Rigassificatore

In Italia raggiunto 80% di stoccaggi gas, centrati gli obiettivi Ue

Riserve sotterranee di gas piene all’80% della capacità. L’Italia ha raggiunto con due mesi di anticipo il target richiesto dall’Unione europea di riempire gli stoccaggi di gas (almeno) all’80% della propria capacità entro il primo novembre 2022, per arrivare poi al 90% a partire dall’inverno 2023. L’obiettivo? Prepararsi a livello nazionale a uno scenario di completa interruzione delle forniture di gas da parte della Russia, tenendo piene le riserve e presentando misure di risparmio della domanda. Lo scenario è ormai più che realistico date le tensioni con Mosca per la guerra in Ucraina.

Ad annunciare il raggiungimento del target è stato il premier Mario Draghi dal palco del Meeting di Rimini, assicurando che il Paese “è in linea con l’obiettivo di raggiungere il 90% entro ottobre”. Il governo – ha riferito il premier ormai dimissionario – ha già predisposto i necessari piani di risparmio del gas, con intensità (dei tagli) crescente a seconda della quantità di gas che potrebbe venire eventualmente a mancare. L’annuncio di Draghi ha anticipato i numeri che compariranno domani sulla piattaforma indipendente europea (Gas Infrastructure Europe – AGSI+) che certifica il dato con due giorni di ritardo e segna oggi i livelli ancora al 79,92% della capacità di riempimento. A livello complessivo in Unione europea il livello di riempimento è pari al 77,74%.

A livello comunitario Italia e Germania – che sono i principali importatori di gas in Ue – sono anche i Paesi insieme a Francia, Paesi Bassi e Austria a concentrare la maggior parte della capacità di stoccaggio in tutta l’Unione europea. L’Italia ha una capacità di riempimento di 197,7 terawattora (TWh), in Ue seconda solo alla Germania (245,3 TWh). Non tutti gli Stati membri Ue dispongono di impianti di stoccaggio del gas, sono 18 su 27 i Paesi a disporne: Italia, Austria, Belgio, Bulgaria, Croazia, Repubblica ceca, Danimarca, Francia, Germania, Ungheria, Lettonia, Paesi Bassi, Polonia, Portogallo, Romania, Slovacchia, Spagna e Svezia e rappresentano circa il 27 per cento del consumo annuale di gas dell’UE.

Un terzo degli Stati membri (Irlanda, Lussemburgo, Slovenia, Grecia, Cipro, Lituania e Finlandia) non dispone di proprie capacità di stoccaggio e dovrà fare affidamento sulle strutture degli altri, in caso di chiusura dei rubinetti del gas da parte di Mosca. Il gruppo europeo di coordinamento sul gas (che fa capo alla Commissione Europea) sta lavorando per rafforzare la cooperazione regionale tra Stati membri attraverso delle task force, con Bruxelles che continua a esortare i governi a siglare accordi di solidarietà bilaterale in vista di tagli improvvisi alle forniture da parte del Cremlino (al momento in Ue ce ne sono solo sei, di cui uno tra Italia e Slovenia).

Mario Draghi

Draghi: “Momento complesso. Con rigassificatori liberi da Russia nel 2024”

Una sfida dopo l’altra. Intervenendo al meeting di Rimini, il premier Mario Draghi, traccia il quadro delle numerose emergenze che affliggono il Paese, cominciando, naturalmente, dall’energia. “L’Italia – annuncia – ha raggiunto l’80% dello stoccaggio di gas, in linea con l’obiettivo del 90% entro l’autunno”, un traguardo importante che permetterà al Paese di diminuire ulteriormente le forniture da parte della Russia. I risultati degli “sforzi” del governo per l’indipendenza da Mosca, ricorda “sono già visibili. A differenza di altri Paesi europei, le forniture di gas russo in Italia sono sempre meno significative, e una loro eventuale interruzione avrebbe un impatto minore di quanto avrebbe avuto in passato“.

In pochi mesi, aggiunge, “abbiamo ridotto in modo significativo le importazioni di gas dalla Russia, un cambio radicale nella politica energetica italiana. Abbiamo stretto nuovi accordi per aumentare le forniture – dall’Algeria all’Azerbaigian. Gli effetti sono stati immediati: l’anno scorso, circa il 40% delle nostre importazioni di gas è venuto dalla Russia. Oggi, in media, è circa la metà”. Ma c’è di più. Secondo il presidente del Consiglio dei ministri se la costruzione dei due rigassificatori sarà realizzata nei tempi previsti, “l’Italia sarà completamente indipendente dal gas russo nell’autunno del 2024”.

Tuttavia, oggi “il costo del gas è più di 10 volte il suo valore storico”. “In Europa abbiamo spinto molto sul price cap ma alcuni Paesi temono che Mosca possa nuovamente interrompere le forniture e i frequenti blocchi di questi mesi hanno mostrato i limiti di questa posizione. Così ci troviamo con forniture incerte e prezzi esorbitanti“, puntualizza.

Uno scenario che, inevitabilmente, si ripercuote su famiglie e imprese: “Il notevole aumento dell’inflazione, partito dai costi dell’energia, si è trasmesso sul comparto alimentare” aggravando ancora di più la condizione delle categorie più a rischio, ammette il premier. Inoltre, “il rallentamento della crescita globale si ripercuote negativamente sulle esportazioni e le condizioni di accesso al credito cominciano a peggiorare, questo avrà sicuramente effetti sugli investimenti“.

La questione energetica va certamente di pari passo con l’emergenza siccità. E qui entrano in gioco il cambiamento climatico e l’aumento dell’utilizzo di fonti non rinnovabili per sopravvivere alla crisi, che ‘sospende’ quello delle rinnovabili. Come sottolinea Draghi, invece, è solo “accelerando sulla strada delle energie rinnovabili che si potrà combattere il cambiamento climatico“. Proprio quello che ultimamente si è “manifestato in modo minaccioso – riferisce il l’ex Bce – con fenomeni estremi sono sempre più comuni con conseguenze tragiche, penso al dramma della siccità, che ha colpito in particolare il bacino del Po; allo scioglimento dei ghiacciai come quello della Marmolada; ai violenti nubifragi“, aggiunge.

emissioni gas serra

Gas e carbone spingono ai massimi il costo delle emissioni

Carlo Bonomi, presidente di Confindustria, ha chiesto ai microfoni del Tg5 la sospensione dei certificati ETS (quelli che dovrebbero permettere la riduzione delle emissioni di CO2), in quanto rappresentano un costo in questo momento insostenibile per le imprese italiane.

Nato nel 2005, il sistema europeo delle quote di emissione (Emissions Trading System o ETS) opera secondo una logica cap & trade, in cui si stabilisce un tetto (cap) al numero di quote che vengono messe a disposizione ogni anno per gli operatori appartenenti ai settori assoggettati. Considerato il vincolo, ogni operatore deve restituire annualmente un numero di quote pari alle emissioni prodotte per evitare pesanti multe. Chi invece si trova in deficit, può acquistare le quote mancanti in asta (da uno degli Stati membri della Ue) o sul mercato da operatori in surplus o da soggetti terzi abilitati.

Da quando Bruxelles ha varato il Fit for 55, ovvero la corsa a ridurre velocemente le emissioni, i prezzi delle quote di carbonio hanno iniziato a prendere il volo fino a raggiungere il massimo storico di oltre 99 euro/tCO2e il 19 agosto, a seguito di un taglio all’offerta all’asta ad agosto combinato con una domanda rialzista. Quel giorno i contratti futures EU Allowance per la consegna di dicembre 2022 sono saliti a 99,14 euro/tonCO2e, il valore infragiornaliero più alto mai registrato per il contratto futures di dicembre alla borsa ICE Endex. Alle 15 il prezzo è sceso a 90 euro, ma visto il future con consegna dicembre 2024 (98,55 euro) la tendenza intimorisce gli imprenditori.

Il picco del 19 agosto, che tanto preoccupa Bonomi, deriva dal fatto che le condizioni di siccità in Europa quest’estate hanno ridotto la produzione di elettricità da fonti a basse emissioni di carbonio come l’idroelettrico e il nucleare, incrementando la necessità di generazione a gas, che a sua volta aumenta le emissioni di CO2 e la domanda di quote.

Le alte temperature hanno anche aumentato la domanda di condizionatori, aumentando la necessità di elettricità nelle case e negli edifici commerciali e sostenendo i prezzi del gas naturale e del carbone in Europa, hanno fatto sapere da Platts Analytics in un rapporto proprio del 19 agosto. “Il carbone si sta reintegrando nel mix energetico europeo mentre vediamo questi prezzi del gas a lungo termine salire”, ha affermato un analista di un hedge fund energetico al sito magitech.it. “Quindi i generatori a carbone stanno iniziando ad acquistare quote di anidride carbonica per coprire la domanda aggiuntiva che ora si aspettano da uno a tre anni”.

Tuttavia settembre potrebbe vedere i prezzi del carbonio subire pressioni al ribasso mentre l’offerta all’asta dovrebbe tornare a livelli normali. La pressione ribassista – hanno sottolineato a Platts Analytics – si basa su un indebolimento delle prospettive macroeconomiche. L’aumento del costo dell’energia potrebbe anche comportare la chiusura temporanea o il ridimensionamento delle attività di fabbriche e impianti industriali, riducendo di conseguenza la domanda di crediti di carbonio dell’UE. Recessione uguale calo dei consumi, quindi meno richiesta di certificati anti-carbonio.

stufa pellet

Paniz (Aiel): “Aumentano vendite di stufe, raddoppia prezzo pellet”

Il gas sfiora i 300 euro/MWh, l’energia elettrica supera i 600 euro MWH. Le bollette, a fine settembre, sono destinate a esplodere. Così alcune famiglie hanno deciso, per tempo, di cambiare modo di riscaldarsi, scommettendo sulle stufe. Come conferma Annalisa Paniz, direttore generale di Aiel, Associazione italiana energie agroforestali.

Direttrice, di quanto sono aumentate le vendite di stufe?
“Secondo i primi dati disponibili del 2022 raccolti da Aiel, le stime indicano un aumento totale delle vendite di stufe e caminetti a legna e pellet del +28% a maggio rispetto ai primi 5 mesi del 2021, con una crescita del mercato interno del 8,7% (pari a oltre 56mila apparecchi), anche se parecchi hanno sostituito vecchie stufe. Più importante risulta l’aumento delle vendite all’estero, che ha registrato un +40%, per un totale di 121.102 apparecchi esportati tra gennaio e maggio 2022, con una netta prevalenza degli apparecchi a pellet (104.398, +37,3%) rispetto alla legna, che risulta comunque in crescita del +60,8%”.

La preoccupazione del momento, bolletta a parte, sembra però il prezzo del pellet… E la sua disponibilità.
“La guerra in Ucraina, l’embargo su Russia e Bielorussia, la dipendenza dell’Italia agli approvvigionamenti esteri, e una domanda ancora molto sostenuta spiegano il rialzo del prezzo del pellet di quest’anno, praticamente raddoppiato passando da 4-5 euro a 8-10 euro a sacchetto. L’approvvigionamento italiano di pellet dipende principalmente dalle importazioni: il bando all’import di legname da Russia e Bielorussia e l’ovvia riduzione dei flussi ucraini, determinano una contrazione diretta del mercato italiano del pellet non inferiore al 10% delle quantità commercializzate annualmente nel nostro Paese, mentre le sanzioni economiche hanno comportato una riduzione di materia prima idonea alla produzione di pellet, la cui lavorazione negli stabilimenti europei rendeva disponibili ingenti quantità di scarti e residui (segatura) da cui era possibile produrre pellet”.

Questa fame di pellet ha portato allo stop all’export da vari Paesi?
“Nazioni come Regno Unito, Paesi baltici e dell’Europa centro-settentrionale, che si approvvigionavano di più da Russia e Bielorussia, hanno ridotto le proprie esportazioni per soddisfare i fabbisogni interni e i flussi d’export residui hanno subìto così repentini rialzi di prezzo. A livello europeo, l’interruzione dell’approvvigionamento da Russia, Bielorussia e Ucraina ha creato una carenza complessiva stimata in circa 3 milioni di tonnellate di pellet. Stati come Bosnia Erzegovina, Ungheria e Serbia hanno introdotto misure protezionistiche per tutelare i propri mercati interni, accentuando in questo modo le difficoltà del commercio internazionale. Ma c’è dell’altro”.

Ci spieghi…
All’aumento della competizione interna al segmento domestico del mercato del pellet, si è aggiunto quello interno al settore industriale, rappresentato dalle grandi centrali nord-europee alimentate a biomasse per la produzione elettrica e cogenerazione. Lo shock nei prezzi dell’energia ha spinto questi impianti ad aumentare la produzione energetica da fonti alternative a quelle tradizionali, divenute ben più convenienti, intensificando l’approvvigionamento di pellet. Per questo motivo oggi il segmento premium (domestico) si trova a non poter competere con i prezzi a causa della concorrenza del settore industriale di Paesi come Regno Unito, Belgio, Danimarca e Paesi Bassi disposto all’acquisto anche a prezzi molto elevati, comunque convenienti rispetto ad altre opzioni energetiche”.

Sembra una tempesta perfetta…
“Certo, perché alle cause esterne si aggiungono quelle interne al settore, a cominciare dall’aumento della domanda di pellet in Europa, dovuto all’andamento positivo, appunto, delle vendite e delle nuove installazioni di generatori di calore a pellet (stufe e caldaie) in alcuni Paesi, in particolare Francia e Austria, e all’impennata dei costi energetici stimolata dalle politiche attive adottate in diversi Paesi europei per il superamento della dipendenza dalle fonti energetiche fossili. La domanda di pellet in Europa si è dunque sviluppata velocemente, ma l’offerta deve ancora reagire e adattarsi pienamente ai nuovi livelli richiesti dal mercato”.

Da qui nasce il panico, che porta i proprietari di stufe a pellet a comprare più materia prima possibile.
“Infatti, a tutto questo va aggiunto il nervosismo del mercato e dei consumatori che, avvertendo un rischio di interruzione degli approvvigionamenti durante la stagione invernale, talvolta reagiscono irrazionalmente acquistando più materiale di quanto non sia effettivamente sufficiente a scaldare la propria abitazione. Anche i comportamenti individuali, quindi, concorrono ad alimentare la diminuzione della disponibilità di pellet sul mercato. Direi: niente panico, non mancherà pellet”.

Cosa prevede allora per quest’inverno?
“Sarà difficile che la situazione attuale possa risolversi già nel corso della stagione termica in arrivo, durante la quale i flussi d’importazione da Paesi come Germania, Austria e Paesi baltici diminuiranno fisiologicamente. È perciò utile che i consumatori continuino a pianificare oculatamente e preventivamente i propri acquisti insieme ai rivenditori di fiducia, in modo da non concentrare gli acquisti nel solo periodo invernale”.

Come nel settore gas ed energia elettrica, la transizione richiederà dunque tempo anche nel pellet?
“Tutte le associazioni europee concordano sul fatto che il mercato europeo del pellet saprà reagire alle attuali sollecitazioni con un aumento dei livelli produttivi, anche se i processi di adeguamento dei livelli d’offerta avranno bisogno del giusto tempo per essere realizzati compiutamente. È prevista per il 2023 l’inaugurazione di 11 nuovi impianti produttivi in Austria, in Francia la capacità produttiva nazionale potrebbe addirittura raddoppiare entro il 2028 e, anche in Italia registriamo un nuovo e recente interesse per l’insediamento di nuovi impianti locali di produzione di pellet. Sul fronte italiano, l’avvio di politiche nazionali volte finalmente ad aumentare la produzione di biocombustibili di origine nazionale sarà fondamentale per ridurre la dipendenza dalle importazioni estere”.

palo luce

La nuova emergenza in Europa è la luce, che fa salire il gas

Timera Energy, uno dei consulenti più ricercati d’Europa, lancia un nuovo allarme. Da settimane i riflettori sono puntati sul prezzo del gas, che sfiora i 300 euro/MWh dopo la decisione di chiudere North Stream per tre giorni causa manutenzione. Ma la fiammata più preoccupante sta interessando l’energia elettrica, arrivata a costare nei principali Paesi europei 600 euro/MWh. A detta degli analisti londinesi di Timera, la luce è diventata la causa dell’impennata dello stesso metano.

La crisi energetica in Europa ha preso piede durante l’estate per vari motivi: problemi di disponibilità nucleare, livelli idroelettrici esauriti e produzione termica in calo (sia a causa di problemi di accesso al carburante che di chiusure di impianti). I prezzi della luce stanno salendo a livelli record, superando ora sostanzialmente l’aumento dei prezzi del gas. Il Vecchio Continente ha bisogno di più produzione per mantenere le luci accese e l’unica opzione rimasta è il metano, sentenzia Timera Energy. Siamo di fronte a “cambiamenti sismici alla base dei costi energetici dell’economia europea, i quali indicano un’imminente distruzione della domanda industriale su larga scala – scrivono gli analisti della City – e un aumento sostanziale della probabilità di razionamento del gas somministrato”.

Come siamo arrivati a questo “black out”?

Il fattore principale che ha guidato l’aumento dei prezzi dell’energia elettrica in Europa nella prima metà del 2022 è stato, come sapevamo, l’aumento dei prezzi del metano. Le centrali a cicli combinati con turbine a gas dominano la fissazione dei prezzi marginali dell’energia nei mercati energetici del Vecchio Continente. Di conseguenza, gli aumenti dei prezzi del gas hanno determinato l’impennata del gas. In estate però è nata una nuova crisi energetica. Ecco le principali cause, nella sintesi di Timera:

  • disponibilità nucleare francese molto bassa (EDF ha recentemente ridotto la sua guida alla produzione per il 2023 a 300-330 TWh e ora sta affrontando problemi di raffreddamento che stanno avendo un impatto su una disponibilità già debole per il 2022);
  • livelli di stoccaggio idroelettrico bassi causa siccità;
  • chiusure di centrali termiche in tutta l’Europa occidentale (attraverso le vecchie centrali a carbone, nucleari e gas);
  • problemi logistici per l’approvvigionamento di carburante per il conflitto russo e per i livelli molto bassi dell’acqua del Reno (ad es. impatto sulla consegna di carbone da chiatta alle centrali elettriche tedesche);
  • periodi di bassa produzione eolica e solare.

La combinazione di questi fattori sta esacerbando la crisi della luce.

Dunque l’Europa non solo sarà a corto di molecole di gas nei prossimi 3 anni, ma senza ridurre i consumi elettrici rischia di essere a corto anche di elettroni, la cui unica fonte – sottolineano gli analisti di Timera – è la combustione di molecole. Bisogna bruciare insomma più gas per lasciare accesa la luce, una consuetudine ben nota in Italia, molto meno in Europa.

Ora – concludono gli specialisti londinesi dell’energia – un’informazione chiave che il mercato sta cercando è capire la struttura dell’intervento politico, ad esempio sotto forma di razionamento o di vendita all’asta dei volumi industriali. Queste informazioni sono un input chiave nel tentativo di quantificare i volumi e i prezzi della distruzione della domanda.

Per questo una parte significativa delle attuali quotazioni spot di energia e gas è determinata dal premio per il rischio che riflette questa incertezza. I mercati sono abituati a valutare elettroni e molecole in base alla flessibilità dal lato dell’offerta, non alla distruzione e all’intervento dal lato della domanda.

Unica certezza: prezzi estremi creano incentivi estremi a ridurre i consumi. Quanto costerà questo lockdown energetico?

(Photo credits: HELMUT FOHRINGER / APA / AFP)

Josep Borrell

In Ue stoccaggio gas a buon punto ma si teme nuovo stop Nord Stream

Il lavoro dell’Unione europea e dei governi per riempire le riserve di gas procede bene e a ritmi sostenuti. “Tutto ci fa pensare che inizieremo il prossimo inverno con buoni livelli di stoccaggio”, ha assicurato l’alto rappresentante Ue per la politica estera e di sicurezza, Josep Borrell, a margine dell’annuale seminario ‘Quo Vadis Europa?’, in corso in questi giorni a Santander, in Spagna. I numeri parlano chiaro: l’Ue nel complesso ha riempito oltre il 76% della sua capacità di stoccaggio e in molti Stati membri si sta raggiungendo la quota nazionale dell’80% richiesta da Bruxelles per prepararsi allo scenario di un taglio completo alle forniture da parte di Mosca.

Anche l’Italia, con il 79,39% della capacità, è tra questi. Ma quello di una interruzione totale delle forniture russe (Mosca è il principale fornitore di gas all’Europa) è uno scenario ormai non troppo remoto e lo lascia intendere il capo della diplomazia europea. Su come andrà l’inverno molto dipenderà da come si evolveranno le cose nelle prossime settimane “e se l’Ue sarà ancora in grado di riempire le riserve”, ha osservato. Per ora stiamo ricevendo il gas” da parte della Russia, ma il gasdotto “Nord Stream 1 lavora al 20% della capacità e la Russia ha già annunciato una nuova sospensione dei flussi all’Europa per una manutenzione non programmata del gasdotto alla fine del mese. Nord Stream 1 è la principale infrastruttura per il trasporto del gas russo verso il Continente europeo, che collega i giacimenti di gas siberiani direttamente alla Germania settentrionale attraverso il Mar Baltico e a capacità massima può trasportare 55 miliardi di metri cubi di gas verso l’Europa.

Venerdì scorso il colosso energetico russo Gazprom – che tiene in gestione il gasdotto – ha annunciato una nuova sospensione dei flussi dal 31 agosto al 2 settembre per una manutenzione non programmata dell’unico compressore rimasto in attività del gasdotto, in una mossa che rischia di aumentare la pressione sui governi europei alle prese con il riempimento degli stoccaggi nazionali di gas prima dell’inverno.

Gazprom assicura che se non dovessero riscontrarsi altri problemi, i flussi di gas saranno ripristinati a 33 milioni di metri cubi al giorno, pari a circa il 20% della capacità a cui l’impianto sta lavorando in questo momento. Nord Stream era già rimasto fermo in manutenzione dall’11 al 21 luglio, in una decisione del Cremlino considerata dall’Unione Europea strumentale come ritorsione al sostegno che Bruxelles ha fornito in questi mesi all’Ucraina. I flussi erano poi ripartiti, ma a una capacità ridotta al 20% a causa, motiva Mosca, di problemi nella riparazione di una turbina prodotta dalla società tedesca Siemens Energy. L’annuncio di una nuova interruzione da parte dei flussi a fine mese spaventa non solo l’Ue ma anche i mercati dell’energia, che negli ultimi mesi hanno osservato un aumento dei prezzi del gas e dell’elettricità.

Non potendo fare affidamento sulla Russia, “dobbiamo continuare a mettere in campo misure per risparmiare energia, ha aggiunto l’alto rappresentante Borrell. Bruxelles ha varato lo scorso 20 luglio un piano per chiedere ai governi di ridurre volontariamente la domanda di gas del 15% rispetto alla media dei consumi di gas degli ultimi cinque anni tra agosto e fine marzo del prossimo anno. Entro la fine di ottobre i governi europei, anche quello italiano, dovranno indicare a Bruxelles le misure che intendono introdurre a livello nazionale per centrare l’obiettivo.

cipro gas

Scoperto maxi-giacimento di gas al largo di Cipro

Una scoperta che influirà notevolmente sul raggiungimento dell’indipendenza energetica dell’Europa dal gas russo. È quella annunciata dal gruppo Eni insieme alla francese TotalEnergies che hanno individuato, a circa 160 chilometri al largo di Cipro, un maxi-giacimento di gas da 2,5 TCF (trilioni di piedi cubi).

In sostanza, spiega Eni, il nuovo pozzo – denominato Cronos-1 – si trova in una profondità d’acqua di 2.287 metri e consiste in un’importante colonna di gas in una sequenza di roccia serbatoio carbonatica con proprietà da discrete ad eccellenti.

Con quest’ultimo ritrovamento Eni Cyprus è a quota quattro pozzi esplorativi perforati e due nel Blocco 6, dopo la scoperta a gas di Calypso-1 nel 2018. Il Gruppo conferma così l’efficacia della sua strategia, volta a creare valore attraverso la profonda conoscenza dei bacini geologici e l’applicazione di tecnologie geofisiche proprietarie.

(Photo credits: AMIR MAKAR / AFP)

povertà energetica

Tra Pnrr ed efficienza, la battaglia dell’Ue contro la povertà energetica

Transizione verde, ma senza lasciare nessuno indietro. Zero emissioni di gas serra ma anche zero povertà energetica nell’Unione europea entro il 2030. Nel 2019 secondo Eurostat, l’ufficio statistico dell’Ue, erano quasi 35 milioni gli europei a non essere in grado di mantenere le proprie case adeguatamente calde d’inverno o fresche d’estate, mentre il 6,2% di loro non poteva permettersi di pagare le bollette o di accedere ai servizi energetici di base, dall’illuminazione all’energia per alimentare gli elettrodomestici.

Si definisce così la povertà energetica, una condizione che affligge, se pure in gradi diversi, tutti i Paesi dell’Unione Europea, che rischia di aggravarsi ulteriormente nei prossimi anni per effetto indiretto della transizione energetica che l’Unione europea porta avanti attraverso il Green Deal, il piano di trasformazione economica lanciato dalla Commissione europea nel 2019 per abbattere le emissioni di gas serra entro il 2050. Il tema dell’accesso all’energia e soprattutto all’energia pulita sarà dominante nel dibattito europeo dei prossimi anni, esacerbato anche dalla guerra di Russia in Ucraina, che ha spinto l’Ue a ripensare il suo approvvigionamento energetico mettendola di fronte a una grande sfida. Ma il costo delle spese energetiche e della transizione può rappresentare nei fatti una barriera che rischia di creare ancora più povertà e disuguaglianze sociali.

La condizione di povertà energetica è dovuta a vari fattori, dai prezzi elevati dell’energia ai bassi redditi. Ma una componente importante è data anche dalla scarsa efficienza energetica degli edifici dell’Ue, case male isolate con impianti vecchi che influiscono negativamente sul clima e sono anche la causa di costi elevati dell’energia. L’aumento negli ultimi anni dei prezzi dell’elettricità nella maggior parte dei Paesi Ue, frenato durante la pandemia ma rincarato con la crisi del gas che oggi affligge l’Europa, insieme alle scarse prestazioni energetiche del patrimonio immobiliare europeo fanno temere un aumento della povertà energetica nei prossimi mesi.

Proprio l’ammodernamento degli edifici per renderli più efficienti dal punto di vista energetico è parte centrale dei piani di Bruxelles per combattere il fenomeno. Attraverso l’iniziativa Renovation Wave (letteralmente, ‘ondata di rinnovamento’), pubblicata nel 2020, la Commissione ha fissato l’obiettivo di raddoppiare il tasso di rinnovamento energetico annuale delle abitazioni e degli edifici non residenziali dell’Ue entro il 2030, dopo aver stimato che il patrimonio edilizio del Continente è responsabile del 40% dei consumi energetici d’Europa e del 36% dei gas a effetto serra provenienti dal settore energetico.

L’Esecutivo prevede di riuscire a ristrutturare 35 milioni di edifici entro il 2030 (oggi solo l’1% viene sottoposto ogni anno a ristrutturazioni di efficientamento energetico) e con una una revisione della direttiva sul rendimento energetico nell’edilizia (EPDB – ‘Energy Performance of Building Directive’) pubblicata a dicembre ha proposto l’introduzione di standard minimi obbligatori di prestazione energetica per gli edifici dell’Ue da introdurre gradualmente dal 2027, vincolando gli Stati a individuare almeno il 15% del proprio patrimonio edilizio con le peggiori prestazioni e a ristrutturarlo passando dalla classe energetica più bassa ‘G’ al grado ‘F’. Questa letterale ‘ondata di rinnovamento’, secondo Bruxelles, andrà in parte finanziata con i piani nazionali di ripresa e resilienza (Pnrr), con cui gli Stati devono dettagliare come spenderanno le risorse mobilitate da Bruxelles dal fondo per la ripresa da 750 miliardi di euro Next Generation Eu, nel quale l’Ue ha vincolato gli Stati a investire il 37% del fondo in azioni per il clima. Lo stimolo della ripresa dalla crisi economica avvertita con lo scoppio della pandemia, secondo l’Ue, offre l’occasione unica di affrontare anche la povertà energetica.

edilizia

La povertà energetica affligge 30 milioni di persone in Ue

Non poter tenere accesi i riscaldamenti per il tempo che servirebbe, o addirittura non poterli accendere affatto. Un problema che affligge oltre 30 milioni di persone in tutta l’Unione europea. Un fenomeno, quello della povertà energetica, anche non semplice da quantificare. Sono sempre mancati sistemi efficienti di dati, e tra i Ventisette è sempre mancata una definizione univoca di ‘povertà energetica’ con criteri armonizzati di calcolo e misurazione. La Commissione europea ha provato a fare un censimento, e il risultato, aggiornato al 2018, parla di 33,8 milioni di persone in questa condizione (dato a 27, senza il Regno Unito poi uscito dall’Ue), non in grado di vivere in ambienti caldi. Ma le stime realizzate successivamente, nel 2020, vedono interessato l’8% della popolazione dell’Ue, vale a dire circa 35,8 milioni di cittadini e cittadine dei diversi Paesi. Un dato aggravato dalla pandemia e dalla cresciuta domanda per consumi spostati dall’ufficio professionale allo studio domestico, e in prospettiva, complice il caro-prezzi, la dimensione del fenomeno potrebbe crescere ancora.

La povertà energetica è una delle principali sfide dell’Unione europea”, riconoscono i tecnici dell’esecutivo comunitario nei loro documenti di lavoro, quelli che accompagnano le scelte del collegio e le proposte di misure. Ed è innegabile che la soluzione non è né semplice né immediata, perché la povertà energetica “è il risultato di più fattori”, quali bassi livelli di reddito, bollette elevate, edifici vecchi dalle grandi dispersioni. Servirà un mix di misure, che passano da una riforma del mercato del lavoro e interventi sui salari, calmierazione dei prezzi, ristrutturazioni. La transizione verde, dunque, soprattutto per quanto riguarda efficienza energetica nell’edilizia e produzione di rinnovabili “è sia una sfida, sia un’opportunità”. Di questo a Bruxelles sono convinti.

Velocizzare le riforme necessarie in termini di sostenibilità, potrà permettere di strappare i cittadini dalla povertà energetica e invertirne l’andamento del tasso. Intanto però c’è il corrispettivo di oltre metà Italia alle prese con la carenza di energia che servirebbe per vivere comodamente. I 33,8 milioni del 2018 e i 35,8 milioni del 2020 rappresentano anche più abitanti del Benelux, o, per fare ancora un altro paragone, una fascia di popolazione più ampia di quella di Paesi scandinavi (Danimarca, Finlandia e Svezia) e repubbliche baltiche (Estonia, Lettonia, Lituania) messi assieme. Spetterà anche all’Italia il compito di trovare una risposta a tutto questo, dato che il Paese è sesto nell’Ue per quota di famiglie incapaci di mantenere l’abitazione adeguatamente riscaldata o climatizzata. Il tasso tricolore risulta al 14,1%. Peggio solo Bulgaria (33,7%), Lituania (27,9), Grecia (22,7%), Cipro (21,9%) e Portogallo (19,4%). Risalta come l’Italia sia l’unica delle principali economie dell’eurozona a registrare così tanti cittadini affetti da povertà energetica. Nel piano nazionale d’azione per l’energia e il clima notificato alla Commissione alla fine del 2019, l’allora governo Conte confermava intenzione e impegno a contrastare il fenomeno, ma poi quel governo è caduto, è sopraggiunta la guerra in Ucraina con le ripercussioni sui prezzi dell’energia, e da ultimo la crisi del governo Draghi. Tutte cose che certamente non agevolano il compito.

Rumors e smentite ma impazza il toto-ministri. Cingolani tra i più ‘contesi’

Il quadro delle alleanze non è ancora definito, i programmi non sono stati depositati, ma come ogni campagna elettorale che si rispetti torna il toto-ministri. Questa volta, a dire il vero, un po’ di ‘colpe’ se le deve prendere il leader della Lega, Matteo Salvini. Perché è stato proprio lui ad accendere la miccia, invitando i suoi alleati del centrodestra a definire prima delle urne almeno un’ossatura di squadra governativa nel caso di vittoria alle urne il prossimo 25 settembre. Finora né Fratelli d’Italia, né tantomeno Forza Italia hanno risposto all’appello guardandosi bene dal fare un passo che molti analisti politici definiscono quantomeno ‘azzardato‘. Soprattutto per una formazione, quella di centrodestra, che tutti i sondaggi danno in largo vantaggio rispetto agli avversari del centrosinistra e anche del centro. Anche perché queste due ultime aree sono ancora in fase di costruzioni, con percorsi visibilmente accidentati.

Se la prudenza non è mai troppa per chi fa politica, l’arte di osare e andare oltre le dichiarazioni di facciata è invece il compito degli osservatori. Soprattutto i media. I primi rumors, così, non tardano ad arrivare e riguardano Giorgia Meloni. Secondo ‘Repubblica‘, la leader di FdI, in un colloquio avuto con Mario Draghi subito dopo le dimissioni, si sarebbe informata con il premier uscente sulle caratteristiche di alcuni ministri. Addirittura chiedendo all’ex Bce consiglio su chi potrebbe essere un asset importante da mettere in campo in un nuovo esecutivo, magari a sua guida. La risposta sarebbe stata Roberto Cingolani e l’ex dg di Bankitalia, Fabio Panetta. Sarebbe, appunto. Perché fonti di Palazzo Chigi non si attardano a smentire il retroscena: “Sono fantasiose e prive di fondamento le ricostruzioni riportate da ‘La Repubblica’ in merito a presunti contatti telefonici del presidente Draghi con Giorgia Meloni, con particolare riferimento a consigli o suggerimenti su nominativi per la composizione della futura compagine di governo“.

La notizia, però, gira a ritmo frenetico. Qualcuno fa il ‘matching‘ con alcune dichiarazioni proprio di Meloni dei giorni scorsi, in cui esprimeva un giudizio tutto sommato positivo sull’azione del ministro della Transizione ecologica. Il diretto interessato non entra nella partita, né per confermare né per smentire. A suo tempo chiarì che non sarebbe stato candidato, tanto che giovedì 4 agosto, in Cdm, lo stesso Draghi ha indirizzato gli auguri di buone vacanze ai ministri non impegnati nella campagna elettorale. Cingolani compreso, che infatti ha ascoltato con un sorriso evidente il premier mentre raccontava questo aneddoto in conferenza stampa dopo la riunione del Consiglio.

Il ‘problema‘, se così vogliamo chiamarlo, è che il rumors è arrivato fino a Lampedusa, dove Salvini è stato giovedì 4 venerdì 5 agosto. In un punto stampa qualcuno la domanda gliela fa. Prima risponde che non commenta i retroscena giornalistici, poi però qualcosa la dice. “Se Cingolani fosse a disposizione ne sarei ben felice: non penso abbia tessere di partito in tasca, però fra i ministri del governo uscente, anche se non ha nulla a che fare con la Lega, mi trovo bene“. Il tema che gli fa apprezzare di più il fisico prestato (temporaneamente) alla politica è il nucleare, su cui il responsabile del Mite è tornato più volte in questi mesi, soprattutto da quando è scoppiata la crisi energetica. Cingolani ne fa una questione teorica: studiamo, recuperando un gap più che ventennale, poi si vedrà. Il segretario del Carroccio, però, vorrebbe farne un punto programmatico: “Così come non si può più rinviare la costruzione del Ponte sullo stretto di Messina, non si può più rimanere tra i pochi grandi Paesi al mondo che non producono energia col nucleare di ultima generazione“.

Un pensiero diametralmente opposto a quello di Nicola Fratoianni, alle prese con la decisione se accettare o meno l’accordo con il Pd. Mentre i Verdi sembrano ormai pronti a firmare, Sinistra italiana sta ancora riflettendo, lasciando il cuore del M5S e di Giuseppe Conte aperto a una speranza, seppur flebile, di accordo. Condividere ‘casa‘ con Carlo Calenda è un problema per Si: a dividerli sono, tra le altre cose, le idee sul rigassificatore di Piombino, sul nuovo termovalorizzatore a Roma e, appunto, il nucleare. La sostanza della fase politica, però, è molto meno articolata rispetto alla discussione su fissione o fusione: al massimo, in vista del 25 settembre, c’è ‘solo‘ il rischio che qualche leader possa restare col cerino in mano.