Manovra, scintille in commissione ma il governo tira dritto: “Il Superbonus è un’allucinazione”

Le opposizioni chiedono a gran voce un confronto e Giancarlo Giorgetti non si sottrae, presentandosi in commissione Bilancio per dare spiegazioni sulla legge di Bilancio 2024. Ma soprattutto sul ‘no’ al Mes in Parlamento e sul ‘sì’ alla riforma del Patto di stabilità in Europa. Il ministro dell’Economia sceglie la linea dura, ascolta poi contrattacca. Rivendicando tutte le scelte compiute, a partire da quelle degli unici emendamenti passati in Senato in prima lettura, a firma dell’esecutivo: “Hanno portato un miglioramento di tutti i saldi di finanza pubblica”.

Altro passaggio delicato è il Ponte sullo Stretto, con la decisione di spostare una parte delle risorse del Fondo di sviluppo e coesione destinate a Calabria e Sicilia per assegnarle alla realizzazione dell’opera. Giorgetti ne parla quasi subito, ma parte con un approccio soft: “Abbiamo mantenuto l’impianto originario, non mi sono perso in quelle piccole situazioni che in qualche caso evidentemente suscitano curiosità. E’ stata modificata solo la spalmatura sulle annualità”. Poi, però, il tono sale di intensità politica: “Non trovo per nulla scandaloso che alcune Regioni, soprattutto quelle interessate, contribuiscano alla realizzazione dell’opera”.

Altro capitolo delicato è il Superbonus, misura varata negli anni del governo giallorosso M5S-Pd e oggi di fatto archiviato dall’esecutivo di Giorgia Meloni. La questione è nota: oltre ad una parte di opposizioni, c’è anche un pezzo di maggioranza (Forza Italia) a non rassegnarsi all’idea che la serranda sul provvedimento venga tirata giù di colpo. Pd e M5S (in particolare) chiedono di ripristinarla, mentre gli azzurri sono disposti anche ad accettare una prorogare per chi ha già completato parte di lavori di riqualificazione energetica nel 2023.

Purtroppo per loro, il muro resta alto: “I dati degli ultimi mesi sul Superbonus dicono che, dal punto delle uscite di finanza pubblica, vanno peggio rispetto alla Nadef”, mette subito in chiaro Giorgetti. Riconoscendo che “il Parlamento deciderà, ma per quanto riguarda il ministro dell’Economia, in cuor mio so quale il limite entro il quale non si può andare e lo proporrò al Cdm”. Anche in questo caso, l’affondo arriva qualche secondo dopo. Dopo aver confermato di definire il 110% “radioattivo” , rincara la dose: “Tutti quanti noi ci lamenteremo al momento in cui entreremo l’anno prossimo al 70% delle detrazioni” ma “quello che a noi da dentro sembra poco, visto da fuori è tantissimo”. Ragion per cui “dico che dobbiamo uscire da questa allucinazione vissuta negli ultimi anni in cui tutto ci sembra dovuto. Quando fai debito lo paghi, e caro. Sono soldi sottratti alle famiglie italiane”.

Ovviamente non ci stanno le opposizioni: “Giorgetti in commissione Bilancio si attacca a tutto per cercare un alibi ad una Manovra ingiusta e senza prospettive”, commenta la capogruppo Pd a Montecitorio, Chiara Braga. Per il M5S, invece, “paragonare una misura che ha generato valore economico, occupazione e maggiori entrate fiscali all’Lsd definisce bene il personaggio, lo stesso che da un anno parla di buchi di bilancio immaginari senza fornire numeri e soprattutto senza approntare correzioni”.

Forza Italia tenta invece una mediazione, facendo sapere al ministro di stare “stimolando a trovare una soluzione per il comparto edilizia sul Superbonus, su cui non c’è contrarietà degli alleati ma solo una criticità riguardo la copertura economica”, spiega il portavoce nazionale, Raffaele Nevi. Magari con una proroga (anche di due o tre mesi) per chi ha già completato lavori oltre il 70%, come sostiene anche il segretario nazionale, Antonio Tajani.

Giorgetti per ora vuole portare a casa il risultato senza brutte sorprese e per il futuro spiega che “buona parte della possibilità di crescita di questo Paese dipende da come riusciamo a spendere le importanti risorse del Pnrr e della componente RePowerEu, che deve essere considerata a tutti gli effetti come parte integrante della legge di Bilancio a favore delle imprese”. Inoltre, “le previsioni e le correzioni della Nadef sono coerenti con quello che è previsto dal nuovo Patto di stabilità”, quindi “non sono previste manovre diverse o aggiuntive”. La legge di bilancio compirà, quindi, il suo ultimo giro di boa alla Camera come previso. Il testo è atteso in aula oggi, ma è praticamente scontato che il governo porrà la questione di fiducia per chiudere la partita entro la serata di venerdì 29 dicembre. Le polemiche, invece, quasi sicuramente non se le porterà via il voto.

Ue, Ciafani: “Polemiche su ambiente per elezioni, de-partiticizzare discussione”

“Tutte le polemiche sulle politiche europee, rispetto ai pacchetti di direttive o proposte di regolamenti come Case green, imballaggi o lo stop alla produzione e commercializzazione delle automobili a motore endotermico entro il 2035, sono state viziate dal fatto che siamo entrati in campagna elettorale per le europee”. Lo dice il presidente di Legambiente, Stefano Ciafani, ai microfoni di GEA per #GeaTalk. “L’Italia ha dato un contributo importante nel polemizzare contro le politiche ambientaliste messe in campo dalla Commissione europea – continua -. Ma io credo che occorra ‘de-partiticizzare’ queste discussioni”.

Ue, accordo su riforma Patto di stabilità. Giorgetti: “Regole più realistiche”

Le transizioni verde e digitale sono salve e non sono in discussione. Gli Stati avranno modo e tempo di poter spendere per quelle che sono le grandi priorità dell’agenda a dodici stelle. Ma il percorso di rientro dagli sforamenti di deficit e debito sono chiari, vincolanti, e impegnativi. I ministri dell’Economia e delle finanze trovano l’accordo sulla riforma del patto di stabilità. “Una buona notizia per l’economia europea”, ragiona ed esulta a voce alta Paolo Gentiloni, commissario per l’Economia, preoccupato per un calendario che vede il 2023 agli sgoccioli e la necessità di ridare certezze a investitori e mercati. Ma questa buona notizia rischia di non esserlo troppo per Paesi come l’Italia, con i conti più in disordine di altri. Tra le salvaguardie introdotte al nuovo patto i Paesi con un rapporto debito/Pil superiore al 90% dovranno ridurre ogni anno questo rapporto dell’1%, mentre per i Paesi con un deficit/Pil tra il 60% e il 90% dovranno tagliarlo di uno 0,5% l’anno.

L’Italia dovrà dunque ridurre di un punto percentuale l’anno il proprio debito. Non solo. Come tutti dovrà ridurre anche il deficit, perché passa l’altra salvaguardia, cara ai tedeschi, che prevede di creare margini di spesa preventivi. Cancellare i tetti massimi nei rapporti deficit/Pil e debito/Pil al 3% e al 60% non è possibile perché incardinati nei trattati sul funzionamento dell’Ue. Restano inevitabilmente i punti di riferimento, con una novità: l’accordo prevede che anche chi non sfora il tetto del 3% deve ridurlo, per creare uno spazio dell’1,5% così da essere pronti in caso di shock, senza dover mettere sotto pressione i conti. Certo, resta ferma la possibilità per gli Stati di scegliere se intraprendere una traiettoria di riduzione a quattro o a sette anni, con un carico meno duro di lavoro. Per chi è oltre la soglia del 3% del deficit/Pil l’aggiustamento richiesto è dello 0,4% l’anno in quattro anni, che diventa dello 0,25% l’anno sui sette anni.

L’Italia ottiene comunque una clausola transitoria che tiene conto dell’aumento del costo degli interessi sul ripagamento dei titolo di debito pubblico a seguito dell’innalzamento dei tassi operato dalla Bce. Stabilito che fino al 2027 le regole di bilancio comuni saranno applicate con flessibilità, con la Commissione che terrà conto del maggior onere dovuto all’aumento dei tassi senza così incidere sui margini di spesa, soprattutto utili alla doppia transizione. “Ci sono alcune cose positive e altre meno”, il bilancio tracciato dal ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti.L’Italia ha ottenuto molto e soprattutto quello che sottoscriviamo è un accordo sostenibile per il nostro Paese volto da una parte a una realistica e graduale riduzione del debito mentre dall’altra guarda agli investimenti specialmente del Pnrr con spirito costruttivo”. Magari non è il libro dei sogni, ma “abbiamo partecipato all’accordo politico per il nuovo patto di stabilità e crescita con lo spirito del compromesso inevitabile in un’Europa che richiede il consenso di 27 Paesi”.

Ue, al via Consiglio Ambiente: focus su imballaggi e target clima 2040

Al via a Bruxelles il Consiglio Ue Ambiente in cui i ministri europei cercheranno di raggiungere un accordo politico sulla proposta di regolamento sugli imballaggi e sui rifiuti di imballaggio, criticata dall’Italia principalmente per gli obiettivi di riuso. La presidenza spagnola alla guida dell’Ue ha presentato venerdì ai 27 ambasciatori dell’Ue un testo di compromesso, che tiene conto anche di un documento informale (non paper) presentato la scorsa settimana da Italia e Finlandia per introdurre maggiore flessibilità e deroghe nel regolamento, proposto dalla Commissione europea a fine novembre 2022 nel quadro del più ampio pacchetto sull’economia circolare.

Quanto agli obiettivi di riuso, previsti dall’articolo 26 del regolamento, il testo di compromesso, a quanto apprende GEA, abbassa gli obiettivi di riutilizzo e prevede una deroga per vini e cartoni. Esenti dagli obblighi gli imballaggi per il trasporto. Quanto al divieto di utilizzare determinati formati di imballaggio, il testo di compromesso prevede il divieto di uso di plastica monouso per frutta e verdura fresca, ma escluderebbe la frutta e la verdura biologica, se si può dimostrare che l’imballaggio è necessario per evitare di rovinare la frutta e la verdura. Rispetto alla proposta della Commissione, dal divieto saranno esentate anche le mini confezioni monouso di prodotti da bagno (shampoo, gel doccia, lozione per il corpo) per uso individuale nel settore ricettivo.

Per arrivare a un compromesso sul testo è necessario raggiungere la maggioranza qualificata in seno al Consiglio, che si ottiene quando vota a favore il 55% degli Stati membri (15 paesi su 27) che rappresentano il 65% della popolazione totale dell’Ue. L’Eurocamera ha adottato la sua posizione lo scorso 22 novembre a Strasburgo, annacquando a sua volta la proposta della Commissione su spinta degli eurodeputati italiani. I ministri terranno anche un primo scambio di idee sull’obiettivo climatico al 2040, durante un pranzo di lavoro informale.

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Fumata nera a Bruxelles sul bilancio. Orban blocca accordo, decisione a gennaio

Nessun accordo a Ventisette sulla revisione del bilancio comunitario e la decisione (che va presa all’unanimità) slitta a gennaio in un Vertice straordinario. “Ventisei leader sono concordi su tutte le componenti della proposta di revisione di bilancio che abbiamo presentato, solo uno non è d’accordo”, sintetizza il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, in un punto stampa al termine della prima giornata di lavori del vertice Ue che proseguiranno questa mattina.

Dopo ore di negoziato, a livello politico e tecnico tra gli sherpa, il capo del Consiglio europeo prende atto che c’è “un forte sostegno per tutte le componenti” della revisione di bilancio “da parte di 26 leader, dal sostegno all’Ucraina alle migrazioni, al fondo di solidarietà alla difesa”. Ma per un accordo sul bilancio serve una decisione all’unanimità, quindi a 27. “Torneremo sulla materia a inizio del prossimo anno per cercare di raggiungere l’unanimità per attuare questo accordo”, conferma Michel. A mettersi contro la revisione del quadro finanziario dell’Ue fino al 2027 è l’Ungheria, come dichiarato dallo stesso premier, Viktor Orban. “E’ sempre difficile quando si parla di soldi e di solidarietà finanziaria”. Contrario in sostanza ai 50 miliardi di sostegno a Kiev dal bilancio comunitario.

Sostegno all’Ucraina, migrazione e dimensione esterna, piattaforma Tecnologie strategiche per l’Europa, il fondo di ripresa NextGenerationEU, i pagamenti di interessi, strumenti speciali, nuove risorse proprie ed elementi che riducono l’impatto sui bilanci nazionali. Questo il pacchetto di compromesso messo sul piatto dal politico belga. Cifre, soprattutto in termini di risorse fresche, che il capo del Consiglio europeo rivede al ribasso.

Secondo la proposta di Michel, che sarà ora ridiscussa a gennaio, l’aumento di budget arriverebbe a un totale di 64,6 miliardi di euro, di cui 33 miliardi di prestiti e 10,6 miliardi di riallocazioni dalle risorse del quadro esistente esistente. Michel propone di mantenere le risorse per l’Ucraina a 50 miliardi di euro (di cui 17 miliardi di euro di sussidi a fondo perduto e 33 miliardi di euro di prestiti); 2 miliardi per la gestione dell’immigrazione e delle frontiere e 7,6 miliardi per il vicinato e il mondo; 1,5 miliardi destinati al Fondo europeo per la difesa nell’ambito del nuovo strumento Step (Piattaforma di tecnologie strategiche per l’Europa); altri 2 miliardi di euro per lo strumento di flessibilità e infine 1,5 miliardi per la riserva di solidarietà e aiuto.

A uscirne fortemente ridimensionato rispetto alla proposta della Commissione europea è il sostegno finanziario a Step, la piattaforma per le tecnologie pulite proposta da Bruxelles per la competitività industriale dell’Ue, in risposta all’Inflation Reduction Act statunitense e alla Cina. Nell’idea della Commissione europea doveva trattarsi di un vero e proprio Fondo sovrano, ma per metterlo in piedi ci sarebbero voluti anni e con la scadenza della legislatura non c’era margine per farlo. Nel quadro della revisione di bilancio, la Commissione europea ha quindi chiesto agli Stati membri Ue di mobilitare altri 10 miliardi di euro fino al 2027, aumentando la portata del bilancio a lungo termine dell’Unione, per aumentare il budget di alcuni programmi già esistenti: InvestEu (3 miliardi), Horizon Europe (0,5), Fondo per l’innovazione (5 miliardi) e Fondo europeo per la difesa (1,5) e dare vita alla piattaforma. Dal compromesso messo sul tavolo da Michel, la proposta ne esce fortemente ridimensionata.

Al Vertice Ue i leader cercano accordo sul bilancio ma puntano al ribasso

Sbloccata l’impasse sull’allargamento, al Vertice europeo di Bruxelles i capi di Stato e governo tornano a discutere di revisione intermedia del bilancio a lungo termine sperando di chiudere in poche ore la partita. “E’ un dibattito complesso, ma sono fiducioso che riusciremo a trovare un accordo sulle modifiche al quadro finanziario”, confida ai cronisti il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, sceso irritualmente nella sala stampa per annunciare l’accordo sull’avvio dei negoziati di adesione con Ucraina e Moldova.

“Vogliamo sostenere l’Ucraina con maggiori finanziamenti ma anche tener conto delle priorità dell’Unione europea e adattare il nostro bilancio a lungo termine”, ha sintetizzato ai giornalisti.

I Ventisette tornano a discutere di bilancio, dopo aver “messo in pausa” le discussioni nel corso del primo pomeriggio, dando ai tecnici il compito di definire gli ultimi dettagli. A quanto si apprende, c’è un “sostanziale consenso” a 26 (con l’Ungheria ancora contraria) sul testo di compromesso messo questa mattina dal presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, che prevede tra le priorità della revisione i “finanziamenti prevedibili e continui per l’Ucraina, le migrazioni, il fondo di solidarietà e i pagamenti di interessi”.

La base del compromesso è il pacchetto negoziale (in gergo ‘negobox’) che questa mattina Michel ha messo sul tavolo dei governi prima delle discussioni. Cifre, soprattutto in termini di risorse fresche, che il capo del Consiglio europeo rivede al ribasso, mantenendo circa un terzo delle risorse che la Commissione europea a giugno aveva proposto di stanziare per circa 66 miliardi di euro. Secondo la proposta di Michel, l’aumento di budget arriverebbe a un totale di circa 31,6 miliardi di euro, di cui circa 22 miliardi di euro di fondi freschi e 9,1 miliardi di euro di riassegnazione dalle risorse del quadro finanziario esistente.

Michel propone di mantenere le risorse per l’Ucraina a 50 miliardi di euro (di cui 17 miliardi di euro di sussidi) e si propone un ulteriore miliardo di euro per le spese di gestione della migrazione, per un totale di quasi 10 miliardi di euro. Ma il premier magiaro nelle ore scorse si è messo contro l’idea di usare le risorse del bilancio per il sostegno dell’Ucraina, quindi a Bruxelles guadagna terreno l’ipotesi di ‘staccare’ in uno strumento finanziario separato il sostegno a Kiev e lasciare alla revisione del bilancio solo la copertura delle priorità Ue. In questo modo, si potrebbe superare anche l’ostacolo dell’unanimità richiesta per il via libera alle materie finanziarie, spianando la strada a un accordo a 26 sul nuovo strumento per Kiev.

Sospese le discussioni, la premier Giorgia Meloni a pochi minuti dalle 20 ha partecipato a una riunione ristretta sul bilancio con Francia, Germania, Paesi Bassi, Finlandia, Svezia, e il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, e la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, per cercare di risolvere le discussioni prima di ritornare al tavolo. L’Italia al Vertice si contrappone a Paesi come i Paesi Bassi, Danimarca, Finlandia, Austria e anche Germania che vorrebbero mettere risorse fresche solo per lo strumento di sostegno finanziario all’Ucraina. Perché, per l’Italia, ci sono altre priorità, prima fra tutte l’immigrazione. I frugali che chiedono di dirottare risorse da programmi esistenti (ricerca, investimenti) per le necessità individuate dalla Commissione.

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rinnovabili

INFOGRAFICA INTERATTIVA Energia, quota rinnovabili Ue a 37,5%

Nell’infografica interattiva GEA, su dati Eurostat, è illustrato l’andamento della quota di energia rinnovabile usata per produrre elettricità in Ue. Scorrendo con il cursore sulla linea, si può vedere come nel 2004 questa rappresenta appena il 15,8% del totale dell’energia usata per produrre elettricità. Al 2021 la quota è salita al 37,5%.

Industria Net-Zero, Consiglio Ue include nucleare tra tecnologie strategiche

Da otto a dieci tecnologie strategiche chiave per raggiungere lo ‘zero netto’, ovvero zero nuove emissioni entro il 2050. Gli Stati membri hanno adottato la posizione del Consiglio Ue sul ‘Net-Zero Industry Act’, il regolamento proposto lo scorso 16 marzo dalla Commissione europea per sviluppare un’industria a emissioni zero come pilastro centrale del Piano industriale per il Green Deal. Una risposta ‘Made in Europe’ al massiccio piano di sussidi verdi da quasi 370 miliardi di dollari varato dall’amministrazione Usa per dare una spinta agli investimenti nelle tecnologie pulite.

La proposta si compone di permessi accelerati, progetti strategici per la decarbonizzazione dell’industria europea entro il 2030 e un elenco di tecnologie chiave con cui realizzarla. Gli Stati membri al Consiglio Ue hanno mantenuto i target fissati dalla proposta della Commissione europea, ovvero il parametro indicativo di raggiungere il 40 per cento della produzione per coprire il fabbisogno dell’Ue in prodotti tecnologici strategici, come pannelli solari fotovoltaici, turbine eoliche, batterie e pompe di calore e un obiettivo specifico per la cattura e lo stoccaggio del carbonio della CO2, con una capacità annua di iniezione di almeno 50 milioni di tonnellate di CO2 da raggiungere entro il 2030.

Se gli obiettivi principali della proposta sono rimasti invariati, il Consiglio Ue cambia l’approccio sull’elenco delle tecnologie strategiche. La proposta della Commissione europea ha individuato otto tecnologie net-zero ‘strategiche’ (distinte dalle semplici tecnologie net-zero) a cui garantire tempi accelerati per le autorizzazioni e verso cui incanalare gli investimenti (nello specifico: tecnologie solari fotovoltaiche e termiche; eolico onshore e energie rinnovabili offshore; batterie e accumulatori; pompe di calore e geotermia; elettrolizzatori e celle a combustibile per l’idrogeno; biogas e biometano; cattura e stoccaggio del carbonio; tecnologie di rete).

La posizione del Consiglio Ue porta la lista da otto a dieci, includendo anche il nucleare e i combustibili alternativi sostenibili. Inoltre il mandato amplia l’elenco delle tecnologie net-zero non strategiche, includendo le soluzioni biotecnologiche per il clima e l’energia, ad altre tecnologie nucleari e alle tecnologie industriali trasformative per le industrie ad alta intensità energetica.

Secondo la posizione del Consiglio, le tecnologie strategiche a zero emissioni beneficeranno di procedure di autorizzazione snelle e realistiche e di un sostegno aggiuntivo agli investimenti, pur rispettando gli obblighi dell’Ue e internazionali. Inoltre, l’approccio generale prevede che gli Stati membri designino aree specifiche per accelerare la produzione senza emissioni – chiamate ‘aree di accelerazione net-zero’ – per identificare sinergie tra i progetti strategici o i loro cluster, per testare tecnologie innovative net-zero, facilitare i processi di concessione dei permessi.

Il testo adottato dal Consiglio rappresenta il mandato negoziale degli Stati membri per il negoziato con il Parlamento europeo, che ha adottato la sua posizione in plenaria lo scorso 21 novembre. A quanto apprende GEA il negoziato a tre tra Parlamento e Consiglio, mediato dalla Commissione europea, dovrebbe iniziare già la prossima settimana, il 12 dicembre, con l’idea di proseguire a gennaio e febbraio.

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energia

Accordo Ue sulle Case Green: stop alle caldaie a gas slitta al 2040

Poco più di due ore sono bastate a Parlamento e Consiglio Ue per trovare la quadra politica sulla revisione della direttiva sulla prestazione energetica degli edifici (Energy Performance of Building Directive), la cosiddetta direttiva case green tanto criticata in Italia e proposta dall’Esecutivo comunitario a dicembre 2021 per alzare gli standard energetici del parco immobiliare dell’Ue. Nell’accordo finale i negoziatori hanno ammorbidito parte delle richieste iniziali della Commissione europea.

Al centro della proposta dell’Esecutivo comunitario ci sono gli standard minimi di prestazione energetica – contenuti nell’articolo 9 – con cui Bruxelles aveva proposto di inserire un obbligo di ristrutturare almeno il 15% degli edifici con le peggiori prestazioni in ciascun paese dell’Ue. I negoziatori hanno confermato di volersi lasciare alle spalle l’idea di inserire requisiti di ristrutturazione dell’Ue per i singoli edifici basati su classi energetiche armonizzate, preferendo un approccio in cui vengono stabilite le medie di riferimento per ciascun Paese sull’intero patrimonio edilizio.

STANDARD MINIMI DI PRESTAZIONE. Per gli edifici non residenziali, i negoziatori hanno stabilito che almeno il 16% di quelli con le peggiori prestazioni sarà destinato alla ristrutturazione entro il 2030 e il 26% entro il 2033. Quanto a quelli residenziali, le case, si applicherà un obiettivo medio settoriale di riduzione dell’energia, con un minor consumo energetico del 16% nel 2030 e del 20-22% entro il 2035. L’impianto generale della proposta della Commissione europea viene conservato e dunque a partire dal 2030 tutti i nuovi edifici residenziali dovranno essere costruiti per essere a emissioni zero. Per gli edifici pubblici, questo standard si applicherà a partire dal 2028. Entro il 2050 l’intero patrimonio edilizio esistente dovrà essere a emissioni zero. Per garantire flessibilità ai governi, le misure di ristrutturazione adottate dal 2020 saranno conteggiate ai fini dell’obiettivo ed è prevista, apprende GEA da fonti vicine al negoziato, una clausola aggiuntiva che mira a premiare “gli sforzi iniziali”.

STOP ALLE CALDAIE DAL 2040. Tra i dettagli stabiliti nel corso del negoziato, iniziato intorno alle 16.30 di venerdì, è stato posticipato dal 2035 al 2040 l’obbligo di abbandonare le caldaie alimentate da combustibili fossili per il raffrescamento e riscaldamento nelle abitazioni. I colegislatori hanno inoltre concordato di porre fine a tutti i sussidi per le caldaie autonome entro il 2025. Quanto all’obbligo per gli Stati di installare pannelli solari sui tetti, riguarderà solo i nuovi edifici, gli edifici pubblici e non residenziali a partire rispettivamente dal 2026 al 2030. Ma gli Stati membri dovranno anche attuare strategie, politiche e misure nazionali per l’installazione di impianti solari anche negli edifici residenziali. A detta del relatore per l’Eurocamera, l’eurodeputato dei Verdi Ciarán Cuffe, il voto del Parlamento europeo per confermare l’accordo dovrebbe svolgersi a febbraio. E, una volta approvato, l’attuazione dovrebbe iniziare nel 2026. Gli edifici sono responsabili di circa il 40% del consumo energetico europeo e del 36% delle sue emissioni di CO2.

La sicurezza energetica dell’Italia e dell’Europa passa attraverso la decarbonizzazione

Sicurezza energetica e politica climatica vanno di pari passo, quindi per andare più veloci in termini di sicurezza l’Ue deve andare più spedita anche in termini di decarbonizzazione. E’ chiaro il monito che ha lanciato Matthew Baldwin, direttore generale aggiunto della DG ENER della Commissione europea, nel suo intervento alla decima edizione dell’evento ‘How can we govern Europe?’, organizzato da Withub con la direzione editoriale di Eunews e GEA, che si è tenuto a Bruxelles, presso la residenza dell’ambasciatore d’Italia in Belgio.

L’ultimo panel della giornata di confronto è stato dedicato alla ‘Sicurezza energetica: ridotta la dipendenza dalla Russia, l’Ue è in grado di puntare all’autonomia con fonti rinnovabili?’. Dalla domanda lo spunto per riflettere sugli ultimi due anni che hanno messo alla prova l’Unione europea tra tagli alle forniture di gas da parte della Russia e la necessità di rendersi autonoma (o quasi) dal punto di vista energetico. “Siamo a un punto migliore rispetto a come eravamo un anno fa, ma la crisi ci può colpire ancora”, ha sentenziato, snocciolando i numeri che testimoniano che l’Ue e l’Italia hanno superato o almeno stanno superando la crisi. Come Unione europea “abbiamo deciso rapidamente” di ridurre, nell’ottica di abbandonare totalmente, “la dipendenza dai combustibili fossili russi” attraverso il piano ‘REPowerEu’.

Siamo passati da circa 155 miliardi di metri cubi di gas nel 2021 a 40 miliardi di metri cubi ora” di forniture dal Cremlino. Non solo. La strategia europea punta sul risparmio dei consumi (e l’Italia – ha Baldwin – è riuscita ad andare oltre il target di taglio ai consumi del 18%) e sulla spinta sulle rinnovabili. “Nel 2023 l’Ue si aspetta di installare 70 GigaWatt di capacità rinnovabile, solare ed eolica. L’Italia dovrebbe raddoppiare la capacità installata rispetto all’anno precedente”, ha aggiunto.

Durante la crisi energetica anche Eni si è mossa come azienda e come sistema Paese nel quadro della decisione dell’Ue di ridurre ed eliminare la dipendenza dai combustibili fossili russi. “L’italia in questo è stata un campione, ha portato a termine nel più breve tempo possibile rispetto ad altri Paesi ed è stato fatto grazie a una già esistente diversificazione delle rotte”, ha dichiarato Luca Giansanti, responsabile degli Affari governativi europei di Eni, precisando che il nostro Paese “ha la fortuna di avere gasdotti e di aver deciso di potenziare la capacità di rigassificazione”. A detta di Stefano Verrecchia, rappresentante permanente aggiunto dell’Italia presso l’Ue, durante la crisi l’Italia è stata capace “di rispondere all’emergenza ma come Paese abbiamo sempre cercato di avere un atteggiamento realistico nella transizione, tenendo conto anche della dimensione sociale“, ha aggiunto, sottolineando la necessità di “una soluzione finanziaria importante” per affrontare la transizione.

Nel contesto di riduzione rapida delle emissioni, il rischio, secondo l’eurodeputata del Movimento 5 Stelle, Tiziana Beghin, è quello di “sostituire” la dipendenza dell’Ue dalle forniture russe “con altre dipendenza con partner che non sempre sono partner stabili”, ha detto. “Siamo in un periodo storico in cui si sono verificate condizioni critiche contemporaneamente Con il piano per l’indipendenza energetica ‘RepowerEu e il price cap per il gas siamo riusciti a tenere basso il prezzo dell’energia, ma ancora oggi è doppio rispetto ai livelli pre-crisi e questo crea distorsioni molto elevate”.

Al centro del confronto non solo le rinnovabili, ma anche altre fonti energetiche a zero emissioni, come il nucleare, che dividono l’Ue. Dal Green Deal in poi l’Ue “ha declinato una strategia di decarbonizzazione, e in questo quadro il nucleare c’è ma come scelta dei singoli stati membri e non dell’Ue. Da Bruxelles c’è un impegno soprattutto nel campo della ricerca”, ha ricordato l’eurodeputata del Partito democratico, Patrizia Toia. In tempi recenti è nato in Ue “un nuovo interesse nel nucleare di nuova generazione, per i cosiddetti piccoli reattori nucleari”, ha detto, ricordando che al Parlamento europeo di Strasburgo la prossima settimana si voterà una relazione di iniziativa sui piccoli reattori modulari. La relazione è stata votata nelle scorse settimane in commissione Itre e Toia ha ricordato che la delegazione italiana nel gruppo S&D “non ha votato a favore”.

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