezzo stampa secondo cui la compagnia russa Gazprom avrebbe comunicato ad alcuni clienti in Europa di non poter garantire le forniture di gas a causa di circostanze “straordinarie“.

Su cosa attende i Paesi membri dopo il prossimo giovedì è incognita ma Bruxelles si prepara al peggio. “È impossibile per noi predire le prossime mosse del (gigante del gas russo) Gazprom, ha chiarito il portavoce della Commissione europea, Eric Mamer, durante il briefing quotidiano con la stampa. “Ad oggi ci sono almeno 12 Stati membri che hanno sperimentato un taglio parziale o totale alle forniture di gas“. E dal momento che la Commissione europea sta preparando un piano di emergenza per la riduzione della domanda di energia, stiamo “prendendo in considerazione lo scenario peggiore possibile”, ovvero un’interruzione totale delle forniture all’Europa. La presentazione del piano in questione è prevista domani da parte di Bruxelles e “stiamo lavorando a ogni possibile scenario e uno di questi è la possibilità che i flussi di gas non riprendano”, ha precisato il portavoce.

Rifiuti

Il metano nemico numero 2: è il più inquinante dopo l’anidride carbonica

Secondo l’ultimo rapporto del Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (Ipcc) per raggiungere l’obiettivo dell’accordo di Parigi, ossia la limitazione del riscaldamento a non più di 1,5°C, “le emissioni globali di gas serra dovrebbero raggiungere il picco entro il 2025 e ridursi del 43% entro il 2030, mentre le emissioni di metano dovrebbero ridursi di circa un terzo rispetto ai livelli attuali entro il 2030 e di circa il 45% entro il 2040”. A spiegarlo è Domenico Gaudioso (Ispra) nel corso del webinar di Wwf ‘Le emissioni di metano in Italia. Stime e priorità di intervento’.

Affinché questo traguardo venga raggiunto occorre prendere in considerazione tutte le sorgenti responsabili dell’inquinamento da gas metano e non focalizzarsi solo su una parte di esse. Anche perché, per esempio, “la decarbonizzazione delle economie influirà sulle emissioni, ma non garantisce una riduzione oltre il 30%”, chiarisce Gaudioso.

IL GAS METANO

Secondo gas-serra di origine antropica, il più abbondante dopo l’anidride carbonica, il metano rappresenta attualmente circa il 20% delle emissioni globali, influendo sulla temperatura terrestre e sul sistema climatico in maniera incisiva. Il report del Wwf ‘Le emissioni di metano in Italia’ illustra come le concentrazioni atmosferiche del gas siano aumentate del 47% dall’epoca preindustriale ad oggi, e raggiungano attualmente i livelli più elevati degli ultimi 800.000 anni. “Sebbene il metano sia molto meno abbondante nell’atmosfera rispetto alla CO2, assorbe però la radiazione infrarossa termica in modo molto più efficiente e, di conseguenza, ha un potenziale di riscaldamento globale circa 80 volte più forte per unità di massa della CO2 su una scala temporale di 20 anni e circa 30 volte più potente su una scala temporale di 100 anni“, sottolinea il Wwf.

IN ITALIA

Per quanto riguarda l’Italia, l’esperto dell’Ispra snocciola alcuni dati esplicativi: “Nel 2019, le emissioni di metano in Italia sono state pari a 1.718,69 kt, corrispondenti a 48.123,32 ktCO2 equivalenti, il 12,9% in meno del valore registrato nel 1990. In termini di CO2 equivalente, il metano ha rappresentato il 10,3% del totale dei gas-serra“. Aggiungendo in seguito che “i settori che forniscono il contributo più rilevante alle emissioni di metano sono l’agricoltura, con il 44,2%, la gestione dei rifiuti, con il 37,9% e l’energia con il 17,9%(di cui 11,0% dalle emissioni fuggitive e il 6,9% dai processi di combustione)“.

Dalle percentuali sopraindicate emerge la necessità urgente per l’Italia di predisporre una strategia per il metano allineata a quella europea e integrata con il Pniec (Piano nazionale integrato per l’energia e il clima), che prevede misure come il sostegno alla produzione di biogas di origine agricola, la gestione dei reflui zootecnici e la produzione di biometano.

Ricapitolando, Gaudioso traccia le sue conclusioni: nel Paese “è essenziale procedere alla definizione di un quadro programmatico adeguato per la riduzione delle emissioni di metano, in particolare prevedendo un sistema di monitoraggio delle emissioni affidabile ed efficiente“. Inoltre, per l’esperto è fondamentale “sensibilizzare e diffondere le buone pratiche che sono già patrimonio delle aziende italiane e introdurre le misure previste dalla proposta di regolamento sulle emissioni di metano di origine energetica”. Senza dimenticare “l’integrazione delle misure per il settore agricolo con interventi mirati alla diffusione dell’agricoltura biologica e di altri sistemi a basso input che enfatizzano l’uso circolare dei nutrienti e interventi di riduzione della domanda di prodotti ad alta intensità di emissione (in particolare quelli legati all’allevamento bovino), attraverso il cambiamento delle diete umane, alimentazioni alternative per il bestiame e la riduzione degli sprechi alimentari“.

(Photo credits: TED ALJIBE / AFP)

Putin teheran

Putin a Teheran per vertice con Iran e Turchia: focus grano ed energia

Il presidente russo Vladimir Putin è oggi a Teheran per un incontro trilateriale con i suoi omologhi di Iran, Ebrahim Raisi e Turchia, Recep Tayyip Erdogan. Sul tavolo del vertice c’è il conflitto in Siria, ma anche la guerra in Ucraina e il suo impatto sulle economie globali, lo sblocco del grano bloccato nei porti ucraini e l’accesso all’energia. “In primo luogo, siamo pronti a continuare a lavorare in questa direzione e, in secondo luogo, la questione sarà discussa dai presidenti Putin ed Erdogan“, ha dichiarato ieri il consigliere diplomatico del Cremlino, Yuri Ushakov, citato dai media russi.

L’incontro arriva pochi giorni dopo il tour in Medio Oriente del presidente degli Stati Uniti Joe Biden, che ha visitato Israele e Arabia Saudita, due Paesi ostili all’Iran. Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan è arrivato a Teheran ieri sera ed è stato ricevuto questa mattina dal suo omologo iraniano nel Palazzo Saadabad, nel nord della capitale iraniana.

Il ministero della Difesa russo ha dichiarato venerdì che sarà presto pronto un “documento finale” per consentire l’esportazione di grano dall’Ucraina. L’accordo, mediato dalle Nazioni Unite, mira a trasferire attraverso il Mar Nero circa 20 milioni di tonnellate di grano bloccate nei silos ucraini a causa dell’offensiva della Russia in Ucraina. Dovrebbe inoltre facilitare le esportazioni russe di cereali e fertilizzanti, che sono state colpite dalle sanzioni occidentali sulle catene logistiche e finanziarie russe. I prodotti agricoli russi e ucraini sono essenziali per evitare che le crisi alimentari si diffondano nel mondo. I colloqui irano-russi affronteranno anche la questione dell’accesso all’energia.

(Photo credits: Mikhail KLIMENTYEV / SPUTNIK / AFP)

Von der Leyen domani in Azerbaigian, l’Ue cerca l’intesa sul gas

Se all’inizio dell’invasione dell’Ucraina un’interruzione “grave” delle forniture di gas russo all’Europa era solo possibile, oggi l’Unione europea è sempre più certa che ci sarà e dunque accelera il lavoro per diversificare i fornitori di energia. Lunedì 18 luglio, ha confermato venerdì (15 luglio) l’esecutivo comunitario, la presidente Ursula von der Leyen e la sua commissaria per l’energia, Kadri Simson, voleranno in Azerbaigian per “rafforzare ulteriormente la cooperazione esistente” tra i due partner. Cooperazione sopratutto energetica, di fronte a un possibile taglio alle forniture di gas dal principale fornitore all’Europa, la Russia.

Del viaggio a Baku dell’esecutivo comunitario aveva parlato per la prima volta lo scorso 27 giugno la commissaria Simson, al termine di un Consiglio dei ministri europei dell’energia in cui si era mostrata preoccupata della possibilità concreta di vedersi tagliare completamente il gas dalla Russia. Bruxelles si prepara dunque a siglare un memorandum d’intesa con l’Azerbaigian per aumentare le importazioni di gas provenienti dalla regione. “Il corridoio meridionale del gas ha un ruolo centrale da svolgere nell’approvvigionamento di gas naturale dell’Ue, in particolare per l’Europa sudorientale“, si legge in una nota dell’esecutivo comunitario in cui è stata comunicata la traversata.

Il memorandum dovrebbe spianare la strada al raddoppio della capacità del Trans Adriatic Pipeline, il gasdotto TAP che trasporta in Europa il gas naturale proveniente dal giacimento gigante di Shah Deniz nel settore azero del Mar Caspio. Il gasdotto è lungo 878 km e si collega con il Trans Anatolian Pipeline (TANAP) al confine turco-greco a Kipoi, attraversa la Grecia e l’Albania e il Mar Adriatico, prima di approdare in Italia, a San Foca (in Puglia). A gennaio 2022 ha erogato circa 8 miliardi di metri cubi standard, con la previsione di raggiungere i 10 miliardi di metri cubi nell’estate 2022. Le trattative con Baku sono iniziate già lo scorso febbraio – nell’ottica di diminuire la dipendenza delle forniture dalla Russia, da cui provengono il 40% delle importazioni di gas all’Europa – per aumentare la capacità di erogazione massima da 10 miliardi di metri cubi l’anno a circa 20, raddoppiandone quindi la capacità.

A metà giugno Bruxelles aveva già siglato un memorandum d’intesa con cui Egitto e Israele si sono impegnati a incrementare le esportazioni di gas naturale verso il Continente. L’insicurezza per ulteriori tagli alla fornitura di gas russo è aumentata questa settimana quando è iniziata la manutenzione programmata del gasdotto Nord Stream 1 che porta gas russo in Germania attraverso il Mar Baltico. Impianti fermi almeno fino al 21 luglio, ma si teme un prolungamento del fermo anche oltre. A quanto riferito da Bruxelles, l’Ue e l’Azerbaigian stanno anche lavorando insieme per costruire un partenariato a lungo termine sull’energia pulita e l’efficienza energetica e negoziando un nuovo accordo globale, che consentirà una cooperazione rafforzata in un’ampia gamma di settori, tra cui la diversificazione economica, gli investimenti e il commercio.

clima

La nuova roadmap italiana per affrontare crisi climatica ed energetica

Una nuova roadmap per portare l’Italia fuori dalla crisi energetica e climatica, permettendole di fare quel necessario salto di qualità capace di garantire al nostro Paese un futuro e una sostenibilità economica. Un percorso in più tappe, lungimirante a sufficienza da arrivare al 2050, tentando di superare “30 anni di ritardi” e di “scarso impegno nella riduzione delle emissioni“, che hanno determinato “incendi, siccità, eventi meteorologici estremi“. La proposta è arrivata dalla Conferenza nazionale sul clima 2022, dal titolo ‘Crisi energetica e climatica: la nuova roadmap per l’Italia’, l’appuntamento più importante a livello nazionale dedicato al clima. Iniziativa promossa da Italy For Climate, è stata aperta da Edo Ronchi, presidente della Fondazione per lo sviluppo sostenibile. “La lotta al cambiamento climatico e l’obiettivo della neutralità climatica al 2050 – ha detto dal palco – sono una priorità, da cui dipendono il futuro e l’economia del nostro Paese”, che può essere capofila nel percorso da intraprendere verso “la neutralità climatica“, perché altrimenti il rischio è quello di “pagare costi sociali ed economici elevati“. Che è proprio ciò che sta già accadendo. La crisi climatica, ha ricordato Ronchi, deve essere una priorità e “servono misure di adattamento per renderci meno vulnerabili“. Fondamentale è dotarci di “una legge per clima, che già esiste “in Germania, in Francia e nel Regno Unito“, mentre nel nostro Paese “manca un quadro normativo aggiornato, meglio se pluriennale, oltre il 2030-2040 che aggiorni i target, gli strumenti, acceleri la transizione energetica e introduca anche misure di adattamento“.

INTENSIFICARE LE FONTI RINNOVABILI

Tre le proposte presentate alla Conferenza, che si aggiungono alle 40 lanciate a dicembre 2021 da Italy for Climate per ridurre del 60% rispetto al 1990 le emissioni di gas serra, per azzerare l’uso energetico del carbone e tagliare del 45% l’uso del gas. Ciò che serve, è l’appello arrivato dagli esperti, è “arrivare, entro il 2030, all’85% della produzione elettrica nazionale attraverso fonti rinnovabili (oggi è circa al 40%)“. L’elettrificazione dei consumi è un driver fondamentale della transizione energetica, ma solo se associata alla progressiva decarbonizzazione del kWh, grazie alle fonti rinnovabili. È la strategia del programma presentato nelle scorse settimane da Elettricità Futura e condivisa con il ministro della Transizione ecologica, Roberto Cingolani, che porterà l’Italia ad avere circa l’84% della generazione elettrica nazionale da fonti rinnovabili.

RIPENSARE AL SUPERBONUS

La seconda proposta mira a “ripensare il Superbonus dell’edilizia, per elettrificare 3 milioni di abitazioni in tre anni, con un risparmio di risorse pubbliche e un innalzamento dei benefici ambientali connessi“. Superbonus che, secondo quanto emerso durante la Conferenza “non ha prodotto risultati sufficienti nell’ottica della riduzione dei consumi energetici e della decarbonizzazione“. A maggio del 2022 sono stati realizzati 170 mila interventi con 30 miliardi di euro di finanziamenti che avrebbero interessato circa 500 mila abitazioni (meno del 2% del totale nazionale; stima di Italy for Climate) e prodotto un risparmio non superiore a 400 mila tep: meno dell’1% del consumo energetico degli edifici in Italia e dello 0,4% di tutti i consumi energetici finali nazionali. Ecco allora che puntare sull’elettrificazione degli edifici sarebbe “ambientalmente ed economicamente molto più efficiente e con tempi di realizzazione relativamente rapidi“.

CIASCUNO DEVE FARE LA SUA PARTE

E, infine, è necessario “mobilitare i cittadini, attraverso ‘Faccio la mia parte’, una campagna per incidere molto e velocemente sui consumi di energia attraverso i comportamenti individuali“. Secondo le stime questa campagna potrebbe portare in media a un risparmio annuo per le famiglie di 450 euro insieme alla riduzione di 3 miliardi di mc di gas e di 2 milioni di tonnellate di petrolio, per un taglio delle emissioni pari a circa 12 milioni di tonnellate di CO2.

Le tre proposte dovranno tenere conto, naturalmente, del contesto attuale e potrebbero consentire all’Italia “di ridurre notevolmente la dipendenza energetica dall’estero“, ma “senza un coinvolgimento attivo degli enti locali e dei territori non si potrà realizzare alcuna transizione“.

GAZPROM

Gazprom: “Non garantiamo il corretto funzionamento di Nord Stream”

Il gigante russo del gas Gazprom ha dichiarato di non poter garantire il corretto funzionamento del gasdotto Nord Stream, che rifornisce l’Europa, affermando di non poter confermare il recupero di una turbina tedesca riparata in Canada. Le dichiarazioni arrivano mentre l’oleodotto è fermo da dieci giorni per manutenzione, con i Paesi europei che temono che Mosca utilizzi un motivo tecnico per interrompere definitivamente le forniture e fare pressione su di loro nel contesto del conflitto in Ucraina.

Anche prima della chiusura di Nord Stream, la Russia aveva ridotto drasticamente le consegne nelle ultime settimane, adducendo la mancanza di turbine Siemens, necessarie per far funzionare le stazioni di compressione del gasdotto e di cui diverse unità erano state inviate in Canada per essere riparate. “Gazprom non è in possesso di alcun documento che autorizzi Siemens a portare fuori dal Canada il motore della turbina a gas per la stazione di compressione di Portovaia“, ha dichiarato il gruppo russo in un comunicato. “In queste condizioni, non è possibile trarre alcuna conclusione obiettiva” sulla “sicurezza del funzionamento della stazione di compressione di Portovaia, che è un elemento essenziale del gasdotto Nord Stream“, ha aggiunto il gruppo.

(Photo credits: Kirill KUDRYAVTSEV / AFP)

Allarme Gazprom: “Non garantiamo riattivazione Nord Stream”

Il colosso russo Gazprom sostiene di non poter garantire il corretto funzionamento del gasdotto Nord Stream, che rifornisce l’Europa, per la mancanza di una turbina tedesca riparata in Canada.

Le dichiarazioni arrivano con l’oleodotto fermo da dieci giorni per manutenzione, tra i timori dei Paesi europei che Mosca avanzi un motivo tecnico per interrompere definitivamente le forniture e fare pressione nella cornice del conflitto in Ucraina. Il ministro degli Esteri italiano, Luigi Di Maio, si mostra meno preoccupato degli altri: “Ci eravamo dati l’obiettivo di ridurre la dipendenza alla Russia e siamo passati da oltre il 40% di dipendenza a poco meno del 25% in pochissimi mesi“, spiega. Un lavoro fatto, ricorda, grazie a “nuovi partenariati che abbiamo costruito“.

La prossima settimana sarà con il premier Mario Draghi al vertice intergovernativo in Algeria, un altro passaggio fondamentale rispetto alle partnership energetiche di Roma. “Oggi grazie a questi accordi abbiamo molte meno preoccupazioni di altri partner rispetto alle quantità di gas, ma il prezzo rimane alto per la dinamica della decisione centralizzata al Ttf di Amsterdam e per questo dobbiamo intervenire“, ribadisce il titolare della Farnesina.

Anche prima della chiusura di Nord Stream, la Russia aveva ridotto drasticamente le consegne di gas nelle ultime settimane, adducendo la mancanza di turbine Siemens, necessarie per far funzionare le stazioni di compressione del gasdotto e di cui diverse unità erano state inviate in Canada per essere riparate. “Gazprom non è in possesso di alcun documento che autorizzi Siemens a portare fuori dal Canada il motore della turbina a gas per la stazione di compressione di Portovaya“, ha fatto sapere il gruppo russo in un comunicato. “In queste condizioni, non è possibile trarre alcuna conclusione obiettiva” riguardo al “funzionamento sicuro della stazione di compressione di Portovaia, che è un’attrezzatura essenziale per il gasdotto Nord Stream“.

Sabato il Canada ha annunciato che avrebbe restituito le turbine del Nord Stream alla Germania, nonostante le sanzioni contro Mosca e gli appelli dell’Ucraina a non “sottomettersi al ricatto del Cremlino“. Ottawa ha giustificato la decisione di rimandare indietro le attrezzature spiegando di non voler aumentare il rischio di una grave crisi energetica in Europa.

Le difficoltà sulle forniture di Nord Stream arrivano mentre i Paesi europei faticano a rifornirsi per l’inverno. La Germania ha definito “politica” la decisione di Mosca di tagliare le forniture attraverso il Nord Stream nelle ultime settimane.

Gazprom

Il gas, l’incubo razionamenti e l’Europa che deve essere forte e coesa

No, non è più solo questione di condizionatori da tenere un paio di gradi più alti per salvaguardare la pace (cit. Mario Draghi). Il profilo dello scontro tra la Russia e il Resto d’Europa si è alzato fino alla chiusura dei rubinetti del gasdotto Nord Stream da parte di Mosca, con la scusa di una banalissima causa tecnica. Quello che molti in Ue temevano (forse) si sta avverando in piena estate, con le colonnine del termometro impazzite per colpa di un cado africano e con lo spettro di un inverno non semplice da affrontare sotto il profilo del riscaldamento. Condizionatori & termosifoni: sembra un claim di una campagna pubblicitaria ma in realtà è la premiata ditta di parecchie preoccupazioni.

Putin non starà vincendo la guerra, anzi comincia ad avere qualche serio problema, però si sta attrezzando per rendere a tutti la vita un po’ più grama. A riavvolgere il nastro della memoria, lo zar avrebbe dovuto andare in default a stretto giro e capitolare poco dopo, le sanzioni ‘sparate’ a cannone una dopo l’altra avrebbero dovuto prima fiaccarlo, poi piegarlo, poi ridurlo a miti consigli. Nemmeno in questo caso, come per l’invasione dell’Ucraina, sta andando come previsto. In compenso i mercati finanziari sbandano, si è arrivati alla parità euro dollaro e il rublo non è diventato carta straccia.

Ma torniamo al gas. È automatico che se davvero la Russia dovesse tagliare le forniture si andrebbe verso un razionamento che coinvolgerà famiglie e imprese, con molti disagi e – soprattutto – il rischio di uno stallo a livello economico. Ora: è vero che l’Italia si è portata avanti con gli stoccaggi (siamo intorno al 65%) ed è vero che è stata condotta una nevrile politica di diversificazione dei ‘pusher’ (Africa e Medio Oriente, soprattutto: accordi, però, non immediati) ed è sempre vero che la strategia del price cap potrebbe sortire effetti importanti e da non sottovalutare, ma al momento la situazione è critica. E più passa il tempo e più diventa critica. Anche perché l’Europa è unita a chiacchiere, meno nei fatti. In un momento di massima delicatezza, purtroppo pochi posseggono una visione d’insieme e molti pensano a loro stessi. Orban? Non solo lui, stavolta… La lista, purtroppo, è lunga. Invece mai come adesso servirebbe un’Europa forte, coesa, senza ‘fessurine’.