INFOGRAFICA INTERATTIVA Morti per smog, Italia seconda nella Ue

Nell’infografica interattiva di Gea si possono vedere le stime dell’European Environment Agency sulle morti attribuibili al Pm 2.5 nell’Unione europea. In Italia si ritiene che 46.2800 decessi (dato del 2021) siano attribuibili alle polveri sottili con particelle minori o uguali a 2,5 micron. Solo la Polonia, con 47.300 decessi, ha un dato peggiore dell’Italia.

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Al via prima asta europea per la produzione di idrogeno: pronti 800 milioni di euro

Prende il via oggi la prima asta – lanciata dalla Commissione Ue – nell’ambito della Banca europea dell’Idrogeno per sostenere la produzione di questa fonte rinnovabile nel Vecchio continente. L’importo iniziale è di 800 milioni di euro: si tratta di proventi derivanti dallo scambio di emissioni, convogliati attraverso il Fondo per l’innovazione. I produttori di idrogeno rinnovabile possono presentare domanda per ottenere un sostegno sotto forma di un premio fisso per chilogrammo di prodotto che ha lo scopo di colmare il divario tra il prezzo di produzione e quello che i consumatori sono attualmente disposti a pagare, in un mercato in cui l’idrogeno non rinnovabile è ancora più economico da produrre.

Con il piano per l’indipendenza energetica ‘REPowerEU’ l’Unione europea ha fissato l’obiettivo di produrre 10 milioni di tonnellate di idrogeno a livello nazionale entro il 2030.  Una nota dell’Esecutivo comunitario spiega che le offerte dovrebbero basarsi su un sovrapprezzo proposto per chilogrammo di idrogeno rinnovabile prodotto, fino a un tetto di 4,5 euro/kg. Le offerte fino a questo prezzo, e che soddisfano anche altri requisiti di qualificazione, verranno classificate dal prezzo di offerta più basso a quello più alto e riceveranno il supporto in questo ordine, fino all’esaurimento del budget dell’asta. I progetti selezionati riceveranno il sussidio concesso in aggiunta ai ricavi di mercato generati dalla vendita di idrogeno, per un massimo di 10 anni. Una volta firmati gli accordi di sovvenzione, i progetti dovranno iniziare a produrre idrogeno rinnovabile entro cinque anni. Bruxelles precisa ancora che non sarà possibile accumulare i sussidi con altri tipi di aiuti provenienti dagli Stati membri partecipanti.

“La Banca europea dell’idrogeno – dice il vicepresidente esecutivo per il Green Deal, Maros Sefcovicrappresenta una grande opportunità per sostenere la transizione a zero emissioni nette dell’industria europea”. “Il lancio di oggi riguarda il collegamento tra domanda e offerta di idrogeno rinnovabile. Si tratta di creare trasparenza sui prezzi, il che aiuterà a rilanciare un mercato europeo dell’idrogeno”, spiega, aggiungendo di sperare in “una risposta positiva da parte del mercato”.

Per il commissario europeo per l’azione per il clima, Wopke Hoekstra “l’idrogeno sarà una tecnologia chiave per decarbonizzare l’industria europea e contribuire a raggiungere i nostri obiettivi climatici per il 2030 e il 2050. La prima asta europea di oggi per la produzione di idrogeno rinnovabile invia un chiaro segnale che l’Europa è il luogo dove investire nella produzione di idrogeno rinnovabile e nelle industrie basate sull’idrogeno. Lo sviluppo di un solido mercato dell’idrogeno nell’UE ci renderà più competitivi, offrirà nuove opportunità di crescita all’industria e fornirà posti di lavoro di qualità alle aziende e ai cittadini europei”. 

Imballaggi, al Parlamento europeo passa la linea morbida. Deroga a riuso, Italia festeggia

Tutti gli imballaggi immessi sul mercato europeo saranno riciclabili dal 2030 e riciclati dal 2035. O almeno, questo è quello che chiede l’Europarlamento che, in sessione plenaria a Strasburgo, ha adottato con ampia maggioranza – 426 sì, 125 no e 74 astenuti (su 625 votanti) – il mandato negoziale sul regolamento sugli imballaggi e sui rifiuti da imballaggio, ridimensionando di molto l’ambizione della proposta originaria della Commissione europea e anche la stessa relazione passata in commissione ambiente (Envi) competente sul file.

Sul testo della relatrice di Renew Europe, Frederique Ries, erano stati depositati oltre 525 emendamenti, dunque non stupisce che il testo finale licenziato da Strasburgo sia profondamente diverso da quello originale.

L’Emiciclo ha sostenuto, compatto, gli obiettivi generali di riduzione dei rifiuti prodotti dagli imballaggi proposti dalla Commissione: il 5% entro il 2030, il 10% per il 2035 e il 15% entro il 2040. A questi, l’Aula aggiunge obiettivi specifici di riduzione dei rifiuti per gli imballaggi in plastica (10% entro il 2030, 15% entro il 2035 e 20% entro il 2040). Gli eurodeputati chiedono il divieto alla vendita di sacchetti di plastica ultra leggeri (inferiori a 15 micron), a meno che non siano necessari per motivi igienici o forniti come imballaggio primario per alimenti sfusi, per aiutare a prevenire lo spreco di cibo.

La proposta della Commissione – che risale al 30 novembre 2022 – insisteva principalmente su quattro linee di intervento per ridurre i rifiuti: riuso dei contenitori con obiettivi minimi per le aziende; divieto per gli imballaggi considerati ‘non essenziali’ (come le bustine monouso per shampoo degli hotel o quelle in ristoranti e caffè); progettare entro il 2030 tutti gli imballaggi in modo che siano riciclabili al 100% e tassi obbligatori di contenuto riciclato che i produttori dovranno includere nei nuovi imballaggi di plastica.

Se i target generali di riduzione dei rifiuti sono stati ‘salvati’ dall’Eurocamera, salta invece per ora il divieto di uso per alcuni formati di imballaggio ‘non essenziali’ proposto da Bruxelles, come le confezioni monouso degli hotel per i prodotti da bagno e le pellicole termoretraibili per le valigie negli aeroporti. Come è saltato anche – con soddisfazione dell’Italia – il divieto di immissione in commercio di imballaggi di plastica monouso usati per i prodotti ortofrutticoli, come le buste di plastica per l’insalata (la Commissione europea proponeva di usare solo buste con contenuto superiore a 1,5 kg di frutta e verdura, mentre la commissione Envi aveva ridotto il peso a 1,5 Kg. Il voto in plenaria ha fatto saltare in toto il divieto).

Il nodo politico e la parte più criticata della normativa per l’Italia era quella del riuso, con obiettivi obbligatori per le aziende. Sul riuso sono stati approvati una serie di emendamenti all’articolo 26 del regolamento con una deroga se lo Stato membro raggiunge l’85% di raccolta separata per il riciclo negli anni 2026 e 2027. Un target che secondo gli eurodeputati italiani l’Italia ha già centrato. “Se il tasso di raccolta differenziata del rispettivo materiale di imballaggio è inferiore all’85 per cento, lo Stato membro presenta un piano di attuazione che illustra una strategia con azioni concrete”, si legge in uno degli emendamenti adottati e firmati dal presidente della commissione Itre, Cristian-Silviu Buşoi, e dell’eurodeputata del Partito democratico, Patrizia Toia.

L’Emiciclo ha concordato inoltre una esenzione anche sugli obblighi di riuso di una serie di imballaggi, come quelli per la vendita di bevande di vino, vino spumante, prodotti vitivinicoli aromatizzati. Sono previste alcune eccezioni temporanee, ad esempio per gli imballaggi alimentari in legno e cera, come richiesto in un emendamento presentato da Renew Europe per ‘salvare’ le tipiche confezioni in legno dei formaggi francesi. I deputati vogliono infine che i Paesi dell’Ue garantiscano la raccolta differenziata del 90 per cento dei materiali contenuti negli imballaggi (plastica, legno, metalli ferrosi, alluminio, vetro, carta e cartone) entro il 2029. L’Italia fa gioco di squadra e per una volta vota (quasi tutta) compatta, dal Partito democratico a Forza Italia passando per il Movimento 5 Stelle.

A votare contro il testo finale solo la destra estrema di Identità e Democrazia (di cui fa parte la Lega all’Eurocamera) e i Conservatori e Riformisti di Ecr (di cui fa parte la delegazione di Fratelli d’Italia). Nel voto di oggi “è andata molto bene perché il nostro obiettivo, che da sempre è quello di ridurre i rifiuti non riducendo gli imballaggi e quindi tenendo la filiera del riciclo attiva, è stato raggiunto negli articoli principali”, ha dichiarato a GEA l’eurodeputato di Forza Italia, Massimiliano Salini, relatore per il Partito popolare europeo sul nuovo regolamento imballaggi, in un punto stampa a Strasburgo dopo il voto. Dal fronte Socialdemocratico “abbiamo corretto l’impostazione voluta dalla commissione Ambiente (Envi), una serie di emendamenti sono stati approvati anche da una larga maggioranza voluta da un gioco di squadra italiano. Oggi possiamo dire che questo testo tiene conto di tutte le preoccupazioni che avevamo”, afferma l’eurodeputato, Paolo De Castro, sottolineando che ora “l’Italia può continuare con gli ambiziosi piani di riciclo e non volevamo che questa priorità del riuso” della proposta della Commissione europea “mettesse in discussione gli straordinari successi che ha portato a casa il nostro Paese. La proposta mette a riparo il settore agroalimentare, l’ortofrutta, tutte le indicazioni geografiche”.

Il M5S si dice non pienamente soddisfatto del testo finale ma infine ha deciso di votare a favore. “Il regolamento sugli imballaggi, così come emerso dalla plenaria di Strasburgo, è deludente. Sono stati fortemente ridimensionati, se non addirittura cancellati, molti provvedimenti chiave e proposte ambiziose che avrebbero rafforzato il riuso e quindi ridotto notevolmente la quantità di rifiuti che la nostra società produce”, sottolinea in una nota l’eurodeputata Maria Angela Danzì, spiegando però che come “Movimento 5 Stelle abbiamo sostenuto il testo nel voto finale perché comunque rappresenta un timidissimo passo avanti rispetto alle norme attuali”.

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INFOGRAFICA INTERATTIVA Lo stoccaggio di gas nell’Unione europea

Nell’infografica interattiva di GEA si mostra l’aggiornamento degli stoccaggi di gas nei Paesi dell’Ue. Secondo la piattaforma Gie Agsi-Aggregated Gas Storage Inventory (aggiornata al 21 novembre). Quasi tutti i paesi mostrano un trend negativo, causato dell’arrivo dei primi freddi: solo le riserve di Germania, Svezia, Spagna e Portogallo sono rimaste essenzialmente stabili. L’Italia ha diminuito il proprio livello fino al 97,63%; le riserve totali del Unione Europea sono piene al 98,88%.

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La Commissione europea rinnova l’autorizzazione al glifosato per altri dieci anni

Nessuna maggioranza per sostenere o bocciare il rinnovo per altri dieci anni all’uso del glifosato in Unione europea. Il voto si è tenuto oggi in un Comitato d’appello, a cui era stata rimessa la decisione dopo che in una precedente votazione del 13 ottobre nel comitato permanente per le piante, gli animali, gli alimenti e i mangimi (SCOPAFF) gli Stati membri non avevano raggiunto la maggioranza necessaria per rinnovare (o respingere) la proposta. In assenza di una maggioranza qualificata pro o contro, come prevedono le norme Ue sulla comitologia, la Commissione europea può decidere di rinnovare l’uso del glifosato anche senza un reale via libera da parte dei governi.

Una decisione formale arriverà entro il 15 dicembre, quando scadrà l’attuale periodo di autorizzazione. L’Italia, apprende GEA da fonti diplomatiche, se nella votazione di metà ottobre ha votato a favore della proposta, nel voto di oggi ha invece deciso di astenersi perché la Commissione non ha accolto la sua richiesta di impedirne l’uso nell’ambito della pre-raccolta.

La maggioranza qualificata si ottiene quando a votare a favore di una proposta è il 55% degli Stati membri (ovvero, 15 Stati su 27), che rappresentino almeno il 65% della popolazione dell’Ue. Ai fini del raggiungimento della maggioranza qualificata, astensione o voto contrario si equivalgono. La proposta di rinnovo è arrivata lo scorso 20 settembre nelle mani dei ventisette governi, che hanno iniziato già il mese scorso a discuterne a livello di rappresentanti permanenti presso l’Ue.

L’uso del contestato erbicida era stato rinnovato per l’ultima volta nel 2017 per soli cinque anni e, in scadenza a dicembre di un anno fa, la licenza è stata rinnovata per ulteriori dodici mesi fino al 15 dicembre di quest’anno. L’erbicida, il più diffuso al mondo, è al centro di una disputa scientifica a livello internazionale a causa della sua presunta cancerogenicità, classificata come ‘probabile’ nel 2015 dall‘Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro dell’Organizzazione mondiale della sanità.

La proposta di rinnovo arriva, ha motivato Bruxelles, dopo che a inizio luglio una relazione dell’Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA) ha concluso di non aver individuato alcuna “area critica di preoccupazione” per l’uomo, gli animali o l’ambiente che possa impedirne l’uso come erbicida. Il rinnovo questa volta sarà lungo il doppio rispetto all’ultima volta ma impone alcune condizioni per il suo utilizzo. Ad esempio, ne è stato vietato l’uso per il disseccamento (ovvero quando viene utilizzato per asciugare una coltura prima del raccolto), l’impiego dovrà essere accompagnato da “misure di mitigazione del rischio” per l’area circostante, attraverso “zone tampone” di cinque e fino a dieci metri.

Questa volta però la proposta di rinnovo lascia molto spazio di manovra agli Stati membri per il rilascio delle autorizzazioni nazionali e della definizione delle condizioni d’uso, oltre al compito di “prestare particolare attenzione” agli effetti sull’ambiente. Contro la decisione della Commissione si scaglia preventivamente l’eurodeputato liberale Pascal Canfin, secondo cui la presidente della Commissione europea “Ursula von der Leyen ha deciso oggi di riautorizzare l’uso del glifosato per 10 anni senza reali restrizioni. Questa proposta non ha il sostegno dei tre maggiori paesi agricoli del nostro continente, Francia, Germania e Italia. Non è l’Europa che mi piace”.

Dall’Italia invece esulta il consigliere delegato di Filiera Italia, Luigi Scordamaglia, che a GEA sottolinea che “l’astensione dell’Italia è un elemento positivo rispetto a precedenti votazioni, in cui era stato espresso parere favorevole”. “L’Italia aveva chiesto che la Commissione europea modificasse la proposta e vietasse l’utilizzo dei glifosati per qualsiasi uso in fase di pre-raccolta, quella in cui si concentra il maggior quantitativo residuo, che poi dietro anche in altre fasi della lavorazione”. “La Commissione non ha recepito l’indicazione italiana e il nostro Paese non ha votato a favore ma si è astenuto, come hanno fatto anche Francia e Germania”. 

Aumentano i rifiuti da imballaggio: nel 2021 l’Ue ne ha generati 84 milioni di tonnellate

Dai pacchi per gli acquisti online alle tazze da caffè da asporto, gli imballaggi sono “quasi ovunque”. Secondo i dati pubblicati da Eurostat, nel 2021 ogni cittadino europeo ha generato 188,7 chili di imballaggio, 10,8 chili in più per persona rispetto al 2020. È l’aumento maggiore in 10 anni. Dal 2011 il peso di rifiuti di imballaggi per abitante in Ue è aumentato di quasi 32 chili. In totale stiamo parlando di 84 milioni di tonnellate di rifiuti di imballaggio generate dall’Ue nel 2021, di cui il 40,3 per cento di carta e cartone. Poi, in ordine, la plastica ha rappresentato il 19,0 per cento, il vetro il 18,5, il legno il 17,1 e il metallo il 4,9 per cento. Rispetto all’anno precedente, sono aumentati sia la produzione di rifiuti di imballaggio in plastica che il loro riciclo: la produzione è aumentata di 1,4 kg pro capite (+4,0 per cento) e il riciclo di +1,2 kg pro capite (+9,5 per cento). Che significa che ogni persona che vive nell’Ue ha generato in media 35,9 kg di rifiuti di imballaggi in plastica, riciclandone 14,2 kg.

Preoccupante la tendenza nel lungo periodo: tra il 2011 e il 2021, la quantità pro capite di rifiuti di imballaggio in plastica generata è aumentata del 26,7 per cento (+7,6 kg/pro capite). Un tampone parziale a questo dato allarmante è l’aumento del 38,1 per cento (+3,9 kg/pro capite), nello stesso decennio, della quantità riciclata di rifiuti di imballaggio in plastica.
Il tasso di riciclaggio degli imballaggi in plastica in Ue si è attestato al 39,7 per cento. In crescita rispetto all’anno precedente (37,6 per cento), ma ancora sotto il 41 per cento del 2019. Una diminuzione, quella registrata dal 2020, dovuta all’implementazione di paletti più stringenti sul riciclaggio. Nel 2021, Slovenia (50,0 per cento), Belgio (49,2) e Paesi Bassi (48,9) hanno riciclato la metà, o quasi, dei rifiuti di imballaggio in plastica generati. Chiudono la classifica dei 27, con meno di un quarto dei rifiuti di imballaggio in plastica riciclati, Malta (20,5 per cento), Francia (23,1) e Svezia (23,8).

Al di là della plastica, il Belgio è il Paese campione per il riciclo e il riutilizzo degli imballaggi in Ue, con il 99,1 per cento di tasso di riuso e l’80,4 per cento di tasso di riciclo. Tra i virtuosi anche l’Italia, che nel 2021 ha raggiunto un tasso di riuso del 79,6 per cento e un tasso di riciclo del 72,9 per cento. In linea con la media Ue per quanto riguarda il riuso (79,9 per cento), ben al di sopra nel riciclo (64 per cento).

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Imballaggi, a Eurocamera primo ok alla stretta. Italia protesta, a novembre in plenaria

Un voto teso ma chiaro che conferma una linea dell’Europarlamento sugli imballaggi molto più stringente rispetto alle richieste dell’Italia. La commissione per l’Ambiente, la sanità pubblica e la sicurezza alimentare (Envi) del Parlamento europeo ha adottato con 56 voti a favore, 23 contrari e 5 astensioni la sua posizione negoziale sulla proposta di regolamento della Commissione europea sugli imballaggi e sui rifiuti da imballaggio, che ora finirà al voto dell’intera sessione plenaria a novembre.

Nulla ancora è detto, ma gli eurodeputati della commissione competente per il dossier vogliono vietare la vendita di sacchetti di plastica ultra leggere (sotto i 15 micron), a meno che non siano necessarie per motivi igienici o fornite come imballaggio primario per alimenti sfusi per aiutare a prevenire gli sprechi alimentari. Oltre agli obiettivi generali di riduzione degli imballaggi proposti anche dalla Commissione europea, i deputati hanno sostenuto la proposta della relatrice, l’eurodeputata di Renew Europe, Frederique Ries, di introdurre specifici obiettivi di riduzione dei rifiuti per gli imballaggi in plastica (10% entro il 2030, 15% entro il 2035 e 20% entro il 2040).

Gli eurodeputati sostengono anche limiti minimi di contenuto riciclato a seconda del tipo di imballaggio, con obiettivi specifici fissati per il 2030 e il 2040. Secondo il mandato adottato, entro la fine del 2025, la Commissione dovrebbe valutare la possibilità di proporre obiettivi e criteri di sostenibilità per la plastica di origine biologica, una risorsa chiave per “defossilizzare” l’economia della plastica. Fin dalla presentazione da parte della Commissione europea il 30 novembre 2022, la proposta ha attirato le critiche di industria e politica italiana che hanno contestato principalmente la parte della proposta che riguarda i limiti o divieti di imballaggi considerati ‘non essenziali’ e gli obiettivi di riutilizzo degli imballaggi, con obiettivi minimi per le aziende.

Gli eurodeputati di Envi puntano a distinguere e chiarire i requisiti degli imballaggi da riutilizzare o da riempire. Gli imballaggi riutilizzabili dovrebbero soddisfare una serie di criteri, tra cui un numero minimo di volte in cui possono essere riutilizzati (da definire in una fase successiva nel negoziato con gli Stati membri), mentre distributori finali di bevande e cibi da asporto nel settore di ristorazione e hotel dovrebbero offrire ai consumatori la possibilità di portare il proprio contenitore. Rispetto alla proposta della Commissione, inoltre, i deputati vogliono vietare l’uso delle cosiddette “sostanze chimiche permanenti” aggiunte intenzionalmente (sostanze alchiliche per- e polifluorurate o Pfas) e del bisfenolo A negli imballaggi destinati al contatto con gli alimenti.

Se la delegazione italiana al Parlamento europeo era riuscita a ottenere un ammorbidimento delle regole nelle due commissioni non competenti che hanno espresso un parere (Itre e Imco), altrettanto non si è riuscito a fare in commissione Envi che è competente sul file legislativo. E l’Italia si dice pronta a dare battaglia. “Forte preoccupazione per l’incertezza dello scenario aperto dal voto di oggi in commissione Ambiente (Envi)” è stata espressa in una nota dall’europarlamentare di Forza Italia-Ppe Massimiliano Salini, relatore ombra sul dossier. Come Ppe “presenteremo una serie di emendamenti sulla base del compromesso alternativo che abbiamo sostenuto oggi: è necessario coniugare competitività e sostenibilità, un equilibrio di cui l’Italia è un esempio eccezionale da diffondere in quanto utile all’intera Ue“, ha anticipato. “La nostra battaglia continua: il fatto che sugli emendamenti chiave l’Aula si sia spaccata a metà, ci fa ben sperare in vista del voto finale in plenaria a novembre”, ha dichiarato. Il voto dovrebbe tenersi nella seconda sessione plenaria in programma dal 20 al 23 novembre.

Il voto conferma le nostre preoccupazioni: si continua ad andare verso un sistema che non valorizza il modello vincente italiano, ma che lo mette a rischio”, mette in guardia il ministro per l’Ambiente e la sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, promettendo che continueremo “la nostra battaglia in tutte le sedi comunitarie per difendere le ragioni di una filiera innovativa, che supera i target Ue con diversi anni di anticipo, che dà lavoro tutelando l’ambiente e affermando i più avanzati principi dell’economia circolare“.

Il nostro settore dell’ortofrutta è sicuramente preoccupato dal voto di oggi sugli imballaggi e sui rifiuti da imballaggi e speriamo di riuscire a modificarlo nel voto in plenaria” a novembre, ha spiegato a GEA Cristina Tinelli, responsabile relazioni Ue e internazionali di Confagricoltura, parlando di “un voto risicato ma questo c’è sul tavolo”. Tinelli ha riconosciuto che il regolamento sugli imballaggi “è sicuramente uno dei dossier che più ci ha tenuti impegnati nell’ultimo periodo. Ci sono parecchi aspetti dirimenti”, ha detto, citando l’obbligo proposto dalla Commissione europea “di utilizzare sacchetti monouso superiori a 1,5 kg per gli imballaggi dell’ortofrutta, che per noi voleva dire perdere tutto il settore della quarta gamma”, ha puntualizzato. Nella posizione adottata in commissione per l’Ambiente, la proposta “passa da 1,5 a 1 kg, però sappiamo bene che anche 1 kg è un risultato che non ci soddisfa per niente, soprattutto perché le altre due commissioni” che hanno adottato pareri sul dossier (Itre e Imco) “avevano completamente tolto questo vincolo”. Per Confagricoltura “è un grosso problema, come l’emendamento passato sulle etichette compostabili su frutta e verdura”. Tinelli ha riconosciuto l’aiuto “da parte degli eurodeputati italiani sul dossier però è necessario abbassare questo limite o addirittura toglierlo”.

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Agricoltura, in Commissione Envi non passa lo stop al rinnovo del glifosato

La commissione Ambiente del Parlamento europeo (Envi) ha respinto con 38 voti a favore, 40 contrari e 6 astensioni la proposta di obiezione all’atto delegato della Commissione europea per rinnovare l’approvazione del controverso erbicida glifosato. La proposta di rinnovo dell’uso del glifosato per altri dieci anni è arrivata lo scorso 20 settembre nelle mani dei ventisette governi, che hanno iniziato già il mese scorso a discuterne a livello di rappresentanti permanenti presso l’Ue.

L’uso del contestato erbicida era stato rinnovato per l’ultima volta nel 2017 per soli cinque anni e, in scadenza a dicembre di un anno fa, la licenza è stata rinnovata per ulteriori dodici mesi fino al 15 dicembre di quest’anno. Il Parlamento europeo non ha reale voce in capitolo sul rinnovo, su cui devono pronunciarsi gli Stati membri, ma è stata presentata un’obiezione sul rinnovo, che non ha trovato maggioranza in Aula. L’erbicida, il più diffuso al mondo, è al centro di una disputa scientifica a livello internazionale a causa della sua presunta cancerogenicità, classificata come ‘probabile’ nel 2015 dall‘Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro dell’Organizzazione mondiale della sanità.

Lo scorso 13 ottobre gli Stati membri in seno al comitato permanente per le piante, gli animali, gli alimenti e i mangimi non hanno raggiunto la maggioranza qualificata necessaria per sostenere o bocciare la proposta della Commissione europea di rinnovare per altri dieci anni (su un totale di quindici) l’uso in Europa del controverso erbicida che divide l’Ue. In assenza di una maggioranza qualificata, come prevedono le norme Ue, la Commissione europea poteva scegliere di modificare la proposta e tornare al Comitato o inviarla a un comitato d’appello. La Commissione von der Leyen ha scelto questa seconda opzione e entro la metà di novembre la proposta sarà ri-votata dagli Stati membri in un comitato d’appello, senza modifiche.

Ma quanto costerebbe all’Italia eliminare l’uso di uno dei pesticidi più diffusi, cioè il glifosato? Secondo uno studio di Areté-The Agrifood Intelligence Company pubblicato alla fine del 2022 e commissionato da Bayer, se l’Europa vieterà l’utilizzo di glifosato, il 37% del valore aggiunto dell’agricoltura italiana rischia una severa contrazione. Un prodotto – questo erbicida – che, comunque, le autorità regolatorie di quattro grandi paesi europei (Francia, Paesi Bassi, Ungheria e Svezia) ritengono sicuro per l’uomo.

In uno scenario ‘glifosato free’, le più consistenti riduzioni dei volumi di produzione su scala nazionale (derivanti dalle diminuzioni di resa causate da un controllo meno efficace delle malerbe e da altre ripercussioni negative sulla naturale fertilità dei terreni) sono stimate per la soia (-18,2%), il riso (-17,7%), e il frumento duro (-12,2%). Per quanto riguarda i costi di transizione, il confronto tra i costi aggiuntivi per unità di prodotto e il prezzo medio di vendita risulta essere particolarmente penalizzante per la soia, il mais, il frumento tenero e il frumento duro. Considerando gli impatti complessivi a livello agricolo, le colture che sarebbero maggiormente impattate in Italia sono il mais ed il frumento duro, per cui si attendono costi aggiuntivi significativi (pari fino al 14% del prezzo medio per il mais irriguo nel nord Italia, e al 15% del prezzo medio per il frumento duro nel sud Italia)

Ma non solo. Lo studio ha preso in considerazione anche gli impatti ambientali di un futuro senza glifosato e i risultati della ricerca “presentano una notevole complessità sul piano scientifico, che si traduce in una certa difficoltà nell’elaborare conclusioni univoche al riguardo”. Ad esempio, per quanto riguarda il riso, l’eventuale divieto all’uso di questo pesticida rischia di produrre gravi conseguenze ambientali, poiché aumenterebbe il consumo di acqua, arrecando contemporaneamente gravi cali produttivi stimati tra -133.866 (-8,8%) e -407.705 tonnellate (-26,7%).

Secondo lo studio, inoltre, l’opzione alternativa oggi più concretamente praticabile per la pulizia del letto di semina prevede un aumento del numero e una intensificazione delle lavorazioni meccaniche sul terreno, anche in combinazione con l’applicazione di erbicidi chimici in pre e/o post emergenza. Anche l’opzione meccanica, riferisce la ricerca, “non è ad impatto zero, in quanto comporta un complessivo aumento del consumo di energia” con conseguente aumento del consumo di gasolio agricolo, e quindi anche di emissioni inquinanti.

European Chips Act

Ue avverte la Cina: “Alleanza internazionale per germanio e gallio”

L’Unione europea non si ferma. E’ decisa a giocare la partita della sostenibilità, accettando la sfida geopolitica lanciata da una Cina entrata prepotentemente nella corsa per la definizione di un nuovo modello economico-produttiva. Di fronte allo stop cinese all’export di germanio e gallio, materie prime utili alle transizioni verde e digitale, “la Commissione è in contatto con raffinatori e riciclatori internazionali e con sede nell’Ue per vedere se, se necessario, potrebbero aumentare o riprendere la produzione”. Lo assicura il commissario per il Mercato interno e l’industria, Thierry Breton, che mostra come l’Ue non sia ferma a guardare. “Ne vale la pena, poiché il gallio e il germanio sono sottoprodotti di metalli più comuni”, aggiunge. Avanti dunque con un’alleanza commerciale e industriale in salsa anti-cinese.

Forte di un territorio ricco di materie prime indispensabili e di un controllo di ciò che non è presente nel proprio sottosuolo, la Repubblica popolare chiude i rubinetti a dei flussi commerciali non casuali. Germania e gallio sono elementi utilizzati nei chip dei computer, nel settore delle telecomunicazioni, per la produzione di pannelli solari e veicoli elettrici. La Repubblica popolare cinese ha annunciato restrizioni nella vendita all’estero di queste materie prime, ma il commissario per l’Industria, Thierry Breton, ostenta ottimismo: “I materiali sono sottoprodotti e quindi il potenziale per raffinarli nell’Ue è elevato, anche a breve termine”. Come spiega, “il gallio, ad esempio, è stato prodotto nell’Ue fino al 2016, e il recupero del germanio dalle scorie è ancora in corso nell’Ue, e i progetti strategici orientati alla sua produzione potrebbero essere sostenuti dall’Ue”.

Condizionali d’ordinanza, perché a Bruxelles si è consapevoli della posta in gioco. Gallio e germanio sono stati inseriti nella lista Ue delle materie prime strategiche, versione 2023, quella dunque aggiornata. Per queste due materie prime l’esecutivo comunitario riconosce “rischi sistemici”. In particolare per il Gallio, “a causa della maggiore concentrazione della produzione globale in Cina e dell’interruzione di un’importante produzione interna”. Pechino ha iniziato a produrre solo per sé stessa, per tagliare fuori concorrenti nel nuovo business mondiale, voluto dagli europei.

Numeri alla mano, il compito che si è dato il team von der Leyen risulta tanto necessario quanto arduo. L’Ue ha un tasso di dipendenza dall’estero del 98% per quanto riguarda il gallio. Il ‘made in China’ da solo vale il 71% di questa domanda. Gli altri partner principali sono Stati Uniti (10%) e Regno Unito (9%). Diverso il mercato del germanio. Belgio e Germania riescono sia a produrre sia a lavorare, seppur in volumi insufficienti. Bisogna dunque affidarsi a Stati Uniti, Giappone e magari alle loro imprese. Perché alla fine la green economy l’Ue non potrà non farla senza un qualche contributo esterno. “Partnership strategiche potrebbero aiutare, nel medio termine, a diversificare l’offerta di gallio e germanio”, riconosce Breton. La Commissione è al lavoro. Perché non ha alternative.

autostrade

Euro7, Commissione Envi adotta mandato: a novembre voto in plenaria

Stessi standard ma tempi più lunghi per la loro entrata in vigore. La commissione Ambiente (Envi) del Parlamento europeo ha adottato con 52 voti favorevoli, 32 contrari e 1 astensione la sua posizione sui nuovi standard di emissione Euro7 per ridurre le emissioni inquinanti e fissare requisiti di durata delle batterie per autovetture, furgoni, autobus e camion. La relazione – a prima firma dell’eurodeputato di Ecr, Alexandr Vondra – è passata con il sostegno dei gruppi Renew Europe, Partito popolare europeo, Conservatori e riformisti europei e Identità e democrazia, mentre i 32 voti contrari sono arrivati ​​dai Socialisti e Democratici, dai Verdi e dalla Sinistra che hanno denunciato la scarsa ambizione ambientale del testo che finirà al voto dell’intera plenaria del Parlamento europeo a novembre. Rispetto alla proposta della Commissione europea di novembre 2022, la commissione ambiente ha spostato in avanti l’entrata in vigore dei nuovi standard.

Gli eurodeputati hanno di fatto mantenuto gli standard proposti dalla Commissione per le emissioni inquinanti (come ossidi di azoto, particolato, monossido di carbonio e ammoniaca) per le autovetture, ma le norme sulle emissioni attualmente in vigore (gli standard Euro 6) si applicherebbero fino al primo luglio 2030 per auto e furgoni e fino al primo luglio 2031 per autobus e camion (mentre la Commissione Ue proponeva rispettivamente 2025 e 2027). Gli eurodeputati di Envi hanno proposto inoltre un’ulteriore ripartizione delle emissioni in tre categorie per i veicoli commerciali leggeri in base al loro peso. Il testo adottato propone limiti più severi per le emissioni di gas di scarico degli autobus e dei veicoli pesanti, compresi i livelli fissati per le emissioni reali di guida. Tra le altre proposte degli eurodeputati, anche un passaporto ambientale aggiornato del veicolo con le informazioni quali consumo di carburante, stato della batteria, limiti di emissioni, risultati delle ispezioni tecniche periodiche; requisiti di durata più severi per veicoli, motori e sistemi di controllo dell’inquinamento; obbligo di installare sistemi di bordo per il monitoraggio di diversi parametri come le emissioni di gas di scarico in eccesso, il consumo reale di carburante ed energia e lo stato di salute delle batterie di trazione.

Nel voto in commissione di oggi è stato bocciato l’emendamento sostenuto dai gruppi dai Ppe, Ecr e Id che mirava a reintrodurre l’utilizzo dei carburanti sintetici, gli e-fuels, dopo il 2035. Ma non è detta l’ultima parola e, secondo l’eurodeputato di Forza Italia-Ppe, Massimiliano Salini, la battaglia continua in vista del voto finale in plenaria dove, tra gli emendamenti, “proporremo anche una definizione di ‘Carburanti CO2 neutri’ che include i biocarburanti sostenuti dall’Italia accanto agli e-fuel della Germania”. Il riferimento di Salini è al fatto che nel regolamento sugli standard CO2 per nuove auto e furgoni è stato introdotto il divieto di immatricolare auto con motori a combustione interna, diesel e benzina, dopo il 2035 pur prevedendo un’eccezione per i carburanti sintetici.

“Abbiamo trovato con successo un equilibrio tra gli obiettivi ambientali e gli interessi vitali dei produttori”, ha esultato l’eurodeputato relatore Alexandr Vondra (Ecr). Il testo manca di ambizione secondo i Socialdemocratici e i Verdi che alla fine hanno deciso di votare contro. “L’accordo del Parlamento europeo non è degno di essere etichettato come Euro7”, denuncia senza mezzi termini Christel Schaldemose, negoziatore S&D sulla bozza di relazione, sottolineando che “come progressisti, siamo impegnati a lottare per una migliore qualità dell’aria per i nostri cittadini. Sfortunatamente, il liberale Renew ha stretto un accordo con i conservatori Ppe, insieme all’Ecr e all’ID di destra, che non porterà a miglioramenti sostanziali nella qualità dell’aria”. Gli Stati membri Ue hanno adottato il loro mandato lo scorso 25 ottobre durante il Consiglio Ue competitività, annacquando di molto la proposta della Commissione europea.

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