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Intesa Ue sulla riforma Ets, nasce il Fondo sociale clima da 86 mld

Dopo trenta ore di discussione, i negoziatori dell’Unione europea hanno raggiunto domenica mattina presto un accordo per riformare il sistema di scambio di quote di emissione dell’Ue (l’Ets – Emission Trading System), il mercato europeo del carbonio, sbloccando anche l’intesa per creare un Fondo sociale per il clima per ammortizzare i costi della transizione e finalizzando i dettagli rimasti da definire per l’entrata in vigore della tassa sul carbonio alle frontiere.

I negoziatori dell’Eurocamera e del Consiglio, con la mediazione della Commissione Ue, hanno iniziato venerdì pomeriggio una vera e propria maratona negoziale (a Bruxelles viene chiamato ‘trilogo jumbo’) per chiudere una volta per tutte la partita su tre dei dossier più importanti del pacchetto sul clima ‘Fit for 55’, il piano presentato a luglio 2021 per abbattere le emissioni di CO₂ del 55 per cento entro il 2030: la revisione del sistema di scambio di quote di emissioni dell’Ue (l’Ets), il fondo sociale per il clima e le parti ‘mancanti’ dell’accordo trovato la scorsa settimana sul meccanismo di aggiustamento del carbonio alle frontiere (CBAM).

Il mercato europeo del carbonio è operativo dal 2005 e copre il settore energetico, industriale e i voli commerciali dentro l’Ue, obbligando poco più di 10mila centrali elettriche e fabbriche ad alta intensità energetica (come l’acciaio o la chimica) a comprare un permesso per ogni tonnellata di CO₂ emessa, come disincentivo finanziario per far inquinare di meno: meno inquini, meno paghi. Finora ha coperto circa il 40 per cento di tutte le emissioni dell’Ue. Il mercato si fonda su un numero assoluto di certificati di carbonio, che devono essere acquistati all’asta e possono quindi essere scambiati dai partecipanti al mercato, creando un prezzo per la CO₂ (che attualmente si aggira a 85 euro per tonnellata). Il sistema conserva un numero annuale di permessi che vengono assegnati gratuitamente alle industrie, per non svantaggiarle troppo.

Con il sistema attuale, le emissioni di CO₂ nei settori coperti dall’Ets dovrebbero diminuire del 43 per cento entro il 2030, per questo la Commissione Ue ha promosso una revisione per portare ad aumentare il target. L’accordo raggiunto nella notte tra i colegislatori i settori coperti dovranno ridurre le proprie emissioni del 62 per cento rispetto ai livelli del 2005 entro il 2030, un aumento significativo rispetto all’attuale ambizione. Parte centrale della riforma Ets sarà la creazione di un secondo mercato del carbonio separato per gli edifici e il trasporto su strada (ETS2), che sarà operativo dal 2027 con un prezzo del carbonio limitato a 45 euro fino al 2030. La creazione del secondo Ets sarà accompagnata da un Fondo sociale per il clima da 86,7 miliardi di euro da mobilitare tra 2026 e 2032 finanziato con parte delle entrate di questo secondo mercato del carbonio, pensato per ammortizzare i costi per le famiglie di questa rivoluzione dell’Ets. Punto centrale nei negoziati è stata la tempistica e la traiettoria per ridurre gradualmente le quote gratuite che ancora vengono conservate nel mercato del carbonio, preservando la competitività delle industrie e in attesa dell’entrata in vigore della tassa sul carbonio alle frontiere (che in maniera speculare all’Ets tasserà le emissioni dei beni che vengono importati nell’Ue). In base all’accordo, quasi la metà (48,5 per cento) delle quote gratuite nell’Ets sarà annullata entro il 2030, mentre saranno completamente eliminate entro il 2034 in contemporanea all’entrata in attività della tassa sul carbonio ai confini dell’Ue – che applicherà inizialmente a ferro e acciaio, cemento, alluminio, fertilizzanti, elettricità e idrogeno -, pensata per scoraggiare la tendenza delle imprese a delocalizzare la produzione dove i vincoli climatici sono meno stringenti.

A partire dal 2024 saranno monitorate anche le emissioni derivanti dall’incenerimento dei rifiuti, per essere incluse nel mercato di emissioni dal 2028. Tuttavia, gli Stati membri hanno la possibilità di posticipare l’applicazione al 2030 dopo una dichiarazione. L’accordo prevede inoltre che maggiori fondi siano stanziati per tecnologie innovative, attraverso l’Ets: il Fondo per l’Innovazione passerà dagli attuali 450 a 575 milioni di quote; mentre il Fondo per la modernizzazione sarà aumentato mettendo all’asta un ulteriore 2,5 per cento di quote che sosterranno i paesi dell’Ue con un PIL pro capite inferiore al 75 per cento della media dell’UE. Gli Stati saranno ora obbligati a spendere tutte le entrate nazionali derivanti dalla vendita all’asta delle quote Ets per attività legate al clima.

Il secondo Ets per edifici e dei trasporti – su cui, nei mesi, si sono riversate le principali preoccupazioni di entrambi i colegislatori – sarà introdotto a partire dal 2027, con un prezzo limitato a 45 euro fino al 2030. Per ammortizzare i costi sociali di questo secondo Ets, un anno prima (nel 2026) nascerà il Fondo sociale per il clima (‘Climate Social Fund), con cui nel periodo 2026-2032 circa 86,7 miliardi di euro saranno assegnati all’azione sociale per il clima che va dalla ristrutturazione degli alloggi sociali al sostegno diretto al reddito. La Commissione europea proponeva un fondo da 72,2 miliardi di euro per sette anni (2025-2032), di cui quasi 8 miliardi sarebbero andati all’Italia in quanto terzo beneficiario. I negoziatori si sono accordati su una clausola per cui se i prezzi dell’energia (petrolio e gas) sono superiori a 99 euro, il nuovo Ets non sarà introdotto nel 2027, ma solo un anno dopo. Per ricevere i finanziamenti, gli Stati membri dovranno presentare a Bruxelles dei ‘Piani per il clima sociale’, previa consultazione con le autorità locali e regionali, le parti economiche e sociali e la società civile.

Prima che possa entrare in vigore, l’accordo dovrà essere approvato singolarmente da Parlamento e Consiglio, quindi non prima dell’inizio 2023. L’intesa è però stata salutata da molti come un passo fondamentale nei negoziati in corso a Bruxelles sull’ambizioso ‘Fit for 55’ e sarà di certo ricordato come uno dei traguardi più importanti dell’attuale presidenza della Repubblica ceca alla guida semestrale dell’Ue. “L’accordo è una vittoria per il clima e per la politica climatica europea e ci consentirà di raggiungere gli obiettivi climatici nei principali settori dell’economia, assicurandoci al tempo stesso che i cittadini e le microimprese più vulnerabili siano efficacemente supportati nella transizione climatica”, ha sottolineato Marian Jurečka, ministro dell’ambiente ceco.

L’Italia leader del riciclo rifiuti in Europa: è il Paese più virtuoso

E’ un primato tutto italiano quello sul riciclo di rifiuti. Dal 1997 – anno in cui è cominciata la riforma del settore – a oggi il nostro Paese ha fatto un enorme balzo in avanti, tanto da diventare il primo in Europa per la percentuale di rifiuti riciclati che, nel 2020, ha raggiunto il 72%. Un dato decisamente superiore alla media europea, che è appena del 52%, e che fa segnare un grande distacco anche dalla Germania (55%), dalla Spagna (49%), dalla Francia (48%) e dalla Polonia (27%). E’ quanto emerge dal Rapporto ‘Il Riciclo in Italia 2022’, realizzato dalla Fondazione Sviluppo Sostenibile e presentato in occasione della Conferenza Nazionale dell’Industria del Riciclo.
Nel 1997 la raccolta differenziata dei rifiuti urbani era solo del 9,4% e l’80% della spazzatura finiva in discarica. I dati oggi sono decisamente positivi anche sul fronte dei rifiuti industriali: 25 anni fa se ne riciclava il 21% e il 33% era destinato alla discarica, mentre nel 2020 il recupero è salito al 70% e lo smaltimento in discarica è sceso al 6%. Anche per la gestione dei rifiuti d’imballaggio l’Italia è un’eccellenza europea, con più di 10,5 milioni di tonnellate avviate a riciclo, con un tasso pari al 73,3% nel 2021, superiore non solo al target europeo del 65% al 2025 ma, con 9 anni di anticipo, anche al target europeo del 70% al 2030.
Questo cambiamento nella gestione di rifiuti, spiega il rapporto, “ha alimentato la crescita dell’industria italiana del riciclo, diventata un comparto rilevante e strategico del sistema produttivo nazionale” che conta 4.800 imprese, 236.365 occupati, genera un valore aggiunto di 10,5 miliardi (aumentato del 31% dal 2010 al 2020) e che produce ingenti quantità di materiali riciclati. Si tratta di 12milioni e 287 mila tonnellate di metalli, in gran parte acciaio, di 5 milioni e 213 mila tonnellate di carta e cartone, di 2 milioni 287 mila tonnellate di pannelli di legno truciolare. E, ancora, di 2 milioni e 229 mila tonnellate di vetro riciclato, di un milione e 734 mila tonnellate di compost e 972 mila tonnellata di plastica riciclata. Nel complesso la produzione di materiale riciclato è aumentata del 13,3% tra il 2014 e il 2020.
Il settore del riciclo, pilastro fondamentale di un’economia circolare – spiega Edo Ronchi, Presidente della Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile – è strategico per non sprecare risorse preziose, per non riempire il Paese di discariche, per recuperare materiali utili all’economia e ridurre le emissioni di gas serra”. Per questo, è il suo ragionamento, in un momento di congiuntura economica negativa “servono misure incisive per rafforzare la domanda di MPS, le materie prime seconde prodotte col riciclo e interventi strutturali per affrontare il forte aumento dei costi dell’energia che per l’industria del riciclo costituiscono la quota maggiore dei costi di produzione”.

Von der leyen

Intesa Ue sui nuovi capitoli Pnrr per indipendenza energetica

Intesa Ue per aggiornare i piani di ripresa e resilienza con capitoli aggiuntivi dedicati a centrare gli obiettivi del ‘REPowerEU’, il piano presentato a maggio scorso per affrancare l’Unione dai combustibili fossili russi.

Dopo neanche sette mesi dalla proposta della Commissione, i negoziatori del Consiglio e del Parlamento europeo hanno raggiunto nella notte un accordo provvisorio sul ‘REPowerEU’, per dare modo agli Stati membri di aggiungere un nuovo capitolo dedicato a centrare gli obiettivi di indipendenza energetica (ad esempio, aumentare l’efficienza energetica negli edifici e nelle infrastrutture energetiche critiche o aumentare la produzione di biometano sostenibile) ai loro piani nazionali di ripresa e resilienza (Pnrr) varati nel quadro del fondo di ripresa Next Generation Eu.

Accolgo con favore l’accordo politico sul REPowerEu. Mentre l’Europa sta voltando le spalle al gas russo, REPowerEU è il nostro piano per garantire un futuro di energia pulita. Questo accordo sblocca risorse significative per implementare il nostro piano, a beneficio dell’intera Ue”, ha salutato l’accordo in un tweet la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen.

L’intesa tra colegislatori – che deve essere formalizzata da entrambe le istituzioni – chiarisce come il piano dovrebbe essere finanziato. Nell’idea della Commissione Europea, il piano dovrà essere finanziato con quasi 300 miliardi di euro, di cui circa 72 miliardi in sovvenzioni che arriveranno in sostanza dalla possibilità concessa ai governi (facoltativa) di dirottare fino a 26,9 miliardi di euro dai fondi di coesione e fino a 7,5 miliardi di euro dalla Politica agricola comune (Pac).

Le uniche sovvenzioni fresche in senso proprio saranno 20 miliardi di euro che colegislatori dell’Ue hanno deciso di finanziare per il 60% con risorse dal Fondo per l’innovazione (12 miliardi di euro) e per il 40% dall’anticipazione delle quote del mercato del carbonio, il sistema Ets (8 miliardi), che oggi sono ferme nella riserva di stabilità del mercato.

Tutte queste risorse saranno in maniera obbligatoria vincolate, spiegano fonti comunitarie, all’attuazione del capitolo aggiuntivo al PNRR che tutti gli Stati membri dovranno redigere per l’attuazione del REPower. Quanto alla chiave di ripartizione dei fondi – spiega una nota del Consiglio – sarà una formula che terrà conto della politica di coesione, della dipendenza degli Stati membri dai combustibili fossili e dell’aumento dei prezzi degli investimenti.

Gli Stati membri avranno la possibilità di trasferimenti volontari dalla Riserva di aggiustamento della Brexit. Oltre alle sovvenzioni, la proposta della Commissione punta a mettere a disposizione i 225 miliardi di euro di prestiti non spesi dai governi dal ‘Next Generation Eu’ e redistribuirli tra i governi. Per ora non è possibile fare un calcolo preciso di quante risorse potrebbero spettare all’Italia. Dopo l’entrata in vigore del regolamento (presumibilmente da gennaio) i governi avranno trenta giorni di tempo per dichiarare se intendono utilizzare la loro quota di prestiti non utilizzati. Una volta avanzate tutte le richieste, Bruxelles potrà calcolare quanti di questi 225 miliardi di prestiti potranno essere finalmente utilizzati allo scopo. L’Italia, che ha già usato tutti i prestiti del Recovery, potrebbe usufruire di 2,7 miliardi dalla quota dei 20 miliardi di euro di fondi aggiuntivi e per ora è l’unica cifra definita. Inoltre, l’accordo prevede che gli Stati membri che dispongono di fondi di coesione non spesi del precedente quadro finanziario pluriennale (2014-2020) avranno la possibilità di utilizzarli per sostenere le PMI e le famiglie vulnerabili particolarmente colpite dagli aumenti dei prezzi dell’energia. Secondo la Commissione Ue i fondi non spesi per l’esercizio finanziario 2014-2020 potrebbero arrivare fino a 40 miliardi di euro.

Al via Consiglio Ue tra price cap e fondo di sovranità industriale

Dal tetto al prezzo del gas, al fondo di sovranità per finanziare con risorse comunitarie l’industria europea. I 27 capi di stato e governo dell’Ue si riuniscono oggi a Bruxelles in un Vertice europeo – il primo di Giorgia Meloni da premier dell’Italia e l’ultimo dell’anno – in cui i temi in agenda sono tanti, ma sulla maggior parte dei quali non c’è interesse da parte dei leader a intavolare negoziati lunghi e difficili.

A partire dall’energia e dal tetto al prezzo del gas che tanto divide i governi. Dal momento che i ministri europei dell’energia non sono riusciti ieri a trovare un’intesa sul cosiddetto ‘price cap’, i capi di stato e governo affideranno alle conclusioni del Vertice europeo solo l’invito ai ministri a concludere un accordo lunedì 19 dicembre al Consiglio energia. E’ quanto si è appreso a Bruxelles da fonti diplomatiche, alla vigilia del Vertice europeo che avrà luogo nella capitale belga. I leader dell’Ue discuteranno della questione, ma a quanto si apprende, non c’è interesse ad affrontarla in maniera approfondita dal momento che i negoziati continuano a livello politico bilaterale e a livello di capitali in vista del Consiglio Energia di lunedì. Sono i dettagli tecnici che mancano, perché c’è un’intesa di massima sull’impianto generale del meccanismo di correzione del mercato.

Secondo fonti diplomatiche una discussione però si terrà, dovrebbe essere sollevata insoddisfazione generale da parte dei Paesi più favorevoli al tetto sullo “scopo” e sulla soglia oltre la quale fare attivare il ‘cap’, che restano i nodi da sciogliere: quanto alla soglia, i Paesi più favorevoli al tetto – l’Italia e altri 14 Stati membri – insistono per “scendere simbolicamente” sotto la soglia dei 200 euro/Megawattora (la richiesta originaria della Commissione Ue era 275 euro/MWh) mentre sullo “scopo” del meccanismo, i Paesi chiedono di estendere il ‘cap’ non solo al TTF di Amsterdam ma anche ad altri mercati. Sull’estensione ad altri mercati ci sono ancora varie resistenze, anche da Paesi come la Francia. Nella sostanza, al Vertice Ue non si aspettano negoziati lunghi sul tetto al prezzo del gas ma “verrà ribadita la necessità di chiudere la questione” lunedì al Consiglio energia.

La premier Meloni si è già detta decisa a portare la questione sul tavolo del Consiglio europeo. “Immagino che la questione a questo punto sia portata al Consiglio europeo di domani, o comunque la porteremo noi“, ha affermato in fase di replica al Senato dopo le Comunicazione in vista del Consiglio europeo. “E’ un errore l’incapacità dell’Europa, in tempi rapidi, di trovare una soluzione efficace sulla vicenda energetica”. Nonostante le intenzioni di Meloni, fonti riferiscono che da parte dei maggiori Paesi Ue non c’è interesse ad aprire la questione nel dettaglio.

I leader discuteranno inoltre l’idea annunciata dalla presidente della Commissione europea di lanciare un fondo di sovranità europea per l’industria, da finanziare con risorse comuni. Pochi ancora i dettagli, ma da quanto ha scritto von der Leyen in una lettera indirizzata ai 27, l’idea sarebbe quella di sfruttare la revisione intermedia del bilancio pluriennale (2021-2027) per avanzare una proposta concreta. Un’esigenza diventata più urgente, spiega von der Leyen, da quando gli Stati Uniti hanno presentato la legge contro l’inflazione, l’Inflation reduction act (Ira), che secondo Bruxelles ha il rischio di penalizzare le imprese europee. Contestualmente, a gennaio la Commissione Ue dovrebbe presentare anche un nuovo quadro di aiuti di stato per accelerare la transizione verde. Soprattutto il tema dei finanziamenti del fondo con risorse comuni potrebbe creare attriti tra le capitali, anche se non formalmente nell’agenda dei leader.

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Ue, Consiglio pronto al negoziato col Parlamento su eco-crimini

Nuovi reati e soprattutto nuove pene, in nome dell’ambiente. Il Consiglio dell’Ue ha approvato la posizione per direttiva sulla criminalità ambientale, e può procedere adesso al negoziato inter-istituzionale con il Parlamento. I 27 Stati membri sostengono il principio per cui il patrimonio faunistico e floreale dell’Ue vada protetto e, in caso di azioni che lo compromettano, rendere indagini più snelle per una migliore certezza della pena.

Una delle principali novità è l’armonizzazione a livello europeo delle sanzioni persone fisiche e, per la prima volta, giuridiche. Nel caso di persone fisiche si prevede la reclusione non inferiore a dieci anni per i delitti colposi che causano la morte di chiunque; reclusione fino a cinque anni per i delitti commessi con “negligenza almeno grave” che cagiona la morte di chiunque. Prevista poi reclusione massima di cinque anni per gli altri reati dolosi. Nel caso delle persone giuridiche, invece, il testo prevede per i reati più gravi una sanzione pecuniaria massima non inferiore al 5% del fatturato mondiale complessivo della persona giuridica, o in alternativa 40 milioni di euro.

Per tutti gli altri reati scatterà una sanzione pecuniaria non inferiore al 3% del fatturato mondiale complessivo della persona giuridica, o in alternativa 24 milioni di euro.

In base al testo su cui i rappresentanti degli Stati membri hanno saputo trovare l’intesa, possono inoltre essere adottati anche ulteriori provvedimenti, tra cui l’obbligo per il trasgressore di ripristinare l’ambiente o di risarcire il danno, l’esclusione dall’accesso a finanziamenti pubblici o la revoca di permessi o autorizzazioni.

In aggiunta il testo contempla la necessità di fornire formazione a coloro che lavorano per individuare, indagare e perseguire i reati ambientali e di destinare risorse adeguate. Include anche disposizioni sul sostegno e l’assistenza alle persone che denunciano reati ambientali, ai difensori dell’ambiente e alle persone colpite da tali reati.

L’intervento legislativo dell’Unione europea si è reso necessario per un fenomeno, quello degli eco-reati, in aumento e difficile da rilevare, perseguire e punire. Una libertà che fa male all’ambiente e, di conseguenza sulla salute umana. In tal senso, recita il testo, i sistemi sanzionatori esistenti allo stato attuale “non sono stati sufficienti in tutti i settori della politica ambientale per garantire la conformità con il diritto dell’Unione per la protezione dell’ambiente”. Da qui la necessità di intervenire e porre rimedio. “Oggi abbiamo compiuto un passo avanti verso l’ottenimento di uno strumento giuridico per proteggere l’ambiente”, sottolinea un soddisfatto Pavel Blazek, ministro della Giustizia della Repubblica ceca, Paese con la presidenza di turno del Consiglio Ue . “La protezione dell’ambiente è una delle principali sfide della nostra generazione, sia nell’UE che nel resto del mondo”. Come Unione europea, aggiunte, “dobbiamo assicurare alla giustizia gli individui e le organizzazioni che traggono profitto da attività che mettono a rischio la nostra salute e danneggiano i nostri ecosistemi”.

Deforestazione

Trovato l’accordo Ue: stretta sui prodotti importati derivanti da deforestazione

Legno, soia, carni bovine, caffè, cacao e olio di palma e altri prodotti derivati come mobili, cioccolata e cuoio. La stretta dell’Unione europea su alcuni prodotti importati sul mercato interno per frenare la deforestazione e il degrado forestale diventerà presto legge europea. I negoziatori di Europarlamento e Consiglio hanno raggiunto nella notte tra lunedì e martedì un accordo politico sulla proposta di regolamento sui prodotti senza deforestazione, avanzata dalla Commissione europea a novembre 2021. Un’intesa ambientale importante che arriva alla vigilia dell’inizio della Conferenza sulla Biodiversità, la Cop15 in programma dal 7 al 19 dicembre a Montreal, in Canada.

La stretta interessa tra gli altri l’olio di palma, il legno, la carne bovina e la gomma, oltre a diversi materiali associati (pelle, cioccolato, mobili, carta stampata, carbone…) e la loro importazione sarà vietata se questi prodotti provengono da terreni deforestati dopo il 31 dicembre 2020. Per la prima volta, le aziende importatrici saranno responsabili della loro catena di approvvigionamento e dovranno raccogliere informazioni geografiche precise sui terreni agricoli in cui sono state coltivate le merci di cui si riforniscono, in modo che si possa tracciarne la conformità anche attraverso immagini satellitari. Saranno gli Stati membri a dover garantire che le aziende che non rispettano le regole vadano incontro a sanzioni.

L’elenco dei prodotti coperti dal regolamento sarà regolarmente rivisto e aggiornato dall’Ue, tenendo conto di nuovi dati come il cambiamento dei modelli di deforestazione. Dopo la Cina, Bruxelles è il secondo maggiore importatore al mondo di queste materie prime legate alla deforestazione e tra le cause principali della tendenza alla pressione sulle foreste è l’espansione agricola legata alle materie prime come la soia, carne bovina, olio di palma, legno, cacao e caffè e ad alcuni loro derivati.

Secondo un rapporto del Wwf, nel 2017 i Paesi europei rappresentavano il 16% di queste importazioni nel mondo associate al commercio internazionale per un totale di 203mila ettari e 116 milioni di tonnellate di CO₂, meno della Cina (24%) e più dell’India (9%), degli Stati Uniti (7%) e del Giappone (5%). L’Italia, in base ai dati del 2017, è al secondo posto in Europa: con 35.800 ettari importati, la Penisola è seconda seconda solo alla Germania, e seguita da Spagna, Regno Unito, Paesi Bassi, Francia, Belgio e Polonia tra gli otto Paesi europei responsabili dell’80% della deforestazione incorporata ai prodotti, di provenienza tropicale, che vengono poi lavorati e consumati nell’Ue.

Tra le materie prime più importate, si menzionano i semi di soia, l’olio di palma, a sua volta molto più avanti di manzo, legname e cacao. Tra il 2005 e il 2017, sottolinea il rapporto, soia, olio di palma e carne bovina sono state le materie prime con la più grande deforestazione tropicale incorporata importata nell’Ue, seguita da prodotti in legno, cacao e caffè. L’espansione dell’agricoltura nelle regioni tropicali rimane la più grande minaccia per le foreste e altri ecosistemi naturali, mettono in guardia gli autori del rapporto, “portando alla conversione di circa 5 milioni di ettari di foreste in terreno agricolo all’anno tra il 2005 e il 2017”.

E’ la prima volta al mondo! È il caffè che beviamo a colazione, il cioccolato che mangiamo, il carbone dei nostri barbecue, la carta dei nostri libri. E’ una decisione radicale“, ha commentato l’europarlamentare e presidente della commissione Ambiente, Pascal Canfin (Renew, Liberali). Per il vicepresidente Frans Timmermans l’accordo politico “segna un’importante svolta nella lotta globale contro la deforestazione. Mentre effettuiamo la transizione verde nell’Unione europea, vogliamo anche garantire che anche le nostre catene del valore diventino più sostenibili. La lotta alla deforestazione è un compito urgente per questa generazione e una grande eredità da lasciare per la prossima“. Ora che si è trovato un accordo politico, Parlamento e Consiglio dovranno ora formalmente adottare il nuovo regolamento prima che possa entrare in vigore. Una volta entrato in vigore il regolamento, operatori e commercianti avranno 18 mesi di tempo per recepire le nuove regole.

Ursula von der Leyen

Al via il vertice Ue-Balcani a Tirana: focus su energia, gas e ambiente

Tutto pronto per il nuovo appuntamento-chiave nelle relazioni tra l’Unione europea e i suoi partner più vicini, reso ancora più cruciale dalle conseguenze della guerra russa in Ucraina sul piano economico ed energetico. A Tirana, capitale dell’Albania, si tiene oggi il vertice Ue-Balcani occidentali, a cui parteciperanno i 27 leader dei Paesi membri dell’Unione, i 6 balcanici e i leader delle istituzioni comunitarie (i presidenti del Consiglio Ue, Charles Michel, e della Commissione, Ursula von der Leyen).

Secondo quanto emerge dalla bozza delle conclusioni del vertice, l’Unione europea ribadisce il suo sostegno ai partner balcanici “nell’affrontare gli effetti negativi sulle loro economie e società” della guerra russa in Ucraina, per cui Mosca è “l‘unica responsabile” della crisi energetica ed economica. Bruxelles ha risposto a queste crisi con un piano di sostegno da un miliardo di euro complessivo per l’intera regione, come anticipato dalla presidente von der Leyen nel corso del suo viaggio nelle sei capitali (fatta eccezione per quella del Montenegro, rinviata a data da destinarsi) di fine ottobre.

Un piano che dovrebbe mobilitare 2,5 ulteriori miliardi di euro in investimenti, aiutando i sei Paesi partner a “mitigare l’impatto della crisi energetica e ad accelerare la transizione energetica“. Il pacchetto sarà finanziato attraverso lo strumento di assistenza pre-adesione (Ipa III) e sarà diviso in due parti, ciascuna da mezzo miliardo di euro. Da una parte un sostegno diretto al bilancio per affrontare l’impatto degli alti prezzi dell’energia in ciascuno dei sei Paesi dei Balcani Occidentali: 80 milioni per la Macedonia del Nord, altrettanti per l’Albania, 75 per il Kosovo, 70 per la Bosnia ed Erzegovina, 165 per la Serbia (per il Montenegro sarà comunicato al momento della nuova visita di von der Leyen). Dall’altra parte, i restanti 500 milioni saranno dedicati al “miglioramento delle infrastrutture per il gas e l’elettricità e gli interconnettori, compreso il Gnl“, ma anche “nuovi progetti di energia rinnovabile, aggiornamenti dei sistemi di trasmissione dell’energia, teleriscaldamento e schemi per migliorare l’efficienza energetica dei vecchi condomini“.

A questo proposito i leader Ue ricordano la decisione di aprire gli acquisti comuni di gas, Gnl e idrogeno per i Balcani occidentali, chiedendo allo stesso tempo “rapida operatività di questa piattaforma” e incoraggiando i partner a “sfruttare questa opportunità“. Nella bozza si ribadisce anche che il piano RePowerEu è finalizzato a ridurre la dipendenza non solo dell’Ue, ma dell’intera regione balcanica dal gas russo e, attraverso la Comunità dell’energia, l’Unione sta aprendo il proprio mercato dell’elettricità – “anche per quanto riguarda le energie rinnovabili” – ai sei partner dei Balcani occidentali, “a condizione che vengano attuate riforme normative“.

Rivestirà un ruolo centrale nelle discussioni di Tirana l’attuazione del Piano economico e di investimenti delle Agende verde e digitale per i Balcani occidentali, “anche attraverso un ulteriore sostegno alla connettività, alla transizione energetica e alla diversificazione delle forniture energetiche“. Nel pacchetto approvato nell’ottobre 2020, che mobilita quasi 30 miliardi di euro tra sovvenzioni e investimenti, è già stato dato il via libera finanziamento di 27 progetti-faro per un valore totale di 3,8 miliardi di euro. Parallelamente, grazie all’Agenda verde per la regione i leader balcanici rinnoveranno gli impegni climatici presi nell’ambito dell’Accordo di Parigi, anche per combattere l’inquinamento, migliorare la gestione dei rifiuti e accelerare la transizione energetica verde. L’Ue li sosterrà invece nello sviluppo di una politica di tariffazione del carbonio nel contesto del meccanismo di aggiustamento delle frontiere del carbonio (Cbam).

agricoltura

Via libera dell’Europa al piano strategico italiano per la Politica agricola comune (Pac)

È arrivato il via libera al piano strategico italiano per la nuova Politica agricola comune (Pac) 2023-2027, con la Commissione europea che ha messo il timbro sulla strategia da 35,1 miliardi di euro complessivi. Dando l’ok al piano di Roma – forte di un sostegno dal bilancio comunitario pari a 26,6 miliardi e altri 8,5 da quello nazionale – l’esecutivo comunitario ha voluto evidenziare che “l’Italia è uno dei maggiori produttori agricoli e trasformatori di alimenti dell’Ue, con un settore agricolo molto diversificato”.

Secondo quanto si legge nel documento, la strategia punta a migliorare la competitività e la sostenibilità di un’agricoltura diversificata, a garantire un reddito adeguato agli agricoltori e a lottare contro la sfruttamento della manodopera, ma anche a proteggere le attività dagli effetti del cambiamento climatico e a ridurre l’impatto sull’ambiente. Per tutti questi motivi saranno destinati 17,61 miliardi di euro alla stabilizzazione del reddito degli agricoltori, garantendo una più equa distribuzione degli aiuti: dal 2023 sarà fissato un tetto massimo di 2 mila euro al valore che un agricoltore può ricevere per ettaro come sostegno di base al reddito. Il piano prevede anche interventi settoriali dedicati ai settori vitivinicolo, dell’ortofrutta, dell’olio d’oliva e dell’apicoltura.

Oltre 10 miliardi di euro sono destinati a interventi sul fronte ambientale (inquinamento delle acque, perdita di biodiversità ed emissioni), con 35 schemi volontari che compenseranno gli agricoltori per i costi aggiuntivi e le perdite di reddito derivanti dall’applicazione di pratiche più ecosostenibili. Circa 37 milioni di euro saranno destinati a migliorare i metodi di distribuzione dei fertilizzanti e del concime nel suolo ed è previsto uno stanziamento pari a 518 milioni di euro per promuovere sistemi di agricoltura integrata su 2,14 milioni di ettari, per ridurre l’inquinamento di acqua, suolo e aria e sviluppare l’economia circolare nelle aziende agricole. Saranno anche stanziati circa 2 miliardi per l’agricoltura biologica (che dalla Commissione è considerata una tecnica di produzione in linea con gli obiettivi del Green Deal europeo), con l’obiettivo di aumentare la superficie coltivata a biologico fino al 25% di quella agricola complessiva entro il 2027.

Sul piano sociale sarà centrale l’intervento per contrastare lo spopolamento e l’abbandono delle attività agricole nelle aree rurali. Di qui il rafforzamento delle politiche a favore dei giovani agricoltori, attraverso la mobilitazione di 1,07 miliardi di euro. Circa 741 milioni saranno destinati alla creazione di 16 mila nuove opportunità imprenditoriali rivolte a giovani, ai disoccupati e alle imprenditrici e saranno sostenuti progetti innovativi e start-up con una forte attenzione alla digitalizzazione (con un ulteriore stanziamento a questo proposito di 2,22 miliardi). Le azioni si concentreranno soprattutto sugli strumenti digitali, la meccanizzazione, il benessere degli animali (con un budget specifico dedicato da 2 miliardi) e la formazione professionale. Il piano italiano stima che saranno coinvolte circa 358 mila persone in consulenze, gruppi operativi e circa 70 mila corsi di formazione, che aumenteranno il sistema della conoscenza e dell’innovazione in agricoltura.

La prima proposta di piano strategico della Pac era stata presentata il 31 dicembre dello scorso anno, ma ad aprile era stata bocciata dal gabinetto von der Leyen a causa di “numerosi elementi mancanti, incompleti o incoerenti”. Il 15 novembre è stata così presentata la proposta rivista, con la risposta alle osservazioni della Commissione e l’aggiornamento rispetto alle conseguenze della guerra russa in Ucraina – fino alla luce verde arrivata oggi da Bruxelles

commissione ue

Sicurezza alimentare, come l’Ue affronta i rischi della guerra

Garantire alimenti sicuri dal ‘produttore al consumatore’, dal ‘campo alla tavola’. La Commissione europea si pone questo tra gli obiettivi della sua politica di sicurezza alimentare, messa duramente alla prova dall’inizio della guerra di Russia in Ucraina. Con l’invasione si è aperta a Bruxelles una riflessione sulla necessità di aumentare la produzione alimentare in Europa, anche perché Russia e Ucraina sono tra i maggiori esportatori di materie prime agricole al mondo. La guerra, che va avanti da febbraio, ha avuto tra le conseguenze anche un rallentamento della produzione e un sostanziale blocco delle esportazioni da Kiev, che ha fatto temere per la sicurezza alimentare globale. L’Ucraina, infatti, produce il 12% del grano mondiale, il 15% del mais e il 50% dell’olio di girasole, ed è il principale esportatore di prodotti agricoli per i paesi del Nord Africa e del Medio Oriente.

Sul fronte interno, l’Europa ha iniziato a lavorare a una sospensione di alcune politiche per far fronte ai timori di insicurezza alimentare. A luglio ha formalizzato una deroga temporanea alle norme sulla rotazione delle colture e sul mantenimento di elementi non produttivi sui terreni coltivabili, per aumentare la capacità di produzione dentro l’Unione europea, così da compensare il blocco delle importazioni. Si tratta di norme varate dall’Ue nell’ambito della Pac, la politica agricola comune, per rendere più sostenibile a livello ambientale il sistema agroalimentare europeo, ma che adesso Bruxelles ritiene di dover derogare temporaneamente per far fronte all’insicurezza alimentare dettata dalla guerra.

Mettendo in pausa la rotazione delle colture – una tecnica agronomica che fa ‘girare’ le colture coltivate nello stesso appezzamento, per mantenere i terreni fertili – Bruxelles ha stimato di poter rimettere in produzione attiva circa 1,5 milioni di ettari rispetto a quelli utilizzati attualmente per la produzione di cereali. Riconoscendo l’importanza di queste norme chiamate ‘BCAA’ (Buone condizioni agronomiche e ambientali) per gli obiettivi di sostenibilità dei terreni e delle aziende agricole, Bruxelles precisa che la deroga sarà solo temporanea: sarà limitata al 2023 e a quanto strettamente necessario per affrontare le preoccupazioni di sicurezza alimentare globale. Le colture necessarie all’alimentazione animale (mais e soia) non saranno interessate.

Da quando la guerra di Russia è iniziata, l’Ue ha inoltre varato un piano per aggirare il blocco dei porti sul Mar Nero, causati dall’occupazione russa, e facilitare le esportazioni di grano e cereali dall’Ucraina in tutto il mondo (attraverso le cosiddette corsie di solidarietà), ma ha anche pianificato una serie di misure per la sicurezza alimentare dell’Europa, tra cui un pacchetto di sostegno da quasi 500 milioni di euro ricorrendo alla riserva di crisi della Pac e liberando dai vincoli di produzione quasi quattro milioni di ettari per aumentare la produzione in Europa. Il piano – presentato a fine marzo – ha incluso infatti una deroga temporanea per il 2022 ai vincoli della Pac per consentire la produzione di colture per scopi alimentari e mangimi su terreni incolti (i cosiddetti ‘terreni a riposo’) e un nuovo quadro straordinario di aiuti di Stato per agricoltori e aziende agricole, per far fronte al caro dei prezzi di energia, fertilizzanti e produzione.

In Europa è stallo sul price cap. Verso Consiglio Energia il 13/12

Permessi alle rinnovabili, price cap e solidarietà sul gas. Per i ministri europei riuniti a Bruxelles al Consiglio energia straordinario l’adozione formale dei due regolamenti di emergenza sull’accelerazione dei permessi alle rinnovabili (presentato dalla Commissione europea lo scorso 9 novembre) e il regolamento sulla solidarietà del gas (proposto lo scorso 18 ottobre) deve andare di pari passo con un accordo politico sul ‘meccanismo di correzione del mercato’, proposto dalla Commissione in forma di tetto temporaneo al prezzo del gas. Solo che un accordo politico sul controverso ‘price cap’ proposto dalla Commissione europea questa settimana non c’è ancora e dunque i ministri europei hanno deciso di rimandare la decisione formale anche sui due regolamenti di emergenza.

La riunione straordinaria dell’energia (il quarto sotto la presidenza dell’Ue in mano alla Repubblica ceca) si è chiusa dopo circa quattro ore di discussione con una intesa informale sul “contenuto dei due regolamenti“, ma senza un accordo di fatto. L’idea è quella di arrivare ad adottarli formalmente al prossimo Consiglio straordinario dell’Energia che si terrà probabilmente il 13 dicembre (deve ancora essere ufficializzata la data), quando la presidenza di Praga spera di raggiungere un accordo politico sulla proposta di meccanismo di correzione del mercato, che sbloccherà il via libera anche sugli altri due pacchetti. Nessuno si sarebbe aspettato un accordo politico oggi sulla proposta di price cap, appena due giorni dopo la presentazione dei dettagli sul tetto da parte della Commissione europea. La presidenza ceca aveva “messo le mani avanti” su questo, spiegando che un accordo era improbabile ma che ci sarebbe stato un primo scambio di opinioni sulla questione. Ma in pochi si sarebbero aspettati che gli Stati avrebbero deciso di rimandare anche la decisione sulle altre due misure di emergenza, su cui un accordo politico già c’è e “su cui non serviranno ulteriori negoziati”, ha assicurato il ministro ceco per l’industria e il commercio, Jozef Sikela, in conferenza stampa.

Nei fatti, c’è una maggioranza di Paesi Ue – tra cui l’Italia, la Spagna, la Polonia – a cui i termini della proposta della Commissione europea non piacciono. Bruxelles propone di fissare un prezzo massimo “di sicurezza” da applicare in automatico sulle transazioni di gas sul mercato olandese di fronte a picchi di prezzo. Il meccanismo, nell’idea di Bruxelles, scatterebbe in automatico quando sono soddisfatte due condizioni contemporaneamente: quando il prezzo del gas sul TTF supera i 275 euro per megawattora (MWh) per un periodo di due settimane e quando i prezzi del gas sul TTF sono superiori di 58 euro rispetto al prezzo di riferimento del GNL per 10 giorni consecutivi nelle due settimane di scambi. Le condizioni per attuarlo in automatico sono talmente difficili da realizzare, che il meccanismo potrebbe non entrare in funzione mai e lo ha ammesso la stessa Commissione europea.

Gli Stati – come ha ricordato la commissaria europea per l’energia, Kadri Simson, in conferenza stampa – hanno il potere di cambiare le cifre contenute nella proposta, possono emendare il regolamento del Consiglio. Ma gli Stati stessi rimangono divisi su come impostare il tetto al prezzo del gas contro speculazione e volatilità dei prezzi. Per il momento la discussione dei ministri è stata molto superficiale, tanto che non si è pensato ancora a una vera e propria contro-proposta ma il lavoro tecnico dovrebbe iniziare nei prossimi giorni.

A Bruxelles resta l’ottimismo sul fatto di riuscire a trovare un accordo al prossimo Consiglio energia su tutte e tre le misure. Sul price cap “la discussione è stata accesa, ci sono posizioni diverse ma è stata una discussione aperta che funzionerà da punto di partenza per trovare un accordo” a dicembre, ha assicurato il ministro ceco. I tempi sono stretti, ma dalla presidenza di Praga c’è ottimismo che si possa arrivare all’accordo il 13, senza dover rimettere la questione sul tavolo dei capi di stato e governo che si riuniranno al Vertice Ue a Bruxelles il 15 e 16 dicembre.

Ne è convinto anche il ministro dell’Ambiente e della sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, secondo cui dal clima registrato oggi al Consiglio un’intesa il 13 è verosimile, “perché c’è tutta la volontà da parte di tutti i paesi di raggiungere l’obiettivo di un accordo”. Rispondendo a una domanda su quale potrebbe essere una soglia di tetto accettabile per l’Italia il ministro ha chiarito che la convergenza tra i ministri deve essere trovata non solo sulle cifre del tetto, quanto sui criteri per attivarlo. “Si tratta di trovare un punto di convergenza, possiamo anche fare a meno di fissare un prezzo ma se i criteri sono chiari per raggiungere il nostro obiettivo, ovvero quello di intervenire evitando una speculazione“. Per la ministra spagnola per la transizione, Teresa Ribera, l’impressione è che “all’interno del Consiglio ci sia stata un’ampia maggioranza sul fatto che, per quanto riguarda la fissazione di un tetto al prezzo del gas, dovrebbe essere un riferimento dinamico e non statico“. Le parole di Ribera confermano che più che su un tetto fisso gli Stati membri potrebbero orientarsi su un corridoio dinamico ai prezzi del gas, come nei fatti chiede il mandato politico alla Commissione Ue dell’ultimo Consiglio europeo del 20-21 ottobre. Una banda di oscillazione dei prezzi, non un tetto fisso, potrebbe mettere d’accordo anche i Paesi che mostrano di avere ancora diverse riserve, come Germania e Olanda.