Il Nutriscore, l’etichettatura ‘francese’ nutrizionale a colori

Cinque lettere per cinque bollini colorati. Si chiama ‘NutriScore’ il sistema francese di etichettatura nutrizionale a colori da apporre sulla parte anteriore della confezione dei prodotti (Front-of-pack) che da anni ormai divide l’Unione europea e i suoi stati membri. Inventato in Francia, dove è stato adottato dal 2017 su base volontaria insieme al Belgio, la Germania, il Lussemburgo e i Paesi Bassi.

L’etichetta è composta da colori e da lettere, in una combinazione generata da un algoritmo sviluppato da un team di ricerca francese sull’epidemiologia nutrizionale che mette in relazione le proprietà positive dei cibi o dei prodotti (contenuto di proteine, fibre e frutta, verdura, noci) e le proprietà negative (contenuto di energia, zuccheri, grassi saturi, sodio (parte del sale da cucina) per arrivare a un punteggio compreso tra -15 (scelta migliore) e +40 (il peggior malsano).

Il ‘bollino’ colorato francese sulla qualità nutrizionale dei prodotti si basa su una scala di 5 colori dal verde scuro all’arancione scuro e viene associato a lettere che vanno dalla A alla E per facilitarne la comprensione da parte del consumatore. Il colore e la lettera vengono assegnati sulla base di un punteggio che tiene conto, per 100 g o 100 ml di prodotto, del contenuto: in nutrienti e alimenti da favorire (fibre, proteine, frutta, verdura, legumi, noci, colza, noci e olio d’oliva), e nutrienti da limitare (energia, acidi grassi saturi, zuccheri, sale).

Il nutriscore e il packaging saranno peraltro gli argomenti oggetto del focus di uno dei quattro panel del convegno “L’evoluzione dell’agroalimentare italiano ed europeo tra sostenibilità e benessere”, organizzato da Gea, Eunews – testate di Withub – e Fondazione Art. 49 in collaborazione con il Parlamento europeo e con il patrocinio della Commissione europea. L’appuntamento del 9 marzo a Roma, presso Europa Experience, darà la stura al ciclo di sei eventi Withub previsti per il 2023: un momento di scambio e confronto tra esponenti di primo piano delle istituzioni nazionali ed europee con esperti, operatori di settore, organizzazioni di categoria e portatori di interesse. Gli altri argomenti che saranno affrontati durante i panel del convegno saranno gli insetti e le carne sintetiche, le avvertenze sanitarie sulle etichette degli alcolici; l’innovazione e il PNRR per l’agricoltura sostenibile.

Nel quadro della sua politica agroalimentare, la strategia ‘Farm to Fork’ (Dal campo alla tavola) pubblicata a maggio 2020, la Commissione europea ha promesso di rivedere tutta la legislazione europea relativa alla cosiddetta ‘Informazione alimentare ai consumatori’ con una proposta legislativa al Parlamento europeo e agli Stati membri che coprirà tutte e quattro le tipologie di etichette alimentari: le etichette nutrizionali, etichette d’origine, indicazione della data ed etichette per le bevande alcoliche.

La parte più discussa in Unione Europea su questa iniziativa di riforma è quella sull’etichetta nutrizionale da apporre sulla parte anteriore della confezione dei prodotti, che l’Esecutivo vuole armonizzare a livello comunitario scegliendo un modello che sia uguale per tutti.

Bruxelles aveva promesso di avanzare entro fine 2022 la proposta legislativa, ma per ora sembra rimandata a data da destinarsi. Un funzionario dell’Ue precisa che come per tutte le proposte legislative, è in corso al momento una valutazione d’impatto che si basa “sulle prove scientifiche fornite dall’Autorità europea per la sicurezza alimentare e dal Centro comune di ricerca e sulle consultazioni con i cittadini, le parti interessate e le indagini mirate con gli Stati membri, le imprese, le PMI e le organizzazioni dei consumatori e della salute”. In questa fase, “sono in corso lavori tecnici per raccogliere ulteriori prove” e dunque non c’è data certa per la presentazione da parte dell’Ue, che potrebbe addirittura non arrivare durante l’attuale legislatura che si concluderà nel 2024.

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Il nuovo piano dell’Ue per salvare api e farfalle: meno pesticidi e ripristino habitat

Affrontare “l’allarmante declino” degli insetti impollinatori selvatici in Europa, come api e farfalle. E’ l’obiettivo del ‘Nuovo accordo per gli impollinatori’, presentato oggi dalla Commissione europea, che definisce le azioni che le istituzioni comunitarie e gli Stati membri devono intraprendere per invertire il declino degli impollinatori entro il 2030, dal momento in cui a oggi sul continente europeo sta scomparendo una specie di api, farfalle e sirfidi su tre.

L’iniziativa stabilisce obiettivi per il 2030 e azioni nell’ambito di tre priorità, la più importante delle quali è il miglioramento della conservazione degli impollinatori e la riduzione delle cause del loro declino. L’obiettivo di invertire il declino delle popolazioni di impollinatori entro il 2030 è giuridicamente vincolante e il gabinetto von der Leyen ha invitato i co-legislatori del Parlamento e del Consiglio dell’Ue a “impegnarsi attivamente” nell’attuazione delle nuove azioni, che integreranno i Piani nazionali di ripristino dei Ventisette.

Tra le azioni proposte dalla Commissione europea per la tutela degli insetti impollinatori compare il progetto di una rete di corridoi ecologici per gli impollinatori (le cosiddette ‘Buzz Lines’) e l’identificazione degli impollinatori tipici degli habitat protetti dalla Direttiva Habitat che gli Stati membri dovrebbero salvaguardare. Ma per l’esecutivo comunitario è anche prioritaria la riduzione del rischio e la mitigazione dell’impatto dei pesticidi sugli impollinatori, considerato il fatto che l’uso eccessivo di pesticidi è un fattore chiave della perdita di impollinatori“. Per esempio si potrebbe imporre per legge l’attuazione di una “gestione integrata dei parassiti” o l’introduzione di “ulteriori metodi di test per determinare la tossicità dei pesticidi per gli impollinatori, compresi gli effetti sub-letali e cronici“. L’esecutivo comunitario indica anche la necessità di ripristinare gli habitat nei paesaggi agricoli, in particolare attraverso un maggiore sostegno all’agricoltura favorevole agli impollinatori nell’ambito della Politica agricola comune, ma anche nelle aree urbane. Da affrontare anche l’impatto dei cambiamenti climatici, delle specie esotiche invasive, dei biocidi e dell’inquinamento luminoso sugli insetti impollinatori.

Edifici green? Serve la riforma del catasto: in Italia 1,2 milioni di case fantasma

Edilizia sostenibile, un tema ambientale che per l’Italia è, in realtà, un nodo politico, e di quelli non facili da sciogliere. La proposta di direttiva sull’efficienza energetica degli edifici che tanto anima il dibattito sulle ristrutturazioni degli immobili, va oltre la portata ‘green’ dell’iniziativa legislativa. Per poter pianificare gli interventi di ammodernamento ed efficientamento serve innanzitutto una mappatura delle unità abitative, per capire dove intervenire. Mappatura che si traduce con la riforma del catasto. E’ questo uno scoglio tutto italiano che si trascina da anni.

La Commissione europea, e il Consiglio dell’Ue, nell’ambito del ciclo di coordinamento delle politiche economiche, continuano a includere nella raccomandazioni specifiche per l’Italia la riforma del catasto. Il motivo di base è la lotta all’evasione fiscale, questione considerata in Europa come di prioritaria importanza. Un richiamo valido soprattutto per l’Italia, per cui i valori sono considerati “piuttosto obsoleti”. Un principio ribadito anche al governo Draghi, in occasione delle raccomandazioni prodotte a maggio 2022, e portato all’attenzione del governo Meloni, attualmente in carica, nell’opinione alla legge di bilancio licenziata dalla maggioranza di centro-destra. Qui si chiede “una riforma dei valori catastali unitamente ad un meccanismo di adeguamenti periodici”.

Un intervento che da Meloni e i suoi alleati si attende con una certa impazienza, considerando che l’Europa l’aspetta da almeno dieci anni. Già nelle raccomandazioni specifiche per Paese del 2013 si può rinvenire la richiesta esplicita di una “una revisione dei valori catastali”. Indirizzata all’allora governo Letta, a cui ne sono succeduti altri sei, considerando anche quelli attuali. E’ vero che la proposta legislativa all’esame del Parlamento europeo e in corso di iter di discussione è una direttiva, e lascia dunque libertà di manovra agli Stati membri su come agire, ma i numeri relativi alla portata della riforma in cantiere in sede Ue, per l’Italia, rischiano di non essere quelli esatti.

Si stima che ci siano almeno circa 1,2 milioni di case fantasma nel Paese, costruzioni esistenti ma non registrate. Quante e quali di esse possano aver bisogno di sostituzione di infissi, realizzazione di capotti termici, cambio di caldaie risulta difficile da stabilire. Il dilemma del governo è che procedere all’individuazione di questi edifici abitativi vorrebbe dire, una volta compiuto il censimento, procedere alla richiesta del pagamento delle imposte, e chiedere tasse, anche se giustificabile, è un qualcosa che si rischia di pagare in termini elettorali e di consenso.
Non è solo una questione di ricadute sulle famiglie, che comunque si pone. Ristrutturare casa come vorrebbe l’Ue vorrebbe dire spese per “almeno 10mila euro ad appartamento”, avverte Giorgio Spaziani Testa, presidente di Confedilizia, nell’intervista concessa a Libero. C’è anche il nodo politico della questione. Un nodo su cui rischia di incepparsi la più ampia agenda verde dell’Unione europea.

Case green, Ue boccia edilizia italiana: fino a 3,7 milioni di edifici da ristrutturare entro il 2033

Nuovi edifici a zero emissioni dal 2030 e standard minimi (e comuni) di rendimento energetico per la ristrutturazione degli edifici esistenti in Europa. La proposta di revisione della direttiva sul rendimento energetico nell’edilizia (la cosiddetta EPDB – ‘Energy Performance of Building Directive’, parte del pacchetto sul clima ‘Fit for 55’), avanzata dalla Commissione europea il 15 dicembre 2021 è tornata a far parlare di sé in Italia, dove già prima di essere presentata aveva sollevato un’aspra polemica. Secondo le stime, basate sulla proposta della Commissione Ue che difficilmente rimarrà uguale dopo il negoziato con il Parlamento europeo e gli Stati membri, per l’Italia potrebbe significare dover ristrutturare al massimo tra 3,1 e i 3,7 milioni di edifici residenziali entro il 2033, degli oltre 12 milioni totali.

LA PROPOSTA. La revisione della direttiva è parte dei piani della Commissione Ue del ‘Fit for 55’, il pacchetto legislativo presentata a luglio 2021 per abbattere le emissioni del 55% entro il 2030, come tappa intermedia per la neutralità climatica al 2050. L’Ue prende atto del fatto che l’edilizia è responsabile del 40% dei consumi energetici d’Europa e del 36% dei gas a effetto serra provenienti dal settore energetico.
La proposta della Commissione Ue prende di mira gli edifici con le prestazioni energetiche peggiori, introducendo standard comuni minimi di performance energetiche sulla base dei quali costruire una classificazione che va dalla ‘A’ (gli edifici con gli standard migliori) a ‘G’, per quelli peggiori. Ci sono tempi diversi per gli immobili pubblici (come gli ospedali o gli uffici) e quelli residenziali, le case vere e proprie su cui in Italia si è concentrata di più la polemica. L’approccio che adotta la Commissione europea è quello della ristrutturazione degli edifici con le peggiori prestazioni energetiche, quindi quelli nelle classi “G” o “F”. Quanto agli edifici pubblici che hanno il livello di prestazione energetica più scarso “G” dovranno rientrare almeno nella classe superiore “F” entro il primo gennaio 2027 e di classe E entro il primo gennaio 2030. Per gli edifici residenziali, le case vere e proprie, i tempi si allungano e dovrebbero raggiungere la classe “F” entro il primo gennaio 2030 e la classe “E” entro il primo gennaio 2033.

Nello specifico, Bruxelles ha proposto di inserire nella classe G, il 15% degli edifici con le prestazioni peggiori. Nel caso italiano, questa classe si applicherebbe al 15% dei 12,2 milioni di edifici residenziali presenti in Italia, dunque circa 1,8 milioni di case e palazzi. Complessivamente, se la direttiva dovesse rimanere così come proposta dalla Commissione dopo il negoziato con Eurocamera e Consiglio Ue, l’efficientamento edilizio in Italia potrebbe riguardare tra i 3,1 e 3,7 milioni di edifici entro il 2033, anche se il calcolo potrebbe essere rivisto al ribasso viste le esenzioni previste nella proposta (come ad esempio quella per gli edifici storici e per le seconde case). Ad oggi, però, riuscire a stabilire i numeri è difficile, soprattutto perché è improbabile che il testo finale della direttiva sarà lo stesso della proposta originaria della Commissione.

I FONDI PER FINANZIARE LA TRANSIZIONE. Parte della polemica montata in Italia riguarda i costi di questa ondata di rinnovamento richiesta da Bruxelles, per la quale la Commissione Ue non ha previsto un fondo specifico. Agli Stati membri sarà richiesto di mettere a punto dei piani nazionali di ristrutturazione degli edifici, che saranno poi integrati in quelli nazionali di energia e clima (Pnec) in cui stabilire una roadmap con specifiche scadenze per raggiungere classi di rendimento energetico più elevate in linea con il loro percorso verso le emissioni zero al 2050.

Così come è difficile adesso calcolare quanti edifici potrebbero essere toccati dal rinnovamento, è difficile capire quanti soldi potrebbe avere a disposizione l’Italia. Uno degli strumenti finanziari dall’Ue che potrebbe essere usato è il Fondo sociale per il clima, uno dei pilastri del ‘Fit for 55’ pensato proprio per ammortizzare i costi della transizione. Nel complesso si tratterà di circa 86,7 miliardi di euro complessivi tra tutti e 27 da mobilitare tra 2026 e 2032, un fondo finanziato con parte delle entrate del secondo mercato del carbonio per trasporti ed edifici, parte della revisione Ets. Altre risorse, secondo Bruxelles, potrebbero arrivare dai fondi regionali e dal piano nazionale di ripresa e resilienza (pnrr) su cui gli Stati membri hanno piena responsabilità di come e dove indirizzare le risorse.

La polemica è rimontata in Italia con l’avvicinarsi del primo voto all’Eurocamera il prossimo 9 febbraio in commissione Industria, ricerca ed energia (Itre), dopo che gli Stati membri hanno trovato la loro posizione (stravolgendo la proposta della Commissione) a ottobre. Dopo l’adozione del mandato in plenaria, potranno iniziare i negoziati a tre con l’Eurocamera e gli Stati membri, per un accordo finale.

Larve insetti farina

Vermi e grilli nel piatto: 54% italiani contrari a insetti. Filiera Italia: Non è sostenibilità

Anche le  larve di Alphitobius diaperinus (verme della farina minore) entrano nel novero dei nuovi alimenti. Dopo la locusta migratoria e il grillo domestico, un quarto insetto si aggiunge alla lista dei nuovi alimenti autorizzati dall’Ue: dal 26 gennaio infatti potranno essere commercializzate nell’Unione le larve del verme della farina minore (Alphitobus diaperinus) congelate, in pasta, essiccate. L’autorizzazione, proposta dalla Commissione europea e approvata dagli Stati Ue, arriva dopo l’ok dato a partire dalla fine del 2021 prima alle larve gialle della farina, poi alla locusta migratoria e da ultimo ai grilli. Tutti in forma congelata, essiccata o in polvere. E, a quanto si apprende, altre otto domande sono in lista d’attesa. In tutti i casi, le norme Ue sui cosiddetti ‘novel food’ includono requisiti specifici di etichettatura per quanto riguarda l’allergenicità poiché le proteine da insetti possono causare reazioni soprattutto nei soggetti già allergici a crostacei, acari della polvere e, in alcuni casi, ai molluschi.

Nonostante la levata di scudi di molti in Italia, Bruxelles continua a vedere gli insetti, e le proteine alternative in generale, come una risposta all’aumento del costo delle proteine animali, del loro impatto ambientale, dell’insicurezza alimentare, della crescita della popolazione e della corrispondente, crescente domanda di proteine tra le classi medie. Inoltre, come ricordano dalla Commissione europea, l’allevamento di insetti potrebbe contribuire anche a ridurre le emissioni di gas serra e lo spreco alimentare. Ciononostante, l’accelerazione sugli insetti a tavola non sembra interessare i consumatori europei e soprattutto gli italiani che, per la grande maggioranza, non li porterebbero mai in tavola, considerandoli estranei alla cultura alimentare nazionale: il 54% è infatti contrario agli insetti a tavola, mentre è indifferente il 24%, favorevole il 16% e non risponde il 6%, secondo un’indagine Coldiretti/Ixè. Una corretta alimentazione, infatti, non può prescindere dalla realtà produttiva e culturale locale nei Paesi del terzo mondo come in quelli sviluppati, sostiene la Coldiretti, e a questo principio non possono sfuggire neanche bruchi, coleotteri, formiche o cavallette a scopo alimentare che, anche se iperproteici, sono molto lontani dalla realtà culinaria nazionale italiana ed europea. Si tratta, comunque, di alimenti che hanno ricevuto l’autorizzazione dall’Efsa, l’autorità alimentare Europea che però, precisa la Coldiretti, nel suo parere scientifico ha rilevato che il consumo di questi insetti può causare reazioni allergiche nelle persone allergiche ai crostacei e agli acari della polvere.

E da Filiera Italia è arrivato anche l’appello a non confondere il consumo di insetti con la sostenibilità. “Nessuno vuole vietare un bel piatto di insetti a chi lo desidera ma non si racconti la barzelletta della sostenibilità – spiega Luigi Scordamaglia, consigliere delegato di Filiera Italia – questo oggi in un momento in cui la nostra produzione rischia di essere smantellata in nome di una sostenibilità ideologica che vorrebbe trasformare i nostri terreni agricoli in giardini improduttivi. Si difenda piuttosto il modello italiano, esempio di sostenibilità a livello mondiale, in grado di vincere la sfida di produrre il cibo necessario a rispondere a un fabbisogno crescente impattando sempre meno“.

Acquisti congiunti di gas: von der Leyen promette l’avvio dei negoziati in primavera

Avviare i negoziati con i principali fornitori internazionali di gas all’inizio della primavera, per arrivare a concludere i primi contratti congiunti a livello comunitario “ben prima dell’estate”. A scandire l’agenda per l’avvio dei primi acquisti congiunti di gas (cui seguiranno quelli di Gnl e, in futuro, anche idrogeno) la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, nel suo intervento di questa mattina di fronte all’Aula del Parlamento europeo a Strasburgo.
“La piattaforma energetica comune è pronta e funzionante”, ha esultato la presidente, sottolineando che “con il sostegno degli Stati membri e dell’industria europea, stiamo creando un consorzio europeo che ci consentirà di aggregare la domanda e di sfruttare efficacemente il peso politico e di mercato dell’UE: è quello che abbiamo sempre voluto, il nostro potere di mercato collettivo di 27 persone”. Ora – ha aggiunto la presidente – “puntiamo ad avviare le trattative con i principali fornitori internazionali di gas già all’inizio della primavera, con l’obiettivo di concludere i primi contratti congiunti ben prima dell’estate”, ha dichiarato.
Lunedì scorso si è tenuta a Bruxelles la prima riunione formale del comitato direttivo della piattaforma energetica dell’Ue che si occuperà anche degli acquisti comuni di gas, composto dai rappresentanti della Commissione europea, dei 27 paesi Ue e della comunità dell’Energia. Bruxelles dovrebbe selezionare entro poche settimane un fornitore di servizi per organizzare la piattaforma informatica che servirà per l’aggregazione della domanda. A quanto apprende GEA, la procedura per avviare la gara d’appalto e selezionare il “fornitore dei servizi” è già stata avviata dalla Commissione europea.
L’idea di una piattaforma per gli acquisti congiunti, sulla scia della messa in comune dei vaccini durante il Covid-19, si è resa necessaria secondo la Commissione perché “sul piano commerciale la scorsa estate, abbiamo assistito a concorrenza e questo è stato uno dei motivi per cui abbiamo pagato prezzi del gas esorbitanti”, secondo la commissaria europea per l’energia, Kadri Simson. La commissaria estone è intervenuta oggi nel panel dal titolo ‘La quadratura del cerchio energetico europeo’ del World Economic Forum in corso questa settimana a Davos, in riferimento alla piattaforma energetica per gli acquisti congiunti di gas lanciata dalla Commissione europea lo scorso 7 aprile con il doppio scopo di abbassare i prezzi facendo leva sul potere di mercato dell’Ue ed evitare concorrenza tra Stati membri sulle forniture. Ora la Commissione europea darà vita a un “consorzio di acquirenti di gas, creeremo questo cartello di acquirenti” di gas a livello europeo, ha ricordato la commissaria, assicurando però che il consorzio europeo “sarà temporaneo” e “non è qualcosa che avrà un impatto sulla nostra economia di mercato, ma è necessario per essere meglio preparati per il prossimo inverno”.

Vestager: “Per poter accelerare transizione verde c’è bisogno di una risposta europea”

È un momento decisivo per la tenuta del mercato unico di fronte alle sfide dell’Inflation Reduction Act (Ira) degli Stati Uniti, il piano contro l’inflazione che Bruxelles teme possa svantaggiare le imprese dell’Unione Europea. La competitività industriale, così come l’unità nell’implementazione della transizione verde e nell’affrontare gli alti prezzi dell’energia, richiede una “risposta comune europea” e non un approccio autonomo di ogni Stato membro negli investimenti nei settori strategici. È quanto ribadisce la vicepresidente esecutiva della Commissione Ue e commissaria per la Concorrenza, Margrethe Vestager, in un’intervista rilasciata a GEA in vista del vertice dei leader Ue di febbraio, quando i Ventisette discuteranno di una revisione temporanea degli aiuti di Stato e di un fondo di sovranità industriale.

Quali sono le sfide che deve affrontare l’industria europea?
“Sono due. Un’impennata senza precedenti dei prezzi dell’energia e l’Ira che, con i suoi sostanziali sussidi verdi, rischia di trasferire gli investimenti e i posti di lavoro europei negli Stati Uniti. Dobbiamo portare avanti a pieno ritmo i nostri sforzi verso un’economia più sostenibile dal punto di vista ambientale, con prezzi energetici bassi. Questa è la nostra soluzione per una maggiore competitività nel lungo periodo”.

Come si sta impostando il confronto con gli Stati Uniti?
“Stiamo lavorando con gli Stati Uniti per trovare soluzioni concrete per limitare, e idealmente invertire, i danni. Abbiamo accolto con favore le nuove linee guida emanate alla fine del 2022, che ribadiscono che le aziende dell’Ue possono beneficiare del programma di credito per i veicoli commerciali puliti nell’ambito della legge statunitense sulla riduzione dell’inflazione. È il frutto di un impegno costruttivo nell’ambito della task force Ue-Usa per la riduzione dell’inflazione a livello di alti funzionari. Tuttavia, mentre parliamo con i nostri partner internazionali, dobbiamo anche fare i compiti a casa”.

In che modo?
“Dobbiamo trovare nuove soluzioni per continuare ad attrarre in Europa innovazioni e investimenti nella transizione verde. Per quanto riguarda gli aiuti di Stato, dobbiamo rendere le nostre regole più semplici, più rapide e più mirate. E dobbiamo farlo senza mai mettere a repentaglio la parità di condizioni tra i Paesi europei, perché non c’è transizione verde redditizia per l’Europa nel suo complesso se alcuni Paesi vincono su altri. Il Mercato unico è il nostro bene più prezioso, dobbiamo continuare a proteggerlo ed evitare le corse ai sussidi dannosi. In altre parole, il controllo degli aiuti di Stato è necessario per preservare il Mercato unico e la coesione all’interno dell’Unione e per consentire all’economia europea di riprendersi dall’attuale crisi”.

Gli Stati membri sembrano avere necessità di un nuovo approccio agli aiuti di Stato.
“Siamo ben consapevoli delle difficoltà causate dall’attuale crisi energetica e della necessità per gli Stati membri di sostenere le proprie economie in queste circostanze eccezionali. Abbiamo bisogno di una risposta europea che acceleri la transizione verde, elimini le barriere esistenti nel Mercato unico e, allo stesso tempo, consenta agli Stati membri di fornire un sostegno rapido e mirato ai settori chiave. Abbiamo già un Quadro di crisi temporaneo, che comprende una serie di importanti salvaguardie per garantire che gli aiuti non comportino indebite distorsioni della concorrenza e della parità di condizioni nel Mercato unico. Il quadro ha già permesso agli Stati membri di sostenere l’economia mobilitando finora 672 milioni di euro di finanziamenti nazionali, ma potrebbe essere necessario fare di più”.

Su quale fronte?
“Soprattutto nell’attuale situazione, è importante trovare il giusto equilibrio tra il mantenimento degli incentivi al risparmio energetico e la possibilità di fornire un sostegno mirato per evitare che la crisi faccia uscire dal mercato aziende altrimenti di successo. Abbiamo quindi deciso di consultare gli Stati membri su questo punto. Nessuno è nella posizione migliore per dirci dove e come le nostre norme sugli aiuti di Stato dovrebbero essere semplificate. Gli Stati membri ci daranno anche il loro parere su come bilanciare al meglio la necessità di sostenere la produzione in alcuni tipi di settori, che sono strategici per la transizione verde, con il possibile rischio di frammentazione del Mercato unico”.

Cosa si aspetta dalla consultazione?
“Sulla base di ciò che ci dirà il sondaggio, effettueremo gli adattamenti necessari per trasformare il nostro quadro esistente in un quadro temporaneo di crisi e di transizione. Vogliamo rendere queste regole temporanee più rapide, semplici e prevedibili, a vantaggio di tutti gli Stati membri, al fine di accelerare gli investimenti pubblici per alimentare la transizione, preservando al contempo condizioni di parità nel mercato unico”.

L’Italia è uno dei Paesi con uno spazio fiscale ridotto. Non c’è il rischio di penalizzare questi Stati membri?
“È ovvio che non tutti i Paesi membri hanno la stessa possibilità di erogare aiuti di Stato, alcuni hanno molto più spazio fiscale di altri. Ma dobbiamo anche garantire nel nostro Mercato unico le stesse condizioni di parità che chiediamo agli Stati Uniti. Se da un lato è fondamentale che gli Stati membri abbiano la flessibilità di investire i loro bilanci in settori strategici, dall’altro questo approccio non può essere autonomo, perché favorirebbe gli Stati con tasche profonde e porterebbe a distorsioni che finirebbero per minare il Mercato unico”.

La soluzione può essere un nuovo fondo comune?
“Abbiamo bisogno di una risposta europea comune a questa sfida. Per questo proponiamo di introdurre un nuovo fondo europeo di sovranità. Questo finanziamento complementare garantirà che tutti i Paesi europei possano beneficiare della transizione verde, e non solo alcuni. Già oggi il nostro bilancio dell’Ue, così come strumenti quali il Recovery and Resilience Facility e RePowerEu, forniscono mezzi finanziari per sostenere l’economia dell’Ue nel raggiungimento degli obiettivi del Green Deal”.

Quale dovrebbe essere l’obiettivo del fondo europeo di sovranità industriale?
“Nel medio termine dobbiamo rafforzare le risorse disponibili per la ricerca a monte, l’innovazione e i progetti strategici a livello europeo. Ciò significa garantire, da un lato, nuovi e ulteriori finanziamenti a livello europeo e, dall’altro, un più alto livello di coordinamento delle politiche, come l’idrogeno, i semiconduttori, l’informatica quantistica, l’intelligenza artificiale e le biotecnologie. Detto questo, resta un fatto: il sostegno pubblico non può fare tutto. Gli aiuti di Stato sono una soluzione efficace alle sfide attuali, ma non si può costruire la competitività a partire dai sussidi. Soltanto un Mercato unico forte e ben funzionante può garantire una crescita sostenibile e a lungo termine”.

Ursula von der Leyen

Von der Leyen annuncia a Davos il ‘NetZero Industry Act’: Piano per l’industria a zero emissioni

Per realizzare la transizione “senza creare nuove nuove dipendenze, abbiamo un piano industriale per il Green Deal, un piano per rendere l’Europa la patria della tecnologia pulita e l’innovazione industriale sulla strada del net-zero che coprirà quattro punti chiave: il contesto normativo, il finanziamento, le competenze e il commercio”. La presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, sceglie il palco della 53esima edizione del World Economic Forum di Davos per annunciare il Piano industriale green dell’Ue, precisando che per creare un ambiente normativo adeguato per i settori cruciali per raggiungere le zero netto (come eolico, pompe di calore, solare, idrogeno pulito) Bruxelles presenterà un nuovo ‘NetZero Industry Act’ (una Legge per l’industria a zero emissioni) che – a detta di von der Leyen – identificherà obiettivi chiari per la tecnologia pulita europea entro il 2030. L’obiettivo sarà “concentrare gli investimenti su aspetti strategici e progetti lungo tutta la filiera”, in particolare “come semplificare e accelerare le autorizzazioni per nuovi siti di produzione clean tech“.

In parallelo, l’Ue penserà a “come velocizzare l’elaborazione di importanti progetti di comune interesse europeo nel settore delle tecnologie pulite, più facile da finanziare e di più facile accesso per le piccole imprese e per tutti gli Stati membri”. A quanto riferito da von der Leyen, il futuro ‘Net-ZeroIndustry Act’ andrà di pari passo con il ‘Critical Raw Materials Act’, la legge dell’Ue sulle materie prime critiche la Commissione dovrebbe presentare quest’anno. “Per le terre rare che sono vitali per le tecnologie chiave per la produzione – come la produzione di energia eolica, lo stoccaggio dell’idrogeno o le batterie – l’Europa oggi è dipendente per il 98% da un paese: la Cina”, ricorda von der Leyen. Quindi, “dobbiamo migliorare la raffinazione, lavorazione e riciclaggio delle materie prime qui in Europa”.

Per la presidente della Commissione Europea, Davos è anche l’occasione per sottolineare le preoccupazioni di Bruxelles per il piano contro l’inflazione Usa, l’Inflation Reduction Act (Ira), che prevede sussidi verdi per 369 miliardi di dollari varato dall’amministrazione Biden in agosto. Perché “la tecnologia pulita è ora il settore di investimento in più rapida crescita in Europa”, ed è un bene che “altre grandi economie lo stiano intensificando”. Però, c’è un però. Perché da parte Ue restano “alcuni elementi del progetto dell’Ira che hanno sollevato un certo numero di preoccupazioni e per questo abbiamo lavorato con gli Stati Uniti per trovare soluzioni, ad esempio in modo che anche le aziende dell’Ue e le auto elettriche prodotte nell’Ue possano beneficiare” degli incentivi dell’Ira. Il nostro obiettivo – aggiunge von der Leyen – dovrebbe essere quello di “evitare interruzioni nel commercio e negli investimenti transatlantici”. Concorrenza e commercio sono “la chiave per accelerare la tecnologia pulita e la neutralità climatica”.

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Energia, in vigore norme Ue per per proteggere le infrastrutture critiche

Due direttive per proteggere le infrastrutture critiche e digitali dell’Unione europea da futuri attacchi ibridi. In attesa del confronto tra i Paesi membri Ue sulla proposta di raccomandazione della Commissione per la resilienza di gasdotti e cavi marini, sono entrati in vigore sul territorio comunitario i pezzi cruciali della legislazione comunitaria per armonizzare la prevenzione e la risposta in particolare alle “minacce informatiche, criminalità, rischi per la salute pubblica e catastrofi naturali“.

Le recenti minacce alle infrastrutture critiche dell’Ue hanno tentato di minare la nostra sicurezza collettiva“, ha sottolineato la Commissione europea, facendo riferimento al sabotaggio di fine settembre dello scorso anno dei due gasdotti Nord Stream nel Mar Baltico. A questo si aggiungono i “nuovi rischi derivanti dall’aggressione della Russia all’Ucraina” sulle infrastrutture energetiche e di sicurezza dei Ventisette, per cui Ue e Nato hanno deciso di istituire una task force congiunta e il gabinetto von der Leyen ha presentato cinque linee-guida per la loro protezione: stress test, aumento della capacità di risposta attraverso il Meccanismo di protezione civile dell’Ue, identificazione satellitare delle minacce, rafforzamento della cooperazione internazionale e implementazione della legislazione comunitaria. Proprio come dimostra l’entrata in vigore della direttiva Nis2 e della direttiva Cer, che dovranno essere recepite nel diritto nazionale dei Paesi membri entro 21 mesi.

La direttiva aggiornata Nis 2 (Network Information Systems) garantirà l’ampliamento dei settori e delle tipologie di entità critiche che rientrano nel campo di applicazione: energia, trasporti, salute e infrastrutture digitali, compresi fornitori di reti e servizi pubblici di comunicazione elettronica, servizi dei centri dati, gestione delle acque reflue e dei rifiuti, enti della pubblica amministrazione e settore sanitario. Lo scopo è definire le regole minime per un quadro normativo e stabilire i meccanismi per la cooperazione tra le autorità competenti in ogni Stato membro. Saranno rafforzati i requisiti di gestione del rischio che le aziende sono tenute a rispettare e saranno snelliti gli obblighi di segnalazione degli incidenti con disposizioni più precise sul contenuto e tempistica. Grazie alla direttiva Nis2 sarà anche istituita formalmente la rete dell’Organizzazione europea di collegamento per le crisi informatiche (Eu-CyCLONe), che sosterrà la gestione coordinata di incidenti e crisi di cybersicurezza su larga scala.

La direttiva sulla resilienza dei soggetti critici (Cer) sostituisce invece quella del 2008, per rafforzare la resilienza delle infrastrutture critiche da rischi naturali, attacchi terroristici, minacce interne e sabotaggio. Saranno coperti in totale 11 settori, dall’energia ai trasporti, dalla sanità all’acqua potabile e le acque reflue, fino a infrastrutture digitali, spazio e settore alimentare. Gli Stati membri dell’Unione dovranno adottare una strategia nazionale ed effettuare valutazioni periodiche almeno ogni quattro anni, per identificare le entità considerate critiche o vitali per la società e l’economia. A loro volta i soggetti critici dovranno identificare i rischi rilevanti che possono interrompere in modo “significativo” la fornitura di servizi essenziali, adottare misure appropriate per la sicurezza e notificare alle autorità nazionali gli incidenti che causano interruzioni. A questo si aggiunge l’identificazione degli enti “di particolare rilevanza europea“, ovvero quelli che forniscono un servizio essenziale a sei o più Stati membri: in questo caso la Commissione Ue può proporre – con l’accordo delle capitali interessate – di valutare le misure messe in atto per soddisfare gli obblighi previsti dalla direttiva Cer.

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Auto a zero emissioni, bici e treni: la strategia Ue per la mobilità sostenibile

Dalla scure sulle emissioni delle auto a treni più veloci, dal piano per l’espansione delle infrastrutture ciclabili all’installazione di milioni di punti di ricarica pubblici. Nel corso degli ultimi due anni è diventata sempre più stratificata e ambiziosa la strategia dell’Unione europea per accelerare la mobilità sostenibile, a partire da una serie di proposte che si stanno concretizzando e che diventeranno una realtà sul medio e lungo termine.

Tutto ha avuto inizio il 9 dicembre 2020, con la presentazione da parte del gabinetto guidato da Ursula von der Leyen della ‘Strategia per la mobilità sostenibile e intelligente’. Una serie di obiettivi da concretizzare entro la fine della legislatura nel 2024 per trasformare il sistema di trasporto dei 27 Paesi membri e allinearlo all’ambizione ‘neutralità climatica al 2050’ del Green Deal europeo. Dal momento in cui i trasporti sono responsabili complessivamente di almeno un quarto delle emissioni di gas a effetto serra registrate nell’Ue, la strategia scandisce tre tappe temporali. Entro il 2030 dovranno viaggiare sulle strade europee 30 milioni di automobili a emissioni zero (con 3 milioni di punti di ricarica pubblici installati) e la mobilità su ferro ad alta velocità dovrà essere raddoppiata rispetto ai livelli attuali. Entro il 2035 dovrà essere pronto il mercato degli aeromobili di grandi dimensioni a zero emissioni. Ed entro il 2050 tutte le automobili, i furgoni, gli autobus e i veicoli pesanti nuovi dovranno essere a zero emissioni.

È, però, nel 2021 che la strategia ha assunto contorni ben precisi. Il 14 luglio la Commissione ha adottato il pacchetto Fit for 55, con una serie di proposte che si inseriscono nel solco dell’implementazione della mobilità. La più significativa è la revisione del regolamento che stabilisce gli standard di prestazione in materia di emissioni di CO₂ per le autovetture e i veicoli commerciali leggeri nuovi: con l’intesa raggiunta tra i co-legislatori del Parlamento e del Consiglio dell’Ue è stato sancito lo stop ai motori a combustione interna – quindi benzina e diesel – entro il 2035 su tutto il territorio comunitario. Esattamente cinque mesi più tardi sono arrivate anche le proposte per modernizzare il sistema europeo del trasporto, spostando quanto più possibile passeggeri e merci su rotaia: il traffico ferroviario ad alta velocità dovrà essere raddoppiato entro il 2030, prima di portare a compimento nel 2050 la rete transeuropea di trasporto multimodale (Ten-T). Allo stesso tempo sarà sostenuta l’introduzione di punti di ricarica per carburanti alternativi come l’idrogeno e gli Stati membri dovranno sviluppare piani nazionali nazionali per assistere le città nello sviluppo dei loro piani di mobilità sostenibile, con particolare attenzione al problema della congestione del traffico urbano.

In questo contesto va ricordata una strategia che non è ancora stata presentata dalla Commissione Ue, ma che la titolare per l’Energia, Kadri Simson, ha recentemente anticipato essere al vaglio dell’esecutivo comunitario. Quella sull’incentivazione dell’uso della bicicletta per ridurre la dipendenza dai combustibili fossili nel settore dei trasporti, “fino a un risparmio pari a cinque milioni di tonnellate di petrolio”. Una traccia di questa volontà si ritrova nella proposta di nuove regole per gli investimenti nella rete di trasporto transeuropea, in cui è stato incluso l’obbligo per ogni città con più di 100 mila abitanti di un piano entro il 2025 per rendere la mobilità urbana pulita, sostenibile e senza emissioni. Usare la bicicletta è però anche una questione di infrastrutture ed è per questo che i Paesi membri devono raddoppiare i chilometri di piste ciclabili, portandoli a 5 mila entro il 2030. Per quanto riguarda le bici elettriche si pone anche il problema della ricarica: non è un caso se nella revisione della direttiva sulla prestazione energetica nell’edilizia sono previsti punti di ricarica per bici elettriche e spazi dedicati alla necessità di parcheggiare un maggior numero di mezzi a due ruote nei nuovi edifici.